Dei sabato sera, ovvero de la gente che sta in piedi senza i libri di Tom Wolfe (in un pub)

Ieri sera sono uscita e mi sono ricordata perchè non esco mai da queste parti.
Ok, passare un po’ di tempo con le mie amiche non mi dispiace mai, il problema è il contesto privo di qualsivoglia scintilla in grado di accendere qualsivoglia neurone. E con qualsivoglia neurone intendo “uno-a-caso-dei-miei-neuroni”, perchè quelli dell’altrui gente paiono accendersi benissimo e rifulgere inestinguibilmente.

Da ragazzina  pensavo che crescendo le cose sarebbero cambiate, ma questo non mi ha mai impedito di sentirmi una stupida non in grado di essere me stessa di divertirmi lì con tutti, e in definitiva di sentirmi un’asociale.
Bello constatare che alla soglia dei 30 anni le cose non sono cambiate, proprio bello, ma proprio proprio bello! Che sono la stessa asociale complessata di allora, ah …non sapete quanto sia stato bello e speciale sentirmi dannatamente fuori posto! Strano però che questo pensiero affiori solo quando esco da queste parti: perchè il mio paese e le cittadine della mia adolescenza mi fanno sentire una minorata, davvero non lo so, al punto che non posso neanche più lavorarci qui! Uno psicologo ci farebbe i soldi con me…

Ma tutte queste sono spleculazioni tratte dal mio punto di vista e potrebbero essere falsate, per stabilire se sono solo scema o un’asociale vera o se sono tutti pallosi, dobbiamo far un rapido elenco dei fatti. Rapido, che domenica o no, asociale o meno, Calipso qui deve studiare.

Dunque, prima siamo andate a mangiare la pizza in un pub bellino ma angusto, e per angusto intendo che è più grande la mia stanza nonostante quello sia stipato di bancone e tavoli e senti senti, televisioni. Mi sono chiesta a che diavolo servano quattro televisioni in una stanza grande quanto un bagno, e un millesimo di secondo dopo, le urla belluine mi hanno illuminata: partite. Quel pub bellino è un ritrovo per partitari.
No, mi correggo: tutti i pub bellini o bruttini, piccini o picciò, pizzerie, rosticcerie, messicani, arabi e neozelandesi, tutti sono stramaledetti ritrovi per partitari, qui. Ed ecco quindi cena più spettacolo, uno spettacolo rivisto mille e mille volte e condito dei più tradizionali e beceri clichè del folclore partitaro:
– alla mia destra un paio di buzzurri che rovesciavano boccali di birra ogni volta che la palla rotolava;
– alla sinistra la créme della créme: ex compagno di liceo (e pensare che l’avevo sognato ieri notte!) che mi fissa come allocco e sciorina frasi fatte una dopo l’altra insieme al suo gruppo di cicisbei, e fa il gallo cedrone con le galline del cicisbeiato, del tipo “ha fatto la cresta al palo”, “oh se io dico che vince, vince”, “eh…mi dicono tutti che potrei fare il filosofo, mi chiamano Zarathustra!”. E io che cercavo di ignorarli con le mie di chiacchiere che non vinceranno l’oscar, ma il cicisbeiato lo surclasso. Non fosse che eravamo appiccicati tutti insieme come in una grande orgia…;
– dietro di me le puledrine anti-juventus, (il che significa milaniste o interiste non vi pensata a niente che denoti una forma anfibia di personalità), che urlavano gaianti a ogni goal dell’altra squadra (ammesso che goal ci siano stati perchè non ho alzato lo sguardo verso lo schermo neanche una volta, quindi possono essersi aggrovigliati tutti in un’amplesso collettivo per quel che ne so…), insomma un vero attentato in acuti al mio padiglione auricolare e da lì al sistema nervoso centrale tutto. Il che mi ha fatto pensare, come se pensare fosse lo scudo anti-cazzate-strillate, e una teoria affascinante sul perchè io non mi sono mai trovata bene con nessuno qui, ha iniziato a formarsi: “siccome vivere continuamente in questo delirio di cazzate ti rende cazzone, poverini, non hanno scelta su cosa essere “. La conclusione della brillante teoria: “quindi sono tutti stupidi tranne me“. Mi piace ovviemente, io ne esco bene e  non capita in nessun’altra teoria, che io ne esca bene;
– davanti a me il gruppo dei sofisticati borghesi in cravatta (in un pub) con puzza elegantemente sotto al naso (in un pub) e atteggiamento da uomini e donne vissuti e vissuti con classe (in un pub) a guardare attenti e silenti lo schermo per poi commentare con sussiegosa competenza qualsiasi sbarbamento abbiano visto sullo schermo, seguito da risolino compresso alla battuta composta (in un pub).

