Io partirei col descrivere il cielo

Io partirei col descrivere il cielo.
Perchè il cielo è fondamentale ora che ci penso, in ogni storia bella brutta mediocre o favolosa, il cielo c’è. Si potrebbe anche dire che ce l’abbiamo sopra la testa, a rompere perenne i cosiddetti, per cui, volenti o meno, c’è. Ma proprio perchè c’è, non dovrebbe esserci, no? Voglio dire, dovrebbe essere qualcosa di scontato, ricorsivo, forzato, autocitato nel contest stesso della storia. E invece pare assurga a ruolo di coprotagonista e resti lì piantato fino alla fine. Nelle grandi storie, almeno.

Il cielo sotto il quale mi sono incamminata verso l’Università, ieri (la necessaria prefazione: https://webcamaccesa.wordpress.com/2013/05/22/scendere-in-guerra-armata-di-moleskine-capossela-e-un-libro/),  era un bel cielo, dove per “bello” si intende “vellutato come la cenere”, “ambiguo come Satana” e “spaventoso come Dio”. Accertato ciò, torni a farti abbastanza i cazzi tuoi, ma devi guardare in alto di nuovo quando ti accorgi che quello che ti inquieta è la mancanza del sole. Quindi o dai per accertato che è tipo arrivata l’Apocalisse, o devi considerare che quella cosa densa là sopra, liscia e senza sbuffi, non è mica cielo, ma una coltre di nuvole così compatta da sembrare cielo.
Saranno nuvole levigate dal vento assurdo che strapazza il tuo Burundi da settimane, ma di certo è una cosa che non hai mai visto e se di prasagio si tratta, è certamente presagio di sventure. Ecco quindi il cielo perfetto.
Perfetto per l’Università, per il tuo stato d’animo mentre ci vai e per la storia della tua vita tutta. E siccome i cieli perfetti sono quelli delle grandi storie, pensi che non hai dubbi ormai e che la tua è una grande storia. E ti ci monti pure la testa. O aspetti a montartela, almeno fino a domani, che oggi stai andando all’Università, e a pagare tasse per di più, che cazzo di grande storia di merda sarebbe? Quindi aspetti, ma sul fatto che è una grande storia non ci piove ormai, sennò non ci sarebbe stato quel popò di cielo lassù.
Infatti non piove fin quando non torno la sera a casa, dopo esserci finalmente riuscita, ad arrancare fino alla segreteria universitaria e affrontare questo benedetto problema di tasse. Resta aperta la questione “tesi”, ma è secondaria al momento.

L’Università era semi-vuota e questo è abbastanza strano, visto che siamo a fine maggio e alla mia epoca – dove per “mia epoca” si intende “il periodo in cui frequentavo e non mi ero ancora data alla latitanza” -, “fine maggio” significava: “corsa verso gli esami e gli ultimi giorni di corsi”, che tradotto in termini paesaggistici sarebbe: “brulicamento di formiche affannate in ogni settore del campus“.
Invece ieri c’era una calma sonnolenta, solo quache formichina stagnava qui e là senza soluzione di causa, neanche si nascondessero tutti dall’ Enorme Formicaio Famelico che fa fuori gli studenti ligi al dovere. Ma poi ho guardato il cielo di nuovo e il tutto si è andato ad accomodare nel posto che gli spetta: un cielo cinereo e ambiguo in una storia cinerea e ambigua, prevede una desolazione nebbiosa, cinerea e ambigua. Quindi eccola, cos’è che ti sorprende?
Niente.
Grazie al cielo ambiguo, dunque tutto è filato liscio e rapido più del previsto: non ho dovuto fare file, non ho dovuto pensare molto, non ho dovuto cercare modi per mettere in stand by i miei pensieri omicidi/suicidi, è bastata Janis Joplin nelle orecchie e qualche frase secca e pronta per pagare la prima rata, evitare la prima mora, compilare il doveroso, soffocare una botta nel petto quando mi hanno dato l’esosa seconda rata (molto esosa visto la mora qui inevitabile), e scappar via da lì affinchè l’Università potesse tornare a rivestire il ruolo di brulicante formicaio che la natura gli ha assegnato. Mi resta la convinzione, per carità, di aver sbagliato qualcosa, ma sono impossibilitata a porvi rimedio per il momento, a causa della mancata reperibilità di documenti. E comunque questo dubbio è di gran lunga tollerabile, considerato il resto del casino che ho sbrogliato. Quindi per ora mi ritrovo a dover pagare un bel po’, ma comunque ad aver risolto i guai peggiori. Per ora.
Perciò, cielo inquietante o no sopra di me, è con una leggerezza che da troppo avevo scordato che mi sono ritrovata nell’autobus deserto del martedì, a tornare a casa, con Odisseo a ripetermi che era fiero per quello (stupido) piccolo passo che ero riuscita a fare. Questo gesto potrebbe sembrare una cazzata a chi è abituato ai grandi e portentosi gesti da parte di chi ama, ma il fatto che lui sia  “Mr. 30 e lode perenne”, e che sia in grado di capire quanto e perchè possa essere atroce un passo del genere per me, “Miss che terrore l’Università“, lo rende un gesto enorme per me e mi fa ricordare perchè mi sono innamorata di lui.

Non ho nessuna voglia di rivivere la burrasca che invece ho trovato ad accogliermi da parte di mia madre una volta a casa, tanto c’era quel cielo terribile a proteggerm, insieme alla certezza di averlo fatto comunque un piccolo passo e tutto mi è sciovolato placidamente addosso.
Mi sono quindi tuffata a letto, a spurgare tensioni e disagi e ad aspettare che il cielo li cumulasse e li traducesse in una  rapsodia di vento e tuoni, perfetti per la storia perfetta.
E poi me li sono goduti.

