Se il fantasma di tuo padre ti dice che.

Ma a voi appaiono in sogno i vostri cari defunti?
Che è una domanda così, senza pretesa di risposta, non una domanda rivolta a qualcuno in particolare, piuttosto a tutto il resto del mondo oltre me. Eccettuata forse quella parte di mondo che non ha una persona cara violentemente passata a miglior vita. Una precaria parte di mondo, concedetemelo, e non perchè io auguri a questa di “fare il grande salto” e passare da questa nostra parte di compunzione, anzi, ci restassero lì più a lungo che possono. Ma credo che sia inevitabile e che prima o poi capiti a tutti di perdere qualcuno che si ama, anche se si è così fortunati da vederselo portar via il più tardi possibile sulla tabella di marcia.
Ieri discutevamo con una mia amica, giust’appunto, su quante ripercussioni possa avere la perdita di un genitore sulla vita di un bambino, quanto forgi la sua stessa personalità questo evento e quanto, se non fosse accaduto, il bambino avrebbe potuto avere una vita altra, al punto da divenire egli stesso una persona completamente diversa. Quindi, io forse sarei una persona completamente diversa se vent’anni fa mio padre non fosse morto e io non avessi elaborato la più esacerbata tra le mancate elaborazioni del lutto, e non starei scrivendo su questo blog al momento.
Forse lavorerei come fotomodella. O meglio, avrei studiato a Yale, mi sarei laureata e non starei qui, all’Unical (altro che Yale!), a brancolare nelle nebbie della laurea-ancora-non-presa. Sarei diventata la più brillante delle giornaliste di matrice americana impiantata in Italia, avrei risollevato le sorti dell’editoria con la mia rubrica “Come ti vede Calipso“, avrei fatto perdere la testa al figlio di Murdoch, ma accortami dell’aridità del suo cuore, non avrei accettato la sua proposta di matrimonio, per convolare a giuste nozze invece, con Gerald Butler, non prima di aver fatto sesso spinto con David Beckam, che non mi piace particolarmente, ma tutti hanno fatto sesso con Beckam, non vedo perchè non avrei dovuto farlo io.

No, non penso sul serio che quel tragico evento abbia a tal punto plasmato quel che sono, è solo la punta di un iceberg, ma non posso neanche negarne le influenze, giacchè me le porto appresso come una lettera scarlatta marchiata a fuoco sulla fronte. Non starò qui a illustrare il perchè e il per come di queste influenze, non frega una mazza a nessuno e non frega una mazza neanche a me. Mi ritaglio però, qualche riga di tempo e di spazio per riflettere sulle mie notti  tormentate e su come gli incubi che le accompagnono sono quasi sempre legati alla figura e alla presenza o meno di mio padre.

Oltre alla necessità impellenti di mangiare e vomitare, so di essere ripiombata nelle mie “fasi nere“, quando vivo totalmente estraniata dalla vita, dalla realtà, dalla quotidianeità. Per prima cosa il mio ciclo sonno-veglia si sballa e il giorno diventa notte e la notte diventa lotta contro demoni e tormenti e comincio a latitare in una nebbia che mi allontana dalle cose della vita.
Questo è uno di quei momenti, da cui devo trovare un fottuto modo per uscire e presto: considerato che l’uno giugno devo partire per Roma e che ho tipo settecentomila cose da risolvere nel tempo che intercorre, non ho l’agio di lasciare che l’autoflagellazione si prenda tutto il tempo che gli aggrada, come è stato in altre circostanze. Quindi ho preso di petto la questione, in sogno ovviamente, che nella vita reale non so prendere di petto alcunchè.
E’ per questo che ho chiesto al fantasma di mio padre di non venire più a tormentare i miei sogni.

