Se il fantasma di tuo padre ti dice che.

Ma a voi appaiono in sogno i vostri cari defunti?
Che è una domanda così, senza pretesa di risposta, non una domanda rivolta a qualcuno in particolare, piuttosto a tutto il resto del mondo oltre me. Eccettuata forse quella parte di mondo che non ha una persona cara violentemente passata a miglior vita. Una precaria parte di mondo, concedetemelo, e non perchè io auguri a questa di “fare il grande salto” e passare da questa nostra parte di compunzione, anzi, ci restassero lì più a lungo che possono. Ma credo che sia inevitabile e che prima o poi capiti a tutti di perdere qualcuno che si ama, anche se si è così fortunati da vederselo portar via il più tardi possibile sulla tabella di marcia.
Ieri discutevamo con una mia amica, giust’appunto, su quante ripercussioni possa avere la perdita di un genitore sulla vita di un bambino, quanto forgi la sua stessa personalità questo evento e quanto, se non fosse accaduto, il bambino avrebbe potuto avere una vita altra, al punto da divenire egli stesso una persona completamente diversa. Quindi, io forse sarei una persona completamente diversa se vent’anni fa mio padre non fosse morto e io non avessi elaborato la più esacerbata tra le mancate elaborazioni del lutto, e non starei scrivendo su questo blog al momento.
Forse lavorerei come fotomodella. O meglio, avrei studiato a Yale, mi sarei laureata e non starei qui, all’Unical (altro che Yale!), a brancolare nelle nebbie della laurea-ancora-non-presa. Sarei diventata la più brillante delle giornaliste di matrice americana impiantata in Italia, avrei risollevato le sorti dell’editoria con la mia rubrica “Come ti vede Calipso“, avrei fatto perdere la testa al figlio di Murdoch, ma accortami dell’aridità del suo cuore, non avrei accettato la sua proposta di matrimonio, per convolare a giuste nozze invece, con Gerald Butler, non prima di aver fatto sesso spinto con David Beckam, che non mi piace particolarmente, ma tutti hanno fatto sesso con Beckam, non vedo perchè non avrei dovuto farlo io.

No, non penso sul serio che quel tragico evento abbia a tal punto plasmato quel che sono, è solo la punta di un iceberg, ma non posso neanche negarne le influenze, giacchè me le porto appresso come una lettera scarlatta marchiata a fuoco sulla fronte. Non starò qui a illustrare il perchè e il per come di queste influenze, non frega una mazza a nessuno e non frega una mazza neanche a me. Mi ritaglio però, qualche riga di tempo e di spazio per riflettere sulle mie notti  tormentate e su come gli incubi che le accompagnono sono quasi sempre legati alla figura e alla presenza o meno di mio padre.

Oltre alla necessità impellenti di mangiare e vomitare, so di essere ripiombata nelle mie “fasi nere“, quando vivo totalmente estraniata dalla vita, dalla realtà, dalla quotidianeità. Per prima cosa il mio ciclo sonno-veglia si sballa e il giorno diventa notte e la notte diventa lotta contro demoni e tormenti e comincio a latitare in una nebbia che mi allontana dalle cose della vita.
Questo è uno di quei momenti, da cui devo trovare un fottuto modo per uscire e presto: considerato che l’uno giugno devo partire per Roma e che ho tipo settecentomila cose da risolvere nel tempo che intercorre, non ho l’agio di lasciare che l’autoflagellazione si prenda tutto il tempo che gli aggrada, come è stato in altre circostanze. Quindi ho preso di petto la questione, in sogno ovviamente, che nella vita reale non so prendere di petto alcunchè.
E’ per questo che ho chiesto al fantasma di mio padre di non venire più a tormentare i miei sogni.

