Travel diary seconda parte: il pathos si chiama “Trenitalia”

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La parte bella del viaggio è stata quando la mia mano ha tirato fuori la Moleskine dallo zaino color sabbia-del-Kentucky e ha iniziato a riempire pagine e pagine di segni più meno intellegibili, assorbendo tutto quello che succedeva intorno e convertendolo in una stringa di atti e fatti dal remoto sentore di storia.
Sì, dai, è stato un bel momento quello, non bello come incontrare uno sconosciuto e scappare con lui in Birmania, ma ha il suo valore. La Birmania non è, chiaramente, una scelta casuale, ha un suo perchè legata alla vita e alle opere tutte dello sconociuto, ma non è questa la nostra storia. La nostra storia è incentrata su questo momento di ispirata e irrazionale scrittura e direi di salvarlo questo momento, perchè tutto il resto del viaggio è stata un’emerita cagata o giù di lì.

Per fede cronicistica dico che sono partita da casa alle ore 10.00 in auto con mio fratello, e dalla stazione di Cattrbnsalkfndù alle ore 10.45, da dove sarei giunta alla stazione di Lahjfdfhwosmezia, per poi prendere il treno per Roma Termini. Eh sì, questo è il Burundi. Un treno diretto per Roma da Cattrbnsalkfndù è un concetto troppo audace per il Burundi. Quindi ho dovuto trascinare tutte le mie tipologie di bagagliame (vedi https://webcamaccesa.wordpress.com/2013/06/03/travel-diary-prima-parte-valigia-con-stile-per-bagagli-emotivi/) per tre stazioni prima di arrivare a destinazione, giàcche poi da Roma ho preso il regionale per Ciampino.
Vale la pena raccontare questa parte di viaggio solo perchè mi consente di delineare il profilo di una personalità-tipo burundiana, che sì che ce lo siamo lasciato alle spalle per un po’ ‘sto Burundi, ma quando ce l’hai nel sangue non lo abbandoni mai del tutto: il Burundi è per sempre.
Questo ragazzo di 25 anni comincia a parlarmi insistentemente, impedendomi di ignorare lui e il mondo intorno a lui leggendo, dunque mi rassegno, poso il libro e visto che devo, provo a capire con chi sto parlando. Questo “esemplare” mi narra della sua vita, di sua figlia di tre anni, della compagna con cui non vive più e a cui non vuole dare la bambina neanche quando lui è fuori città (lavora come muratore in giro per il mondo), e che se lei prova a prenderla “si ritrova al cimitero“. Codesta donna ha 17 anni, ha avuto la bambina a 14 e ha perso un bambino a 13 e loro si si sono messi insieme quando lei aveva 11 anni e lui 18. Gli ho chiesto, legittimamente credo, se era al corrente dei complicati concetti di “protezione nei rapporti sessuali” e “metodi di contraccezione” e lui ha risposto: “La prima cosa che ho fatto, però, è andare a parlare con i genitori di lei quando ci siamo messi insieme, che non voglio certo che la gente sparli, soprattutto per lei che è una ragazza, e poi pensano che è una poco di buono e io uno che io non sono un signore”. Volevo chiedergli perchè non l’hanno arrestato, pur da signore quale è, per aver fornicato con una tredicenne, ma poi mi sono resa conto che non era affar mio e sono tornata al mio libro. Il tipo mi ha chiesto il contatto facebook che ho inventato di sana pianta e mi voleva offrire il caffè, ma io non bevo caffè espresso e lui sembrava andare in confusione quando nominavo il “caffè americano” e quindi l’ho scampata. Salvo che poi il treno ha fatto 30 minuti di ritardo e me lo sono dovuto sorbire che mi girava intorno (lui e la pioggia) per tutta la degenza nella stazione. Almeno mi ha portato la valigia su per le scale…

La seconda parte del viaggio è stata pure peggio.
Il cammeo d’uomo ha preso un’altra coincidenza grazie al cielo, per l’inferno immagino, ma il mio treno, oltre a essere in ritardo, era un intercity di quelli con le cabine che io odio alla follia e pieno come un pollaio. In più non ho messo la borsa col pc tra i bagagli che avevo paura si rompesse il computer o me lo fregassero e mi sono tenuta la borsa sul sedile, e tra lei e il mio culone stavo schiacciata come una balena nel pollaio di cui sopra.
Ho impiegato mezz’ora a trovare una sistemazione il più comoda possibile, ad alzarmi e risedermi, a spostare la borsa da destra e sinistra, e mettere la borsa sopra e lo Jansport sotto, salvo poi cambiare, e riprendere lo zaino dove c’erano la sciarpa e il chiodo, perchè oltre al diluvio da tregenda fuori, dentro l’aria condizionata era a palla e il congegno che la regolava rotto, quindi ci siamo congelati gli zibidei per tutto il viaggio.
Finalmente trovo pace, il tempo di farmi la bocca con la prima pagina del nuovo libro che l’altro l’avevo finito e arriva il controllore a chiedermi di spostarmi, perchè il numero del mio posto non era quello. Ma il mio numero era già occupato da una signora corpulenta quando sono entrata e siccome uno vale l’altro, non l’ho fatta scomodare, invece il rompicoglioni fa scomodare me, “Ci sono due ragazze straniere che stanno creando problemi e non voglio che me ne creino ancora” mi dice, come se questo dovrebbe chiudere la questione.
Sacramento contro le straniere, mi alzo, prendo armi e bagagli e ricomincio tutta la trafila d’accapo, questa volta vicino al finestrino quindi con meno spazio per culo e borsa, ma in compenso con molta più aria condizionata che mi si riversa dritta dritta sullle cosce, ho dovuto prendere una felpa dalla valigia e mettere il chiodo sulle gambe per trovare un po’ di tepore che stavo sbattendo i denti, ma letteralmente proprio!
Dopo circa 5 secondi mi è venuta la pipì. Mi rialzo, di nuovo, “Scusi” “Permesso” “Sorry” “E togli quel pc dalle palle”, e mi tocca percorrere la bellezza di 6 vagoni gelati e stipati di gente e bagagli e scatole e cani (ma che ha in testa la gente che si porta i cani in treno?), prima di trovare un bagno funzionante.

Sì, lo so che il pathos è alle stelle a questo punto del fantasmagorico viaggio su Trenitalia, ma sono in ritardo e mi devo ancora vestire, quindi ciao. Non so se riuscirete a sopravvivere alla curiosità di sapere l’esito del grande viaggio o se Trenitalia verrà trucidata con molto molto dolore, prima della fine di questo.
Non credo.

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Una ciliegia prima di iniziare a scrivere

Roma.
Anzi Ciampino.
La casa è vuota e la sala rustica dove scrivo è nel seminterrato, dove il freddo dell’inverno non si è dileguato e si somma a quello anomalo di questa primavera.
Zii e cugini sono ancora a scuola o a lavoro, e io mi godo questa settimana d’attesa prima dell’inizio dello stage, rimandato a lunedì prossimo. Alla fine mi hanno fatto scapicollare fin qui solo per portare un certificato – non hanno idea di cosa sia un fax, pare, laddove lavorerò. Hanno invece idea di come si sfrutta qualcuno – questo non pare, è certo -, visto che per un pugno di euro mi toccherà lavorare 8 ore al giorno, 6 giorni a settimana.
Tutto questo non riesce a svalutare però l’entusiasmo che ho al momento, correlato alla strizza e ai dubbi sulla mia capacità o meno di far le cose che dovrò fare, ma comunque resto entusiasta per avere avuto l’opportunità di cominciare a fare qualcosa che in un modo o nell’altro avrà un valore.
L’entusiasmo è smorzato solo da momenti di pianto irrequieto e apparentemente senza senso, salvo poi trovarlo il senso nella mia Odissea con Odisseo: non so perchè, ci sentiamo e siamo tranquilli e sereni, anzi è lui che mi cerca sempre, ma ho come un sentore di perdita imminente, di nostalgia per qualcosa che si è perso che non riesco a scrollarmi di dosso e ogni tanto piango così, di punto in bianco. Forse il mio corpo sta cominciando a spurgare un po’ di lacrime piuttosto che lasciarle tutte per quando sarà, un nuovo metodo di autodifesa, centellinare il dolore piuttosto che dover affrontare l’onda d’urto quando arriverà per travolgermi.

Tutto quello che voglio fare in questa settimana cuscinetto è scrivere, scrivere, scrivere, scrivere, scrivere, scrivere, scrivere, e scrivere. Poi, finire di scrivere e scrivere ancora.
Quindi ora mi metto qui, con la mia tazza di caffè americano, inframezzato dalle ciligie grasse rosse&succose del Burundi (gli si può dire tutto al Burundi, ma non che la roba da mangiare non sia buonissima, mentre qui a Roma pare che tutto abbia lo stesso sapore, che sia pollo o ciliegie, non hanno gusto!), col mio nuovo latte rigorosamente senza lattosio (buonissimo e leggerissimo non gonfia per niente, ma perchè cavolo non l’ho bevuto finora?!), con un aforisma di Oscar Wilde da leggere per ogni ciliegia mangiata, e scrivo. Scrivo del mio viaggio, scrivo quello che ho iniziato a scrivere durante il viaggio, scrivo della mia vita, scrivo delle mie storie, scrivo sul blog, scrivo sul pc, scrivo sul quaderno, scrivo sull’agenda, scrivo sulla Moleskine, non ne frega un cazzo del cosa del dove del come e del quanto, di mia zia che sogghigna e non capisce perchè qualcuno debba scrivere.
Scrivo e basta.