Non mi dispiaccia sognarlo, anzi.
Fin da ragazzina ero ben lieta di sognarlo, che anche se nel bel mezzo di un terrificante incubo, avevo comunque l’opportunità di stare un po’ con lui, di parlargi e conoscerlo, che non mi è stato possibile farlo dal vivo e che è la cosa che mi manca di più. Sì, è un pensiero un tantino sciocco lo so. Molto sciocco in effetti, dal momento che a trent’anni le cose non sono cambiate di molto.
Ho comunque, sempre centellinato la sua presenza nei miei sogni, mentre in queste ultime notti, non mi ha dato tregua alcuna, e in quei venti, unici minuti di sonno che sono riuscita a racimolare, state pur certi che lui era presente e che il sogno non era propriamente un idilliaco spasso.
Quindi stanotte ho sognato (ho sognato, vero?) me e lui, uno di fronte all’altra, mentre gli chiedevo gentilemente tregua, di entrare in un bel sogno quantomento o di darmi i numero vincenti del superenalotto se proprio doveva venire, oppure di tornare a infestare le mie notti tra un mesetto circa, giusto il tempo di risolvere i miei casini e rifiatare un po’.
E lui per tutta risposta mi ha detto che dovevo vedermi un film.
Mmh.
Il film in questione tratta di un treno che nessuno riesce a fermare (mio padre era ferroviere, c’entra qualcosa?), che è un film che effettivamente esiste, con Denzel Washington, Unstoppable qualcosa.

Quindi o sono magica o il fantasma di mio padre sta cercando di dirmi che morirò in un disastro ferroviario.
Nel dubbio io il film me lo vedo.

Nera come la più bianca delle notti

La terminologia “notte bianca” non è mai stata meno circonfusa di pathos e di fascinose ripercussioni come nel mio caso.
Niente a che vedere con amori russi e dostoevsckijani, perduti nei ranghi del tempo e della letteratura, niente con le cantate capolessiane di rose donate non bianche come le amari notti, ma rosse come il fulgore dell’alba, niente incipit da grande storia che cominci con la notte insonne, niente di romantico, niente di produttivo, niente di magico, niente.
Solo io e i miei demoni, e una caterva di soluzioni più o meno attempate, più o meno lungimiranti per provare a combattere i demoni e riempire la notte bianca di un qualche accenno di colore, tutto purchè quell’orrido tripudio acromatico di opposti notturni “nera come la più bianca delle notti“, possa aver fine presto.

Un’anima dannata e un’anima in pena sono la stessa cosa?
No, sì, be’ non importa, tanto le ho rivestite entrambe stanotte, e mi calzavano a pennello neanche le avessi trovate ai saldi, cucite su misura per me,”due al prezzo di una signorina, non vorrà farsi scappare un’anima così bell’e pronta?! Che le anime scarseggiano oggigiorno, ne approfitti!
L’anima in pena era dedicata tutta a Odisseo, in tutto il suo tripudio di indecisioni: mi ama non mi ama, è giusto mollare come una capra, è più giusto continuare e lottare per chi si ama, perchè non può amarmi? perchè anche lui non può amarmi? perchè nessuno può amarmi? perchè io lo amo? perchè amo sempre? perchè non posso smettere di amare?
E io che ne so? E siccome non sapevo niente, meglio eliminare qualsiasi arrovellamento mentale e mettersia  leggere Emma, di Jane Austen, niente è meglio del chiacchiericcio di spiumate dame ottocentesche, inutile quanto splendidamente scritto, nelle notti bianche. Ma non bastevole ahimè, a distogliere l’attenzione da Odisseo, che Odisseo è rognoso, quindi meglio accompagnarlo a un bell’horror, l’ultima versione cinematografica de “La casa” bell’e pronta sul pc. Siccome Jane Austen e i film horror s’accoppiano divinamente, tanto quanto i cavoli imbionditi più bionda birra a merenda, ho iniziato a guardare il film e leggere contemporaneamente Emma, che i film horror non sono in grado di coinvolgermi mai del tutto e servono le pagine di un libro da inframezzare qua e là, per impedire alla mia testa di macinar continuamente pensieri infausti.
Voi ce l’avete la testa che macina pensieri continuamente, e non si ferma neanche la notte, neanche se gli dai una botta in testa col più enorme, preziso e orrido dei vasi Ming esistenti? Io sì, è una seccatura, tanto quanto quella di amare sempre così tanto da non poter spegnere il sentimento come ci fosse un interruttore da premere, zac, tanti saluti e che si faccia avanti il prossimo.