Benvenuti nell’istante inesistente

La ventola del mio pc gracchia affannata, la pioggia cigola lì fuori, il caffè americano spande aromi vischiosi e io avrei dovuto essere su un autobus direzione “Fottuta Università“, quindi questo istante non doveva esistere. Invece esiste, perchè non ci sono andata all’Università.
Lo so che visti i miei precedenti a questo punto della lettura, una buona percentuale di persone potrebbe pensare “lurida codarda blasfema” e col giusto credito anche, ma stavolta alzo una mano a mia discolpa e non è che io mi discolpi spesso, quindi è un gesto che ha un suo perchè.
In pratica mi serve un un numero – il reddito del 2011 perchè mi calcolino la mora e la seconda rata – e non posso averlo, quindi devo aspettare che mia madre se lo procuri e spero vi riesca presto, sennò so’ cazzi cavoli amari. Nonostante ciò mi ero svegliata vestita lavata pettinata e inghiottito il nodo di ferro che mi si pianta in gola ogni volta che devo salire all’Università, ed ero pronta ad andarci lo stesso, ma siccome diluvia che dio la manda e siccome mia madre dormiva e non potevo giungere alla fermata senza passaggio e poi comunque sarei dovuta risalire per tutto il resto una volta avuto quel numero e sarebbero stati altri dieci euro di biglietto dell’autobus… insomma sì, sono una codarda.
Non ce la farò mai.
Ma questo non vuol dire che non ci proverò. Quindi nell’attesa/speranza che mia madre mi procuri quel numeretto in fretta, come scocca ora umana mi attacco al telefono e alla segreteria dell’Università e cerco di capire quali sono i “cento passi” che dovrò fare una volta arrivata là per risolvere questo casino, vedi mai che sapere esattamente le mosse da fare e dove andare, non mi faccia brancolare una volta lì, come una sperdura sparuta ragazza spaurita.

Un altro istante che non sarebbe dovuto esistere, è quello di ieri sera con Odisseo.
Non che sia successo chissacchè, in realtà si è fatta una tempesta in un bicchiere d’acqua e proprio per questo mi brucia e duole ancora di più. Intendiamoci, le cose tra di noi non vanno malaccio in questi giorni, abbiamo ripreso a sentirci con continuità e lui mi cerca e lui mi chiama e lui mi racconta tutto e di più della sua vita. Inoltre nei momenti di maggior serenità, quando siamo presi dalla conversazione e si dimentica che ha deciso che deve controllarsi e rallentare le cose tra noi, si lascia andare anche a piccoli flirt e tenerezze, niente rispetto al fiume in piena che era prima, ma è molto bello lo stesso e mi rende felice.
Ieri pomeriggio avevamo addirittura parlato per un’ora e mezzo senza accorgercene come i vecchi tempi, per questo ieri sera non volevo lasciarlo fino all’indomani con una stupida, piccola discussione appesa, e l’ho richiamato solo per dargli la buonanotte come si deve. Ma lui non ha sentito ragioni.
Non abbiamo litigato o che, ci sentiremo oggi come niente fosse, ma il fatto che abbia voluto imperterrito mantenere questa posizione, puntare i piedi, egoisticamente non accettare neanche il mio proposito di lasciarci serenamente, mi ha fatto un male cane, soprattutto dal momento che sapeva quanto oggi sarebbe stato un giorno duro per me (ho deciso solo stamane di non andare all’Università) e per una volta poteva quantomeno avere l’accortezza non dico di desistere dalla sua posizione, ma di non puntare i piedi e consentire che il mio intento di non lasciarci con recriminazioni aperte, andasse a buon fine.
Ora sto morendo dalla voglia di aggiornarlo e dirgli che non ci sono andata all’Università e sentirlo prima che vada a lavorare, ma non lo chiamo, aspetto che sia lui a fare il primo passo.

Alla faccia dell’istante che non doveva esistere, è dalle 5.30 circa di questa mattina che ho aperto il post (il primo istante al mondo di tre ore e mezza) e nel frattempo mi sono sparata una tazzona di caffè americano e un’altra di caffelatte, ho scritto mezza pagina di un racconto, ho risposto a una mail e scritta un’altra a una mia amica e considerato che sono quasi le 9.00 mi pare il caso di chiuderlo questo istante inesistente. E attaccarmi al telefono con Madama Università a fare le cose che vanno fatte per poi fare le cose che non vanno fatte, come scrivere finchè ogni senso, idea e impulso non venga cancellato del tutto dal mio cervello e trasferito su una pagina bianca.

Scendere in guerra armata di Moleskine, Capossela e un libro

Stavo pensando a cose serie, quindi ora scrivo di cose facete. E cosa c’è di più faceto dell’Università? Niente. Quindi parliamo di Università.

Domani devo recarmi in Università a cercare di risolvere il casino in cui mi trovo con le tasse arretrate. Non ho la minima idea di quello che dovrò fare, di quanto dovrò pagare, degli uffici dove andare, dell’umiliazione a cui dovrò sottopormi. Se non avessi solo la tesi ormai da scrivere e dovessi dare ancora esami, giuro che mollerei tutto.
Il punto è che tutto questo presuppone un qualcerto movimento, di testa, di gesti, e soprattutto di anche. Quindi la prima cosa su cui mi devo concentrare, è come riuscire a muovere le anche, che dovrebbe essere un impulso abbastanza istintivo, ma stranamente, quando arrivo davanti all’università, retrocedo a una fase embrianale e primitiva, così cogliona da non riuscire neanche a ricordare come si muovono le gambe nella semplice deambulazione.
Dunque, come faccio a risolverla questa cosa? E risolvere tutto il resto delle cose senza piantarmi nel bel mezzo di quell’orrido ponte, accasciarmi al suolo e restare lì, concentrando tutti i miei sforzi nel disperato tentativo di fare entrare ossigeno nei polmoni?
Non posso neanche stare attaccata al telefono con Odisseo che lui lavora domani, mica è un idioata, lui!
Qualcosa per distrarmi, che mi faccia respirare, e riprendere la marcia, piano piano, anche se so che non riuscirò a portarla a termine domani la marcia, ma almeno iniziarla… i libri!
Sì, i libri sono sempre la risposta, ma non posso camminare leggendo stile Belle de La Bella e la Bestia, cioè l’ho fatto un sacco di volte, ma domani non mi sembra il caso, voglio dire, sarò all’Università, se vedono qualcuno che legge cadono tutti come tordi stecchiti per l’anomalia della scena. Ci manca solo che mi accusino di aver causato una moria di studenti, i cervelli a cui è affidato l’avvenire della nostra patria, no no, non mi prendo anche questa responsabilità.