Travel diary prima parte: valigia con stile per bagagli emotivi

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Antefatto

C’era una volta questa stupida ragazza che partì in un piovoso ventoso grigio perla mattino di primo giugno. La stupida ragazza doveva spostare la sua vita da un fetido posto chiamato “Burundi” a uno un po’ meno fetido chiamato “Roma”, allora prese la sua vita, la mise in uno zaino color sabbia-del-Kentucky e si apprestò a partire. Credeva di poterla stipare in uno zaino la sua vita, credeva, che tanto non era così voluminosa e piena da richiedere una borsa più capiente per contenerla e spostarla.
Non aveva considerato, la stupida ragazza, che la sua vita poteva anche essere leggera e disadorna, ma che il “bagaglio emotivo” che questa aveva generato, era di ben più sostanziosa portata. Trovò quindi a quest’ultimo una bella valigia lilla-pastello-chiaro-tendente-al-rosa – che anche i “bagagli emotivi” hanno diritto a un po’ di stile -, nuova di zecca e abbastanza capiente da contenere con agio anche qualche demone fellone restìo ad abbandonarla, che i demoni si sa, si affezionano alla gente cui devono deturpare l’anima.

La stupida ragazza era convinta di essere così forte da trasportare la sua sciapa vita nello zaino color sabbia-del-Kentucky, i demoni felloni e il corpulento bagaglio emotivo nella valigia lilla-pastello-chiaro-tendente-al-rosa, e il computer nella borsa porta pc rosso-aragosta. Quindi, così bardata, si mise in viaggio.
Poi il manico per trascinare sulle ruote la valigia bella, capiente e nuova di zecca si ruppe, e la stupida ragazza capì che era una stupida ragazza.
Ma siccome era una stupida ragazza, non recepì l’antifona, e in virtù della sua stupidità sobbarcò il considerevole peso della valigia su sè stessa e riprese il viaggio…

Fine antefatto

Odisseo e l’Odissea ancora all’inizio

Io di decisioni non ho intenzione di prenderne“, ecco quello che ho detto a Odisseo ieri sera, “Soprattutto su una cosa così drastica come continuare o meno a sentirci e rompere di punto in bianco una cosa che è stata così bella e così grande. Quindi se vuoi rompere questa cosa tira fuori le palle e fallo tu“.
Sarò debole, sarò insicura, starò facendo un errore madornale, ma una cosa così io non la butto nel cesso senza averlo rivisto almeno un’altra volta. Cosa è giusto fare non lo so, perchè non sono in grado di pensare lucidamente, per questo ho chiesto un pensiero, un consiglio, un punto di vista, a chi non è coinvolto anima e corpo come me, sia su questo blog che ai miei amici e il responso è stato: al 60% vince il “mollalo che è un coglione“; il resto è stato più accomodante, mi ha detto che in una situazione come la nostra non è anormale uno stato di confusione o fasi di stallo varie, che finchè lui continua a cercarmi e a volermi sentire e a rincorrermi se sente che sono triste o che me la sono presa per un suo gesto, allora è tutto ancora in ballo, che anzi avevamo corso nei mesi scorsi, che l’atteggiamento giusto è questo più cauto e di conoscenza, a meno che non siamo tipi che crediamo nel colpo di fulmine, ma il colpo di fulmine è solo una copertura da sedicenni, l’amore nasce da testa e cuore, e testa e cuore necessitano di tempo e di cose vissute insieme.
E io mi trovo allo snodo esatto di questi due punti di vista: da un lato non posso accetare certe cose, dall’altro mi trovo d’accordo sull’andarci cauti. Ma io e Odisseo ci eravamo sistemati in una nicchia comoda e sicura che non prevedeva il resto del mondo, e ora che ci siamo incontrati dobbiamo prevederlo, e rivedere il tutto in due settimane non è facile. Siccome per me le cose non sono cambiate più di tanto, ecco che ho detto che doveva esser lui a prendere una decisione.

E lui non ha nessuna intenzione di non sentirmi, anzi temeva la mia decisione. Non era un ultimatum il suo, era una scelta nelle mie mani perchè lui al momento non si sbilancerà oltre prima di rivederci, ma questo non significa che abbia fatto passi indietro, ha paura delle ripercussioni che la cosa potrebbe avere su me e su lui stesso se non dovesse andare. Posso accettare questo stato di cose?
No, non posso perchè per me è un passo indietro questo suo atteggiamento remissivo e non ho intenzione di fare passi indietro, ma solo passi avanti, così avevamo deciso prima di salutarci ad Aprile, così continuerò a vivere la nostra storia, nè più nè meno, quindi se lui si sta tirando indietro, me lo dica che io mollo tutto.
Ma quello che mi ha detto è che lui non si sta tirando indietro:
Non mi rimangio niente di quello che ti ho detto, di quello che provo per te e sono d’accordo, non voglio fare passi indietro neanche io, se continuiamo a sentirci è per vedere se il sentimento che c’è può essere applicato alla quotidianeità, ma per capirlo dobbiamo viverci e vederlo. Per questo mi sto trattenedo, perchè eravamo andati troppo oltre e prima di continuare ed essere certi, dobbiami consocerci e rallentare un po’. Io voglio conoscerti bene se devo costruire qualcosa con te, fermo restando i sentimenti. E le basi ci sono tutte, Caly, perciò ti chiedo di avere pazienza. Se per esempio io fossi uno stupido mondano e volessi andare qui e lì a festine e cenette snob e tu fossi un piccolo topino da biblioteca non adatta a quegli ambienti, come potremmo stare insieme? Passi un anno in cui tu cerchi di diventare mondana o io un topino, ne passino pure due stentati, al terzo ci lasceremmo o ci accomoderemmo su un placido affetto che non è cosa nè per te nè per me, non siamo da placidi affetti noi. Questo non è il nostro caso, grazie al cielo siamo simili in questo senso, ma è per dire che io devo capire queste cose e che se ho capito molto di te, non ho ancora capito tutto e per questo non posso darti tutto. Ciò non toglie che voglia darti tutto, ma non siamo ancora a quel punto, puoi accettarlo per ora? Questa era la mia richiesta, non un ultimatum”.

Posso accettarlo, ma se lui è pronto a combattere per me e per questa cosa, e posso accettarlo solo fino al prossimo incontro: se dopo quello lui continuerà ad voler tirare il freno, io mollo lui, mollo i freni, mollo i miei sentimenti al vento, che ne faccia di questi quel che piùgli aggrada:
Vuoi combattere per me Odisseo, o accetti passivamente la mia scelta anche se è negativa e ti ci adegui?
Sì che voglio combattere! Ma ti prego di non aspettarti che risponda “mi manchi” alle tue domande, perchè per me mandarti un messaggio con scritto “Il fatto che vieni a stare a Roma vuol dire tutto per me, perchè posso stare con te spesso e non sai quanto lo voglia”, vale per me più di mille “mi manchi”“.

Odissea. Mai nome fu più adeguato a definire una storia d’amore.

Calipso di nuovo nella stanza

Sono tornata nella mia stanza.
Stessa melanconica luce autunnale, stesso profumo di vaniglia e cannella, stesse pile sblilenche di libri, stessi polsini e orecchini raffazzonati ovunque alla bene e meglio, stessi poster di gruppi punk e rock appartenenti a una generazione che no, non è la mia, stesso ammasso di cartoline dal mondo sparse  per tutta la stanza, sempre presenti, per non smettere mai di sognare di essere altrove a ogni movimento della testa. In più ci sono solo il mio Jansport e qualche valigia in attesa di essere riempita.
E stavolta andrò altrove. Non così lontano come nelle mie cartoline, ma abbastanza lontano da lasciarmi il Burundi abbondantemente alle spalle.
Non ho mai vissuto così lontano da casa, anche all’Università, era un Burundi più cittadino, ma sempre di Burundi si trattava. E non è che sto andando nel Klondike per vendere la mia miniera d’oro, sto andando a stare da mio zio per fare uno stupido stage. Un piccolo passo per l’uomo, un grande passo per me.

