Io partirei col descrivere il cielo

Io partirei col descrivere il cielo.
Perchè il cielo è fondamentale ora che ci penso, in ogni storia bella brutta mediocre o favolosa, il cielo c’è. Si potrebbe anche dire che ce l’abbiamo sopra la testa, a rompere perenne i cosiddetti, per cui, volenti o meno, c’è. Ma proprio perchè c’è, non dovrebbe esserci, no? Voglio dire, dovrebbe essere qualcosa di scontato, ricorsivo, forzato, autocitato nel contest stesso della storia. E invece pare assurga a ruolo di coprotagonista e resti lì piantato fino alla fine. Nelle grandi storie, almeno.

Il cielo sotto il quale mi sono incamminata verso l’Università, ieri (la necessaria prefazione: https://webcamaccesa.wordpress.com/2013/05/22/scendere-in-guerra-armata-di-moleskine-capossela-e-un-libro/),  era un bel cielo, dove per “bello” si intende “vellutato come la cenere”, “ambiguo come Satana” e “spaventoso come Dio”. Accertato ciò, torni a farti abbastanza i cazzi tuoi, ma devi guardare in alto di nuovo quando ti accorgi che quello che ti inquieta è la mancanza del sole. Quindi o dai per accertato che è tipo arrivata l’Apocalisse, o devi considerare che quella cosa densa là sopra, liscia e senza sbuffi, non è mica cielo, ma una coltre di nuvole così compatta da sembrare cielo.
Saranno nuvole levigate dal vento assurdo che strapazza il tuo Burundi da settimane, ma di certo è una cosa che non hai mai visto e se di prasagio si tratta, è certamente presagio di sventure. Ecco quindi il cielo perfetto.
Perfetto per l’Università, per il tuo stato d’animo mentre ci vai e per la storia della tua vita tutta. E siccome i cieli perfetti sono quelli delle grandi storie, pensi che non hai dubbi ormai e che la tua è una grande storia. E ti ci monti pure la testa. O aspetti a montartela, almeno fino a domani, che oggi stai andando all’Università, e a pagare tasse per di più, che cazzo di grande storia di merda sarebbe? Quindi aspetti, ma sul fatto che è una grande storia non ci piove ormai, sennò non ci sarebbe stato quel popò di cielo lassù.
Infatti non piove fin quando non torno la sera a casa, dopo esserci finalmente riuscita, ad arrancare fino alla segreteria universitaria e affrontare questo benedetto problema di tasse. Resta aperta la questione “tesi”, ma è secondaria al momento.

L’Università era semi-vuota e questo è abbastanza strano, visto che siamo a fine maggio e alla mia epoca – dove per “mia epoca” si intende “il periodo in cui frequentavo e non mi ero ancora data alla latitanza” -, “fine maggio” significava: “corsa verso gli esami e gli ultimi giorni di corsi”, che tradotto in termini paesaggistici sarebbe: “brulicamento di formiche affannate in ogni settore del campus“.
Invece ieri c’era una calma sonnolenta, solo quache formichina stagnava qui e là senza soluzione di causa, neanche si nascondessero tutti dall’ Enorme Formicaio Famelico che fa fuori gli studenti ligi al dovere. Ma poi ho guardato il cielo di nuovo e il tutto si è andato ad accomodare nel posto che gli spetta: un cielo cinereo e ambiguo in una storia cinerea e ambigua, prevede una desolazione nebbiosa, cinerea e ambigua. Quindi eccola, cos’è che ti sorprende?
Niente.
Grazie al cielo ambiguo, dunque tutto è filato liscio e rapido più del previsto: non ho dovuto fare file, non ho dovuto pensare molto, non ho dovuto cercare modi per mettere in stand by i miei pensieri omicidi/suicidi, è bastata Janis Joplin nelle orecchie e qualche frase secca e pronta per pagare la prima rata, evitare la prima mora, compilare il doveroso, soffocare una botta nel petto quando mi hanno dato l’esosa seconda rata (molto esosa visto la mora qui inevitabile), e scappar via da lì affinchè l’Università potesse tornare a rivestire il ruolo di brulicante formicaio che la natura gli ha assegnato. Mi resta la convinzione, per carità, di aver sbagliato qualcosa, ma sono impossibilitata a porvi rimedio per il momento, a causa della mancata reperibilità di documenti. E comunque questo dubbio è di gran lunga tollerabile, considerato il resto del casino che ho sbrogliato. Quindi per ora mi ritrovo a dover pagare un bel po’, ma comunque ad aver risolto i guai peggiori. Per ora.
Perciò, cielo inquietante o no sopra di me, è con una leggerezza che da troppo avevo scordato che mi sono ritrovata nell’autobus deserto del martedì, a tornare a casa, con Odisseo a ripetermi che era fiero per quello (stupido) piccolo passo che ero riuscita a fare. Questo gesto potrebbe sembrare una cazzata a chi è abituato ai grandi e portentosi gesti da parte di chi ama, ma il fatto che lui sia  “Mr. 30 e lode perenne”, e che sia in grado di capire quanto e perchè possa essere atroce un passo del genere per me, “Miss che terrore l’Università“, lo rende un gesto enorme per me e mi fa ricordare perchè mi sono innamorata di lui.

Non ho nessuna voglia di rivivere la burrasca che invece ho trovato ad accogliermi da parte di mia madre una volta a casa, tanto c’era quel cielo terribile a proteggerm, insieme alla certezza di averlo fatto comunque un piccolo passo e tutto mi è sciovolato placidamente addosso.
Mi sono quindi tuffata a letto, a spurgare tensioni e disagi e ad aspettare che il cielo li cumulasse e li traducesse in una  rapsodia di vento e tuoni, perfetti per la storia perfetta.
E poi me li sono goduti.

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Ho visto due moscerini della frutta fornicare

Ho visto due moscerini della frutta fornicare e tutto quello che sono riuscita a pensare è: qui fornicano tutti tranne me.
Che poi non è questo grand’evento il fornicamento, pare, questa cosa rara e speciale e difficile da attuare, dal momento che riesce a farlo anche un moscerino della frutta!
Intendo proprio tutta la trafila: trovare un compagno giusto, inseguirlo come un cagnetto scodinzolante e darci sotto una volta raggiunto, e in tutto questo, continuare immancabilmente a essere un moscerino della frutta che rompe i maroni alla frutta e alla gente che la compra. Per esempio a me li hanno rotti i maroni, tantissimo li hanno rotti, dal momento che hanno sciamato dentro fuori e intorno alla cesta della frutta, al punto da costringermi a spostare le mele nel balcone, dove sono maturate troppo presto e tanti saluti al risotto alle mele che volevo cucinare oggi! E che è anche il mio risotto preferito… così, tanto per dire.
E in tutto questo hanno avuto “il tempo” di fornicare allegramente, “il tempo”! Loro hanno trovarto “il tempo”, voglio dire quanto vive un moscerino della frutta? 30 secondi? Eppure lui fornicava e io no e sì che io ho avuto trant’anni per farlo, che sono giusto quel tantinello in più di 30 secondi, ma no, no, no, troppo complicato. La cosa più naturale del mondo è per me la più complicata.

Ecco quindi che un’ epifania mi si è disvelata: non appartengo all’ordine naturale delle cose, vi sono fuori, la mia fatica a inserirmi nella vita come si deve deriva da questa empasse.
Quando prende corpo un pensiero con una qualche sostanza e con una certa pretesa di validità, la nostra mente si mette in moto automaticamente e va a scovare immagini o eventi passati che si legano in quel processo deduttivo atto ad avvalorare e confermare l’epifanica ipotesi. Il tutto mentre i due svergognati moscerini della frutta fornicano davanti ai vostri occhi.
Ora non sto qui  a elencare tutti i momenti della mia esistenza che hanno avvolarato questa la tesi. Basterebbe pensare alla mia difficoltà a incastrarmi in un sistema rigido come quello universitario; al mio sentirmi fuori luogo fin da bambina in ogni ambiente socialmente corretto in cui mi sono ritrovata nei vari momenti della mia crescita; ai pochi amici che sono riuscita ad avere dalle mie parti e quelli lontani che comunque alla fine sono scappati via come avessero una fiocina nel culo; alla mia incapacità di innamorarmi di qualcuno che sia di queste parti; a tutte le situazioni complicate che mi sono creata e che mi hanno incasinato sempre più mente, idee e vita eccetera, eccetera, eccetera.
Neanche ripercorrere la mia vita in tutta la sua ampiezza è necessario, giacchè basta riportare un paio di situazioni risalenti a non più tardi di ventiquatt’ore fa, per averne conferma.

