Travel diary prima parte: valigia con stile per bagagli emotivi

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Antefatto

C’era una volta questa stupida ragazza che partì in un piovoso ventoso grigio perla mattino di primo giugno. La stupida ragazza doveva spostare la sua vita da un fetido posto chiamato “Burundi” a uno un po’ meno fetido chiamato “Roma”, allora prese la sua vita, la mise in uno zaino color sabbia-del-Kentucky e si apprestò a partire. Credeva di poterla stipare in uno zaino la sua vita, credeva, che tanto non era così voluminosa e piena da richiedere una borsa più capiente per contenerla e spostarla.
Non aveva considerato, la stupida ragazza, che la sua vita poteva anche essere leggera e disadorna, ma che il “bagaglio emotivo” che questa aveva generato, era di ben più sostanziosa portata. Trovò quindi a quest’ultimo una bella valigia lilla-pastello-chiaro-tendente-al-rosa – che anche i “bagagli emotivi” hanno diritto a un po’ di stile -, nuova di zecca e abbastanza capiente da contenere con agio anche qualche demone fellone restìo ad abbandonarla, che i demoni si sa, si affezionano alla gente cui devono deturpare l’anima.

La stupida ragazza era convinta di essere così forte da trasportare la sua sciapa vita nello zaino color sabbia-del-Kentucky, i demoni felloni e il corpulento bagaglio emotivo nella valigia lilla-pastello-chiaro-tendente-al-rosa, e il computer nella borsa porta pc rosso-aragosta. Quindi, così bardata, si mise in viaggio.
Poi il manico per trascinare sulle ruote la valigia bella, capiente e nuova di zecca si ruppe, e la stupida ragazza capì che era una stupida ragazza.
Ma siccome era una stupida ragazza, non recepì l’antifona, e in virtù della sua stupidità sobbarcò il considerevole peso della valigia su sè stessa e riprese il viaggio…

Fine antefatto

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La tizia sbagliata nella storia giusta (con moto e centauro)

E’ stata un po’ come la scena di un film, uno di quei bei film, d’amore senza barriere, di ribellione e magia.
E’ stato come se fossi stata catapultata in Sons of anarchy e il Burundi si fosse trasformato in Charming town (anche se serve moooolta immaginazione per trasformare il Burundi in Charmin town).
E’ stato come se fossi in una bella storia, che non è la mia storia, in cui mi sono trovata per sbaglio, usurpando il trono della tizia giusta.
E’ stato come la tizia sbagliata nella storia giusta. Che è sempre un bene.
E’ stato come un gran niente capitato in una giornata orrenda e quindi trasformato in un gran tanto per compensare.

E’ stato che me ne andavo per Burundi town fin dall 9.00 della mattina, ieri, per sbrigare faccende non mie, come fare delle ricette dal dottore per mia sorella la quale è stata disarcinata dalla bici da una macchina e ora ha caviglia ingessata, andare a fare servizi per mia madre da una sua amica e fare la spesa, cose così, che mi hanno portato a fare il giro intero del Burundi. Ullallà, il grio intero del Burundi, pensa! Tredici minuti e mezzo a passo svelto e ti ritrovi al punto di partenza.
Stavo a un tiro di schippo da casa con due bustone della spesa e un tipp mi suona a un incrocio. Stava a cavallo di una moto gigante, di grossa cilindrata (si dice così?), bella, nera e metallo, fiammante, di quelle che bruciano l’aria quando passano e lasciano una scia di tuoni e rombi che anche se ne hai viste mille, anche se te ne frega delle moto quanto delle esperienze sessuali di uno scarabeo stercorario, ti giri comunque a guardarla sfrecciare. Pensavo stesse rivolgendosi a qualcun’altro, ma c’ero solo io, insomma a Burundi town non c’è molta gente in giro, e allora mi sono girata. Ho cercato di capire se lo conoscessi o cosa, ma ho già difficoltà a riconoscere la maggior parte della gente che mi saluta nel Burundi, figurarsi questo col casco integrale, il chiodo e la moto gigante.
No, non stava cagando me, quindi io proseguo convinta delle mie ragioni e quello suona di nuovo il clacson (si dice così?). Stavolta non ho dubbi visto che fissa me, ce l’ha con me, forse è un tipo che mi consoce, quindi faccio un rapido cenno di saluto e proseguo con i Pearl Jam nelle orecchie, mentre il signor centauro sparisce all’orizzonte con un rombo di tuono.
Il tempo di girare l’angolo chi ti ritrovo parcheggiato alla fine del marciapiede che stavo percorrendo? Sì,il centauro di prima, deve aver fatto il giro del paese per tornare indietro, ovvero 80 secondi con la moto. Ha un piede sul marciapiede, il motore acceso sputa un rumore sordo, la visierina del casco (si dice così?) alzata, gli occhi ramati, le sopracciglia folte e nere come la moto, un “Ciao” possente, di chi ha le corde vocali abituate a superare il frastuono del motore, possibilità che lo conosca 0,1%, possibilità che sia di Burundi town 0%.
A questo punto è necessaria la colonna sonora giusta: http://www.youtube.com/watch?v=PZ4mo3LCkvQ

