La rivoluzione comincia (sempre) da un libro

Ebbene sì, l’ho fatto.
Come avevo detto e come avevo quasi ingiunto alle mie amiche M&M, dopo le loro pretese di rivoluzionare il palinsesto di Trenitalia per adeguarlo ai loro rigidi orari da cinquantenni divorziate: ho preso il treno e me ne sono andata a zonzo per la cittadina gremita di gente del 25 Aprile e l’ho fatto, senti senti, tutta da sola. Ohibò che anacronistica sfacciataggine! Una tipa in leggins simil pelle, trench e anfibi borchiati che va in giro da sola; si spara da sola un super gelato in quella mega-gelateria-famosa che fa un gelato artigianale coi contro, enorme a solo un euro e venti centesimi, con la cialda caramellata; cammina sul lungomare con i Pearl Jam e Capossela nelle orecchie da sola, finchè non si ferma e guarda te se non va a generare, a questo punto, il più eclatante degli sbalordimenti.
Dico io, proprio nella cittadina santa, sul lungomare, in un giorno di festa, con tutti i bambini a guardarla e a nutrirsi del suo cattivo esempio! E’ una vergogna, siamo nel 2013 qui nel Burundi, per certe cose uno si aspetta almeno il 5073! Ma ella non sembra pensare ai poveri bambini del Burundi che la prendono a funesto esempio. Ella è tutta presa a precorrere i tempi.
E’ con grande stizza e disappunto del Tempo stesso, che sale con noncurante eleganza sulla mezzaluna di panchine che tanto le piacciono, perchè slabbrano il lungomare a mo di anfiteatro, spostando così la ribalta dalla passegguata agli spalti e rubandola al mar d’acciaio di fine Aprile. Poi, in cima, si ferma, le mani nella capiente tracolla jeansata non lasciano presagire niente di buono, l’ansia tutta del momento congelata, come fosse una diva capricciosa che fa attendere il suo pubblico e il Tempo stesso, finchè non si scongela , e tra le sue mani vede la luce dei riflettori, finalmente, Il libro.
Ella si siede e legge sul lungomare della cittadina nel pieno disappunto di Tempo Medioevale e Cazzoni del Burundi.
Fine
Ps: il libro sotto i riflettori è “Le ore” di Micheal Cunningham, particolarmente affascinante paraltro e, qui c’è la maestria del Fato a metterci il tocco d’artista finale, racconta di tre donne collocate su tre diversi piani del tempo (reale e narrativo). Le tre donne compiono i loro gesti come legate da un filo di pensieri e azioni incredibilmente conseguenziale, che si snocciola e ha modo di esistere man mano/grazie al fatto che una delle tre donne, la scrittrice Virginia Woolf, sta scrivendo uno dei suoi libri più famosi, le cui parole a distanza di decenni, muoveranno vite e pensieri delle altre due donne che lo leggono (una delle due) o lo vivono in altri modi(l’altra), ma sempre seguendo il rintocco della sua scrittura e lo sviluppo della stesura del romanzo. E qui la chiudo.

In realtà non è stato tutto rose e fiori.
Forte anche del momento più-di-là-che-di-qua che sto passando con Odisseo, la solitudine si è fatta sentire quasi come nel periodo delle scuole. E poi sono stata abbordata disgustosamente da due tipi loschi alla stazione, tenuta d’occhio e seguita, solito seccante problema dell’andare in giro sola.
M&M mi hanno chiamata come mi avevano detto che avrebbero fatto, per vedere se riuscivamo almeno a vederci un po’. Non fosse che sembravano più interessate – una curiosità malcelata, bovina- a sapere cosa avessi mai potuto fare DA SOLA in giro per la cittadina e che posti avessi bazzicato nello specificio, piuttosto che essere seriamente interessate a vedermi.
Loro stanno sempre in due, almeno in due, non sanno che vuol dire proprio “uscire da soli”, non hanno una struttura mentale tale da permetter loro di capire una cosa così semplice, e per loro è sconveniente farsi vedere sole in questi casi. Le invidio comunque: l’una ha sempre l’altra, non sono mai sole da quasi due decenni, e siccome pensano, mangiano, parlano e vestono in esatto modo, non si annoiano mai, sanno sempre esattamente cosa fare, quando e sopratto con chi. L’una non risponde a un messaggio se prima non ha discusso con l’altra e concordato cosa dire. Lo fanno su Facebook anche, nelle conversazioni a tre, se dico o propongo qualcosa, rispondono insieme, una dopo l’altra e la stessa cosa nello stesso momento. Abbastanza inquietante.
Il problema è che mi hanno chiamata alla 18.30, quando sapevano che il mio treno era alle 19.00 e quindi non ho potuto raggiungerle, lo avrei perso. Potevano fare un salto loro alla stazione con l’auto, ma no, hanno la loro passeggiata cronometrata da fare e devono trovarsi nei posti giusti all’ora giusta qualsiasi siano questi e qualsiasi sia la NON ragione per andarci (non hanno una ragione, se la creano senza darle comunque senso, non so se mi spiego), quindi io ero un diversivo che non è contemplato nel manuale della perfetta cittadinotta burundiana. Sorvolabilissimo.
E poi, sospetto, temevano che qualcuno potesse riconoscermi come la “vergognosa lettrice di libri del lungomare” ed associarmi a loro.
Come si fa a non sentirsi soli vivendo in mezzo a cotanta marea di stronzate?

Due appunti finali:
Appunto uno: se uscite fuori per un pomeriggio solitario all’insegna di voi stessi e della lettura e avete velleità narrative e magari vi portata anche la Moleskine appresso per appuntavi le cose in caso di colpo di genio e perchè fa figo andare in giro con la Moleskine, magari ricordatevi di portare con voi anche una penna, giacchè senza, per quanto figa possa essere, la Moleskine è inutile e le vostre idee andranno in pasta al vento, che non sa che farsene per giunta.
Appunto due: non è che non è successo altro con Odisseo e non si è parlato a cascata di tutto e di noi e delle cose successe, è solo che sto tergiversando piuttosto che mettermi a scrivere di lui, che scriverne significa cadenzare i pensieri e i battiti di cuore, e ho paura di farlo. Ecco quindi che tergiverso scrivendo le stronzate della mia vita non amorosa.

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Auguri+Dolci+Regali*Odisseo=A new thirty me

Io non sono abituata a essere viziata. Sono quasi totalmente bistrattata da tutto e tutti, per lo più vivo segregata in casa da quando sono tornata dall’università e anche se esco a fare un giro nel mio paese, sono quasi sempre sola. Potete dunque darmi torto se il giorno del mio compleanno sono felice e contenta di essere considerata un tantino di più?
Dovrebbe essere la norma immagino, sentirsi importanti, fondamentali per qualcuno, anche la propria madre o la famiglia, eh… non parlo per forza di un moroso o di un amicizia da HarryRonHermione, no, parlo di qualcuno, chiunque, a cui tu vuoi molto bene e che consideri fondamentale per il mondo e per la tua vita e che ricambi in egual modo.
Insomma non ci sono abituata, se mai mi è capitato di legarmi molto a qualcuno e di pensare che fosse ricambiato, sono stata costretta, quasi sempre a dovermi ricredere e quasi sempre a dovermi ricredere violentemente.

Per questo, anche se di certo il mio non è stato (e non sarà mai) un compleanno da  star, con millemila amici e millemila feste – non sarebbe, comunque, da me, non credo nei millemila amici e sicuramente non credo nelle feste da millemila amici -, per questo dicevo,  a me è piaciuto il giorno del mio compleanno. Anche se devo annoverare l’ennesimo disastro/tragedia del 15 Aprile visto il bombardamento alla maratona di Boston, di cui sto leggendo la notizia or ora su Repubblica e Times. Vabbè insomma, bombardare una maratona, stanno diventando patetici anche gli attentati in America. E qui chiudo.

Decisamente sono molti, dicevo ieri, i passi avanti che ho fatto rispetto il 15 Aprile 2012, che in realtà non è stato un brutto giorno, ma perchè ho fatto di tutto per scappare via, non pensare a niente e allora cosa ho fatto? Mi sono rinchiusa in un Bed & Breakfast molto bello e caratteristico per carità, sui monti calabresi, con un uomo, o quello che poi si dimostrerà un tipo-uomo (per non dire mezzo-uomo che offendo gli hobbit), mentre fuori imperversavala tempesta perfetta da due giorni. C’è mancato poco che non mi svendessi come la più macilenta delle vacche a un concorso texano per vacche. Ma questa è un’altra storia.

Quest’anno ho forse maggiore consapevolezza, un tocco seppur minimo di grinta in più e la speranza – Cristo quant’è importante la speranza – che ci sia vita anche per me. Il tutto sempre molto precario e il tutto ancora solo al principio, ma c’è e per molti anni non c’è stato. C’è stato altro in questi anni, terribile e anche qualcosa di bello, ma no, la serenità proprio no, neanche un briciolo, neanche un principio.
Devo ringraziare Odisseo per questo? Sì, devo ringraziare Odisseo e me stessa, ma prima di tutto Odisseo. Quanto sia stato tanto e importante per me. come mi ha tirata fuori dalla melma in cui affondavo, come mi ha fatta sentire in questi mesi dopo il disastro dei precedenti, è stata davvero una rinascita.
Ora non sto qui a dilungarmi più di tanto, ma se sono arrivata ai 30 anni senza i bisogni  impellenti di autolesionismo dell’anno scorso (e credetimi, mi sono davvero violentata, corpo e anima, l’anno scorso, di questi tempi, ero sull’orlo di un vulcano), per me è grasso che cola e cola dalla braccia di Odisseo, che non sembra bellissimo detto così, ma è comunque così.

E ieri mi ha trattata davvero come una principessa, lo aveva fatto anche a Napoli, ma ieri ogni parola era una carezza. Anche a distanza, anche senza vederci, l’avevo già sperimentato in passato, ma mai in modo così definitivo e certo, stare con lui è un perenne senso di gioia-conforto-eccitazione-serenità. Non so spiegarlo, è una cosa diversa da quella che si struttura nel vivere quotidiano, una forma di intimità profonda e fatta della te (e del lui) spogliati dalle maschere e dalle necessità sociali, è puro spirito che s’intreccia all’altro, no, se non l’hai mai provato non te lo posso spiegare.
A parte che mi ha chiamata ogni minuto libero che aveva, ieri, mi ha coccoalata anche “materialmente” col regalo che mi sono portata incartato da Napoli e che aprire è stato uno scoppio pirotecnico continuo nel petto.
Inserisco le foto, ma solo una parte di questi regali saranno comprensibili, gli altri sono estremamente simbolici e ne spiegherò il significato solo in parte. Il senso di questo blog è quello di non avere segreti e raccontarmi senza censure, ma questa cosa riguarda anche lui e devo rispettarlo. Per il resto mi par giusto fare una cronaca fotografica del mio 15 Aprile piuttosto che star qui a sciorinare altre lagnosità romantiche sulla tenerezza e gratitudine che mi traboccano il cuore per cose così naturali.
Prima di andare avanti preciso che la pessima risoluzione della fotocamera del mio cellulare combinata all’illuminazione altrettanto pessima, rende le foto e protagonisti delle foto molto più scuri di quanto non siano e spiacevolmente aranciati. Davvero non so come eliminare quest’effetto.

