Travel diary prima parte: valigia con stile per bagagli emotivi

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Antefatto

C’era una volta questa stupida ragazza che partì in un piovoso ventoso grigio perla mattino di primo giugno. La stupida ragazza doveva spostare la sua vita da un fetido posto chiamato “Burundi” a uno un po’ meno fetido chiamato “Roma”, allora prese la sua vita, la mise in uno zaino color sabbia-del-Kentucky e si apprestò a partire. Credeva di poterla stipare in uno zaino la sua vita, credeva, che tanto non era così voluminosa e piena da richiedere una borsa più capiente per contenerla e spostarla.
Non aveva considerato, la stupida ragazza, che la sua vita poteva anche essere leggera e disadorna, ma che il “bagaglio emotivo” che questa aveva generato, era di ben più sostanziosa portata. Trovò quindi a quest’ultimo una bella valigia lilla-pastello-chiaro-tendente-al-rosa – che anche i “bagagli emotivi” hanno diritto a un po’ di stile -, nuova di zecca e abbastanza capiente da contenere con agio anche qualche demone fellone restìo ad abbandonarla, che i demoni si sa, si affezionano alla gente cui devono deturpare l’anima.

La stupida ragazza era convinta di essere così forte da trasportare la sua sciapa vita nello zaino color sabbia-del-Kentucky, i demoni felloni e il corpulento bagaglio emotivo nella valigia lilla-pastello-chiaro-tendente-al-rosa, e il computer nella borsa porta pc rosso-aragosta. Quindi, così bardata, si mise in viaggio.
Poi il manico per trascinare sulle ruote la valigia bella, capiente e nuova di zecca si ruppe, e la stupida ragazza capì che era una stupida ragazza.
Ma siccome era una stupida ragazza, non recepì l’antifona, e in virtù della sua stupidità sobbarcò il considerevole peso della valigia su sè stessa e riprese il viaggio…

Fine antefatto

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Calipso di nuovo nella stanza

Sono tornata nella mia stanza.
Stessa melanconica luce autunnale, stesso profumo di vaniglia e cannella, stesse pile sblilenche di libri, stessi polsini e orecchini raffazzonati ovunque alla bene e meglio, stessi poster di gruppi punk e rock appartenenti a una generazione che no, non è la mia, stesso ammasso di cartoline dal mondo sparse  per tutta la stanza, sempre presenti, per non smettere mai di sognare di essere altrove a ogni movimento della testa. In più ci sono solo il mio Jansport e qualche valigia in attesa di essere riempita.
E stavolta andrò altrove. Non così lontano come nelle mie cartoline, ma abbastanza lontano da lasciarmi il Burundi abbondantemente alle spalle.
Non ho mai vissuto così lontano da casa, anche all’Università, era un Burundi più cittadino, ma sempre di Burundi si trattava. E non è che sto andando nel Klondike per vendere la mia miniera d’oro, sto andando a stare da mio zio per fare uno stupido stage. Un piccolo passo per l’uomo, un grande passo per me.

Un passaggio lampo dalla stanza, quindi, neanche il tempo di levarmi lo zaino dalle spalle che dovrò riempirlo di nuovo e riprendere l’ennesimo treno di questo mese, sono come Jack Keruac e Bruce Chatwin, sempre in viaggio con la Moleskine in saccoccia. Non fosse che neanche nella più tormentata delle loro pagine, probabilmente possono aver immaginato cosa sia viaggiare con Trenitalia da Roma in giù.
Dico solo questo: sono uscita da casa di zio alle 9.00, sono arrivata a casa alle 20.00. Se fossi andata in America forse ci avrei messo di meno.
E ora mi butto a letto che non ho neanche la forza per pigiare i tasti.

La storia di come accettai lo stage e iniziai ad arrabattarmi per 500 euro al mese

Lo slogan della nostra era potrebbe essere “E’ giusto arrabattarsi per 500 euro al mese”. Perchè è questo che ti viene chiesto, e mosca!

Ho accettato lo stage, che altro potevo fare? Niente. Il punto è proprio questo, non si ha scelta, devi sconvolgere la tua esistenza anche se per soli 500 euro al mese se vuoi uno straccio di lavoro. Che se ne vanno solo per pagare l’affitto. Quindi, a meno che tu non sia un trent’enne privilegiato, o che non deve pagare l’affitto (che ci sono altre spese, ma quello ti ammazza), che lavora dove vive o a cui mamy e papy hanno potuto permettersi di comprar casa, allora sei bello che fottuto. Ma nonostante tu sia bello che fottuto, devi accettarlo lo stesso lo stage da 500 euro.

Ero già andata ieri a cercare il percorso e il Laboratorio d’analisi dove tenere il colloquio, quindi sono arrivata senza difficoltà e ovviamente ci sono arrivata con due ore d’anticipo.
E’ che io arrivo sempre in anticipo, odio arrivare in ritardo e praparo sempre ogni mia mossa con cura maniacale affinchè non accada. Riflettendoci… potrebbe essere che arrivare in ritardo mi farebbe sentire in difetto ulteriormente, più di quanto non tenda a sentermi sempre e comunque? E quindi, in vista di questa tragica, tragica eventualità, che solo a rappresentarla è tragica, mi impegno in ogni modo possibile affinchè non si realizzi ancor più tragicamente nella realtà? Potrebbe essere una spiegazione, potrebbe…  Andavo sempre con due ore in anticipo all’università quando seguivo i corsi, infatti leggevo un sacco nell’attesa e una volta, alle elementari, dissi a mia madre che la maestra voleva che fossimo a scuola alle sette e mezza. Quindi potrebbe, sì.

Ho girato come una matta per colmare le due ore e per scaricare la tensione, ho comprato un muffin alle noci e banana che non sono riuscita a mangiare, ho scaricato la batteria del cellulare a furia di rileggermi i messaggi che Odisseo mi ha scritto per tutto il tempo nonostante fosse a lavoro, perchè sapeva che sarei stata nervosa (consentitemi un “<3” per Ody, nonostante tutto), quindi sono andata alla ricerca di qualcuno a cui chiedere l’ora, e cerca cerca a chi lo vado a chiedere se non a un ragazzo in tenuta mimetica, impalato davanti a un palazzone, salvo poi sorgermi il dubbio che non potesse parlare, che mi potesse scambiare per una kamikaze ben vestita e che mi avrebbe arrestata e segregata dentro quel cavolo di palazzone e che alla fine sarei arrivata tardi all’appuntamente nonostante tutti i miei sforzi. Quindi, alla richiesta dell’ora ho immediatamente aggiunto “… a meno che tu non possa parlare e non sia muto come le Guardie svizzere, in tal caso non ti preoccupare eh!”, e questo si messo a ridere e mi ha detto che no, non è muto lui e poi chiama il collega, mimetico anch’egli, e gli ripete la mia battuta, allora quello si mette a ridere pure e no, ripeto qualora vi servisse un giorno sapere questa cosa, decisamente non sono muti quelli IN TENUTA MIMETICA DAVANTI L’AMBASCIATA TEDESCA, visto che mi si sganasciavano davanti e raccontavano il fattarello ai vari mimetici che passavano di lì, ma nessuno di loro mi ha detto l’ora.

La via dove si trova questo Laboratorio, è una via shiccosissima, piena palazzi antichi, uffici nei castelli (mah), chiese che fungono da  “Casa per ferie per studenti” (mah), giardini grandi come parchi, scuole private, ambulatori privati, perfino il veterinaio è privato, lì. Tutto estremamente sofisticato. Tutto molto lontano da me. Anche il Laboratorio d’analisi dove lavorerò, anch’esso sofisticato, anch’esso privato, anch’esso lontano da me, almeno così credevo prima di vedere i distributori automatici con i waffles alla crema al latte (!!!), e gli Snickers, i Mars e i Kinder bueno a 50 centesimi (!!!), ecco quindi che non è poi così lontano da me.

La dottoressa sembra tranquilla, non fosse per quell’orrida stretta di mano, moscia e umidiccia che è quasi sempre sinonimo di persona non molto pura, retta e sincera. E poi mi illustra il mio lavoro: otto ore al giorno, 500 euro, per sei mesi, senza certezza di riconferma che si stanno allargando perciò serve loro una che si occupi di segreteria, sportello e di stesura delle analisi istologiche (???), ma devono vedere come va l’esperimento “allargamento” prima di decidere se ci sarà un dopo. E poi prenderanno in considerazione altre candidate, quindi è come dire “accontentati di questi sei mesi e poi vattene affanculo“.
E io mi accontanto, dottorè!  Anche perchè comincerò da giugno e così posso tornare a casa queste settimane e cercare di risolvere i miei casini universitari. Cercare. Di risolvere. Non so se sono risolvibili.
Per forza di cose, i primi mesi mi appoggerò dai miei zii a Ciampino: sarà un sacrificio e un’ammazzata, ma almeno avrò modo di mettere da parte qualcosa e poi vedere se trovo una stanza a poco prezzo che magari a Roma se ne trovano di più nel periodo di luglio, quando gli studenti lasciano/cambiano. Anche perchè per ora, considerate le otto ore quotidiane di lavoro e che sono intercambiabili, cioè possono essere dalla mattina o nel pomeriggio o a metà giornata, come farei a cercare un altro impiego part time come avevo intenzione di fare per compensare il basso stipendio? Dovrebbe essere la sera dopo le 20.00? E cosa? Pulitore di forni per pizze?

A rincorrere

… il vento, a chiederci un bacio, a volerne altri cento…
No, scherzo, non rincorro vento e men che meno rincorro baci in questi giorni, maledizione. Rincorro mezzo mondo, rincorro tutto il rincorribile in questa casa e in questo anfratto di mondo (Ciampino-Roma ndr) in cui sono finita per sbaglio, ma non rincorro baci. Avercene di baci da rincorrere in questo periodo, scaricherei un po’ di tensione.
Apparte che non so bene se rincorrere baci sia così portentoso, darli e riceverli è portentoso, rincorrerli lascia intendere che ti sfuggono ed è abbastanza esasperante. Vabbè comunque sempre meglio rincorrere baci – e poi darli – piuttosto che rincorrere checchessia d’altro. A parte un eclairs al caramello, quello vale la pena di rincorrerlo quanto i baci, mi sa.

Ho rincorso la dottoressa che mi ha offerto lo stage per concordare un colloquio a quattr’occhi. Per chi non lo avesse capito, sono seriamente intenzionata ad accettare lo stage di sei mesi presso quel laboratorio di analisi privato. La paga è poca, le difficoltà che dovrò affrontare diverse visto che devo stare in sede nel Burundi per risolvere i miei problemi universitari e fare la tesi, e inoltre sarò costretta a vivere dai miei zii almeno i primi mesi visto la miseria della paga, non sono riuscita a trovare un’alternativa migliore al momento. Ma è/potrebbe essere un’occasione davvero troppo importante per lasciarsela scappare. Prima di prendere una decisione definitiva però, devo almeno capire quante ore dovrei lavorare, cosa dovrei fare nello specifico e se sono in grado di farlo, e non posso trattare queste cose al telefono. Quindi ho cercato di contattare la dottoressa per tutto il santo giorno per fissare un incontro. E l’ho appena beccata, alleluia. Pare che la incontrerò venerdì mattina.

Rincorso e afferrato l’appuntamento, dovrò ora rincorrere una serie di tram, pullman, metropolitane, treni che mi conducano in loco. Ho già delineato il percorso da seguire sul sito ATAC di Roma, ma domani farò una prova così da trovare questo laboratorio e non avere problemi poi, venerdì. Sono una maniaca in questo campo, odio arrivare in ritardo, sia a scuola che all’università arrivavo ore prima del necessario, figurarsi ora!
Con la scusa vorrei andare a fare il tanto atteso incontro ravvicinato col Mosè di Michelangelo – bacerei lui  per quanto lo adoro, tanto, dal momento che non ho altri baci da affibbiare o rincorrere, nessuno si offende -, e se la mia amica riesce a svincolarsi dalle sue di catene (sì, è sottile, chi la coglie è un genio come me), ci andrò con lei, sennò vado sola che non resisto più dalla voglia di vederlo. Consentitemi: come diavolo fa la gente che vive a Roma o a un tiro di schioppo da Roma, a non aver mai visto cose del genere? Posso capire che rimandi rimandi e poi non vai, o che magari non ti piacciono Michelangelo (no, questo non lo posso capire in realtà, ma riesco a far finta abbastanza bene se mi ci impegno), la storia di Roma o l’arte, occhei, legittimo. Ma che ti frega? Vivi lì! Passaci davanti, gira la testa e poi prosegui diritto e l’hai visto, no! Io non vedo l’ora di beccare una domenica in cui si entra gratis nei musei vaticani e nella Cappella Sistina, mi sciolgo come le ghiandole salivari in una gelateria al solo pensiero!

Ho rincorso mia madre che non s’è fatta sentire per giorni: va bene che chissà che dovevamo dirci, l’avevo già aggiornata, ma almeno una chiamatina poteva farmela. Ma sarebbe stata una madre normale, immagino, e lei non lo è.

E ho rincorso la dannata gatta. Fu così che andò:
La colf di mio zio sapeva che ero in casa allora ha lasciato aperta la porta secondaria che dà sul terrazzetto della cucina e da lì deve essersi intrufolata, giacchè ero al computer,  alzo gli occhi e mi trovo il suo musetto paffuto e baffuto a fissarmi tra le sbarre delle scale del seminterrato. Siamo rimasti così congelati come due allocchi per 30 secondi, al che mi sono alzata e mi sono avvicinata a lei sbattendo i piedi per farla scappare, ma quella mica si muoveva! Mi fissava con incurante sufficienza e stava lì, grassa come un maialetto impiumato. Si è mossa solo quando ho iniziato a salire pesantemente le scale ed ha iniziato a sgattaiolare come un’infuriata per tutta casa, ovvero per quattro dannati piani di scale e io che le arrancavo appresso e lei che si fermava e mi fissava con beffarda noncuranza e poi correva di nuovo e si ficcava nelle stanze. C’ho messo mezz’ora a levarmela dai maroni.

Ho rincorso Odisseo che era uscito con suo amichetto e io non lo sapevo, ma mi aveva detto di chiamarlo per aggiornarlo e quindi io a chiamare come una derelitta metà serata, nonostante fossi in giro con la mia amica. Una cosa che non sopporto, davvero, è quando mi si dice che non si può parlare al telefono perché si è in compagnia. Odisseo quantomeno mi risponde solitamente e mi dice che non può parlare, ma mi dà fastidioso stesso anche se mai quanto quelli che lasciano squillare il telefono e ignorano volutamente chi chiama. Non ho capito perché non si può rispondere un attimo, che si è davanti al Papa?

Ho rincorso una cavolo di pizzeria tutta la sera per Ciampino, con la mia amcia romana Cloudy, che pare mangino solo pizza al taglio, in piedi, i ciampiniani (ciampinesi?). Abbiamo marciato per  chilometri perchè per una volta volevamo star sedute a vomitar chiacchiere invece che vomitarle sgambettando ovunque come ossesse, e alla fine l’abbiamo trovata grazie a google maps che è una grandissima invenzione, ero già da prima una sua fan e ora lo sono di più. Non fosse che mi ero scordata della maledettissima partita della Roma (mi sa che ha perso, i miei cugini avevano il muso più lungo di un dalmata orfano ieri sera, quindi non ci piove, ha perso), con tutti gli scalmanati a urlare in direzione di una palla che rotola, e quindi siamo corse di nuovo lontano da tutta quella baraonda inutile, verso un  nuovo silenzio da spezzare inesorabilmente, riempiendolo di chiacchiere fresche.

