Come per esempio, scrivere

Sono troppo codarda per chiedere a mia madre i soldi per pagare le dannate tasse universitarie, quindi desisto e tergiverso, con buona pace delle mie notti e dei miei nervi. Questo, più tutto il resto e i miei demoni banchettano e gozzovigliano che è un piacere, di questi tempi.
Ecco quindi che non faccio altro che scrivere.
Scrivo scrivo e scrivo, ho scritto tutto ieri mattina e metà pomeriggio e stanotte, scrivo su ogni supporto mi giunga a tiro, scrivo come se avessi serpi in seno da spurgare sotto forma di inchiostro attraverso le dita.

Sapete come ci si sente in quelle rare, preziose occasioni in cui si riesce a scrivere, lo stato in cui ci si trova?
E’ come se fossi sotto anfetamine o ti avessero iniettato una dose di adrenalina pura, senti le cellule cerebrali che si aprono una a una, le senti fare click e la testa diventa leggera e incredibilmente ricettiva, tanto quanto è chiusa e pesante quando non si riesce invece a scrivere una mazzafionda di niente.

La mia teoria sulla scrittura è basata sulla ben poca esperienza che ho, ma è precisa: se stai scrivendo qualcosa di giusto, di buono, di tuo, lo sai, lo senti dalle viscere in su e qualche volta anche dalle viscere in giù. Prima di tutto perchè stai bene, il mondo non sparisce, ma resta solo quella parte di mondo che ti piace, l’altra sembra giustamente svilita dagli eventi che crei, come se finalmente le cose acquistassero il senso che la realtà tende a opporgli per far andare tutto al mondo desolantemente male.
E poi senti che sei giusta.
Io non so le persone normali, se conoscono questa sensazione bene al punto da non farci caso, ma per me è aria fresca. Quello è il mio ambiente, sto facendo la cosa che devo, non ho sensi di colpa o di scomodità, non mi sento fuori posto o annoiata o confusa, no, anzi. E’ più una condizione di euforia mista a una di serenità. Una volta Odisseo, dopo aver letto l’ennesimo mio racconto, mi disse “tu sei nata per questo, ce l’hai nel sangue“. Io non se sono nata per scrivere, immagino di no altrimenti avrei scritto qualcosa degno di nota a trent’anni, ma è stata una delle tre cose più belle che mi siano mai state dette.
Ma la cosa più eccitante, la cosa più incredibile, è lo stato di apertura mentale in cui ti trovi.
Vieni letteralmente bombardata da idee e frasi, senti le voci dei personaggi, ognuna di esse chiara e distinta nella tua testa, andare verso l’autodefinizione e imporsi e a questo punto devi fermarti, appuntare qualcosa qui e qualcosa lì sennò ti sfugge tutto perchè tutto ha preso vita, quelle parole sono vita, non è vero che sono solo lettere e frasi, sono sangue sono il do che attiva e fa progredire l’universo, e siccome la vita è difficile da tenere ferma e ammansire una volta che prende il via, ti sfugge da tutte le parti come una nidiata di piccoli leprotti, ti bombarda l’anima e gli dà nuova carica, come avessi bevuto un elisir di lunga vita.
Vai a fare le tue cose, ma la tua mente è sempre lì, sai che ci tornerai presto, che devi riprendere a scrivere, perchè devi sapere come finirà la tua storia o decidere se non finirà mai. E’ a tua completa discrezione, non ci sono regole, non ci sono limiti a quello che puoi fare. Controlli il mondo, plasmi belle vite e belle persone o anche brutte persone, sei come Dio.

Ovviamente tutto questo finirà non appena dovrò tornare coi piedi per terra e occuparmi dell’università e delle stronzate varie. Quindi ora esco, mi siedo sulla riva del mio mare (mio ancora per un po’ che è già pieno di tedeschi qui e tra un po’ arriva tutto il codazzo altro di turisti a insudiciarmi le coste), mi godo la primavera dalle nuovole di piombo lì in alto a opporsi ai colori elettrici dei boccioli che spruzzano ovunque qui in basso, che è la mia primavera preferita, e lascio che il vento faccia sfrigolare le onde sul mio viso.
Non c’è niente di meglio per organizzare le idee e ricominciare a scrivere.