Un passaggio lampo dalla stanza, quindi, neanche il tempo di levarmi lo zaino dalle spalle che dovrò riempirlo di nuovo e riprendere l’ennesimo treno di questo mese, sono come Jack Keruac e Bruce Chatwin, sempre in viaggio con la Moleskine in saccoccia. Non fosse che neanche nella più tormentata delle loro pagine, probabilmente possono aver immaginato cosa sia viaggiare con Trenitalia da Roma in giù.
Dico solo questo: sono uscita da casa di zio alle 9.00, sono arrivata a casa alle 20.00. Se fossi andata in America forse ci avrei messo di meno.
E ora mi butto a letto che non ho neanche la forza per pigiare i tasti.

La storia di come accettai lo stage e iniziai ad arrabattarmi per 500 euro al mese

Lo slogan della nostra era potrebbe essere “E’ giusto arrabattarsi per 500 euro al mese”. Perchè è questo che ti viene chiesto, e mosca!

Ho accettato lo stage, che altro potevo fare? Niente. Il punto è proprio questo, non si ha scelta, devi sconvolgere la tua esistenza anche se per soli 500 euro al mese se vuoi uno straccio di lavoro. Che se ne vanno solo per pagare l’affitto. Quindi, a meno che tu non sia un trent’enne privilegiato, o che non deve pagare l’affitto (che ci sono altre spese, ma quello ti ammazza), che lavora dove vive o a cui mamy e papy hanno potuto permettersi di comprar casa, allora sei bello che fottuto. Ma nonostante tu sia bello che fottuto, devi accettarlo lo stesso lo stage da 500 euro.

Ero già andata ieri a cercare il percorso e il Laboratorio d’analisi dove tenere il colloquio, quindi sono arrivata senza difficoltà e ovviamente ci sono arrivata con due ore d’anticipo.
E’ che io arrivo sempre in anticipo, odio arrivare in ritardo e praparo sempre ogni mia mossa con cura maniacale affinchè non accada. Riflettendoci… potrebbe essere che arrivare in ritardo mi farebbe sentire in difetto ulteriormente, più di quanto non tenda a sentermi sempre e comunque? E quindi, in vista di questa tragica, tragica eventualità, che solo a rappresentarla è tragica, mi impegno in ogni modo possibile affinchè non si realizzi ancor più tragicamente nella realtà? Potrebbe essere una spiegazione, potrebbe…  Andavo sempre con due ore in anticipo all’università quando seguivo i corsi, infatti leggevo un sacco nell’attesa e una volta, alle elementari, dissi a mia madre che la maestra voleva che fossimo a scuola alle sette e mezza. Quindi potrebbe, sì.

Ho girato come una matta per colmare le due ore e per scaricare la tensione, ho comprato un muffin alle noci e banana che non sono riuscita a mangiare, ho scaricato la batteria del cellulare a furia di rileggermi i messaggi che Odisseo mi ha scritto per tutto il tempo nonostante fosse a lavoro, perchè sapeva che sarei stata nervosa (consentitemi un “<3” per Ody, nonostante tutto), quindi sono andata alla ricerca di qualcuno a cui chiedere l’ora, e cerca cerca a chi lo vado a chiedere se non a un ragazzo in tenuta mimetica, impalato davanti a un palazzone, salvo poi sorgermi il dubbio che non potesse parlare, che mi potesse scambiare per una kamikaze ben vestita e che mi avrebbe arrestata e segregata dentro quel cavolo di palazzone e che alla fine sarei arrivata tardi all’appuntamente nonostante tutti i miei sforzi. Quindi, alla richiesta dell’ora ho immediatamente aggiunto “… a meno che tu non possa parlare e non sia muto come le Guardie svizzere, in tal caso non ti preoccupare eh!”, e questo si messo a ridere e mi ha detto che no, non è muto lui e poi chiama il collega, mimetico anch’egli, e gli ripete la mia battuta, allora quello si mette a ridere pure e no, ripeto qualora vi servisse un giorno sapere questa cosa, decisamente non sono muti quelli IN TENUTA MIMETICA DAVANTI L’AMBASCIATA TEDESCA, visto che mi si sganasciavano davanti e raccontavano il fattarello ai vari mimetici che passavano di lì, ma nessuno di loro mi ha detto l’ora.

La via dove si trova questo Laboratorio, è una via shiccosissima, piena palazzi antichi, uffici nei castelli (mah), chiese che fungono da  “Casa per ferie per studenti” (mah), giardini grandi come parchi, scuole private, ambulatori privati, perfino il veterinaio è privato, lì. Tutto estremamente sofisticato. Tutto molto lontano da me. Anche il Laboratorio d’analisi dove lavorerò, anch’esso sofisticato, anch’esso privato, anch’esso lontano da me, almeno così credevo prima di vedere i distributori automatici con i waffles alla crema al latte (!!!), e gli Snickers, i Mars e i Kinder bueno a 50 centesimi (!!!), ecco quindi che non è poi così lontano da me.

La dottoressa sembra tranquilla, non fosse per quell’orrida stretta di mano, moscia e umidiccia che è quasi sempre sinonimo di persona non molto pura, retta e sincera. E poi mi illustra il mio lavoro: otto ore al giorno, 500 euro, per sei mesi, senza certezza di riconferma che si stanno allargando perciò serve loro una che si occupi di segreteria, sportello e di stesura delle analisi istologiche (???), ma devono vedere come va l’esperimento “allargamento” prima di decidere se ci sarà un dopo. E poi prenderanno in considerazione altre candidate, quindi è come dire “accontentati di questi sei mesi e poi vattene affanculo“.
E io mi accontanto, dottorè!  Anche perchè comincerò da giugno e così posso tornare a casa queste settimane e cercare di risolvere i miei casini universitari. Cercare. Di risolvere. Non so se sono risolvibili.
Per forza di cose, i primi mesi mi appoggerò dai miei zii a Ciampino: sarà un sacrificio e un’ammazzata, ma almeno avrò modo di mettere da parte qualcosa e poi vedere se trovo una stanza a poco prezzo che magari a Roma se ne trovano di più nel periodo di luglio, quando gli studenti lasciano/cambiano. Anche perchè per ora, considerate le otto ore quotidiane di lavoro e che sono intercambiabili, cioè possono essere dalla mattina o nel pomeriggio o a metà giornata, come farei a cercare un altro impiego part time come avevo intenzione di fare per compensare il basso stipendio? Dovrebbe essere la sera dopo le 20.00? E cosa? Pulitore di forni per pizze?

100esimo post, 100 cose da fare, 100 incubi che tornano

Questo è il Centesimo post che scrivo su questo blog e tantiauguriamme, giusto per non perdere il vizio dei festeggiamenti inutili a una settimana esatta dal mio compleanno.
In realtà, avendo aperto il blog il 15 Gennaio e scrivendo quasi tutti i giorni (e un paio di volte pubblicando due post al giorno) è anche abbastanza naturale che sia arrivata a 100 così velocemente. Mi sembrava comunque il caso di celebrarlo in un qualche modo, soprattutto alla luce di quanto successo ieri.
Ieri il mio cpc si è improvvisamente spento per non riaccendersi più e a me è venuta una sincope e un colpo apoplettico insieme, cosa che mi ha illuminata su quanto sia legata al computer, su quanto la mia triste vita ci ruoti attorno (per scrivere il post di ieri ho usato lo sgangherato pc di mio fratello, e sai che spasso scrivere con la metà dei tasti che non funzionano!).
E la prima cosa che ho pensato, è che senza pc, non avrei potuto scrivere su questo blog per un bel po’ di tempo, con molto cordoglio e panico disperato a seguire. Sarà che oramai è un meccanismo naturale quello di scrivere qui, come fosse un diario che pretende la sua dose giornaliera di cagate, sarà che forse, e ripeto, forse, in piccolissima microscopica parte, il fatto di usare la scrittura come catarsi, di raccontarmi, di scrivere un sacco di cazzate qua sopra, mi ha aiutata a ricrearmi e riprendermi un po’, sarà quel che è, ma è questa la prima cosa che ho pensato.
Una persona normale, giusta e retta avrebbe dovuto pensare che senza pc, la tesi (già ferma) sarebbe destinata a star ferma ancora a lungo, con tutte le sciagure che ne conseguono, ma è stata solo la seconda cosa che ho pensato, non la prima, che devo dirvi?
Stamattina poi si è riacceso, ma è una cosa momentanea dovrò comunque portarlo assolutamente a riparare prima che diventi un problema irrosolvibile, giacchè diventa bollente immediatamente,  la ventola fa dei rumori atroci e si spegne di tanto in tanto.