Ho dimenticato di fare la foto al pacchetto del regalo di Odisseo, che era bellissimo, ma mi batteva il cuore e lo avevo appena sentito quindi mi sono completamente distratta. Comunque questo è linvolucro che è di quella stoffa semitrasparente e morbida usata per i regali (non so che tessuto è), è color magenta e il nastro è di raso rosa col fiocco a strisce di velo e brillantini rosa antico, ma qui sembra tutto viola eccheppalle. Comunque vi assicuro che è rosa. In più c’era un fiore essiccato e profuato, rosa e con brlinnatini argento ma si è sbriciolato quanto l’ho aperto e non l’ho fotografato che erano pezzi irriconoscibili. Insomma un pacchetto meraviglioso che non so come abbia fatto a fare visto che ha aggiunto anche una scatoletta composta da lui oltre al regalo principale. Ecco involcucro, fiocco e scatoletta (e sullo sfondo la mia sciarpa tartan rosa e grigia e il copriletto patchwork di lana del letto di mia sorella, per gli amanti dei dettagli!):Immagine
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Il regalo principale consiste in sdu ue libri. Precisazione: io adoro ricevere libri in regalo soprattutto da chi è un lettore intelligente e conosce i miei gusti. In realtà questi erano i libri che io avrei dovuto iniziare a leggere il mese scorso se non mi si fosse rotto (nextly!) l’e-book reader e mi disperavo grandemente per non poterlo fare. Allora, piuttosto che farmi aspettare ancora prima di leggerli e, azzardo io, piuttosto che doversi sorbire ancora le mie lagne su quanto sia tapina e persa senza il mio reader, me li ha regalati lui (mi aveva già regalato un altro libro per Natale, ma quello lo aveva preso dalla sua libreria e aveva una storia e un percorso particolare e significativo, siamo molto simbolisti, entrambi, e quindi vale oro quel libro anche perchè è piuttosto affezionato alla sua libreria per una questione di affetto filiale e promessa fatta al papà quando era in vita. No, mi correggi, non ale oro quel libro, vale miniere di diamanti, proprio!).
Questi i libri ricevuto ieri.
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Nel pacchetto composto da lui c’erano prima di tutto degli orecchini (ve l’ho detto che mi ha viziata!) che aveva fatto comporre un mesetto fa con i ciondoli della Pandora avete presente? Quelli per fare i braccialetti personalizzati, ma li ha fatti comporre in orecchini con la catenina nera che sa che ho la fissa degli orecchini: sono due cuori con brillantini rosa, trafitti da freccia, ed erano in un sacchetto di velo color panna:
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Il resto dei regali sono simboli, ve l’ho detto che siamo simbolisti! Sono:
1) La mia confezione di tic tac alla ciliegia e frutto della passione che abbiamo diviso alle pendici di un castello, quella domenica di tenerezza e tristezza in cui credevamo che fosse tutto finito e non sapevamo che stava riaccendendosi qualcos’altro, e lui ha mangiato solo le tic tac gialle al passion fruit che a me non piacevano lasciandomi quelle rosse alla ciliegia. Ho dimenticato l’astuccio vuoto sulla panchina mentre davo da mangiare il caramello alla formichina e gliel’ho detto e lui mi ha confessato, ieri, che è andato a recuperarlo correndo come un matto mentre io ero in un negozio di vestiti, quello della mia marca preferita che a Napoli è immenso e qui me lo scordo così grande anche perchè ce n’è uno solo in tutta la Calabria. Ok, questo non c’entra niente, ma libromaniaca o no, sono pur sempre una donna e ho il Calipso-style da portare avanti orgogliosamente;
2) Un bicchiere con coperchio di quelli usa e getta per caffè americano che io adoro e che lui ha richiesto pulito nella caffetteria perchè volevo portarmi quello usato a casa;
3) Un cordino con gancetto da usare per collana con qualche ciondolo, doppio e rosa, che ovviamente non serve come collana è uno di quegli oggetti simbolici che rimanda a un evento e a una cosa di cui abbiamo parlato e francamente non so come abbia fatto a trovarlo così dal nulla;
4) Una candela sbrilluccicosa al profumo di lampone, anch’essa un riferimento a qualcosa e in più io adoro i lamponi che sono una specie di simbolo (un altro!) per me;
5) Una calamita con riproduzione in ceramica del castello in cui mi ha portata, dove abbiamo sforato nelle zone proibite, ci siamo baciati sulla torre più alta e mi ha raccontato la storia della principessa segregata, rapita dal pirata con gli occhi verdi.
(Sempre per gli amanti dei dettagli, sullo sfondo è possibile qui notare il caos della mia scrivania in cui è possibile intravedere l’astuccio di Sailor Moon che mi trascino dalle scuole medie; un portacandela con dentro rimasugli di candele profumate al lime e vaniglia e zucchero e cannella, mi pare; un’altra candela su un piattino al miele, reduce dal Natale infatti è a forma d’albero (sì, le candele sono un’altra fissa ho la stanza piena di portacandele vari); burrocacao al cioccolato; parte del pc; penne e matite varie; il mio povero, secondo reader rosa e distrutto, li ho chiamati Antonio e Cleopatra i miei reader, perchè erano uno azzurro e uno rosa: il primo è stato schiacciato e ucciso a tradimento, l’altro s’è suicidato proprio):
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Per il resto sono passati a farmi gli auguri ieri, un paio di cugini e un’amica di mia madre con figlio, che è il migliore amico di mio fratello e ragazza del figlio. Siamo piuttosto legati e abitiamo vicini quindi ci vediamo sempre, li conosco e mi consocono da quando sono nata. Ci siamo messi a parlare per ore e si è fatta sera tardi e hanno gradito molto i miei dolci, (anche i parenti li hanno graditi e fatto il bis!) il che mi rende felicissima perchè i cupcakes al caramello me li sono completamente inventati e la red velvet cake è parecchio difficile e la crema è anche di mia invenzione (mi sa che metto da parte i soldi e faccio un corso di pasticceria, non scherzo che come cuoco e pasticcere si trova lavoro ovunque).
Non ne è rimasta neanche un pezzo di torta (e giusto tre cupcakes che sono volati via stamattina a colazione), anche perchè ne ho data un po’ da portar via a tutti e sono riuscita a fare due foto al volo tra una chiacchiera e l’altra ieri sera. Non sono riuscita a fare i fiori per decorarla, ho messo solo panna alla bene e meglio, ho bisogno di tempo per fare quelli e ieri non ne avevo.
Solito problema: essendo red velvet, la torta dentro è rossa anche se qui sembra brown velvet. E’ una ricetta molto particolare, americana che io vado per i dolci americani e molto difficile da fare e ha davvero una consistenza vellutata e compatta se esce bene. La crema è alla vaniglia e mascarpone e pochissimo zucchero, l’ho inventata io che quella ufficiale voleva una crema al burro e non mi piace usare tutto quel burro che usano gli americani nei dolci, che intasa le arterie, quindi mi invento le varianti. E gli unici cupcakes al ducle de leche superstiti con la crema e la decorazione ormai smoscia che ce li siamo scordati fuori frigo e sotto la luce per ore e ore, ma erano buoni uguali e sono riuscita a ottenere il cuore di caramello sciolto al centro dell’impasto come nelle intenzioni. Vi dico che sono un genio con i dolci! Una cosa che non so fare per niente, invece, sono le foto come potete notare:Immagine

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Oltre a 50 euro dei parenti, mi hanno poi regalato:
1) crema corpo dell’Erbolario all’Iris da parte dell’amica di mia madre, che mi consoce, sa che adoro l’Iris tant’è che uso sempre l’acqua per il corpo e il profumo della stessa marca all’Iris, anche perchè sono naturali e non chimici che fanno un male boia quelli chimici e poi sono buonissimi e sono belle anche le confezioni regalo dell’erbolario, con libretto di consigli naturali di bellezza e calendario con descrizioni e disegni di fiori ed erbe che io adoro;
2) i ragazzi mi hanno regalato l’acqua di profumo, ma hanno sbagliato invece di prenderla all’Iris come la madre, l’hanno preso ai fiori di Tiare, ma a me piace molto lo stesso tant’è che ce l’avevo già (foto sfocata, so sorry,);
3) gli anfibi primaverili con le borchie da parte di mia madre, che io amo e ne consumo a iosa, li uso sempre soprattutto sotto le gonne in primavera;
4) un braccialetto inatteso assolutamente da parte di mia sorella con carinelle acciaio e fucsia;
5) una crema corpo dell’acquolina al Gianduia che sembra cioccolata fusa davvero da parte di una mia cugina;
6) degli orecchini fatti alluncinetto da un’altra amcia di mia madre, che mia madre s’è fregata per farli vedere a una tipa in un incontro “uncinettesco” che faranno oggi e quindi non ho potuto fotografarli, ma se le mie amiche mi regalano qualcosa sabato, li fotografo poi e li metto, tanto per onore alla completezza.
(Dettagli:la mia felpona con teschio e stelle di metallo dorato sotto la crema; una trousse a forma di margherita, la mia tazza da cappuccino delle gocciole con la lavagnetta sopra su cui scrivere, un frammento delle offerte del McDonald’s cui spero di resistere nella foto sfocata dell’acqua profumo; un pezzo del mio letto e del mio comodino nella foto anfibi; il caos di libri, cd e dvd ai piedi della scrivania cui devo trovare posto nuovo che sono stati spodestati mio malgrado da quello che avevano):
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Mmh… non credo di essere stata molto chiara, il caos di questo post ben riflette quello che regna nella mia camera, il che conferisce un qual certo realismo alla pretesa della webcam accesa. Inoltre, credo di avere in circolo un quantativo di zuccheri cui non sono abituata che mi impedisce di star seduta troppo a lungo, quindi esco che devo comprare  un regalino alla mi amica M, che compie gli anni dopodomani, che c’è il sole, che sono una trent’enne fresca ecc…