Ok, mi attacco all’mp3 e ciuccio musica come i sali da una flebo, come se ne andasse della mia stessa vita, ma non sono certa che la musica sia bastevole e combattere contro l’Università, forse De Andrè e Capossela i soli che possano provarci, ma se poi non funziona? Che cavolo faccio?
Mi segrego in biblioteca e non ne esco più, vivrò lì come il Barone rampante viveva sugli alberi e tutti dovranno farsene una ragione.

E se scrivessi? Anche scrivere è una cosa che funziona abbastanza, ho la Moleskine io, a che cavolo serve una Moleskine se non a pararti il culo all’Università?
Certo non posso scrivere di continuo, ma mentre sono ferma e faccio le chilometriche file, tradizionali e tipiche quanto un prodotto certificato D.O.C., posso scrivere, e posso scrivere anche sull’autobus o posso pensare a cosa scrivere e quindi…

E quindi tutto questo è molto patetico, quindi la pianto qui e vado a cercare un modo per non pensare a come non pensare domani.
La mia vita è uno spasso, dovrebbero farci su un telefilm, sfonderebbe lo share e avrebbe più stagioni del Doctor Who. Alti livelli, altissimi livelli, qui…

Nera come la più bianca delle notti

La terminologia “notte bianca” non è mai stata meno circonfusa di pathos e di fascinose ripercussioni come nel mio caso.
Niente a che vedere con amori russi e dostoevsckijani, perduti nei ranghi del tempo e della letteratura, niente con le cantate capolessiane di rose donate non bianche come le amari notti, ma rosse come il fulgore dell’alba, niente incipit da grande storia che cominci con la notte insonne, niente di romantico, niente di produttivo, niente di magico, niente.
Solo io e i miei demoni, e una caterva di soluzioni più o meno attempate, più o meno lungimiranti per provare a combattere i demoni e riempire la notte bianca di un qualche accenno di colore, tutto purchè quell’orrido tripudio acromatico di opposti notturni “nera come la più bianca delle notti“, possa aver fine presto.

Un’anima dannata e un’anima in pena sono la stessa cosa?
No, sì, be’ non importa, tanto le ho rivestite entrambe stanotte, e mi calzavano a pennello neanche le avessi trovate ai saldi, cucite su misura per me,”due al prezzo di una signorina, non vorrà farsi scappare un’anima così bell’e pronta?! Che le anime scarseggiano oggigiorno, ne approfitti!
L’anima in pena era dedicata tutta a Odisseo, in tutto il suo tripudio di indecisioni: mi ama non mi ama, è giusto mollare come una capra, è più giusto continuare e lottare per chi si ama, perchè non può amarmi? perchè anche lui non può amarmi? perchè nessuno può amarmi? perchè io lo amo? perchè amo sempre? perchè non posso smettere di amare?
E io che ne so? E siccome non sapevo niente, meglio eliminare qualsiasi arrovellamento mentale e mettersia  leggere Emma, di Jane Austen, niente è meglio del chiacchiericcio di spiumate dame ottocentesche, inutile quanto splendidamente scritto, nelle notti bianche. Ma non bastevole ahimè, a distogliere l’attenzione da Odisseo, che Odisseo è rognoso, quindi meglio accompagnarlo a un bell’horror, l’ultima versione cinematografica de “La casa” bell’e pronta sul pc. Siccome Jane Austen e i film horror s’accoppiano divinamente, tanto quanto i cavoli imbionditi più bionda birra a merenda, ho iniziato a guardare il film e leggere contemporaneamente Emma, che i film horror non sono in grado di coinvolgermi mai del tutto e servono le pagine di un libro da inframezzare qua e là, per impedire alla mia testa di macinar continuamente pensieri infausti.
Voi ce l’avete la testa che macina pensieri continuamente, e non si ferma neanche la notte, neanche se gli dai una botta in testa col più enorme, preziso e orrido dei vasi Ming esistenti? Io sì, è una seccatura, tanto quanto quella di amare sempre così tanto da non poter spegnere il sentimento come ci fosse un interruttore da premere, zac, tanti saluti e che si faccia avanti il prossimo.

Ma neanche il connubio horror/Jane Austen pareva bastevole, stanotte, allora l’ho accompagnato a una camomilla alla fragola e a un più vezzeggiato e meno intellettuale archetipo femminile, ovvero quello di ammirare e organizzare i monili, gli ultimi orecchini che ho acquistato al prezzo di un euro l’uno, perchè sono un genio nel trovare orecchini a poco prezzo.
Jane Austen – film horror- orecchini nuovi – camomilla alla fragola – rotta le palle del film horror – ultime due puntate della stagione di Revenge. E queste hanno vinto, mi hanno assorbita del tutto, viva sempre i telefilm intelligenti e ora che Revenge è finito, Breaking bad è finito, Once upon a time è finito, The big bang theory è all’ultimo episodio e Sherlock non accenna a ricominciare, io vorrei tanto sapere cosa mi dovrei guardare nelle notti nere passate in bianco, se qualcuno fosse così carino da dirmelo, grazie (ps. rivedere Casablanca per la settecentesima volta, non vale).