Insomma, rincorro tutto qui, rincorro pure te se mi scappi! Tutto, tranne che baci.

Sparuti rantoli di.

Una persona che legge il mio blog mi ha detto che la mia vita gli sembra “interessantissima e piena di emozioni stravolgenti ed eventi significativi, tutto il contrario di quello che scrivo nella presentazione su “la mia vita che non vedo” ecc, ecc”. Ed ecco qual è stata la mia reazione al suo commento , nell’ordine:
a) tenerezza verso questa persona tanto tanto cara;
b) uno sparuto rantolo di gioia nel riflettere sulla possibilità che potrebbe forse circa perlomeno un po’ chissà se, esserci qualcosa degno di esser salvato nella mia troppo-inutile-vita;
c) definita certezza che nello scrivere tendo a romanzare inezie e a renderle degne di un decadente romanzo ottocentesco;
d) senso di esaltazione per le mie presunte capacità narrativo-blog-lagnanti;
e) senso di colpa per aver involontariamente rappresentato, probabilmente, auree meta-vite che non mi appaerengono del tutto.
Non so bene quale di queste reazioni sia quella predominante, devo ancora deciderlo, nè tantomeno quale sia quella esatta. Ma per onir di cronaca va detto che la mia vita, davvero davvero, non è questo gran coacervo di eventi e sensazioni, sono io che le estrapolo e probabilmente scrivo solo di qualche miserrimo evento significativo qui, perchè non essendoci abituata, quello mi diventa subito grattacapo e quindi lo rielabolo in queste pagine, o mi lagno forsennatamente e ri-pe-tu-ta-me-nte, nel tentativo (vano) di scrollarmelo di dosso.

Ora, tutto quello che ho appena scritto non serve a niente, quindi andiamo avanti.
Oggi non sono depressa. Va’ a vedere come è che successo, ma è successo.  E soprattutto va’ a vedere quanto durerà. Tutti i miei demoni restano qui, non se ne sono andati, per carità, e i problemi e i miei fallimenti e le orride figure da decerebrata che ho fatto con zio, amico di zio e al colloquio di lavoro, sono sempre belle belle vivide nella mia testa come uno squarcio nel petto fresco fresco di giornata. Ma al momento tutti i demoni sono seduti lì, in attesa uno vicino all’altro, con le gambe squamate incrociate, a osservare lo scorrere degli eventi e aspettare che torni il momento giusto per sferrare il prossimo attacco.
Davvero non è successo niente che giustifichi questa mia placida calma. Sono sempre troppo inutile, troppo grassa, troppo incerta su me stessa, troppo insicura, troppo incasinata, troppo bloccata con l’università, troppo stupida per vivere nel mondo, troppo lontana e inadeguata dai canoni di normalità della famiglia dei miei zii che mi ospita ora a Roma. Eppure oggi sono più tranquilla.
Sarà che mi sono grandemente rotta le palle di pensare e ripensare ricorsivamente alle solite tragedie della mia vita: so’ dieci anni che stiamo sempre allo stesso punto, una alla fine si rompe anche delle inadeguatezze, anche l’auto-dilaniamento ha un limite di saturazione, immagino.
Quindi mi prendo una vacanza dall’autodilaniamento e respiro un po’. E’ bello, eh?! E’ come avere il cervello sconnesso, annebbiato da endorfine che ti consentono spurgare i pensieri tristi e deleteri e tenedo solo quello che ti fa sopravvivere il meglio possibile. Deve essere così che si sente la gente normale, quella che vive  e non rimugina e contempla lo scorrere delle cose attribuendogli continuamente sensi e robe varie. O è così che si sente la gente sotto metanfetamine, non lo so.
E non so neanche quanto durerà, quindi me lo godo, guardo nel vuoto come un’ebete senza pensare a niente, mangio quel che acciderboli mi va senza pensare al fatto che sto diventando una ciccio-bomba e Odisseo non mi vorrà più di certo, senza pensare all’università o alla possibilità o meno di trovare un lavoro qui o lì o ‘ndo cazzo andrò a finire. Finchè dura, ripeto. Che la modalità lagnosa non va mai in prescrizione, non temete.

Oppure è perchè c’ho un impellente bisogno di scrivere – bruciante cazzo, mi bruciano le dita dal bisogno di scrivere-, e sento che sta arrivando il momento di scrivere per davvero, anzi ho già inizitato. Ma il blog mi blocca un po’: se scrivo sul blog esaurisco parte delle energie per scrivere qualcos’altro, e viceversa. Devo riflettere su questa cosa e trovare una soluzione.
Oppure questo stato di metà-pseudo-serenità dipende dal fatto che sto lontana dalla mia stanza, dal Burundi, dai miei casini.
Oppure è perchè sto a Roma e ci sono un mucchio di cose da fare e che devo fare primadi partire e persone che devo incontrare e perchè devo andare assolutamente a vedere San Pietro in Vincoli e il Mosè di Michelangelo, e Michelangelo mi mette sempre gioia infinita figurarsi visto dal vivo, quindi si potrebbe essere per Michelangelo.
Oppure è perchè ieri sono andata al cinema, e non un cinema qualunque, ma un The Space gigantesco, un villaggio vero e proprio col cinema e la passione per il cinema a regnare sovrana, e come può un cinema del genere non mettermi di buon’umore e farmi riavere fiducia nel genere umano? Ci sono tipo venti sale, negozi, negozi di gelatine, liquerizie, caramelle di tutti i gusti, abiti e borse a prezzi stracciati tutto-il-mio-stile, una Mondadori enorme con titoli dimenticati nel gorgo del tempo aperta fino alle tre di notte (!), e pop corn di tutti i gusti, e la palestra gigante ma chi se ne sbatte della palestra? Nessuno! Io sono una cinefila fatta e finita e il cinema mi rende sempre serena, a volte ci vado da sola solo per non pensare ai miei mali, quindi si capisce anche senza essere un genio, come questo per me sia fonte di sparuta gioia.
Insomma ce l’abbiamo anche nel Burundi il The Space, ma è una sputacchia ficcata alla bene e meglio in un centro commerciale, di una tristezza… e in più sta al confine tra il Terzo mondo e il Quarto, impossibile raggiungerlo senza auto e viverci una giornata.
E poi dal 9 al 16 maggio, tutti gli spettacoli saranno a soli 3 auro qui! Insomma ci vai un pomeriggio e ti sparaflesci tre film al prezzo di uno e in più con i pop corn a soli 1 euro a boccalone! Cioè… per me questo è abbastanza il paradiso soprattutto se ci si va con le persone giuste, altro che mondanità stantie ed edulcorate! Non so neanche se sarò ancora a Roma il 9 Maggio, non so che sarà di me nè ci voglio pensare al momento, ma comunque io lo segnalo: ci sono cose da cui non ci si può esimire di adempiere, come appunto segnalare il cinama a 3 euro.
E su questa segnalazione, chiudo.

Palazzi importanti, colloqui senza esito e balletti davanti la guardiola

Avete presente quelle giornate da dimenticare che però si ricordano di continuo e quindi non si dimenticano mai? Ecco,  oggi è una di quelle.
Un occhio allenato potrebbe, spremi spremi, distillare una qualche vena di spiritosaggine all’american comedy dalle mie figure di merda e prego, faccia pure, ma non si aspetti certo che io gli dia il cinque o una pacca sulla spalla o mi aggreghi al suo coro, ok? Cioè, magari potrei anche farlo, un piccolocinquesolo, giusto per sdrammatizzare che ci sto abbastanza a rimuginare troppo sennò, su queste ennesime figuracce della mia vita, non so… facciamo che ci devo pensare e poi vi dico, ok?

Non so voi, ma io alle cinque della mattina ero già sveglia. Una luce color bianco d’uovo filtrava dalle mattonelle trasparenti del soffitto (ho dormito a casa di zio, nel seminterrato adibito a sala giochi, con caminetto e cucina rustica, mure rivestite di pietra, sedie a dondolo, scaffali incassati nei muri e maxisermo piatto, tutto molto carino e spazioso) e io cercavo di riconoscere una qualche alba in quella luce, ma da me l’alba è rosa o argento, quindi no, non l’ho riconosciuta, almeno finchè la sveglia non ha suonato.
Mi sono preparata con due ore di anticipo e sono riuscita alla fine, a far tutto di corsa comunque, e a scordare la piastra per capelli accesa, così, oltre al nervosismo per il colloquio di lavoro imminente, anche il pensiero di dar fuoco alla bella casa di zio ha iniziato a ossessionarmi per tutto il tempo.
Il programma era che con mio zio dovevamo raggiungere il suo amico (v.i.p.) a Roma, e questo mi avrebbe presentata al tipo con cui devo fare il colloquio. Qualora ve lo steste chiedendo, la risposta è sì, mi sono sentita una completa cazzona a essere accompagnata da qualcuno a un colloquio.
Finora qualsiasi cosa abbia fatto, anche un lavoretto rancido, me lo sono trovata da sola, me lo sono gestita da sola. Non sto bene a dover metter conto, non sto bene a dover essere guidata e a dover deludere ulteriormente quella poca gente a cui porto rispetto e voglio bene. Per questo la prima cosa che ho pensato arrivati là è che non avrei dovuto gettarmi in questa cosa, ma che dovevo fare? Perdere un’opportunità ora che sto con l’acqua alla gola per le tasse da pagare e tutto il resto? Io poi, che non ne ho apportunità come queste, solitamente?
Da qui è derivato il mio nervosismo e il mio quasi totale mutismo a seguito. Se non ci fosse stato mio zio accollato, non dico sarei stata la più scalmanata e sociale delle macchine femminili, ma di certo non mi sarei sentita completamente controllata, soggiogata, fuori luogo.

E così, quando siamo entrati nel palazzone antico e storico di Roma dove l’amico di zio lavora (non dirò qual è perchè è piuttosto noto, ma se qualcuno è tanto annoiato da volero saperlo sapere, me lo chieda in privato) mi sono ritrovata a rispondere con frasi smozzicate:
-amico di zio:” Questa è la più belle delle sale?”
-io: “Quella da ballo?”
– amico di zio: “Che si dice anel Burundi?
-io: “Le solite cose”
-amico di zio: ” Come stanno a  casa?
– io: “Stanno bene”
Le solite cose???? Andiamo ma sono scema o cosa? Chi diavolo dice “Le solite cose“?! Ma neanche l’ubriacone della classe del ’56 risponderebbe “Le solite cose!
Avrei voluto vomitare, avrei voluto scomparire! Ho colto lo sguardo perplesso e di sminuita compassione del tipo e quello interdetto e mortificato di mio zio e avrei voluto proprio morire! Ma che posso farci? Non riesco a connettere in situazioni del genere, o faccio scena muta o sparo le peggio stronzate e sì che ho una parlantina coi contrizibidei e neanche troppo stupida il più delle volte, ma poi mi affosso con una sola vangata, e scelgo sempre i momenti più umilianti e decisivi per farlo! Perchè lo faccio?!
Se qualche cavolo di psicologo o pichiatra o psciocheccazzoneso passasse di qui e sapesse rispondermi, e sapesse soprattutto darmi una soluzione o un principio di soluzione, io gliene sarei eternamente grata.
Menomale che durante il colloquio si sono levati dalle scatole! Come sono usciti zio e amico, il nodo alla gola si è sciolto e ho parlato con una maggiore serenità col tipo del colloquio (uno stronzo senza eguali, ma tant’è). Non che abbia detto chissà che, ma gli ho portato il curriculum e ha visto che ho fatto uno stage in un ufficio stampa per l’Università, che ho fatto qualche lavoretto e che so “esprimermi con padronanza ed elegantemente” (almeno con lui!) che lui si occupa anche di uffici stampa o cose affini, il tutto per dirmi che stanno vagliando comunque altre opzioni e che mi farà sapere nei prossimi due-tre giorni. Ma non mi ha proposto niente, non mi ha parlato del tipo di lavoro che dovrei svolgere o del compenso o niente, quindi il suo era solo un pro-forma e in realtà non è interessato?
Non lo so. Starò qui a Roma qualche giorno comunque, ma non credo sia andato bene.

Per concludere in bellezza, prima di andar via dal palazzone importante e storico mi sono esibita in una scenetta alla Stanlio e Ollio.
Dovevo restituire il pass per visitatori alla guardiola di sicurezza e loro dovevano ridarmi la carta d’identità, ma il pass ha ben pensato di incastrarsi nella sciarpa, tanto epr cambaire, quindi ho iniziato una specie di balletto per liberare il povero pass in ostaggio, per ottenere solo di intrappolarmi ulteriormente nel viluppo di sciarpetta e pass. Finchè ovviamente il pass è volato in terra davanti alla perplessa guardia di sicurezza, al rassegnato amico di zio e a tutti quelli che entravano nel very storical and important palazzo romano. E io che ho detto?
“No è che non te lo voglio restituire, voglio restare dentro il palazzone very important”.
Questo, giusto per non perdere il vizio e lasciare tracce di inutilità ovunque calchi terreno.

Calipso fuori dalla stanza

… si sta cagando sotto per la strizza del colloquio di domani.
Colorita-nota-di-colore a parte, è il primo post che scrivo lontana dalle quattro, nebulose mura della mia stanza, a sud-est della mia casa, fossilizzata tra colline e spiagge nell’ameno paesucolo, Burundi, Italia.

Ha un colore diverso questo post?
Per voi no di certo, a me par di sì, però. Di certo ce l’hanno diverso le pareti della stanza dove scrivo, in casa dei miei zii a Roma: tanta luce, tanta spettacolare vita in ogni angolo, tanta tenerezza, nessun gelo lasciato lì a fermentare fino a diventare un iceberg. Sembra il paradiso.
Sembrerebbe il paradiso, se non fosse che c’è sempre quella complicata e ammuffita parte di me che non ci sta bene qui, non per questi miei zii e cugini che sono meravogliosi – niente a che vedere coi parenti paterni del Burundi-, ma perchè io e i miei demoni qui, c’entriamo molto poco.
Non mi incastro bene tra la luce e la potenza della vita vera, della famiglia vera, delle girnnate che scorrono BELLE, non piene di dubbi e drammi, di carenze e perdite, no, giuste, lineari, vive. Non riesco a trovare un aggettivo più azzeccato di “vive”. Sono vive, punto.

Ma io non lo sono, anche se mi affanno per esserlo, la mia resta sempre una affassonata pantomima di sopravvivenza. E sono in difetto.
In difetto per il mio essere diversa, in difetto per il mio non essere laureata, in difetto verso queste persone meravigliose che lo sono, sì, sono meravigliosi, perchè io non lo sono, sono solo qui, e sono sola, loro una famiglia che segue la linea dritta della vita, io no.

Non ho molto tempo nè modo di scrivere, ma proverò comunque a lasciare traccia di questi giorni anche se in maniera accennata o succinta. Quel che sarà di me nei prossimi giorni davvero non lo so, dipende tutto da domani, dal colloquio, non voglio pensare ora a quel che mi aspetta se, come sarà non lo passo, o anche a cosa fare se lo passo. Ma buona parte della mia futura vita potrebbe decidersi in una manciata di ore da qui a domani alla stessa ora, probabilmente lo saprò.