Ho passato la giornata fuori alla ricerca di cose da comprare e di cose da risovere prima della mia partenza per Roma, giacchè ormai mancano giusto giusto sette giorni e sto in alto mare, come da copione.
Nella fattispecie ero in un negozio di abbigliameto, sapete quelli trendy di scarpe, borse e gingilli vari, in attesa che mia madre ucisse dal camerino dopo esserci stata io stessa, e c’era un tale cicaleccio intorno a me ed ero così annoiata che ho tirato fuori un libro. Anche se tiro ovunque fuori libri non mi era mai capitato di doverlo fare in un negozio, ma non me ne sono neanche accorta in verità, è stato una specie di gesto meccanico e già questo basterebbe a fare di me una outsider delle cose del mondo, che tirar fuori così un libro, in un negozio pieno zeppo di gente, mentre sosto davanti al camerino di mia madre, con una canotta  merlettata e un paio di pantaloni a stampa mimetica sotto braccio, non è normale neanche per finta. Soprattutto perchè il libro tirato fuori era “Niente di nuovo sul fronte occidentale” di Remarque, uno dei libri più meravigliosi che siano mai stati scritti, uno dei classici moderni più importanti della storia dell’uomo, una delle cronache più strazianti della guerra, tutto quello che volete, ma di certo non  ti aspetti che ti venga meccanicamente voglia di tirarlo fuori nel negoziuccio pieno di scene da “arrivano i saldi”.
Io non c’ho pensato, mi sono messa a leggere e basta. Neanche ho colto l’inquieto silenzio che mi si è assiepato attorno, nella mia arroganza me ne sono semplicemente beata come fosse cosa dovuta.
Dopo qualche paragrafo alzo lo sguardo e vedo una mezza luna di donne dalle età più disparate, intenta a fissami con bovina sorpresa, una cercava addirittura di spiare il titolo del libro che stavo leggendo, forse gelosa del portento di letteratura che mi teneva avvinghiata così alle pagine, per poter così leggerlo anche lei. Forse.
Il punto comunque, non è questo. Il punto è quello che stavo leggendo in quel momento e che alla visione del fornicamento dei moscerini mi è tornato alla mente.

Il protagonista, ovvero lo scrittore stesso, racconta in forma diaristica gli orrori della vita di trincea durante la prima guerra mondiale che egli stesso ha provato sulla sua pelle. A un certo punto il protagonista viene mandato in licenza per qualche giorno, ma piuttosto che esserne felice si sente fuori luogo, legato più a quell’ambiente di morte e sciagura, di dolore fisico a e annichilimento totale dell’esistenza, piuttosto che alla vita normale: pur desiderando ardentemente la vita, sa di non poterne più fare parte:
“Quando li vedo nelle loro stanze, nei loro uffici, nelle loro prefessioni, mi sento irresistibilmente attratto, vorrei essere anch’io uno di loro, dimenticare la guerra: ma nel contempo qualcosa mi respinge indietro, il loro mondo mi sembra così agusto, mi pare impossibile che possa riempire una vita; mi sembra che si dovrebbe buttar sossopra ogni cosa. Come mai tutto ciò può esistere, mentre laggiù le schegge sibilano sui camminamenti e i razzi solcano il cielo, e i feriti sono portati via sui teli da tenda e i compagni si rannicchiano nelle trincee! Gli uomini qui sono diversi, io non li posso capire, li invidio e insieme li disprezzo”.

Escludendo l’inescludibile dato di fatto – ovvero che nel suo caso non solo è un pensiero legittimo, ma sacrosanto, e vero oggi più di allora, perchè continuiamo a farci i cazzi nostri mentre a un tiro di scoppio da noi vengono fatti saltare in aria teste di bambini e che il nostro non è il miglior mondo possibile, ma solo l’unico mondo possibile e qui la chiudo-, ecco quello che sono io e che penso io, esattamente, parola per parola a parte le parole sulla guerra che poi sono quelle che rendono quello stato, quell’uomo, quella vita, quel pensiero terribile, tanto vero e giusto nel suo caso, quanto terribile e sbagliato, invece, nel mio caso.

Morale della favola: non spiate i moscerini della frutta mentre fornicano, il mondo può rivoltarvisi addosso e inghiottirvi per punizione.

Se il fantasma di tuo padre ti dice che.

Ma a voi appaiono in sogno i vostri cari defunti?
Che è una domanda così, senza pretesa di risposta, non una domanda rivolta a qualcuno in particolare, piuttosto a tutto il resto del mondo oltre me. Eccettuata forse quella parte di mondo che non ha una persona cara violentemente passata a miglior vita. Una precaria parte di mondo, concedetemelo, e non perchè io auguri a questa di “fare il grande salto” e passare da questa nostra parte di compunzione, anzi, ci restassero lì più a lungo che possono. Ma credo che sia inevitabile e che prima o poi capiti a tutti di perdere qualcuno che si ama, anche se si è così fortunati da vederselo portar via il più tardi possibile sulla tabella di marcia.
Ieri discutevamo con una mia amica, giust’appunto, su quante ripercussioni possa avere la perdita di un genitore sulla vita di un bambino, quanto forgi la sua stessa personalità questo evento e quanto, se non fosse accaduto, il bambino avrebbe potuto avere una vita altra, al punto da divenire egli stesso una persona completamente diversa. Quindi, io forse sarei una persona completamente diversa se vent’anni fa mio padre non fosse morto e io non avessi elaborato la più esacerbata tra le mancate elaborazioni del lutto, e non starei scrivendo su questo blog al momento.
Forse lavorerei come fotomodella. O meglio, avrei studiato a Yale, mi sarei laureata e non starei qui, all’Unical (altro che Yale!), a brancolare nelle nebbie della laurea-ancora-non-presa. Sarei diventata la più brillante delle giornaliste di matrice americana impiantata in Italia, avrei risollevato le sorti dell’editoria con la mia rubrica “Come ti vede Calipso“, avrei fatto perdere la testa al figlio di Murdoch, ma accortami dell’aridità del suo cuore, non avrei accettato la sua proposta di matrimonio, per convolare a giuste nozze invece, con Gerald Butler, non prima di aver fatto sesso spinto con David Beckam, che non mi piace particolarmente, ma tutti hanno fatto sesso con Beckam, non vedo perchè non avrei dovuto farlo io.

No, non penso sul serio che quel tragico evento abbia a tal punto plasmato quel che sono, è solo la punta di un iceberg, ma non posso neanche negarne le influenze, giacchè me le porto appresso come una lettera scarlatta marchiata a fuoco sulla fronte. Non starò qui a illustrare il perchè e il per come di queste influenze, non frega una mazza a nessuno e non frega una mazza neanche a me. Mi ritaglio però, qualche riga di tempo e di spazio per riflettere sulle mie notti  tormentate e su come gli incubi che le accompagnono sono quasi sempre legati alla figura e alla presenza o meno di mio padre.

Oltre alla necessità impellenti di mangiare e vomitare, so di essere ripiombata nelle mie “fasi nere“, quando vivo totalmente estraniata dalla vita, dalla realtà, dalla quotidianeità. Per prima cosa il mio ciclo sonno-veglia si sballa e il giorno diventa notte e la notte diventa lotta contro demoni e tormenti e comincio a latitare in una nebbia che mi allontana dalle cose della vita.
Questo è uno di quei momenti, da cui devo trovare un fottuto modo per uscire e presto: considerato che l’uno giugno devo partire per Roma e che ho tipo settecentomila cose da risolvere nel tempo che intercorre, non ho l’agio di lasciare che l’autoflagellazione si prenda tutto il tempo che gli aggrada, come è stato in altre circostanze. Quindi ho preso di petto la questione, in sogno ovviamente, che nella vita reale non so prendere di petto alcunchè.
E’ per questo che ho chiesto al fantasma di mio padre di non venire più a tormentare i miei sogni.

Non mi dispiaccia sognarlo, anzi.
Fin da ragazzina ero ben lieta di sognarlo, che anche se nel bel mezzo di un terrificante incubo, avevo comunque l’opportunità di stare un po’ con lui, di parlargi e conoscerlo, che non mi è stato possibile farlo dal vivo e che è la cosa che mi manca di più. Sì, è un pensiero un tantino sciocco lo so. Molto sciocco in effetti, dal momento che a trent’anni le cose non sono cambiate di molto.
Ho comunque, sempre centellinato la sua presenza nei miei sogni, mentre in queste ultime notti, non mi ha dato tregua alcuna, e in quei venti, unici minuti di sonno che sono riuscita a racimolare, state pur certi che lui era presente e che il sogno non era propriamente un idilliaco spasso.
Quindi stanotte ho sognato (ho sognato, vero?) me e lui, uno di fronte all’altra, mentre gli chiedevo gentilemente tregua, di entrare in un bel sogno quantomento o di darmi i numero vincenti del superenalotto se proprio doveva venire, oppure di tornare a infestare le mie notti tra un mesetto circa, giusto il tempo di risolvere i miei casini e rifiatare un po’.
E lui per tutta risposta mi ha detto che dovevo vedermi un film.
Mmh.
Il film in questione tratta di un treno che nessuno riesce a fermare (mio padre era ferroviere, c’entra qualcosa?), che è un film che effettivamente esiste, con Denzel Washington, Unstoppable qualcosa.

Quindi o sono magica o il fantasma di mio padre sta cercando di dirmi che morirò in un disastro ferroviario.
Nel dubbio io il film me lo vedo.

E’ questione di contegno. E di dosa-charme sfasciato.