In realtà tutto questo l’ho immagazzinato, ma c’ho prestato ben poca attenzione perchè non vedevo le mie amiche da Natale e ci siamo divertite. Finchè non siamo andate nel “pub” numero due, che tutti continuano a chiamare “pub”, ma se quello è un pub io sono Reese Witherspoon. E io non sono affatto Reese Witherspoon.
A me dispiace, le mie amiche volevano che mi divertissi e volevano farmi conoscere i tipi che piacciono loro, ma andare in un posto in cui non si può parlare perchè la musica da discoteca (in un pub) è troppo alta e devi strillare, e in cui ti mettono il timbro sulla mano quando esci per consentirti di rientrare come fossi una marca da bollo (in un pub), non è il genere di posto che io chiamo “pub” e che mi piace. E’ invece il genere di posto in cui mi trovo tremendamente fuori luogo e rimpiango i libri Tom Wolfe (non so perchè proprio Tom Wolfe, ma quando finisco in questo genere di posti, mi trovo a dannarmi l’anima per non essermi portata dietro un libro di Tom Wolfe).
Funziona così nel “pub” numero due: prima si sta tutti compressi su due poltrone, uniche nella sala, si parla di scommesse e di calcio, poi si passa nell’altra stanza a sentire qualcuno parlare di scommesse e di calcio, poi tolgono anche le due poltrone e alzano la musica cosicchè tutti possano stare in piedi col cocktailno in mano e non si sentano più a vicenda qualora venisse loro un’improvvisa necessità di parlare di scommesse e di calcio, ma tanto c’è il televisore che non si sente e che parla di scommesse e di calcio, l’apice arriva quando si fa la fila in bagno e la finta ragazzina (avrà avuto 35 anni) salta la fila per il bagno delle femminucce e va in quello dei maschietti, salvo trovare la porta chiusa perchè occupato, il che scatena forsennate risa da parte degli astanti; poi si torna di là dove il precedente branco di cretini (in piedi) ha iniziato a dimenarsi come cazzoni (in piedi).
A quel punto sono andata a farmi una birra e a rimpiagere Tom Wolfe in un angolo, salvo poi pensare alle mie amiche contrite a causa della mie stranezze, che comprendono il non voler parlare di scommesse e di calcio e il voler stare seduta, pensa pensa, il che mi ha fatto sentire (giustamente) un’acida zitella asociale e sono tornata lì, in piedi, nel branco di gente in piedi a essere una cretina che tanto tutto fa brodo e l’uomo non è un’isola (ma la donna sì, visto che “isola” è femminile, ma lasciamo perdere) ecc ecc…
Sì, uscire il sabato sera è fenomenale, mi chiedo perchè non lo faccia più spesso.
Però, per essere un’acida zitella asociale sono simpatica, perchè quando stavo andando via (c’è un limite di sopportazione quando stai in piedi a non fare niente, sappiatelo), ho detto al tipo col timbro all’uscita che mi aveva già marchiata come una mucca e tutti si sono sganasciati dalle risate. Boh. Non volevo fare dell’ironia, ma contenti loro, almeno ridono…

Mi spiace di essere così, ma sono così e io lì dentro non ci torno più.
Se poi mi passano sotto banco un libro Tom Wolfe

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Colei che guarda la pioggia negli occhi

Ieri, mezzanotte circa.
Me ne stavo abbarbicata nella mia camera, come al solito e riflettevo sui massimi sistemi, mentre l’aria gelida imperversava da dietro le imposte e una pioggia di neve tinniva sulle ringhiere dettando il ritmo ai miei pensieri.