Effetto camomilla alla fragola + Revenge finito, ecco che ha tutto agio di subentrare a quella in pena, l’anima dannata, dà il cinque alla collega e mi tormenta con l’università che non riesco ad affrontare, i miei fallimenti che non riesco ad affrontare, il casino da pagare che devo affrontare e che non riesco ad affrontare, tutto il mondo che mi sputa e mi odia per non essere alla sua altezza, mio zio che mi schifa, mio padre che se fosse vivo mi odierebbe, mia madre che mi odia in sua vece e vecchi e cari amici che mi odiano al punto da fuggir via senza neache un decente “ciao“.
Jane Austen non è all’altezza qui, vado allora a cercarmi uno di quei libri trash – tremendamente idioti per persone tremendamente idiote – che tengo in libreria buoni buoni, da tirar fuori alla bisogna, quando necessita una risata di cuore, il desiderio di sentirmi tremendamente autocompiaciuta e di soddisfare il mio bisogno di trash, appunto.
Inizio quindi I diari del vampiro, ma c’è un limite anche al trash e quel libro lo supera, quindi scelgo un libro decente come suo sostituto, ma me l’ha regalato Odisseo e non devo pensare a lui, poso il libro e vado a farmi una tisana alle erbe e metto su gli episodi di Gilmore girls che so a memoria, ma che assolvono sempre straordinariamente al compito di non farmi pensare quando tutto il resto fallisce. E mi addormento.

Dormo tipo mezz’ora, il tempo di sognare mio padre da giovane che lavora in aeroporto (mai successa ‘sta cosa) e io che mi affanno a raggiungerlo per dirgli che deve farsi le analisi subito, in modo che il cancro venga diagnosticato per tempo, di correre, correre, correre senza indugio a farlo, e lui mi guarda con occhi uguali ai miei e mi dice “Se vado ora tu non nasci” e io dico “E chissenefraga?!” e lui dice “Va bene, vado“, e io tiro un sospiro di sollievo, che dura un attimo perchè lui si gira e vedo la mezzaluna dell’operazione e so che sono arrivata troppo tardi e mi sveglio.
Sono le cinque punto zero-cinque della mattina, fuori c’è quel delizioso cielo bigio e il profumo di fiori e pioggia primaverile caduta sui boccioli che adoro, quindi spalanco il balcone, sposto la poltrona davanti al balcone spalancato e alla pioggia, mi avvolgo nel pail, con un ennesimo libro, una tazzona di latte alla cannella e miele e una bustona di Gocciole pavesi.
E vaffanculo alle notti bianche, bianconere, nere perchè bianche, bianche in quanto nere, amare come il nero, vuote come il bianco… Vaffanculo e basta.

Seguito da molto dolore e molta disperazione

E no, stavolta non c’entra il povero Odisseo.
C’entro solo io, io, e io e il mio passato, e i miei blocchi e me stessa e il mio perenne incasinarmi la vita, cacciarmi nei guai, seguiti da molto dolore e molta disperazione, non rimediarvi immediatamente e quindi finire in guai ancora più fondi, finchè non so più come uscirne.
Ecco, adesso non so più come uscirne.

Premetto che questo doveva essere un bellissimo post sulla speranza e i primi passi per risalire (di nuovo) la china, dal momento che nel mio indefesso tentativo di trovare un qualsivoglia lavoretto che mi mantenga fuori da questa stanza e da questo paese di trichechi burundiani, qualcuno ha risposto e quantomeno mi chiede un colloquio e una selezione. E me la chiede a Roma, il centro del mondo, la culla della civiltà occidentale, il grande impero. Seh vabbè…. ma comunque per me lo è: rispetto all’ameno paesucolo burundiano in cui sono relegata, tutto lo è, figurarsi la Capitale! Sono ben conscia che essere chiamata per un colloquio non significa niente, che c’è una possibilità su un milione che io venga assunta, ma sono del parere che vista la situazione italiana generale e vista la mia particolare, non posso prendermi il lusso di non considerare con positività, qualsivoglia offerta di lavoro semi-decente bussi alla mia porta. E francamente, modestamente e con pizzico di arroganza, mi permetto di credere che nessuno possa farlo, rinunciare con sfrontatezza a un posto di lavoro intendo, che non ce n’è in giro di lavoro, non assumono, licenziano e basta è una situazione brutta brutta brutta. A meno che non si tratti di ingegneri, intendiamoci, che gli ingegneri trovano lavoro a iosa (un tipo con cui sono uscita un paio di volte l’anno scorso, è ingegnere e stava cambiando lavoro mentre lo frequentavo e c’aveva le ditte ai piedi che gli facevano la corte, e un mio amico, altro ingegnere, lavora da prima che finisse di studiare al Politecnico di Torino) e molto spesso non capiscono che per gli altri non è così facile, ma neanche un po’ (forse lo è per i medici anche? Ma non ne sarei così sicura)!
Qualora avessi la grande fortuna di esser presa, si tratterebbe di un part time da segretaria in un ambulatorio medico e per una che ha fatto call centerista, cassiera, repartista in un supermercato e volantinaggio (solo una settimana questo, e chi regge di più!) e che si era rassegnata all’idea di una tremenda estate da cameriera o peggio, credetemi, sarebbe più che una manna da cielo come lavoro! Non mi manterrebbe a Roma, imagino, ma da lì ad arrangiarmi e trovare qualche altra cosa il passo sarebbe breve. Anche perchè andrei via da qui e Dio solo sa quanto io abbia un disperato bisogno di andare via da qui.
Ma sono tutte speculazioni, il colloquio è dopodomani e non ho idea su cosa verterà e cosa mi verrà richiesto. Vado alla cieca e confido in quel po’ di fortuna che non ho mai avuto finora.

Siccome in realtà a me basta poco per farmi dare una spintarella, in beata contemplazione di quell’1% di probabilità che mi prendano a Roma, mi sono fiondata in Università a fare fotocopie, restituire libri in biblioteca, comprare una sciarpa mimetica (no, questo non c’entra con l’Università, se non che la bancarella che le vende e prezzi irrisori è all’interno del campus) e riuscire a racimulare il coraggio bastevole per entrare in segreteria e informarmi sulla mia situazione burocratica universitaria. E non è poco il coraggio bastevole.