100 è un numero considerevole, 100 giorni possono cambiare la vita di qualcuno. Non è stato il mio caso, ma è realistico che accada. E’ un grande numero, tondo e importante che diventa spaventoso se associato alle cose che devi fare. E anche questo è il mio caso.
La mia priorità – a prescindere da Odisseo e dalla possibilità o meno che il Destino decida di darmi di vivere una storia d’amore con i controcavoli – è quella di andarmene via da qui, di fuggire da questa casa e da questo paese. Non so dove andrò o cosa farò, ma certo è che devo scappare. E per farlo devo riuscire:
a) a vincere i miei 100 blocchi mentali;
b) a concludere finalmente, le 100 cose da fare per poter scappare via.
Il 100 che torna, ancora e ancora.
Sono una fatalista, in un altro caso avrei detto di essere io causa della costruzione di questa ragnatela di simboli e connessioni che vedo ovunque e di tutte le begole mentali conseguenti, ma stavolta no: ho davvero 100 problemi da risolvere e 100 cose da fare da sola (tesi, sbloccare la mia incapacità di avvicinarmi all’Università, pagare la tassa, capire come destreggiarmi e risolvere certi guai che mi creo per complicarmi ulterioremente la vita, cercare un lavoro estivo nonostante i miei problemi col paese, riprendere la dieta, ricominciare a correre, ecc.. ecc…). Il “da sola” mi preoccupa tantissimo. Non riesco a respirare da sola, se ci fosse qualcuno qui vicino a me a prendermi per mano potrei farcela, ma da sola, non credo…

100 sono anche le cose che ho mangiato questa settimana e che non avrei dovuto mangiare, che mi fanno sentire gonfia come 100 mongolfiere e 100 sono le volte il cui negli ultimi giorni, ho sentito il rancido bisogno di abbuffarmi e vomitare.
Non l’ho fatto.
Stavo per farlo, ma non l’ho fatto. Ho mangiato malamente, ma non credo di essere ricaduta in qualche pericoloso meccanismo passato. Sono successe un sacco di cose questi giorni e ho perso la speranza di farcela, d’improvviso, e non ho retto.
Sono tornati, attesissimi, anche i 100 demoni che mi assillano da una vita e si sono portati via il sonno, lasciandomi un pugno di minuti di riposo a notte, dilaniato dagli incubi peggiori, i soliti che tornano in circolo.

Per questo celebro i 100 post: è un 100 che non spaventa questo, merita di essere salutato a dovere.
E ora immagino dovrei andare e iniziare a fare qualcuna di quelle 100 cose, completate le quali potrò andar via da qui.
Tipo respirare…

Cambiamenti fantasma

Perchè, di cambiamenti sostanziali, la mia vita non ne ha subiti.
Sì, ho ancora nel sangue l’adrenalina per quel rush di vita che ho accumulato forsennatamente e che mi ha lasciato senza fiato e con le idee e i sentimenti in subbuglio. Non parlo solo di quei cinque giorni con Odisseo, ma anche di tutto il mese precedente, di tutti i pensieri, i battiti e la fatica accumulati. Una botta di sensazioni, emozioni, speranze, baci e vita cui la mia esistenza apatica non è abituata.
Ma in definitiva sono ancora qui, come prima, sempre tra le quattro ombrose mura della mia stanza, la mattina, sveglia già alle cinque, col cappuccino fumoso e schiumante sotto le nari, a scrivere su questo blog e a cercare un modo per incastrare i pezzi che mi si sono rotti e ripartire.
La vita vuole altra vita, una volta che ci si abitua al suo sapore è difficile rinunciarci e tornarsene in gabbia in questa casa, in questo paese bigotto e statico. Ma non ce n’è di nuova vita. L’energia accumulata è bastevole solo per lo sprint iniziale, non per consentirmi di superare gli ostacoli che hanno sempre contribuito a fermarla la mia vita in questi (troppi) anni.

Per esempio ieri sera, parlando con una mia amica ed ex coinquilina dei tempi dell’università vissuta, avevamo deciso di passare il fine settimana insieme a casa sua, nella cittadina universitaria dove sono stata fino a due anni fa e che mi manca da matti. Era tanto che lo progettavamo, ma abbiamo sempre rimandato e siccome smaniamo dalla voglia di passare un po’ di tempo insieme (con lei e altre due persone che non vedo da un po’), ero decisa a mettere due cose nello Jansport e andarci a occhi chiusi, senza stare a pensarci troppo. Ma alla fine, ecco: la mia solita esistenza riprendere il sopravvento, con i problemi logistici di sorta – avremmo avuto solo una notte la casa libera perchè poi sarebbe tornata la sua coinquilina e quindi sarei dovuta rientrare di domenica, ma non ci sono autobus e avrei dovuto cambiare quattro stazioni (deserte) e quattro treni per coprire il viaggio di un’ora e mezza in auto, e davvero non me la sento a tre giorni dal rientro da Napoli – e non se n’è fatto niente. In teoria abbiamo rimandato il tutto al ponte del 25 aprile che è più elastico, ma non ci spero troppo.
Non ho nessuna intenzione di stare in casa il sabato sera, comunque. Da qualche parte quest’energia la devo investire, quindi stasera uscirò con M & M, le due amiche con cui ho trascorso insieme la pasquetta (parlo di loro qui: https://webcamaccesa.wordpress.com/2013/04/02/3-giorni-a-odisseo-pasquetta-lunico-ostacolo/; e qui:https://webcamaccesa.wordpress.com/2013/02/17/in-piedi-come-cretini-a-dimenarsi-come-cazzoni/), per intenderci. Stanno anche morendo dalla curiosità, perchè non ho avuto ancora modo di dir loro molto sull’incontrop con Odisseo e devo dargli anche dei regalini che ho preso a Napoli per loro, ma ci sarei uscita lo stesso, anche se alla fine dovrò adeguarmi ai locali (e alle persone) scemi che spesso frequentano. Non posso stare in casa, non in questi giorni, non questo mese.

Non è cambiato niente, dicevo. E che ti aspettavi? potreste giustamente rimbrottare.
Eh… credo proprio che stavolta, mi aspettassi qualcosa. Non un cambiamente radicato  nella mia vita, non sono così scema, ma nella mia voglia di vivere, nella forza necessaria che serve a riprendere a vivere, quello sì, me lo aspettavo.
Invece sto ancora qui a boccheggiare e bloccarmi, a far fatica ad aprire la pagina dell’università per pagare quella stupida tassa di fine corso e contattare la professoressa della tesi. Ma anche a riprendere a correre, a rimettermi seriamente a dieta, a organizzare qualcosa di sciocco per il mio compleanno, a stabilire un percorso da seguire, a riprendere a scrivere seriamente quella storia che ormai ho talmente tanto in testa da sentirla pulsare con più vita di quanta non ne abbia io stessa, a sognarmela ogni notte, ma non mi ci metto a scriverla!

Mi sento diversa, ok? Sono diversa, c’è qualcosa che è cambiato, ma non riesco a individuarlo e non so come sfruttarlo. Ho bisogno di questa energia, ne ho bisogno per neutralizzare i demoni e temo di vanificarla inutilmente così, di disperderla al vento.
Perchè sto ancora in incubazione pensando a Odisseo?
Ho pensato di tutto, ho riflettuto su tutti i pareri e consigli che mi sono stati dati, vagliandoli uno a uno, sempre conscia che la soluzione sta da qualche parte e spetta solo a me trovarla. Ho pensato anche che possa essere confusa perchè in realtà io voglio che le cose vadano bene con Odisseo, perchè sono anche io come la maggior parte della gente, che fa occhi da mercante e pensa solo a sistemarsi con qualcuno e a dar sfogo ai legittimi e bestiali desideri di riproduzione, scambiando il tutto per amore perchè lo vuole, o come quella ragazza con cui ho parlato a Pasqua, rimasta incinta all’età di 22 anni che si è autoconvinta che la sua è una grande storia d’amore, nonostante sappia che il tipo le mette spudoratamente le corna e che stiano insieme solo per la questione “bambino”. Piccola parentesi: in questi mesi mi sono davvero resa conto di quanto la mente sia l’arma più grande e potente che l’uomo ha, e parlo di “arma” intesa sia in modalità di difesa/attacco sia in quella di autoflagellamento: possiamo salvarci o illuderci o ammazzarci, grazie al solo rumorìo della nostra mente. Parentesi chiusa.
Dicevo, ho vagliato tutte le ipotesi con Odisseo e lo so che molta gente pensa che questa mia confusione sia uno specchietto per le allodole perchè non voglio accettare che non mi piaccia, ma io non credo sia così. Credo ci sia qualcosa che non mi convince in noi, ma non che non mi piaccia.

Alla fine, questo profumo di cambiamento, potrebbe non essere altro che il solito movimento vitale che si realizza in me ogni aprile, puntuale come i famigerati treni d’epoca fascista (nah, non quelli d’oggi). Aprile è il mio mese, non so se dipenda esclusivamente dal fatto che in aprile io ci sono nata e proprio nel cuore di Aprile, o se c’è una qualche connessione particolare per cui la primavera mi stravolge e mi rigenera. Sta di fatto che come fioriscono i ciliegi io rinasco, getto via la vecchia carcassa e mi rialzo conscia di una nuova missione da perseguire e di avere di nuovo accesso al fuoco che mi arde qui, da qualche parte, e che il resto dell’anno se ne sta in ostaggio di qualche demone fellone.
Ma questa rinascita, ogni anno, resta fine a se stessa. E’ preceduta da grande dolore e grandi fatiche, ma poi il fuoco me lo perdo di nuovo e anche la nuova pelle di fiori di ciliegio. E’ come scartabellare e scartabellare fino a sanguinare, e finalmente respirare un po’ per essere nuovamente ricoperta di cellule morte due secondi dopo.