Io credevo che gli atteggiamenti giusti da avere nelle varie circostanze normali, che sono solite presentarsi nella normale esistenza quotidiana di una persona nella norma, mi fossero sommariamente chiari. Intendiamoci, non parliamo di situazioni straordinarie, come scendere gli scalini dell’Ariston, sfilare sul red carpet, riportare la pace in Medio Oriente, pronunciare un discorso per il Nobel, salvare un bambino caduto in un tombino. Perchè no, in quei casi decisamente non saprei cosa fare e finirei col girare in tondo come una gattara schizofrenica, interrogando i miei gatti su quale sia la mossa giusta. E una volta ottenuta risposta, non saprei ancora cosa fare.
In realtà, tendo a non saper gestire molte situazioni, quando sono sotto stress combino guai e quando sono circondata da gente che non mi piace e non mi trovo a mio agio, sono sileziosa come una tomba, poi tiro fuori un libro dalla borsa, generalmente, e tutti mi guardano male, ecco quindi che torno a  sentirmi perfettamente a mio agio.
Se vogliamo cavillare, poi, non affronto ciò che richiede una qualcerta dose di charme, col dovuto charme, il quale viene invece investito in altre attività che di charme non ne richiederebbero punto. Ho il dosa-charme sfaciato, va bene? Ma a parte questo, il resto degli altri naturali comportamenti socio-umani, li ho ben chiari, ognuno al proprio posto, ognuno nella graticola del comportamento più consono alla data situazione.
Così credevo, almeno.
Invece pare che no, no, non è così.

Oggi per esempio, mi sono ritrovata con questa ragazza con cui eravamo solite scambiarci una fitta corrispondenza epistolare (mail, ma “epistolare” fa più scena), scomparsa da qualche mese, che non è in realtà scomparsa e basta, ma pare si sia resa protagonista di quel mezzuccio in voga negli ultimi anni, ovvero quello di bloccare una persona, da facebook, o sul cellulare o che so io, e togliersi ogni pensiero relativo, che i pensieri fanno male alla mente e all’anima. Un po’ come Ponzio Pilato: un modo tutto new age di lavarsi le mani.
Pare, dicevo, che questa ragazza mi abbia bloccata e impedito così ogni possibilità di contatto. Il punto, in questo caso, è che non c’era nessuna ragione per farlo! Nel senso che non eravamo amiche fraterne, ci sentivamo da anni, ma ci sono stati momenti in cui questa corrispondenza era venuta meno per un po’,  per poi riprendersi, non eravamo proprio pappa e ciccia, ecco.
C’era un certo tipo di amicizia e anche un certo affetto e io aspettavo che mi contattasse, addirittura sono arrivata a preoccuparmi che le fosse successo qualcosa, una stupida con tutti i crismi sono, proprio! Io non avevo neanche pensato alla possibilità che potesse aver fatto una cosa del genere, perchè non la ritenevo tipo da usare questi mezzucci e perchè francamente la situazione non lo richiedeve minimamente. Poi una mia amica che mi ha detto: “Ma guarda che se risulta così il suo account è perchè t’ha bloccata“. E’ andata a controllare lei ed effettivamente è così.
E io mi chiedo che cosa può spingere una persona adulta e non una dodicenne/sedicenne, a comportarsi così. Sono andata a pensare che potessi in qualche modo averla offesa, osteggiata, annoiata, ma davvero non so come avrei potuto farlo. Anzi il suo ultimo messaggio era stato “Va’, torno a casa, ceno e poi ti rispondo alla lettera tua di ieri, che è meglio“, perchè mi aveva raccontato di una pessima giornata. Figurati se andavo a pensare che mi avesse bloccata! Un’unica ragione plausibile a spingerla a fare una cosa del genere ci sarebbe, ma è talmente stupida, talmente patetica, talmente ridicola, che mi rifiuto anche solo di considerarla e scriverla qui.
Cosa ho fatto, quindi?
Le ho mandato una mail tramite l’account di questa amica, ma non per ricontattarla, solo per salutarla e dirle che mi spiace se l’ho offesa in qualche modo, che non era certo mia intenzione, che non ho comunque niente contro di lei e le auguro ogni bene e che anche se mi dispiace, va bene, non proverò a contattarla più e ciao bella ciao.
Ma non ho la pretesa che questo fosse il comportamento corretto, per carità! Quel che serve qui è contegno, signori. E il contegno giusto in questo caso sapete qual è?
Fotternese.
Hai avuto la fortuna di stabilire una relazione un tantinino più profonda di quelle che hai con la Compagnia del muretto? Alzati domani mattina e interrompila, così, senza ragione, da un momento all’altro, relazioni profonde, pfffffff che ti servono? Mangiati un pacco di patatine e sei apposto.
Hai un amico con cui giochi a freccette da anni e gli vuoi tanto bene perchè nessuno sa rendere il gioco delle freccette bello quanto ti capita quando sei con lui? Decidi che non ti piacciono le freccette e molla anche l’amico già che ci sei, che tanto puoi giocare all’allegro hippo hippo, vuoi che non trovi un amico nuovo di zecca che giochi all’allegro hippo hippo con te? Non conta con chi giochi, conta che giochi.
Sei innamorata davvero di qualcuno, ma le cose sono complicate come è di regola in amore? Non cercare di lottare per lui, no, mica vuoi essere una che lotta, no?! Chi te lo fa fare, quando puoi mollare tutto e scegliere quell’altro che ti capita a tiro? Che poi magari quello che lasci andare potrebbe essere il grande amore della tua vita, ma non lo vivrai mai perchè lottare no, no, non è il contegno giusto.

Forse un giorno capirò cosa le persone si aspettano da me, forse. Fino ad allora persevererò nel contegno sbagliato e continuerò a farmi male.
Soprattutto di Venerdì 17, perchè oggi è venerdì 17, che mi pare una notizia fondamentale, quindi in qualche modo dovevo ficcarla in questo post. Ed ecco che l’ho ficcata.

Ultimatum da Odisseo

Odisseo vuole sapere entro stasera cosa voglio fare, se voglio continuare a sentirlo così o se non voglio sentirlo più, dove per “così” si intende con lui che non si sbilancia, che ha fatto dei passi indietro rispetto a fine aprile e a tutto quello che è successo, che non mi dice niente che non direbbe a una casta amica, completamente diverso rispetto a prima, col costante dubbio da parte mia che lui per me, non provi più niente di niente, dubbio che deve rimanere tale almeno finchè non ci rivedremo di nuovo. Se ci rivedremo.
Mi ha detto chiaro chiaro, “O così o niente“.
E stasera vuole una risposta.
Ma io la risposta non ce l’ho.
Ho la testa piena di lacrime che stanno straripando fiori senza criterio, lacrimo tanto che sembro la madonna di coso lì, quella statua che piangeva sangue, e non so cosa fare. Quindi se qualcuno passasse di qui e mi potesse dare un consiglio di qualsiasi tipo, anche su come tagliare le cipolle alla julienne, gliene sarei grata.

Intanto continuo a lacrimare fino a prosciugarmi.

La tizia sbagliata nella storia giusta (con moto e centauro)

E’ stata un po’ come la scena di un film, uno di quei bei film, d’amore senza barriere, di ribellione e magia.
E’ stato come se fossi stata catapultata in Sons of anarchy e il Burundi si fosse trasformato in Charming town (anche se serve moooolta immaginazione per trasformare il Burundi in Charmin town).
E’ stato come se fossi in una bella storia, che non è la mia storia, in cui mi sono trovata per sbaglio, usurpando il trono della tizia giusta.
E’ stato come la tizia sbagliata nella storia giusta. Che è sempre un bene.
E’ stato come un gran niente capitato in una giornata orrenda e quindi trasformato in un gran tanto per compensare.

E’ stato che me ne andavo per Burundi town fin dall 9.00 della mattina, ieri, per sbrigare faccende non mie, come fare delle ricette dal dottore per mia sorella la quale è stata disarcinata dalla bici da una macchina e ora ha caviglia ingessata, andare a fare servizi per mia madre da una sua amica e fare la spesa, cose così, che mi hanno portato a fare il giro intero del Burundi. Ullallà, il grio intero del Burundi, pensa! Tredici minuti e mezzo a passo svelto e ti ritrovi al punto di partenza.
Stavo a un tiro di schippo da casa con due bustone della spesa e un tipp mi suona a un incrocio. Stava a cavallo di una moto gigante, di grossa cilindrata (si dice così?), bella, nera e metallo, fiammante, di quelle che bruciano l’aria quando passano e lasciano una scia di tuoni e rombi che anche se ne hai viste mille, anche se te ne frega delle moto quanto delle esperienze sessuali di uno scarabeo stercorario, ti giri comunque a guardarla sfrecciare. Pensavo stesse rivolgendosi a qualcun’altro, ma c’ero solo io, insomma a Burundi town non c’è molta gente in giro, e allora mi sono girata. Ho cercato di capire se lo conoscessi o cosa, ma ho già difficoltà a riconoscere la maggior parte della gente che mi saluta nel Burundi, figurarsi questo col casco integrale, il chiodo e la moto gigante.
No, non stava cagando me, quindi io proseguo convinta delle mie ragioni e quello suona di nuovo il clacson (si dice così?). Stavolta non ho dubbi visto che fissa me, ce l’ha con me, forse è un tipo che mi consoce, quindi faccio un rapido cenno di saluto e proseguo con i Pearl Jam nelle orecchie, mentre il signor centauro sparisce all’orizzonte con un rombo di tuono.
Il tempo di girare l’angolo chi ti ritrovo parcheggiato alla fine del marciapiede che stavo percorrendo? Sì,il centauro di prima, deve aver fatto il giro del paese per tornare indietro, ovvero 80 secondi con la moto. Ha un piede sul marciapiede, il motore acceso sputa un rumore sordo, la visierina del casco (si dice così?) alzata, gli occhi ramati, le sopracciglia folte e nere come la moto, un “Ciao” possente, di chi ha le corde vocali abituate a superare il frastuono del motore, possibilità che lo conosca 0,1%, possibilità che sia di Burundi town 0%.
A questo punto è necessaria la colonna sonora giusta: http://www.youtube.com/watch?v=PZ4mo3LCkvQ

