Travel diary terza parte: il viaggio secondo Trenitalia

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Io non sopporto le cabine di Trenitalia, quelle che segmentano gli Intercity in sequele di cubicoli e isolano i passeggeri in occasionali gruppi di sei persone. Non le sopporto proprio per niente, le trovo estremamente sfacciate con questa loro pretesa di favorire forzare la comunicazione comprimendo i passeggeri in spazi angusti e obbligandoli a sordidi piedini e imbarazzanti sfioramenti perpetui. Perché non usare la sana disposizione dei sedili posti in fila indiana, quella stile autobus? Lì viene rispettata l’autonomia e la privacy del viaggiatore, un diritto sacrosanto previsto nel costo del biglietto.
Non c’è niente di peggio, invece, che mettere le persone nella scomoda situazione di dover assolvere all’obbligo sociale di comunicare e conoscersi per forza. Certe cose non si fanno, Trenitalia cara! Certo puoi anche non parlare, non che ti obbligano puntandoti una pistola in bocca, ma tanto sei costretta a sorbirti le chiacchiere e le occhiatacce, lo stesso! Una volta ho conosciuto un uno studente di chirurgia di Modena così, e ancora non me lo sono del tutto scrollato di dosso, ogni tanto mi rompe i cabasisi. Vedete come sono pericolose le cabine dei treni?

Una settimana fa, a quest’ora, me ne stavo spremuta nel mio posto, numero 85 dell’Intecity Burundi-Roma, semicongestionata dall’aria condizionata rotta, mentre cannalate d’acqua sferazavano il finestrino alla mia destra con la furia di un Titano senza l’Olimpo e i suoi abitanti da massacrare.
Oltre allo splendido esemplare che qui scrive, la mia cabina comprendeva:
a) lo splendido esemplare che qui scrive, col culo incastrato tra il bracciolo e la borsa del pc color aragosta;
b) uomo d’affari borioso e incravattato con tanto di computer perennemente acceso, impegnato a spedire mail di lavoro, a rispondere alle chiamate furiose della moglie, a improvvisi intermezzi canori a voce alta;
c) le due ragazze americane new entry a causa delle quali ho dovuto spostare i miei armamenti e gelarmi le chiappe (per approfondimenti: https://webcamaccesa.wordpress.com/2013/06/06/travel-diary-seconda-parte-il-pathos-si-chiama-trenitalia/), poste l’una di fronte all’altra davanti all’entrata;
d) una donna corpulenta, senza sorriso, seduta davanti a me posto finestrino;
e) un marpione trentenne, che divideva equamente la sua attenzione tra le gambe delle americane, le mie tette, il corriere della sera e la testa della donna corpulenta;
f) un bambino indemoniato (napoletano) della cabina accanto che urlava, si gettava per terra e cominciava  ascalciare come una tartaruga sotto anfetamine che chissa perchè, continuava a scegliere la nostra cabina per i suoi eccessi di bile, sotto lo sguardo sconcertato delle americane;
g) padre e madre dell’indemoniato che per qualche oscura ragione sembravano non capire che ficcarsi entrambi dentro una cabina piena di gente, col loro marmocchio bilioso spalmato per terra a occuparne i due quarti, non era fisicamente possibile.

In questa situazione ci abbiamo passato 8 ore, 8 ore di scomodo, congelato, rattrappito, affamato viaggio. Il treno ha fatto più di un’ora di ritardo, siamo arrivati a Roma alle 20, e qui mi fermo perché non c’è altro da aggiungere. Non me la sento neanche di condannare il bambino indemoniato, i suoi genitori, forse, ma non il povero bambino costretto a viaggiare col cappotto per un’eternità.
Non sono riuscita a mangiare niente, dieta a parte, perché morivo dal freddo ogni volta che mi muovevo dal cantuccio che mi ero faticosamente ricavata. Solo alle cinque ho tirato fuori in succo di frutta ai lamponi che proprio non ce la facevo più dalla fame, ma a parte questo e lo smadonnamento continuo, ho solo letto come una dannata. Mi sono sparata un libro dopo l’altro e di generi completamente opposti: leggere così furiosamente in treno è già di per sè piacevole e direi savifico, ma saltare da un genere all’altro gli conferisce quell’aggiunta di sapore in più… come dire mangiare del cioccolato fondente e immediatamente del cioccolato al latte e nocciole per rifarti la bocca, quindi del cioccolato bianco che si trasfonde con quello al latte ancora spalmato tra palato e giugulare e poi ricominciare d’accapo. Ecco, è così! Solo che fa ingrassare di meno.

A un certo punto – e mi si creda o meno, non so neanche io come ci sono arrivata -, invece di riprendere l’unico libro ancora da concludere, ho tirato fuori la Moleskine e la penna con disegnate sopra fragole, fiori e lamponi (eh sì, sono un po’ fissata coi lamponi io), ho chiuso diligentemente la borsa, ho aperto il tavolinetto e ho iniziato a scrivere.
Così. Come quando si subisce violenza carnale e ci si sdoppia, non ero io che compivo i gesti, ma li vedevo compiere a una me fantasma.
Ho scritto. E meno male che ho scritto allora, visto che in questi giorni mi riesce poco.
Non è che sono riuscita a scrivere una storia filata filata con i ritornelli del borioso, gli sguardi del marpione, le gambe della corpulenta, il cicaleccio delle americane, l’indemoniato e i culi dei suoi genitori sulla mia faccia, ma ho scritto.
Ed è qui che le americane entrano in gioco…

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Alla mia vita stipata in uno zaino, a quel treno tra poche ore

A quel treno tra poche ore; alle pile traballanti di vestiti; alle valigie vuote; alle valigie piene; ai libri da portare; ai libri da lasciare; alla stanza vuota; alla precarietà dei prossimi mesi; alle difficoltà da scartavetrare; al lavoro che non so fare; ai miei pensieri selvaggi; alle mie paure accanite; alla Moleskine vuota; alla Moleskine piena; alla testa che si svuota e riempie la Moleskine; alle colonna sonora di un viaggio; al libro giusto per il viaggio; alla mia inadeguatezza; al paese che lascio; alle storie che devo scrivere; alle storie che posso vivere; agli amici ancora estranei; ai problemi che non risolvo; a mia madre; a chi non c’è; a chi c’è stato; AL VUOTO DA COLMARE; al pieno da svuotare; all’amore che mi sfugge; alla felicità se esiste; alla vita che baratto; alle mie cose stipate in uno zaino; al profumo di fiori del prato dietro casa; al Burundi che si allontana; a quegli occhi; a quel cielo; a quel viaggio breve; a quella lunga distanza; a quel nuovo mondo; alle opportunità; al vento del sud; allo smog cittadino; A UN NUOVO INIZIO; alle stazioni dei treni; ai treni; al mio non essere mai pronta; alla nostalgia che morde; ai dubbi; alle questioni aperte; alle speranze; alla tazza di caffè americano; ai sentimenti troppo forti; a chi li prova; al cellulare sempre scarico; alle chiamate perse; al braccialetto rosa; al biglietto per Napoli che ancora conservo; al biglietto che non esiste perchè ho un codice sul cellulare; al pezzo di plumcake allo yogurt ai lamponi; a lui che non lo sa; a me che so troppo; alle cose che dimentico; alle cose che devo dimenticare; AL DESTINO; all’Università che si fotta; all’estate che si prospetta; ai chili da perdere; alle mie incertezze; alle mie certezze; alla seconda tazza di caffè americano; alle storie da vivere; alla nuova stanza che mi aspetta; al cheesecake per mio cugino; alle storie da creare; ai pochi soldi in canna; alle storie che sfuggono; alle storie da rincorrere; alle stroie da riacciuffare; alla trousse con con i ricci; alla trousse a forma di tazza; alla trousse a forma di cuore; ALLA MIA STORIA; al profumo di cannella nella mia borsa; al cerchietto di raso color panna; allo yogurt-e-solo-yogurt da mangiare in treno; agli orecchini in una tasca; all’mp3 nell’altra; a quella vaschetta di gelato al cioccolato e pistacchio da mangiare in due; alle prospettive; ai sogni irrealizzati; ai sogni che si possono realizzare; AI SOGNI DA REALIZZARE; alle persone da amare; alle persone da odiare; alla pioggia che non smette; alle persone che mi aspettano; alle persone che mi lasciano; al sonno che non ho; alla malinconia che insegna a scrivere; alle percosse della vita che insegnano a scrivere; AL VUOTO CHE INSEGNA A SCRIVERE; al bisogno di scrivere; a chi ha deciso che dovevo scrivere; alla grazia che mi concede di scrivere; al passato alle spalle; al passato non ancora alle spalle; al mio computer scassatoche mi devo portare dietro e che pesa un accidenti; alla paura di fallire di nuovo; a te; a me; alle mie cose in un solo zaino; a quel treno tra poche ore…

La tizia sbagliata nella storia giusta (con moto e centauro)

E’ stata un po’ come la scena di un film, uno di quei bei film, d’amore senza barriere, di ribellione e magia.
E’ stato come se fossi stata catapultata in Sons of anarchy e il Burundi si fosse trasformato in Charming town (anche se serve moooolta immaginazione per trasformare il Burundi in Charmin town).
E’ stato come se fossi in una bella storia, che non è la mia storia, in cui mi sono trovata per sbaglio, usurpando il trono della tizia giusta.
E’ stato come la tizia sbagliata nella storia giusta. Che è sempre un bene.
E’ stato come un gran niente capitato in una giornata orrenda e quindi trasformato in un gran tanto per compensare.