Bisogna capire, anche se non è facile da capire nè da spiegare, che per me qualsiasi cosa legata all’Università è motivo di blocco, attacchi di panico e conseguente fuga, il tutto seguito da molto dolore e molta disperazione. Ne ho parlato in un altro post e non tocco l’argomento volentieri, ecco quindi che non mi dilungherò neanche questa volta se non per ragioni di cronaca tout court: l’Università mi ha ammazzata, ho fatto una fatica boia a trovare il coraggio di dare esami (non di superarli, ma proprio di andarci, di sedermi), e ora non solo non riesco a scrivere la tesi, ma mi viene la nausea e mi manca il respiro quando qualcuno me la cita l’Unieversità, anche solo lontanamente. Figurarsi dover andarci proprio! Una tragedia, non scherzo.
Non per niente scelgo giorni “piatti” per andare, tipo i week end o i ponti o il giorno prima della chiusura per le grandi vacanze. Semivuota mi par meno “Università” e posso respirare un tantinino di più che durante il fervore degli altri giorni, in cui è vissuta dagli altri tanto bene, tanto serenamente. Non sono mai riuscita a viverla davvero – forse solo il primo anno, ma mal me la cavavo comunque-, non so come si fa. Probabilmente non so come si fa a vivere niente.
A volte il raziocinio ha la meglio sulle coltellate e l’autoflagellazione perenne e mi par chiaro che esser cresciuta come sono cresciuta io, che avere i miei disturbi, avere a che fare con una mancata elaborazione del lutto, una madre che ti massacra e la depressione che ne consegue, non consente di uscire viva da tutto questo e di incanalarti in un percorso di studio sereno e brillante (vedi testi di psicologia sui disturbi che colpiscono i bambini nei periodo critici della crescita e non si risolvolno), tant’è che in egual modo è capitato a persone con un percorso di vita a me simile. Mi piacerebbe poter credere che sia solo questo e che dopotutto mi manca solo la tesi, che nonostante tutto ce l’ho in qualche modo quasi fatta.
Il problema è che mi paiono scusanti e neanche tanto solide: è colpa mia se non mi do una mossa, è colpa mia se non trovo il coraggio di fare una cosa semplice come pagare una tassa, è colpa mia se finisco in situazioni difficili da risolvere. Seguite da molto dolore e molta disperazione.

Ora sono nei casini fin sopra i capelli, sto affogando nella melma universitaria più rancida.
Non ho pagato le tasse perchè avevo finito gli esami entro dicembre e che quindi non dovevo pagare. Invece è uscito fuori che, se non mi laureo entro maggio – e io non mi laureo entro maggio-, devo pagarle. Prima rata, seconda rata, più more.
Non ho idea di come fare.
In altre occasioni avevo lavorato e me la sono cavata da sola. Stavolta ho poco o niente da parte.
Come faccio a chiedere a mia madre i soldi per la tassa?
Non ne ho idea.
Ho paura di aprire la pagina e vedere a quanto ammonta.
Qualora avessi questo lavoretto potrei stare più tranquilla che mi gestirei io la cosa, se con tempi più lunghi amen, ma davvero, figurarsi se lo danno a me!
Quindi domani parto con un miserrimo briciolo di speranza, che è diminuito parecchio nelle ultime ore e che sarà seguito, già lo so, già mi preparo, da molto altro dolore e molta altra disperazione.

Tripudio di cacofonie

Siccome il computer posso usarlo un giorno in più, lo porterò allo sfasciacarrozze dei computer solo domani, accorpo in questo post quello che dovrebbe essere il cadenzario di cose da fare della settimana che conduce alla Pasqua benedetta, dove per “benedetta” intendiamo qui “magica fautrice di cioccolate di ogni forma, gusto e dimensione“. Cioccolata che io non posso mangiare neanche di striscio quest’anno, ma posso sempre ammirare e sbavare, stile Homer Simpson, che è sempre una gran cosa. E anche per gli altri dolci è benedetta. E anche perchè cade quasi sempre del giorno mio compleanno o comunque molto vicina a questo, quest’anno è particolarmente lontana in realtà e buon per me che magari poi del mio compleanno un pezzo di torta me lo sbafo. Facciamo che me lo divoro va’…
Sì vabbè, ho una dannata voglia di dolci, ma poi magari metto sul blog qualche foto di cosa da sabato ha iniziato a girare per casa mia e vi rendete conto da soli del perchè.

Soprattutto la mia voglia di dolci sarà centuplicata stasera, quando sarò al ristorante per festeggiare la fatidica LAUREA DELLA CUGINA. Sentite come suona male “Laurea“, terribile terribile, associata poi alla parola “cugina” è un tripudio di cacofonie!
Posto che io odio le feste di laurea a prescindere, quelle che prevedono il parentado da parte di padre, hanno sempre avuto un esito deleterio per me.

Piccola e inutile parentesi: questa cosa del parentado presente alle sedute di laurea, io proprio non la capisco. Sarà che filtro tutto e che tendo a dare a tutto un senso, be’ in questo caso l’unico senso che vedo è quello di arraffare un minimo di palcoscenico e riflettori e menarsela, per una laurea! Insomma menatela per qualcos’altro, ma per una laurea! E’ stupido, è anche perecchio patetico, ma nel caso della maggior parte dei miei cugini è così che sono andate le cose, lo so, li conosco. Altra gente ha meno velleità di protagonismo, ma anche così, le sedute di laurea con tutto l’albero genealogico presente, non le concepisco in egual modo. Piccola e inutile parentesi chiusa.