E mo’ questo che vuole“, il tempo di pensarlo che mi risponde “Monta che ti do uno strappo“. Vuole darmi uno strappo, dunque.
La prima cosa che penso è che io lo strappo dal centauro, io lo voglio.
La seconda cosa che penso è che l’ultima volta che ho accettato un passaggio da uno sconosciuto, stavano per violentarmi (per approfondimenti macabri: https://webcamaccesa.wordpress.com/2013/03/31/il-mal-dovaie-a-pasqua-ti-mette-nei-guai/).
La terza cosa che penso è “Fico, è come stare in Sons of Anarchy“.
Quello che dico invece è: “Sulla tua moto c’è un porta-buste-della-spesa?
Il centauro sorride con gli occhi, che la bocca non la vedo ma credo sorrida anche con quella, credo, e dice che “Ah già… be’ buttale via!
La domanda che a questo punto il mondo si pone è: ma perchè cazzo non l’ho fatto?! Perchè non ho buttato via le dannate buste e non sono dietro al tipo col chiodo nero alla Sons of Anarchy e me ne non sono scomparsa all’orizzonte con tanti saluti a università del terrore, a Odisseo che fa il prezioso e alla vita di merda correlata? Perchè?! Per le buste della spesa?! No, probailmente perchè sono una cazzona, ecco perchè.
Gli ho detto di non tentarmi, che giusto ora stavo ascoltando una tristissima canzone dei Pearl Jam in cui un ragazzo e una ragazza hanno un incidente e lei muore e lui la perde per sempre. E lui ha risposto “Ahi, va bene allora non insisto, ma passo di qui spesso, ci becchiamo“. Mi fa l’occhiolino, taglia la strada, fa un cenno di saluto, imbocca la corsia e  ingranana e se ne va, scompare all’orizzonte senza di me, con House of the Rising Sun (versione The White Buffalo, precisiamo) come sottofondo.

E io sono tornata alla mia triste giornata tremenda, con le buste idiote della spesa. Giuro che se lo ribecco, me ne vado con lui per sempre, chiunque egli sia, c’è gente che si è innamorata per molto meno, no?
Lo giuro.

La Regina degli Incubi, sogno#1#2#3

Io sono la Regina degli Incubi. Sì, esiste anche lei. C’è la Regina di Cuori, la Regina d’Inverno, la Regina di Fantàsia e la Regina degli elfi di Lorìen, non vedo proprio perchè non debba esistere la Regina degli Incubi, che non è figa come la Regina di Cuori, ma sono io, dunque non c’aspettiamo granchè.
La corona di Regina degli Incubi non si sceglie, si ottiene volenti o nolenti: se produci gli incubi più intensi, simbolici, romanzati o privi di nesso, bislacchi o realistici, e la media di produzione supera di gran lunga il numero dei tuoi anni di vita, ecco qui che diventi la Regina degli Incubi.
Io sforno incubi con la stessa frequenza e naturalezza con cui una lumaca produce la sua  bava. Scordatevi abnormi piovre che ti stritolano le ossa e divorano in eterno le carni o di restar bloccati in angusti frazioni dello spazio-tempo soli per sempre e senza via di uscita, Lovecraft era un pivello in confronto a me.
Gli incubi veri sono molto più sottili e psicologici, un po’ come le torture perpretate dall’Inquisizione di Toledo che portavano il povero inquisito sull’orlo della follia al punto da fargli desiderare la brutale morte piuttosto che il perpetuardi di quella tortura psicologica.
Quindi incubi su incubi per me, soprattutto nei periodi più brutti, quando le notti diventano un incubo, appunto, e l’insonnia fa la spola tra pensieri funesti, demoni e sogni nefandi.