E mo’ questo che vuole“, il tempo di pensarlo che mi risponde “Monta che ti do uno strappo“. Vuole darmi uno strappo, dunque.
La prima cosa che penso è che io lo strappo dal centauro, io lo voglio.
La seconda cosa che penso è che l’ultima volta che ho accettato un passaggio da uno sconosciuto, stavano per violentarmi (per approfondimenti macabri: https://webcamaccesa.wordpress.com/2013/03/31/il-mal-dovaie-a-pasqua-ti-mette-nei-guai/).
La terza cosa che penso è “Fico, è come stare in Sons of Anarchy“.
Quello che dico invece è: “Sulla tua moto c’è un porta-buste-della-spesa?
Il centauro sorride con gli occhi, che la bocca non la vedo ma credo sorrida anche con quella, credo, e dice che “Ah già… be’ buttale via!
La domanda che a questo punto il mondo si pone è: ma perchè cazzo non l’ho fatto?! Perchè non ho buttato via le dannate buste e non sono dietro al tipo col chiodo nero alla Sons of Anarchy e me ne non sono scomparsa all’orizzonte con tanti saluti a università del terrore, a Odisseo che fa il prezioso e alla vita di merda correlata? Perchè?! Per le buste della spesa?! No, probailmente perchè sono una cazzona, ecco perchè.
Gli ho detto di non tentarmi, che giusto ora stavo ascoltando una tristissima canzone dei Pearl Jam in cui un ragazzo e una ragazza hanno un incidente e lei muore e lui la perde per sempre. E lui ha risposto “Ahi, va bene allora non insisto, ma passo di qui spesso, ci becchiamo“. Mi fa l’occhiolino, taglia la strada, fa un cenno di saluto, imbocca la corsia e  ingranana e se ne va, scompare all’orizzonte senza di me, con House of the Rising Sun (versione The White Buffalo, precisiamo) come sottofondo.

E io sono tornata alla mia triste giornata tremenda, con le buste idiote della spesa. Giuro che se lo ribecco, me ne vado con lui per sempre, chiunque egli sia, c’è gente che si è innamorata per molto meno, no?
Lo giuro.

Passi indietro e Zeta

Sto facendo una serie di passi indietro che non posso permettermi di fare e li sto facendo in ogni settore della mia vita. E quel che è peggio, a pochi giorni dalla rinascita, nell’esatto momento in cui tutto prendeva una piega leggermetne più positiva rispetto a il resto tutto della mia vita:

la dieta: mille passi indietro! Tutto quello che ho perso tanto faticosamente credo di averlo recuperato, se non del tutto, poco ci manca. Sto reingrassando a vista d’occhio e la dispensa piena di nutella e cioccolata e merendine e brownies e ciambelloni e pastiere e dolciumi vari dei miei cugini, di certo non aiuta la mia depressione incanlzante. Il fatto di stare a casa degli zii, poi, mi impedisce di mangiare come voglio, di correre e di riprendere un ritmo a me più consono.
i demoni: sto per tornare ai minimi storici di depressione, non riesco a dormire e non sono neanche nella mia stanza dove risiedono le armi per combattere contro i demoni, quindi loro arrivano e possono fare quanto più gli aggrada.
– l’università: non solo è ferma, ma è anche più che ferma, è anchilosata, cementificata. Con tutte quelle tasse da pagare che non so come pagare, la tesi da scrivere , la professoressa della tesi che non sento da un’eternità, un disastro da cui non so come uscire.
Odisseo: è in stand by, Odisseo. Ci sentiamo e basta, giorno per giorno e giorno per giorno affrontiamo le magagne che ci si prensentano e sono tante. Però oggi è stato un amore: abbiamo parlato per un’ora, solo io e lui, nell’enorme terrazzo di zio, mentre tutti erano a scuola, a lavoro o dormivano, e io ho sorriso tutto il tempo sentendolo rilassarsi via  via e stiracchiarsi come un ghiro, dopo le giornatacce che ha passato. Il suo periodo forsennato si è in parte concluso e possiamo tirare un sospiro di sollievo. E’ stato tenero e gentile tutta la mattina e mi ha detto che aveva pensato di venire a Roma per vedermi, ma ha controllato e con poco preavviso il biglietto costa un bel po’ anche se il tragitto Napoli-Roma è breve e ora che ha fatto il trasloco, dato l’affitto di 3 mesi in anticipo, comprato un sacco di roba, non c’ha proprio una lira, e lo capisco, ma mi a fatto piacere che l’abbia pensato, ci abbia provato e me l’abbia detto. Sicuramente ci sono stato passi indietro anche con Odisseo dal momento che non siamo legati sentimentalmente come prima, ma per ora diciamo che stiamo in stand by.
il lavoro: qui mi sa proprio che è un nulla di fatto e io ci ho creduto troppo in questo colloquio romano. In realtà non ero ottimista, non credevo sul serio che mi avrebbero presa, ma era una ventata di aria fresca per problemi e depressione, la prospettiva di iniziare qualcosa, di non sentirmi più un’ameba inutile e soprattutto di uscire da quella stanza per sempre, una prospettiva così bella, che mi ci sono lasciata conquistare e coinvolgere troppo. E ora dovrò trovare qualcosa di orribile e schifoso nel Burundi per l’estate, tremo al solo pensiero.
autostima: a zero, proprio. Sto cercando di seguire i consigli di persone più navigate e intelligenti di me – e siete soprattutto sul blog quindi forse leggerete questo commento e vi ci ritroverete, avete notato la sottile lusinga, sì?-, ovvero di ripetermi che io sono giusta e non sbagliata, che sono quel che sono e va bene così, per provare a vincere blocchi, guai o timidezza o quantomeno vivere le mie mosse, le mie giornate, in maniera più serena. Vedremo, ma non è facile come sembra.
Zeta: sì ho fattoi dei passi indietro anche con Zeta, ma questo merita un capitolo a parte.

Zeta (in pillole).
Zeta (sì, come quello di Men in black) è un mio ex amico di cui non ho mai parlato perchè l’anno scorso è uscito/ha voluto uscire violentemente dalla mia vita e io ho sofferto come una piccola pecora eviscerata per questo. Ci ho messo secoli a estirpare ogni ganglio della sua presenza dalla mia vita e non ci sono ancora riuscita del tutto, ma evito comunque di pensare a lui e di scontrarmi nel corso delle giornate con cose che me lo fanno tornare alla mente. E’ una delle persone che mi ha conosciuta meglio, credo, forse l’unico, con lui sono stata bene come con nessuno anche se a distanza (le mie amicizie importanti sono semrpe a distanza), e avevo l’arroganza di credere di avergli lasciato anche io qualcosa di importante. Ma un anno e un mese e mezzo fa, ha deciso che dovevo scomparire dalla sua vita e senza darmi una reale spiegazione mi ha bloccata su facebook e sul cellulare e ha smesso di rispondere alle mie mail, insomma si è staccato. Era già un brutto periodo ma con la perdita di Zeta è diventato un inferno.
Questo per un molto breve sunto. Sono riuscita a relegarlo in un angolino della mente dove non passo spesso, ho dovuto farlo, mi stava schiantando il cuore il suo ricordo, e da luglio scorso ho smesso anche di provare a contattarlo, tanto se non sente più desiderio di sentirmi o parlarmi è inutile. Recentemente sono finita per sbaglio sulla sua pagina anobii, ma ho chiuso immediatamente per tema che le radici dei ricordi mi stritolassero.
L’ho amato? Oh sì, in tutti i modi in cui una persona può amare io ho amato Zeta tanto che nonostante tutto il male che mi ha fatto, nonostante si sia comportato in una maniera indegna di lui, non riuscirò mai a odiarlo del tutto (e c’ho provato a odiarlo, cristo se c’ho provato!), e una piccola parte di me gli vorrà sempre un gran bene e gli augurerà sempre il meglio del meglio che la felicità e il mondo possano offrire. A meno che non riesca a dimenticarlo del tutto un giorno, e francamente, lo spero, visto che per quel che ne so lui può essere su Marte al momento, e le possibilità che ci risentiremo sono più rare di quelle che io diventi la scrittrice più figa del mondo.
Tutto questo preambolo per dire che ieri ho fatto un passo indietro anche riguardo a Zeta e stanotte mi è improvvisamene balenato in mente. Sarà che era una ricorrenza particolare e legata a lui, ma l’avevo escluso dalla mia vita del tutto negli ultimi mesi! Anche i disegni che avevo fatto per lui – per farla breve volevo inviargli dei disegni con di alcune scene a noi familiari e per me (noi?) importanti-, li avevo oramai relegati in fondo al cassetto meno visitato della stanza.
E ieri è tornato il desiderio di poter sapere almeno se sta bene o cosa fa o come va la sua vita, la sua storia d’amore, la sua nipotina, il suo lavoro, lui. Di poter sentire solo una sua parola, che lui sapeva meglio di chiunque trovare quelle più giuste, non solo da dire a me, quelle più giuste nel mucchio di parole esistenti nella storia dell’umanità. Come faceva è un mistero per me. Io ne uso a iosa di parole ma non le governo con lasua abilità.
Ora me lo scrollerò di nuovo di dosso, devo farlo, e spero di riuscirci con più agio lasciandolo scritto qui, su questo blog, come fosse una parte della mia vita da mettere in una bottiglia e lasciar andar via per sempre verso una vita migliore lontano da me. Ma non prima di avergli dedicato un ultimo pensiero, un ultimo bacio e di avergli detto per l’ultima volta “Tanti auguri di buon compleanno, mio piccolo, Zeta”.