E’ stato che me ne andavo per Burundi town fin dall 9.00 della mattina, ieri, per sbrigare faccende non mie, come fare delle ricette dal dottore per mia sorella la quale è stata disarcinata dalla bici da una macchina e ora ha caviglia ingessata, andare a fare servizi per mia madre da una sua amica e fare la spesa, cose così, che mi hanno portato a fare il giro intero del Burundi. Ullallà, il grio intero del Burundi, pensa! Tredici minuti e mezzo a passo svelto e ti ritrovi al punto di partenza.
Stavo a un tiro di schippo da casa con due bustone della spesa e un tipp mi suona a un incrocio. Stava a cavallo di una moto gigante, di grossa cilindrata (si dice così?), bella, nera e metallo, fiammante, di quelle che bruciano l’aria quando passano e lasciano una scia di tuoni e rombi che anche se ne hai viste mille, anche se te ne frega delle moto quanto delle esperienze sessuali di uno scarabeo stercorario, ti giri comunque a guardarla sfrecciare. Pensavo stesse rivolgendosi a qualcun’altro, ma c’ero solo io, insomma a Burundi town non c’è molta gente in giro, e allora mi sono girata. Ho cercato di capire se lo conoscessi o cosa, ma ho già difficoltà a riconoscere la maggior parte della gente che mi saluta nel Burundi, figurarsi questo col casco integrale, il chiodo e la moto gigante.
No, non stava cagando me, quindi io proseguo convinta delle mie ragioni e quello suona di nuovo il clacson (si dice così?). Stavolta non ho dubbi visto che fissa me, ce l’ha con me, forse è un tipo che mi consoce, quindi faccio un rapido cenno di saluto e proseguo con i Pearl Jam nelle orecchie, mentre il signor centauro sparisce all’orizzonte con un rombo di tuono.
Il tempo di girare l’angolo chi ti ritrovo parcheggiato alla fine del marciapiede che stavo percorrendo? Sì,il centauro di prima, deve aver fatto il giro del paese per tornare indietro, ovvero 80 secondi con la moto. Ha un piede sul marciapiede, il motore acceso sputa un rumore sordo, la visierina del casco (si dice così?) alzata, gli occhi ramati, le sopracciglia folte e nere come la moto, un “Ciao” possente, di chi ha le corde vocali abituate a superare il frastuono del motore, possibilità che lo conosca 0,1%, possibilità che sia di Burundi town 0%.
A questo punto è necessaria la colonna sonora giusta: http://www.youtube.com/watch?v=PZ4mo3LCkvQ

E mo’ questo che vuole“, il tempo di pensarlo che mi risponde “Monta che ti do uno strappo“. Vuole darmi uno strappo, dunque.
La prima cosa che penso è che io lo strappo dal centauro, io lo voglio.
La seconda cosa che penso è che l’ultima volta che ho accettato un passaggio da uno sconosciuto, stavano per violentarmi (per approfondimenti macabri: https://webcamaccesa.wordpress.com/2013/03/31/il-mal-dovaie-a-pasqua-ti-mette-nei-guai/).
La terza cosa che penso è “Fico, è come stare in Sons of Anarchy“.
Quello che dico invece è: “Sulla tua moto c’è un porta-buste-della-spesa?
Il centauro sorride con gli occhi, che la bocca non la vedo ma credo sorrida anche con quella, credo, e dice che “Ah già… be’ buttale via!
La domanda che a questo punto il mondo si pone è: ma perchè cazzo non l’ho fatto?! Perchè non ho buttato via le dannate buste e non sono dietro al tipo col chiodo nero alla Sons of Anarchy e me ne non sono scomparsa all’orizzonte con tanti saluti a università del terrore, a Odisseo che fa il prezioso e alla vita di merda correlata? Perchè?! Per le buste della spesa?! No, probailmente perchè sono una cazzona, ecco perchè.
Gli ho detto di non tentarmi, che giusto ora stavo ascoltando una tristissima canzone dei Pearl Jam in cui un ragazzo e una ragazza hanno un incidente e lei muore e lui la perde per sempre. E lui ha risposto “Ahi, va bene allora non insisto, ma passo di qui spesso, ci becchiamo“. Mi fa l’occhiolino, taglia la strada, fa un cenno di saluto, imbocca la corsia e  ingranana e se ne va, scompare all’orizzonte senza di me, con House of the Rising Sun (versione The White Buffalo, precisiamo) come sottofondo.

E io sono tornata alla mia triste giornata tremenda, con le buste idiote della spesa. Giuro che se lo ribecco, me ne vado con lui per sempre, chiunque egli sia, c’è gente che si è innamorata per molto meno, no?
Lo giuro.

Calipso di nuovo nella stanza

Sono tornata nella mia stanza.
Stessa melanconica luce autunnale, stesso profumo di vaniglia e cannella, stesse pile sblilenche di libri, stessi polsini e orecchini raffazzonati ovunque alla bene e meglio, stessi poster di gruppi punk e rock appartenenti a una generazione che no, non è la mia, stesso ammasso di cartoline dal mondo sparse  per tutta la stanza, sempre presenti, per non smettere mai di sognare di essere altrove a ogni movimento della testa. In più ci sono solo il mio Jansport e qualche valigia in attesa di essere riempita.
E stavolta andrò altrove. Non così lontano come nelle mie cartoline, ma abbastanza lontano da lasciarmi il Burundi abbondantemente alle spalle.
Non ho mai vissuto così lontano da casa, anche all’Università, era un Burundi più cittadino, ma sempre di Burundi si trattava. E non è che sto andando nel Klondike per vendere la mia miniera d’oro, sto andando a stare da mio zio per fare uno stupido stage. Un piccolo passo per l’uomo, un grande passo per me.

Un passaggio lampo dalla stanza, quindi, neanche il tempo di levarmi lo zaino dalle spalle che dovrò riempirlo di nuovo e riprendere l’ennesimo treno di questo mese, sono come Jack Keruac e Bruce Chatwin, sempre in viaggio con la Moleskine in saccoccia. Non fosse che neanche nella più tormentata delle loro pagine, probabilmente possono aver immaginato cosa sia viaggiare con Trenitalia da Roma in giù.
Dico solo questo: sono uscita da casa di zio alle 9.00, sono arrivata a casa alle 20.00. Se fossi andata in America forse ci avrei messo di meno.
E ora mi butto a letto che non ho neanche la forza per pigiare i tasti.

A rincorrere

… il vento, a chiederci un bacio, a volerne altri cento…
No, scherzo, non rincorro vento e men che meno rincorro baci in questi giorni, maledizione. Rincorro mezzo mondo, rincorro tutto il rincorribile in questa casa e in questo anfratto di mondo (Ciampino-Roma ndr) in cui sono finita per sbaglio, ma non rincorro baci. Avercene di baci da rincorrere in questo periodo, scaricherei un po’ di tensione.
Apparte che non so bene se rincorrere baci sia così portentoso, darli e riceverli è portentoso, rincorrerli lascia intendere che ti sfuggono ed è abbastanza esasperante. Vabbè comunque sempre meglio rincorrere baci – e poi darli – piuttosto che rincorrere checchessia d’altro. A parte un eclairs al caramello, quello vale la pena di rincorrerlo quanto i baci, mi sa.

Ho rincorso la dottoressa che mi ha offerto lo stage per concordare un colloquio a quattr’occhi. Per chi non lo avesse capito, sono seriamente intenzionata ad accettare lo stage di sei mesi presso quel laboratorio di analisi privato. La paga è poca, le difficoltà che dovrò affrontare diverse visto che devo stare in sede nel Burundi per risolvere i miei problemi universitari e fare la tesi, e inoltre sarò costretta a vivere dai miei zii almeno i primi mesi visto la miseria della paga, non sono riuscita a trovare un’alternativa migliore al momento. Ma è/potrebbe essere un’occasione davvero troppo importante per lasciarsela scappare. Prima di prendere una decisione definitiva però, devo almeno capire quante ore dovrei lavorare, cosa dovrei fare nello specifico e se sono in grado di farlo, e non posso trattare queste cose al telefono. Quindi ho cercato di contattare la dottoressa per tutto il santo giorno per fissare un incontro. E l’ho appena beccata, alleluia. Pare che la incontrerò venerdì mattina.

Rincorso e afferrato l’appuntamento, dovrò ora rincorrere una serie di tram, pullman, metropolitane, treni che mi conducano in loco. Ho già delineato il percorso da seguire sul sito ATAC di Roma, ma domani farò una prova così da trovare questo laboratorio e non avere problemi poi, venerdì. Sono una maniaca in questo campo, odio arrivare in ritardo, sia a scuola che all’università arrivavo ore prima del necessario, figurarsi ora!
Con la scusa vorrei andare a fare il tanto atteso incontro ravvicinato col Mosè di Michelangelo – bacerei lui  per quanto lo adoro, tanto, dal momento che non ho altri baci da affibbiare o rincorrere, nessuno si offende -, e se la mia amica riesce a svincolarsi dalle sue di catene (sì, è sottile, chi la coglie è un genio come me), ci andrò con lei, sennò vado sola che non resisto più dalla voglia di vederlo. Consentitemi: come diavolo fa la gente che vive a Roma o a un tiro di schioppo da Roma, a non aver mai visto cose del genere? Posso capire che rimandi rimandi e poi non vai, o che magari non ti piacciono Michelangelo (no, questo non lo posso capire in realtà, ma riesco a far finta abbastanza bene se mi ci impegno), la storia di Roma o l’arte, occhei, legittimo. Ma che ti frega? Vivi lì! Passaci davanti, gira la testa e poi prosegui diritto e l’hai visto, no! Io non vedo l’ora di beccare una domenica in cui si entra gratis nei musei vaticani e nella Cappella Sistina, mi sciolgo come le ghiandole salivari in una gelateria al solo pensiero!

Ho rincorso mia madre che non s’è fatta sentire per giorni: va bene che chissà che dovevamo dirci, l’avevo già aggiornata, ma almeno una chiamatina poteva farmela. Ma sarebbe stata una madre normale, immagino, e lei non lo è.

E ho rincorso la dannata gatta. Fu così che andò:
La colf di mio zio sapeva che ero in casa allora ha lasciato aperta la porta secondaria che dà sul terrazzetto della cucina e da lì deve essersi intrufolata, giacchè ero al computer,  alzo gli occhi e mi trovo il suo musetto paffuto e baffuto a fissarmi tra le sbarre delle scale del seminterrato. Siamo rimasti così congelati come due allocchi per 30 secondi, al che mi sono alzata e mi sono avvicinata a lei sbattendo i piedi per farla scappare, ma quella mica si muoveva! Mi fissava con incurante sufficienza e stava lì, grassa come un maialetto impiumato. Si è mossa solo quando ho iniziato a salire pesantemente le scale ed ha iniziato a sgattaiolare come un’infuriata per tutta casa, ovvero per quattro dannati piani di scale e io che le arrancavo appresso e lei che si fermava e mi fissava con beffarda noncuranza e poi correva di nuovo e si ficcava nelle stanze. C’ho messo mezz’ora a levarmela dai maroni.