Ma neanche il connubio horror/Jane Austen pareva bastevole, stanotte, allora l’ho accompagnato a una camomilla alla fragola e a un più vezzeggiato e meno intellettuale archetipo femminile, ovvero quello di ammirare e organizzare i monili, gli ultimi orecchini che ho acquistato al prezzo di un euro l’uno, perchè sono un genio nel trovare orecchini a poco prezzo.
Jane Austen – film horror- orecchini nuovi – camomilla alla fragola – rotta le palle del film horror – ultime due puntate della stagione di Revenge. E queste hanno vinto, mi hanno assorbita del tutto, viva sempre i telefilm intelligenti e ora che Revenge è finito, Breaking bad è finito, Once upon a time è finito, The big bang theory è all’ultimo episodio e Sherlock non accenna a ricominciare, io vorrei tanto sapere cosa mi dovrei guardare nelle notti nere passate in bianco, se qualcuno fosse così carino da dirmelo, grazie (ps. rivedere Casablanca per la settecentesima volta, non vale).

Effetto camomilla alla fragola + Revenge finito, ecco che ha tutto agio di subentrare a quella in pena, l’anima dannata, dà il cinque alla collega e mi tormenta con l’università che non riesco ad affrontare, i miei fallimenti che non riesco ad affrontare, il casino da pagare che devo affrontare e che non riesco ad affrontare, tutto il mondo che mi sputa e mi odia per non essere alla sua altezza, mio zio che mi schifa, mio padre che se fosse vivo mi odierebbe, mia madre che mi odia in sua vece e vecchi e cari amici che mi odiano al punto da fuggir via senza neache un decente “ciao“.
Jane Austen non è all’altezza qui, vado allora a cercarmi uno di quei libri trash – tremendamente idioti per persone tremendamente idiote – che tengo in libreria buoni buoni, da tirar fuori alla bisogna, quando necessita una risata di cuore, il desiderio di sentirmi tremendamente autocompiaciuta e di soddisfare il mio bisogno di trash, appunto.
Inizio quindi I diari del vampiro, ma c’è un limite anche al trash e quel libro lo supera, quindi scelgo un libro decente come suo sostituto, ma me l’ha regalato Odisseo e non devo pensare a lui, poso il libro e vado a farmi una tisana alle erbe e metto su gli episodi di Gilmore girls che so a memoria, ma che assolvono sempre straordinariamente al compito di non farmi pensare quando tutto il resto fallisce. E mi addormento.

Dormo tipo mezz’ora, il tempo di sognare mio padre da giovane che lavora in aeroporto (mai successa ‘sta cosa) e io che mi affanno a raggiungerlo per dirgli che deve farsi le analisi subito, in modo che il cancro venga diagnosticato per tempo, di correre, correre, correre senza indugio a farlo, e lui mi guarda con occhi uguali ai miei e mi dice “Se vado ora tu non nasci” e io dico “E chissenefraga?!” e lui dice “Va bene, vado“, e io tiro un sospiro di sollievo, che dura un attimo perchè lui si gira e vedo la mezzaluna dell’operazione e so che sono arrivata troppo tardi e mi sveglio.
Sono le cinque punto zero-cinque della mattina, fuori c’è quel delizioso cielo bigio e il profumo di fiori e pioggia primaverile caduta sui boccioli che adoro, quindi spalanco il balcone, sposto la poltrona davanti al balcone spalancato e alla pioggia, mi avvolgo nel pail, con un ennesimo libro, una tazzona di latte alla cannella e miele e una bustona di Gocciole pavesi.
E vaffanculo alle notti bianche, bianconere, nere perchè bianche, bianche in quanto nere, amare come il nero, vuote come il bianco… Vaffanculo e basta.