E’ così anche questa volta?
Questi cambiamenti che soffiano ovunque sono ancora cambiamenti fantasma?
Quanto cavolo dipende da me, adesso, piuttosto che dallo stupido mondo in cui sono relegata?
E se compiuti i trent’anni non riuscissi più a rinascere come i fiori di ciliegio?

“Ti devi solo vergognare” ma però

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Ma però sono riuscita ad alzarmi alle 6.00, con tutto l’esoso peso della mia vergogna, la mattonella di cemento che persiste per cielo di cui sopra avete uno stralcio, e andare a correre dopo la disastrosa giornata di ieri. In cui non solo non ho corso, ma sono andata a dilaiarmi all’università, per poi tornare a casa ed essere ancora un tantino rosicchiata e scorticata dalla mia cara progenitrice. Eh sì sì, le conosco già tutte quelle frasette che inneggiano all’amore nei confornti della madre semper et in omne tempus, ma questa è una cronaca e tale è, posso farci ben poco e lo farei se potessi, credetemi.
La corsa non solo prosegue ma oggi sono anche riuscita a incrementare un tantino la durata che da 12 minuti di corsa è slittata a 17 minuti (no dico, diciassette minuti!), sempre intervallati dai due minuti di camminata, però.
Ma c’è di più: sono riuscita a raggiungere la seconda fase del percorso che sto seguendo che prevede due minuti di corsa e due minuti di camminata per sei volte e oggi l’ho fatto per la prima volta e ci sono riuscita! E poi per recuperare la mancata corsa di ieri, sostituita fa flagellamento mono e plurimo, ho corso qualche minuto in più (sempre intervallati) e sono arrivata a 17 minuti!
Ok, qualcuno dirà: capirai! E mi trova d’accordo sul “capirai”, in realtà non è niente di che davvero. Ma considerato che all’inizio della settimana scorsa non potevo correre un minuto senza sputare un polmone e farmi venire una sincope al cuore, per me è davvero tanto e mi fa ben sperare per il futuro, magari riuscirò a correre di più e a dimagrire.
Sì perchè, presa dall’entusiasmo mi sono pesata, rompendo la promessa di farlo solo la domenica e non solo il peso non scende, ma pare addirittura salito. Posso solo sperare che non sia una buona idea pesarsi subito dopo la corsa, forse i muscoli sono in pompa e quindi più grossi o forse mi sono riempita di acqua per reintegrare i liquidi persi, o che diamine ne so, ma spero sia così sennò tutto questo entusiasmo andràa  catafottersi ben presto.

Quindi no, non è che io smetta di vergognarmi, non sia mai, ma il fatto che stia agendo, anche se non un campo apparentemente non collegato all’univerasità che è quello dell’attività fisica e del desiderio di dimagrire, è tantissimo per me. Fiono a qualche mese fa la mia reazione sarebbe stata di pianti inconsolabili, di ansia e oppressione ancor più dilanianti dei precedenti attacchi, di fughe al supermercato e al McDonalds per riempire la borsa di schifezze, di porte sprangate e luci soffuse nella stanza, di film e telefilm scaricati e di me che mi abbuffo fino a vomitare. Andare a correre, per quanto non si sa ancora se serva o meno, è una reazione decisamente meno deleteria, tutt’altro direi.
Forse Paolo fox non si è bevuto del tutto il cervello visto che mi ha messo al primo posto questa settimana e fino a oggi è stata invece un tormento. Magari ci riprendiamo, siamo solo a mercoledì dopotutto,magari combinerò qualcosa. Per ora tutto quello che desidero fare è aspettare che l’umore del mio mare scemi da “incazzato nero” a “leggermente incaponito” e possa così spaparanzarmi sulla spiaggia con una caterva di libri da leggere, la mia moleskine metti che mi viene voglia di scrivere e un bidonata di caffè e cappuccini nelle confezioni americane. Tutto molto poco produttivo, ma almeno reingrano con la lettura.

Ora volevo soffermarmi ancora un po’ per parlare della mia situazione universitaria, ma un’ambulanza si è appena fermata davanti al mio palazzo, quindi corro a vedere che succede e incrocio le dita che non succeda niente.

Calipso gagliarda

“La mano invisibile-ma-poi-neanche-tanto del vento, aveva riservato un’accoglienza adeguata a Calipso e al suo primo giorno di presunta corsa. Come la mano della coscienza che guida e ostacola perchè è subdola come una silfide dannata, quella del vento schiaffeggiava Calipso, in quella mattina di Marzo dall’alba grigia degli inverni più islandesi. Un ciaff umido e ben piazzato, come il bacio di un onda, poi uno secco e pungente, la rabbia del mare scatenata sulla spiaggia, la solitudine inerme del lungomare quando è sferzato dalla salsedine gelosa, e il banco di nubi che turbinavano sopra di lei, che neanche avesse scatenato la furia degli dei. Ma non se n’è mica tornata a casa, Calispo. No, era gagliarda quel dì e ha portato a termine la sua prima sessione di faticosissima corsa. D’altronte l’avete vista, lì nel mare, tra la schiuma rabbioasa, il boato e le correnti? No? Be’ Calipso sì, l’ha vista, tutta quella giada, il suo stesso verde, il suo stesso torbido, che nessuna tempesta può rubare al mare o agli occhi di Odisseo.”

Il punto è che il tempo fa cagare e il mare fa paura. Che mi sono congelata i polmoni e che sarò fortunata se non mi prende una bronchite. Che ho fatto una fatica dannata e non è che abbia poi corso così tanto. Che avevo paura perchè ero sola e se fosse caduto un fulmine o spuntato L’olandese volante da quell’orizzonte da tregenda e mi avesse trascinata tra i flutti, nessuno se ne sarebbe accorto.
Il che è perfettamente la condizione che mi serve per correre.
Sono figlia di burrasche e tempeste io, anche se sono nata nel mese dei fiori di ciliegio. Sono una conflagrazione di dissonanze io, la stessa che creano le nubi nere quando si scontrano col mare gonfio.
Ho corso, ho iniziato almeno, poco, intervallando con camminate, ma ho corso e solo quando ero sulla soglia di casa è scesa la prima goccia di pioggia.
Beneficiata dalle nuvole, sospinta dal vento e salutata dal mare.
Non per niente lui è Odisseo.

Decalogo dei dubbi a un mese da Odisseo

Scrivo questo post, con l’unico dichiarato intento di spurgare qualsiasi ansia, dubbio, timore lagnanza relativi al mio incontro con Odisseo, perchè oggi manca un mese all’incontro e domani inizierò il più teso dei conti alla rovescia della mia vita, il più tachicardico dei miei mesi, e non ho intenzione di rovinarlo riempendolo di dubbi e ansie.
Queste insicurezze saranno anche normali, ma non mi abbandonano, e non posso continuare a lasciarli fare a loro comodo, ho troppo altro a cui pensare. Vorrei inciderli nella roccia e seppellirli a kilometri di profondità nel punto più lontano dell’oceano per lasciarmeli alle spalle del tutto. Ma pare sia una pratica difficile da attuare, quindi li scrivo qui e spero questo blog che tanto bene continua a farmi, si attivi in una qualche magia, malìa, incantesimo o quel che è e se li tenga per sè, estirpandomeli fin alle radici, perchè se non li elimino, non solo rischio di arrivare all’incontro nervosa e negativa e quindi aumento le possibilità che vada tutto a scatafascio, ma potrei non cogliere e godere delle sensazioni più uniche che rare che una situazione così meravigliosa può offrirmi, di lasciarmi sfuggire questo incredibile mese di attesa (incredibile vista la mia piatta vita) e non viverlo come merita.