Calipso che si nutre solo di spiccioli di vita

Sono stata brava.
Ultimamente mi plaudo da sola con una frequenza che ha dell’imbarazzante e forse anche del patetico, ma ieri era Pasqua e casa mia ribolle come un calderone di bontà a Pasqua.
Durante quasi tutto il resto dell’anno è completamente scevra di cose che fanno gola perchè siamo quasi sempre tutti a dieta, quindi a parte mia madre che fa dolci per regalarli, o che si imbarca in crocchette, pizzette e torte rustiche, le tentazioni restano abbastanza sopportabili.
Ma ieri…
Anche se alla fine eravamo solo noi (e credetemi, io preferisco così, godermi la mia idea di festa!) che i miei parenti di Roma non sono scesi, mamma si è divertita a cucinare, ci aveva avvertito che si sarebbe sbizzarrita, visto che il resto dell’anno glielo concediamo a causa delle diete in cui siamo sempre impelagati.
Il menu di Pasqua prevedeva:
Apertitivo con bibite, noccioline, olive, patatine e degli stuzzichini da intingere nell’hummus che ha imparato a fare da Benedetta Parodi;
Antipasto di salumi e melanzane grigliate, e crostini con patè d’oliva da una parte e di formaggi solidi e cremosi, con le spezie e i peperoncini calabresi o leggeri come il Bel Paese dall’altra e poi i favolosi, meravigliosi supersparaflesciosi mini-arancini alla ‘ndujia che se non li avete mai mangiati, non avete mangiato niente;
Primi: conchiglioni ripieni di carne o prosciutto e formaggio e con la besciamella e crepes con spinaci e ricotta;
Secondo e contorni, è proibito l’agnello e il coniglio a casa mia perchè ci spiace ucciderli, quindi mamma ha fatto il tacchino e in più con polpette di melanzane (non mancano mai le melanzane quando si cucina in grande, qui), patatine fritte, insalata di pomodorini e carote e arancini alla siciliana, quelli grossi dorati che io amo, fatti in tre varianti: fritti normali, al forno e fritti con la farina di riso per mia sorella che è celiaca;- –Bibite: vino, spumante, aperitivi rosso, Coca cola, Sprite zero, acqua, succo di ananas per digerire.
Dolci: quattro tipo di pastiere, tre uova di pasqua di gusti diversi, nepitelle, dei bastoncini ti cioccolato bianco e al latte con dentro un pasta di cioccolato e mandorle, cioccolatini portata a mia madre da una parente dalla Svizzera e cioccolatini vari dei gusti come quelli che ho preso per Odisseo, Colomba pasquale e torta pasqualina che però non è stata ancora iniziata.

Questo affinchè si possano avere le basi esatte per capire in che terreno minato per dieta e sacrifici mi muovevo, ieri. Altro dettaglio fondamentale: era il primo giorno di ciclo, e questo si spiega da solo. Anzi ve ne do uno stralcio visivo che così vi immergete meglio nel dramma, come drammaturgia e filmografia insegnano , la scenografia è fondamentale per l’immersione. Qui vedete uno stralcio di tavola con dolci, nella gallinella ci sono cioccolatini e anche negli altri regalini, più la bottiglietta d’acqua che porto sempre appresso per idratarmi e il mio libro di Seneca De vita beata ovvero L’arte di essere felici, che non c’entrano una mazza con la tavola pasquale, ma c’entrano con me perchè, sì, io a Pasqua ho letto Seneca e mi sono sparata due film pensate se lo sapesse mia cugina omonima -coetanea, inorridirebbe fino a impazzirne, suppongo. E poi c’è un dettaglio di quei fantasmagorici dolcetti datti di cioccolato e pasta al cacao e mandorle e i cioccolatini dalla Svizzera di gusti assortiti. Così tanto perchè sono malvagia. Ho dimenticato di fare foto alla torta pasqualina che era bellissima, ma immaginatela tutta cioccolatosa e decorat a forma di uovo con granella di nocciola fuori e ganache al cioccolato e panna dentro. E poi ditemi che non sono stata brava a resistere, vi sfido!
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In tutto questo sono riuscita a mangiare solo:
un mezzo sorso di Sprite zero (ovvero senza zuccheri e calorie);
due arancini di riso AL FORNO, ma levando i cubetti di prosciutto e la provolo sciolta laddove era possibile. Erano belli grandi, ma alla fine, non essendo fritti erano solo riso, formaggio, pane grattuggiato, un po’ di carne macinata e quel po’ di uova che serve per attaccare il pane grattuggiato;
un pezzettino minuscolo di tacchino, era fatto con sale e olio e aromi, ma davvero erano due bocconi striminziti.
acqua, tanta acqua;
basta.

Non so quanto siano stati deleteri gli arancini, ma visto quel ben di Dio che c’era e visto che avevo le labbra blu per il il ciclo e perchè sabato avevo mangiato solo carciofi lessi e un uovo sodo, magari non ha poi fatto così male alla mia dieta.
Per questo dico che sono stata brava!
Credetemi, io per i dolci stravedo, passi il resto, ma i dolci sono il mio ossigeno il mio sostentamento, la mia connessione archetipica con l’universo. Mai avrei sperato neanche nelle più rosee attese, di autogestirmi in questo modo.
Inoltre, è davvero dura, per chiuqnue credo, non mangiare mentre tutti mangiano e mentre ce l’hai sotto il muso, qualcosa di così raro (ve l’ho detto: a casa mia solo feste e quando ci sono parenti, sennò si va avanti a broccoli e zucchine!) e di così buono. Per chiunque sarebbe difficile e doloroso resistere.
Però, in qualche modo ce l’ho fatta. Forse potevo fare di meglio e mangiarmi solo un finocchio, ma sarebbe stato troppo.

Ora, non servirà a niente, tranne che alla mia coscienza. Ho ormai perso ogni speranza di perdere alcunchè. Ieri mi sono provata ciò che mi dovrei mettere quando sarò lì, tra le braccia di Odisseo, ed è un disastro. Ecco che “tra le braccia di Odisseo” mi è sembrata improvvisamente una chimera ieri sera, davanti lo specchio, mentre scioglievo il grumo di tenzione e stanchezza in lascrime su lascrime.
In più Paolo Fox dice che farò imbestialire una persona a me cara con la mia confusa energia e indolenza, quindi devo stare attenta a non allontanare questa persona, questa settimana, innervosendola con le mie magagne Perfetto, proprio l’oroscopo che non mi serviva mi ha fatto.
Mancano 4 giorni all’incontro, ormai. Non so come ci arriverò, ma faccio fatica a credere in me e credere in noi, e credere che lui non scappi da me, come tutti sono sempre scappati quando hanno capito chi sono.

Starei qui altre due ore a lagnarmi sorbendo caffè americano, che fa bene all’anima, ma devo andare alla fiera e poi alla Pasquetta con le mie amiche, e anche se pagherò uno sproposito e mangerò poco o nulla, e anche se non sarà nulla di speciale, mi fa sentire un tantino viva non stare in casa come tante vecchie, tristi e solitarie pasquette. E Dio solo, quanto io abbia bisogno di sentire un po’ di vita scorrermi nelle vene, da troppo troppo troppo tempo, secche di vita e rugginose di inedia.

Buona Pasquetta a tutti voi, qualsisasi cosa farete o non farete.

Il mal d’ovaie, a Pasqua, ti mette nei guai

Ti mette in un sacco bello sodo, cicciuto e ricolmo di guai, aggiungerei! Come quello dei giocattoli di Babbo Natale oserei dire, se non rischiassi di essere straordinariamente anacronista.

Primo guaio, oggi non sono andata a correre. Mi spiace un po’, serva o non serva ai fini di ciccia e peso, correre mi aveva fatto bene e da qui all’incontro con Odisseo non correrò più, perdendo, credo, quel ritmo che ero riuscita a raggiungere e mantenere faticosamente. Sarà la dieta, sarà la dieta incrociata al ciclo mestruale, ma ieri morivo dal freddo e alle 19.30 ero già sotto le coperte a leggere e guardare film. Inoltre c’è un vento terribile e diluviava stamattina alle 6.00, quindi davvero non me la sono sentita: a parte di dolori da ciclo non ho intenzione di ammalarmi a – 5 giorni all’incontro con Odisseo e siccome ultimamente correre non è che serva a molto…
Ieri ho fatto i miei 30 minuti – due step da quindici minuti – e una decina di minuti di camminata in più, ma poi sono rientrata che dovevo andare, come ho scritto nel post di ieri, nella cittadina amena a cercar qualche vestito, maglietta, pantalone, qualsivoglia indumento sacro o profano, che rimediasse allo strapotere strapordante della straciccia (sempre per Odisseo) ed ero in un ritardo boia. E qui siamo al secondo guaio.