Ora, non sono assolutamente in uno dei più brutti periodi della mia vita, ma questi ultimi giorni i pensieri, la speranza che si assottiglia, un certo grillo in testa che mi ripete una cosa a cui non riesco a credere, l’alimentazione pesante cui non sono abituata, Odisseo che sento lontano, la fase premestruale acuta, il cambio di stagione, hanno richiamato un bel po’ di demoni e pensieri e qualche incubo errabondo ha insudiciato le mie notti.
Ma non sono qui a parlare delle mie notti, dei miei demoni, dei mie incubi frequenti, di zii morti che tornano in fila dall’aldilà a lasciarmi messaggi criptici, o della mia vita che si rivela essere una farsa e che io non esista per nessuno delle persone che ho amato. Non riuscirei neanche a trovare le parole per descrivere certi stati di cose e d’animo, insomma questo genere di incubo non può essere strappato alla notte e materializzato tramite le cose del giorno, come le parole.
Posso invece, senza dubbio, raccontare dei sogni di stanotte giacchè non si tratta di incubi, ma di sogni appunto, assurdi e perfettamente lineari allo stesso tempo, che non riesco a comprendere, non so da dove escano fuori, e perciò li scrivo prima di dimenticare tutto con la velocità della luce, come di solito accade.

Ho fatto tre sogni diversi e stranamente li ricordo tutti e tre, dettagli brumosi per carità, ma posso ricostruirne le linee generali. Forse perchè ho dormito davvero pochissimo, tre ore in tutto, ma intervallate da stati di veglia, di insonnia, di svestirsi per poi rivestirsi, di libri aperti e abbandonati, di sortite per la casa per tracannare acqua e fare pipì, di poesie di Percy Shelly lette con i piedi sul muro e la testa penzoloni dal letto. Le mie notti indemoniate nascondono fascinazioni incomprensibili ai più.
Si sappia solo che non stavo leggendo o pensando a niente in questi giorni che possa aver solleciatato il mio inconscio a generare questa roba e che possa quindi giustificare tali sogni. Il che contribuisce a renderli ancora più affascinanti (e a rendere affascinante me, of course) e contribuisce anche a renderli più stupidi, in verità (come sopra).

Sogno#1
La mia amica, che chiameremo Cloudy, cercava di raggiungere una carica di qualche tipo, politica credo, non ne sono sicura del tutto, per la quale io la reputavo estremamente portata ed ero ben felice di aiutarla a perseguire il suo obiettivo. Ce ne andavamo dunque in giro per questo palazzo bianco tutto avviluppato attorno a un quadrato e fatto solo di corrodoi, pianificando strategie e progetti per farle ottenere la carica ambita. Ad un certo punto ci accorgiamo che uno dei nostri piani meglio congeniati è stato compromesso. Tale piano mirava a ristabilire le sorti dell’economia italiana riportando in auge lo scambio epistolare cartaceo, promuovendo quindi la produzione di carta da lettere e lettere di vario tipo, con contrassegni e poste differenti per ogni tipo di lettara da quella d’amore (che doveva essere catalogata come tale) alla cartolina e ne illustravamo tutti i pro e i contro in un manoscritto enorme pubblicato sulla bacheca ufficiale del palazzo quadrato. Salvo poi scoprire che la mia vicina di casa, la chiamerò Piumilo, si era appropriata del nostro manoscritto e della nostra idea e l’aveva spacciata per sua per ottenere, ovviamente, la carica che spettava a Cloudy. Dovunque andavamo ce la trovavamo davanti e qualsiasi nostra mossa era copiata e anticipata dalla sua, finchè non abbiamo deciso di accedere al piano B, spettacolare, pericoloso piano B, elaborato da noi stesse in tempi antichi e scritto su una carolina cremisi e oro. Ma Piumilo ci aveva anticipato anche stavolta e trovammo così la cartolina strappata, appuntata sulla bacheca, mentre lei, con degli orridi pantaloni colori cachi come i suoi capelli, stringeva la mano al Presidente  della Repubblica (donna nel sogno, e magari!) e fregava la carica definitivamente alla povera Cloudy.