La Regina degli Incubi, sogno#1#2#3

Io sono la Regina degli Incubi. Sì, esiste anche lei. C’è la Regina di Cuori, la Regina d’Inverno, la Regina di Fantàsia e la Regina degli elfi di Lorìen, non vedo proprio perchè non debba esistere la Regina degli Incubi, che non è figa come la Regina di Cuori, ma sono io, dunque non c’aspettiamo granchè.
La corona di Regina degli Incubi non si sceglie, si ottiene volenti o nolenti: se produci gli incubi più intensi, simbolici, romanzati o privi di nesso, bislacchi o realistici, e la media di produzione supera di gran lunga il numero dei tuoi anni di vita, ecco qui che diventi la Regina degli Incubi.
Io sforno incubi con la stessa frequenza e naturalezza con cui una lumaca produce la sua  bava. Scordatevi abnormi piovre che ti stritolano le ossa e divorano in eterno le carni o di restar bloccati in angusti frazioni dello spazio-tempo soli per sempre e senza via di uscita, Lovecraft era un pivello in confronto a me.
Gli incubi veri sono molto più sottili e psicologici, un po’ come le torture perpretate dall’Inquisizione di Toledo che portavano il povero inquisito sull’orlo della follia al punto da fargli desiderare la brutale morte piuttosto che il perpetuardi di quella tortura psicologica.
Quindi incubi su incubi per me, soprattutto nei periodi più brutti, quando le notti diventano un incubo, appunto, e l’insonnia fa la spola tra pensieri funesti, demoni e sogni nefandi.

Ora, non sono assolutamente in uno dei più brutti periodi della mia vita, ma questi ultimi giorni i pensieri, la speranza che si assottiglia, un certo grillo in testa che mi ripete una cosa a cui non riesco a credere, l’alimentazione pesante cui non sono abituata, Odisseo che sento lontano, la fase premestruale acuta, il cambio di stagione, hanno richiamato un bel po’ di demoni e pensieri e qualche incubo errabondo ha insudiciato le mie notti.
Ma non sono qui a parlare delle mie notti, dei miei demoni, dei mie incubi frequenti, di zii morti che tornano in fila dall’aldilà a lasciarmi messaggi criptici, o della mia vita che si rivela essere una farsa e che io non esista per nessuno delle persone che ho amato. Non riuscirei neanche a trovare le parole per descrivere certi stati di cose e d’animo, insomma questo genere di incubo non può essere strappato alla notte e materializzato tramite le cose del giorno, come le parole.
Posso invece, senza dubbio, raccontare dei sogni di stanotte giacchè non si tratta di incubi, ma di sogni appunto, assurdi e perfettamente lineari allo stesso tempo, che non riesco a comprendere, non so da dove escano fuori, e perciò li scrivo prima di dimenticare tutto con la velocità della luce, come di solito accade.

Ho fatto tre sogni diversi e stranamente li ricordo tutti e tre, dettagli brumosi per carità, ma posso ricostruirne le linee generali. Forse perchè ho dormito davvero pochissimo, tre ore in tutto, ma intervallate da stati di veglia, di insonnia, di svestirsi per poi rivestirsi, di libri aperti e abbandonati, di sortite per la casa per tracannare acqua e fare pipì, di poesie di Percy Shelly lette con i piedi sul muro e la testa penzoloni dal letto. Le mie notti indemoniate nascondono fascinazioni incomprensibili ai più.
Si sappia solo che non stavo leggendo o pensando a niente in questi giorni che possa aver solleciatato il mio inconscio a generare questa roba e che possa quindi giustificare tali sogni. Il che contribuisce a renderli ancora più affascinanti (e a rendere affascinante me, of course) e contribuisce anche a renderli più stupidi, in verità (come sopra).

Sogno#1
La mia amica, che chiameremo Cloudy, cercava di raggiungere una carica di qualche tipo, politica credo, non ne sono sicura del tutto, per la quale io la reputavo estremamente portata ed ero ben felice di aiutarla a perseguire il suo obiettivo. Ce ne andavamo dunque in giro per questo palazzo bianco tutto avviluppato attorno a un quadrato e fatto solo di corrodoi, pianificando strategie e progetti per farle ottenere la carica ambita. Ad un certo punto ci accorgiamo che uno dei nostri piani meglio congeniati è stato compromesso. Tale piano mirava a ristabilire le sorti dell’economia italiana riportando in auge lo scambio epistolare cartaceo, promuovendo quindi la produzione di carta da lettere e lettere di vario tipo, con contrassegni e poste differenti per ogni tipo di lettara da quella d’amore (che doveva essere catalogata come tale) alla cartolina e ne illustravamo tutti i pro e i contro in un manoscritto enorme pubblicato sulla bacheca ufficiale del palazzo quadrato. Salvo poi scoprire che la mia vicina di casa, la chiamerò Piumilo, si era appropriata del nostro manoscritto e della nostra idea e l’aveva spacciata per sua per ottenere, ovviamente, la carica che spettava a Cloudy. Dovunque andavamo ce la trovavamo davanti e qualsiasi nostra mossa era copiata e anticipata dalla sua, finchè non abbiamo deciso di accedere al piano B, spettacolare, pericoloso piano B, elaborato da noi stesse in tempi antichi e scritto su una carolina cremisi e oro. Ma Piumilo ci aveva anticipato anche stavolta e trovammo così la cartolina strappata, appuntata sulla bacheca, mentre lei, con degli orridi pantaloni colori cachi come i suoi capelli, stringeva la mano al Presidente  della Repubblica (donna nel sogno, e magari!) e fregava la carica definitivamente alla povera Cloudy.