Ho rincorso Odisseo che era uscito con suo amichetto e io non lo sapevo, ma mi aveva detto di chiamarlo per aggiornarlo e quindi io a chiamare come una derelitta metà serata, nonostante fossi in giro con la mia amica. Una cosa che non sopporto, davvero, è quando mi si dice che non si può parlare al telefono perché si è in compagnia. Odisseo quantomeno mi risponde solitamente e mi dice che non può parlare, ma mi dà fastidioso stesso anche se mai quanto quelli che lasciano squillare il telefono e ignorano volutamente chi chiama. Non ho capito perché non si può rispondere un attimo, che si è davanti al Papa?

Ho rincorso una cavolo di pizzeria tutta la sera per Ciampino, con la mia amcia romana Cloudy, che pare mangino solo pizza al taglio, in piedi, i ciampiniani (ciampinesi?). Abbiamo marciato per  chilometri perchè per una volta volevamo star sedute a vomitar chiacchiere invece che vomitarle sgambettando ovunque come ossesse, e alla fine l’abbiamo trovata grazie a google maps che è una grandissima invenzione, ero già da prima una sua fan e ora lo sono di più. Non fosse che mi ero scordata della maledettissima partita della Roma (mi sa che ha perso, i miei cugini avevano il muso più lungo di un dalmata orfano ieri sera, quindi non ci piove, ha perso), con tutti gli scalmanati a urlare in direzione di una palla che rotola, e quindi siamo corse di nuovo lontano da tutta quella baraonda inutile, verso un  nuovo silenzio da spezzare inesorabilmente, riempiendolo di chiacchiere fresche.

Insomma, rincorro tutto qui, rincorro pure te se mi scappi! Tutto, tranne che baci.

100esimo post, 100 cose da fare, 100 incubi che tornano

Questo è il Centesimo post che scrivo su questo blog e tantiauguriamme, giusto per non perdere il vizio dei festeggiamenti inutili a una settimana esatta dal mio compleanno.
In realtà, avendo aperto il blog il 15 Gennaio e scrivendo quasi tutti i giorni (e un paio di volte pubblicando due post al giorno) è anche abbastanza naturale che sia arrivata a 100 così velocemente. Mi sembrava comunque il caso di celebrarlo in un qualche modo, soprattutto alla luce di quanto successo ieri.
Ieri il mio cpc si è improvvisamente spento per non riaccendersi più e a me è venuta una sincope e un colpo apoplettico insieme, cosa che mi ha illuminata su quanto sia legata al computer, su quanto la mia triste vita ci ruoti attorno (per scrivere il post di ieri ho usato lo sgangherato pc di mio fratello, e sai che spasso scrivere con la metà dei tasti che non funzionano!).
E la prima cosa che ho pensato, è che senza pc, non avrei potuto scrivere su questo blog per un bel po’ di tempo, con molto cordoglio e panico disperato a seguire. Sarà che oramai è un meccanismo naturale quello di scrivere qui, come fosse un diario che pretende la sua dose giornaliera di cagate, sarà che forse, e ripeto, forse, in piccolissima microscopica parte, il fatto di usare la scrittura come catarsi, di raccontarmi, di scrivere un sacco di cazzate qua sopra, mi ha aiutata a ricrearmi e riprendermi un po’, sarà quel che è, ma è questa la prima cosa che ho pensato.
Una persona normale, giusta e retta avrebbe dovuto pensare che senza pc, la tesi (già ferma) sarebbe destinata a star ferma ancora a lungo, con tutte le sciagure che ne conseguono, ma è stata solo la seconda cosa che ho pensato, non la prima, che devo dirvi?
Stamattina poi si è riacceso, ma è una cosa momentanea dovrò comunque portarlo assolutamente a riparare prima che diventi un problema irrosolvibile, giacchè diventa bollente immediatamente,  la ventola fa dei rumori atroci e si spegne di tanto in tanto.

100 è un numero considerevole, 100 giorni possono cambiare la vita di qualcuno. Non è stato il mio caso, ma è realistico che accada. E’ un grande numero, tondo e importante che diventa spaventoso se associato alle cose che devi fare. E anche questo è il mio caso.
La mia priorità – a prescindere da Odisseo e dalla possibilità o meno che il Destino decida di darmi di vivere una storia d’amore con i controcavoli – è quella di andarmene via da qui, di fuggire da questa casa e da questo paese. Non so dove andrò o cosa farò, ma certo è che devo scappare. E per farlo devo riuscire:
a) a vincere i miei 100 blocchi mentali;
b) a concludere finalmente, le 100 cose da fare per poter scappare via.
Il 100 che torna, ancora e ancora.
Sono una fatalista, in un altro caso avrei detto di essere io causa della costruzione di questa ragnatela di simboli e connessioni che vedo ovunque e di tutte le begole mentali conseguenti, ma stavolta no: ho davvero 100 problemi da risolvere e 100 cose da fare da sola (tesi, sbloccare la mia incapacità di avvicinarmi all’Università, pagare la tassa, capire come destreggiarmi e risolvere certi guai che mi creo per complicarmi ulterioremente la vita, cercare un lavoro estivo nonostante i miei problemi col paese, riprendere la dieta, ricominciare a correre, ecc.. ecc…). Il “da sola” mi preoccupa tantissimo. Non riesco a respirare da sola, se ci fosse qualcuno qui vicino a me a prendermi per mano potrei farcela, ma da sola, non credo…

100 sono anche le cose che ho mangiato questa settimana e che non avrei dovuto mangiare, che mi fanno sentire gonfia come 100 mongolfiere e 100 sono le volte il cui negli ultimi giorni, ho sentito il rancido bisogno di abbuffarmi e vomitare.
Non l’ho fatto.
Stavo per farlo, ma non l’ho fatto. Ho mangiato malamente, ma non credo di essere ricaduta in qualche pericoloso meccanismo passato. Sono successe un sacco di cose questi giorni e ho perso la speranza di farcela, d’improvviso, e non ho retto.
Sono tornati, attesissimi, anche i 100 demoni che mi assillano da una vita e si sono portati via il sonno, lasciandomi un pugno di minuti di riposo a notte, dilaniato dagli incubi peggiori, i soliti che tornano in circolo.

Per questo celebro i 100 post: è un 100 che non spaventa questo, merita di essere salutato a dovere.
E ora immagino dovrei andare e iniziare a fare qualcuna di quelle 100 cose, completate le quali potrò andar via da qui.
Tipo respirare…

Thirty years ago…

… nascevo io e secondo il doodle di Google di oggi, nasceva anche Eulero, che tra tutte le persone importanti nate oggi e che religiosamente tratto da miei fratelli da quando avevo tipo 8 anni, lui proprio mi mancava, ma insomma dopo aver scoperto di avere i natali lo stesso giorno di Leonardo Da Vinci, difficilmente si può fare di meglio.

Trent’anni.
Che poi in effetti, non ero ancora nata trent’anni fa, dal momento che sono nata alle 11.45, ecco perchè non posso ancora aprire il regalo di Odisseo che mi occhieggia nell’involucro magenta col nastro di seta rosa antico e il fiore d’argento (sceglie sempre carte rosa per i miei regali, perchè è il mio colore preferito, anche per Natale è andato alla disperata ricerca di una carta natalizia rosa, e l’ha trovata, bellissima per giunta!), sulla sedia dietro le mie spalle, così non lo vedo mentre scrivo e non sono tentata. Me l’ha fatto promettere: “Aprilo nel momento esatto in cui trent’anni fa, venivi alla luce”, e io l’ho promesso e ora sono fregata.

Trent’anni.
Dovevo nascere Toro, ma sono nata con più di due settimane d’anticipo, Ariete fino al midollo, sono stata in incubatrice per un sacco di tempo e mia madre e mio padre se ne andarono e mi lasciarono lì. Da bambina fantasticavo su tutto, ma proprio tutto, anche una scanalatura del muro poteva aprirmi a mondi altri, e notando la mia alienazione crescente, il mio essere diversa da chiunque e comunque della famiglia e del paese con maggiore insistenza ogni anno che passava, avevo creato una storia abbastanza credibile in realtà, di una me-Anastacia, ovvero principessina di un’altra epoca, scambiata alla nascita all’insaputa di tutti, e francamente anche ora non mi ha abbandonata questa bislacca teoria. Se solo sapeste quanto io sia davvero, davvero lontana da tutta la mia nutrita famiglia, da tutto e tutti qui, lo pensereste anche voi.

Trent’anni.
Tutte quelle cagate su se e quanto si senta il peso e la responsabilità di quest’età, me le risparmio a domani o all’anno prossimo che mi sembra anche più sensato.
L’elenco degli iati – enormi – che dividono la me di oggi e la me del 15 Aprile 2012, lo rimando anche. Ho mille cose da fare prima di uscire e pomeriggio passano un paio di persone quindi devo finire di decorare cupcakes e torta red velvet.
Ora leggo i blog che mi piacciono sorbendo lo speciale cappuccino di compleanno, al dulche de leche e cannella (cioè, se me lo vendo divento ricca tant’è buono!); ri-leggo gli sms di auguri di mie tre amiche che, cazzo, ti si scalda il cuore quando vedi che qualcuno a cui vuoi bene TI PENSA, aspetta la mezzanotte per scriverti o ti fa gli auguri all’alba, prima di andare a lavoro; mi sparo un cupcakes al dulche de leche; mi godo il profumo dei miei capelli ai fiori di ciliegio; mi spalmo la crema corpo ai fiori di ciliegio prima di uscire; faccio fiori di ciliegio di pasta di zucchero per la mia torta; finisco di decorare casa con fiori di ciliegio per oggi pomeriggio, e plasmo un mondo di fiori di ciliegio, solo per oggi.

E sempre solo per oggi, magari, qualche minuto per questa me bistrattata me lo prendo, e anche un altro paio in più per cercare di essere felice, dopotutto e nonostante tutto, per esserci cascata in qualche modo in questo mondo, principessina o no, scambiata alla nascita o no, Ariete che sono o Toro che dovevo essere, ma sicuramente per sbaglio, da (quasi) trent’anni.