Calipso fuori dalla stanza

… si sta cagando sotto per la strizza del colloquio di domani.
Colorita-nota-di-colore a parte, è il primo post che scrivo lontana dalle quattro, nebulose mura della mia stanza, a sud-est della mia casa, fossilizzata tra colline e spiagge nell’ameno paesucolo, Burundi, Italia.

Ha un colore diverso questo post?
Per voi no di certo, a me par di sì, però. Di certo ce l’hanno diverso le pareti della stanza dove scrivo, in casa dei miei zii a Roma: tanta luce, tanta spettacolare vita in ogni angolo, tanta tenerezza, nessun gelo lasciato lì a fermentare fino a diventare un iceberg. Sembra il paradiso.
Sembrerebbe il paradiso, se non fosse che c’è sempre quella complicata e ammuffita parte di me che non ci sta bene qui, non per questi miei zii e cugini che sono meravogliosi – niente a che vedere coi parenti paterni del Burundi-, ma perchè io e i miei demoni qui, c’entriamo molto poco.
Non mi incastro bene tra la luce e la potenza della vita vera, della famiglia vera, delle girnnate che scorrono BELLE, non piene di dubbi e drammi, di carenze e perdite, no, giuste, lineari, vive. Non riesco a trovare un aggettivo più azzeccato di “vive”. Sono vive, punto.

Ma io non lo sono, anche se mi affanno per esserlo, la mia resta sempre una affassonata pantomima di sopravvivenza. E sono in difetto.
In difetto per il mio essere diversa, in difetto per il mio non essere laureata, in difetto verso queste persone meravigliose che lo sono, sì, sono meravigliosi, perchè io non lo sono, sono solo qui, e sono sola, loro una famiglia che segue la linea dritta della vita, io no.

Non ho molto tempo nè modo di scrivere, ma proverò comunque a lasciare traccia di questi giorni anche se in maniera accennata o succinta. Quel che sarà di me nei prossimi giorni davvero non lo so, dipende tutto da domani, dal colloquio, non voglio pensare ora a quel che mi aspetta se, come sarà non lo passo, o anche a cosa fare se lo passo. Ma buona parte della mia futura vita potrebbe decidersi in una manciata di ore da qui a domani alla stessa ora, probabilmente lo saprò.

Dovrà accompagnarmi mio zio domani a Roma che io non so muovermi e siccome conosce qualcuno che potrebbe conoscere qualcuno in quel posto dove fanno il colloquio, lui sarà per forza di cose coinvolto e io non solo mi troverò ad essere nervosa per il colloquio,ma anche perchè lui è coinvolto, ora, in prima persona (anche se il colloquio e la selezione difficilmente dipenderà da questo suo amico, ma comunque è coivolto) e io dovrò anche conoscere il suo amico domani e sono assolutamente impreparata a tutto ciò. Me li gestisco io colloqui et similia, solitamente, malissimo, ma me li gestisco sola, e ora non potrò farlo e mi sento come se non guidassi io la mia nave, non avessi più la possibilitòà di frantumarmi sulle onde.
Quindi paura.
Paura di veder spegnersi quest’ennesima speranza ancor prima che brilli.
Paura di deludere ancora di più mio zio, forse l’unico che mi ha sempre voluto bene incondizionatamente, nonostante non mi apprezzi nè condivida chi/cosa sono.
Paura di dover tornare troppo presto nel Burundi e dover affrontare l’Università del terrore.
Paura di essere ricacciata a pedate nella mia stanza dal mondo vero.
Paura di non meritare di far parte, anche solo per un po’, della vita vera.

La Regina degli Incubi, sogno#1#2#3

Io sono la Regina degli Incubi. Sì, esiste anche lei. C’è la Regina di Cuori, la Regina d’Inverno, la Regina di Fantàsia e la Regina degli elfi di Lorìen, non vedo proprio perchè non debba esistere la Regina degli Incubi, che non è figa come la Regina di Cuori, ma sono io, dunque non c’aspettiamo granchè.
La corona di Regina degli Incubi non si sceglie, si ottiene volenti o nolenti: se produci gli incubi più intensi, simbolici, romanzati o privi di nesso, bislacchi o realistici, e la media di produzione supera di gran lunga il numero dei tuoi anni di vita, ecco qui che diventi la Regina degli Incubi.
Io sforno incubi con la stessa frequenza e naturalezza con cui una lumaca produce la sua  bava. Scordatevi abnormi piovre che ti stritolano le ossa e divorano in eterno le carni o di restar bloccati in angusti frazioni dello spazio-tempo soli per sempre e senza via di uscita, Lovecraft era un pivello in confronto a me.
Gli incubi veri sono molto più sottili e psicologici, un po’ come le torture perpretate dall’Inquisizione di Toledo che portavano il povero inquisito sull’orlo della follia al punto da fargli desiderare la brutale morte piuttosto che il perpetuardi di quella tortura psicologica.
Quindi incubi su incubi per me, soprattutto nei periodi più brutti, quando le notti diventano un incubo, appunto, e l’insonnia fa la spola tra pensieri funesti, demoni e sogni nefandi.

Ora, non sono assolutamente in uno dei più brutti periodi della mia vita, ma questi ultimi giorni i pensieri, la speranza che si assottiglia, un certo grillo in testa che mi ripete una cosa a cui non riesco a credere, l’alimentazione pesante cui non sono abituata, Odisseo che sento lontano, la fase premestruale acuta, il cambio di stagione, hanno richiamato un bel po’ di demoni e pensieri e qualche incubo errabondo ha insudiciato le mie notti.
Ma non sono qui a parlare delle mie notti, dei miei demoni, dei mie incubi frequenti, di zii morti che tornano in fila dall’aldilà a lasciarmi messaggi criptici, o della mia vita che si rivela essere una farsa e che io non esista per nessuno delle persone che ho amato. Non riuscirei neanche a trovare le parole per descrivere certi stati di cose e d’animo, insomma questo genere di incubo non può essere strappato alla notte e materializzato tramite le cose del giorno, come le parole.
Posso invece, senza dubbio, raccontare dei sogni di stanotte giacchè non si tratta di incubi, ma di sogni appunto, assurdi e perfettamente lineari allo stesso tempo, che non riesco a comprendere, non so da dove escano fuori, e perciò li scrivo prima di dimenticare tutto con la velocità della luce, come di solito accade.

Ho fatto tre sogni diversi e stranamente li ricordo tutti e tre, dettagli brumosi per carità, ma posso ricostruirne le linee generali. Forse perchè ho dormito davvero pochissimo, tre ore in tutto, ma intervallate da stati di veglia, di insonnia, di svestirsi per poi rivestirsi, di libri aperti e abbandonati, di sortite per la casa per tracannare acqua e fare pipì, di poesie di Percy Shelly lette con i piedi sul muro e la testa penzoloni dal letto. Le mie notti indemoniate nascondono fascinazioni incomprensibili ai più.
Si sappia solo che non stavo leggendo o pensando a niente in questi giorni che possa aver solleciatato il mio inconscio a generare questa roba e che possa quindi giustificare tali sogni. Il che contribuisce a renderli ancora più affascinanti (e a rendere affascinante me, of course) e contribuisce anche a renderli più stupidi, in verità (come sopra).

Sogno#1
La mia amica, che chiameremo Cloudy, cercava di raggiungere una carica di qualche tipo, politica credo, non ne sono sicura del tutto, per la quale io la reputavo estremamente portata ed ero ben felice di aiutarla a perseguire il suo obiettivo. Ce ne andavamo dunque in giro per questo palazzo bianco tutto avviluppato attorno a un quadrato e fatto solo di corrodoi, pianificando strategie e progetti per farle ottenere la carica ambita. Ad un certo punto ci accorgiamo che uno dei nostri piani meglio congeniati è stato compromesso. Tale piano mirava a ristabilire le sorti dell’economia italiana riportando in auge lo scambio epistolare cartaceo, promuovendo quindi la produzione di carta da lettere e lettere di vario tipo, con contrassegni e poste differenti per ogni tipo di lettara da quella d’amore (che doveva essere catalogata come tale) alla cartolina e ne illustravamo tutti i pro e i contro in un manoscritto enorme pubblicato sulla bacheca ufficiale del palazzo quadrato. Salvo poi scoprire che la mia vicina di casa, la chiamerò Piumilo, si era appropriata del nostro manoscritto e della nostra idea e l’aveva spacciata per sua per ottenere, ovviamente, la carica che spettava a Cloudy. Dovunque andavamo ce la trovavamo davanti e qualsiasi nostra mossa era copiata e anticipata dalla sua, finchè non abbiamo deciso di accedere al piano B, spettacolare, pericoloso piano B, elaborato da noi stesse in tempi antichi e scritto su una carolina cremisi e oro. Ma Piumilo ci aveva anticipato anche stavolta e trovammo così la cartolina strappata, appuntata sulla bacheca, mentre lei, con degli orridi pantaloni colori cachi come i suoi capelli, stringeva la mano al Presidente  della Repubblica (donna nel sogno, e magari!) e fregava la carica definitivamente alla povera Cloudy.