Dovrà accompagnarmi mio zio domani a Roma che io non so muovermi e siccome conosce qualcuno che potrebbe conoscere qualcuno in quel posto dove fanno il colloquio, lui sarà per forza di cose coinvolto e io non solo mi troverò ad essere nervosa per il colloquio,ma anche perchè lui è coinvolto, ora, in prima persona (anche se il colloquio e la selezione difficilmente dipenderà da questo suo amico, ma comunque è coivolto) e io dovrò anche conoscere il suo amico domani e sono assolutamente impreparata a tutto ciò. Me li gestisco io colloqui et similia, solitamente, malissimo, ma me li gestisco sola, e ora non potrò farlo e mi sento come se non guidassi io la mia nave, non avessi più la possibilitòà di frantumarmi sulle onde.
Quindi paura.
Paura di veder spegnersi quest’ennesima speranza ancor prima che brilli.
Paura di deludere ancora di più mio zio, forse l’unico che mi ha sempre voluto bene incondizionatamente, nonostante non mi apprezzi nè condivida chi/cosa sono.
Paura di dover tornare troppo presto nel Burundi e dover affrontare l’Università del terrore.
Paura di essere ricacciata a pedate nella mia stanza dal mondo vero.
Paura di non meritare di far parte, anche solo per un po’, della vita vera.

La rivoluzione comincia (sempre) da un libro

Ebbene sì, l’ho fatto.
Come avevo detto e come avevo quasi ingiunto alle mie amiche M&M, dopo le loro pretese di rivoluzionare il palinsesto di Trenitalia per adeguarlo ai loro rigidi orari da cinquantenni divorziate: ho preso il treno e me ne sono andata a zonzo per la cittadina gremita di gente del 25 Aprile e l’ho fatto, senti senti, tutta da sola. Ohibò che anacronistica sfacciataggine! Una tipa in leggins simil pelle, trench e anfibi borchiati che va in giro da sola; si spara da sola un super gelato in quella mega-gelateria-famosa che fa un gelato artigianale coi contro, enorme a solo un euro e venti centesimi, con la cialda caramellata; cammina sul lungomare con i Pearl Jam e Capossela nelle orecchie da sola, finchè non si ferma e guarda te se non va a generare, a questo punto, il più eclatante degli sbalordimenti.
Dico io, proprio nella cittadina santa, sul lungomare, in un giorno di festa, con tutti i bambini a guardarla e a nutrirsi del suo cattivo esempio! E’ una vergogna, siamo nel 2013 qui nel Burundi, per certe cose uno si aspetta almeno il 5073! Ma ella non sembra pensare ai poveri bambini del Burundi che la prendono a funesto esempio. Ella è tutta presa a precorrere i tempi.
E’ con grande stizza e disappunto del Tempo stesso, che sale con noncurante eleganza sulla mezzaluna di panchine che tanto le piacciono, perchè slabbrano il lungomare a mo di anfiteatro, spostando così la ribalta dalla passegguata agli spalti e rubandola al mar d’acciaio di fine Aprile. Poi, in cima, si ferma, le mani nella capiente tracolla jeansata non lasciano presagire niente di buono, l’ansia tutta del momento congelata, come fosse una diva capricciosa che fa attendere il suo pubblico e il Tempo stesso, finchè non si scongela , e tra le sue mani vede la luce dei riflettori, finalmente, Il libro.
Ella si siede e legge sul lungomare della cittadina nel pieno disappunto di Tempo Medioevale e Cazzoni del Burundi.
Fine
Ps: il libro sotto i riflettori è “Le ore” di Micheal Cunningham, particolarmente affascinante paraltro e, qui c’è la maestria del Fato a metterci il tocco d’artista finale, racconta di tre donne collocate su tre diversi piani del tempo (reale e narrativo). Le tre donne compiono i loro gesti come legate da un filo di pensieri e azioni incredibilmente conseguenziale, che si snocciola e ha modo di esistere man mano/grazie al fatto che una delle tre donne, la scrittrice Virginia Woolf, sta scrivendo uno dei suoi libri più famosi, le cui parole a distanza di decenni, muoveranno vite e pensieri delle altre due donne che lo leggono (una delle due) o lo vivono in altri modi(l’altra), ma sempre seguendo il rintocco della sua scrittura e lo sviluppo della stesura del romanzo. E qui la chiudo.

In realtà non è stato tutto rose e fiori.
Forte anche del momento più-di-là-che-di-qua che sto passando con Odisseo, la solitudine si è fatta sentire quasi come nel periodo delle scuole. E poi sono stata abbordata disgustosamente da due tipi loschi alla stazione, tenuta d’occhio e seguita, solito seccante problema dell’andare in giro sola.
M&M mi hanno chiamata come mi avevano detto che avrebbero fatto, per vedere se riuscivamo almeno a vederci un po’. Non fosse che sembravano più interessate – una curiosità malcelata, bovina- a sapere cosa avessi mai potuto fare DA SOLA in giro per la cittadina e che posti avessi bazzicato nello specificio, piuttosto che essere seriamente interessate a vedermi.
Loro stanno sempre in due, almeno in due, non sanno che vuol dire proprio “uscire da soli”, non hanno una struttura mentale tale da permetter loro di capire una cosa così semplice, e per loro è sconveniente farsi vedere sole in questi casi. Le invidio comunque: l’una ha sempre l’altra, non sono mai sole da quasi due decenni, e siccome pensano, mangiano, parlano e vestono in esatto modo, non si annoiano mai, sanno sempre esattamente cosa fare, quando e sopratto con chi. L’una non risponde a un messaggio se prima non ha discusso con l’altra e concordato cosa dire. Lo fanno su Facebook anche, nelle conversazioni a tre, se dico o propongo qualcosa, rispondono insieme, una dopo l’altra e la stessa cosa nello stesso momento. Abbastanza inquietante.
Il problema è che mi hanno chiamata alla 18.30, quando sapevano che il mio treno era alle 19.00 e quindi non ho potuto raggiungerle, lo avrei perso. Potevano fare un salto loro alla stazione con l’auto, ma no, hanno la loro passeggiata cronometrata da fare e devono trovarsi nei posti giusti all’ora giusta qualsiasi siano questi e qualsiasi sia la NON ragione per andarci (non hanno una ragione, se la creano senza darle comunque senso, non so se mi spiego), quindi io ero un diversivo che non è contemplato nel manuale della perfetta cittadinotta burundiana. Sorvolabilissimo.
E poi, sospetto, temevano che qualcuno potesse riconoscermi come la “vergognosa lettrice di libri del lungomare” ed associarmi a loro.
Come si fa a non sentirsi soli vivendo in mezzo a cotanta marea di stronzate?

Due appunti finali:
Appunto uno: se uscite fuori per un pomeriggio solitario all’insegna di voi stessi e della lettura e avete velleità narrative e magari vi portata anche la Moleskine appresso per appuntavi le cose in caso di colpo di genio e perchè fa figo andare in giro con la Moleskine, magari ricordatevi di portare con voi anche una penna, giacchè senza, per quanto figa possa essere, la Moleskine è inutile e le vostre idee andranno in pasta al vento, che non sa che farsene per giunta.
Appunto due: non è che non è successo altro con Odisseo e non si è parlato a cascata di tutto e di noi e delle cose successe, è solo che sto tergiversando piuttosto che mettermi a scrivere di lui, che scriverne significa cadenzare i pensieri e i battiti di cuore, e ho paura di farlo. Ecco quindi che tergiverso scrivendo le stronzate della mia vita non amorosa.

Il mio ultimo giorno da ventenne

Oggi è l’ultimo giorno dei miei ventinove anni, da domani sarò ufficialmente una trentenne.
Mi rendo che in realtà è una condizione che ti si pianta addosso già finiti i 27: dai 27 (ai 33 anni direi, altro step) hai teoricamente 30’anni. Ma compierli è un’altra cosa.
Compiere trent’anni è entrare definitivamente nella giovinezza-adulta, abbandonare la possibilità di “so’ ragazzi, cercano ancora la strada e sbagliano”. E’ una linea di demarcazione, credo, se nel decennio dei 20 sbagliare è consentito, quasi un obbligo e rimediabile perchè “c’è tempo”, compiuti i 30 tutto diventa più incalzante e perentorio, lo sbaglio è guardato con deprecazione, come se ti spalmassero una crema al peperoncino sul culo e tu debba per forza saltabellare come un grillo monco da una parte all’altra, nell’urgenza di fare e concludere qualcosa senza errori non consentiti. Soprattutto se sei donna che le donne hanno quel pallino dell’orologio biologico a ticchettare incessantemente e ossessionarle, ma anche quello si attiva a 27 anni, quindi anche in questo caso non cambia poi molto.
Perchè in realtà non cambia un cazzo eh, ma quel “3” davanti la parola “anni”, comunque un certo effetto lo fa.

Io non sono una di quelle ossessionate dall’età. Prima di tutto perchè ho già tante di quelle fisime, magagne e ossessioni che non sento il bisogno di frantumarmi le meningi con un’ennesima.
Secondo, perchè la trovo una cosa dannatamente stupida: perchè perder tempo a dire banalità dovute sull’età che passa, quando tanto passa per tutti e allo stesso modo, non è un tuo pregio o difetto: se non crepa prima chiunque abbia 10 anni oggi, ne avrà trenta un giorno. Si può dire che magari ha realizzato chissà che nel frattempo, ma anche qui è decisamente secondario, perchè magari poi si ferma, perchè magari ha avuto un bel po’ di spinte e agevolazioni che tu non hai, e comunque è soggetto al tuo stesso destino.
E inoltre perchè una persona dovrebbe perder tempo a lagnarsi di aver compiuto trent’anni e di non averne più venti, per poi doversi dannare a quarant’anni per non averne più trenta? Non è più conveniente godersi i trent’anni e se proprio si deve pensare, si pensi di non averne ancora cinquanta, invece che pentirsi poi di aver rinnegato i trenta e dover rimpiangerli?
Davvero sono cose che non capisco e che vedo di continuo quest’anno perchè molte sono le persone che mi stanno intorno che hanno compiuto 30’anni o 31 o 29 (che è la stessa cosa, in pratica) in questi mesi o li compieranno nel corso di quest’anno.
E’ proprio una delle questioni che abbiamo trattato ieri sera/notte con le mie amiche M&M, che sono mie coetanee (eravamo compagne di classe alle superiori) e una delle due M compie gli anni 4 giorni dopo di me, siamo quindi solite festeggiarlo insieme da ormai 15 anni (lo abbiamo fatto per metà della nostra vita, fa impressione pensarlo) e così faremo anche sabato prossimo. Non fosse che lei, come da manuale da queste parti, è ossessionata dall’aver raggiunto quest’età e non avere ancora, non tanto una famiglia allargata che in queste condizioni non è facile avere alla nostra età, ma almeno un compagno fisso con cui costruire qualcosa. Ne è così ossessionata che quest’anno ci ha proibito di farle gli auguri e festeggiarla, quindi sabato prossimo festeggeremo solo me (dove per festeggiare si intende mangiare in un locale particolare, spararci un dolce nella pasticceria/gelateria più buona della città, bere un po’ di più e andare in giro a ridere come sguaiate, niente di che eh, ma è una tradizione).
E’ un atteggiamento che davvero, davvero non capisco. Non ci trovo proprio senso.

A me piace da matti il giorno del mio compleanno! Lo sparaflescio ai quattro venti che è il mio compleanno (come si è notato su questo blog, ndr), tranne che su facebook, lì l’ho tolto che quegli auguri robotici e omologati proprio non riesco a tollerarli, mi trasmettono una gran tristezza sullo stato del mondo, non so bene perchè, ma comunque ho tolto la data del mio compleanno, meglio non ricevere auguri che riceverli in quel modo.
Dicevo che fin da bambina mi piace il mio compleanno, mi sento una principessa quel giorno, è il mio giorno, attesta che sono nata e volente o meno, meritevole o meno, sono viva, e fin quando questo stato permane, qualcosa può succedermi, qualche traccia posso lasciarla, qualche sorso di vita posso berlo, qualche vita posso intrecciarla alla mia, e poi magari perderla, ma godermela e amarla nel frattempo.
Mi piace anche la data, il 15 Aprile, ultimo giorno della fioritura dei ciliegi, mi piace che sia lo stesso giorno di nascita di Leonardo da Vinci, di Henry James (lo scrittore, non il presidente americano), di Claudia Cardinale e anche di Emma Watson, perchè è Hermione, mica per lei!
Mi piace, anche se sono successe tragedie immani il 15 Aprile, come l’affondamento del Titanic o l’omicidio di Abraham Lincoln o l’esplosione del reattore nucleare a Chernobyl (anche se era notte e mi sa che fosse scoccato il 16 Aprile ormai, quindi “me ne lavo le mani” da questo disastro, almeno).
Insomma, mi piace.

Ieri ho anche avuto l’opportunità di dire che ho 29 anni per l’ultima volta, credo.
Ero in treno, stavo raggiungendo le mie amiche in città e mi si è avvicinato il solito controllore marpione che mi ha già dato noia in passato, ma non si ricorda mai e ricomincia puntualmente quando il treno è vuoto. Una volta mi disse che “prendi di certo gli uomini di petto” mentre mi fissava le tette senza riserbo e un’altra volta, be’ fu decisamente più pesante e io ero ragazzina, ma lasciamo stare.
Stavolta il percorso era breve e ha iniziato con la solita trafila di frasi fatte su quanto i giovani facciano sesso troppo presto e voleva sapere di me “perchè sicuramente hai esperienza, visto che sei carina” e considerato che me l’ha detto a una settimana esatta dalla notte forzatamente bianca con Odisseo, avrei voluto rispondergli “no cazzo, non ho esperienza e c’ho una voglia matta di stare con un ragazzo che adoro, ma non mi funziona qualcosa, sai come posso sbloccarmi?”, e chissà che avrebbe risposto!
Invece ho detto solo “Eh, sì” e poi ho cambiato argomento che cominciava a farsi pesante. Però quando mi ha chiesto l’età mi sono goduta i suoi occhi incerti e la solita frase “Ma non è possibile, sei una bambina!”
Il che la dice lunga sul tipo di uomo (me lo dicono sempre che sembro ragazzina, e la cosa non mi fa particolare piacere) visto che credeva di parlare di certe cose con una fanciullina.

Tornando a noi, cosa si fa nell’ultimo giorno dei propri vent’anni?
Non ho grossi progetti, sono contenta di essere uscita ieri, mi sono davvero divertita e sono stata bene, ma oggi è una tranquilla domenica in solitudine, quindi a parte il virtuosismo da pasticcera che credo proprio mi investirà in serata, visto che voglio sbizzarrirmi e fare qualche dolce nuovo e creativo per domani, non ho particolari idee o voglia di fare chissà che.
Ma qualcosa mi inventerò, dopotutto non capita tutti i giorni di avere 29 anni per l’ultima volta, no?

Cambiamenti fantasma

Perchè, di cambiamenti sostanziali, la mia vita non ne ha subiti.
Sì, ho ancora nel sangue l’adrenalina per quel rush di vita che ho accumulato forsennatamente e che mi ha lasciato senza fiato e con le idee e i sentimenti in subbuglio. Non parlo solo di quei cinque giorni con Odisseo, ma anche di tutto il mese precedente, di tutti i pensieri, i battiti e la fatica accumulati. Una botta di sensazioni, emozioni, speranze, baci e vita cui la mia esistenza apatica non è abituata.
Ma in definitiva sono ancora qui, come prima, sempre tra le quattro ombrose mura della mia stanza, la mattina, sveglia già alle cinque, col cappuccino fumoso e schiumante sotto le nari, a scrivere su questo blog e a cercare un modo per incastrare i pezzi che mi si sono rotti e ripartire.
La vita vuole altra vita, una volta che ci si abitua al suo sapore è difficile rinunciarci e tornarsene in gabbia in questa casa, in questo paese bigotto e statico. Ma non ce n’è di nuova vita. L’energia accumulata è bastevole solo per lo sprint iniziale, non per consentirmi di superare gli ostacoli che hanno sempre contribuito a fermarla la mia vita in questi (troppi) anni.