Secondo guaio, mica poi è passato l’autobus ieri! Nonostante mi sia scapicollata per arrivare in orario, nah, niente. Scapicollo a parte, solo attesa vana.
Le loro costosissime maestade della linea di autobus privata, hanno deciso che in periodo di niente scuola e poco lavoro pre-pasquale, fosse inutile mantenere le tante corse abituali, dove per tante si intende due autobus nel corso di mezza giornata. Ma siccome la fermata del mio paesino nefando consiste in un’isola pedonale nel bel mezzo di un’autostrada, senza panchine, nè cartello fermata, nè bacheca orari, nè riparo per la pioggia che non sia un pino marittimo accaparra fulmini, io non ne sapevo niente di queste restrizioni e sono rimasta lì ore, sola, col cielo che profetava caterratte bibliche, ad attendere invano neanche aspettassi la corsa della mia vita. In compenso mi sono finita il libro di Jane Austen che non avevo avuto il tempo di leggere, e solo alla fine di questo di mi sono scazzata e ho deciso di andare a piedi.
Ora, l’amena cittadina dista dal paesucolo cornuto un paio di chilometri, che in bus, treno o auto sono tipo 5 minuti. A piedi tutto si complica non solo perchè il marciapiede si interrompe sui ponti che sovrastano i fiumiciattoli che sboccano in mare, e quindi rischi seriamente di morire atrocemente, ma anche perchè il mare sta di là dalla strada e dall’altra parte c’è la valle aperta e i campi sotto le montagne, ergo il vento è come quello del Kansas (solo meno magico, che per quanto ci provassi da bambina, non mi ci ha mai condotto nel magico Regno di Oz), e chiunque incontri comodamente stravaccato in auto, ti guarda come fossi un derelitto, se lo conosci poi ti offre un passaggio e ti fa quell’espressione pietosa da “sei senza macchina, non sai guidare, che feccia sociale ?!” Capirete lo spasso. Metteteci anche il dolore di tette e ovaie per il ciclo e quello stato di follia e irrequietudine ormonale in cui la fase premestruale (e mestruale) ti mette (se sei maschio non la conosci, buon per te), combinata alla fame e ai pensieri funesti sul peso che non cala a un pugno di giorni dall’incontro con l’uomo di cui sono innamorata, e forse – dico forse- saprete perchè ho fatto quel che ho fatto e che prima d’ora non avevo mai fatto.
Mi hanno offerto un passaggio e ho accettato.
Ero stanca, ero nervosa, non avevo finito il mio caffè, e ho pensato che erano solo pochi minuti e che il signore incravattato e col macchinone lucido, la valigetta di pelle e un completo da 3.000 euro, non poteva crearmi grossi problemi. Invece…Invece l’ho ringraziato e mi sono messa a chiedere chi fosse e a parlare bla bla bla del più e del meno, ma lui mi ha bloccata per dirmi che ero molto carina, che lui non fa sempre queste cose, ma mi ha vista e gli sono piaciuta e quindi che fare se non provarci? Mi ha detto senza giri di parole che qualora avessi voluto, mi avrebbe portata per qualche giorno in un hotel cinque stelle per “conoscerci meglio”, ma ovviamente – ha precisato -usiamo il preservativo, eh!
Ho gentilmente declinato, ho detto che non sono poi così bella anzi sono grassa, gli ho anche detto di chiamarmi Assuntina (che nome esistente meno eccitante di “Assuntina”, non l’ho mai sentito). Per tutta risposta lui ha bloccato le portiere. Ed è lì che ho avuto paura.
Una donna, soprattutto se è stata fuori in città all’università, sa come gestire certe cose. Ma non mi ero mai ritrovata rinchiusa in macchina, perchè non ero mai stata così scema. Lui ha continuato, ha detto che gli piacevo molto e che poi mi avrebbe fatto un bel regalo (come le prostitute?), ha ripetuto fino alla nausea che lui non fa mai queste cose, ma io gli piacevo (e figurati se ci credo!) e io, per contro, ho inventato un supermuscoloso fidanzato geloso che non mi consentiva tali sortite, ma non ha funzionato perchè secondo tal fior fiore di uomo, anche il mio presunto mio ragazzo super eccetera, se vede una bella ragazza ci scopa senza mezzi termini, va lì e se la fa, quindi io non gli dico che apporto piacere a un altro uomo quale lui è, e vivremo felici contenti e cornuti.
Al che gli ho detto di voler scendere e ha continuato a insistere finchè non mi sono allontanata, quindi in realtà non era così pericoloso, solo molto spiacevole, ha detto che non dovevo aver paura che se proprio non volevo, non avremmo fatto niente, ma che dovrei accettare, che può solo farmi star bene.
Insomma, che dire? Non so ancora perchè ho accettato quel passaggio, nè perchè mi ficchi continuamente nei guai, ero stanca e con la mente in subbuglio, ma non credo lo farò ancora. Mi sono ritrovata però a pensare: e se tutto ciò fosse successo in quell’orrido futuro in cui Odisseo non fa più parte della mia vita, e io sono in fase di dolore straziante, avrei ceduto, stavolta? Mi sarei fatta così male? Le mie tendenze autolesionistiche avrebbero raggiunto tali livelli? Finora non ho mai ceduto, mai, non sono mai stata con nessuno perchè mai ho avuto una vera relazione e a parte qualche storiella, mai vera, mai profonda e mai totalizzante. Ma temo che in questo orrido caso, a 30’anni… be’ forse cederei.

Terzo guaio, ho speso ogni spicciolo contenuto nel mio portafoglio di jeans consunto per cercare qualcosa di adeguato da indossare e sembro un “il mostro della trippa nella steppa”, comunque. Ormai dovrò rimediare qualcosa con quel che ho, ergo passerò il pomeriggio alla Miccio, a provare mise che diano un esito quantomeno decente.

Quarto guaio, ieri stavo così male che ho dovuto mangiare un po’ di più, dove per un po’ di più intendo un piatto di carciofi lessi in più e un uovo sodo in più, ma avevo la nausea e mi girava la testa. E quindi la bilancia non scende, ovvio! Cerco disperatamente di illudermi. Mi ripeto che sarà colpa del ciclo, sarà che non vado in bagno da mercoledì, e stronzate simili. Cerco di illudermi, ma temo non ci sia niente da fare.

Quinto guaio, oggi casa mia pullula di ben di dio e tra un po’ comincia la trafila del parentado che passa per fare gli auguri e io devo intrattenerli. La trovo una delle pratiche più idiote e inutili del sud (che poi non so se si fa pure al nord), ma che senso ha? Insomma se vuoi DAVVERO andare a trovare qualcuno, ci vai quando ti pare e non a una festa comandata a dargli gli auguri di buona resurrezione! E poi mi distolgono dal mio pasquale programma di film (alla faccia di mia cugina che dice che “Non si devono vedere film a Pasqua”), libri,  prova abiti per Odisseo e depilazione con sottofondo punk rock anni ’70. Dico io, come si permettono a disturbare il mio denso programma di cotanta santa Pasqua!
Già è passata una trafila di parenti. Questi non li vedo mai, hanno il pregio di non fermarsi, di stare sulla porta a fare gli auguri a tutti e sgommare, il che non me li fa detestare come gli altri rompi-bocce di turno, anche se  la trovo una cosa inutile e mi lascia sempre un po’ basita, al punto che mi intenerisce: non lo so com’è che mi intenerisce, sono strana io, ma lo fa al punto che se altri parenti che si piantano lì li caccerei a pedate nel culo con anfibi chiodati, loro invece li inviterei a restare un po’, così almeno do un senso alla loro sortita. Il problema è che tendo a dare un senso alle cose e a fare solo cose che abbiano un senso. Ma qui tutti agiscono in maniera insensata, o meglio l’unico supporto di ragione che riescono a dare alle loro azioni è “si usa fare così quindi questo deve essere e questo è”. L’ho riscontrato anche mercoledì parlando con la mia cugina omonima- coetanea, le cose le fanno per forza di rodaggio, perchè sono stati programmati così. E sì ma non scassassero le bocce a me se poi mi sembrano tutti molto ridicoli e non sto con loro a menarmela.

Sesto guaio, le pastiere, ce ne sono quattro di là regalate a mia madre da quattro persone diverse e Dio non voglia che ce ne sia una fatta con la crema pasticcera che io a quella non resisto proprio e già sarà dura resistre a pranzo pasquale e dolciumi e uova di pasqua con le ovaie che ballano la rumba, figurarsi il resto!

Direi che mi fermo qui coi guai che è Pasqua e anche a i guai c’è un limite, a Pasqua.
Vi auguro ogni bene. Non vi auguro buona resurrezione, perchè mi sembra francamente ridicolo, ma vi auguro tutto il resto del mondo perchè gli auguri fanno sempre e solo bene (anche se te li fa un parente in visita forzata?) e se capitano occasioni per farli e riceverli, allora bisogna coglierla e basta, qualunque essa sia.
Vi auguro di divertirvi, dedicando questa giornata a voi e a chi amate se avete qualcuno che amate accanto. Vi auguro di scegliere la vostra Pasqua in barba a ogni borghese e limitato programma, vi auguro di essere vivi e ribelli che serve a questo mondo esser vivi davvero e ribelli più che si può, perchè c’è troppo conformismo e il conformismo è indice di una civiltà in declino.
Vi auguro di mangiare quello che diamine volete, di metter da parte diete e controlli, di farvi un dolce voi stessi e di coccolarvi, di essere liberi per questi due giorni almeno, voi che non dovete mirare a strappare a morsi un po’ d’amore tra 5 giorni.
Ve l’ho detto che vi auguro ogni bene….

D’altronde non ho mai fatto parte dei più

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Mi pare un quadretto esaustivo, vivacemente nerd, e comunque niente male, per riassumere la giornata di ieri. Mettetici anche un odioso vento di tramontana a gelarmi trippa e trappe e la disgrazia del mio bel cappottino verde militare irrimediabilmente distrutto (e qui aprirei una lagnanza lunga pagine e pagine su quanto mi stesse bene nonostante le trippe e le trappe e quanto si intonasse ai miei capelli castani/nocciola/miele/nutella/cioccolata e ai miei occhi nocciola e cioccolata anche quelli, perchè la cioccolata vive e vegeta ovunque, e comunque avevo detto che non avrei aperto la lagnanza sul cappotto distrutto quindi la pianto).

Tre dei su-fotografati libri, li presi due giorni fa alla libreria del paesucolo. Avevo sentito parlare dell’offerta scaccia-crisi della Newton Compton, ma l’avevo francamente snobbata. Prima di tutto perchè tra le case editrici, la Newton Compton non mi piace per niente: è  superficiale, le traduzioni fanno cagare, l’impaginazione, i refusi, le pubblicità di altri loro libri sul retro delle copertine… insomma mi danno un senso di sciatteria che inficia e distrae tutta la lettura. Non sono però nuovi a sconti e promozioni davvero ottime e quindi spesso ne ho approfittato anche io, come stavolta.
Prima di tutto perchè c’erano titoli che fanno parte della mia wish list da parecchio, ma ne ho sempre rimandato l’acquisto, po me li trovo a 99 centesimi, e Newton o non Newton, francamente non ho potuto resistere. Tali sono:

  1. Il ballo, Irène Némirovsky
  2. Le notti bianche, Fedor Dostoevskij
  3. L’arte di essere felici, Seneca
  4. L’arte della guerra, Sun Tzu
  5. Il tiranno di Roma, Andrea Frediani

Dei primi due c’era addirittura solo una copia, mi è andata bene. Quel che seriamente mi dispiaceva non aver trovato, era “Lady Susan” di Jan Austen, essendomi stranamente e completamente sconosciuto, visto che ho quasi tutti la bibliografia della Austen e che io sappia ha scritto solo sei romanzi, questo settimo non-so-ancora-che-cos’è, davvero mi ha tratta in fallo e non mi piace esser tratta in fallo, soprattutto quando si parla di libri, che per me sono come aria.
L’unica speranza stava nell’unica libreria della cittadina vicina, quando sarei andata al mercato del venerdì con the mamy and the sorcel. E andare a caccia di libri, sarà datato o patetico per i più, ma per me è quasi come Pasqua, Natale e la Befana insieme. D’altronde non ho mai fatto parte dei più…

Con una buona dose di spirito di sopravvivenza mi sono dunque allontanata dalla mamy e dalla sorcel, quando quest’ultima ha cominciato a inscenare una delle sue crisi isterico-minchione e sono andata in libreria, dove un aitante giovanotto sui 35-40 (aitante e carino, ndr), mi ha informato che per principio non aveva aderito alla promozione della Newton perchè le librerie non solo non ci guadagnavano niente, ma tra commissioni e trasporto oltre che tasse sui libri, ci rimettevano pure. Perchè avrebbe dovuto rimetterci?
Non fa una grinza, mi piacciono i principi e al suo posto, “diffusione o meno della letteratura classica e contemporanea a prezzo salva crisi” (questa la pubblicazione della promozione da parte della Newton), avrei fatto la stessa scelta.