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Seguito da molto dolore e molta disperazione

E no, stavolta non c’entra il povero Odisseo.
C’entro solo io, io, e io e il mio passato, e i miei blocchi e me stessa e il mio perenne incasinarmi la vita, cacciarmi nei guai, seguiti da molto dolore e molta disperazione, non rimediarvi immediatamente e quindi finire in guai ancora più fondi, finchè non so più come uscirne.
Ecco, adesso non so più come uscirne.

Premetto che questo doveva essere un bellissimo post sulla speranza e i primi passi per risalire (di nuovo) la china, dal momento che nel mio indefesso tentativo di trovare un qualsivoglia lavoretto che mi mantenga fuori da questa stanza e da questo paese di trichechi burundiani, qualcuno ha risposto e quantomeno mi chiede un colloquio e una selezione. E me la chiede a Roma, il centro del mondo, la culla della civiltà occidentale, il grande impero. Seh vabbè…. ma comunque per me lo è: rispetto all’ameno paesucolo burundiano in cui sono relegata, tutto lo è, figurarsi la Capitale! Sono ben conscia che essere chiamata per un colloquio non significa niente, che c’è una possibilità su un milione che io venga assunta, ma sono del parere che vista la situazione italiana generale e vista la mia particolare, non posso prendermi il lusso di non considerare con positività, qualsivoglia offerta di lavoro semi-decente bussi alla mia porta. E francamente, modestamente e con pizzico di arroganza, mi permetto di credere che nessuno possa farlo, rinunciare con sfrontatezza a un posto di lavoro intendo, che non ce n’è in giro di lavoro, non assumono, licenziano e basta è una situazione brutta brutta brutta. A meno che non si tratti di ingegneri, intendiamoci, che gli ingegneri trovano lavoro a iosa (un tipo con cui sono uscita un paio di volte l’anno scorso, è ingegnere e stava cambiando lavoro mentre lo frequentavo e c’aveva le ditte ai piedi che gli facevano la corte, e un mio amico, altro ingegnere, lavora da prima che finisse di studiare al Politecnico di Torino) e molto spesso non capiscono che per gli altri non è così facile, ma neanche un po’ (forse lo è per i medici anche? Ma non ne sarei così sicura)!
Qualora avessi la grande fortuna di esser presa, si tratterebbe di un part time da segretaria in un ambulatorio medico e per una che ha fatto call centerista, cassiera, repartista in un supermercato e volantinaggio (solo una settimana questo, e chi regge di più!) e che si era rassegnata all’idea di una tremenda estate da cameriera o peggio, credetemi, sarebbe più che una manna da cielo come lavoro! Non mi manterrebbe a Roma, imagino, ma da lì ad arrangiarmi e trovare qualche altra cosa il passo sarebbe breve. Anche perchè andrei via da qui e Dio solo sa quanto io abbia un disperato bisogno di andare via da qui.
Ma sono tutte speculazioni, il colloquio è dopodomani e non ho idea su cosa verterà e cosa mi verrà richiesto. Vado alla cieca e confido in quel po’ di fortuna che non ho mai avuto finora.

Siccome in realtà a me basta poco per farmi dare una spintarella, in beata contemplazione di quell’1% di probabilità che mi prendano a Roma, mi sono fiondata in Università a fare fotocopie, restituire libri in biblioteca, comprare una sciarpa mimetica (no, questo non c’entra con l’Università, se non che la bancarella che le vende e prezzi irrisori è all’interno del campus) e riuscire a racimulare il coraggio bastevole per entrare in segreteria e informarmi sulla mia situazione burocratica universitaria. E non è poco il coraggio bastevole.