Per esempio ieri sera, parlando con una mia amica ed ex coinquilina dei tempi dell’università vissuta, avevamo deciso di passare il fine settimana insieme a casa sua, nella cittadina universitaria dove sono stata fino a due anni fa e che mi manca da matti. Era tanto che lo progettavamo, ma abbiamo sempre rimandato e siccome smaniamo dalla voglia di passare un po’ di tempo insieme (con lei e altre due persone che non vedo da un po’), ero decisa a mettere due cose nello Jansport e andarci a occhi chiusi, senza stare a pensarci troppo. Ma alla fine, ecco: la mia solita esistenza riprendere il sopravvento, con i problemi logistici di sorta – avremmo avuto solo una notte la casa libera perchè poi sarebbe tornata la sua coinquilina e quindi sarei dovuta rientrare di domenica, ma non ci sono autobus e avrei dovuto cambiare quattro stazioni (deserte) e quattro treni per coprire il viaggio di un’ora e mezza in auto, e davvero non me la sento a tre giorni dal rientro da Napoli – e non se n’è fatto niente. In teoria abbiamo rimandato il tutto al ponte del 25 aprile che è più elastico, ma non ci spero troppo.
Non ho nessuna intenzione di stare in casa il sabato sera, comunque. Da qualche parte quest’energia la devo investire, quindi stasera uscirò con M & M, le due amiche con cui ho trascorso insieme la pasquetta (parlo di loro qui: https://webcamaccesa.wordpress.com/2013/04/02/3-giorni-a-odisseo-pasquetta-lunico-ostacolo/; e qui:https://webcamaccesa.wordpress.com/2013/02/17/in-piedi-come-cretini-a-dimenarsi-come-cazzoni/), per intenderci. Stanno anche morendo dalla curiosità, perchè non ho avuto ancora modo di dir loro molto sull’incontrop con Odisseo e devo dargli anche dei regalini che ho preso a Napoli per loro, ma ci sarei uscita lo stesso, anche se alla fine dovrò adeguarmi ai locali (e alle persone) scemi che spesso frequentano. Non posso stare in casa, non in questi giorni, non questo mese.

Non è cambiato niente, dicevo. E che ti aspettavi? potreste giustamente rimbrottare.
Eh… credo proprio che stavolta, mi aspettassi qualcosa. Non un cambiamente radicato  nella mia vita, non sono così scema, ma nella mia voglia di vivere, nella forza necessaria che serve a riprendere a vivere, quello sì, me lo aspettavo.
Invece sto ancora qui a boccheggiare e bloccarmi, a far fatica ad aprire la pagina dell’università per pagare quella stupida tassa di fine corso e contattare la professoressa della tesi. Ma anche a riprendere a correre, a rimettermi seriamente a dieta, a organizzare qualcosa di sciocco per il mio compleanno, a stabilire un percorso da seguire, a riprendere a scrivere seriamente quella storia che ormai ho talmente tanto in testa da sentirla pulsare con più vita di quanta non ne abbia io stessa, a sognarmela ogni notte, ma non mi ci metto a scriverla!

Mi sento diversa, ok? Sono diversa, c’è qualcosa che è cambiato, ma non riesco a individuarlo e non so come sfruttarlo. Ho bisogno di questa energia, ne ho bisogno per neutralizzare i demoni e temo di vanificarla inutilmente così, di disperderla al vento.
Perchè sto ancora in incubazione pensando a Odisseo?
Ho pensato di tutto, ho riflettuto su tutti i pareri e consigli che mi sono stati dati, vagliandoli uno a uno, sempre conscia che la soluzione sta da qualche parte e spetta solo a me trovarla. Ho pensato anche che possa essere confusa perchè in realtà io voglio che le cose vadano bene con Odisseo, perchè sono anche io come la maggior parte della gente, che fa occhi da mercante e pensa solo a sistemarsi con qualcuno e a dar sfogo ai legittimi e bestiali desideri di riproduzione, scambiando il tutto per amore perchè lo vuole, o come quella ragazza con cui ho parlato a Pasqua, rimasta incinta all’età di 22 anni che si è autoconvinta che la sua è una grande storia d’amore, nonostante sappia che il tipo le mette spudoratamente le corna e che stiano insieme solo per la questione “bambino”. Piccola parentesi: in questi mesi mi sono davvero resa conto di quanto la mente sia l’arma più grande e potente che l’uomo ha, e parlo di “arma” intesa sia in modalità di difesa/attacco sia in quella di autoflagellamento: possiamo salvarci o illuderci o ammazzarci, grazie al solo rumorìo della nostra mente. Parentesi chiusa.
Dicevo, ho vagliato tutte le ipotesi con Odisseo e lo so che molta gente pensa che questa mia confusione sia uno specchietto per le allodole perchè non voglio accettare che non mi piaccia, ma io non credo sia così. Credo ci sia qualcosa che non mi convince in noi, ma non che non mi piaccia.

Alla fine, questo profumo di cambiamento, potrebbe non essere altro che il solito movimento vitale che si realizza in me ogni aprile, puntuale come i famigerati treni d’epoca fascista (nah, non quelli d’oggi). Aprile è il mio mese, non so se dipenda esclusivamente dal fatto che in aprile io ci sono nata e proprio nel cuore di Aprile, o se c’è una qualche connessione particolare per cui la primavera mi stravolge e mi rigenera. Sta di fatto che come fioriscono i ciliegi io rinasco, getto via la vecchia carcassa e mi rialzo conscia di una nuova missione da perseguire e di avere di nuovo accesso al fuoco che mi arde qui, da qualche parte, e che il resto dell’anno se ne sta in ostaggio di qualche demone fellone.
Ma questa rinascita, ogni anno, resta fine a se stessa. E’ preceduta da grande dolore e grandi fatiche, ma poi il fuoco me lo perdo di nuovo e anche la nuova pelle di fiori di ciliegio. E’ come scartabellare e scartabellare fino a sanguinare, e finalmente respirare un po’ per essere nuovamente ricoperta di cellule morte due secondi dopo.

E’ così anche questa volta?
Questi cambiamenti che soffiano ovunque sono ancora cambiamenti fantasma?
Quanto cavolo dipende da me, adesso, piuttosto che dallo stupido mondo in cui sono relegata?
E se compiuti i trent’anni non riuscissi più a rinascere come i fiori di ciliegio?

Cronache odissee – parte seconda (Castelli&Caramello)

Io lo sapevo che non sarebbe stata una cosa facile con Odisseo.
Sapevo che le leggi delle cose e del mondo erano contro di noi. Incontrare qualcuno su internet, conoscerlo solo tramite parole e voci e racconti di lui che si intrecciano ai tuoi, no no, non è possibile, non è “NORMALE”. Mi è stato detto che i ricordi, gli affetti, i sentimenti, sono ben altri. Mi è stato detto che non è possibile provare qualcosa così, che tutte le persone che ho conosciuto e amato in questi anni, sono solo illusioni, anche se mi hanno salvato la vita, anche se mi hanno formata e anche se li ho amati oltre ogni dire. Anche se mi hanno poi delusa, o ferita, o bistrattata, o mentito, o persa.
No, il mondo ha catalogato le relazioni tramite cellulare e/o internet come “impossibili”, quindi il mondo si deve adeguare tutto, anche quella parte che sfugge a questa omologazione.
Nei mesi che mi hanno legata a Odisseo, tutto questo lo avevo presente, ero conscia delle ambiguità e dei pericoli cui una relazione del genere poteva dar adito. E me ne sono bellamente fregata.
In altre occasioni ci sono andata cauta, per terrore di far del male all’altra persona, per l’impossibilità di gestire una distanza troppo grande, per incertezze che il troppo amare, in questi frangenti, comporta. Ma non questa volta, questa volta mi sono solo lasciata trasportare dalla forza di Odisseo e forse anche un po’ dalle delusioni trascorse.
E poi, quel 5 aprile tutto mi si è riversato sulle spalle, la possibilità e l’impossibilità, la necessità virulenta di dover capire quanta illusione si può celare nelle parole e quanto amore invece ci è dato di estrapolare da esse.

Il mattino dopo la “terribile notte” era la prima domenica di Aprile a Napoli. Il sole era incerto sul suo ruolo (come tutti i nati in aprile) e soffiava vento freddo, mentre il calore sembrava spandersi al contrario dalla terra, dalle cornetterie, dalle piazze che carpivano ogni riflesso di luce e vento e lo imprigionavano.
Tra me e Odisseo quella domenica mattina era tutto finito. Ne eravamo entrambi consapevoli. E tristi.
Nonostante ciò, è stata una delle giornate più belle della mia vita.
Forse la stessa tristezza nostalgica che aleggiava tra noi due, le lacrime che c’erano sfuggite troppe e senza pudore, le parole di quella notte sganciate da ogni remora e regola, le conclusioni che era troppo quello contro cui combattere e poche le nostre armi per costruire un amore da una fiammella troppo vergine, forse i suoi occhi. Dio con che occhi mi guardava, verdi come il mare più invernale, dolci come quelli di un bambino spaurito.
Siamo stati tutto il giorno con mani e occhi intrecciati e le parole, quelle stranamente poche, come fossero ormai finite. Mi ha portata in un bar-pasticceria americano perchè sa quanto mi piacciono quelle sciocchezzuole americane, mi ha comprato un caffè americano e lui si è preso un hotpuccino alla panna e doppio caramello, solo perchè sa che a me piace da matti il caramello, a lui non molto in realtà. Siamo andati in un immenso parco antistante il Maschio Angioino, ha scelto una zona riparata dal vento e dagli sguardi altrui se non quelli dei gabbiani di Napoli che sono straordinariamente audaci e si spingono ben oltre la cinta della costa, cosa che da me non succede mai. Mi ha fatto bere parte del suo cappuccino, ha raccolto lo strato di caramello sul fondo del bicchiere per farmelo mangiare col cucchiaino dalle sue mani, ha criticato ostentatamente “quella brodaglia piscettata americana che tu scambi per caffè“, ha riso mentre gli raccontavo della mia infazia spesa a immaginarmi principessa segregata tra le stanze di un castello bello come quello che avevamo davanti, mi ha ascoltata, mi ha coccolata, mi ha coperta col suo corpo dal vento, mi ha accarezzata in tutti modi possibili, ha salvato la formica scema che stava per essere triturata e le ha dato da mangiare il resto del caramello solo per far felice me.
Siamo andati a fare la spesa e ha cucinato per me risotto ai funghi perchè sa che è uno dei miei piatti preferiti, ha usato lo speck al posto del bacon che a me non piace e ha scritto il mio nome con una strisciolina di speck, ha scaricato Django Unchained in inglese solo perchè sa quanto io ami quel film e quanto volessi vederlo in lingua, ha preso un dolce al caramello e cioccolato senza che io ne sapessi niente e mi ha fatto mangiare tutto il cioccolato della sua porzione, pomeriggio, mentre guardavamo il film sul letto, con le gambe e le braccia aggrovigliate.

E’ stata una giornata così strana, senza dubbio dominata dalla malinconia e da un senso di perdita pressante. E’ stato come aver detto “addio” a tutto quello che di bello c’è stato prima, in quei sei mesi e due giorni forsennati e pieni di passioni irrisolte. E’ stato un colpo di spugna doloroso e un ricominciare timido.
Non ce l’aspettavamo, forse, nessuno dei due, ma la sera ci siamo ritrovati a baciarci senza pensare a nient’altro. Lui non è andato oltre qualche carezza, credo fosse ancora incerto e si fosse pentito per aver chiesto troppo ed essersi lasciato andare i giorni precedenti. E’ stato tutto molto naturale e tenero, non ricordo come ci siamo addormentati, ricordo che la mattina dopo le cose erano diverse senza che nessuno dei due abbia fatto realisticamente niente per renderle tali.
Non abbiamo parlato di niente, camminavamo, prendevamo in giro la gente scema e ci baciavamo, tanto. Castelli e baci al caramello, questi sono stati i nostri ultimi due giorni insieme.
Lui che mi dava lezioni di pugilato, su come parare e attaccare (figurarsi, sono debole come un grillo!), che mi intrappolava tre le sue braccia forti e mi spronava a slacciarmi, che mi sollevava in barba alle mie preoccupazioni sull’essere troppo pesante, o che mi impartiva lezioni di tango o lezioni di musica e di disegno (dipenge anche ed è bravissimo!), ha disegnato per me Wolverine perchè io chiamo così lui, visto che è identico a Logan Wolverine! Bassino, spalle larghe e muscoloso, con le sopracciglia che si uniscono quando è pensieroso e la tendenza a fare a pugni se non si controlla, con l’anima da intellettuale oramai, che lo lega alla scrivania invece che al ring e alla vita da ribelle del suo passato. Come Wolverine, appunto!
Mi ha portata in giro per le vie di Napoli, quelle più belle e speciali, mi ha comprato le migliori sfogliatelle calde per la colazione e la pizza più buona (cavoli se è buona!) siamo andati a mangiarla in uno dei locali più rinomati, per cena prendendo due gusti diversi e facendo a metà; siamo stati al museo archeologico e da bravo archeologo qual è mi ha illustrato e raccontato genesi e storie delle opere più belle, con immensa invidia di chi ascoltava e ci seguiva per saperne di più; siamo andati a caccia di epigrafi greche e latine (ce ne sono 6.000 tra musei e il resto) su cui lui sta facendo la tesi magistrale, solo per farmi comprendere la rarità e bellezza di queste e quante storie raccontano di un passato lontano, ma fatto di persone e amori non diversi dai nostri, sa quanto mi piace andare a caccia di storie, soprattutto se reali e appartenenti a un passato esotico e affascinante come quello dell’antica Roma; mi ha fatto lunghi ed erotici massaggi a schiena, piedi e gambe; mi ha portata in un ristorante giapponese in cui si può mangiare quanto si vuole a prezzo fisso e mi ha fatto mangiare sushi e maki dalle sue bacchette perchè io non ero in grado di usare le mie e mi si spezzava il sushi quando lo intingevo nella salsa di soya, e ha chiesto la forchetta per me con grande disgusto dei poveri giapponesi che gestiscono il locale (bellissimo, soffuso, orientale dalle luci alle illustrazioni, ai tavolini infossati per terra, ai bagni!), ha lasciato i ravioli a me perchè cavoli se erano buoni e mi ha preso in giro tutto il tempo perchè facevo dei bocconi piccoli senza riuscire a infilare tutto in bocca, ha lasciato il salmone a me perchè era il più buono e mi ha comprato delle bacchette giapponesi per esercitarmi.
Mi ha portata dentro Castel Dell’Ovoper fare la principessa” come sognavo da bambina e mi ha assicurato che in quelle stanze in passato, una principessa col mio nome e il mio volto viveva sottoposta alle dovizie di corte, finchè un pirata dagli occhi verdi non è venuto dal mare a rapirla e portarla lontano per sempre, da un mondo che le stava stretto a uno a sua misura, poi ha buttato giù le transenne verso una torre cui era impedito l’accesso, per allontanarci da tutti gli altri e siamo saliti, soli, sulla torre più alta e “proibita” del castello, tra baci sferzati dal vento, abbracci strettissimi per contrastare le raffiche alla salsedine davvero forti lassù, e circondati dalle onde molto più in basso, che si frangevanono senza tregua sulle rocce dell’isolotto in mezzo al mare su cui Castel dell’Ovo è stato costruito nel VII secolo a. C. e davanti a noi solo mare, l’isola d’Elba all’orizzonte e il Vesuvio smozzato ancora dalla grande eruzione che distrusse Pompei ed Ercolano e che capeggia sulla città.