Cambiamenti fantasma

Perchè, di cambiamenti sostanziali, la mia vita non ne ha subiti.
Sì, ho ancora nel sangue l’adrenalina per quel rush di vita che ho accumulato forsennatamente e che mi ha lasciato senza fiato e con le idee e i sentimenti in subbuglio. Non parlo solo di quei cinque giorni con Odisseo, ma anche di tutto il mese precedente, di tutti i pensieri, i battiti e la fatica accumulati. Una botta di sensazioni, emozioni, speranze, baci e vita cui la mia esistenza apatica non è abituata.
Ma in definitiva sono ancora qui, come prima, sempre tra le quattro ombrose mura della mia stanza, la mattina, sveglia già alle cinque, col cappuccino fumoso e schiumante sotto le nari, a scrivere su questo blog e a cercare un modo per incastrare i pezzi che mi si sono rotti e ripartire.
La vita vuole altra vita, una volta che ci si abitua al suo sapore è difficile rinunciarci e tornarsene in gabbia in questa casa, in questo paese bigotto e statico. Ma non ce n’è di nuova vita. L’energia accumulata è bastevole solo per lo sprint iniziale, non per consentirmi di superare gli ostacoli che hanno sempre contribuito a fermarla la mia vita in questi (troppi) anni.

Per esempio ieri sera, parlando con una mia amica ed ex coinquilina dei tempi dell’università vissuta, avevamo deciso di passare il fine settimana insieme a casa sua, nella cittadina universitaria dove sono stata fino a due anni fa e che mi manca da matti. Era tanto che lo progettavamo, ma abbiamo sempre rimandato e siccome smaniamo dalla voglia di passare un po’ di tempo insieme (con lei e altre due persone che non vedo da un po’), ero decisa a mettere due cose nello Jansport e andarci a occhi chiusi, senza stare a pensarci troppo. Ma alla fine, ecco: la mia solita esistenza riprendere il sopravvento, con i problemi logistici di sorta – avremmo avuto solo una notte la casa libera perchè poi sarebbe tornata la sua coinquilina e quindi sarei dovuta rientrare di domenica, ma non ci sono autobus e avrei dovuto cambiare quattro stazioni (deserte) e quattro treni per coprire il viaggio di un’ora e mezza in auto, e davvero non me la sento a tre giorni dal rientro da Napoli – e non se n’è fatto niente. In teoria abbiamo rimandato il tutto al ponte del 25 aprile che è più elastico, ma non ci spero troppo.
Non ho nessuna intenzione di stare in casa il sabato sera, comunque. Da qualche parte quest’energia la devo investire, quindi stasera uscirò con M & M, le due amiche con cui ho trascorso insieme la pasquetta (parlo di loro qui: https://webcamaccesa.wordpress.com/2013/04/02/3-giorni-a-odisseo-pasquetta-lunico-ostacolo/; e qui:https://webcamaccesa.wordpress.com/2013/02/17/in-piedi-come-cretini-a-dimenarsi-come-cazzoni/), per intenderci. Stanno anche morendo dalla curiosità, perchè non ho avuto ancora modo di dir loro molto sull’incontrop con Odisseo e devo dargli anche dei regalini che ho preso a Napoli per loro, ma ci sarei uscita lo stesso, anche se alla fine dovrò adeguarmi ai locali (e alle persone) scemi che spesso frequentano. Non posso stare in casa, non in questi giorni, non questo mese.

Non è cambiato niente, dicevo. E che ti aspettavi? potreste giustamente rimbrottare.
Eh… credo proprio che stavolta, mi aspettassi qualcosa. Non un cambiamente radicato  nella mia vita, non sono così scema, ma nella mia voglia di vivere, nella forza necessaria che serve a riprendere a vivere, quello sì, me lo aspettavo.
Invece sto ancora qui a boccheggiare e bloccarmi, a far fatica ad aprire la pagina dell’università per pagare quella stupida tassa di fine corso e contattare la professoressa della tesi. Ma anche a riprendere a correre, a rimettermi seriamente a dieta, a organizzare qualcosa di sciocco per il mio compleanno, a stabilire un percorso da seguire, a riprendere a scrivere seriamente quella storia che ormai ho talmente tanto in testa da sentirla pulsare con più vita di quanta non ne abbia io stessa, a sognarmela ogni notte, ma non mi ci metto a scriverla!

Mi sento diversa, ok? Sono diversa, c’è qualcosa che è cambiato, ma non riesco a individuarlo e non so come sfruttarlo. Ho bisogno di questa energia, ne ho bisogno per neutralizzare i demoni e temo di vanificarla inutilmente così, di disperderla al vento.
Perchè sto ancora in incubazione pensando a Odisseo?
Ho pensato di tutto, ho riflettuto su tutti i pareri e consigli che mi sono stati dati, vagliandoli uno a uno, sempre conscia che la soluzione sta da qualche parte e spetta solo a me trovarla. Ho pensato anche che possa essere confusa perchè in realtà io voglio che le cose vadano bene con Odisseo, perchè sono anche io come la maggior parte della gente, che fa occhi da mercante e pensa solo a sistemarsi con qualcuno e a dar sfogo ai legittimi e bestiali desideri di riproduzione, scambiando il tutto per amore perchè lo vuole, o come quella ragazza con cui ho parlato a Pasqua, rimasta incinta all’età di 22 anni che si è autoconvinta che la sua è una grande storia d’amore, nonostante sappia che il tipo le mette spudoratamente le corna e che stiano insieme solo per la questione “bambino”. Piccola parentesi: in questi mesi mi sono davvero resa conto di quanto la mente sia l’arma più grande e potente che l’uomo ha, e parlo di “arma” intesa sia in modalità di difesa/attacco sia in quella di autoflagellamento: possiamo salvarci o illuderci o ammazzarci, grazie al solo rumorìo della nostra mente. Parentesi chiusa.
Dicevo, ho vagliato tutte le ipotesi con Odisseo e lo so che molta gente pensa che questa mia confusione sia uno specchietto per le allodole perchè non voglio accettare che non mi piaccia, ma io non credo sia così. Credo ci sia qualcosa che non mi convince in noi, ma non che non mi piaccia.

Alla fine, questo profumo di cambiamento, potrebbe non essere altro che il solito movimento vitale che si realizza in me ogni aprile, puntuale come i famigerati treni d’epoca fascista (nah, non quelli d’oggi). Aprile è il mio mese, non so se dipenda esclusivamente dal fatto che in aprile io ci sono nata e proprio nel cuore di Aprile, o se c’è una qualche connessione particolare per cui la primavera mi stravolge e mi rigenera. Sta di fatto che come fioriscono i ciliegi io rinasco, getto via la vecchia carcassa e mi rialzo conscia di una nuova missione da perseguire e di avere di nuovo accesso al fuoco che mi arde qui, da qualche parte, e che il resto dell’anno se ne sta in ostaggio di qualche demone fellone.
Ma questa rinascita, ogni anno, resta fine a se stessa. E’ preceduta da grande dolore e grandi fatiche, ma poi il fuoco me lo perdo di nuovo e anche la nuova pelle di fiori di ciliegio. E’ come scartabellare e scartabellare fino a sanguinare, e finalmente respirare un po’ per essere nuovamente ricoperta di cellule morte due secondi dopo.

E’ così anche questa volta?
Questi cambiamenti che soffiano ovunque sono ancora cambiamenti fantasma?
Quanto cavolo dipende da me, adesso, piuttosto che dallo stupido mondo in cui sono relegata?
E se compiuti i trent’anni non riuscissi più a rinascere come i fiori di ciliegio?

Cronache odissee – parte seconda (Castelli&Caramello)

Io lo sapevo che non sarebbe stata una cosa facile con Odisseo.
Sapevo che le leggi delle cose e del mondo erano contro di noi. Incontrare qualcuno su internet, conoscerlo solo tramite parole e voci e racconti di lui che si intrecciano ai tuoi, no no, non è possibile, non è “NORMALE”. Mi è stato detto che i ricordi, gli affetti, i sentimenti, sono ben altri. Mi è stato detto che non è possibile provare qualcosa così, che tutte le persone che ho conosciuto e amato in questi anni, sono solo illusioni, anche se mi hanno salvato la vita, anche se mi hanno formata e anche se li ho amati oltre ogni dire. Anche se mi hanno poi delusa, o ferita, o bistrattata, o mentito, o persa.
No, il mondo ha catalogato le relazioni tramite cellulare e/o internet come “impossibili”, quindi il mondo si deve adeguare tutto, anche quella parte che sfugge a questa omologazione.
Nei mesi che mi hanno legata a Odisseo, tutto questo lo avevo presente, ero conscia delle ambiguità e dei pericoli cui una relazione del genere poteva dar adito. E me ne sono bellamente fregata.
In altre occasioni ci sono andata cauta, per terrore di far del male all’altra persona, per l’impossibilità di gestire una distanza troppo grande, per incertezze che il troppo amare, in questi frangenti, comporta. Ma non questa volta, questa volta mi sono solo lasciata trasportare dalla forza di Odisseo e forse anche un po’ dalle delusioni trascorse.
E poi, quel 5 aprile tutto mi si è riversato sulle spalle, la possibilità e l’impossibilità, la necessità virulenta di dover capire quanta illusione si può celare nelle parole e quanto amore invece ci è dato di estrapolare da esse.

Il mattino dopo la “terribile notte” era la prima domenica di Aprile a Napoli. Il sole era incerto sul suo ruolo (come tutti i nati in aprile) e soffiava vento freddo, mentre il calore sembrava spandersi al contrario dalla terra, dalle cornetterie, dalle piazze che carpivano ogni riflesso di luce e vento e lo imprigionavano.
Tra me e Odisseo quella domenica mattina era tutto finito. Ne eravamo entrambi consapevoli. E tristi.
Nonostante ciò, è stata una delle giornate più belle della mia vita.
Forse la stessa tristezza nostalgica che aleggiava tra noi due, le lacrime che c’erano sfuggite troppe e senza pudore, le parole di quella notte sganciate da ogni remora e regola, le conclusioni che era troppo quello contro cui combattere e poche le nostre armi per costruire un amore da una fiammella troppo vergine, forse i suoi occhi. Dio con che occhi mi guardava, verdi come il mare più invernale, dolci come quelli di un bambino spaurito.
Siamo stati tutto il giorno con mani e occhi intrecciati e le parole, quelle stranamente poche, come fossero ormai finite. Mi ha portata in un bar-pasticceria americano perchè sa quanto mi piacciono quelle sciocchezzuole americane, mi ha comprato un caffè americano e lui si è preso un hotpuccino alla panna e doppio caramello, solo perchè sa che a me piace da matti il caramello, a lui non molto in realtà. Siamo andati in un immenso parco antistante il Maschio Angioino, ha scelto una zona riparata dal vento e dagli sguardi altrui se non quelli dei gabbiani di Napoli che sono straordinariamente audaci e si spingono ben oltre la cinta della costa, cosa che da me non succede mai. Mi ha fatto bere parte del suo cappuccino, ha raccolto lo strato di caramello sul fondo del bicchiere per farmelo mangiare col cucchiaino dalle sue mani, ha criticato ostentatamente “quella brodaglia piscettata americana che tu scambi per caffè“, ha riso mentre gli raccontavo della mia infazia spesa a immaginarmi principessa segregata tra le stanze di un castello bello come quello che avevamo davanti, mi ha ascoltata, mi ha coccolata, mi ha coperta col suo corpo dal vento, mi ha accarezzata in tutti modi possibili, ha salvato la formica scema che stava per essere triturata e le ha dato da mangiare il resto del caramello solo per far felice me.
Siamo andati a fare la spesa e ha cucinato per me risotto ai funghi perchè sa che è uno dei miei piatti preferiti, ha usato lo speck al posto del bacon che a me non piace e ha scritto il mio nome con una strisciolina di speck, ha scaricato Django Unchained in inglese solo perchè sa quanto io ami quel film e quanto volessi vederlo in lingua, ha preso un dolce al caramello e cioccolato senza che io ne sapessi niente e mi ha fatto mangiare tutto il cioccolato della sua porzione, pomeriggio, mentre guardavamo il film sul letto, con le gambe e le braccia aggrovigliate.