Mi piaceva ‘sto tipo e allora mi sono messa a chiacchierare con lui e gli ho confessato che, da brava libromaniaca, più che all’offerta ero interessata a questo misterioso libercolo della Austen a me completamente sconosciuto prima di questa promozione. L’ha cercato sul motore di ricerca che connette le librerie alle case editrici e mi ha confermato che l’unica edizione mai pubblicata, è effettivamente questa. Eh sì, mica sono libromaniaca a caso io!
E questo l’ha colpito.
Sarà o meno libromaniaco anche lui, ma se gestisci una libreria e soprattutto se vivi ne Burundi letterario (e non), certe cose ti colpiscono punto. L’ha colpito perchè non ero interessata alla promozione in sè, ma al libro (mezza verità), e siccome l’ha colpito mi è andato a tirar giù un enorme scatolone ancora sigillato, contenente una tonnellata in libri dei 12 volumi messi in promozione dalla Newton. Mi ha preso una copia di Jane Austen e mi ha invitata a sceglierne qualche altro, ma non potevo nè volevo approfittarmi del suo buon cuore in barba ai suoi principi e allora ho declinato, con la bava alla bocca perchè avevo lì davanti “I racconti del terrore” di Edgar A. Poe che mi guardava lascivo.
Ho prenotato un libro che devo regalare a Odisseo e mi sono scordata ala ricevuta dell’acconto e dopo qualche ora lui mi chiama sul cellulare (glelo avevo lasciato per farmi avvisare dell’arrivo del libro, tutto qui…) e mi ricorda la ricevuta, assicurandomi che, potevo anche andarla a prendere, ma che non ci sarebbe stato comunque problema alcuno se avessi ritirato il libro senza di questa, di fidarmi di lui. E figurati se non mi fido!

Gli altri due li ho recuperati in una specie di cartolibreria (non ci sono altre librerie nel giro di non so quanti chilometri qui), che li aveva tutti, tranne Poe, guarda caso. Ho preso quella cagata de “Il diario del vampiro” di Sara Jane Smith per non prender nulla dopo tutta la fatica della ricerca e perchè francamente mi è ritornata la voglia di leggere del puro, sano, inutile trash, mi diverte sempre molto. E’ una delle mie stranezze più affascinanti, invero.

A questo punto la finisco di parlare di libri e mi limito a consigliarvi di fiondarvi in libreria (la promozione dura fio a fine Marzo o a esaurimento scorte) e acquistarne qualcuno, perchè 99 centesimi sono davvero niente, perchè a parte quell’orrido bollino con scritto 99 centesimi (che non si stacca!!! La Newton non si smentisce mai in quanto a kitsch), sono colorati e carini, non superano mai le 130/150 pagine e se non li avete letti, ci sono dei classici imperdibili come “L’Amleto” di William Shakespeare e “Il grande Gatsy” di Fancis S. Fitzgerald (non li ho presi perchè li ho già letti), oltre a tutti gli altri che ho citato nel corso della narrazione.
Per onore di cronaca e per dare un senso a questo poema che ho scritto, vi aggiungo gli altri titoli disponibili che non ho ancora citato, anche perchè francamente a me non interessano:

  • Il sogno e la sua interpretazione di Freud
  • I sotterranei della cattedrale di Marcello Simone.

I flussi di coscienza della ragazza col kiway rosso

Che chissà poi cosa pensa di lei la poca gente che è viva e vive alle 6.00 del mattino, incrociandola mentre corre o meglio, arranca (ma la vita non è un arrancare continuo?) per le strade il più possibile nascoste agli occhi della gente che vive, ma non può nascondersi del tutto perchè anche nelle strade più isolate del mondo, la gente che vive prima o poi ci arriva.
Chissà che pensa la gente che vive di questo barilotto che arranca, ricorperto da un kiway rosso più grande di almeno una taglia con la scritta “Ciampino calcio” perchè era del cugino di Ciampino, ma che ne sa la gente che la incrocia alla 6.00 del mattino? Magari pensa anche che è lei a giocare a calcio e che quel kiway è suo, non potrebbe essere più lontana dalla realtà la gente, ma è gente, che ne può sapere? La gente per definzione, non ne sa mai niente di niente, e quel che comunque è certo, è che non può immaginare che la ragazza che arranca alle 6.00 del mattino, fino a cinque minuti prima era sotto le coperte dalle 5.00 della notte a leggere Saramago, e neanche immagina la gente che vive alle 6.00, che leggere Saramago con la coscienza ancora ancorata ai fumi della notte, è come sovrapporsi a egli stesso che se ne va a spasso per Lisbona, allo stesso srotolarsi di pensieri che tracciano la strada come pietre luminose e lasciano dietro di sè le briciole di pane. A parte che la ragazza si deve accontentare del proprio ameno paesino che sì, sarà anche una piccola perla incastonata tra le colline e col mare per collana, ora che comincia a imporsi la primavera, nonostante la pioggia che la ricaccia indietro e il cielo che bigio era e bigio resta, ma le onde sono ordinate e affusolate ormai, non tormentate come lei e il mare è, non si sa come, cristallo e le viole e le pervinche e le mimose spruzzano ovunque, e che sì, sarà anche bello così l’ameno paesino, ma non è proprio Lisboa, la bella, decandente, Lisboa, dove si incontrano tutti i sud del mondo, mentre qui c’è solo questo sud, quel povero e chiuso sud ionico. Ma tant’è che Saramago se ne va per Lisboa sospinto dai suoi flussi di coscienza, e lei lo lascia sul comodino, e a sua volta se ne va sospinta dagli stessi flussi di pensiero, che non può proprio farne a meno di essere Saramago per un po’ e di pensare come lui perchè se si attiva il flusso, ti prende e non ti fermi più. Ma se ne va la ragazza, per la sua di Lisboa, chè tanto è dove siamo noi, ognuno di noi, che è il centro del mondo e non c’è un centro assoluto. E quindi la ragazza è ora al centro del mondo e arranca, per ben venti minuti di corsa non pensando che sono solo 16 i giorni che mancano a Odisseo e pensandolo nonostante tutto, che non è che non lo sa che è per lui che si spompa ogni mattina, ma quel briciolo di amor proprio quantomeno le impedisce di ammetterlo, e col vento che alza il kiway rosso troppo grande, come fosse una sottana che svela pudori poco celati, e con le prime gocce che toccano terra (sì, solo questi sono ormai i suoi amici e confessori), se ne ritorna all’ovile per sovrapporre di nuovo i suoi pensieri a quelli di Saramago senza confessargli però che vorrebbe essere lei a Lisboa e invece no, è qui e non sa che fare della propria vita in questa attesa spasmodica, ansiogena e arrancante in cui è costretta chissà per quanto chissà per come, in attesa che la sua vita inizi.

Eh no, proprio non lo possono sapere tutto questo, le persone che vivono alle 6.00 della mattina e incrociano la ragazza col kiway rosso, che arranca per le strade più nascoste di quella che non è Lisboa.

All’università del terrore

E’ un’ora che sto davanto alla pagina bianca e cicischio. Bevo un po’ di caffè, sfoglio i quotidiani on line e “l’habetis papam” è la notizia del giorno anche sul mio amato New yorker quindi chiudo anche la pagina del mio amato New yorker e risposto un po’ il cursore sulla pagina bianca di WordPress, ma poi mi butto su qualche recensione letteraria scritta da un paio di “lettrici” che conosco, così tanto per farmi molto, molto male, perchè tra quelle che conosco le “lettrici” in questione … be’ diciamo che non la pensano come me e soprattutto non la scrivono come me. Diciamo.
Prima o poi finirò questo caffè, prima o poi finirò le pagine che conosco su cui cincischiare e comincerò a scrivere del mio rapporto con l’università. Prima o poi devo farlo. E prima o poi è oggi.

Ancora no. Tra un po’…

Diamoci un taglio.
Ho quasi trent’anni, non serve Sherlock ( parlo di Sherlock il mio amato, quello del telefilm, non tanto quello dei romanzi di Doyle) per capire che sono molto in ritardo con l’università e che quindi qualche problema di fondo c’è. Perchè anche se avessi un QI inferiore alla media, una cavolo di triennale l’avrei arraffata per quanto difficile e scadente sia la mia, ma diciamocelo, si laureano cani e porci (intellettivamente parlando), anzi sembra che questi riescano a salire la china universitaria più facilmente che altri.
Quindi il problema c’è e persiste nella mia vita a prescindere dall’università che ne è stata investita e forse l’ha reso particolarmente manifesto.
Inutile, nessuno lo capisce. Gli altri non capiscono e sottolineo “gli altri” con l’intento sfacciato di conferir loro le sfumature tremebonde e misteriose dei “cattivi” di Lost.
Gli altri sono tutti, tutti quelli che NON hanno avuto, per un motivo o per un altro, un tremendo blocco nella propria vita e che questo abbia coinvolto l’università.
Gli altri sono le frasi fatte sciorinate a iosa sulla questione, – mamma quante ne ho sentite! – e sempre dalla stessa gente, gente che la questione non è in grado di sfaccettarla nè di discettarci sopra. Questioni come “non studia”, “perde tempo”, “si trastulla”, “e che ci vuole a finire”, “ma che ci vuole”, “ma pensa a tua madre”, “ma non ti vergogni”.
Chiunque affronti la cosa da questi punti di vista beceri e populisti, non ha capito niente.
Certo che mi vergogno, mi dilanio continuamente per non essere riuscita a sedermi agli esami nonostante avessi studiato, per essermi chiusa un anno in casa a ingrassare come una scrofa nel vero senso della parola perchè mi rigiravo tra i miei peccati e le mie mancanze, per non riuscire ad affrontare la cosa, per essere sottoposta continuamente a una sfilza di proioettili di pareri sull’università che mi hanno pian piano dissanguata e uccisa, per essere arrivata al punto di non riuscire ad accedere alla segreteria studenti e scaricare la domanda di fine corso perchè non riesco a respirare se lo faccio.
Che diavolo vi credete, imbecilli, che non sia stanca e che non sia un chiodo fisso per me? Che non mi faccia sentire una merda anche se “lo diaciamo per il tuo bene”?
Che non ci sia un blocco se sono dieci anni che sto qua?