Non sono mancati anche momenti di stanchezza in questi giorni, stare insieme 5 giorni su 5, senza tregua è stato difficile, è andato a comprarmi il regalo per il compleanno di nascosto (gli ho promesso che lo avrei aperto solo il giorno del mio compleanno, quindi sta ancora impacchettato), ma ce la siamo cavata divinamente, considerati anche le dimensioni ridotte del suo appartamento che grazie al cielo ora cambierà perchè è davvero piccolo questo. Lui più che altro è abituato a ritmi da lupo solitario e li ha completamente stravolti per me. E’ andato a dormire quando io ero stanca, mangiava quando io avevo fame e se si svegliava la mattina, non si alzava per non svegliare me e questo l’ha un po’ destabilizzato, e anche me in realtà, ma la tenerezza di quei due giorni credo valga davvero la candela.
E’ stato bello e io non sono abituata al bello. Mi ha coccolata con una tenerezza e una serie di attenzioni per me assolutamente inedite. E credo di averlo fatto anche io: ha adorato i miei brownies (eh vabbè lo so, fanno questo effetto i miei dolci, non saprò fare una mazza ma i dolci mi escono drammaticamente bene!) e mi ha scongiurato di dargli la ricetta, ma non gliela dò, se li vuole deve mangiarli solo fatti da me, la mattina a letto, tra un bacio e l’altro al sapore di cioccolato; gli ho regalato un libro che adoro e il cui titolo “Noi“, non lascia dubbi sul senso del messaggio; gli ho portato ‘ndujia e preparati bomba al peperoncino calabrese che lui adora; l’ho accarezzato quanto mai nessuno ha fatto, abbiamo dormito con le mani intrecciate, sempre.

Abbiamo parlato di “noi” solo quando mancavano ormai un pugno di ore alla mia partenza. Credo nessuno dei due volesse affrontare l’argomento perchè significava scontrarsi con problemi e realtà troppo vasti per dar loro una soluzione. Mi ha fatto mangiare l’amarena del suo croissant e mi ha detto tutto quello che pensava, con una vocina flebile e gli occhi rivolti verso il basso.
Ha detto che lui prova qualcosa di molto forte per me, che se aveva bisogno di vedermi e di passare del tempo con me per capire se quello che era nato in questi mesi fosse sostanza, lo aveva abbondantemente capito e non aveva dubbi su questo. Tuttavia la distanza incrementa i piccoli problemi che ci sono (tipo l’intoppo a letto) e che non sarebbero un ostacolo se la frequentazione fosse quotidiana e “normale”, ma così, con la possibilità di vederci sporadicamente, possono diventare seri e insormontabili. Questo non significa che lui non ha intenzione di provarci e mettersi in gioco dal momento che ritiene che io e tutto questo ne valga la pena, ma lascia decidere a me se sono in grado di affrontare tutto e le eventuali ripercussioni negative e se penso anche solo lontanamente che la distanza e l’esacerbare questa situazione possa farmi più male che bene, se decido di fermarmi qui, accetta la mia decisione.
E io?
Io non lo so. Francamente, non lo so. Ci sono troppe cose in sospeso e troppe cose che non capisco bene. Sono molto, molto confusa, soprattutto ora che posso rileggere quei cinque giorni a freddo. Non solo le ambiguità nel suo comportamento che crozzano con quanto mi aveva detto di se stesso, ma anche piccole cose come il fatto di non essere voluto andare a una conferenza perchè c’erano i suoi amici e io mi sono sentita come una bolla staccata dalla sua vita, che non fa parte di questa finchè non supera la prova. Cerco di non pensarci, ma non ci riesco. Lui ha messo in chiaro che no, non stiamo insieme, non ci sono ancora i presupposti per definirci una coppia, e io sono d’accordo, ma questo suo ripeterlo e sottolinearlo, mi fa sentire ancora più incerta e confusa.
Gli ho detto che l’affetto che provo per lui è indiscutibile, e sono stata bene, ma le sue incertezze mi confondono. L’unica cosa che possiamo tentare è vedere ora quanto sentiamo l’uno la mancanza dell’altro in questo mese e mezzo che ci separa dal prossimo incontro e vedere come saranno i prossimi giorni che passeremo insieme, che secondo me potrebbero seriamente essere quelli decisivi.
Sperando che questa confusione si lenisca un po’.
Provo qualcosa di forte per lui, ma tutti i dubbi e le ambiguità che mi ha messo in testa non mi fanno scorgere lucidamente cos’è che provo. Se un affetto legato a quello che c’è stato nei sei mesi scorsi o se davvero è nato altro in questi giorni.
Non riesco a capirlo. Un attimo mi manca a bestia e sono certa di esserne innamorata, l’attimo dopo torno a incazzarmi per qualcosa che ha fatto o non fatto, detto o non detto. Il che, mi rendo conto, è abbastanza naturale in qualsiasi relazione. Ma la dinamica obbligata della nostra rende tutto più confuso. 5 giorni di solo lui e poi mesi di solo cellulare e skype.
Spero di capire, dopotutto è passato solo un giorno ancora, da quando sono rientrata.
Vorrei che andasse bene, vorrei avere il mio amore speciale, ma ho paura che questo mio desiderio mi obnubili e non veda che in realtà non è lui. O al contrario, che invece è lui, ma che questa situazione precaria non mi permetta di capirlo appieno, di prendere tutti quei castelli e quel caramello e fare di questi il nuovo, dolce, magico e bello, contesto della mia vita.

Cronache odissee – parte prima (V.M.18 anni)

Esordisco con un commosso “grazie”.
La seconda cosa che ho fatto ieri sera, appena tornata dall’incontro con Odisseo, è stata accendere il pc e guardare il mio blog; la prima cosa ce feci, invece, è stata una doccia di mezz’ora, che trenitalia non solo dà un servizio scadente al punto da farmi passare per tre treni e tre stazioni prima di arrivare a casa, ma puzza anche da matti.
Sono dunque entrata nel blog in maniera automatica, non so se per ricercare quel senso di equilibrio che questo blog è riuscito a darmi in questi mesi o per il bisogno di mettere nero su bianco tutto il popò di cose che sono successe con il manifesto intento di riuscire a decifrarle e ripartire da queste, perchè tutto ho tranne che le idee chiare su com’ è effettivamente andata. E poi mi sono ritrovata un sacco di messaggi di augurio e di attesa e di speranza nell’esito dell’incontro e mi sono commossa oltre ogni dire e per questo, a coloro che mi hanno seguito in questa prima parte del percorso verso Odisseo, che ho imparato a seguire e conoscere, ma anche a chi è passato solo per leggere sporadicamente dico Grazie, con la “G” maiuscola e con una eco di affetto infinita.
Grazie.

Mi sembra giusto cominciare con una premessa che conclude ed esclude ormai definitivamente la mia preoccupazione principale dei mesi scorsi, ovvero quella dell’aspetto fisico. Lo so che me lo avevate detto in tanti, che non conta, che è un aspetto della condizione sentimentale, che non preclude niente se c’è dell’altro a sostenerlo. Ma io non riuscivo a capire come potesse essere così secondario e non perchè fossi un’esteta, non lo sono (sono dell’ariete, dopotutto, gli arieti non sono esteti, sono sanguigni).
Come poteva il mio aspetto fisico non essere fondamentale vista la situazione particolare che legava me e Odisseo? Non ci eravamo mai visti se non per sfocate fotografie e le foto possono essere ambigue e controverse, conferire un’idea fasulla di una persona, quanto niente altro è in grado di fare.
In questa situazione, per me l’impatto fisico-visivo rappresentava l’ostacolo più grande, superato il quale, se non si prospettava una discesa, ci si andava vicino. Invece, a smentirmi e ridimensionare completamente le mie pretese di competenza sui rapporti uomo-donna, quello dell’impatto visivo tra me e Odisseo non è stato un ostacolo, non è stato un bel niente.
Mi ha riconosciuta immediatamente e pare gli sia anche piaciuta immediatamente, così mi ha detto almeno, e francamente ho avuto modo di eppurarlo nelle ore immediatamente successive all’incontro. Per quanto mi riguarda ho fatto un po’ più fatica. Non che non mi piaccia, per carità, mi piace molto, ma non riuscivo a riconoscerlo. Era più basso di quanto mi aspettassi e avevo un modi di camminare che non ha niente di strano ma che non mi faceva vedere in lui l’Odisseo che conosco. Quindi il mio iniziale senso di spesamento non si è attaccato all’aspetto fisico ma a dettagli probabilmente superflui.

Non gli ho detto l’orario effettivo dell’arrivo del mio treno alla stazione, perchè volevo avere il tempo di calmare i battiti e rifiatare. Non è stata una mossa saggia perchè la stazione di Napoli Centrale è tremenda, al punto che poco prima dell’incontro con Odisseo la mia preoccupazione principale non era lui, ma non venire scippata o peggio da due tizi che si sono fermati davanti a me e hanno preso a fissarmi senza tregua.
L’ho aspettato davanti all’inizio del binario 19, perchè era chiuso e la ressa minore, ho finito una scatoletta di tictac ai frutti di bosco tanto ero nervosa, ma non sono riuscita a riconoscerlo lo stesso. Mi ha vista lui per primo e si è avvicinato.
E’ qui c’è stato il primo problema per quanto mi riguarda. Che mi permetto di sottolinearlo nuovamente, non è prettamente legato all’aspetto esteriore. Tanto più invece alla necessità di ritrovare la persona che tanto bene ho conosciuto e amato per sei mesi, in quella in carne e ossa davanti a me. Ho fatto una fatica boia e ci ho messo quasi un giorno intero prima di riuscirci.
Il primo impatto, da questo punto di vista, è stato strano, stranissimo per me. Tutto quello che pensavo era che non consocevo quella persona e che Odisseo, il suo pensiero, le sue parole, la costruzione di Odisseo nella mia mente, stava sfumando velocemente perchè non riuscivo a radicarlo in pianta stabile in quella persona che avevo davanti. Cercavo qualche dettaglio, ripetutamente, che mi potesse illuminare, un gesto, un guizzo dello sguardo, il colore di giada torbida dei suoi occhi, ma nonostante lo avessi lì, non le vedevo. L’unica cosa che vedevo era la sua camminata che mi sembrava così assurda perchè non riuscivo a legarla al mio Odisseo, e il suo aspetto, anch’esso strano, a prescindere da quanto mi piacesse o meno, era solo strano. Ho temuto seriamente che le cose non fossero andate, che era impossibile perchè il mio Odisseo non era lui, non esisteva e avevo un groppo in gola che non riuscivo a ingoiare o isolare. L’avevo perso? Di già?
Arrivati a casa gliel’ho detto, subito che avevo difficoltà nel riconoscerlo. Ed è qui che ho, paradossalmente, iniziato a vederlo davvero.

Si è dimostrato la persona intuitiva, intellignete e straordinariamente empatica che mi aveva ammaliata nel corso dei 6 mesi e una settimana precedenti. Mi ha messa completamente a mio agio, ha detto che era assolutamente normale e che questo incontro per noi significava conoscerci d’accapo, non partire da zero, ma accedere a un substrato di intesa e complicità quotidiane e concrete, che finora c’era mancata. E il suo modo di mettermi a mio agio è stato quello di farmi mangiare un panino alle polpette buonissimo e di magiarlo in casa per poter stare più sereni e mettermi a mio agio.
E poi mi ha abbraciata.
E poi mi ha accarezzata, ripetutamente.
Devo dire che nonostante la mia timidezza e la situazione piena di pathos e così particolare, mi sono trovata a mio agio subito e questo anche grazie a me stessa: mi ero ripromessa di non crearmi grossi problemi di intimità perchè passare 5 giorni insieme a qualcuno che, per quanto conosci e sia importante per te, non hai mai visto, non sarebbe stata una cazzata. Dormire insieme, stare appiccicati insieme, passare dal niente al tutto, conoscerci in questo modo, in una quotidianeità resa stretta dal limitare dei movimenti, insomma o lo vivi dal giusto punto di vista ovvero senza dargli troppo peso, o la rendi una cosa troppo grande da superare.
Quindi un po’ grazie a lui, un po’ grazie a me, ci siamo sciolti subito. Anche troppo, perchè francamente a questo punto io avrei volentieri rallentato un po’.

E invece lui ha iniziato a baciarmi, a trascinarmi a letto e a toccarmi e a spogliarmi e io non credo proprio, di essere a quel punto, ancora pronta a quello. Ero ancora nervosa, ero in fase di assestamento non solo riguardo ai miei sentimenti per lui (Mi piace? Non mi piace? Lo riconosco? Lo voglio? Ci voglio stare insieme? Ci voglio fare qualcosa? Sono innamorata o no di lui?), ma anche riguardo a una situazione troppo precaria: c’eravamo visti da due ore e cominciavo appena appena a riconoscerlo, avevo bisogno di tempo. E inoltre non ho la benchè minima esperienza di cose del genere e lui lo sapeva.
Ma d’altro canto, mi piaceva.
Mi piacevano i suoi baci, mi piacevano le sue mani ovunque, mi piaceva piacergli così tanto da non riuscire a farmarsi, soprattutto dopo tutti i dubbi e le titubanze incanalate nelle ultime settimane. Mi rendo conto, inoltre, che sia io che lui avevamo accumulato tanta di quella voglia di stare insieme, che lui si è lasciato andare e io l’ho lasciato fare, primo perchè lo volevo, secondo perchè speravo mi snebbiasse il cuore e la mente.
Non fosse che mi sono ritrovata a pensare di essere una cazzo di frigida, perchè se mentalmente ero eccitata e mi piaceva e volevo che continuasse, dall’altra non sono sicura che volessi andare così veloce. O almeno spero sia questa la ragione dei miei intoppi. Perchè altrimenti vuol dire che sono una stupida, grassa, frigida pezzo di legno.
Il punto è che non sentivo niente, non sentivo le sue mani e la sua bocca. La percepivo e mentalmente lo sapevo e mi piaceva, ma fisicamente ad un certo punto, ho smesso di sentirlo. Non so che cazzo vuol dire questa cosa, e sono francamente preoccuapata perchè è una delle cose che non abbiamo risolto, ma che ha anche dato il via al momento più brutto, la nostra seconda notte insieme.
Non sapevo cosa fare e lui percepiva che c’era qualcosa che non andava, chiaramente, perchè ha molta esperienza da quel punto di vista. Ma non è stato un grosso problema all’inizio perchè gli ho chiesto di andar piano e lui ha rivisto il tiro delle sue intensioni, e siamo usciti, ci siamo divertiti, mi ha comprato dei taralli alle mandorle e spezie buonissimi, insomma mi ha viziata, davvero, non solo il primo, ma per tutti e cinque i giorni.
Di buono c’era che mi ero sciolta, che mi aveva detto che gli piacevo molto, che il contatto fisico non è stato un problema vista che dopo due ore eravamo già nudi a letto, e francamente non credevo di avere problemi dal punto di vista sessuale vista a) la mia voglia illimitata di stare con lui; b) la mia voglia di fare sesso che credetemi mi porto ancora appresso, ho gli ormoni a mille; c) la mia assenza di tabù di sorta riguardo queste cose e la mia curiosità anche nello sperimentarli senza limiti alcuni.
La prima notte è stata molto bella, lui sorrideva in maniera tale e i suoi occhi erano così verdi che non avevo più dubbi su me e lui, sull’averlo finalmente ritrovato, su quanto, forse, incredibilmente, meravigliosamente, poteva andare tutto bene.
Anche il secondo giorno è stato bello, a correre per Napoli e salire e scendere dai castelli bellissimi di quella strana città; a mangiare al ristorante giapponese; allo scherzare sulla mia gonna corta per attirare il beneplacido di un ipotetico George Clooney in giro per Napoli; a prendere in giro i napoletani rozzi; a mangiare un sacco di bontà locali.
Non sapevo ancora che mi aspettava una delle notti più brutte della mia vita.