Non mi dispiaccia sognarlo, anzi.
Fin da ragazzina ero ben lieta di sognarlo, che anche se nel bel mezzo di un terrificante incubo, avevo comunque l’opportunità di stare un po’ con lui, di parlargi e conoscerlo, che non mi è stato possibile farlo dal vivo e che è la cosa che mi manca di più. Sì, è un pensiero un tantino sciocco lo so. Molto sciocco in effetti, dal momento che a trent’anni le cose non sono cambiate di molto.
Ho comunque, sempre centellinato la sua presenza nei miei sogni, mentre in queste ultime notti, non mi ha dato tregua alcuna, e in quei venti, unici minuti di sonno che sono riuscita a racimolare, state pur certi che lui era presente e che il sogno non era propriamente un idilliaco spasso.
Quindi stanotte ho sognato (ho sognato, vero?) me e lui, uno di fronte all’altra, mentre gli chiedevo gentilemente tregua, di entrare in un bel sogno quantomento o di darmi i numero vincenti del superenalotto se proprio doveva venire, oppure di tornare a infestare le mie notti tra un mesetto circa, giusto il tempo di risolvere i miei casini e rifiatare un po’.
E lui per tutta risposta mi ha detto che dovevo vedermi un film.
Mmh.
Il film in questione tratta di un treno che nessuno riesce a fermare (mio padre era ferroviere, c’entra qualcosa?), che è un film che effettivamente esiste, con Denzel Washington, Unstoppable qualcosa.

Quindi o sono magica o il fantasma di mio padre sta cercando di dirmi che morirò in un disastro ferroviario.
Nel dubbio io il film me lo vedo.

Palazzi importanti, colloqui senza esito e balletti davanti la guardiola

Avete presente quelle giornate da dimenticare che però si ricordano di continuo e quindi non si dimenticano mai? Ecco,  oggi è una di quelle.
Un occhio allenato potrebbe, spremi spremi, distillare una qualche vena di spiritosaggine all’american comedy dalle mie figure di merda e prego, faccia pure, ma non si aspetti certo che io gli dia il cinque o una pacca sulla spalla o mi aggreghi al suo coro, ok? Cioè, magari potrei anche farlo, un piccolocinquesolo, giusto per sdrammatizzare che ci sto abbastanza a rimuginare troppo sennò, su queste ennesime figuracce della mia vita, non so… facciamo che ci devo pensare e poi vi dico, ok?

Non so voi, ma io alle cinque della mattina ero già sveglia. Una luce color bianco d’uovo filtrava dalle mattonelle trasparenti del soffitto (ho dormito a casa di zio, nel seminterrato adibito a sala giochi, con caminetto e cucina rustica, mure rivestite di pietra, sedie a dondolo, scaffali incassati nei muri e maxisermo piatto, tutto molto carino e spazioso) e io cercavo di riconoscere una qualche alba in quella luce, ma da me l’alba è rosa o argento, quindi no, non l’ho riconosciuta, almeno finchè la sveglia non ha suonato.
Mi sono preparata con due ore di anticipo e sono riuscita alla fine, a far tutto di corsa comunque, e a scordare la piastra per capelli accesa, così, oltre al nervosismo per il colloquio di lavoro imminente, anche il pensiero di dar fuoco alla bella casa di zio ha iniziato a ossessionarmi per tutto il tempo.
Il programma era che con mio zio dovevamo raggiungere il suo amico (v.i.p.) a Roma, e questo mi avrebbe presentata al tipo con cui devo fare il colloquio. Qualora ve lo steste chiedendo, la risposta è sì, mi sono sentita una completa cazzona a essere accompagnata da qualcuno a un colloquio.
Finora qualsiasi cosa abbia fatto, anche un lavoretto rancido, me lo sono trovata da sola, me lo sono gestita da sola. Non sto bene a dover metter conto, non sto bene a dover essere guidata e a dover deludere ulteriormente quella poca gente a cui porto rispetto e voglio bene. Per questo la prima cosa che ho pensato arrivati là è che non avrei dovuto gettarmi in questa cosa, ma che dovevo fare? Perdere un’opportunità ora che sto con l’acqua alla gola per le tasse da pagare e tutto il resto? Io poi, che non ne ho apportunità come queste, solitamente?
Da qui è derivato il mio nervosismo e il mio quasi totale mutismo a seguito. Se non ci fosse stato mio zio accollato, non dico sarei stata la più scalmanata e sociale delle macchine femminili, ma di certo non mi sarei sentita completamente controllata, soggiogata, fuori luogo.