Quando mi iscrissi dovevo andare a Roma, ma mio zio mi disse “E che fai? lasci tua madre da sola?” e allora rimasi qua, e lo sapevo che era un errore, ma ero buona, ero tenera, volevo FARE LA COSA GIUSTA. Peccato che non era la cosa giusta PER ME, ma non è mai importato a nessuno quale fosse la cosa giusta per me.
Io ci sto provando a spiegare perchè sono bloccata con l’università, perchè ho attacchi di panico ogni volta che apro un libro, perchè non ho smesso o cambiato facoltà, ma non ci riesco. Non riesco a spiegare perchè l’ultimo esame l’ho dato dopo 6 volte che ci andavo senza riuscire a farlo, nè perchè mi fa stare tanto male quel sistema. Non riesco. O meglio lo so perchè, ma descriverlo è impossibile.

Io ho perso mio papà quando avevo 9 anni. Questa non è la giustificazione a tutti i miei guai e le mie manchevolezze, ma ho studiato abbastanza psicologia per sapere che se eventi drammatici colpiscono i bambini in certi momenti delicati dello sviluppo – che non a caso si chiamano “fasi critiche” – e le situazioni di stallo non vengono espletate e riprese dagli adulti, permettendo così al bambino di risolverle, queste diventano cancerose per lo sviluppo naturale, affettivo e sociale, favorendo l’insorgere di disturbi della personalità, dell’alimentazione, insicurezza e senso di inadeguatezza ecc ecc…
Sono stata da una psicologa e non ho risolto molto, ma mi ha chiarito alcuni stalli della mia vita, che comunque non sono il tema di questo post quindi la smetto.

Martedì sono dovuta salire in biblioteca per rinnovare il prestito dei libri che mi servirebbero per la tesi (ferma da mesi).
In ogni punto, a ogni passo, in ogni momento o settore del campus, faticavo a reggermi in piedi e l’unico chiodo fisso era correre, scappare, cercare un posto dove respirare.
Mi sono trovata impantanata di nuovo in tutte quelle situazioni che ho vissuto un sacco di volte quando frequentavo le lezioni, l’isolamente, vedere gli altri sereni e perfettamente consci di quello che stanno facendo, di quanto siano GIUSTI e io SBAGLIATA in confronto per non essere così liscia come l’acqua di un torrente che segue il percorso stabilito. Se guardo a quel periodo, mi rivedo davanti al mio scaffale di narrativa preferito in biblioteca, uno dei pochi posti in cui scordavo tutto e respiravo.
Ecco perchè mi sono fiondata lì, martedì, sotto una gelida pioggia-neve, rischiando di rompermi il collo correndo pergli scalini gelati, ho superato tre biblioteche per raggiungere quella più in alto, dove c’è il mio scaffale., ho buttato l’ombrello in un angolo, ho chouso la borsa nell’armadietto e ho percorso con una fretta angosciosa scaffali e banconi, stidenti e labirinti di libri, per arrivare a quell’angolo isolato nella biblioteca di economia (eh sì, il mio scaffale preferito non è nella Biblioteca umnaistica, piena di narratva, pensa un po’) che ospita la Narrativa contemporanea.
E sì, una volta lì, ho respirato di nuovo.

 

“Ti devi solo vergognare” ma però

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Ma però sono riuscita ad alzarmi alle 6.00, con tutto l’esoso peso della mia vergogna, la mattonella di cemento che persiste per cielo di cui sopra avete uno stralcio, e andare a correre dopo la disastrosa giornata di ieri. In cui non solo non ho corso, ma sono andata a dilaiarmi all’università, per poi tornare a casa ed essere ancora un tantino rosicchiata e scorticata dalla mia cara progenitrice. Eh sì sì, le conosco già tutte quelle frasette che inneggiano all’amore nei confornti della madre semper et in omne tempus, ma questa è una cronaca e tale è, posso farci ben poco e lo farei se potessi, credetemi.
La corsa non solo prosegue ma oggi sono anche riuscita a incrementare un tantino la durata che da 12 minuti di corsa è slittata a 17 minuti (no dico, diciassette minuti!), sempre intervallati dai due minuti di camminata, però.
Ma c’è di più: sono riuscita a raggiungere la seconda fase del percorso che sto seguendo che prevede due minuti di corsa e due minuti di camminata per sei volte e oggi l’ho fatto per la prima volta e ci sono riuscita! E poi per recuperare la mancata corsa di ieri, sostituita fa flagellamento mono e plurimo, ho corso qualche minuto in più (sempre intervallati) e sono arrivata a 17 minuti!
Ok, qualcuno dirà: capirai! E mi trova d’accordo sul “capirai”, in realtà non è niente di che davvero. Ma considerato che all’inizio della settimana scorsa non potevo correre un minuto senza sputare un polmone e farmi venire una sincope al cuore, per me è davvero tanto e mi fa ben sperare per il futuro, magari riuscirò a correre di più e a dimagrire.
Sì perchè, presa dall’entusiasmo mi sono pesata, rompendo la promessa di farlo solo la domenica e non solo il peso non scende, ma pare addirittura salito. Posso solo sperare che non sia una buona idea pesarsi subito dopo la corsa, forse i muscoli sono in pompa e quindi più grossi o forse mi sono riempita di acqua per reintegrare i liquidi persi, o che diamine ne so, ma spero sia così sennò tutto questo entusiasmo andràa  catafottersi ben presto.

Quindi no, non è che io smetta di vergognarmi, non sia mai, ma il fatto che stia agendo, anche se non un campo apparentemente non collegato all’univerasità che è quello dell’attività fisica e del desiderio di dimagrire, è tantissimo per me. Fiono a qualche mese fa la mia reazione sarebbe stata di pianti inconsolabili, di ansia e oppressione ancor più dilanianti dei precedenti attacchi, di fughe al supermercato e al McDonalds per riempire la borsa di schifezze, di porte sprangate e luci soffuse nella stanza, di film e telefilm scaricati e di me che mi abbuffo fino a vomitare. Andare a correre, per quanto non si sa ancora se serva o meno, è una reazione decisamente meno deleteria, tutt’altro direi.
Forse Paolo fox non si è bevuto del tutto il cervello visto che mi ha messo al primo posto questa settimana e fino a oggi è stata invece un tormento. Magari ci riprendiamo, siamo solo a mercoledì dopotutto,magari combinerò qualcosa. Per ora tutto quello che desidero fare è aspettare che l’umore del mio mare scemi da “incazzato nero” a “leggermente incaponito” e possa così spaparanzarmi sulla spiaggia con una caterva di libri da leggere, la mia moleskine metti che mi viene voglia di scrivere e un bidonata di caffè e cappuccini nelle confezioni americane. Tutto molto poco produttivo, ma almeno reingrano con la lettura.

Ora volevo soffermarmi ancora un po’ per parlare della mia situazione universitaria, ma un’ambulanza si è appena fermata davanti al mio palazzo, quindi corro a vedere che succede e incrocio le dita che non succeda niente.

La mia vita da semi-nerd

In quel di gennaio 2013, quando questo blog ebbe gli albori (vedremo se nefasti o meno, ancora non so), che non sono neanche due mesi fa ma sembrano piuttosto cinque anni fa, scrissi che il fine ultimo di questo blog era quella di espiare le mie magagne e così iniziare a vivere alla veneranda età di 29/30 anni.
Oggi è il 10 marzo corrente anni e la mia vita è iniziata così bene da aver passato la Festa della donna a casa, sola, a mangiare patate lesse senza condimenti a mo’ di Torta mimosa sciapita, a leggere Harper Lee e Raymond Carver e rivedere gli episodi di Welcome to Twin Peaks. Molto figo eh, tutta vita.
Ora, precisiamo. Non che me ne freghi una mezza cippa della Festa delle donne. In realtà non sono neanche contro la Festa delle donne per tutte quelle ragioni che paiono sciorinare tutti in coro in queste occasione (la festa della donna è tutti i giorni, è solo una pratica consumistica, va di moda, ecc ecc) di cui in non me ne frega mezza cippa tanto quanto della Festa della donna. Ma per me è una ragione per festeggiare non meno imbecille del Natale e compagnia festante, quindi non vedo perchè debba ssere bistrattata una ragione come un’altra per festeggiare e per mangiare dolci. Soprattutto per mangiare dolci. Tutta questa gente che bistratta le feste dove ci sono dolci, proprio non la sopporto io. Non perchè sia una fan Torta mimosa nella fattispecie, tant’è che me ne sono inventata una variante alla crema alla cioccolata bianca e pan di spagna al caffè pensa te perchè tutta quella roba all’ananas non me gusta mucho, ma comunque è una torta, non si scherza con le torte! Ricordate i comandamenti? E’ eresia non santificare le feste TUTTE, non solo quelle cattoliche, quindi mosca e santiificate le feste e magari inventavene delle altre religiosamente dopo il 5 aprile (incontro con Odisseo, ndr), che io mi invento i rispettivi dolci e me li mangio pure.
Sì se non fosse chiaro ho necessità impellente di dolciumi. Ma tengo duro sennò tutta questo correre strascicato non mi serve a una mazza.