  1. L’impatto. Dio quanto lo temo. Quanto è importante, non ci siamo mai visti dal vivo, sarà stranianete, cosa devo fare? Cosa devo dire? Devo lasciarmi guidare dall’istinto? Ma questo mi renderebbe goffa e imbranata, perchè il mio istinto è saltargli addosso e baciarlo, ma come faccio a farlo subito?
  2. I discorsi. Che argomenti dovrei trattare? Abbiamo sempre parlato di tutto, e lui certo non è un chiacchierone, io quando sono nervosa sparo mille cazzate, ma in quel momento mi bloccherò e non saprò che dire e ci saranno silenzi imbarazzanti e io odio i silenzi imbarazzanti, quindi dovrei prepararmi degli argomenti per rimediare a situazioni di stallo? Rischio di rendere tutto troppo artificioso e negletto?
  3. I silenzi. Ci sono e ci saranno e non possiamo farne a meno, ci sono anche per telefono. Saranno diversi dal vivo? Come li devo affrontare? Come li devo riempire? Uno sguardo? Un gesto?
  4. Il contatto. Posso prenderlo per mano? E se non lo fa lui? Posso accarezzarlo, posso sfiorargli la guancia con un bacio, posso stringerlo? Quando è esatto iniziare a farlo? E se gli faccio schifo e odia il contatto con me come faccio a saperlo? Devo sottoporlo a questa tortura?
  5. L’aspetto. E’ una grande incognita. Potrei fargli ribrezzo e no, non farlo lui a me perchè ho visto le sue foto e mi piace e sì, anche lui ha visto le mie ma ero più magra quindi come faccio a non pensarci e non far sì che diventi un ostacolo? Come faccio a essere a mio agio? Potrei fargli schifo e in quel caso dovrei andare via prima dello scadere dei cinque giorni?
  6. L’intimità. Staremo insieme 24 ore su 24, 5 giorni su 5. Questo vuol dire che dormiremo anche insieme, ma io ho dormito solo una mezza volta con un uomo ed è stato un mezzo disastro, come faccio a creare un ambiente placido e simbiotico senza far in modo che sia carico solo di imbarazzi per entrambi? E se lo annoio? E se non riesco a costruire il feeling che ci lega ora o che comuqnue ci ha contraddistinti fin dal principio? Non so farci in queste cose, non sono una molto socievole, se non con chi conosco bene, mi trovo sempre a disagio e se dovesse capitare anche con lui? Lui! Lui, lui, lui che adoro!
  7. Praticità. Le questioni pratiche come fare una doccia o offrire la cena, come cavolo devo fare? All’inizio sarà una tortura, insomma già non sono brava in queste cose, ma non voglio che paghi sempre lui solo che non so come affrontare la cosa senza essere pesante e sarò dannatamente in imbarazzo quando dovrò fare una doccia le prime volte almeno, è casa sua! Come faccio a rendere leggero quel momento?
  8. Bagaglio. Non so ancora come vestirmi e cosa portarmi perchè spero di dimagrire un po’ e di decidere nella settimana di pasqua, -santa santa pasqua aiutami tu!- qualcosa che non mi faccia sembrare un botolo inguardabile e intoccabile, so già che se non perdo almeno qualche chilo sarò un botolo inguardabile e per me sarà un vero disastro perchè non riuscirei a essere me stessa, oltre a fargli ribrezzo…
  9. Speciale. Voglio che sia speciale, voglio che lui abbia un bel ricordo di me e di quei 5 giorni, non voglio che sia uno schifo totale se non dovesse andar bene, cosa mi invento?
  10. Sesso. Non so se arriveremo a tanto, se ci arriveremo immagino significhi che le cose vanno bene, quindi non ci spero molto e non ci penso molto. Anche perchè non saprei che cacchio pensare o fare, ma se c’è una cosa che so è che non voglio dormire nel mio letto, ma nel letto con lui, posso farlo o rischio di essere invadente e indesiderata, e come faccio a capirlo?
  11. Stephen King. Il mio stupido e-book reader sta impazzendo e non mi visualizza tutti i libri di King che ho scaricato e questo mi fa incazzare di brutto visto che sto in fase King dopo aver letto il suo splendido saggio sulla scrittura e non aspettavo altro che finire i concorsi per iniziare a leggerlo visto che non lo conosco proprio, avevo già l’acquolina in bocca e ora? Dovrei farmi passare la voglia! Sì vabbè, non c’entra molto con Odisseo, ma visto che mi stavo lagnando, mi lagno del tutto e non ne parliamo più!

Declinare “continuare” e non “ricominciare”

Che poi “Continuare” sarebbe un verbo decisamente più bello di “Ricominciare“, è solo che io non lo so declinare.
E se non sai declinare un’azione, come fai a farla?
Te lo dico io come: NON PUOI.
So declinare “ricominciare”, quindi ricomincio come ricominciai quando avrei ricominciato se solo avessi potuto ricominciare ed è perciò che ricomincerò.
Se solo sapessi “continuare”, non avrei bisogno di “ricominciare”. Ma a continuare non lo insegnano a scuola, a ricominciare lo impari da sola, giusto perchè sennò crepi.

Il punto delle 19.19

Facciamo il punto della situazionone alle ore 19.19 del 3 febbraio:

  • La mole da studiare ha subito sommaria organizzazione schematica, ma non è diminuita punto;
  • mi sono sparata mezza bottiglia di coca cola light che sì, sarà pure light, sarà senza calorie ma è roba gassata quindi bene non fa;
  • la dieta procede, ho mangiato qualche fetta biscottata e mela di troppo ma prosegue;
  • nei prossimi 7 giorni dovrò fare studio tour-de-force, consapevole del fatto che potrebbe non bastare a superar eil concorso, ma DEVO provarci;
  • ho litigato con Odisseo, lui è nervoso per esami io pure ma mi sento esclusa dalle cose importanti dela sua vita e questo non fa che farmi temere che non provi più per me, quello che aveva detto di provare;
  • mi sono ripesata stamattina e non sono scesa di un grammo, ok che questo è solo il terzo giorno di dieta ma vedere qualche piccolo passo in avanti non può farmi che bene, comunque credo proprio che non mi peserò fino a domenica prossima perchè sennò mi deprimo e mangio;
  • con tutte le cose che avrò da fare e da studiare in questi giorni, temo che nn troverò neanche il tempo di scrivere qui e questo potrebbe essere un guaio grosso vito il bene che mi sta facendo;
  • non so se riesco a fare attività fisica, o mi sveglio presto la mattina e mi faccio una corsetta o niente, ho troppo da studiare;
  • se domani è bel tempo quasi quasi mi faccio fare 2 belle tazzone di caffè americano da portar via (alla Gilmore girls :p) e me ne vado a studiare sulla spiaggia, che forse mi distraggo di meno ed è anche più divertente;
  • ho già detto che sentire poco Odisseo mi manca moltissimo perchè l’ho sentito poco in questi giorni e anche meno lo sentirò nei prossimi?
  • se continuo così forse riesco a  perderlo davvero qualche chilo;
  • se mi metto sotto forse, per almeno uno dei due concorsi non è troppo tardi;
  • domani mi toccherà fare brownies e cupcakes perchè mia madre martedì è invitata a pranzo e vuole portarli, tentazione assurda perchè io li adoro e mi diverto anche un botto a cucinare dolci americani;
  • mo’ mi sorge il dubbio che forse le mele non posso mangiale considerato che sono piene di zuccheri, me ne sono sparata tre, grandissime, verdissime, croccantissime, lucidissime e succosissime;
  • direi di farla finita qua e cercare di studiare qualcosa che tra un po’ crollo.

 

Giustificare me stessa?

La giornata di ieri se ne è andata sorbendo brodini stantii, tisane dai millemila gusti e tè, così tanto tè che il solo pensiero di berne dell’altro mi procura conati di vomito. Ma comunque dovrò berlo nel corso del pomeriggio, se voglio distrarmi dalla necessità di mangiare. Già lo so. Mi preparo psicologicamente.

C’è di buono che la dieta è finalmente e ufficialmente – aggiungiamo faticosamente va’…- cominciata, ieri il primo di febbraio. Tardi, tanto tardi, forse anche troppo tardi, ma ho vinto contro i rimandi vari e i bastoncini di verdure, il che è un gran traguardo di per sè.
C’è di brutto che non ho studiato neanche un rigo ieri. E che mi resta ormai solo una settimana per memorizzare un librone enorme. In qualche modo dovrò fare…

Forse sto cercando scuse, forse è gramo e patetico, il mio tentativo di giustificare o semplicemente, spiegare a me stessa questo atteggiamente autolesionista, questo persistere nel non studiare ora che ho una miserrima oppurtunità di redenzione.
Nonostante ciò non posso non razionalizzare il mio comportamento autolesionista e trovare una giustificazione a me stessa.
Ho cominciato la dieta. Giustificazione fiacca, qualcuno dirà e avrà probabilmente, tutte le ragioni per farlo. Ma quando cominci una cosa coì totalitaria e impegnativa, la tua testa – oltre al corpo, naturalmente – deve riassembarsi un attimo. Non solo nella predisposizione della dieta stessa, ma proprio nella compensazione del cibo. Della serie: “Non posso cedere alle abbuffate, come colmo il vuoto quando mi metto a studiare e subentra il senso di fallimento?”
Eh… sembra una cavolata ma non lo è. E vista la mia già scarsa capacità di concentrazione e di respiro sereno durante lo studio, ieri mi è stato davvero impossibile studiare.

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Tutto questo ennesimo tempo perso, complica un po’ la mia situazione, ma sai che c’è?
C’è che non ci voglio pensare. C’è che non mi fascerò la testa prima di spaccarmela come un cocomero e vederne la polpa pulsante (un po’ di splatter di prima mattina non fa mai male).
Non mi autoflagellerò prima di aver fallito del tutto. Magari è irrecuperabile l’esame, ma comunque aspetterò il giorno del fallimento per piangermi addosso, per disincarnarmi di autoinsulti.
Per ora ci provo.
Sono rodata, sono a dieta e ci provo.