E così, quando siamo entrati nel palazzone antico e storico di Roma dove l’amico di zio lavora (non dirò qual è perchè è piuttosto noto, ma se qualcuno è tanto annoiato da volero saperlo sapere, me lo chieda in privato) mi sono ritrovata a rispondere con frasi smozzicate:
-amico di zio:” Questa è la più belle delle sale?”
-io: “Quella da ballo?”
– amico di zio: “Che si dice anel Burundi?
-io: “Le solite cose”
-amico di zio: ” Come stanno a  casa?
– io: “Stanno bene”
Le solite cose???? Andiamo ma sono scema o cosa? Chi diavolo dice “Le solite cose“?! Ma neanche l’ubriacone della classe del ’56 risponderebbe “Le solite cose!
Avrei voluto vomitare, avrei voluto scomparire! Ho colto lo sguardo perplesso e di sminuita compassione del tipo e quello interdetto e mortificato di mio zio e avrei voluto proprio morire! Ma che posso farci? Non riesco a connettere in situazioni del genere, o faccio scena muta o sparo le peggio stronzate e sì che ho una parlantina coi contrizibidei e neanche troppo stupida il più delle volte, ma poi mi affosso con una sola vangata, e scelgo sempre i momenti più umilianti e decisivi per farlo! Perchè lo faccio?!
Se qualche cavolo di psicologo o pichiatra o psciocheccazzoneso passasse di qui e sapesse rispondermi, e sapesse soprattutto darmi una soluzione o un principio di soluzione, io gliene sarei eternamente grata.
Menomale che durante il colloquio si sono levati dalle scatole! Come sono usciti zio e amico, il nodo alla gola si è sciolto e ho parlato con una maggiore serenità col tipo del colloquio (uno stronzo senza eguali, ma tant’è). Non che abbia detto chissà che, ma gli ho portato il curriculum e ha visto che ho fatto uno stage in un ufficio stampa per l’Università, che ho fatto qualche lavoretto e che so “esprimermi con padronanza ed elegantemente” (almeno con lui!) che lui si occupa anche di uffici stampa o cose affini, il tutto per dirmi che stanno vagliando comunque altre opzioni e che mi farà sapere nei prossimi due-tre giorni. Ma non mi ha proposto niente, non mi ha parlato del tipo di lavoro che dovrei svolgere o del compenso o niente, quindi il suo era solo un pro-forma e in realtà non è interessato?
Non lo so. Starò qui a Roma qualche giorno comunque, ma non credo sia andato bene.

Per concludere in bellezza, prima di andar via dal palazzone importante e storico mi sono esibita in una scenetta alla Stanlio e Ollio.
Dovevo restituire il pass per visitatori alla guardiola di sicurezza e loro dovevano ridarmi la carta d’identità, ma il pass ha ben pensato di incastrarsi nella sciarpa, tanto epr cambaire, quindi ho iniziato una specie di balletto per liberare il povero pass in ostaggio, per ottenere solo di intrappolarmi ulteriormente nel viluppo di sciarpetta e pass. Finchè ovviamente il pass è volato in terra davanti alla perplessa guardia di sicurezza, al rassegnato amico di zio e a tutti quelli che entravano nel very storical and important palazzo romano. E io che ho detto?
“No è che non te lo voglio restituire, voglio restare dentro il palazzone very important”.
Questo, giusto per non perdere il vizio e lasciare tracce di inutilità ovunque calchi terreno.

Vuoi uscire con noi? Cambia l’orario dei treni o nisba.