Sogno#2
Altra amica realmente esistente, Miyu, ha i biglietti per il concerto dei concerti (non ho idea di chi sia il concerto in questione) a Torino e mi invita a raggiungerla. Quindi io mi metto dei leggins blu elettrico (mmh…) su una gonna velata nera con stelle di pelle nera (mmh….), mi faccio due piccole codine e lascio il resto dei capelli liberi dietro (mmh…) perchè così risalta il loro bel colore rosa (mmh…) e sopra ci metto un chiodo nero e blu (ah questo ce l’ho davvero!) e salgo su un treno per raggiungerla, tutto pieno di gente che va a questo concerto e io sono felice come una colomba il giorno di Pasqua perchè potevo passare il lungo viaggio a socializzare con gente con i miei gusti una votla tanto, ma prima che il treno parta Miyu mi chiama per dirmi che non possiamo andare al concerto perchè il figlio segreto di Severus Piton (mmh…) vuole governare il mondo (mmh…) e imporre a tutti capelli unti e tonache nere quindi noi dobbiamo fermarlo e io mio malgrado scendo dal treno e mi ritrovo in un ascensore dalle parteti strettissime, improvvisamnete nuda e col mio colore naturale di capelli. L’ascendore si blocca e dal microfono parla qualcuno, e la voce la conosco nella realtà, mi ricoroda qualcuno ma non ho capito ancora chi e mi dice che mi tiene d’occhio, che mi vede come nessun altro mi vede, che ha capito chi sono e che ruolo ho nel mondo e quindi mi deve arginare, che per lui sono nuda sempre come adesso e che mi guarda semrpe come adesso e che non ho via di scampo, che non esiste nessun figlio di Piton ovviamente, che tutto era orchestrato per farmi entrare in quell’ascensore e mettermi al corrente di chi sono e che lui esiste e mi guarda. E io cerco di spiegarmi di assecondarlo, tutto pur di uscire da lì e rivestirmi, ma lui ride e mi dice che non potrò vestirmi, che non serve, che anche vestita sarò nuda per sempre.

Sogno#3
Non consoco nessuno delle persone coinvolte nel sogno stavolta, tranne me. E’ una stanza piena di spade di tutti i tipi e dimensioni e oltre le spade c’è un letto matrimoniale dove io, un ragazzo, una ragazza e una bambina stiamo per coricarci stretti stretti e prendere una fiala con veleno, giacchè una tipa vuole ucciderci e l’unico modo per non morire è farle credere che siamo già morti. La fiala contiene un veleno che fa morire, ma solo per qualche ora, quindi noi ci approssimiamo a morire consapevoli che questa specie di strega verrà a controllare che siamo morti, e non sapremo che farà. Dolori tremendi precedono la morte e poi sovviene e mi ritrovo in un posto che è solo buio, nè aldilà nè aldiqua, dove scopro che il ragazzo stava facendo il doppio gioco, che è vero che la strega ci vuole morti, ma lui aveva bisogno che morissimo così per un qualche suo progetto e io squarcio il buio con una spada verde e faccio scappare gli altri, ma io non riesco a uscire e resto lì, col ragazzo malefico e la spada verde.