E’ stata una giornata così strana, senza dubbio dominata dalla malinconia e da un senso di perdita pressante. E’ stato come aver detto “addio” a tutto quello che di bello c’è stato prima, in quei sei mesi e due giorni forsennati e pieni di passioni irrisolte. E’ stato un colpo di spugna doloroso e un ricominciare timido.
Non ce l’aspettavamo, forse, nessuno dei due, ma la sera ci siamo ritrovati a baciarci senza pensare a nient’altro. Lui non è andato oltre qualche carezza, credo fosse ancora incerto e si fosse pentito per aver chiesto troppo ed essersi lasciato andare i giorni precedenti. E’ stato tutto molto naturale e tenero, non ricordo come ci siamo addormentati, ricordo che la mattina dopo le cose erano diverse senza che nessuno dei due abbia fatto realisticamente niente per renderle tali.
Non abbiamo parlato di niente, camminavamo, prendevamo in giro la gente scema e ci baciavamo, tanto. Castelli e baci al caramello, questi sono stati i nostri ultimi due giorni insieme.
Lui che mi dava lezioni di pugilato, su come parare e attaccare (figurarsi, sono debole come un grillo!), che mi intrappolava tre le sue braccia forti e mi spronava a slacciarmi, che mi sollevava in barba alle mie preoccupazioni sull’essere troppo pesante, o che mi impartiva lezioni di tango o lezioni di musica e di disegno (dipenge anche ed è bravissimo!), ha disegnato per me Wolverine perchè io chiamo così lui, visto che è identico a Logan Wolverine! Bassino, spalle larghe e muscoloso, con le sopracciglia che si uniscono quando è pensieroso e la tendenza a fare a pugni se non si controlla, con l’anima da intellettuale oramai, che lo lega alla scrivania invece che al ring e alla vita da ribelle del suo passato. Come Wolverine, appunto!
Mi ha portata in giro per le vie di Napoli, quelle più belle e speciali, mi ha comprato le migliori sfogliatelle calde per la colazione e la pizza più buona (cavoli se è buona!) siamo andati a mangiarla in uno dei locali più rinomati, per cena prendendo due gusti diversi e facendo a metà; siamo stati al museo archeologico e da bravo archeologo qual è mi ha illustrato e raccontato genesi e storie delle opere più belle, con immensa invidia di chi ascoltava e ci seguiva per saperne di più; siamo andati a caccia di epigrafi greche e latine (ce ne sono 6.000 tra musei e il resto) su cui lui sta facendo la tesi magistrale, solo per farmi comprendere la rarità e bellezza di queste e quante storie raccontano di un passato lontano, ma fatto di persone e amori non diversi dai nostri, sa quanto mi piace andare a caccia di storie, soprattutto se reali e appartenenti a un passato esotico e affascinante come quello dell’antica Roma; mi ha fatto lunghi ed erotici massaggi a schiena, piedi e gambe; mi ha portata in un ristorante giapponese in cui si può mangiare quanto si vuole a prezzo fisso e mi ha fatto mangiare sushi e maki dalle sue bacchette perchè io non ero in grado di usare le mie e mi si spezzava il sushi quando lo intingevo nella salsa di soya, e ha chiesto la forchetta per me con grande disgusto dei poveri giapponesi che gestiscono il locale (bellissimo, soffuso, orientale dalle luci alle illustrazioni, ai tavolini infossati per terra, ai bagni!), ha lasciato i ravioli a me perchè cavoli se erano buoni e mi ha preso in giro tutto il tempo perchè facevo dei bocconi piccoli senza riuscire a infilare tutto in bocca, ha lasciato il salmone a me perchè era il più buono e mi ha comprato delle bacchette giapponesi per esercitarmi.
Mi ha portata dentro Castel Dell’Ovoper fare la principessa” come sognavo da bambina e mi ha assicurato che in quelle stanze in passato, una principessa col mio nome e il mio volto viveva sottoposta alle dovizie di corte, finchè un pirata dagli occhi verdi non è venuto dal mare a rapirla e portarla lontano per sempre, da un mondo che le stava stretto a uno a sua misura, poi ha buttato giù le transenne verso una torre cui era impedito l’accesso, per allontanarci da tutti gli altri e siamo saliti, soli, sulla torre più alta e “proibita” del castello, tra baci sferzati dal vento, abbracci strettissimi per contrastare le raffiche alla salsedine davvero forti lassù, e circondati dalle onde molto più in basso, che si frangevanono senza tregua sulle rocce dell’isolotto in mezzo al mare su cui Castel dell’Ovo è stato costruito nel VII secolo a. C. e davanti a noi solo mare, l’isola d’Elba all’orizzonte e il Vesuvio smozzato ancora dalla grande eruzione che distrusse Pompei ed Ercolano e che capeggia sulla città.

Non sono mancati anche momenti di stanchezza in questi giorni, stare insieme 5 giorni su 5, senza tregua è stato difficile, è andato a comprarmi il regalo per il compleanno di nascosto (gli ho promesso che lo avrei aperto solo il giorno del mio compleanno, quindi sta ancora impacchettato), ma ce la siamo cavata divinamente, considerati anche le dimensioni ridotte del suo appartamento che grazie al cielo ora cambierà perchè è davvero piccolo questo. Lui più che altro è abituato a ritmi da lupo solitario e li ha completamente stravolti per me. E’ andato a dormire quando io ero stanca, mangiava quando io avevo fame e se si svegliava la mattina, non si alzava per non svegliare me e questo l’ha un po’ destabilizzato, e anche me in realtà, ma la tenerezza di quei due giorni credo valga davvero la candela.
E’ stato bello e io non sono abituata al bello. Mi ha coccolata con una tenerezza e una serie di attenzioni per me assolutamente inedite. E credo di averlo fatto anche io: ha adorato i miei brownies (eh vabbè lo so, fanno questo effetto i miei dolci, non saprò fare una mazza ma i dolci mi escono drammaticamente bene!) e mi ha scongiurato di dargli la ricetta, ma non gliela dò, se li vuole deve mangiarli solo fatti da me, la mattina a letto, tra un bacio e l’altro al sapore di cioccolato; gli ho regalato un libro che adoro e il cui titolo “Noi“, non lascia dubbi sul senso del messaggio; gli ho portato ‘ndujia e preparati bomba al peperoncino calabrese che lui adora; l’ho accarezzato quanto mai nessuno ha fatto, abbiamo dormito con le mani intrecciate, sempre.

Abbiamo parlato di “noi” solo quando mancavano ormai un pugno di ore alla mia partenza. Credo nessuno dei due volesse affrontare l’argomento perchè significava scontrarsi con problemi e realtà troppo vasti per dar loro una soluzione. Mi ha fatto mangiare l’amarena del suo croissant e mi ha detto tutto quello che pensava, con una vocina flebile e gli occhi rivolti verso il basso.
Ha detto che lui prova qualcosa di molto forte per me, che se aveva bisogno di vedermi e di passare del tempo con me per capire se quello che era nato in questi mesi fosse sostanza, lo aveva abbondantemente capito e non aveva dubbi su questo. Tuttavia la distanza incrementa i piccoli problemi che ci sono (tipo l’intoppo a letto) e che non sarebbero un ostacolo se la frequentazione fosse quotidiana e “normale”, ma così, con la possibilità di vederci sporadicamente, possono diventare seri e insormontabili. Questo non significa che lui non ha intenzione di provarci e mettersi in gioco dal momento che ritiene che io e tutto questo ne valga la pena, ma lascia decidere a me se sono in grado di affrontare tutto e le eventuali ripercussioni negative e se penso anche solo lontanamente che la distanza e l’esacerbare questa situazione possa farmi più male che bene, se decido di fermarmi qui, accetta la mia decisione.
E io?
Io non lo so. Francamente, non lo so. Ci sono troppe cose in sospeso e troppe cose che non capisco bene. Sono molto, molto confusa, soprattutto ora che posso rileggere quei cinque giorni a freddo. Non solo le ambiguità nel suo comportamento che crozzano con quanto mi aveva detto di se stesso, ma anche piccole cose come il fatto di non essere voluto andare a una conferenza perchè c’erano i suoi amici e io mi sono sentita come una bolla staccata dalla sua vita, che non fa parte di questa finchè non supera la prova. Cerco di non pensarci, ma non ci riesco. Lui ha messo in chiaro che no, non stiamo insieme, non ci sono ancora i presupposti per definirci una coppia, e io sono d’accordo, ma questo suo ripeterlo e sottolinearlo, mi fa sentire ancora più incerta e confusa.
Gli ho detto che l’affetto che provo per lui è indiscutibile, e sono stata bene, ma le sue incertezze mi confondono. L’unica cosa che possiamo tentare è vedere ora quanto sentiamo l’uno la mancanza dell’altro in questo mese e mezzo che ci separa dal prossimo incontro e vedere come saranno i prossimi giorni che passeremo insieme, che secondo me potrebbero seriamente essere quelli decisivi.
Sperando che questa confusione si lenisca un po’.
Provo qualcosa di forte per lui, ma tutti i dubbi e le ambiguità che mi ha messo in testa non mi fanno scorgere lucidamente cos’è che provo. Se un affetto legato a quello che c’è stato nei sei mesi scorsi o se davvero è nato altro in questi giorni.
Non riesco a capirlo. Un attimo mi manca a bestia e sono certa di esserne innamorata, l’attimo dopo torno a incazzarmi per qualcosa che ha fatto o non fatto, detto o non detto. Il che, mi rendo conto, è abbastanza naturale in qualsiasi relazione. Ma la dinamica obbligata della nostra rende tutto più confuso. 5 giorni di solo lui e poi mesi di solo cellulare e skype.
Spero di capire, dopotutto è passato solo un giorno ancora, da quando sono rientrata.
Vorrei che andasse bene, vorrei avere il mio amore speciale, ma ho paura che questo mio desiderio mi obnubili e non veda che in realtà non è lui. O al contrario, che invece è lui, ma che questa situazione precaria non mi permetta di capirlo appieno, di prendere tutti quei castelli e quel caramello e fare di questi il nuovo, dolce, magico e bello, contesto della mia vita.