M#1: “Caly dai vieni oggi pomeriggio che è festa e noi usciamo e così stiamo insieme!”
M#2: “Sì, dai così ci dici anche del casino che è successo in questi giorni con Odisseo e ti distrai un po’”
Calipso: “Certo che vengo! Ne avevamo già parlato, vi devo aggiornare e anche tu M#1 devi raccontarmi che è successo sabato scorso, quando sono andata via!”
M#1: “Sì sì, ma solita roba non credere. Poi così te ne puoi andare con tuo fratello”
Calipso: “No be’ mio fratello fa chiusura oggi, quindi non esce da lavoro prima delle 122.00 e voi mi par di ricordare che rientrate prima quando non cenata fuori, giusto?”
M#2: “Ma non chiudono alle 21.00 i negozi? Perchè finisce alle 22.00?”
Calipso: “Perchè chiude alle 21.00 il negozio, ma poi loro devono sbrigarsi cose dentro e fanno le 22.00”
M#1: “Eh no, noi possiamo restare fino alle 21.00 poi torniamo a casa.”
Calipso: “Eh sì, ricordavo, ma tranquille faccio come al solito in questi casi, prendo l’ultimo treno alle 19.00 e anche se vado via prima non importa, almeno stiamo insieme qualche ora, no?”
M#1: “Ma non puoi prendere un altro treno, tipo alle 20.00?”
Calipso: “Ehm no… è l’ultimo treno, appunto, quello delle 19.00, vuol dire che poi non ce ne sono più.”
M#2: “Vabbè come l’altra volta… e a che ora arrivi qui?”
Calipso: “Direi verso le 16.00, che l’altro treno poi è alle 18 e sarebbe troppo tardi”
M#1: “Alle 16.00! Ma troppo presto, noi non usciamo così presto”
M#2: “Non puoi venire con tuo fratello?”
Calipso: “No, mio fratello sta già lavorando altrimenti sarei venuta con lui”
M#1: “E non puoi prendere un treno più tardi?”
Calipso: “Non decido io gli orari dei treni, ma se vengo più tardi che senso ha? Devo andar via alle 19 poi!”
M#2: “Ma noi non usciamo così presto”
Calipso: “Sì, ho capito, tranquille ci possiamo vedere verso le 17.00 se per voi è più comodo, mi porto un libro e leggo intanto, sapete che non è mai stato un problema…”
M#1: “No, noi usciamo verso le 18.00 e torniamo a casa verso per le 21.00”
Calipso: “Ma dovete fare una passeggiata, non timbrare il cartellino! Non hai orari di  lavoro oggi M#1, se per una volta uscite un’ora prima, che cambia?”
M#2: “Ma non ti può accompagnare qualcun’altro o vieni col pullman?”
Calipso: “E’ festivo oggi, i pullman non ci sono. Ma se è un problema lasciamo stare…”
M#1: “Sì lasciamo stare per stavolta. Ma tuo fratello non poteva lavorare pomeriggio?”
Calipso: “Eh no sai, non decide lui i turni, ma ho solo il treno a disposizione, quindi devo arrangiarmi con quello che ho”
M#2: “Caly, dai lascia stare se non puoi venire oggi! Però non essere giù per Odisseo!”
Calipso: “Ma io posso venire oggi, e infatti vengo lo stesso anche se non esco con voi, che di stare in casa non c’ho voglia. Voi uscite quando vi pare, al massimo ci sentiamo e ci becchiamo un po’”
M#1: “E che fai qua se noi non siamo ancora uscite?”
Calipso: “Mi faccio un giro, mi sparo un frappè alla nocciola, vado in libreria, mi leggo un libro sul lungomare…”
M#1: “Non si leggono i libri sul lungomare, che dopo ti vedono tutti che leggi sul lungomare!”
Calipso: “…”
M#2: “Vabbè dai allora ci sentiamo e se sei ancora qui quando usciamo ci incontriamo”
Calipso: “Ok. A dopo”.

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