Mi sentivo francamente più libera da un punto di vista prettamente sessuale, nonostante non sapessi dove fosse l’intoppo e non sapessi cosa diavolo fare, al punto che gli ho chiesto di guidarmi, ma non l’ha fatto e non capisco perchè. Si è ributtato di nuovo a pesce e stavolta ha cercato di penetrare e dio, credo mi abbia fatto davvero, davvero male. Non so se ho urlato, ma credo di sì perchè uscito subito.
Tra il fatto che la proporzione “Uomo basso – grande pene” è ufficilamente rispettata oramai, tra il fatto che io pare non riuscissi ad “aprirmi” (parole sue), alla fine lui si è fermato. Ce l’ho messa tutta, non sapevo cosa fare, abbiamo provato anche col sesso orale e credetemi, anche in quel caso non sapevo cosa fare. Gli ho chiesto di fare qualcosa senza concludere subito, ma lui ha detto che quelli erano solo preliminari e che per concludere aveva bisogno di altro, che così non era eccitato abbastanza.
Credo che difficilmente in vita mia mi sia sentita più umiliata. Insomma ero nuda, senza esperienza, mi ero lasciata completamentene andare nonostante gli avessi chiesto di andarci piano e lui mi dice che non era eccitato abbastanza. Be’ mi sono rivestita e basta. E lui l’ha presa male.
Mi ha detto che c’era qualche problema che non dipendeva da me, ma mi bloccavo e a un certo punto mi ritraevo là sotto e che lui non voleva rischiare di farmi male perchè così sembrava uno stupro. Che vuol dire? Non lo so, non lo capisco, perchè io ero eccitata, ma non abbastanza e davvero non sapevo che cazzo fare. Gli ho detto che per questo gli avevo chiesto di andarci piano, sperando francamente che il problema fosse solo questo, ma non lo so, lo scrivo qui con molta vergogna e senza comunque limitazioni, non so quale sia il problema. Non sos e effettivamente dipenda dal fatto che abbiamo corso molto.
Lui ha detto di aver sbagliato, che preso dalla foga di ritrovare la nostra intimità e di soddisfare anche il desiderio che aveva accumulato in questi sei mesi, ha pensato di poterlo fare in un giorno da quando ci siamo visti, ma che è una situazione che non richiede 5 giorni per essere affrontata, ma molto più tempo e una quotidianeità che non abbiamo e che aggiunta al computo di tutti gli altri nostri problemi, viste tutte le incognite e le difficiotà dovute alla mancanza di tempo da passar insieme e alla lontananza, non vedeva come possibile riuscire a stabilire qualcosa tra noi, perchè questo dell’intesa sessuale era francamente un grosso ostacolo, e il tempo e il modo per affrontarlo non ce l’avevamo.

Io ho letto queste come un “No, sei una frigida del cazzo, un pezzo di legno, non vedo perchè dovrei sottopormi allo stillicidio di menate che deriverebbero dallo stare con te, anche in questa situazione“. Il che era una delle considerazioni ovvie e delle probabilità di esisto della cosa, che avevo considerato. Non avevo considerato invece che a rovinare tutto sarebbe stata la mancanza da parte mia di una risposta sessuale, che ancora fatico a  capire. Io non so cos’è successo, non mi conosco sessualmente parlando, lo so che era la prima volta e che tutto era troppo rapido e io troppo inerme a confronto, ma se non fosse questa la spiegazione? Spero e sottolineo SPERO, fosse solo dovuto alla peculiarità del momento, al fatto che come lui stesso ha detto, ha corso molto e ha sbagliato a correre. Ma non lo so.

Sta di fatto che in quel momento è stato un bruttissimo colpo. Gli ho detto che non sarei stata in grado di continuare qualcosa in quei termini disastrosi che mi aveva illustrato: che ci sono pochi presupposti che non vada bene, che la lontananza è già dura di per sè e ora lo è il doppio visti tutti questi problemi da sbloccare, che sarebbe stata dura se non impossibili andare avanti. Non puoi pretendere di dirmi una cosa del genere e di aspettarsi che io gli dica “Eh vabbè, non sono in grado di eccitarti abbastanza ma continuiamo, suvvia!”
No. Ero ferita oltre ogni dire e gli ho detto che mi sembrerebbe di combattere da sola per qualcosa che lui reputa senza speranza e che in questi termini non me la sentivo di continuare. E lui ha risposto “Lo capisco e c’è poco altro da fare”. E io l’ho presa come una sua definitiva rottura.

Tutto quello che riuscivo a pensare era voglioandareviavoglioandareviavoglioandarevia. Non volevo piangere ma non ce l’ho fatta e lui è stato carino mi ha accarezzata, ma non volevo essere accarezzata in quel modo, con pietà. Mi sono ritratta e gliel’ho detto, che volevo andarmene come spuntava il sole.
Credo che non mi si sia stretto mai così tanto il cuore come nei minuti successivi.
Lui è stato zitto per un po’ e sono riuscita a snebbiare la vista dalle lacrime quel tanto per vedere il suo sguardo carico di una tristezza infinita, con quegli occhi verdi divenuti così chiari da essere diafani e lasciar trasparire solo dolore. Ha farfugliato qualcosa ma era sconnesso, ricordo solo che ha detto che se voglio possiamo continuare magari a sentirci, che a lui piacerebbe tanto sentirci ancora ma dipenderà da me, che si era ripromesso di non farmi soffrire, dalla prima frase che gli ho scritto aveva capito quanto avessi sofferto nella mia vita e che in questi sei mesi gli ho ridato la vita e ha vissuto anche lui pensando a me come a una parte di sè, facendo qualsiasi cosa per venire a raccontarla a me e che non c’era niente di peggio per lui che vedermi piangere così e avermi portato a voler andar via dopo un giorno mezzo dal tanto agognato incontro.
Quando l’ho visto piangere non so davvero cosa ho pensato.
Lui non piange mai, non piangeva così forte da quando, a 13 anni, perse suo padre e come capita quando non si piange mai, una volta innescata la cosa dà fondo a tutte le tristezze sopite e inespresse che non hanno trovato sfoghi.
Ho dovuto costringermi a calmarmi per stargli vicino, perhè vederlo in quel modo e sentire le cattiverie e che diceva verso se stesso, mi ammazzava.
Abbiamo passato una notte tremenda, ma che paradossalmente credo sia servita a molto. Io credevo che fosse tutto finito, e lui anche, credo e vedere che questo esserci persi l’un l’altro, questo aver lasciato che le cose finissero prima di inziare, ci ha distrutti visto il legame che si era creato, quell’assurdo legame così profondo e simbiotico, tanto bello, quanto tanto deleterio.
Ci siamo addormentati alle cinque, sfiniti e con la promessa da parte mia che non sarei andata via al momento e non perchè ero preoccupata per lui, ma perchè volevo francamente restare.
Ma davvero al mio risveglio, avevo dato tutto per perso e finito e solo un bozzolo di tristezza e tenerezza nei suoi confronti mi ha aiutata ad alzarmi e affrontare la giornata difficile che si prospettava.

FINE PRIMA PARTE

L’ Odissea

Sta per iniziare l’Odissea, sto per andare a imbrarcarmi e sono eccitata e sono assolutamente spaventata, la vita spaventa un sacco. C’è solo una cosa che non riesce a scalfire neanche il pensiero più negativo, anche se è troppo per calzarmi come ruolo, anche se le aspettative sono ridimensionate, ma la speranza c’è: che al mio ritorno possa essere io, un po’, Odissea.

– 1 giorno a Odisseo + hearthbreak

Come sto non lo so.
Sto che per in un attimo vengo assalita da 500 dubbi su come sarà, su come sarò, su quanta sbagliata o meno sia l’idea che Odisseo ha di me e l’attimo dopo non me ne frega una mazza perchè sto per abbracciarlo.
Sto che un secondo mi vedo orrenda e inguardabile qualsiasi cosa indossi e il secondo dopo non ci penso che tanto oramai ben poco si può fare e che c’è qualcosa nell’aria, un di più che freme e mi impedisce di pensare al mio aspetto, come se fosse (finalmente?) secondario.
Sto che stanotte per distrarmi mi sono dovuta vedere Frankenweenie (il remake in stop motion del film di Burton degli anni ’80) che ancora, vergognosamente, non avevo visto. E per la cronaca, sì ha funzionato, “Tim Burton funziona sempre” è una massima sempre vera, che sono ben lieta di condividere, mi sono distratta e ho dormito un po’.
Sto che il cuore va a mille e poi, d’improvviso, salta un passo, quando mi rendo conto che tra una settimana Odisseo potrebbe non far più parte della mia vita.
Sto che qualsiasi cosa succeda e qualsiasi cosa non succeda, da domani questi 6 mesi e una settimana così pieni di emozioni e speranze, di parole senza freni, slacciate da qualsiasi ragionevolezza, che sono solo parole scambiate per mail o telefono, ma che guarda caso, sono riuscite a toccare ogni organo vitale consentito e non, saranno un ricordo, un ricordo nostalgico, o pieno di rammarico, o non so che altro, ma saranno pur sempre un ricordo.
Sto che tutto sta per cambiare, allo snodo dei miei trent’anni, in qualche modo sta per cambiare, magari in peggio, o in meglio non lo so, ma comunque sta per cambiare e prioprio in Aprile e no, non ditemi che è un caso che tutto avvenga ora a 11 giorni dal mio compleanno, perchè come sto ora non può essere un caso, mi rifiuto di accetare il Caso come spiegazione e soluzione. Chiamatelo Destino se proprio volete e forse lo accetto, ma non c’è niente di casuale in tutto questo.
Sto che Odisseo mi manca più oggi, a 30 ore da quando lo guarderò negli occhi, che non nei sei mesi trascorsi.
Sto che quando mi assale lo sconforto e la certezza che non può andar bene perchè è una cosa troppo grande e troppo bella per me, vorrei non andare, vorrei chiudermi e non farmi vedere dal mondo perchè se sono inadeguata al mondo come posso arrogarmi il diritto di essere adeguata e meritevole di una cosa così grande e così bella?
Sto che se guardo in faccia tutto questo, ne vengo sovrastata, che finora non ci avevo pensato a cosa abbiamo fatto a quanto sia stato difficile e sia stato tanto, abbiamo portato avanti una cosa su cui la maggior parte della gente non avrebbe scommesso un soldo bucato, che la maggior parte della gente non sarebbe neanche riuscita a ponderare e provare, forse, sentimenti così complessi e contrastati. E io ci sono, sono uno dei protagonisti della storia e sta a me scrivere il resto.
Sto come una che deve scrivere il resto di una grande storia e ha paura di farla sfumare e cadere, di mettere una parola fuori posto, perchè le parole, qui hanno il peso della montagna d’oro in cui risiede il drago Smaug, sono tutto le parole in questa storia (in tutte?), e lo sarannno fino alla fine, e scegliere quelle sbagliate è far crollare il castello, il bellissimo castello, ma pur sempre di mattoni non ancora cementati.
Sto che non posso guardarmi allo specchio sennò non vado, sto che non devo pensare al nostro primo sguardo sennò mi catapulto lì, in quell’attimo e mi perdo tra l’emozione del momento e il terrore per non sapere che dire.
Sto che non so ancora come partire, se mettere la gonna di lana con leggins che mi sta bene, ma forse fa troppo caldo o partire in jeans ma avere quindi qualcosa in meno da mettere i giorni successivi.
Sto che devo alzarmi e uscire, che sto già al secondo american coffee e devo camminare per non pensare e dar sfogo all’adrenalina, con Capossela nelle orecchie, alla ricerca delle caramelle alla violetta perchè qui non le trovo da nessuna parte e io ho bisogno delle mie caramelle alla violetta, stupido Burundi.
Sto che con la crema al Gianduia dell’Aquolina spalmata addosso profumo come una crepes alla crema di nocciola e nutella e a un muffin al triplo cioccolato.
Sto che devo fare ancora mille e mille cose, ma stare qui mi rilassa e se mi alzo il cuore riprende a battere forte e se continua a battere così fino a domani, hearth break proprio e prima del tempo.
Sto che ho il desiderio, il bisogno sovrumano di viziare Odisseo a tal punto da non permettergli di farmi andare via da lui, ho tipo una decina di regalini per lui dalla ‘ndujia calabrese in tre varianti, che adora, a un libro bellissimo, ai cioccolatini dai millemila gusti diversi.
Sto che prima piango e poi rido perchè non so come trasmutare queste sesnsazioni e lenirle, mi sovrasteranno se non le cheto un po’.
Sto che pomeriggio vado a farmi i capelli anche se non so ancora come li farò, perchè voglio essere il più pronta possibile, quanto più posso essere carina devo esserlo, anche se cambierà poco.
Sto come se stessi per incontrare il mio Destino.
E come cazzo ci si veste per incontrare il proprio Destino?

– 3 giorni a Odisseo + Pasquetta

Alle 2.22  (le 2.22 del 02/04, strani numeri…) mi sono svegliata e non mi sono riaddormentata più. Ho anche iniziato  a scrivere un post per il blog, che in effetti un post così, di improvvisi scazzi notturni mi manca, e conoscendomi è abbastanza strano. Sarà che da quando scrivo su questo blog- siano o meno collegate le due cose- la mia vita ha riguadagnato un certo equilibrio e non ho avuto molte nottate dilaniate dai demoni (assurdo! Non mi era mai successo e sono quasi tre mesi di seguito!), se escludiamo quelli pre-concorso nelle nebbiose e studiose albe febbrarine. Credo sia un bene, ma temo non durerà e non lo dico per darmi la zappa sui piedi, ma per esperienza, perchè nella mia vita una situazione di equilibrio, seppur precario e seppur semi-inconcludente come questo, non è mai durata troppo. E poi questi sono giorni così focali e carichi che porteranno sicuramente dei cambiamenti e la cadenza casuale (o c’è qualcosa di non casuale in tutto questo?) degli eventi, ha voluto che queste conseguenze si vadano a snodare nei giorni  che precedono il mio trentesimo complea,nno e che quindi verrà travolto, influenzato da questi e, nel bene o nel male, la situazione che ne deriverà detterà il “la” per l’inizio della mia vita da trentenne. E ‘sti cazzi se è poco.

Tutto questo inutile preambolo ha il solo scopo di narrare della mia nottate insonne.
Mi sono svegliata con un mattone nello stomaco, regalino dei bagordi alimentari di ieri che scalciano nelle viscere quanto i loro compari, i sensi di colpa per aver osato mangiare un pranzo completo, scalciano come ossessi nella cavità cranica della mia testa.
Pasquetta di vita, significa cibo e non c’è niente da fare. Che si facciano le scampagnate nei boschi o i pranzi a sacco con i compagnucci, o si vada al ristorante a godere delle offerte parazo-pasquali stile gente radical chic, comunque il senso del tutto resta sempre il cibo, cibo cibo cibo e altro, ma il fulcro è il cibo.
E noi siamo andate in un ristorante che in realtà è una taverna dal significato un po’ simbolico per noi, perchè sorge in un punto dove andavamo da ragazzine quando non entravamo a scuola, ma che all’epoca era un ritrovo sovrastato da un chioschetto, e ora è un bellissimo ristorante, piuttosto rinomato per la cucina anche, e a esso ci lega la promessa di andarci sempre e solo insieme noi tre amiche di vecchia data, mai con altre persone, mai senza una delle tre. Quindi, anche se io non propendo mai per le scelte radical chic (tendo anzi a odiarle e allontanarle come la peste), questa ha un sapore particolare vista la “promessa” che la regge e devo ammettere che comunque è una scelta sensata perchè alla fine, ogni pasquetta si gela e piove, quindi inutile imbrarcarsi in ardimentose gite che si risolveranno in fughe spettacolari sotto le tempeste.