Sogno di una notte di primavera

Le mie colline erano sempre più morbide. Man mano che solcavamo le stradine sterrate con l’auto, sfumavano i paesaggi a me noti, con i cactus viola per i frutti troppo maturi e i biancospini con i fiori d’argento e le ginestre mai sazie del giallo al punto da rubare anche quello del sole, e tutto divenatava più ampio, meno ondulato, bucolico e neo zelandese. Diverso.
Mia madre non mi parlava e la me ragazzina cercava disperatamente degli argomenti per colmare quel silenzio odioso che lei aveva eretto, – non capisco perchè i sogni debbano essere così realistici nelle cose tristi, non è prerogativa del sogno essere “sognante”, bello, speranzoso, diverso, possibile? – parlando di tappeti, tappeti che avevo visto a bordo strada e che aveva volato via il vento forte a cui siamo abituati, noi prigionieri dei golfi.
Il sogno ha conferito tutta la sua magia al paesaggio, ecco perchè non ne è rimasta altra per plasmare il resto. C’erano tanti fiori grandi, dallo stelo arboreo e rigido, un misto tra giglio, gladiolo e orchidea, rosa fuori e gialli dentro, distese, tappeti, di quelli che il vento non poteva scardinare però, e quindi volevo compensare e scardinarli io, farne mazzi, portare con me quella bellezza anomala, ne ero attratta, ipnotizzata come una bambina davanti alla sua prima Barbie. Ma mia madre mi proibiva di scendere per raccoglierli e io le chiedevo ragioni, e poi le cercavo le ragioni, ma non le trovavo.
Allo svolto della strada guardai con nostalgia verso la collina dei fiori e vidi un burrone spezzarla e dipanarsi in profondità nero-notte, ammantato e celato dalla bellezza dei fiori. Pensai a Ulisse (Odisseo ovunque, anche quando non c’azzecca una mazza – ndr) e al canto delle sirene e capii che quei fiori erano tali – troppo belli e anomali anche per un fiore-, sirene che intrappolano le anime romantiche e stupide, perchè solo gli stupidi sentono il desiderio di raccogliere degli stupidi fiori, e allora si appropriano di queste anime stupide, facendole scivolare nel burrone invisibile dalla strada di sopra.
Ero felice perchè avevo trovato la ragione: ecco perchè mia madre non voleva farmi raccogliere i fiori, lei lo sapeva, sapeva del burrone, voleva proteggermi! Perchè le mamme sanno tutto, vero?
Allora glielo chiesi, convinta finalmente di aver dipanato la matassa: “Mamma guarda, un burrone! Meno male che non sono andata a raccogliere quei fiori strani… per questo non mi hai lasciata andare, vero mamma?”
Lei guardò verso il burrone e disse ” Quale burrone?” e quando tornò a guardare la strada io ero in una stanza vecchia e lercia, nella torrida calura di un’estate appartenente a decenni fa, decenni in cui non ero ancora nata, e a luoghi in cui non sono (ancora) stata, svegliata di soprassalto dall’amica in vacanza con me, che concitata mi racconta dell’omicidio della vecchia signora, quella della stanza accanto alla mia”.

Infila le mani dentro la rabbia

Sono sveglia dalle sette e mi rigiro nel letto da allora come una marmotta con la girellite.
E’ stata una notte strana, che ha visto il passato tornare sotto veste d’incubo, col dichiarato intento di fare di tutto e di più per dissestarmi, gettar giù quelle fondamenta che non saranno solide, ma che ho costruito a fatica, tutta sola. Quegli incubi che scavano nei recessi del passato più torbido alla ricerca di sensazioni e situazioni tristi, dolorose, le più nefaste che non sei ancora in grado di controllare, che ti hanno marchiata e quel marchio brucia ancora se ci soffi sopra.

Era il primo anno di liceo, prima che io lasciassi quella scuola di galline e nazi-teachers per una scuola degna di questo nome, quando prendevo le cassette dei Sex Pistols  i libri di Goethe e  mi chiudevo nei bagni saturi di fumo pur di non entrare in classe. Ritrovarsi lì, di nuovo, e ritrovare ad aspettarti lo stesso sconforto di 15 anni fa, riconoscerlo con un rantolo, riacoltare la te adolescente: “mi hanno messo qui, non gli frega se ci sto di merda e se non sono parte di questo lordume, loro mi hanno messo qui”.
Insomma ero di nuovo lì, a dover fare una specie di test nazionale, e io ero pessima, la peggiore, mentre i miei compagni, quelli più odiosi, lo superavano brillantemente. Un senso di fallimento e impotenza che ha alimentanto le mie fobie per anni. Salvo poi riscattarmi nell’altra scuola, ma anche con l’università, se è ritornato, di certo non ha preso la forma perforante di un’alabarda come quello dei miei 14 anni.
E stanotte…. be’ stanotte io, e i miei 14 anni.