Ora, la cugina in questione è, francamente, una delle meno peggio della risma familiare, quantomeno è una delle poche che si fa i cazzi suoi quasi sempre e non sparla dietro (almeno che io sappia) e questo dalle mie parti, è oro colato, credetemi. Quindi non è tanto lei a dar vita al tripudio di cacofonie, non di per sè, ma l’idea di affrontare tutti i parenti, e tutti in gruppo compatto per giunta!
Dico solo questo, non mi pare il caso di dilungarmi troppo sulla questione: nell’ultima laurea di un qualche cugino mi hanno accerchiata e sparato staffilate del tipo “Vogliamo proprio vedere quando ti laurei”, “Ma perchè non molli se non ti laurei, dovresti mollare”, “Ma tu? A quando i confetti?” etcetera. Cose che a me non fanno bene punto.
E questa è normale routine, ogni volta che li vedo sono sequele del genere e a volte non riguardano neanche l’università, ma qualcosa su cui malignare e insultarmi la trovano sempre. Non sono persone creative, ma in certi frangenti dimostrano un estro da non sottovalutare.
E poi c’è cole che incarna tutto il male che la figura del “parente “ammette, la zia che tutti vorrebbero per la sua fiera e impeccabile condotta, la regina delle maligneria, la chiamerò la Matrona. E’ la tipica falsa perbenista e benpensate di paese, chiesofila e borghese fino alla nausea, col suo codice di comportamento rigido risalente alla II guerra mondiale e un grumo d’odio celato da frasi fatte e disincanto. Io sono da sempre, completamente il contrario di lei e di sua figlia, quindi mi odia. Odia il mio disprezzo dei “valori” cattolici, odia la mia indipendenza di pensiero fin da quando sono bambina, odia la mia inadenpienza ai suoi codici di comportamento che tendo a trattare con sufficienza, come non valessero niente, odia il fatto che leggo molto, una volta tolsi un libro a un matrimonio, in realtà solo per prendere un’astuccio di caramelline alla violetta finito sul fondo della borsa, e lei mi disse che ero un pagliaccio perchè mi ero portata un libro. Insomma, cose così, mi disprezza, forse perchè non mi capisce, forse perchè mi reputa una caccola inutile (non si è laureata, non frequenta la parrocchia, non esce spesso…oddio che tremenda, malevola asociale!), anche se a volte mi è capitato di pensare, per un frammento di secondo che poi è scemato, che invidi un po’ la mia ampiezza di pensiero e la mia personalità senza dubbio debole, ma su certe cose decisa e con un suo fascino.
All’ultimo rendez vous familiare, aspettò che tutti fossero torno torno riuniti per l’aperitivo e disse a gran voce “Tu ti devi solo vergognare” perchè non mi ero fatta vedere di recente dalle loro parti.
Vabbè mi fermo qui, giusto per consentirvi di avere un’idea del perchè tendo a star lontana da ‘sta gente e dei miei timori sulla serata che mi aspetta. E soprattutto del perchè  la mia voglia di dolci sarà centuplicata, stasera. Se succederà qualcosa tipo sopra, ho paura davvero di cedere e abbuffarmi.
Che poi, spero se ne stiano buoni buoni, con tutta quella Chiesa che si sorbiscono, magari fanno qualche fioretto nel periodo pasquale per essere più buoni e non scassano i cabasisi a me.
Resta il fatto che una festa di laurea tra parenti è una pizza oltre che un tormento, ma almeno solitamente ci sono i dolci, e c’è la torta, la torta è un bene sempre e comunque, ma se non puoi mangiarti neanche la torta è una tortura scriteriata e basta!

Spero di riuscire a fare un resoconto della serata domani, prima della rottamazione di mister pc. Per quanto riguarda il resto della settimana sarà tutto speso a resistere alle tentazioni, a preghiere sanscrite ogniqualvolta debba salire sulla bilancia, alla dieta, agli ultimi preparativi per Odisseo e a resistere e non abbuffarmi alla pasquetta con le mie amiche.
A questo proposito ieri pomeriggio l’ho passato a tirar giù tutto l’armadio e i cassetti con tutto quel che ho, che stringi stringi è ben poco mi sono accorta, e provare ogni accostamento, nel vano tentativo di trovare una mise che non mi stesse da schifo.
E’ stato vano, appunto, tutto mi sta male e io sono enorme e grassissima e non so davvero che inventarmi, spero di trovare qualcosa di decente domani al centro commerciale, altrimenti le cose cominceranno a volgere per il male già a 8 GIORNI DA ODISSEO, 8 capite, 8, come cavolo abbiamo fatto a rudurci a soli 8 giorni?!
Per il resto solite cose: comprare un libro (per Odisseo), depilazione totale (per Odisseo), e ho già detto della dieta? (per Odisseo).

Aggiornamento corsa e poi la finisco. Oggi ho corso 35 minuti, due sessioni da 15 e una da 5, ma pioveva, avevo freddo e francamente mi vedo le gambe enormi, quindi credo che scemerò un pochino col ritmo corsa questa settimana e la prossima non corro proprio. Oggi, stringi stringi, qualcosa comunque mangio a quel cazzo di ristorante, quindi domani me ne sparo 40 di minuti per cercare di metterci una pezza, ma poi sempre mno, fino ad arrivare a una ventina di minuti la domenica di Pasqua. In realtà la domenica solitamente lo prendo di riposo, ma mi intriga troppo uscire a correre il giorno di Pasqua, presto, quando in giro non ci sarà nessuno e il mondo, la Pasqua stessa, sarà mia. Senza cioccolata, ma tant’è.

All’università del terrore

E’ un’ora che sto davanto alla pagina bianca e cicischio. Bevo un po’ di caffè, sfoglio i quotidiani on line e “l’habetis papam” è la notizia del giorno anche sul mio amato New yorker quindi chiudo anche la pagina del mio amato New yorker e risposto un po’ il cursore sulla pagina bianca di WordPress, ma poi mi butto su qualche recensione letteraria scritta da un paio di “lettrici” che conosco, così tanto per farmi molto, molto male, perchè tra quelle che conosco le “lettrici” in questione … be’ diciamo che non la pensano come me e soprattutto non la scrivono come me. Diciamo.
Prima o poi finirò questo caffè, prima o poi finirò le pagine che conosco su cui cincischiare e comincerò a scrivere del mio rapporto con l’università. Prima o poi devo farlo. E prima o poi è oggi.