Non volevo mangiarla io, sta diavolo di pasta, ma loro ne sono rimaste deluse, hanno detto che non potevo far loro questo, che era una giornata dedicata a noi e quindi senza restrizioni così e che facevo poi mentre mangiavano? Che abbiamo sempre fatto un pranzo completo ogni anno a pasquetta, e che non mi avrebbe fatto niente per una volta ecc ecc, quindi amen, mi sono rassegnata e me la sono goduta, almeno.
Ho preso un antipasto leggero con unsalata di mare, cozze gratinate e alice al limone più una polpettina di merluzzo aromatizzata che credo fosse fritta, ma non me ne sono accorta perchè stavamo parlando a raffica e me la sono mangiata, amen pure per quella.
Come primo piatto volevo scegliere un risotto, ma l’unico disponibilere era quello agli scampi e io li odio gli scampi, quindi ho preso la pasta come loro, senza pensarci troppo: visto che me la devo mangiare e che devo pagare e che devo cedere, sia un cedimento coi fiocchi e ho preso i taglierini ai funghi. Ho fatto una fatica boia a finirla, ero già piena, ma era molto buona ache se credo sia la causa della mia veglia notturna post-pasquale: non mangiavo la pasta dalla Befana!
Per secondo ho preso solo una fettina di pesce persico gratinato al forno, molto leggero ma non l’ho finito, stavo malissimo e loro hanno preso anche le patatine fritte, ma lì no, per quanto le adori davvero non ho ceduto. Hanno preso il dolce pasquale al cioccolato, io solo un sorbetto al limone perchè davvero stavo scoppiando e credo che il sorbetto aiuti a digerire.
In pratica ho finito io da sola una bottiglia d’acqua perchè loro non l’hanno toccata e hanno bevuto solo vino bianco, che io ho bevuto di meno rispetto a loro, ma che ha fatto effetto perchè non sono ASSOLUTAMENTE abituata a bere e pur a stomaco pieno, la stanza ha iniziato a girare. Anche grazie al vino è stata una bella giornata, abbiamo riso come matte e chiacchierato quanto nessun altro dei radical chic nella sala strapiena (e che t’aspetti, non per niente sono radical chic, dopotutto).

E  sempre causa vino, credo, il momento post pranzo, mentre la piccola sbornia sbolliva e faticosamente cercavo di digerire, sono caduta in un stato di depressione acutissima, imprevista quanto irragionevole vista la bella pasquetta che stavo passando, fuori dalle mie solite quattro mura e la dalla mia vuota vita. Per questo sono propensa a credere trattasi del post-vino, non so come altro spiegarlo.

Eravamo sotto il portico di un bar, a prendere un caffè e dopo una mattinata serena e soleggiata era sceso un tempo da lupi con pioggia e freddo che si è protrattto poi per tutta la notte, un classico di ogni pasquetta che ricordi. Le mie amiche hanno la fissa delle foto in posa, stile bimbe-minkia di facebook, che io odio, ma me ne hanno fatta qualcuna e Cristo, ero orrida rossa, grassa, deforme, bruttissima! Ho cominciato a tremare proprio (anche per il freddo e la digestione), mentre idee tenebrosissime mi si accalcavano sul petto impedendomi di respirare: con quale cavolo di arroganza mi sarei presentata da Odisseo conciata così, a dormire nel suo letto, quella cosa orrida e bitorzoluta dovrebbe essere la depositaria delle sue parole d’amore?!
E ho avuto paura.

Ho avuto paura che lui si sentisse defraudato, preso in giro da foto in cui sembravo più carina, che sarà costretto a passare 5 giorni con questa cosa che non conosce e che è tutto fuorchè desiderabile. Ho pensato seriamente di mollare tutto, di non andarci da lui, di lasciarci un bel ricordo dolce-amaro di questi sei magici mesi e basta, senza far sì che tutto finisca nella più tragica delle situazioni: il suo rifiuto pietoso, ma disgustato.
Mi spiego, come ho cercato di spiegare alle mie amiche. Se a un uomo non piaccio, ok, vaffanculo a lui, come consiglio a tutte le donne, chi non ti vuole non ti merita. Ma con Odisseo è troppo particolare e diversa la situazione perchè lui non è che non mi vuole, mi vuole! E’ arrivato a dirmi di amarmi seppur mesi fa! L’unico ostacolo è questo: che io possa fargli cagare fisicamente. Se non gli piacerò, non sarà che non gli piacerò come persona, ma solo che non è attratto da me e avrò rovinato tutto perchè, se avessi avuto qualche chilo in meno e non sarebbe successo.
Capite ora la paura e il dramma in cui vivo? Non è una situazione normale la nostra. Non è un non mi piaci/mi piaci. E’ “un mi piaci, ma se poi vedo che sei orrida come faccio a stare con te”? Per questo, la nostra rottura, così, è una cosa che mi ammazzerebbe.

Insomma non ho dormito con tutto sto popò da digerire sia in pensieri che in mattonata nello stomaco, era prevedibile. Ho letto, ho guardato film scemi ma divertenti e stamattina ero seriamente intenzionata a correre una quarantina di minuti per sfoltire il gonfiore di ieri, ma pioveva e no, non rischio di ammalarmi a tre giorni dall’incontro.
Ora dalla persiane entra un indeciso chiarore che pare solare, se si stabilizza forse esco, non corro (perchè se non corro all’alba poi non riesco più a correre, boh… sono strana), esco e cammino, cammino cammino cammino finchè mi reggono le gambe, e compenso un po’ e mi alleggerisco un po’, di stomaco, di grasso, di mali e di pensieri.

Calipso che si nutre solo di spiccioli di vita

Sono stata brava.
Ultimamente mi plaudo da sola con una frequenza che ha dell’imbarazzante e forse anche del patetico, ma ieri era Pasqua e casa mia ribolle come un calderone di bontà a Pasqua.
Durante quasi tutto il resto dell’anno è completamente scevra di cose che fanno gola perchè siamo quasi sempre tutti a dieta, quindi a parte mia madre che fa dolci per regalarli, o che si imbarca in crocchette, pizzette e torte rustiche, le tentazioni restano abbastanza sopportabili.
Ma ieri…
Anche se alla fine eravamo solo noi (e credetemi, io preferisco così, godermi la mia idea di festa!) che i miei parenti di Roma non sono scesi, mamma si è divertita a cucinare, ci aveva avvertito che si sarebbe sbizzarrita, visto che il resto dell’anno glielo concediamo a causa delle diete in cui siamo sempre impelagati.
Il menu di Pasqua prevedeva:
Apertitivo con bibite, noccioline, olive, patatine e degli stuzzichini da intingere nell’hummus che ha imparato a fare da Benedetta Parodi;
Antipasto di salumi e melanzane grigliate, e crostini con patè d’oliva da una parte e di formaggi solidi e cremosi, con le spezie e i peperoncini calabresi o leggeri come il Bel Paese dall’altra e poi i favolosi, meravigliosi supersparaflesciosi mini-arancini alla ‘ndujia che se non li avete mai mangiati, non avete mangiato niente;
Primi: conchiglioni ripieni di carne o prosciutto e formaggio e con la besciamella e crepes con spinaci e ricotta;
Secondo e contorni, è proibito l’agnello e il coniglio a casa mia perchè ci spiace ucciderli, quindi mamma ha fatto il tacchino e in più con polpette di melanzane (non mancano mai le melanzane quando si cucina in grande, qui), patatine fritte, insalata di pomodorini e carote e arancini alla siciliana, quelli grossi dorati che io amo, fatti in tre varianti: fritti normali, al forno e fritti con la farina di riso per mia sorella che è celiaca;- –Bibite: vino, spumante, aperitivi rosso, Coca cola, Sprite zero, acqua, succo di ananas per digerire.
Dolci: quattro tipo di pastiere, tre uova di pasqua di gusti diversi, nepitelle, dei bastoncini ti cioccolato bianco e al latte con dentro un pasta di cioccolato e mandorle, cioccolatini portata a mia madre da una parente dalla Svizzera e cioccolatini vari dei gusti come quelli che ho preso per Odisseo, Colomba pasquale e torta pasqualina che però non è stata ancora iniziata.

Questo affinchè si possano avere le basi esatte per capire in che terreno minato per dieta e sacrifici mi muovevo, ieri. Altro dettaglio fondamentale: era il primo giorno di ciclo, e questo si spiega da solo. Anzi ve ne do uno stralcio visivo che così vi immergete meglio nel dramma, come drammaturgia e filmografia insegnano , la scenografia è fondamentale per l’immersione. Qui vedete uno stralcio di tavola con dolci, nella gallinella ci sono cioccolatini e anche negli altri regalini, più la bottiglietta d’acqua che porto sempre appresso per idratarmi e il mio libro di Seneca De vita beata ovvero L’arte di essere felici, che non c’entrano una mazza con la tavola pasquale, ma c’entrano con me perchè, sì, io a Pasqua ho letto Seneca e mi sono sparata due film pensate se lo sapesse mia cugina omonima -coetanea, inorridirebbe fino a impazzirne, suppongo. E poi c’è un dettaglio di quei fantasmagorici dolcetti datti di cioccolato e pasta al cacao e mandorle e i cioccolatini dalla Svizzera di gusti assortiti. Così tanto perchè sono malvagia. Ho dimenticato di fare foto alla torta pasqualina che era bellissima, ma immaginatela tutta cioccolatosa e decorat a forma di uovo con granella di nocciola fuori e ganache al cioccolato e panna dentro. E poi ditemi che non sono stata brava a resistere, vi sfido!
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In tutto questo sono riuscita a mangiare solo:
un mezzo sorso di Sprite zero (ovvero senza zuccheri e calorie);
due arancini di riso AL FORNO, ma levando i cubetti di prosciutto e la provolo sciolta laddove era possibile. Erano belli grandi, ma alla fine, non essendo fritti erano solo riso, formaggio, pane grattuggiato, un po’ di carne macinata e quel po’ di uova che serve per attaccare il pane grattuggiato;
un pezzettino minuscolo di tacchino, era fatto con sale e olio e aromi, ma davvero erano due bocconi striminziti.
acqua, tanta acqua;
basta.

Non so quanto siano stati deleteri gli arancini, ma visto quel ben di Dio che c’era e visto che avevo le labbra blu per il il ciclo e perchè sabato avevo mangiato solo carciofi lessi e un uovo sodo, magari non ha poi fatto così male alla mia dieta.
Per questo dico che sono stata brava!
Credetemi, io per i dolci stravedo, passi il resto, ma i dolci sono il mio ossigeno il mio sostentamento, la mia connessione archetipica con l’universo. Mai avrei sperato neanche nelle più rosee attese, di autogestirmi in questo modo.
Inoltre, è davvero dura, per chiuqnue credo, non mangiare mentre tutti mangiano e mentre ce l’hai sotto il muso, qualcosa di così raro (ve l’ho detto: a casa mia solo feste e quando ci sono parenti, sennò si va avanti a broccoli e zucchine!) e di così buono. Per chiunque sarebbe difficile e doloroso resistere.
Però, in qualche modo ce l’ho fatta. Forse potevo fare di meglio e mangiarmi solo un finocchio, ma sarebbe stato troppo.

Ora, non servirà a niente, tranne che alla mia coscienza. Ho ormai perso ogni speranza di perdere alcunchè. Ieri mi sono provata ciò che mi dovrei mettere quando sarò lì, tra le braccia di Odisseo, ed è un disastro. Ecco che “tra le braccia di Odisseo” mi è sembrata improvvisamente una chimera ieri sera, davanti lo specchio, mentre scioglievo il grumo di tenzione e stanchezza in lascrime su lascrime.
In più Paolo Fox dice che farò imbestialire una persona a me cara con la mia confusa energia e indolenza, quindi devo stare attenta a non allontanare questa persona, questa settimana, innervosendola con le mie magagne Perfetto, proprio l’oroscopo che non mi serviva mi ha fatto.
Mancano 4 giorni all’incontro, ormai. Non so come ci arriverò, ma faccio fatica a credere in me e credere in noi, e credere che lui non scappi da me, come tutti sono sempre scappati quando hanno capito chi sono.

Starei qui altre due ore a lagnarmi sorbendo caffè americano, che fa bene all’anima, ma devo andare alla fiera e poi alla Pasquetta con le mie amiche, e anche se pagherò uno sproposito e mangerò poco o nulla, e anche se non sarà nulla di speciale, mi fa sentire un tantino viva non stare in casa come tante vecchie, tristi e solitarie pasquette. E Dio solo, quanto io abbia bisogno di sentire un po’ di vita scorrermi nelle vene, da troppo troppo troppo tempo, secche di vita e rugginose di inedia.

Buona Pasquetta a tutti voi, qualsisasi cosa farete o non farete.

Dieta è:

  • Chi non è mai stato a dieta non capisce un cazzo delle diete. Possono parlare, sciorinare frasi fatte una dopo l’altra, ma comunque resta assodato che delle diete e delle restrizioni e degli stati d’animo di chi è a dieta, non ne sa un tubo. E parlo di diete per perdere almeno 20 chili (almeno!), non di diete per tre chili di troppo, che quelle non sono diete, sono stronzate. “Dieta” è una parola sola che onnicomprende diversi concetti, più o meno sinonimi, collegati come i rami di una stella: dieta è autocontrollo, dieta è equilibrio, dieta è autoconvincimento, dieta è lotta perenne dura strenua, dieta è continuità, dieta è guerra alla depressione, dieta è alimento di depressioni, dieta è organizzazione, dieta è parsimonia, dieta è volontà, dieta è inventarsi ‘sta cazzo di volontà dal nulla, dieta è essere soli durante la dieta in un mondo di gente che non è a dieta, dieta è vincere ogni giorno, dieta è sapersi rialzare se qualche giorno si perde, dieta è vincere i maligiudizi delle malepersone, dieta è non mangiare i dolci, dieta è non mangiare gelati, dieta è ruminare erbaccia come le capre, dieta è non ascoltare i suggerimenti di chi non è mai stato a dieta, dieta è non abbattersi mai, dieta è sconfiggere la fame, dieta è sconfiggere la tristezza, dieta è sconfiggere i demoni del proprio passato che tornano a flagellarti, dieta è imparare ad amare sè stesso, dieta è nutrire la speranza di poter piacere a sè stessi, dieta è nutrire la gioia di vivere nonostante la dieta, dieta è nutrire tutte queste cose senza aver molto cibo con cui nutrirle, dieta è imparare a non dipendere dai complimenti, dieta è riplasmare il proprio corpo, dieta è reinventare totalmente sè stessi, dieta èi imparare a essere migliori, dieta è capire di essere migliori, dieta è resistere alle tentazioni dei disturbi alimentari, dieta non farsi più male, dieta è non cercar di farsi del bene facendosi del male, dieta è imparare a farsi del bene, dieta è ristrutturare il proprio modo di vivere, dieta è ricostruirsi un mondo adatto, dieta è quella cazzo di corsa mattutina, dieta è correre invece che leggere, dieta è camminare sotto il sole cocente, dieta è sudare sette camicie, lavarle e sudarci di nuovo dentro, dieta è voler ardentemente vivere e vivere in modo diverso dal già vissuto.
    Vediamo quante di tutte queste cose sono in grado di fare quelli che sparano sentenze sulle diete senza averle mai fatte?