Allora mi sono alzata, ho preso una a caso delle mie 50 sciarpe, ho messo su il cappotto al volo e sono scesa in strada. Se vi state chiedendo “E dove va mo’ questa, un lunedì notte di fine Gennaio, piovoso e insolitamente gelido per le sue latitudini mediterranee?”, è giusto che sappiate che me lo stavo chiedendo anche io. E la risposta è la stessa che ho dato stanotte a me stessa: “Vado a pensare”.
E immagino che i più perfezionisti e scassacazzo tra di voi stiano ora chiedendosi “E che cavolo di pensiero è quello che richiede il gelo della mezzanotte di gennaio come contesto?”.
E lo chiedete a me? E io che dovrei saperne? Il punto di questo blog è la telecamera puntata sulla mia stupida vita, io mi limito a trasmetterne le immagini, come una televisione stonata.
Ecco quindi che io non so proprio niente se non che intorno alla mezzanotte del 28 Gennaio 2013, me stavo lì piantata in mezzo alla strada, con l’acqua neve che mi infradiciava le ossa, in una bolla slavata di lampione e circondata dal nero-buio senza stelle dell’inverno.

E’ la pazzia galoppante che …. be’ galoppa e mi strafrigge le ultime sinapsi sane.
Oppure ho improvvisamente stabilito un etereo contatto con una qualche fichissima creatura dello spazio che ha intercettato le mie anomale e vibranti onde cerebrali e mi stava chiamando a sè per attirarmi col raggio antigravità della sua astronave e portarmi via da questa odiosa Terra in cui pare non ci sia  un posto per me.
A un certo punto ho anche guardato verso il cielo aspettandomi di veder nascere dal nero  qualche traccia aliena. Ma vedevo solo trasudare pulviscoli di pioggia dal panno della notte, che mi finivano negli occhi e gelavano le labbra, allora ho abbassato la testa e ripreso a guardare intorno a me. Bo’ forse l’alieno s’è perso in tutto quel buio…

Dovevo essere proprio una grama figura e meno male che era mezza notte e la gente sana  (o pseudo tale) del mio quartiere, dormiva il sonno dei giusti ( o pseudo tali), altrimenti avrebbero arricchito il manuale volumetrico delle Stramberie di codesta alienata di un nuovo avvincente capitolo: Colei che guarda la pioggia negli occhi.
E la guarda per una ventina di minuti circa, perchè se stai solo qualche secondo sotto la pioggia mica ti infradici fin nelle ossa! Inoltre non sei pazza, sei solo leggermente malata, ma qui, oh no, qui alti livelli di follia e infradicimento.

Immagine

Comunque sono stata lì, ho guardato la strada del fiume, buia come il niente più becero (e meno male che non mi è saltato lo sghimbescio di andare a fare un giro in mezzo a quel nero, che il fiumiciattolo sarà bello che in piena e incazzato in questo periodo!); poi ho guardato verso la stada che interseca quella del mio quartiere, illuminata a rancido e ho ascoltato il beccare delle gocce sugli alberi del prato che avevo alla destra (casa mia, alla mia sinistra).

E ho pensato, credo, con quel canto di pioggia nelle orecchie e il freddo, freddo, freddissimo in tutto il resto del mio corpo. Ho pensato come non ho mai pensato, mi sono sbriciolata nell’aria bagnata e nel rumore della pioggia.
E guarda guarda: sono al mondo! Un piccolo pezzo inutile e bruttarello di mondo, ma sono al mondo. Ho delle strade, ho delle traiettorie o posso inventarmele:
Ho il cielo buio e l’odore della pioggia:
Ho il freddo dell’inverno!
Capite?! Io, questo pulviscolo di niente, ha il freddo dell’inverno e il rancido dei lampioni e il ritmo della pioggia di neve che cade nei prati, ma l’avete mai sentito il ritmo della pioggia di neve che cade nei prati? E io ce l’ho!
Non so perchè proprio io dovevo nascere e averlo, ma io sono nata e io ce l’ho.
Come può esistere un punto di partenza più significativo?

Devo essermi tolta i vestiti e asciugata sommariamente, prima di coricarmi.
Quel freddo me lo porto tutt’ora addosso. Quel ritmo di gocce e pensieri tutt’ora in testa.
La pioggia neve che fiorisce dal buio, tutt’ora negli occhi.
E’ che io ce li ho.
Capite?

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