Ciao Gennaio ciao

“La rivoluzione di febbraio”, non ce l’ha nessuno. Perchè tutti fanno rivoluzioni di primavera quando ci si risveglia dal letargo e bisogna sgranchirsi; oppure in autunno perchè è  tanto bello l’autunno, con tutti quei contorni di colori sanguigni che già la natura offre, e siccome il contesto è il fondamento di ogni rivoluzione, detto fatto; e poi ci sono tutte quelle estive perchè il sangue bolle e ribolle d’estate e in qualche modo devi scatenare il bollore.
Invece d’inverno gli animi si chetano. E io mi sobillo. Da brava e inveterata anticonformista.

E badiamo bene che qui non si parla dell’inverno mite e fiocchettoso di dicembre, quello di mandorle caramellate e lucette. Qui si parla dello scuro, spoglio e in alcune beate latitudini (non mie), bianco inverno.
Perchè diciamocelo, Gennaio se ne è andato e mi ha lasciato solo un codazzo di roba da studiare e un sacco di ciccia da perdere e un fondoschiena sempre più strabordantemente quadrato a furia di stare seduta, con cui fare i conti. Quale mese migiore di febbraio per farli. I conti.
Il mese dello studio e delle maschere che permettono di andare in giro celandosi bellamente per non farsi riconoscere e poter rosicchiare briciole di vita allontanandosi dalla solitudine più infausta?
Nessuno. Quindi Febbraio deve essere il mio tappetino e se la mia rivoluzione non ha funzionato a Gennaio è perchè gennaio è becero e sonnolento, giusto? Mica è colpa mia…#coleichecercabuonescuseperisuoifallimentieciriescepure.
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Quindi benvenuto febbraio e benvenuta nuova Calipso che frantuma nel tritarifiuti qualsiasi pensiero infausto e senso di inadeguatezza, e cammina a testa alta, ora dopo ora per districare i nodi della sua vita e finalmente calarsi nei suoi ruoli effettivi, come un pettine che procede senza intoppi dolori e strappi su una lunga chioma.

Leggo tanti blog che parlano di ripartenze e di forza nel ricominciare, in modo non troppo differente da me, ora, di nuovo sempre e comunque. E’ bello sapere che la rivoluzione di febbraio sarà nutrita e piena di gente in piazza. Gente forte, gente che è quello che è e lotta comunque, sempre, a prescindere da cosa e quanto ha come punto di partenza. A prescindere da quanto sia dura la strada e lontana la meta.
E’ bello accorgersi che, dopotutto, non si è soli.

Il più grande romanzo è un blog

Che il mio solito post mattutino sia mancato, oggi, potrebbe significare – certo che potrebbe – che ho passato la mia giornata profusa in studio e impegni da ragazza-non-interrotta. Potrebbe.
Se la ragazza in questione non fosse quetsa che scrive, però.
Io sono la Regina delle Zappe sui Piedi; la Nemica numero uno di se stessa; La Buoni Propositi Mai Realizzati numero 1. Eccetera.
Questo incipit lagnoseggiante per assicurare tutti che no, l’inversione di marcia sperata e strombazzata ai sette venti, dieci giorni fa quando questo blog nasceva, non si è realizzata improvvisamente. Anche se devo dire che non considero la girnata di oggi completamente persa.

Prima di tutto: 10 giorni di blog. Ok, non è chissà che traguardo, neanche avessi detto “10 anni di blog” e anche in quel caso non sono sicura possa definirsi “traguardo”. Ma considerato che ho la stessa costanza che ha un maiale nel ripulire il suo giaciglio dalla sbobba, e che vedo un successo e una ragione di alzarsi la mattina ogni morte di papa, non starei qui a far tanto la reticente. 1
0 giorni di blog sono 10 giorni di blog, e alla fine dell’anno devono esserci 365 post qui. Se poi questi post conterranno una mia evoluzione e non un detrimento ulteriore o peggio la staticità in cui verso da anni, è un altro discorso. Per ora prendo i 10 giorni e metto in sacoccia che qui non possiamo fare troppo i preziosi.
Detto ciò, questa cosa del blog comincia a prendere una forma un tantino diversa da quella che gli avevo costruito sopra nelle intenzioni. Prima di tutto, mai avrei creduto di poter trovare subito persone a me tanto simili e che seguire i loro blog mi avrebbe stimolato interesse e profuso insegnamenti oltre che intrattenuto semplicemente.
Secondo comincio a credere che stia diventando terapeutico e indispensabile scrivere qui, tant’è che non sono riuscita a chiudere il pc prima di lasciare il resoconto di un’altra giornata. Nasce da qui il desiderio di approfondire queste pagine di ogni sfaccettatura della mia vita e non dei soliti lamenti e autodenigrazioni cui l’ho sottoposto.

Necessità che è figlia dei blog ho letto oggi. Sì, ho passato mezza giornata su wordpress e blogspot a leggere qualche post e approfondire laddove trovavo motivo per farlo, o spulciare in quelli che avevo già trovato nei giorni scorsi e unito alla mia lista dei blog da seguire. Certo con tutte le cose che ho da fare questa potrebbe sembrare una perdita di tempo e una scusa per non mettermi sotto, e in parte lo è.
D’altro canto ho capito quanto un blog sia potente e intrigante, lo sapevo perchè ne ho già gestiti un paio in passato, ma non credo di aver capito bene come usare questo mezzo appieno.

Leggere un blog è come leggere una biografia della persona che scrive, come un libro che però non finisce, in cui succede di tutto e cambiano le modalità sensitive di chi scrive a secondo di cosa succede a questa persona quotidianamente e cambia genere e cambia colori a seconda del tipo di post e di argomento e cambia registro e intonazione a seconda della rotta che la sua vita imbocca.
E si può costruire la storia, la personalità, il percorso di vita, i pensieri e le delusioni, ma anche i sogni e le speranze di chi scrive, svelandole passo passo come in un dipinto simbolista, i cui elementi sono evidenti ma nascondono dei significati celati che devi scoprire pian piano e solo pian piano il dipinto delineerà la persona che lo scrive. Sembriamo tutti eroi ed eroine qui, come nei romanzi dell’800, solo che questo libro, queste pagine di pixel e lettere, sono la nostra vita e non una storia inventata.
E’ affascinte. Si può imapare molto da questo e io ho imparato molto da quel che ho letto oggi.
Farò tesoro di quanto della loro vita le persone di cui seguo i blog hanno voluto così generosamente condividere, più di quanto loro si avrebbero potuto sospettare mentre lo scrivevano. E renderò questo blog più completo e connesso che posso alla mia vita. Perchè potrebbe essere veramente la soluzione, raccontare di me. E se poi qualcuno vorrà leggerlo, vorrà capire chi sono e che ne sarà di me, e riuscirà magari a imparare qualcosa da me come io sto facendo dagli altri blog, sarà  un regalo insperato e bello oltre ogni dire e oltre ogni mia previsione.

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L’estrazione dell’anti-vita

Le cose di cui ho paura si sprecano.
Eppure non può essere una giustificazione a una vita ferma da 10 anni.
Perchè mi guardo intorno e vedo gente gente e gente che fa e fa e fa e fa e fare = vivere.
Come posso sbloccarmi e conoscermi se non riesco a capire dov’è lo scoglio da superare?
Be’, avrei iniziato a scrivere questo blog per capirlo in teoria, ma oggi ne abbiamo 23 e non sono ancora riuscita a capire una beneamata mazza.
Anche ora, io cerco di visualizzare il problema ma questo si sfalda in mille e mille problemi e angosce e non riesco a coglierlo e definirlo del tutto.
Ma devo pur partire da qualche parte, e allora, oltre alla dieta che spero finalmente di essere riuscita a cominciare, stilerò una classifica di problemi che dovrebbero stare alla base dei miei blocchi, della mia anti-vita, e proverò a inventarmi qualcosa un po’ tutti i giorni del 2013, per risolverli, passo per passo.
Anzi, come faccio a risolverli tutti insieme che non riesco a visualizzarli tutti insieme?!
No, non funziona mai mettere troppa carne al fuoco, soprattutto con me, devo sceglierne uno, a caso, e iniziare da quello, concentrarmi su quello e rosicchiarlo piano piano.  Dunque.

LISTA DEI MIEI ANTI-VITA

  1. Mi sento inadeguata al mondo e alle persone;
  2. Ho continui sensi di colpa per quello che sono;
  3. Ho continui sensi di colpa per quello che sono stata;
  4. Ho continui sensi di colpa per quello che non sono;
  5. Mi blocco spesso nelle situazioni e sparo cazzate che non sono inerenti alla mia persona;
  6. Quando sono particolarmente a disagio sto zitta e risulto strana;
  7. Non riesco a essere sempre me stessa perchè sono spesso stata percepita come fuori luogo e sbagliata;
  8. Penso sia ridicolo e sbagliato qualcisasi cosa dico (se non con quelle due persone con cui sto bene);
  9. Non sono in grado di essere amata;
  10. Sono inetta e non so fare niente;
  11. Non sono in grado di costruirmi una vita perchè non ho basi da cui partire;
  12. Il fatto che tutti mi giudichino mi sparlino dietro e mi considerino un’inetta mi impedisce di esser serena;
  13. Mangio complulsivamente quando ogni qualvolta mi succeda qualcosa di brutto o cado in depressione;
  14. Mi girano in testa le parole di persne che mi hannod etto che sono sbagliata o “una morta vivente”.