Sogno#2
Altra amica realmente esistente, Miyu, ha i biglietti per il concerto dei concerti (non ho idea di chi sia il concerto in questione) a Torino e mi invita a raggiungerla. Quindi io mi metto dei leggins blu elettrico (mmh…) su una gonna velata nera con stelle di pelle nera (mmh….), mi faccio due piccole codine e lascio il resto dei capelli liberi dietro (mmh…) perchè così risalta il loro bel colore rosa (mmh…) e sopra ci metto un chiodo nero e blu (ah questo ce l’ho davvero!) e salgo su un treno per raggiungerla, tutto pieno di gente che va a questo concerto e io sono felice come una colomba il giorno di Pasqua perchè potevo passare il lungo viaggio a socializzare con gente con i miei gusti una votla tanto, ma prima che il treno parta Miyu mi chiama per dirmi che non possiamo andare al concerto perchè il figlio segreto di Severus Piton (mmh…) vuole governare il mondo (mmh…) e imporre a tutti capelli unti e tonache nere quindi noi dobbiamo fermarlo e io mio malgrado scendo dal treno e mi ritrovo in un ascensore dalle parteti strettissime, improvvisamnete nuda e col mio colore naturale di capelli. L’ascendore si blocca e dal microfono parla qualcuno, e la voce la conosco nella realtà, mi ricoroda qualcuno ma non ho capito ancora chi e mi dice che mi tiene d’occhio, che mi vede come nessun altro mi vede, che ha capito chi sono e che ruolo ho nel mondo e quindi mi deve arginare, che per lui sono nuda sempre come adesso e che mi guarda semrpe come adesso e che non ho via di scampo, che non esiste nessun figlio di Piton ovviamente, che tutto era orchestrato per farmi entrare in quell’ascensore e mettermi al corrente di chi sono e che lui esiste e mi guarda. E io cerco di spiegarmi di assecondarlo, tutto pur di uscire da lì e rivestirmi, ma lui ride e mi dice che non potrò vestirmi, che non serve, che anche vestita sarò nuda per sempre.

Sogno#3
Non consoco nessuno delle persone coinvolte nel sogno stavolta, tranne me. E’ una stanza piena di spade di tutti i tipi e dimensioni e oltre le spade c’è un letto matrimoniale dove io, un ragazzo, una ragazza e una bambina stiamo per coricarci stretti stretti e prendere una fiala con veleno, giacchè una tipa vuole ucciderci e l’unico modo per non morire è farle credere che siamo già morti. La fiala contiene un veleno che fa morire, ma solo per qualche ora, quindi noi ci approssimiamo a morire consapevoli che questa specie di strega verrà a controllare che siamo morti, e non sapremo che farà. Dolori tremendi precedono la morte e poi sovviene e mi ritrovo in un posto che è solo buio, nè aldilà nè aldiqua, dove scopro che il ragazzo stava facendo il doppio gioco, che è vero che la strega ci vuole morti, ma lui aveva bisogno che morissimo così per un qualche suo progetto e io squarcio il buio con una spada verde e faccio scappare gli altri, ma io non riesco a uscire e resto lì, col ragazzo malefico e la spada verde.

Tripudio di cacofonie

Siccome il computer posso usarlo un giorno in più, lo porterò allo sfasciacarrozze dei computer solo domani, accorpo in questo post quello che dovrebbe essere il cadenzario di cose da fare della settimana che conduce alla Pasqua benedetta, dove per “benedetta” intendiamo qui “magica fautrice di cioccolate di ogni forma, gusto e dimensione“. Cioccolata che io non posso mangiare neanche di striscio quest’anno, ma posso sempre ammirare e sbavare, stile Homer Simpson, che è sempre una gran cosa. E anche per gli altri dolci è benedetta. E anche perchè cade quasi sempre del giorno mio compleanno o comunque molto vicina a questo, quest’anno è particolarmente lontana in realtà e buon per me che magari poi del mio compleanno un pezzo di torta me lo sbafo. Facciamo che me lo divoro va’…
Sì vabbè, ho una dannata voglia di dolci, ma poi magari metto sul blog qualche foto di cosa da sabato ha iniziato a girare per casa mia e vi rendete conto da soli del perchè.

Soprattutto la mia voglia di dolci sarà centuplicata stasera, quando sarò al ristorante per festeggiare la fatidica LAUREA DELLA CUGINA. Sentite come suona male “Laurea“, terribile terribile, associata poi alla parola “cugina” è un tripudio di cacofonie!
Posto che io odio le feste di laurea a prescindere, quelle che prevedono il parentado da parte di padre, hanno sempre avuto un esito deleterio per me.

Piccola e inutile parentesi: questa cosa del parentado presente alle sedute di laurea, io proprio non la capisco. Sarà che filtro tutto e che tendo a dare a tutto un senso, be’ in questo caso l’unico senso che vedo è quello di arraffare un minimo di palcoscenico e riflettori e menarsela, per una laurea! Insomma menatela per qualcos’altro, ma per una laurea! E’ stupido, è anche perecchio patetico, ma nel caso della maggior parte dei miei cugini è così che sono andate le cose, lo so, li conosco. Altra gente ha meno velleità di protagonismo, ma anche così, le sedute di laurea con tutto l’albero genealogico presente, non le concepisco in egual modo. Piccola e inutile parentesi chiusa.

Ora, la cugina in questione è, francamente, una delle meno peggio della risma familiare, quantomeno è una delle poche che si fa i cazzi suoi quasi sempre e non sparla dietro (almeno che io sappia) e questo dalle mie parti, è oro colato, credetemi. Quindi non è tanto lei a dar vita al tripudio di cacofonie, non di per sè, ma l’idea di affrontare tutti i parenti, e tutti in gruppo compatto per giunta!
Dico solo questo, non mi pare il caso di dilungarmi troppo sulla questione: nell’ultima laurea di un qualche cugino mi hanno accerchiata e sparato staffilate del tipo “Vogliamo proprio vedere quando ti laurei”, “Ma perchè non molli se non ti laurei, dovresti mollare”, “Ma tu? A quando i confetti?” etcetera. Cose che a me non fanno bene punto.
E questa è normale routine, ogni volta che li vedo sono sequele del genere e a volte non riguardano neanche l’università, ma qualcosa su cui malignare e insultarmi la trovano sempre. Non sono persone creative, ma in certi frangenti dimostrano un estro da non sottovalutare.
E poi c’è cole che incarna tutto il male che la figura del “parente “ammette, la zia che tutti vorrebbero per la sua fiera e impeccabile condotta, la regina delle maligneria, la chiamerò la Matrona. E’ la tipica falsa perbenista e benpensate di paese, chiesofila e borghese fino alla nausea, col suo codice di comportamento rigido risalente alla II guerra mondiale e un grumo d’odio celato da frasi fatte e disincanto. Io sono da sempre, completamente il contrario di lei e di sua figlia, quindi mi odia. Odia il mio disprezzo dei “valori” cattolici, odia la mia indipendenza di pensiero fin da quando sono bambina, odia la mia inadenpienza ai suoi codici di comportamento che tendo a trattare con sufficienza, come non valessero niente, odia il fatto che leggo molto, una volta tolsi un libro a un matrimonio, in realtà solo per prendere un’astuccio di caramelline alla violetta finito sul fondo della borsa, e lei mi disse che ero un pagliaccio perchè mi ero portata un libro. Insomma, cose così, mi disprezza, forse perchè non mi capisce, forse perchè mi reputa una caccola inutile (non si è laureata, non frequenta la parrocchia, non esce spesso…oddio che tremenda, malevola asociale!), anche se a volte mi è capitato di pensare, per un frammento di secondo che poi è scemato, che invidi un po’ la mia ampiezza di pensiero e la mia personalità senza dubbio debole, ma su certe cose decisa e con un suo fascino.
All’ultimo rendez vous familiare, aspettò che tutti fossero torno torno riuniti per l’aperitivo e disse a gran voce “Tu ti devi solo vergognare” perchè non mi ero fatta vedere di recente dalle loro parti.
Vabbè mi fermo qui, giusto per consentirvi di avere un’idea del perchè tendo a star lontana da ‘sta gente e dei miei timori sulla serata che mi aspetta. E soprattutto del perchè  la mia voglia di dolci sarà centuplicata, stasera. Se succederà qualcosa tipo sopra, ho paura davvero di cedere e abbuffarmi.
Che poi, spero se ne stiano buoni buoni, con tutta quella Chiesa che si sorbiscono, magari fanno qualche fioretto nel periodo pasquale per essere più buoni e non scassano i cabasisi a me.
Resta il fatto che una festa di laurea tra parenti è una pizza oltre che un tormento, ma almeno solitamente ci sono i dolci, e c’è la torta, la torta è un bene sempre e comunque, ma se non puoi mangiarti neanche la torta è una tortura scriteriata e basta!