Dicevo, che la mia vita non è iniziata perchè mangio patate lesse quando dovrei essere fuori a vivere un po’ e invece esco neanche per santificare le feste, e neanche i sabati.
Sono uscita però di domenica, come le vecchie.
Sono andata a una specie di mercato dell’antico e c’ho guadagnato degli orecchini di pizzo bianco che mi ha regalato un’amica di mia mamma. Tutto figo quanto un ermellino morto.
In tutto ciò, ecco il momento in cui anche la miseranda vita di Calipso raggiunge strordinarie vette. Peccato che siano il massimo della non figaggine, più sotto sponda nerd (capito, Grimilde?!).
Prima di tutto, tra la robaccia del mercato c’era una mini-bancarella di libri (nell’ameno paesucolo!) praticamente nuovi a 1.00 euro e credevo fossero cagate inutili, invece spulcia spulcia era pieno di libri splendidi e ci sono rimasta un’ora a spulciare (nell’ameno paesucolo!). Peccato che la maggior parte li avevo letti, ma ce n’erano anche un buon numero che stalla nella mia wish list da che vivo e ne ho presi solo due perchè sono uscita solo con due euro ecchenesapevo io che nell’ameno paesucolo c’erano cose a me affini come i libri? – quindi spero che tra due settimane torni il mercato in questione con la minibacarella in questione che magari esco pure volentieri (nell’ameno paesucolo!).
I libri che ho preso alla fine sono due raccolte di poesie: Antologia di Spoon river di Lee Masters e Poesia di Percie Shelley che è una vita che voglio leggere ma ho sempre rimandato.
Quindi questi sono i prossimi libri che leggerò dopo Il buio oltre la siepe e Cattedrale. In realtà io vorrei parlare anche qui delle mie letture e buttarci giù qualche recensione o mio sfogo libraceo-letterario, è che non so quanto c’azzecchi col blog, quindi esito.

Per tornare alla mia fase nerd, per chi non la conoscesse I segreti di Twin Peaks, prima di tutto si vergogni, dopo di che vada a guardarlo immediatamente! E’ una serie di sole due stagioni del 1990, è del regista David Lynch ha un cast spettacoloso ed è un misto di giallo, mistery, noir, adventure, thriller, horror, teen drama, satirico è tutto quel cavolo di telefilm e ora forse la ABC mi fa la terza stagione dopo  venti anni e magari! Perciò sto cercando di rivederlo, e anche perchè sono una misera e inguaribile nerd.

Morale della favola dopo tutte queste digressioni inutili, è che la mia vita da seminerd è ferma che neanche prima di iniziare a scrivere il blog era e che quindi devo darmi una cazzo di mossa.
Fine.

Digressione

Chiedi alla polvere e polvere ti sarà data

“E c’è una ragazza ingannata dall’idea che felici fossero quelli che si affannavano, e voleva essere dei loro”

Mi sono svegliata con la voce di Gaber nelle orecchie che diceva che non piove mai quando ci sono le elezioni, per scoprire che non solo piove, ma piove polvere.  La polvere fina e nera, pura e impalpabile del deserto o dei vulcani, non lo so, ma potrebbero essere entrambe.
Certo è che non sto in Sicilia col suo Etna eruttante, nè nell’Africa del Sahara, ma io l’ho chiesta la polvere e mi è stata data.
Ho dormito col pc acceso, il suono della ventola graffia ormai nella mia testa come il più dolce dei balsami. Ho tenuto acceso youtube, neanche un telefilm, perchè il telefilm sarebbe finito e io avevo bisogno che qualcuno parlasse ininterrottamente, mi tenesse compagnia senza chiedere niente in cambio da parte mia.
Ho caricato una serie di video in rotazione e no, non c’era Gaber tra questi, ma una ragazza che faceva recensioni di libri, recensioni piene di frasi sceme e salamelecchi così inutili da fare accopponare la pelle a un bambino di quattro anni. Ma mi rilassa, vedere quanto possa essere facile la vita, senza pensieri troppo profondi o ragionati, lei che non si vergogna di essere esattamente quello che è, la placidità della sua stanza mentre risponde alle domande cretine che pare si passino tutti questi videomaker della letteratura yotubbiana.
Ha funzionato perchè il mio cuore si è calmato e ho dormito un po’.

Poi Gaber e sono andata sul balcone della mia stanza, alle 6, in pigiama, per vedere se avesse ragione e dirglielo. Ma il cielo è grigio, oggi, e l’unica nota di colore sono i fiori fosforescenti che fiocchettano il prato davanti casa, in una primavera stentata e ancora troppo vergine per imporsi alle nuvole. C’era un velo tra me e il mondo e c’ho messo un po’ a capire che era polvere, quel velo. Polvere nera che copriva tutto, copriva l’aria il balcone il prato le auto i lampioni, s’intrappolava nelle trame di pail del mio pigiama, come se il beige e il rosa fossero troppo teneri per poter essere miei, non appartenenti a un mondo che odia i colori pastello tanto quanto odia me che li vesto.
No,  il nero delle eruzioni e dei vulcani, la polvere del deserto e del fuoco, del centro della terra e del buio, è  il colore di questo Mondo, la polvere che ottunde la testa e si incastra nei polmoni per non farti respirare mai completamente libera, ma solo  quanto basta, costringendoti a essere quel che serve e nient’altro.
Se vuoi viverci in questo Mondo, è di quel nero che devi vestirti, giusto, polveroso nero, acromatico, ctonio, di fuochi ormai spenti. La polvere mi ricopriva piano, come avesse tutto il tempo del mondo per imporsi lei, non deve correre e affannarsi, lei, e io guardavo ogni granello scendere e velarmi, rendermi uguale alle auto ai fiori gialli al prato e ai lampioni.
Sono stata lì per venti minuti a concederle di coprirmi, senza pensare al freddo grigio delle albe di febbraio e al silenzio vuoto della domenica mattina. Perchè quella polvere, questa polvere, è la risposta alla mia preghiera. E’ la polvere che io ho chiesto.

«Cosí l’ho intitolato Chiedi alla polvere, perché in quelle strade c’è la polvere dell’Est e del Middle West, ed è una polvere da cui non cresce nulla, una cultura senza radici, una frenetica ricerca di un riparo, la furia cieca di un popolo perso e senza speranza alle prese con la ricerca affannosa di una pace che non potrà mai raggiungere.
E c’è una ragazza ingannata dall’idea che felici fossero quelli che si affannavano, e voleva essere dei loro». – Chiedi alla polvere, prefazione, John Fante

Video

Dei sabato sera, ovvero de la gente che sta in piedi senza i libri di Tom Wolfe (in un pub)

Ieri sera sono uscita e mi sono ricordata perchè non esco mai da queste parti.
Ok, passare un po’ di tempo con le mie amiche non mi dispiace mai, il problema è il contesto privo di qualsivoglia scintilla in grado di accendere qualsivoglia neurone. E con qualsivoglia neurone intendo “uno-a-caso-dei-miei-neuroni”, perchè quelli dell’altrui gente paiono accendersi benissimo e rifulgere inestinguibilmente.

Da ragazzina  pensavo che crescendo le cose sarebbero cambiate, ma questo non mi ha mai impedito di sentirmi una stupida non in grado di essere me stessa di divertirmi lì con tutti, e in definitiva di sentirmi un’asociale.
Bello constatare che alla soglia dei 30 anni le cose non sono cambiate, proprio bello, ma proprio proprio bello! Che sono la stessa asociale complessata di allora, ah …non sapete quanto sia stato bello e speciale sentirmi dannatamente fuori posto! Strano però che questo pensiero affiori solo quando esco da queste parti: perchè il mio paese e le cittadine della mia adolescenza mi fanno sentire una minorata, davvero non lo so, al punto che non posso neanche più lavorarci qui! Uno psicologo ci farebbe i soldi con me…

Ma tutte queste sono spleculazioni tratte dal mio punto di vista e potrebbero essere falsate, per stabilire se sono solo scema o un’asociale vera o se sono tutti pallosi, dobbiamo far un rapido elenco dei fatti. Rapido, che domenica o no, asociale o meno, Calipso qui deve studiare.

Dunque, prima siamo andate a mangiare la pizza in un pub bellino ma angusto, e per angusto intendo che è più grande la mia stanza nonostante quello sia stipato di bancone e tavoli e senti senti, televisioni. Mi sono chiesta a che diavolo servano quattro televisioni in una stanza grande quanto un bagno, e un millesimo di secondo dopo, le urla belluine mi hanno illuminata: partite. Quel pub bellino è un ritrovo per partitari.
No, mi correggo: tutti i pub bellini o bruttini, piccini o picciò, pizzerie, rosticcerie, messicani, arabi e neozelandesi, tutti sono stramaledetti ritrovi per partitari, qui. Ed ecco quindi cena più spettacolo, uno spettacolo rivisto mille e mille volte e condito dei più tradizionali e beceri clichè del folclore partitaro:
– alla mia destra un paio di buzzurri che rovesciavano boccali di birra ogni volta che la palla rotolava;
– alla sinistra la créme della créme: ex compagno di liceo (e pensare che l’avevo sognato ieri notte!) che mi fissa come allocco e sciorina frasi fatte una dopo l’altra insieme al suo gruppo di cicisbei, e fa il gallo cedrone con le galline del cicisbeiato, del tipo “ha fatto la cresta al palo”, “oh se io dico che vince, vince”, “eh…mi dicono tutti che potrei fare il filosofo, mi chiamano Zarathustra!”. E io che cercavo di ignorarli con le mie di chiacchiere che non vinceranno l’oscar, ma il cicisbeiato lo surclasso. Non fosse che eravamo appiccicati tutti insieme come in una grande orgia…;
– dietro di me le puledrine anti-juventus, (il che significa milaniste o interiste non vi pensata a niente che denoti una forma anfibia di personalità), che urlavano gaianti a ogni goal dell’altra squadra (ammesso che goal ci siano stati perchè non ho alzato lo sguardo verso lo schermo neanche una volta, quindi possono essersi aggrovigliati tutti in un’amplesso collettivo per quel che ne so…), insomma un vero attentato in acuti al mio padiglione auricolare e da lì al sistema nervoso centrale tutto. Il che mi ha fatto pensare, come se pensare fosse lo scudo anti-cazzate-strillate, e una teoria affascinante sul perchè io non mi sono mai trovata bene con nessuno qui, ha iniziato a formarsi: “siccome vivere continuamente in questo delirio di cazzate ti rende cazzone, poverini, non hanno scelta su cosa essere “. La conclusione della brillante teoria: “quindi sono tutti stupidi tranne me“. Mi piace ovviemente, io ne esco bene e  non capita in nessun’altra teoria, che io ne esca bene;
– davanti a me il gruppo dei sofisticati borghesi in cravatta (in un pub) con puzza elegantemente sotto al naso (in un pub) e atteggiamento da uomini e donne vissuti e vissuti con classe (in un pub) a guardare attenti e silenti lo schermo per poi commentare con sussiegosa competenza qualsiasi sbarbamento abbiano visto sullo schermo, seguito da risolino compresso alla battuta composta (in un pub).