Bisogna capire, anche se non è facile da capire nè da spiegare, che per me qualsiasi cosa legata all’Università è motivo di blocco, attacchi di panico e conseguente fuga, il tutto seguito da molto dolore e molta disperazione. Ne ho parlato in un altro post e non tocco l’argomento volentieri, ecco quindi che non mi dilungherò neanche questa volta se non per ragioni di cronaca tout court: l’Università mi ha ammazzata, ho fatto una fatica boia a trovare il coraggio di dare esami (non di superarli, ma proprio di andarci, di sedermi), e ora non solo non riesco a scrivere la tesi, ma mi viene la nausea e mi manca il respiro quando qualcuno me la cita l’Unieversità, anche solo lontanamente. Figurarsi dover andarci proprio! Una tragedia, non scherzo.
Non per niente scelgo giorni “piatti” per andare, tipo i week end o i ponti o il giorno prima della chiusura per le grandi vacanze. Semivuota mi par meno “Università” e posso respirare un tantinino di più che durante il fervore degli altri giorni, in cui è vissuta dagli altri tanto bene, tanto serenamente. Non sono mai riuscita a viverla davvero – forse solo il primo anno, ma mal me la cavavo comunque-, non so come si fa. Probabilmente non so come si fa a vivere niente.
A volte il raziocinio ha la meglio sulle coltellate e l’autoflagellazione perenne e mi par chiaro che esser cresciuta come sono cresciuta io, che avere i miei disturbi, avere a che fare con una mancata elaborazione del lutto, una madre che ti massacra e la depressione che ne consegue, non consente di uscire viva da tutto questo e di incanalarti in un percorso di studio sereno e brillante (vedi testi di psicologia sui disturbi che colpiscono i bambini nei periodo critici della crescita e non si risolvolno), tant’è che in egual modo è capitato a persone con un percorso di vita a me simile. Mi piacerebbe poter credere che sia solo questo e che dopotutto mi manca solo la tesi, che nonostante tutto ce l’ho in qualche modo quasi fatta.
Il problema è che mi paiono scusanti e neanche tanto solide: è colpa mia se non mi do una mossa, è colpa mia se non trovo il coraggio di fare una cosa semplice come pagare una tassa, è colpa mia se finisco in situazioni difficili da risolvere. Seguite da molto dolore e molta disperazione.

Ora sono nei casini fin sopra i capelli, sto affogando nella melma universitaria più rancida.
Non ho pagato le tasse perchè avevo finito gli esami entro dicembre e che quindi non dovevo pagare. Invece è uscito fuori che, se non mi laureo entro maggio – e io non mi laureo entro maggio-, devo pagarle. Prima rata, seconda rata, più more.
Non ho idea di come fare.
In altre occasioni avevo lavorato e me la sono cavata da sola. Stavolta ho poco o niente da parte.
Come faccio a chiedere a mia madre i soldi per la tassa?
Non ne ho idea.
Ho paura di aprire la pagina e vedere a quanto ammonta.
Qualora avessi questo lavoretto potrei stare più tranquilla che mi gestirei io la cosa, se con tempi più lunghi amen, ma davvero, figurarsi se lo danno a me!
Quindi domani parto con un miserrimo briciolo di speranza, che è diminuito parecchio nelle ultime ore e che sarà seguito, già lo so, già mi preparo, da molto altro dolore e molta altra disperazione.