Spero di riuscire a fare un resoconto della serata domani, prima della rottamazione di mister pc. Per quanto riguarda il resto della settimana sarà tutto speso a resistere alle tentazioni, a preghiere sanscrite ogniqualvolta debba salire sulla bilancia, alla dieta, agli ultimi preparativi per Odisseo e a resistere e non abbuffarmi alla pasquetta con le mie amiche.
A questo proposito ieri pomeriggio l’ho passato a tirar giù tutto l’armadio e i cassetti con tutto quel che ho, che stringi stringi è ben poco mi sono accorta, e provare ogni accostamento, nel vano tentativo di trovare una mise che non mi stesse da schifo.
E’ stato vano, appunto, tutto mi sta male e io sono enorme e grassissima e non so davvero che inventarmi, spero di trovare qualcosa di decente domani al centro commerciale, altrimenti le cose cominceranno a volgere per il male già a 8 GIORNI DA ODISSEO, 8 capite, 8, come cavolo abbiamo fatto a rudurci a soli 8 giorni?!
Per il resto solite cose: comprare un libro (per Odisseo), depilazione totale (per Odisseo), e ho già detto della dieta? (per Odisseo).

Aggiornamento corsa e poi la finisco. Oggi ho corso 35 minuti, due sessioni da 15 e una da 5, ma pioveva, avevo freddo e francamente mi vedo le gambe enormi, quindi credo che scemerò un pochino col ritmo corsa questa settimana e la prossima non corro proprio. Oggi, stringi stringi, qualcosa comunque mangio a quel cazzo di ristorante, quindi domani me ne sparo 40 di minuti per cercare di metterci una pezza, ma poi sempre mno, fino ad arrivare a una ventina di minuti la domenica di Pasqua. In realtà la domenica solitamente lo prendo di riposo, ma mi intriga troppo uscire a correre il giorno di Pasqua, presto, quando in giro non ci sarà nessuno e il mondo, la Pasqua stessa, sarà mia. Senza cioccolata, ma tant’è.

Sogno di una notte di primavera

Le mie colline erano sempre più morbide. Man mano che solcavamo le stradine sterrate con l’auto, sfumavano i paesaggi a me noti, con i cactus viola per i frutti troppo maturi e i biancospini con i fiori d’argento e le ginestre mai sazie del giallo al punto da rubare anche quello del sole, e tutto divenatava più ampio, meno ondulato, bucolico e neo zelandese. Diverso.
Mia madre non mi parlava e la me ragazzina cercava disperatamente degli argomenti per colmare quel silenzio odioso che lei aveva eretto, – non capisco perchè i sogni debbano essere così realistici nelle cose tristi, non è prerogativa del sogno essere “sognante”, bello, speranzoso, diverso, possibile? – parlando di tappeti, tappeti che avevo visto a bordo strada e che aveva volato via il vento forte a cui siamo abituati, noi prigionieri dei golfi.
Il sogno ha conferito tutta la sua magia al paesaggio, ecco perchè non ne è rimasta altra per plasmare il resto. C’erano tanti fiori grandi, dallo stelo arboreo e rigido, un misto tra giglio, gladiolo e orchidea, rosa fuori e gialli dentro, distese, tappeti, di quelli che il vento non poteva scardinare però, e quindi volevo compensare e scardinarli io, farne mazzi, portare con me quella bellezza anomala, ne ero attratta, ipnotizzata come una bambina davanti alla sua prima Barbie. Ma mia madre mi proibiva di scendere per raccoglierli e io le chiedevo ragioni, e poi le cercavo le ragioni, ma non le trovavo.
Allo svolto della strada guardai con nostalgia verso la collina dei fiori e vidi un burrone spezzarla e dipanarsi in profondità nero-notte, ammantato e celato dalla bellezza dei fiori. Pensai a Ulisse (Odisseo ovunque, anche quando non c’azzecca una mazza – ndr) e al canto delle sirene e capii che quei fiori erano tali – troppo belli e anomali anche per un fiore-, sirene che intrappolano le anime romantiche e stupide, perchè solo gli stupidi sentono il desiderio di raccogliere degli stupidi fiori, e allora si appropriano di queste anime stupide, facendole scivolare nel burrone invisibile dalla strada di sopra.
Ero felice perchè avevo trovato la ragione: ecco perchè mia madre non voleva farmi raccogliere i fiori, lei lo sapeva, sapeva del burrone, voleva proteggermi! Perchè le mamme sanno tutto, vero?
Allora glielo chiesi, convinta finalmente di aver dipanato la matassa: “Mamma guarda, un burrone! Meno male che non sono andata a raccogliere quei fiori strani… per questo non mi hai lasciata andare, vero mamma?”
Lei guardò verso il burrone e disse ” Quale burrone?” e quando tornò a guardare la strada io ero in una stanza vecchia e lercia, nella torrida calura di un’estate appartenente a decenni fa, decenni in cui non ero ancora nata, e a luoghi in cui non sono (ancora) stata, svegliata di soprassalto dall’amica in vacanza con me, che concitata mi racconta dell’omicidio della vecchia signora, quella della stanza accanto alla mia”.

Donna che scandisce il tempo

00.13 del 28 febbraio 2013: Ho appena finito di interrogarmi sul perchè mi sia messa solo l’ultimo giorno a leggere qualcosa in un disperato tentativo di avere una riga da scrivere e non fare la pietosa figura di merda nel non scrivere proprio un cavolo per due ore mentre quelle persone decenti scrivono forsennatamente.
Ah sì, perchè sono scema. E per le crisi d’ansia, già, anche quelle.

1.08: si muore dal freddo, ma sono troppo pigra per alzarmi quindi mi arrotolo nel pail come un burritos fucsia e blu o una vecchia bacucca a seconda dei casi.

 

1.56: Faccio il caffè che sennò dormo e ci metto pure il latte perchè sono gentile con me stessa, all’1.56 tutti dovrebbero essere gentili con se stessi.

2.42: Infioritura rosso ciliegia e dolore lancinanti alle ovaie, certo, come da copione, i due giorni di ritardo non potevano diventare tre, e risparmiarmi almeno il dolore fisico, no. Quindi mi toccherà fare un concorso che non merito, senza sapere niente, andando fin lì e tornando a casa sconfitta e disperata, conversando amabilmente con gli altri concorsisti in auto, che mica posso fare lo yeti, nel primo giorno di ciclo, dopo una notte completamente insonne. Mi serve altro caffè. Decisamente.

2.43: Faccio altro caffè.

3.14: accendo video su youtube, il monotono sproloquiare di qualcheduna riempe la camera e mi mantiene in uno statp catatonico più che sveglio, mentre confondo ulteriormente le poche nozioni che ho;

3.35: Non ho più nozioni perchè non capisco una mazzaafionda di niente, ma devo almeno ripetere questa cazzo di Costituzione e tanto tra un’ora devo alzarmi inutile dormire ora che poi non mi sveglio.

3.59: Se chiudo gli occhi posso vedere la vita di una me parallela, una me che vive rettamente e che non si ritrova a studiare la notte prima dell’esame, inutilmente.

4.21: Non capisco più una mazza di niente, quindi chiudo tutto e mi guardo un film.

5.00: E’ che io proprio non ci voglio andare…

5.10: Che cosa ci si mette per andare a fare un esame che non sei in grado di fare? Leggins grigi e vestito di lanina verde e anfibi? Sì, direi di sì.

Continua prossimamente…

Chiedi alla polvere e polvere ti sarà data

“E c’è una ragazza ingannata dall’idea che felici fossero quelli che si affannavano, e voleva essere dei loro”

Mi sono svegliata con la voce di Gaber nelle orecchie che diceva che non piove mai quando ci sono le elezioni, per scoprire che non solo piove, ma piove polvere.  La polvere fina e nera, pura e impalpabile del deserto o dei vulcani, non lo so, ma potrebbero essere entrambe.
Certo è che non sto in Sicilia col suo Etna eruttante, nè nell’Africa del Sahara, ma io l’ho chiesta la polvere e mi è stata data.
Ho dormito col pc acceso, il suono della ventola graffia ormai nella mia testa come il più dolce dei balsami. Ho tenuto acceso youtube, neanche un telefilm, perchè il telefilm sarebbe finito e io avevo bisogno che qualcuno parlasse ininterrottamente, mi tenesse compagnia senza chiedere niente in cambio da parte mia.
Ho caricato una serie di video in rotazione e no, non c’era Gaber tra questi, ma una ragazza che faceva recensioni di libri, recensioni piene di frasi sceme e salamelecchi così inutili da fare accopponare la pelle a un bambino di quattro anni. Ma mi rilassa, vedere quanto possa essere facile la vita, senza pensieri troppo profondi o ragionati, lei che non si vergogna di essere esattamente quello che è, la placidità della sua stanza mentre risponde alle domande cretine che pare si passino tutti questi videomaker della letteratura yotubbiana.
Ha funzionato perchè il mio cuore si è calmato e ho dormito un po’.