Dieta è:

  • Chi non è mai stato a dieta non capisce un cazzo delle diete. Possono parlare, sciorinare frasi fatte una dopo l’altra, ma comunque resta assodato che delle diete e delle restrizioni e degli stati d’animo di chi è a dieta, non ne sa un tubo. E parlo di diete per perdere almeno 20 chili (almeno!), non di diete per tre chili di troppo, che quelle non sono diete, sono stronzate. “Dieta” è una parola sola che onnicomprende diversi concetti, più o meno sinonimi, collegati come i rami di una stella: dieta è autocontrollo, dieta è equilibrio, dieta è autoconvincimento, dieta è lotta perenne dura strenua, dieta è continuità, dieta è guerra alla depressione, dieta è alimento di depressioni, dieta è organizzazione, dieta è parsimonia, dieta è volontà, dieta è inventarsi ‘sta cazzo di volontà dal nulla, dieta è essere soli durante la dieta in un mondo di gente che non è a dieta, dieta è vincere ogni giorno, dieta è sapersi rialzare se qualche giorno si perde, dieta è vincere i maligiudizi delle malepersone, dieta è non mangiare i dolci, dieta è non mangiare gelati, dieta è ruminare erbaccia come le capre, dieta è non ascoltare i suggerimenti di chi non è mai stato a dieta, dieta è non abbattersi mai, dieta è sconfiggere la fame, dieta è sconfiggere la tristezza, dieta è sconfiggere i demoni del proprio passato che tornano a flagellarti, dieta è imparare ad amare sè stesso, dieta è nutrire la speranza di poter piacere a sè stessi, dieta è nutrire la gioia di vivere nonostante la dieta, dieta è nutrire tutte queste cose senza aver molto cibo con cui nutrirle, dieta è imparare a non dipendere dai complimenti, dieta è riplasmare il proprio corpo, dieta è reinventare totalmente sè stessi, dieta èi imparare a essere migliori, dieta è capire di essere migliori, dieta è resistere alle tentazioni dei disturbi alimentari, dieta non farsi più male, dieta è non cercar di farsi del bene facendosi del male, dieta è imparare a farsi del bene, dieta è ristrutturare il proprio modo di vivere, dieta è ricostruirsi un mondo adatto, dieta è quella cazzo di corsa mattutina, dieta è correre invece che leggere, dieta è camminare sotto il sole cocente, dieta è sudare sette camicie, lavarle e sudarci di nuovo dentro, dieta è voler ardentemente vivere e vivere in modo diverso dal già vissuto.
    Vediamo quante di tutte queste cose sono in grado di fare quelli che sparano sentenze sulle diete senza averle mai fatte?

Sogno di una notte di primavera

Le mie colline erano sempre più morbide. Man mano che solcavamo le stradine sterrate con l’auto, sfumavano i paesaggi a me noti, con i cactus viola per i frutti troppo maturi e i biancospini con i fiori d’argento e le ginestre mai sazie del giallo al punto da rubare anche quello del sole, e tutto divenatava più ampio, meno ondulato, bucolico e neo zelandese. Diverso.
Mia madre non mi parlava e la me ragazzina cercava disperatamente degli argomenti per colmare quel silenzio odioso che lei aveva eretto, – non capisco perchè i sogni debbano essere così realistici nelle cose tristi, non è prerogativa del sogno essere “sognante”, bello, speranzoso, diverso, possibile? – parlando di tappeti, tappeti che avevo visto a bordo strada e che aveva volato via il vento forte a cui siamo abituati, noi prigionieri dei golfi.
Il sogno ha conferito tutta la sua magia al paesaggio, ecco perchè non ne è rimasta altra per plasmare il resto. C’erano tanti fiori grandi, dallo stelo arboreo e rigido, un misto tra giglio, gladiolo e orchidea, rosa fuori e gialli dentro, distese, tappeti, di quelli che il vento non poteva scardinare però, e quindi volevo compensare e scardinarli io, farne mazzi, portare con me quella bellezza anomala, ne ero attratta, ipnotizzata come una bambina davanti alla sua prima Barbie. Ma mia madre mi proibiva di scendere per raccoglierli e io le chiedevo ragioni, e poi le cercavo le ragioni, ma non le trovavo.
Allo svolto della strada guardai con nostalgia verso la collina dei fiori e vidi un burrone spezzarla e dipanarsi in profondità nero-notte, ammantato e celato dalla bellezza dei fiori. Pensai a Ulisse (Odisseo ovunque, anche quando non c’azzecca una mazza – ndr) e al canto delle sirene e capii che quei fiori erano tali – troppo belli e anomali anche per un fiore-, sirene che intrappolano le anime romantiche e stupide, perchè solo gli stupidi sentono il desiderio di raccogliere degli stupidi fiori, e allora si appropriano di queste anime stupide, facendole scivolare nel burrone invisibile dalla strada di sopra.
Ero felice perchè avevo trovato la ragione: ecco perchè mia madre non voleva farmi raccogliere i fiori, lei lo sapeva, sapeva del burrone, voleva proteggermi! Perchè le mamme sanno tutto, vero?
Allora glielo chiesi, convinta finalmente di aver dipanato la matassa: “Mamma guarda, un burrone! Meno male che non sono andata a raccogliere quei fiori strani… per questo non mi hai lasciata andare, vero mamma?”
Lei guardò verso il burrone e disse ” Quale burrone?” e quando tornò a guardare la strada io ero in una stanza vecchia e lercia, nella torrida calura di un’estate appartenente a decenni fa, decenni in cui non ero ancora nata, e a luoghi in cui non sono (ancora) stata, svegliata di soprassalto dall’amica in vacanza con me, che concitata mi racconta dell’omicidio della vecchia signora, quella della stanza accanto alla mia”.

La primavera fa l’amore col mare

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Sono nata in primavera e questa mi ha marchiata a fuoco.
Non è neanche la mia stagione preferita, ma volente o nolente, me lo porto dietro quel  marchio, bello stanpato in fronte: Nata in primavera. Senza che me ne accorga, ogni primavera, come un albero di ciliegio, mi spoglio delle magagne e delle brutture e mi ricopro di nuova pelle/nuovi petali, again again e again.
Brucia ogni volta e fa male – si rinasce dal fuoco mica è una festa!- proprio come una fenice, proprio come il mio segno zodiacale.
Non so quante volte io possa rinascere prima di morire definitivamente. Ci sarà un limite, no? Anche la fenice, non può rinascere per sempre, prima o poi quella scintilla si spegnerà una volta per tutte, non più fiori di ciliegio, ma solo cenere.

Sta arrivando il periodo dell’anno in cui dovrei rinascere. Ieri in spiaggia c’era solo una leggera peluria verde-noia e oggi esplodeva di fiori e piante a vista d’occhio, la spiaggia ricoperta fino a venti passi dalla riva. Ma l’avete mai sentito l’odore della primavera, all’alba del giorno in cui sboccia, che si bacia con la bruma del mare?
No? Be’ neanche io prima d’ora, ma stamattina era tutto mio, e me lo sarei spalmato addosso quell’odore, avrei sputato i miei polmoni stanchi, per farmeli riassemblare d’accapo con quell’odore dentro per sempre.
Ho dimenticato la fatica tremenda un secondo perchè un pensiero fugace mi ha distratta e mi è apparso davanti agli occhi come un orrido vaticinio, sostituendo per un attimo  il trionfo di verde e fiore con l’ardura torrida dell’estate, quando tutto verrà spazzato via e l’arida spiaggia prenderà il predominio, quando la primavera non potrà più fare l’amore col mare.

E io erò lì, arida come la cenere, senza scintilla di rinascita, perchè quando la primavera non potrà più fare l’amore col mare, io non potrò più avere Odisseo.

La mia vita da semi-nerd

In quel di gennaio 2013, quando questo blog ebbe gli albori (vedremo se nefasti o meno, ancora non so), che non sono neanche due mesi fa ma sembrano piuttosto cinque anni fa, scrissi che il fine ultimo di questo blog era quella di espiare le mie magagne e così iniziare a vivere alla veneranda età di 29/30 anni.
Oggi è il 10 marzo corrente anni e la mia vita è iniziata così bene da aver passato la Festa della donna a casa, sola, a mangiare patate lesse senza condimenti a mo’ di Torta mimosa sciapita, a leggere Harper Lee e Raymond Carver e rivedere gli episodi di Welcome to Twin Peaks. Molto figo eh, tutta vita.
Ora, precisiamo. Non che me ne freghi una mezza cippa della Festa delle donne. In realtà non sono neanche contro la Festa delle donne per tutte quelle ragioni che paiono sciorinare tutti in coro in queste occasione (la festa della donna è tutti i giorni, è solo una pratica consumistica, va di moda, ecc ecc) di cui in non me ne frega mezza cippa tanto quanto della Festa della donna. Ma per me è una ragione per festeggiare non meno imbecille del Natale e compagnia festante, quindi non vedo perchè debba ssere bistrattata una ragione come un’altra per festeggiare e per mangiare dolci. Soprattutto per mangiare dolci. Tutta questa gente che bistratta le feste dove ci sono dolci, proprio non la sopporto io. Non perchè sia una fan Torta mimosa nella fattispecie, tant’è che me ne sono inventata una variante alla crema alla cioccolata bianca e pan di spagna al caffè pensa te perchè tutta quella roba all’ananas non me gusta mucho, ma comunque è una torta, non si scherza con le torte! Ricordate i comandamenti? E’ eresia non santificare le feste TUTTE, non solo quelle cattoliche, quindi mosca e santiificate le feste e magari inventavene delle altre religiosamente dopo il 5 aprile (incontro con Odisseo, ndr), che io mi invento i rispettivi dolci e me li mangio pure.
Sì se non fosse chiaro ho necessità impellente di dolciumi. Ma tengo duro sennò tutta questo correre strascicato non mi serve a una mazza.