Sogno#2
Altra amica realmente esistente, Miyu, ha i biglietti per il concerto dei concerti (non ho idea di chi sia il concerto in questione) a Torino e mi invita a raggiungerla. Quindi io mi metto dei leggins blu elettrico (mmh…) su una gonna velata nera con stelle di pelle nera (mmh….), mi faccio due piccole codine e lascio il resto dei capelli liberi dietro (mmh…) perchè così risalta il loro bel colore rosa (mmh…) e sopra ci metto un chiodo nero e blu (ah questo ce l’ho davvero!) e salgo su un treno per raggiungerla, tutto pieno di gente che va a questo concerto e io sono felice come una colomba il giorno di Pasqua perchè potevo passare il lungo viaggio a socializzare con gente con i miei gusti una votla tanto, ma prima che il treno parta Miyu mi chiama per dirmi che non possiamo andare al concerto perchè il figlio segreto di Severus Piton (mmh…) vuole governare il mondo (mmh…) e imporre a tutti capelli unti e tonache nere quindi noi dobbiamo fermarlo e io mio malgrado scendo dal treno e mi ritrovo in un ascensore dalle parteti strettissime, improvvisamnete nuda e col mio colore naturale di capelli. L’ascendore si blocca e dal microfono parla qualcuno, e la voce la conosco nella realtà, mi ricoroda qualcuno ma non ho capito ancora chi e mi dice che mi tiene d’occhio, che mi vede come nessun altro mi vede, che ha capito chi sono e che ruolo ho nel mondo e quindi mi deve arginare, che per lui sono nuda sempre come adesso e che mi guarda semrpe come adesso e che non ho via di scampo, che non esiste nessun figlio di Piton ovviamente, che tutto era orchestrato per farmi entrare in quell’ascensore e mettermi al corrente di chi sono e che lui esiste e mi guarda. E io cerco di spiegarmi di assecondarlo, tutto pur di uscire da lì e rivestirmi, ma lui ride e mi dice che non potrò vestirmi, che non serve, che anche vestita sarò nuda per sempre.

Sogno#3
Non consoco nessuno delle persone coinvolte nel sogno stavolta, tranne me. E’ una stanza piena di spade di tutti i tipi e dimensioni e oltre le spade c’è un letto matrimoniale dove io, un ragazzo, una ragazza e una bambina stiamo per coricarci stretti stretti e prendere una fiala con veleno, giacchè una tipa vuole ucciderci e l’unico modo per non morire è farle credere che siamo già morti. La fiala contiene un veleno che fa morire, ma solo per qualche ora, quindi noi ci approssimiamo a morire consapevoli che questa specie di strega verrà a controllare che siamo morti, e non sapremo che farà. Dolori tremendi precedono la morte e poi sovviene e mi ritrovo in un posto che è solo buio, nè aldilà nè aldiqua, dove scopro che il ragazzo stava facendo il doppio gioco, che è vero che la strega ci vuole morti, ma lui aveva bisogno che morissimo così per un qualche suo progetto e io squarcio il buio con una spada verde e faccio scappare gli altri, ma io non riesco a uscire e resto lì, col ragazzo malefico e la spada verde.