Poi Gaber e sono andata sul balcone della mia stanza, alle 6, in pigiama, per vedere se avesse ragione e dirglielo. Ma il cielo è grigio, oggi, e l’unica nota di colore sono i fiori fosforescenti che fiocchettano il prato davanti casa, in una primavera stentata e ancora troppo vergine per imporsi alle nuvole. C’era un velo tra me e il mondo e c’ho messo un po’ a capire che era polvere, quel velo. Polvere nera che copriva tutto, copriva l’aria il balcone il prato le auto i lampioni, s’intrappolava nelle trame di pail del mio pigiama, come se il beige e il rosa fossero troppo teneri per poter essere miei, non appartenenti a un mondo che odia i colori pastello tanto quanto odia me che li vesto.
No,  il nero delle eruzioni e dei vulcani, la polvere del deserto e del fuoco, del centro della terra e del buio, è  il colore di questo Mondo, la polvere che ottunde la testa e si incastra nei polmoni per non farti respirare mai completamente libera, ma solo  quanto basta, costringendoti a essere quel che serve e nient’altro.
Se vuoi viverci in questo Mondo, è di quel nero che devi vestirti, giusto, polveroso nero, acromatico, ctonio, di fuochi ormai spenti. La polvere mi ricopriva piano, come avesse tutto il tempo del mondo per imporsi lei, non deve correre e affannarsi, lei, e io guardavo ogni granello scendere e velarmi, rendermi uguale alle auto ai fiori gialli al prato e ai lampioni.
Sono stata lì per venti minuti a concederle di coprirmi, senza pensare al freddo grigio delle albe di febbraio e al silenzio vuoto della domenica mattina. Perchè quella polvere, questa polvere, è la risposta alla mia preghiera. E’ la polvere che io ho chiesto.

«Cosí l’ho intitolato Chiedi alla polvere, perché in quelle strade c’è la polvere dell’Est e del Middle West, ed è una polvere da cui non cresce nulla, una cultura senza radici, una frenetica ricerca di un riparo, la furia cieca di un popolo perso e senza speranza alle prese con la ricerca affannosa di una pace che non potrà mai raggiungere.
E c’è una ragazza ingannata dall’idea che felici fossero quelli che si affannavano, e voleva essere dei loro». – Chiedi alla polvere, prefazione, John Fante

Video

Paraocchi per non sfilacciarsi

Io non ce la faccio più.
Non ce la faccio più a fallire.Il bisogno di portare a compimento qualcosa, qualsiasi cosa, in qualsiasi aspetto della mia vita è ormai un bisogno tragico, vitale, teso come una corda di violino che tira tira e tira, fa un male boia, e si spezza, perchè tanto si spezza prima o poi. Niente può stendersi all’infinito senza sfibrarsi, perdere il suo tono, e infine spezzarsi e io non faccio eccezione.
Anche se mi piacerebbe poter considerare me stessa Wonder woman, perchè così tutti questi anni buttati al vento, tutta questa vita mancata, sarebbe solo l’anticamera preparatoria di una vita più vorticosa di quanto previsto e assegnatami dal destino stesso, lì in quel posto dove i destinui vengono assegnati.

Invece “sfilacciata” è esattamente quello che sono, come qualsiasi corda tirata malamente e strangolata per quasi trent’anni, sarebbe.
Non sfilacciate ulteriori parti di me, non voglio più, basta.
Le parti perse saranno irricostituibili oramai, inutile piangere sul latte versato. Devo solo volgere il mio sguardo in avanti, sempre, tutti i giorni, per non sfilacciarmi più.
Dovrò farmi regalare dei paraocchi.

Non posso fallire ancora.
Non posso non baciare Odisseo.
Non posso lasciare che la gente caghi su quello che sono.
Non posso non vivere neanche un giorno della mia vita.
Non posso non studiare.
Non posso non leggere.
Non posso non uscire.
Non posso non seguire la dieta.
Non posso perdere sogni.
Non posso perdere amore.
Non posso perdere opportunità.
Non posso rintanarmi ancora in questa stanza.
Non posso impermealizzarmi alla vita.
Non posso.
Non lo sopporterei ancora.
Non resisterebbe, questa volta, la corda.
Non posso.

Eppure, lo sto facendo di nuovo.

Tè vs bisogni atavici

Quant’è forte la voglia di mangiare. Tanto quanto è poca quella di studiare.
Sono qui, a fissare lo schermo e a riempirmi di tè: tè alla menta, tè bianco, tè alla cannella, tè al lampone e vaniglia, tè alla fragola, tè nero, tè con latte, tè allo zenzero e miele… Tè, tè, tè, tè, tisana, tè.
Ma la mia fame è infinita, è nervosa, è ancestrale. Il bisogno di zuccheri, atavico.
Come può dell’innocuo, semplice tè combatterla?
Posso riempirmi, posso sorseggiare, posso distrarmi, ma il vuoto che mi porto dentro e la sua eco chiedono conforto, chiedono soluzione d’essere. Anche se non ho fame, io devo mangiare, devo abbuffarmi per stare in piedi.
Se mangio divento concreta, se mangio sono.

Se mangio non studio.
Se mangio perderò Odisseo.
Se mangio sfuma ogni obiettivo.
Se mangio mi blocco.
Se mangio fallisco.

Ma io ho fame.

Epifania, l’ultima abbuffata si porta via

L’ultimo giorno che ho ceduto e mi sono abbuffata, è stato il 6 gennaio. Certo che non doveva succedere, risparmiamoci le frasi fatte e i moniti da quattro soldi, che in queste situazioni lasciano il tempo che trovano. Il mio non doveva succedere, non ha il valore di un monito da “cosa buona e giusta”, ma quello che si fa una ragazza (posso ancora definirmi ragazza se tra tre mesi da oggi avrò 30’anni?) che ha promesso a se stessa, al mondo e agli astri di cominciare a vivere un po’.

Non doveva succedere perchè come ognuno di voi, anche per me ogni inizio dell’anno è foriero di buoni propositi e cambi di vita, ma in realtà io ambisco all’inizio di una vita, a un parto nuovo di zecca quindi cedere ha un doppio sapore di sconfitta.

Non doveva succedere perchè i giorni dal 2 al 5 gennaio non erano stati poi male, anzi mi avevano riservato cotanti palpiti ed emozioni da farmi sentire viva, un po’…diciamo viva sulla carta, cosa che comunque non mi è familiare.

Non doveva succedere perchè per nascere serve tanto impegno e se io mi abbuffo non solo viene meno l’impegno, ma io smetto di esistere, non agisco, a mala pena respiro, non faccio niente nè mi importa di niente, attontisco la Calipso reale, effettiva, il dottor Jekill e lascio imperversare quella menefreghista e scellerata che si autopunisce, godendo.

Perchè le abbuffate sono l’espletazione più manifesta del mio snodo: servono per autoflagellarmi e per salvarmi. Io ne ho bisogno. E’ vero che le ho limitate, è vero che non metto in atto sistemi di recupero quali vomitare, è vero che capitano raramente se non cado nei periodi depressivi, ma comunque sono una aprte della mia vita, sono cucita nella trama stessa di questa e purtroppo, la governa,o. Anche se riesco a metterle a tacere per un po’ non scompaiono mai, io le volio, io le cerco, io le prospetto e anche quando riesco a gestirle. Sapete che penso? Aspiro al momento in cui potrò farlo, lo progetto proprio nel dettaglio, il momento il cui lascerò libera la  Calipso di merda e mi coccolerò nell’unico modo concessomi, riempendo la voragine di niente che mi dà precaria forma.Ma tutte queste cose le ho ampiamente capite da anni. Il pensiero nuovo, inambito quanto irrecusabile, che mi ha folgorato il giorno dell’epifania 2013, è che alcuni tratti del comportamento che attuo – abbastanza codificato e cristallizzato ormai- ha lo stesso valore salvifico/autolesionistico dell’abbuffamento stesso. Mentre tornavo dal supermercato con la borsa oiena di schifezze, io ero felice. Mentre camminavo per il boschetto buio e pericoloso che mi consente di arrivaree a casa senza essere vista, io gioivo. Io resisto quando so che posso abbuffarmi. Quando non ho questo conforto, io mi richiudo, mi affloscio, vengo punta sul carne viva, sanguino e muio sempre un po’. Ma quella torta profumosa è dura come un’armatura di bronzo sulla mia pelle; quel cartoccio del panino del McDonalds, quell’involucro di anelli di cipolla del Burger king, sono la mia spada, e il mio scudo. Io posso farcela ad affrontare le cose perchè loro mi danno un po’ d’amore in un mondo in cui nessuno me lo ha mai dato.
Per questo McDonald e Burger king sono immancabili nelle abbuffate, non perchè mi piacciono! Ma per il ruolo che svolgonoi e io questo non lo avevo mai capito. Non avevo ma capito quanto mi paice, quanto è dolce, quanto è bello vedere quelle decorazioni brillanti dei, quei simboli conosciuti in tutto il mondo, quell’odore di america e di vita. Credevo che fosse solo l’aspetto conviviale cui innescano che mi paicesse: vedere una busta del Mac abbandonata sugli scalini della villa sul lago, mi fa sempre un certo effetto, al punto che vado a vedere cosa le persone che l’hanno abbandonato hanno scelto di mangiare: “Un panino al bacon? Un gelato ai wafer? Che persona può essere? Un gruppo di amici che si divertivano e li gustaano spensierati e senza sensi di colpa senza dubbio…”. Ho semrpe pensato fosse la dimensione sbarazzina ed amicale cui rimandano a farmeliamare così tanto. Invece devo rivcedere il tutto: li amo perchè posso amarmi senza sentirmi orrida e putrida, per un po, quando li compro, quando li guardo, quando li mangio.

E quanto è patetico farsi amare da un cartoccio bisunto di patatine?Immagine

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