Dicevo, che la mia vita non è iniziata perchè mangio patate lesse quando dovrei essere fuori a vivere un po’ e invece esco neanche per santificare le feste, e neanche i sabati.
Sono uscita però di domenica, come le vecchie.
Sono andata a una specie di mercato dell’antico e c’ho guadagnato degli orecchini di pizzo bianco che mi ha regalato un’amica di mia mamma. Tutto figo quanto un ermellino morto.
In tutto ciò, ecco il momento in cui anche la miseranda vita di Calipso raggiunge strordinarie vette. Peccato che siano il massimo della non figaggine, più sotto sponda nerd (capito, Grimilde?!).
Prima di tutto, tra la robaccia del mercato c’era una mini-bancarella di libri (nell’ameno paesucolo!) praticamente nuovi a 1.00 euro e credevo fossero cagate inutili, invece spulcia spulcia era pieno di libri splendidi e ci sono rimasta un’ora a spulciare (nell’ameno paesucolo!). Peccato che la maggior parte li avevo letti, ma ce n’erano anche un buon numero che stalla nella mia wish list da che vivo e ne ho presi solo due perchè sono uscita solo con due euro ecchenesapevo io che nell’ameno paesucolo c’erano cose a me affini come i libri? – quindi spero che tra due settimane torni il mercato in questione con la minibacarella in questione che magari esco pure volentieri (nell’ameno paesucolo!).
I libri che ho preso alla fine sono due raccolte di poesie: Antologia di Spoon river di Lee Masters e Poesia di Percie Shelley che è una vita che voglio leggere ma ho sempre rimandato.
Quindi questi sono i prossimi libri che leggerò dopo Il buio oltre la siepe e Cattedrale. In realtà io vorrei parlare anche qui delle mie letture e buttarci giù qualche recensione o mio sfogo libraceo-letterario, è che non so quanto c’azzecchi col blog, quindi esito.

Per tornare alla mia fase nerd, per chi non la conoscesse I segreti di Twin Peaks, prima di tutto si vergogni, dopo di che vada a guardarlo immediatamente! E’ una serie di sole due stagioni del 1990, è del regista David Lynch ha un cast spettacoloso ed è un misto di giallo, mistery, noir, adventure, thriller, horror, teen drama, satirico è tutto quel cavolo di telefilm e ora forse la ABC mi fa la terza stagione dopo  venti anni e magari! Perciò sto cercando di rivederlo, e anche perchè sono una misera e inguaribile nerd.

Morale della favola dopo tutte queste digressioni inutili, è che la mia vita da seminerd è ferma che neanche prima di iniziare a scrivere il blog era e che quindi devo darmi una cazzo di mossa.
Fine.

Digressione

Decalogo dei dubbi a un mese da Odisseo

Scrivo questo post, con l’unico dichiarato intento di spurgare qualsiasi ansia, dubbio, timore lagnanza relativi al mio incontro con Odisseo, perchè oggi manca un mese all’incontro e domani inizierò il più teso dei conti alla rovescia della mia vita, il più tachicardico dei miei mesi, e non ho intenzione di rovinarlo riempendolo di dubbi e ansie.
Queste insicurezze saranno anche normali, ma non mi abbandonano, e non posso continuare a lasciarli fare a loro comodo, ho troppo altro a cui pensare. Vorrei inciderli nella roccia e seppellirli a kilometri di profondità nel punto più lontano dell’oceano per lasciarmeli alle spalle del tutto. Ma pare sia una pratica difficile da attuare, quindi li scrivo qui e spero questo blog che tanto bene continua a farmi, si attivi in una qualche magia, malìa, incantesimo o quel che è e se li tenga per sè, estirpandomeli fin alle radici, perchè se non li elimino, non solo rischio di arrivare all’incontro nervosa e negativa e quindi aumento le possibilità che vada tutto a scatafascio, ma potrei non cogliere e godere delle sensazioni più uniche che rare che una situazione così meravigliosa può offrirmi, di lasciarmi sfuggire questo incredibile mese di attesa (incredibile vista la mia piatta vita) e non viverlo come merita.

  1. L’impatto. Dio quanto lo temo. Quanto è importante, non ci siamo mai visti dal vivo, sarà stranianete, cosa devo fare? Cosa devo dire? Devo lasciarmi guidare dall’istinto? Ma questo mi renderebbe goffa e imbranata, perchè il mio istinto è saltargli addosso e baciarlo, ma come faccio a farlo subito?
  2. I discorsi. Che argomenti dovrei trattare? Abbiamo sempre parlato di tutto, e lui certo non è un chiacchierone, io quando sono nervosa sparo mille cazzate, ma in quel momento mi bloccherò e non saprò che dire e ci saranno silenzi imbarazzanti e io odio i silenzi imbarazzanti, quindi dovrei prepararmi degli argomenti per rimediare a situazioni di stallo? Rischio di rendere tutto troppo artificioso e negletto?
  3. I silenzi. Ci sono e ci saranno e non possiamo farne a meno, ci sono anche per telefono. Saranno diversi dal vivo? Come li devo affrontare? Come li devo riempire? Uno sguardo? Un gesto?
  4. Il contatto. Posso prenderlo per mano? E se non lo fa lui? Posso accarezzarlo, posso sfiorargli la guancia con un bacio, posso stringerlo? Quando è esatto iniziare a farlo? E se gli faccio schifo e odia il contatto con me come faccio a saperlo? Devo sottoporlo a questa tortura?
  5. L’aspetto. E’ una grande incognita. Potrei fargli ribrezzo e no, non farlo lui a me perchè ho visto le sue foto e mi piace e sì, anche lui ha visto le mie ma ero più magra quindi come faccio a non pensarci e non far sì che diventi un ostacolo? Come faccio a essere a mio agio? Potrei fargli schifo e in quel caso dovrei andare via prima dello scadere dei cinque giorni?
  6. L’intimità. Staremo insieme 24 ore su 24, 5 giorni su 5. Questo vuol dire che dormiremo anche insieme, ma io ho dormito solo una mezza volta con un uomo ed è stato un mezzo disastro, come faccio a creare un ambiente placido e simbiotico senza far in modo che sia carico solo di imbarazzi per entrambi? E se lo annoio? E se non riesco a costruire il feeling che ci lega ora o che comuqnue ci ha contraddistinti fin dal principio? Non so farci in queste cose, non sono una molto socievole, se non con chi conosco bene, mi trovo sempre a disagio e se dovesse capitare anche con lui? Lui! Lui, lui, lui che adoro!
  7. Praticità. Le questioni pratiche come fare una doccia o offrire la cena, come cavolo devo fare? All’inizio sarà una tortura, insomma già non sono brava in queste cose, ma non voglio che paghi sempre lui solo che non so come affrontare la cosa senza essere pesante e sarò dannatamente in imbarazzo quando dovrò fare una doccia le prime volte almeno, è casa sua! Come faccio a rendere leggero quel momento?
  8. Bagaglio. Non so ancora come vestirmi e cosa portarmi perchè spero di dimagrire un po’ e di decidere nella settimana di pasqua, -santa santa pasqua aiutami tu!- qualcosa che non mi faccia sembrare un botolo inguardabile e intoccabile, so già che se non perdo almeno qualche chilo sarò un botolo inguardabile e per me sarà un vero disastro perchè non riuscirei a essere me stessa, oltre a fargli ribrezzo…
  9. Speciale. Voglio che sia speciale, voglio che lui abbia un bel ricordo di me e di quei 5 giorni, non voglio che sia uno schifo totale se non dovesse andar bene, cosa mi invento?
  10. Sesso. Non so se arriveremo a tanto, se ci arriveremo immagino significhi che le cose vanno bene, quindi non ci spero molto e non ci penso molto. Anche perchè non saprei che cacchio pensare o fare, ma se c’è una cosa che so è che non voglio dormire nel mio letto, ma nel letto con lui, posso farlo o rischio di essere invadente e indesiderata, e come faccio a capirlo?
  11. Stephen King. Il mio stupido e-book reader sta impazzendo e non mi visualizza tutti i libri di King che ho scaricato e questo mi fa incazzare di brutto visto che sto in fase King dopo aver letto il suo splendido saggio sulla scrittura e non aspettavo altro che finire i concorsi per iniziare a leggerlo visto che non lo conosco proprio, avevo già l’acquolina in bocca e ora? Dovrei farmi passare la voglia! Sì vabbè, non c’entra molto con Odisseo, ma visto che mi stavo lagnando, mi lagno del tutto e non ne parliamo più!

Deliri coffee-studio-camerali

Deliri coffee-studio-camerali

Non c’è altro che faccia tutto il giorno, che sia santo, dannato, bello o piovoso.
Prego notare bene la penna con inchiostro finito indice di furiosi grafismi, i post-it sparsi ovunque per scrivere checchessia di studio o di delirio calipsonesco, la candela al miele semiconsumata, l’invasione di tazze e confezioni di caffè che fanno tanto Gilmor girls.

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Studying on the beach

Non mi capitava di studiare così tanto, così proficuamente e così seranamente da secoli.
Sono tornata solo perchè la spiaggia era completamente vuota alle 15.30 e c’era un cane che si avvicinava, maledetti cani, altrimenti ci sarei rimasta fino alle 18.
E lo consiglio a chiunque di studiare fuori se è possibile, in spiaggia, in un prato,in un parco, in un bosco, sotto un albero in mezzo al nulla.
Dove più trovate serenità, perchè è stimolante, aiuta a concentrarsi e a non distrarsi.Io ho fatto una scorpacciata di caffè americano, nelle confezioni a portar via del McDonalds e mi sono ritrovata a studiare benissimo anche se non ho ancora fatto neanche metà di quanto avrei dovuto, ma ho studiato. Domani mi alzo presto e mi procuro un’asciugamano così sto più comoda.
Studio dannato e disperatissimo, la percezione di non essere un fallimento, di potercela fare e quelle belle confezioni americane di caffè e un ambiente diverso e più sereno e luminoso della mia stanza: mi sono sentita come immagino si senta Rory Gilmore di una mamma per amica!
E questa volta ho il supporto visivo: il mio mare, la vista della spiaggia desolata d’inverno, il libro, il quaderno, i contenitori dei caffè che tracannavo, un po’ della mia gamba e del mio anfibio :p

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Quell’aria, quella vita, quella sorella

Devo studiare, ma ancora mi gingillo ubriacandomi di caffè e cappuccino.
No, non posso stare in questa casa. L’aria mi opprime, è velenosa come edera e pesante come mattone; mi ammorba il sangue. La presenza di mia sorella, tornata ieri da Milano, la rende ancora più compatta e irrespirabile, e non solo perchè fuma come una ciminiera. Abbiamo avuto una litigata furiosa, che mi rattrista più che farmia arrabbiare, e mi fa desiderare ancora e ancora, di essere qualcun altro e di vivere una vita non mia, tutto pur di evadere da me stessa.