Cambiamenti fantasma

Perchè, di cambiamenti sostanziali, la mia vita non ne ha subiti.
Sì, ho ancora nel sangue l’adrenalina per quel rush di vita che ho accumulato forsennatamente e che mi ha lasciato senza fiato e con le idee e i sentimenti in subbuglio. Non parlo solo di quei cinque giorni con Odisseo, ma anche di tutto il mese precedente, di tutti i pensieri, i battiti e la fatica accumulati. Una botta di sensazioni, emozioni, speranze, baci e vita cui la mia esistenza apatica non è abituata.
Ma in definitiva sono ancora qui, come prima, sempre tra le quattro ombrose mura della mia stanza, la mattina, sveglia già alle cinque, col cappuccino fumoso e schiumante sotto le nari, a scrivere su questo blog e a cercare un modo per incastrare i pezzi che mi si sono rotti e ripartire.
La vita vuole altra vita, una volta che ci si abitua al suo sapore è difficile rinunciarci e tornarsene in gabbia in questa casa, in questo paese bigotto e statico. Ma non ce n’è di nuova vita. L’energia accumulata è bastevole solo per lo sprint iniziale, non per consentirmi di superare gli ostacoli che hanno sempre contribuito a fermarla la mia vita in questi (troppi) anni.

Per esempio ieri sera, parlando con una mia amica ed ex coinquilina dei tempi dell’università vissuta, avevamo deciso di passare il fine settimana insieme a casa sua, nella cittadina universitaria dove sono stata fino a due anni fa e che mi manca da matti. Era tanto che lo progettavamo, ma abbiamo sempre rimandato e siccome smaniamo dalla voglia di passare un po’ di tempo insieme (con lei e altre due persone che non vedo da un po’), ero decisa a mettere due cose nello Jansport e andarci a occhi chiusi, senza stare a pensarci troppo. Ma alla fine, ecco: la mia solita esistenza riprendere il sopravvento, con i problemi logistici di sorta – avremmo avuto solo una notte la casa libera perchè poi sarebbe tornata la sua coinquilina e quindi sarei dovuta rientrare di domenica, ma non ci sono autobus e avrei dovuto cambiare quattro stazioni (deserte) e quattro treni per coprire il viaggio di un’ora e mezza in auto, e davvero non me la sento a tre giorni dal rientro da Napoli – e non se n’è fatto niente. In teoria abbiamo rimandato il tutto al ponte del 25 aprile che è più elastico, ma non ci spero troppo.
Non ho nessuna intenzione di stare in casa il sabato sera, comunque. Da qualche parte quest’energia la devo investire, quindi stasera uscirò con M & M, le due amiche con cui ho trascorso insieme la pasquetta (parlo di loro qui: https://webcamaccesa.wordpress.com/2013/04/02/3-giorni-a-odisseo-pasquetta-lunico-ostacolo/; e qui:https://webcamaccesa.wordpress.com/2013/02/17/in-piedi-come-cretini-a-dimenarsi-come-cazzoni/), per intenderci. Stanno anche morendo dalla curiosità, perchè non ho avuto ancora modo di dir loro molto sull’incontrop con Odisseo e devo dargli anche dei regalini che ho preso a Napoli per loro, ma ci sarei uscita lo stesso, anche se alla fine dovrò adeguarmi ai locali (e alle persone) scemi che spesso frequentano. Non posso stare in casa, non in questi giorni, non questo mese.

Non è cambiato niente, dicevo. E che ti aspettavi? potreste giustamente rimbrottare.
Eh… credo proprio che stavolta, mi aspettassi qualcosa. Non un cambiamente radicato  nella mia vita, non sono così scema, ma nella mia voglia di vivere, nella forza necessaria che serve a riprendere a vivere, quello sì, me lo aspettavo.
Invece sto ancora qui a boccheggiare e bloccarmi, a far fatica ad aprire la pagina dell’università per pagare quella stupida tassa di fine corso e contattare la professoressa della tesi. Ma anche a riprendere a correre, a rimettermi seriamente a dieta, a organizzare qualcosa di sciocco per il mio compleanno, a stabilire un percorso da seguire, a riprendere a scrivere seriamente quella storia che ormai ho talmente tanto in testa da sentirla pulsare con più vita di quanta non ne abbia io stessa, a sognarmela ogni notte, ma non mi ci metto a scriverla!