I flussi di coscienza della ragazza col kiway rosso

Che chissà poi cosa pensa di lei la poca gente che è viva e vive alle 6.00 del mattino, incrociandola mentre corre o meglio, arranca (ma la vita non è un arrancare continuo?) per le strade il più possibile nascoste agli occhi della gente che vive, ma non può nascondersi del tutto perchè anche nelle strade più isolate del mondo, la gente che vive prima o poi ci arriva.
Chissà che pensa la gente che vive di questo barilotto che arranca, ricorperto da un kiway rosso più grande di almeno una taglia con la scritta “Ciampino calcio” perchè era del cugino di Ciampino, ma che ne sa la gente che la incrocia alla 6.00 del mattino? Magari pensa anche che è lei a giocare a calcio e che quel kiway è suo, non potrebbe essere più lontana dalla realtà la gente, ma è gente, che ne può sapere? La gente per definzione, non ne sa mai niente di niente, e quel che comunque è certo, è che non può immaginare che la ragazza che arranca alle 6.00 del mattino, fino a cinque minuti prima era sotto le coperte dalle 5.00 della notte a leggere Saramago, e neanche immagina la gente che vive alle 6.00, che leggere Saramago con la coscienza ancora ancorata ai fumi della notte, è come sovrapporsi a egli stesso che se ne va a spasso per Lisbona, allo stesso srotolarsi di pensieri che tracciano la strada come pietre luminose e lasciano dietro di sè le briciole di pane. A parte che la ragazza si deve accontentare del proprio ameno paesino che sì, sarà anche una piccola perla incastonata tra le colline e col mare per collana, ora che comincia a imporsi la primavera, nonostante la pioggia che la ricaccia indietro e il cielo che bigio era e bigio resta, ma le onde sono ordinate e affusolate ormai, non tormentate come lei e il mare è, non si sa come, cristallo e le viole e le pervinche e le mimose spruzzano ovunque, e che sì, sarà anche bello così l’ameno paesino, ma non è proprio Lisboa, la bella, decandente, Lisboa, dove si incontrano tutti i sud del mondo, mentre qui c’è solo questo sud, quel povero e chiuso sud ionico. Ma tant’è che Saramago se ne va per Lisboa sospinto dai suoi flussi di coscienza, e lei lo lascia sul comodino, e a sua volta se ne va sospinta dagli stessi flussi di pensiero, che non può proprio farne a meno di essere Saramago per un po’ e di pensare come lui perchè se si attiva il flusso, ti prende e non ti fermi più. Ma se ne va la ragazza, per la sua di Lisboa, chè tanto è dove siamo noi, ognuno di noi, che è il centro del mondo e non c’è un centro assoluto. E quindi la ragazza è ora al centro del mondo e arranca, per ben venti minuti di corsa non pensando che sono solo 16 i giorni che mancano a Odisseo e pensandolo nonostante tutto, che non è che non lo sa che è per lui che si spompa ogni mattina, ma quel briciolo di amor proprio quantomeno le impedisce di ammetterlo, e col vento che alza il kiway rosso troppo grande, come fosse una sottana che svela pudori poco celati, e con le prime gocce che toccano terra (sì, solo questi sono ormai i suoi amici e confessori), se ne ritorna all’ovile per sovrapporre di nuovo i suoi pensieri a quelli di Saramago senza confessargli però che vorrebbe essere lei a Lisboa e invece no, è qui e non sa che fare della propria vita in questa attesa spasmodica, ansiogena e arrancante in cui è costretta chissà per quanto chissà per come, in attesa che la sua vita inizi.

Eh no, proprio non lo possono sapere tutto questo, le persone che vivono alle 6.00 della mattina e incrociano la ragazza col kiway rosso, che arranca per le strade più nascoste di quella che non è Lisboa.