In realtà tutto questo l’ho immagazzinato, ma c’ho prestato ben poca attenzione perchè non vedevo le mie amiche da Natale e ci siamo divertite. Finchè non siamo andate nel “pub” numero due, che tutti continuano a chiamare “pub”, ma se quello è un pub io sono Reese Witherspoon. E io non sono affatto Reese Witherspoon.
A me dispiace, le mie amiche volevano che mi divertissi e volevano farmi conoscere i tipi che piacciono loro, ma andare in un posto in cui non si può parlare perchè la musica da discoteca (in un pub) è troppo alta e devi strillare, e in cui ti mettono il timbro sulla mano quando esci per consentirti di rientrare come fossi una marca da bollo (in un pub), non è il genere di posto che io chiamo “pub” e che mi piace. E’ invece il genere di posto in cui mi trovo tremendamente fuori luogo e rimpiango i libri Tom Wolfe (non so perchè proprio Tom Wolfe, ma quando finisco in questo genere di posti, mi trovo a dannarmi l’anima per non essermi portata dietro un libro di Tom Wolfe).
Funziona così nel “pub” numero due: prima si sta tutti compressi su due poltrone, uniche nella sala, si parla di scommesse e di calcio, poi si passa nell’altra stanza a sentire qualcuno parlare di scommesse e di calcio, poi tolgono anche le due poltrone e alzano la musica cosicchè tutti possano stare in piedi col cocktailno in mano e non si sentano più a vicenda qualora venisse loro un’improvvisa necessità di parlare di scommesse e di calcio, ma tanto c’è il televisore che non si sente e che parla di scommesse e di calcio, l’apice arriva quando si fa la fila in bagno e la finta ragazzina (avrà avuto 35 anni) salta la fila per il bagno delle femminucce e va in quello dei maschietti, salvo trovare la porta chiusa perchè occupato, il che scatena forsennate risa da parte degli astanti; poi si torna di là dove il precedente branco di cretini (in piedi) ha iniziato a dimenarsi come cazzoni (in piedi).
A quel punto sono andata a farmi una birra e a rimpiagere Tom Wolfe in un angolo, salvo poi pensare alle mie amiche contrite a causa della mie stranezze, che comprendono il non voler parlare di scommesse e di calcio e il voler stare seduta, pensa pensa, il che mi ha fatto sentire (giustamente) un’acida zitella asociale e sono tornata lì, in piedi, nel branco di gente in piedi a essere una cretina che tanto tutto fa brodo e l’uomo non è un’isola (ma la donna sì, visto che “isola” è femminile, ma lasciamo perdere) ecc ecc…
Sì, uscire il sabato sera è fenomenale, mi chiedo perchè non lo faccia più spesso.
Però, per essere un’acida zitella asociale sono simpatica, perchè quando stavo andando via (c’è un limite di sopportazione quando stai in piedi a non fare niente, sappiatelo), ho detto al tipo col timbro all’uscita che mi aveva già marchiata come una mucca e tutti si sono sganasciati dalle risate. Boh. Non volevo fare dell’ironia, ma contenti loro, almeno ridono…

Mi spiace di essere così, ma sono così e io lì dentro non ci torno più.
Se poi mi passano sotto banco un libro Tom Wolfe

L’abisso tra il colore e il bianco e nero

Il pail dai colori vivaci compensava il bianco e nero della ragazza, avvolgendola come in un bozzolo impressionista. O era un sudario futurista?
No, non era un sudario. Non era morta, non ancora, perchè quando il cellulare smise di gracchiare e attese, speranzoso e silenzioso, una risposta, la ragazza rantolò un “Mmh mmh” di diplomatico assenso. Era rivolto più al soffitto che al cellulare, ma siccome la voce non poteva vederla, riprese soddisfatta il suo gracchìo: “…gracchi gracchi gracchi e tua mamma mi ha detto che stai sempre chiusa e non combini mai niente, quindi ti ho chiamata perchè gracchi gracchi gracchi…”.
“Mmh mmh” annuì la ragazza al soffitto e si chiese come potesse farle così male la mano, stringendo solo del morbido pail. Staccò gli occhi dal soffitto, che tanto il soffitto non poteva vederla, e guardò le dita danzare fameliche sui colori per non lasciarli scappare via.

Tua madre ha detto che non combini mai niente” sentiva la ragazza, al posto dei gracchii.
Allora posò il cellulare, che tanto la voce non peteva vederla, afferrò On writing di Stephen King e rilesse quelle righe: “Il suo sostegno fu costante, una delle poche cose buone che posso considerare gratuite …Scrivere è un’occupazione solitaria. Avere qualcuno che crede in te fa una grande differenza”.

La ragazza pensò all’abisso che separava “Tua madre ha detto che non combini mai niente” da “Il suo sostegno fu costante, una delle poche cose buone che posso considerare gratuite …Scrivere è un’occupazione solitaria. Avere qualcuno che crede in te fa una grande differenza”, e lasciò scivolare Stephen King nell’abisso, per vedere quanto questo fosse profondo. “Tanto quanto i colori sono lontani dal bianco e nero” constatò, mentre la voce gracchiava ancora, ma siccome quella non poteva vederla, la ragazza disse solo: “Mmh mhh”.
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C’ero una volta io…

Ieri non ho scritto sul blog, prima volta da quando l’ho aperto e la necessità di ottemperare a tale mancanza mi brucia sulle dita come il prurito dello scrittore quando troppe idee e sensazioni gli lievitano dentro e deve vomitarle fuori, articolarle in parole prima che diventino plutonio radiattivo e gli ammorbino sangue e ossa irrimediabilmente.
E la cosa mi piace. Molto
Mi fa sentire tremendamente simil-scrittrice e quindi tremendamente figa e a chi non piace sentirsi tremendamente figa?
E poi mi piace perchè qusto blog cresce, perchè il mio progetto per rinascere continua a essere in auge e anche se stenta e latita in altri settori, qui continua a perdurare e se perdura da qualche parte c’è speranza che contamini gli altri settori-della-mia-vita.

Uno di questi Settori-della-mia-vita è quello delle recensioni. Ne ho due arretrate, assegnatemi da un sito letterario con cui collarboro e ancora non sono riuscita a scriverle. Odio questi blocchi perchè sono così simili a quelli che subentrano con lo studio e l’università: prendo il libro da studiare, il tempo di leggere qualche riga e la vista si annebbia, le voci di accuse e gli insulti di inadeguatezze si rincorrono nella mia testa, l’aria gratta contro la mia gola finchè questà si occlude per proteggersi e io fatico a respirare. Solo staccarsi da quei dannati libri e fare qualcosa che distragga completamente la mia testa da questi pensieri tenebrosi, riesce a chetare i demoni ulranti e graffianti. E per farlo devo concentrare completamente, ossessivamente quasi, la mia mente su qualcosa di totalitario e potente, che non lasci spiragli altrimenti i demoni imperversano e io finisco col ricadere nei soliti atti autolesionsisti. Quindi leggo o scrivo o mi metto a imparare una lingua o vedo un film o mi distraggo leggendo blog e storie di persone interessanti.
La psicologa, a suo tempo, mi disse che questo capita perchè l’ansia e i pensieri brutti, tendono a essere preponderanti rispetto a tutto il resto e siccome la nostra testa riesce a concentrarsi per bene solo su una cosa alla volta, questi mi impediscono di studiare, respirare e vivere. Bello. Molto bello.

No, scherzo, non è una bella situazione perchè oltre allo stato di malessere che è uno schifo proprio, non mi consente di andare avanti nè di fare un beneamato cavolo.
Il problema come dicevo è che ha coinvolto anche altri aspetti oltre allo studio, come lo scrivere recensioni e questo non è che mi secca, mi fa proprio incazzare di brutto! Devo porvi rimedio e l’unico modo che ho trovato per tentare di sbloccare questo aspetto e di isolarlo dagli attacchi di…. non-respiro, è quello di rispolverare la mia vena critica su scrittura e sulla narrativa.

Una nuova parte di Calipso questa – Calipso la Critica- che ancora non avevo avuto modo di affrontare da queste parti.
Tutto parte dalla mia passione per libri, scrittura, parole, che altro non è sono se non un’estremizzazione del mio desiderio di vivere sensazioni sempre forti e varie che ben si connubia con la mia passione per le belle storie, e cosa può soddisfare questa fame di emozioni e storie meglio dei libri? Niente.
Per questo leggo come una dannata fin da quando ho imparato a leggere. Non ero consapevole allora, che questa tendenza era sintomo di una mia latente diversità rispetto ai miei coetanei-compaesani, era solo uno dei tanti modi che avevo ideato per sognare, per avere sempre più elementi per poter sempre più sognare, insieme ad altri strumenti che usavo per ottemperare a queste necessità, come i giochi di ruolo, come i fumetti, come i cartoni animati, come lo stare a fissare un’immagine per ore per cogliere tutti e dettagli e riviverli nella mia immaginazione, come la fissa di farmi raccontare le vite degli adulti che reputavo più interessanti bombardandoli di domande per ricostruire le loro storie e potermi calare nei loro panni, come l’andare per prati a cercare tracce di fate e gnomi o risalire i fiumiciattoli con quei poveri malcapitati di bambini che giocavano cone me, etcetera etcetera.
Sì, ero una bambina anomala e un po’ matta, e sapete cosa ho realizzato or ora raccontando queste anomalie? Che io ero da bambina, in potenza e in minima parte quello che sono ora, nel bene e nel male, a tutto tondo!
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Comincio a credere che quel che siamo, nasca inevitabilemnte con noi e si formi con noi. Può essere incrementato o stroncato, può essere nutrito o snobbato, ma siamo quel che dobbiamo essere e quello diventeremo: per quanto la vita possa vomitarci merda addosso o farci modificare la rotta, molto di quelc he siamo è già dentro di noi quando nasciamo e si può notare fin dal bozzolo tenero e rosato di dell’espressione “tutta la vita davanti”. Che questa rivelazione sia un conforto o una minaccia, non saprei dirlo.

Detto ciò, questo post doveva essere un esempio della mia passione per al critica letteraria e di come questa mi riesca discretamente rispetto a ogni altro aspetto della mia vita – forse perchè si accomuna perfettamente alla mia lingua tagliente, alla mia sincerità e al mio discreto gusto letterario-, nonchè un patetico tentativo di trovare la spinta a scrivere le mie recensioni. Un bellissimo progetto di post in cui avrei citato frammenti di letteratura/scrittura che non mi sono piaciuti e li avrei massacrati per sollazzo. Invece, niente di tutto ciò è stato, mi ritrovo per le mani uno spaccato della mia esistenza, ma chi sono io per impedire a un post di essere quello che vuole?
Nessuno.
Quindi per ora vi beccate questo, poi torno e me la spasso un po’ ad analizzare e fare a pezzi qualche malcapitato scritto/scrittore o presunto tale.
Buon appetito

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