Ancora no. Tra un po’…

Diamoci un taglio.
Ho quasi trent’anni, non serve Sherlock ( parlo di Sherlock il mio amato, quello del telefilm, non tanto quello dei romanzi di Doyle) per capire che sono molto in ritardo con l’università e che quindi qualche problema di fondo c’è. Perchè anche se avessi un QI inferiore alla media, una cavolo di triennale l’avrei arraffata per quanto difficile e scadente sia la mia, ma diciamocelo, si laureano cani e porci (intellettivamente parlando), anzi sembra che questi riescano a salire la china universitaria più facilmente che altri.
Quindi il problema c’è e persiste nella mia vita a prescindere dall’università che ne è stata investita e forse l’ha reso particolarmente manifesto.
Inutile, nessuno lo capisce. Gli altri non capiscono e sottolineo “gli altri” con l’intento sfacciato di conferir loro le sfumature tremebonde e misteriose dei “cattivi” di Lost.
Gli altri sono tutti, tutti quelli che NON hanno avuto, per un motivo o per un altro, un tremendo blocco nella propria vita e che questo abbia coinvolto l’università.
Gli altri sono le frasi fatte sciorinate a iosa sulla questione, – mamma quante ne ho sentite! – e sempre dalla stessa gente, gente che la questione non è in grado di sfaccettarla nè di discettarci sopra. Questioni come “non studia”, “perde tempo”, “si trastulla”, “e che ci vuole a finire”, “ma che ci vuole”, “ma pensa a tua madre”, “ma non ti vergogni”.
Chiunque affronti la cosa da questi punti di vista beceri e populisti, non ha capito niente.
Certo che mi vergogno, mi dilanio continuamente per non essere riuscita a sedermi agli esami nonostante avessi studiato, per essermi chiusa un anno in casa a ingrassare come una scrofa nel vero senso della parola perchè mi rigiravo tra i miei peccati e le mie mancanze, per non riuscire ad affrontare la cosa, per essere sottoposta continuamente a una sfilza di proioettili di pareri sull’università che mi hanno pian piano dissanguata e uccisa, per essere arrivata al punto di non riuscire ad accedere alla segreteria studenti e scaricare la domanda di fine corso perchè non riesco a respirare se lo faccio.
Che diavolo vi credete, imbecilli, che non sia stanca e che non sia un chiodo fisso per me? Che non mi faccia sentire una merda anche se “lo diaciamo per il tuo bene”?
Che non ci sia un blocco se sono dieci anni che sto qua?

Quando mi iscrissi dovevo andare a Roma, ma mio zio mi disse “E che fai? lasci tua madre da sola?” e allora rimasi qua, e lo sapevo che era un errore, ma ero buona, ero tenera, volevo FARE LA COSA GIUSTA. Peccato che non era la cosa giusta PER ME, ma non è mai importato a nessuno quale fosse la cosa giusta per me.
Io ci sto provando a spiegare perchè sono bloccata con l’università, perchè ho attacchi di panico ogni volta che apro un libro, perchè non ho smesso o cambiato facoltà, ma non ci riesco. Non riesco a spiegare perchè l’ultimo esame l’ho dato dopo 6 volte che ci andavo senza riuscire a farlo, nè perchè mi fa stare tanto male quel sistema. Non riesco. O meglio lo so perchè, ma descriverlo è impossibile.

Io ho perso mio papà quando avevo 9 anni. Questa non è la giustificazione a tutti i miei guai e le mie manchevolezze, ma ho studiato abbastanza psicologia per sapere che se eventi drammatici colpiscono i bambini in certi momenti delicati dello sviluppo – che non a caso si chiamano “fasi critiche” – e le situazioni di stallo non vengono espletate e riprese dagli adulti, permettendo così al bambino di risolverle, queste diventano cancerose per lo sviluppo naturale, affettivo e sociale, favorendo l’insorgere di disturbi della personalità, dell’alimentazione, insicurezza e senso di inadeguatezza ecc ecc…
Sono stata da una psicologa e non ho risolto molto, ma mi ha chiarito alcuni stalli della mia vita, che comunque non sono il tema di questo post quindi la smetto.

Martedì sono dovuta salire in biblioteca per rinnovare il prestito dei libri che mi servirebbero per la tesi (ferma da mesi).
In ogni punto, a ogni passo, in ogni momento o settore del campus, faticavo a reggermi in piedi e l’unico chiodo fisso era correre, scappare, cercare un posto dove respirare.
Mi sono trovata impantanata di nuovo in tutte quelle situazioni che ho vissuto un sacco di volte quando frequentavo le lezioni, l’isolamente, vedere gli altri sereni e perfettamente consci di quello che stanno facendo, di quanto siano GIUSTI e io SBAGLIATA in confronto per non essere così liscia come l’acqua di un torrente che segue il percorso stabilito. Se guardo a quel periodo, mi rivedo davanti al mio scaffale di narrativa preferito in biblioteca, uno dei pochi posti in cui scordavo tutto e respiravo.
Ecco perchè mi sono fiondata lì, martedì, sotto una gelida pioggia-neve, rischiando di rompermi il collo correndo pergli scalini gelati, ho superato tre biblioteche per raggiungere quella più in alto, dove c’è il mio scaffale., ho buttato l’ombrello in un angolo, ho chouso la borsa nell’armadietto e ho percorso con una fretta angosciosa scaffali e banconi, stidenti e labirinti di libri, per arrivare a quell’angolo isolato nella biblioteca di economia (eh sì, il mio scaffale preferito non è nella Biblioteca umnaistica, piena di narratva, pensa un po’) che ospita la Narrativa contemporanea.
E sì, una volta lì, ho respirato di nuovo.