Ci sono momenti in cui il desiderio di essere qualcun altro è irrazionalmente pressante.
Da bambina sognavo di interpretare le vite delle eroine dei romanzi, ora mi sogno la vita vera. Ho scoperto che il sapore della vita vera è più deciso e più buono di quello di carta dei romanzi, e detto da me, l’accanita lettrice, colei che non è mai uscita senza un libro in borsa da quando aveva 12 anni, fa ridere, fa riflettere, e sgomenta, cavolo, sgomenta me stessa.
Ora che l’ho scritto posso visualizzarla bene questa realtà. E’ che io ormai riesco a vivere nei romanzi, ho traslato la mia vita lì dentro in pratica, è la normalità, una normalità di lettere e carta. Quel che non riesco a costruire è una vita concreta. Anche con Odisseo, è tutto platonico e lontano, è fatto di parole e sospiri ma non di carne e saliva. E’ come me, solo parole e solo sospiri, ma la vita è carne, la vita è sangue.
Per questo, al contrario di tanti, sogno vite vere.

Osservare qualcuno e delinearne un’esistenza vera mi riesce facile; e seguire il percorso vitale di qualcuno tramite facebook per esempio; oppure vedere i passi che fa questa persona crescendo, VIVENDO. Quelle sono le mie eroine, anche se non le condivido sempre anche se mi piacciono solo spicchi di loro, quello vorrei essere, non un avventuriera, ma una donna viva.Perciò a volte mi capita di prestare attenzione alla vita di quelle due o tre persone che stimo e ad affezionarmici un po’, di sentire il bisogno di vivere una vita come la loro o di prendere in prestito, leggendo la loro vita come un libro, un po’ della loro concretezza.
Per esempio vivere la vita di una ragazza che riesce a essere amata, che ha un rapporto confidenziale e sanguigno con la sorella, che ama ed è ricambiata nonostante gli screzi.
Il mio rapporto con mia sorella non esiste, o non ci consideriamo o ci urliamo improperi. Lei di certo non è una persona semplice e sono convinta che abbia molti problemi come tutti in famiglia, ma i suoi sono esacerbati da un’affettatezza patetica che la rende acida e falsa.
Ciononostante mi sento corresponsabile di questa situazione di disagio e di mancanza di affetto. Inutile dire che io bene gliene voglio, molto, e vederla abbracciare tutti il giorno della sua laurea, tranne me, mi ha spezzato le coronarie, ma non riusciamo a prenderci proprio, non si può parlare con qualcuno che passa il tempo a insultarti.

Posso quindi solo osservare da lontano le vite belle e piene di affetto fraterno. Io l’ho perso quel treno, ormai, per sempre.
Devo uscire, fa freddo e non so se riesco a  studiare in spiaggia, ma devo allontanarmi da casa.
Qui l’aria è rosicata dalle sue sigarette.
Qui l’aria è appesantita dal suo disprezzo per me.
Qui l’aria è irrespirabile.

Chirurgia dell’anima

L’altro giorno tra un profluvio verbale e una lagna, ero giunta alla conclusione che il seme di quello che saremo è dentro di noi fin dalla nascita e che evolverà in una direzione o in un’altra, ma che comunque noi ci svilupperemo intorno a quello, in barba a tutte le teorie psicologiche.
Ma oggi mi chiedo come questa epifania dovrebbe aiutarci o consentitemi l’arroganza, aiutarmi.

Insomma, sono quel che sono nata per essere, assodato. Ma io non voglio essere questo. Io sono qui perchè voglio combiare me stessa e la mia vita. Quindi come dovrei fare? A meno che non esista una farina magica che ingerita in giuste proporzioni mi cambi o una forma di chiururgia in grado di riassemblare i connotatoi della nostra anima e della nostra mente e sì, diciamolo, anche del nostro cuore, temo sia impossibile.
Chissà se funzionerebbe una chirurgia per la nostra testa… è un’idea affascinante e spaventosa, tanto quanto le scuole di correzione per ragazzi complicati che tanto in voga andavano (vanno?) nella civilissima società del alto-borghese americana.

Comunque sarebbe più semplice e affascinante del doversi mettere sotto e farsi un culo così. Io guardo questi libroni che mi spiovano addosso e l’unica cosa che penso è che devo combatterli e vincerli per poter dare una scossa a tutto questo ammorbante schifo. Ma anche così, non credo cambierebbe molto, purtroppo. Io resterei io, con tutte le magagne pronte a riaffiorare a bloccarmi in ogni momento decisivo.

Lo so, non è bello da dire, e non è giusto nei confronti della me stessa che tanto ho fatto per costruire con tutte le sue pecche, ma mi devo cambiare. Un poco ma devo farlo.
Ciminciando dallo studio: Calipso si blocca e studia all’ultimo secondo rosicando quel che viene e accettandolo con la croce della sconfitta? Allora devo ribaltare questo vizio e renderlo virtù: ho dieci giorni per recuperare questi due esami, sono pochi giorni ma neanche è troppo tardi. Studiare come non fossi io, studiare come fossi una retta, perfetta, meravigliosa ragazza in corso e senza blocchi esistenziali perenni. Studiare come fossi ingamba, come avessi armi e bagagli per mangiarmi il mondo.
Dunque è questo che si vedrà nella mia stanza questo pomeriggio: io che divento un’altra, una in gamba, una che studia e che vince, una giusta.

Il più grande romanzo è un blog

Che il mio solito post mattutino sia mancato, oggi, potrebbe significare – certo che potrebbe – che ho passato la mia giornata profusa in studio e impegni da ragazza-non-interrotta. Potrebbe.
Se la ragazza in questione non fosse quetsa che scrive, però.
Io sono la Regina delle Zappe sui Piedi; la Nemica numero uno di se stessa; La Buoni Propositi Mai Realizzati numero 1. Eccetera.
Questo incipit lagnoseggiante per assicurare tutti che no, l’inversione di marcia sperata e strombazzata ai sette venti, dieci giorni fa quando questo blog nasceva, non si è realizzata improvvisamente. Anche se devo dire che non considero la girnata di oggi completamente persa.

Prima di tutto: 10 giorni di blog. Ok, non è chissà che traguardo, neanche avessi detto “10 anni di blog” e anche in quel caso non sono sicura possa definirsi “traguardo”. Ma considerato che ho la stessa costanza che ha un maiale nel ripulire il suo giaciglio dalla sbobba, e che vedo un successo e una ragione di alzarsi la mattina ogni morte di papa, non starei qui a far tanto la reticente. 1
0 giorni di blog sono 10 giorni di blog, e alla fine dell’anno devono esserci 365 post qui. Se poi questi post conterranno una mia evoluzione e non un detrimento ulteriore o peggio la staticità in cui verso da anni, è un altro discorso. Per ora prendo i 10 giorni e metto in sacoccia che qui non possiamo fare troppo i preziosi.
Detto ciò, questa cosa del blog comincia a prendere una forma un tantino diversa da quella che gli avevo costruito sopra nelle intenzioni. Prima di tutto, mai avrei creduto di poter trovare subito persone a me tanto simili e che seguire i loro blog mi avrebbe stimolato interesse e profuso insegnamenti oltre che intrattenuto semplicemente.
Secondo comincio a credere che stia diventando terapeutico e indispensabile scrivere qui, tant’è che non sono riuscita a chiudere il pc prima di lasciare il resoconto di un’altra giornata. Nasce da qui il desiderio di approfondire queste pagine di ogni sfaccettatura della mia vita e non dei soliti lamenti e autodenigrazioni cui l’ho sottoposto.

Necessità che è figlia dei blog ho letto oggi. Sì, ho passato mezza giornata su wordpress e blogspot a leggere qualche post e approfondire laddove trovavo motivo per farlo, o spulciare in quelli che avevo già trovato nei giorni scorsi e unito alla mia lista dei blog da seguire. Certo con tutte le cose che ho da fare questa potrebbe sembrare una perdita di tempo e una scusa per non mettermi sotto, e in parte lo è.
D’altro canto ho capito quanto un blog sia potente e intrigante, lo sapevo perchè ne ho già gestiti un paio in passato, ma non credo di aver capito bene come usare questo mezzo appieno.

Leggere un blog è come leggere una biografia della persona che scrive, come un libro che però non finisce, in cui succede di tutto e cambiano le modalità sensitive di chi scrive a secondo di cosa succede a questa persona quotidianamente e cambia genere e cambia colori a seconda del tipo di post e di argomento e cambia registro e intonazione a seconda della rotta che la sua vita imbocca.
E si può costruire la storia, la personalità, il percorso di vita, i pensieri e le delusioni, ma anche i sogni e le speranze di chi scrive, svelandole passo passo come in un dipinto simbolista, i cui elementi sono evidenti ma nascondono dei significati celati che devi scoprire pian piano e solo pian piano il dipinto delineerà la persona che lo scrive. Sembriamo tutti eroi ed eroine qui, come nei romanzi dell’800, solo che questo libro, queste pagine di pixel e lettere, sono la nostra vita e non una storia inventata.
E’ affascinte. Si può imapare molto da questo e io ho imparato molto da quel che ho letto oggi.
Farò tesoro di quanto della loro vita le persone di cui seguo i blog hanno voluto così generosamente condividere, più di quanto loro si avrebbero potuto sospettare mentre lo scrivevano. E renderò questo blog più completo e connesso che posso alla mia vita. Perchè potrebbe essere veramente la soluzione, raccontare di me. E se poi qualcuno vorrà leggerlo, vorrà capire chi sono e che ne sarà di me, e riuscirà magari a imparare qualcosa da me come io sto facendo dagli altri blog, sarà  un regalo insperato e bello oltre ogni dire e oltre ogni mia previsione.

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