Se è stato un bene o se è stato un male questo sogno non lo so, so solo che è mio precipuo intento fare in modo che quell’alabarda acuminata non perfori più le mie viscere, fare in modo di non essere più quella ragazzina che si richiudeva a leggere o ascoltare musica nei bagni del liceo, pur di fuggire ad angherie e all’umiliazione di sembrare una stupida e non studiosa, cosa che non ero perchè studiavo come una matta, salvo non riuscire a dimostrarlo in una scuola bigotta e repressiva.
Con sdegno, qualcuno alla fine del sogno mi ha messo nella mano il risultato dell’esame fallito, ed eccomi ripiombare lì in quel pozzo troppo buio per vederne le pareti scivolose, a dover riaffrontare di nuovo la scalata da sola e io che pansavo di essermele lasciate alle spalle per sempre quelle pareti…

Ora che i fumi dell’incubo si stanno dissiepando, mi riapproprio della realtà, e  l’unica cosa a cui riesco a pensare è a non tornare dentro quel pozzo. Rabbia e frustrazione e tristezza e disperazione, il sogno le ha risvegliate e la mia intenzione non è di subirle, ma di usarle, tutte, a mio favore stavolta, affondarvi le mani e forgiare uno scudo contro l’alabarda. Ora che è così importante che studi, quando subentrano gli stati d’ansia e i blocchi che conosco bene, usarle come una medicina e sbaragliare ogni demone a forza di studio.
Forse mi serviva questo dannato sogno, proprio ora, a ricordarmi da cosa – DA SOLA – sono riuscita a fuggire.

Io non sarò mai più quella ragazzina nel pozzo.

Gli accordi presi con l’Universo

La neve mi ha graziata.
Viste le previsioni nefaste della protezione civile e le allerte in tutt’Italia, tutto è stato religiosamente fermato e rimandato, esami, università, scuole e concorsi.
Ora, il fatto che dalle mie parti non si veda un fiocco di neve a pagarlo a peso d’oro, mi pare una considerazione del tutto superflua: è prevista bufera, punto. L’università e le scuole sono irrangiungibili e a menochè non si voglia invitare qualcuno a spezzarsi l’osso del capocollo sulla strada ghiacciata o farlo morire annegato/assiderato, tutto si deve fermare e doviziosamente rimandare.
Dio benedica il fronte siberiano.
E me, che respiro un po’.

Davvero non so come sarei riuscita a passare indenne questi giorni, senza dormire per tre notti di fila, nutrita solo di caffè, uno dopo l’altro, al punto che ieri sentivo la testa fluttare come una medusa pompante e snocciolante nozioni, finchè il mio organismo si è autoprotetto da una catalessi sicura e non sono riuscita a sorbirne più neanche una goccia.
Ma ne avevo bevuto talmente tanto che non ho preso sonno subito, nonostante la stanchezza, nonostante il sollievo per aver qualche giorno in più per studiare e nonostante abbia potuto ficcarmi in un letto senza sensi di colpa.
E credeteci o meno, è incredibile quanto possa essere infinitamente bello ficcarsi in un letto senza sensi di colpa. (I doppisensi sessuali sono del tutto involontari e infodati visto che l’unico essere vagamente stimolante nel mio letto, questa notte, era il peluche di un lupacchiotto battezzato da me col nome di “Pollo“, tutto erotico come un brodino annacquato con le bucce di patate a galleggiarci dentro).

Quindi sono rimasta una buona ora a guardare il soffitto, troppo stanca per fare qualsiasi cosa e la mia testa, come la medusa di cui sopra, ha esporato pulsante, immota e gelatinante, un pensiero mai accarezzato prima in questi miei profondi e tenebrosi mar,i seguito da una specie di preghiera-buoni propositi che qui riporto, così come si sono rivelati a me:

“Che l’Universo non mi odi più? Be’… quantomeno pare non odiarmi più, e mi sorride benevolo versando sassolini luminosi sulla mia strada: prima Odisseo, ora, addirittura, nubi e tempeste di matrice siberiana, vengono scomodate dalla steppa natale per muovere verso l’Africa, come grossi Titani verso l’Olimpo, in perfetto sincrono con le mie mancanze, come a voler metterci un tappo loro o a concendere a me il privilegio di non essere una perdente, per una volta.
Se mi senti, grazie Universo, stavolta non mi farò fregare, te lo prometto, non so quanto tempo avrò, ma sfrutterò ogni secondo, sarò diligente, curiosa, preparata oltre ogni dire, sarò tutto quello che non sono mai stata, sarò come quella di quel dipinto “La ragazza era brava e aveva un cervello”.
(nb: Il dipinto citato può non esistere ed essere conseguenza dei fumi causati da ettolitri di caffeina, studi improbi, sonni sconnessi.)”

Buona domenica al mondo, che io me ne vado a rispettare gli accordi presi con l’Universo…

Un cuore slavato

C’era una ragazza che vestiva di notte in un mondo in cui erano richiesti vestiti di giorno e atteggiamenti solari. Questa ragazza stentava a capire perchè fosse nata per indossare vestiti notturni, e soprattutto perchè non fossero degni di quelli solari, dopotutto il mondo non ha bisogno sia del giorno che della notte? Spesso passava ore a guardare dentro se stessa per capire da dove potesse venire tutta quella notte e se fosse giustificabile o meno, perchè a lei non sembrava così brutta: “Nella notte puoi vedere le stelle, tutta quella luce accecante del sole le assorbe le stelle, le cancella, impedisce loro di brillare e sono tanto, tanto belle quando brillano le stelle, più del sole!”, si ripeteva e lo diceva anche agli altri. Ma queste parole lasciavano allibiti gli altri, come fossero un sacrilegio fatto al mondo e un insulto a loro stessi. Così la ragazza iniziò a guardare la sua notte con inquietudine crescente, ora vedeva l’errore nel palpitare delle stelle, nella bellezza della luna. Siccome una pelle di luna, non può vestire di sole senza scottarsi, la ragazza passava il tempo a nascondersi dai giorni e usciva solo quando questi erano ammantati dall’argento dell’inverno o dal bronzo dell’autunno, così familiare ai suoi occhi, abituati a notti ambrate e lunari.

Immagine

Ma un giorno i solari la videro e la portarono al riparo perchè un tale scempio non poteva più essere tollerato nella loro retta comunità e cercarono di convincere la ragazza ad abbandonare i sogni di notti e di stelle e ad accettare l’unica vera fede tollerabile, quella dei giorni in sole.
Ma la ragazza sapeva che non era possibile perchè ci aveva provato e disse loro che non poteva essere quel che non era nata per essere. Ma loro erano solari e i solari tutto possono, così dissero alla ragazza che un modo c’era, era l’unico e indispensabile per abolire tale scempio: dovevano epurare il suo cuore di ogni ombra e stella che serbava dentro.

La ragazza si spaventò e cercò di scappare, ma loro erano tanti e cosa può una piccola ombra notturna, sola, contro tanti raggi di sole? Allora la catturarono e tra un’omelia di grazia e una predica di perdono, le serrarono i polsi, le squarciarono il petto e lavarono a fondo il suo cuore, per purificarlo completamente da tutto quell’errore che era stata, da tutta quella notte con cui viaggiava, da tutte quelle stelle che conteneva.

Fine

“Ho sognato che mi lavavano il cuore”Calipso la Liberidea

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IL N'Y A PAS PLUS SOURD QUE CELUI QUI NE VEUT PAS ENTENDRE

Kolima - Laboratorio di tatuaggio siberiano

Un corpo tatuato è un libro misterioso che pochi sanno leggere

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Trent'anni e una vita che non vedo. Allora la metto a nudo, completamente, me stessa e la mia vita, in ogni suo piccolo, vergognoso, imperativo dettaglio, come se avessi una web cam sempre accesa puntata addosso. Svendermi per punirmi e per rivelarmi completamente al mondo, svelare le mie inadempienze come la laurea che non riesco a prendere e i kili da perdere, nella speranza che sia il mondo a vedere quel che io non vedo in me. Un esperimento che sarà accompagnato da foto e cronache dettagliate e che durerà un anno, il 2013 dei miei 30'anni. Se il mondo non vedrà niente neanche così, chiuderò tutto....

ial.

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