L’abisso tra il colore e il bianco e nero

Il pail dai colori vivaci compensava il bianco e nero della ragazza, avvolgendola come in un bozzolo impressionista. O era un sudario futurista?
No, non era un sudario. Non era morta, non ancora, perchè quando il cellulare smise di gracchiare e attese, speranzoso e silenzioso, una risposta, la ragazza rantolò un “Mmh mmh” di diplomatico assenso. Era rivolto più al soffitto che al cellulare, ma siccome la voce non poteva vederla, riprese soddisfatta il suo gracchìo: “…gracchi gracchi gracchi e tua mamma mi ha detto che stai sempre chiusa e non combini mai niente, quindi ti ho chiamata perchè gracchi gracchi gracchi…”.
“Mmh mmh” annuì la ragazza al soffitto e si chiese come potesse farle così male la mano, stringendo solo del morbido pail. Staccò gli occhi dal soffitto, che tanto il soffitto non poteva vederla, e guardò le dita danzare fameliche sui colori per non lasciarli scappare via.

Tua madre ha detto che non combini mai niente” sentiva la ragazza, al posto dei gracchii.
Allora posò il cellulare, che tanto la voce non peteva vederla, afferrò On writing di Stephen King e rilesse quelle righe: “Il suo sostegno fu costante, una delle poche cose buone che posso considerare gratuite …Scrivere è un’occupazione solitaria. Avere qualcuno che crede in te fa una grande differenza”.

La ragazza pensò all’abisso che separava “Tua madre ha detto che non combini mai niente” da “Il suo sostegno fu costante, una delle poche cose buone che posso considerare gratuite …Scrivere è un’occupazione solitaria. Avere qualcuno che crede in te fa una grande differenza”, e lasciò scivolare Stephen King nell’abisso, per vedere quanto questo fosse profondo. “Tanto quanto i colori sono lontani dal bianco e nero” constatò, mentre la voce gracchiava ancora, ma siccome quella non poteva vederla, la ragazza disse solo: “Mmh mhh”.
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Un cuore slavato

C’era una ragazza che vestiva di notte in un mondo in cui erano richiesti vestiti di giorno e atteggiamenti solari. Questa ragazza stentava a capire perchè fosse nata per indossare vestiti notturni, e soprattutto perchè non fossero degni di quelli solari, dopotutto il mondo non ha bisogno sia del giorno che della notte? Spesso passava ore a guardare dentro se stessa per capire da dove potesse venire tutta quella notte e se fosse giustificabile o meno, perchè a lei non sembrava così brutta: “Nella notte puoi vedere le stelle, tutta quella luce accecante del sole le assorbe le stelle, le cancella, impedisce loro di brillare e sono tanto, tanto belle quando brillano le stelle, più del sole!”, si ripeteva e lo diceva anche agli altri. Ma queste parole lasciavano allibiti gli altri, come fossero un sacrilegio fatto al mondo e un insulto a loro stessi. Così la ragazza iniziò a guardare la sua notte con inquietudine crescente, ora vedeva l’errore nel palpitare delle stelle, nella bellezza della luna. Siccome una pelle di luna, non può vestire di sole senza scottarsi, la ragazza passava il tempo a nascondersi dai giorni e usciva solo quando questi erano ammantati dall’argento dell’inverno o dal bronzo dell’autunno, così familiare ai suoi occhi, abituati a notti ambrate e lunari.

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Ma un giorno i solari la videro e la portarono al riparo perchè un tale scempio non poteva più essere tollerato nella loro retta comunità e cercarono di convincere la ragazza ad abbandonare i sogni di notti e di stelle e ad accettare l’unica vera fede tollerabile, quella dei giorni in sole.
Ma la ragazza sapeva che non era possibile perchè ci aveva provato e disse loro che non poteva essere quel che non era nata per essere. Ma loro erano solari e i solari tutto possono, così dissero alla ragazza che un modo c’era, era l’unico e indispensabile per abolire tale scempio: dovevano epurare il suo cuore di ogni ombra e stella che serbava dentro.

La ragazza si spaventò e cercò di scappare, ma loro erano tanti e cosa può una piccola ombra notturna, sola, contro tanti raggi di sole? Allora la catturarono e tra un’omelia di grazia e una predica di perdono, le serrarono i polsi, le squarciarono il petto e lavarono a fondo il suo cuore, per purificarlo completamente da tutto quell’errore che era stata, da tutta quella notte con cui viaggiava, da tutte quelle stelle che conteneva.

Fine

“Ho sognato che mi lavavano il cuore”Calipso la Liberidea

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