 

“Ti devi solo vergognare” ma però

Immagine

Ma però sono riuscita ad alzarmi alle 6.00, con tutto l’esoso peso della mia vergogna, la mattonella di cemento che persiste per cielo di cui sopra avete uno stralcio, e andare a correre dopo la disastrosa giornata di ieri. In cui non solo non ho corso, ma sono andata a dilaiarmi all’università, per poi tornare a casa ed essere ancora un tantino rosicchiata e scorticata dalla mia cara progenitrice. Eh sì sì, le conosco già tutte quelle frasette che inneggiano all’amore nei confornti della madre semper et in omne tempus, ma questa è una cronaca e tale è, posso farci ben poco e lo farei se potessi, credetemi.
La corsa non solo prosegue ma oggi sono anche riuscita a incrementare un tantino la durata che da 12 minuti di corsa è slittata a 17 minuti (no dico, diciassette minuti!), sempre intervallati dai due minuti di camminata, però.
Ma c’è di più: sono riuscita a raggiungere la seconda fase del percorso che sto seguendo che prevede due minuti di corsa e due minuti di camminata per sei volte e oggi l’ho fatto per la prima volta e ci sono riuscita! E poi per recuperare la mancata corsa di ieri, sostituita fa flagellamento mono e plurimo, ho corso qualche minuto in più (sempre intervallati) e sono arrivata a 17 minuti!
Ok, qualcuno dirà: capirai! E mi trova d’accordo sul “capirai”, in realtà non è niente di che davvero. Ma considerato che all’inizio della settimana scorsa non potevo correre un minuto senza sputare un polmone e farmi venire una sincope al cuore, per me è davvero tanto e mi fa ben sperare per il futuro, magari riuscirò a correre di più e a dimagrire.
Sì perchè, presa dall’entusiasmo mi sono pesata, rompendo la promessa di farlo solo la domenica e non solo il peso non scende, ma pare addirittura salito. Posso solo sperare che non sia una buona idea pesarsi subito dopo la corsa, forse i muscoli sono in pompa e quindi più grossi o forse mi sono riempita di acqua per reintegrare i liquidi persi, o che diamine ne so, ma spero sia così sennò tutto questo entusiasmo andràa  catafottersi ben presto.

Quindi no, non è che io smetta di vergognarmi, non sia mai, ma il fatto che stia agendo, anche se non un campo apparentemente non collegato all’univerasità che è quello dell’attività fisica e del desiderio di dimagrire, è tantissimo per me. Fiono a qualche mese fa la mia reazione sarebbe stata di pianti inconsolabili, di ansia e oppressione ancor più dilanianti dei precedenti attacchi, di fughe al supermercato e al McDonalds per riempire la borsa di schifezze, di porte sprangate e luci soffuse nella stanza, di film e telefilm scaricati e di me che mi abbuffo fino a vomitare. Andare a correre, per quanto non si sa ancora se serva o meno, è una reazione decisamente meno deleteria, tutt’altro direi.
Forse Paolo fox non si è bevuto del tutto il cervello visto che mi ha messo al primo posto questa settimana e fino a oggi è stata invece un tormento. Magari ci riprendiamo, siamo solo a mercoledì dopotutto,magari combinerò qualcosa. Per ora tutto quello che desidero fare è aspettare che l’umore del mio mare scemi da “incazzato nero” a “leggermente incaponito” e possa così spaparanzarmi sulla spiaggia con una caterva di libri da leggere, la mia moleskine metti che mi viene voglia di scrivere e un bidonata di caffè e cappuccini nelle confezioni americane. Tutto molto poco produttivo, ma almeno reingrano con la lettura.

Ora volevo soffermarmi ancora un po’ per parlare della mia situazione universitaria, ma un’ambulanza si è appena fermata davanti al mio palazzo, quindi corro a vedere che succede e incrocio le dita che non succeda niente.

“Ti devi solo vergognare”

“Ti devi solo vergognare. Hai trent’anni e non ti laurei, vergognati!”

Mi ha urlato mia madre quando sono ritornata dall’università, oggi.
La pessima giornata, la pioggia, il freddo, la fame e questo.
Non credo di aver molta voglia di dire altro, di risponderle qualcosa o semplicemente di andare avanti.
Vado a vergognarmi e basta.

Enter your email address to follow this blog and receive notifications of new posts by email.

Segui assieme ad altri 107 follower

Lupetta above all

...i miei pensieri...

Biobioncino's Blog

Andare avanti nella propria quieta disperazione

Musa Di Vetro

Quel luogo è sempre da un'altra parte

Bisogna prendere le distanze...

4 dentisti su 5 raccomandano questo sito WordPress.com

Francesco Nigri

Passionate Life and Love

i discutibili

perpetual beta

VAstreetFrames

Street photography and portraits

Gianvito Scaringi

Idee, opinioni, reblog e pensieri spontanei

silvianerixausa.wordpress.com/

Silvia Neri Contemporary Art's Blog

Cosa vuoi fare da grande?

Il futurometro non nuoce alla salute dei vostri bambini

Personaggio in cerca d'Autore

Un semplice spazio creativo.

LES HAUTS DE HURLE VALENCE

IL N'Y A PAS PLUS SOURD QUE CELUI QUI NE VEUT PAS ENTENDRE

Kolima - Laboratorio di tatuaggio siberiano

Un corpo tatuato è un libro misterioso che pochi sanno leggere

Menomalechenonsonounamucca

Trent'anni e una vita che non vedo. Allora la metto a nudo, completamente, me stessa e la mia vita, in ogni suo piccolo, vergognoso, imperativo dettaglio, come se avessi una web cam sempre accesa puntata addosso. Svendermi per punirmi e per rivelarmi completamente al mondo, svelare le mie inadempienze come la laurea che non riesco a prendere e i kili da perdere, nella speranza che sia il mondo a vedere quel che io non vedo in me. Un esperimento che sarà accompagnato da foto e cronache dettagliate e che durerà un anno, il 2013 dei miei 30'anni. Se il mondo non vedrà niente neanche così, chiuderò tutto....

ial.

Just another WordPress.com site

The Well-Travelled Postcard

A travel blog for anyone with a passion for travelling, living, studying or working abroad.

viaggioperviandantipazienti

My life in books. The books of my life