    Basta.
    Insomma potrei andare avanti e continuare, ma che senso ha?
    Se riesco ad affrontare anche solo uno di questi punti è grasso che cola.
    Come lo scelgo? Uno vale l’altro…
    Ok… li scriverò su pezzetti di carta e li metterò in un cappello per estrarne un’anti-vita alla volta. Ciò che uscirà sarà il primo problema da risolvere del 2013.
    Come farò a risolverlo è un altro paio di maniche…

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Come una Fenice

La vita mi ha insegnato solo a rinascere. E non c’è niente di poetico in questo, solo cruda e nuda necessità. Perchè lo sai che cadi, che cadi di continuo fin da quando sei bambino e le cadute erano dalla bicicletta o dai pattini, adesso invece le cadute sono dalla vita. Veri e proprii inciampi, magari c’è chi ha più equilibrio, magari chi è sostenuto da altri, o chi invece cade più spesso, come me che faccio parte di quella categoria di persone che hanno le gambe di ricotta proprio e cadono di continuo.

La mia vita è un’immensa, ripetuta, continua caduta. Non c’è altro che so della vita se non che si cade. E so che esistono una decina di modi per rialzarsi e tanto quanto impara il bambino a farlo mentre impara a camminare, così deve imparare l’adulto. E se non lo fa?
Eh…so’ cazzi! In generale sono tre le soluzioni che comprendono tre tipologie di individui anche:

  1. C’è chi viene aiutato ad alzarsi perchè ha un nugolo di persone che lo amano attorno, che lo rialzano. Sono le persone più fortunate secondo me perchè, essendo sostenute da così tanta gente, cadono poco, cadono semrpe meno, imparano infine a non cadere;
  2. C’è chi invece cade spesso e deve imparare da solo ad alzarsi, e si sbuccia le ginocchia tante di quelle volte che le cicatrici restano indelebili per tutta la vita, e che nei casi più fortunati, arriva a capire come cadere un po’ meno spesso, o comunque cercando di non farsi troppo male.
  3. E poi c’è chi ha difficoltà ad alzarsi, chi cade ed è schiacciato da un peso tale che ha bisogno di tempo per raggranellare le forze bastevoli a scollarselo di dosso o a imparare a camminare con questo sul groppone. E ne frattempo arranca e striscia come può.

Io appartengo alla terza categoria, e sto cercando di imparare a salire verso la seconda, un po’ come vengono scontati i peccati nel purgatorio e si scalano i gironi.Sono caduta tante di quelle volte che ormai non mi pesa tanto la caduta, ma solleversi è sempre più difficile. Ho strisciato tanto, nascondendomi a un mondo che mi rispecchiava solo nei termini della mia inadeguatezza.
Il punto è che mi sono sempre rialzata. A volte dopo anni, a volte sono caduta cinque minuti dopo, ma mi sono sempre rialzata.
E ho imparato che rinascere è bello, che scrollarsi le ceneri del passato è sano, che il falò che ti consuma prima della rinascita brucia e fa male, ma è purificatorio.
Rieccomi pronta a bruciare, a farmi male, a scrollarmi la cenere delle stronzate passate di dosso, e a rinascere di nuovo.
Come una Fenice.

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Due mele per me e Anne Hathaway

Diciamolo in tutta franchezza: io e Anne Hathaway non abbiamo niente in comune, figurarsi!
Lei un po’ più grande di me, attrice rinomata, donna in carriera, bellissima, ricchissima, sposatissima, con una vita interessante e piena, forte personalità, sicura di sè e del suo essere giusta e bella. Io sono abbastanza il contrario. No, sono totalmente il contrario.
Ma.
Come ogni brava attrice che si rispetti, anche la Hathaway ha dovuto infine modificare le proporzioni del suo corpo e il suo peso per interpretare fedelmente un personaggo. Nella fattispecie “Fantine”, la prostituta deperita de “Les miserables”, che per giunta le è valsa anche la nomination agli Oscar come miglior attrice non protagonista (insieme alla decina di nomination che ha raggranellato il film tutto, giusto per dare qualche notizia che valga la pena esser letta).
Essendo lei già filiforme di suo, perdere tutti quei chili deve essere stato molto difficile, così io ho pensato vedendo qualche fotogramma del film mandato in onda per i Golden Globe. Perchè come sapranno tutti quei poveri dannati come me che per tutta la vita hanno dovuto lottare con la bilancia e i chili di stratroppo, più sei vicina al tuo peso forma, più paradossalmente tendi ad avere difficolatà a perder peso, perchè il grasso in eccesso è poco e il corpo se lo tiene stretto, st’infame.
Mi sono dunque informata e senti senti: la cara Anne ha perso 9 chili in meno di due settimane! Come? Mangiando due mele al giorno + un frullato vitaminico, per un totale di non più di 500 calorie al giorno. Ovviamente sempre sotto osservazione medica.

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E poteva la tentazione di perdere tanti chili in così poco tempo, passare sotto la mia attenzione e fuggir via senza lasciar traccia? Giammai.
Ora, non sono stupida, so benissimo che non si può sottoporre il corpo a una privazione tale per troppo tempo. La mia intenzione è infatti quella di associare le due mele al giorno a vitamine e una tazzona di latte o una banana. Vorrei provarci solo per una ragione: non riesco a riprendere la dieta e ho ripreso un botto di chili dopo natale. Se riesco a sgonfiarmi un po’ in questo periodo di piogge e tempeste che mi impediscono di muovere il culo, magari posso poi riprendere una dieta più salutare e costante.

Ho quindi intenzione di iniziare questa sfida che comunque non intendo protrarre tanto quanto l’holliwoodiana, ma se riuscissi a mangiar due mele e una tazza di latte da qui a dicamo 5, massimo 7 giorni, già sarebbe grasso che cola. Mi aiuterei con il blog, contando i giorni e le mele (:p) qui, perchè finora questo blog non mi ha fatto altro che bene.
Non mi sento di consiglairla a nessuno e non è assolutamente detto che riesca a seguirla, finora non c’è stato giorno nelle ultime 3 settimane che non sia partito con un  buon proposito alimentare, e che a fine giornata non sia stato puntualmente sfatato.
Ci provo, sperando che dia qualche risultato e possa così, riprendere in mano la situazione. Anche perchè non so più che inventarmi.
Dunque che altro dire?
Stay tuned e GIORNO 1!

In un’altra stanza, in un’altra vita

La volete sentire una storia patetica? Ma non di un patetico-accettabile come quella che ho scritto stamattina, rielaboraazione favolistica di un sogno, quindi accettabile perchè inconscio, ma un patetico proprio patetico, un patetico al quadarato, perchè narra di scelte consce, molto consce, conscissime direi. No? Non volete? Eh … fate bene, ma questo è il mio blog e si dia il caso che io possa imperversare facendo il bello e il cattivo tempo.

Dunque, siccome ogni qualvolta mi metta a studiare vengo colta da terribili stati d’ansia e non riesco a respirare visto tutto quello che ho accumulato negli anni e che mi opprime la mente e il cuore, ho deciso di creare un’ambientazione che mi scolleghi il più possibile dalla realtà, che non mi faccia riecheggiare in mente le voci di tutti quelli che hanno sostenuto che io sia inadeguata e non ce la farò mai, perchè come disse lo psicologo, i pensieri negativi tendono a prendere il sopravento della nostra testa e qualsiasi attività che richieda concentrazione, viene scalzata da questa e risulta impraticabile.

Quindi cos’ho fatto per non lasciare campo libero a questi pensieri? Ho acceso 5 lampade in camere, attorno allo scrittoio, affinchè la luce anomala mi faccia percepire diversamente queste quattro mura, ho messo in sottofondo un episodio dlela quarta stagione di una mamma per amica e mi sono fatta un’enorme bicchierone di frullato di frutta e latte. E ora sono qui con i libri aperti e senti senti, riesco a studiare. Magari poco, magari a stento, ma estraniarmi dalla mia realtà e tenere la mente aperta verso altre immagini, altri contesti ed altre storie più accattivanti come studiare all’università di Yale, mi consente di non cedere al senso di fallimento e soffocamente legato al’università e preparare questo maledetto esame.

Sentito mai nulla di più patetico?! Ora sto studiando letteratura contemporanea a Yale, vedete qui sotto? Precisamente nella sezione del college in cui ci sono le camere studenti definito Branford, di cui parlò Robert Frost (che sto studiando per giunta) e disse che questo ha il cortile più bello dei college d’america. Figo no?
😉

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