I flussi di coscienza della ragazza col kiway rosso

Che chissà poi cosa pensa di lei la poca gente che è viva e vive alle 6.00 del mattino, incrociandola mentre corre o meglio, arranca (ma la vita non è un arrancare continuo?) per le strade il più possibile nascoste agli occhi della gente che vive, ma non può nascondersi del tutto perchè anche nelle strade più isolate del mondo, la gente che vive prima o poi ci arriva.
Chissà che pensa la gente che vive di questo barilotto che arranca, ricorperto da un kiway rosso più grande di almeno una taglia con la scritta “Ciampino calcio” perchè era del cugino di Ciampino, ma che ne sa la gente che la incrocia alla 6.00 del mattino? Magari pensa anche che è lei a giocare a calcio e che quel kiway è suo, non potrebbe essere più lontana dalla realtà la gente, ma è gente, che ne può sapere? La gente per definzione, non ne sa mai niente di niente, e quel che comunque è certo, è che non può immaginare che la ragazza che arranca alle 6.00 del mattino, fino a cinque minuti prima era sotto le coperte dalle 5.00 della notte a leggere Saramago, e neanche immagina la gente che vive alle 6.00, che leggere Saramago con la coscienza ancora ancorata ai fumi della notte, è come sovrapporsi a egli stesso che se ne va a spasso per Lisbona, allo stesso srotolarsi di pensieri che tracciano la strada come pietre luminose e lasciano dietro di sè le briciole di pane. A parte che la ragazza si deve accontentare del proprio ameno paesino che sì, sarà anche una piccola perla incastonata tra le colline e col mare per collana, ora che comincia a imporsi la primavera, nonostante la pioggia che la ricaccia indietro e il cielo che bigio era e bigio resta, ma le onde sono ordinate e affusolate ormai, non tormentate come lei e il mare è, non si sa come, cristallo e le viole e le pervinche e le mimose spruzzano ovunque, e che sì, sarà anche bello così l’ameno paesino, ma non è proprio Lisboa, la bella, decandente, Lisboa, dove si incontrano tutti i sud del mondo, mentre qui c’è solo questo sud, quel povero e chiuso sud ionico. Ma tant’è che Saramago se ne va per Lisboa sospinto dai suoi flussi di coscienza, e lei lo lascia sul comodino, e a sua volta se ne va sospinta dagli stessi flussi di pensiero, che non può proprio farne a meno di essere Saramago per un po’ e di pensare come lui perchè se si attiva il flusso, ti prende e non ti fermi più. Ma se ne va la ragazza, per la sua di Lisboa, chè tanto è dove siamo noi, ognuno di noi, che è il centro del mondo e non c’è un centro assoluto. E quindi la ragazza è ora al centro del mondo e arranca, per ben venti minuti di corsa non pensando che sono solo 16 i giorni che mancano a Odisseo e pensandolo nonostante tutto, che non è che non lo sa che è per lui che si spompa ogni mattina, ma quel briciolo di amor proprio quantomeno le impedisce di ammetterlo, e col vento che alza il kiway rosso troppo grande, come fosse una sottana che svela pudori poco celati, e con le prime gocce che toccano terra (sì, solo questi sono ormai i suoi amici e confessori), se ne ritorna all’ovile per sovrapporre di nuovo i suoi pensieri a quelli di Saramago senza confessargli però che vorrebbe essere lei a Lisboa e invece no, è qui e non sa che fare della propria vita in questa attesa spasmodica, ansiogena e arrancante in cui è costretta chissà per quanto chissà per come, in attesa che la sua vita inizi.

Eh no, proprio non lo possono sapere tutto questo, le persone che vivono alle 6.00 della mattina e incrociano la ragazza col kiway rosso, che arranca per le strade più nascoste di quella che non è Lisboa.

La mia vita da semi-nerd

In quel di gennaio 2013, quando questo blog ebbe gli albori (vedremo se nefasti o meno, ancora non so), che non sono neanche due mesi fa ma sembrano piuttosto cinque anni fa, scrissi che il fine ultimo di questo blog era quella di espiare le mie magagne e così iniziare a vivere alla veneranda età di 29/30 anni.
Oggi è il 10 marzo corrente anni e la mia vita è iniziata così bene da aver passato la Festa della donna a casa, sola, a mangiare patate lesse senza condimenti a mo’ di Torta mimosa sciapita, a leggere Harper Lee e Raymond Carver e rivedere gli episodi di Welcome to Twin Peaks. Molto figo eh, tutta vita.
Ora, precisiamo. Non che me ne freghi una mezza cippa della Festa delle donne. In realtà non sono neanche contro la Festa delle donne per tutte quelle ragioni che paiono sciorinare tutti in coro in queste occasione (la festa della donna è tutti i giorni, è solo una pratica consumistica, va di moda, ecc ecc) di cui in non me ne frega mezza cippa tanto quanto della Festa della donna. Ma per me è una ragione per festeggiare non meno imbecille del Natale e compagnia festante, quindi non vedo perchè debba ssere bistrattata una ragione come un’altra per festeggiare e per mangiare dolci. Soprattutto per mangiare dolci. Tutta questa gente che bistratta le feste dove ci sono dolci, proprio non la sopporto io. Non perchè sia una fan Torta mimosa nella fattispecie, tant’è che me ne sono inventata una variante alla crema alla cioccolata bianca e pan di spagna al caffè pensa te perchè tutta quella roba all’ananas non me gusta mucho, ma comunque è una torta, non si scherza con le torte! Ricordate i comandamenti? E’ eresia non santificare le feste TUTTE, non solo quelle cattoliche, quindi mosca e santiificate le feste e magari inventavene delle altre religiosamente dopo il 5 aprile (incontro con Odisseo, ndr), che io mi invento i rispettivi dolci e me li mangio pure.
Sì se non fosse chiaro ho necessità impellente di dolciumi. Ma tengo duro sennò tutta questo correre strascicato non mi serve a una mazza.

Dicevo, che la mia vita non è iniziata perchè mangio patate lesse quando dovrei essere fuori a vivere un po’ e invece esco neanche per santificare le feste, e neanche i sabati.
Sono uscita però di domenica, come le vecchie.
Sono andata a una specie di mercato dell’antico e c’ho guadagnato degli orecchini di pizzo bianco che mi ha regalato un’amica di mia mamma. Tutto figo quanto un ermellino morto.
In tutto ciò, ecco il momento in cui anche la miseranda vita di Calipso raggiunge strordinarie vette. Peccato che siano il massimo della non figaggine, più sotto sponda nerd (capito, Grimilde?!).
Prima di tutto, tra la robaccia del mercato c’era una mini-bancarella di libri (nell’ameno paesucolo!) praticamente nuovi a 1.00 euro e credevo fossero cagate inutili, invece spulcia spulcia era pieno di libri splendidi e ci sono rimasta un’ora a spulciare (nell’ameno paesucolo!). Peccato che la maggior parte li avevo letti, ma ce n’erano anche un buon numero che stalla nella mia wish list da che vivo e ne ho presi solo due perchè sono uscita solo con due euro ecchenesapevo io che nell’ameno paesucolo c’erano cose a me affini come i libri? – quindi spero che tra due settimane torni il mercato in questione con la minibacarella in questione che magari esco pure volentieri (nell’ameno paesucolo!).
I libri che ho preso alla fine sono due raccolte di poesie: Antologia di Spoon river di Lee Masters e Poesia di Percie Shelley che è una vita che voglio leggere ma ho sempre rimandato.
Quindi questi sono i prossimi libri che leggerò dopo Il buio oltre la siepe e Cattedrale. In realtà io vorrei parlare anche qui delle mie letture e buttarci giù qualche recensione o mio sfogo libraceo-letterario, è che non so quanto c’azzecchi col blog, quindi esito.

Per tornare alla mia fase nerd, per chi non la conoscesse I segreti di Twin Peaks, prima di tutto si vergogni, dopo di che vada a guardarlo immediatamente! E’ una serie di sole due stagioni del 1990, è del regista David Lynch ha un cast spettacoloso ed è un misto di giallo, mistery, noir, adventure, thriller, horror, teen drama, satirico è tutto quel cavolo di telefilm e ora forse la ABC mi fa la terza stagione dopo  venti anni e magari! Perciò sto cercando di rivederlo, e anche perchè sono una misera e inguaribile nerd.

Morale della favola dopo tutte queste digressioni inutili, è che la mia vita da seminerd è ferma che neanche prima di iniziare a scrivere il blog era e che quindi devo darmi una cazzo di mossa.
Fine.

Digressione

Cime tempestose e canne al vento per le cronache marziane

Io ho da sempre avuto un vizio, quello di trasfigurare ogni sensazione, ogni contesto, ogni avvenimento, in termini letterari e trasfomarlo nella cornice di una storia o nella storia stessa. Tipo un filtro che volente o nolente, si mette in moto e mi plasma la realtà. Causa ne è sicuramente quella religione sana/insana che è la bibliomania: in pratica sono buona a null’altro, il che è sinonimo di disgrazie tanto quanto di rassegnate euforie.
Ecco quindi che iniziare a scrivere oggi le mie cronache marziane – e mi perdonerà Bradbury se gli scippo il titolo del libro e ne riciclo il senso in termini mensili – il giorno dopo il mio tragico febbraio di studio e ansie e concorsi, in questa cornice di bufere, strade che sono fiumi in piena, cime sferzate dalla tempesta e canne che volano nel vento, ha nel suo perchè, un che di letterario, un sapore di libri e inchiostro che se sei me, o se sei pazzo e libromaniaco come me dall’età di 6 anni, non può sfuggirti.
Tutta questa tiritera poeto-maniaca, solo per dirvi che piove e ulula da ieri sera, ininterrottamente e che questa è la cornice da cui scrivo. Detto ciò, iniziamo.

Il primo esame è stato il 28 e non è andato male. Neanche è andato bene. Però è andato.
Ci sono arrivata dopo una notte insonne (di cui scandisco le ore qui: https://webcamaccesa.wordpress.com/2013/02/28/donna-che-scandisce-il-tempo/) e ci sono andata con una signora che ho conosciuto alla prima fase col concorso e altre sue due affiliate. Ed è bastato che fiatassero in quell’auto mezza votla, alle gelide 6.00 di un gelido ultimo giorno di febbraio, per capire che di possibilità di riuscita in questo concorso ne ho neanche mezza, seppur dopo tanta fatica e sbattimenti che hanno coinvolto anche quei poveri Cristi che hanno la premura di leggere le mie lagne.
In pratica tutte loro (più tanti altri ho avuto modo di appurare poi, in loco) si sono fatti preparare da una direttrice o una professoressa per affrontare il concorso. Cioè queste tipe hanno selezionato loro cosa dovevano studiare, hanno scritto loro dei temini belli che pronti da imparare sugli argomenti giusti e più quotati nell’ambiente, nell’esatto modo in cui le domande andavano affrontate.
E così mi sono spiegata un sacco di cose, tra cui come fare effettivamente a studiare quella roba e perchè abbia avuto così tanti problemi a portare a termine un programma tanto vasto e sfaccettato tutta sola. E lo dico qui semmai qualcuno passasse e gli servisse, che per un concorso SERVE UNA LINEA GUIDA, che sappia muoversi all’interno dell’ambiente del concorso, che ne abbia già fatti, che sappia cosa ci si aspetta, che proponga argomenti papabili e le soluzioni di queste da esporre nelle tracce come richiesto. Che detto in soldoni è: qualcuno ha scritto loro gli argomenti giusti e il modo in cui vanno trattati e loro se li sono copiati o imparati a memoria così com’erano e così com’erano li hanno poi usati. Il tutto per la modica somma di 1.000, 1200 euro per un mese di lezione! Hai capito tu come ci speculano sopra ‘sti qua?!
Hanno fatto bene: hanno tirato fuori queste benne tesine svolte ad arte dalle professoresse in questione, e da queste hanno bellamenete… mmhh come dire… attinto idee e forme semantiche.
Allora, io non mi sto giustificando, ma se io ho portato a termine uno dei due concorsi (l’altro è stato un emerito disastro) è solo grazie alle mie forze. Alla cara Calipso nessuno ha scritto le domande nè ha insegnato niente per milleduecentoeuro, nè ha dato la minima indicazione sulle cose da studiare che mica dovevano essere quelle del libro, INUTILI!
Ho portato a termine il primo concorso rispondendo a tutto, ma non perchè conoscessi le risposte o perchè tutto quello studio matto&disperato effettivemante sia servito a qualcosa (sul programma c’era poco meno di niente, fanculo al programma ministeriale), ma solo perchè ho dato fondo a un po’ di buon senso e a una certa dose di creatività. E infatti le tipe dotate di “tesine e insegnamenti della prof.”  non sono riuscite a fare molto perchè le domande erano difficilmente inquadrabili.
Questo non vuol dire che io lo superi o che il concorso per me sia stato meno che un disastro, ma comunque ho risposto e concluso ogni domanda e sarò una schiappa, avrò preparato male un concorso nazionale, ma almeno non mi sono fatta scrivere il temino dalla prof.  per 1.200 euro o ho sgradevolmente copiato dai “pizzini” messi nel vocabolario.

Il secondo giorno di concorso è invece stato un disastro fatto e finito. Questa volta i temini sono serviti alle tipe e infatti hanno tutti copiato tutto, senza vergogna, e io me la sono presa elegantemente in quel posto.
Vedere tutti scrivere per due ore e mezza mi ha fatto sentire un’inetta troglodita che ha perso quella che potrebbe essere l’occasione della sua vita, e che a detta della sua cara madre ha sbagliato a non chiedere aiuto e capire come prepararsi prima. Ma la cara madre tende a gettar sterco a prescindere, su tutto ciò che fa la Calipso qui presente, e non sa che quelle tipe sapevano cosa aspettarsi perchè hanno fatto concorsi in passato o perchè, è il caso di una di loro, ha la madre che lavora nel campo che le ha dato tutte le dritte necessarie.
Ma bando alle lamentele non sono qui per quelle, solo per riportare quello che io facevo mentre tutti intorno a me rispondevano diligentemente alle domande del concorso, competenti e preparati loro altro che me.

Io ho scritto.
Non le domande, ma una specie di “coso” inutile che mi è venuto in mente, per far passare il tempo durante quelle orride due ore.
Ecco che torna la modulazione della vita di una letteratura-dipendente: tutti vivono e lavorano sodo e tu? Tu non fai un cazzo, li guardi e trasformi la tua vita in letteratura per autocompensazione.
Questo il “coso” quando non sono stata in grado di adempiere alle attese:

“Le persone scrivevano e il fruscio delle loro penne si mangiava il tempo con lentezza ammorbante. La sua di penna, il tempo se lo sarebbe divorato, e invece se ne stava lì, inerme sul foglio come il moncherino di un reduce di guerra, uno di quelli sconfitti a bordo pista, a guardare sfilare i vittoriosi in Terra Santa.
Se Bianca amava qualcosa, era proprio il fruscio della penna quando traccia parole furiose.
Se Bianca odiava qualcosa, era proprio il bianco del foglio quando era spurio da ogni segno.
Non poter sentire il fruscio della sua penna, ma vedere il bianco del suo foglio, era quindi per lei pari al ricevere una frustata sul visto, scoccata da un centauro incazzato e nerboruto.
Le piaceva la penna perchè colmava lo smunto candore dei fogli, li violentava senza alcuna pietà, con tanti saluti al vuoto che il bianco esigeva. Bianca aspettava che qualcuno arrivasse a imbrattare il suo bianco con la stessa ferocia di una penna sul foglio, mentre le penne degli altri si mangiavano il tempo con lentezza ammorbante.
Sì, la sua di penna, il tempo se lo sarebbe divorato
.”

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