Mi sento diversa, ok? Sono diversa, c’è qualcosa che è cambiato, ma non riesco a individuarlo e non so come sfruttarlo. Ho bisogno di questa energia, ne ho bisogno per neutralizzare i demoni e temo di vanificarla inutilmente così, di disperderla al vento.
Perchè sto ancora in incubazione pensando a Odisseo?
Ho pensato di tutto, ho riflettuto su tutti i pareri e consigli che mi sono stati dati, vagliandoli uno a uno, sempre conscia che la soluzione sta da qualche parte e spetta solo a me trovarla. Ho pensato anche che possa essere confusa perchè in realtà io voglio che le cose vadano bene con Odisseo, perchè sono anche io come la maggior parte della gente, che fa occhi da mercante e pensa solo a sistemarsi con qualcuno e a dar sfogo ai legittimi e bestiali desideri di riproduzione, scambiando il tutto per amore perchè lo vuole, o come quella ragazza con cui ho parlato a Pasqua, rimasta incinta all’età di 22 anni che si è autoconvinta che la sua è una grande storia d’amore, nonostante sappia che il tipo le mette spudoratamente le corna e che stiano insieme solo per la questione “bambino”. Piccola parentesi: in questi mesi mi sono davvero resa conto di quanto la mente sia l’arma più grande e potente che l’uomo ha, e parlo di “arma” intesa sia in modalità di difesa/attacco sia in quella di autoflagellamento: possiamo salvarci o illuderci o ammazzarci, grazie al solo rumorìo della nostra mente. Parentesi chiusa.
Dicevo, ho vagliato tutte le ipotesi con Odisseo e lo so che molta gente pensa che questa mia confusione sia uno specchietto per le allodole perchè non voglio accettare che non mi piaccia, ma io non credo sia così. Credo ci sia qualcosa che non mi convince in noi, ma non che non mi piaccia.

Alla fine, questo profumo di cambiamento, potrebbe non essere altro che il solito movimento vitale che si realizza in me ogni aprile, puntuale come i famigerati treni d’epoca fascista (nah, non quelli d’oggi). Aprile è il mio mese, non so se dipenda esclusivamente dal fatto che in aprile io ci sono nata e proprio nel cuore di Aprile, o se c’è una qualche connessione particolare per cui la primavera mi stravolge e mi rigenera. Sta di fatto che come fioriscono i ciliegi io rinasco, getto via la vecchia carcassa e mi rialzo conscia di una nuova missione da perseguire e di avere di nuovo accesso al fuoco che mi arde qui, da qualche parte, e che il resto dell’anno se ne sta in ostaggio di qualche demone fellone.
Ma questa rinascita, ogni anno, resta fine a se stessa. E’ preceduta da grande dolore e grandi fatiche, ma poi il fuoco me lo perdo di nuovo e anche la nuova pelle di fiori di ciliegio. E’ come scartabellare e scartabellare fino a sanguinare, e finalmente respirare un po’ per essere nuovamente ricoperta di cellule morte due secondi dopo.

E’ così anche questa volta?
Questi cambiamenti che soffiano ovunque sono ancora cambiamenti fantasma?
Quanto cavolo dipende da me, adesso, piuttosto che dallo stupido mondo in cui sono relegata?
E se compiuti i trent’anni non riuscissi più a rinascere come i fiori di ciliegio?

Fuori dal sacco fa tanto freddo

Sto di nuovo in rotta con l’Universo e sì sì lo so, me lo merito, me la sono cercata, l’Universo concede, ma non perdona bla bla bla.
E vabbuò, anima e coraggio e vediamo di superare anche questa. Anzi essere tornata al posto che mi compete, quello della lotta perenne col mondo, mi reca un qualcerto, malevolo, sentore di serenità: felice o meno, il mio posto e quello e le mie cicciose membra, ci si accomodano ben bene nel cantuccio riservatomi.

In primis, studio ma per forza di inerzia, non ho combinato molto gli ultimi giorni e chiaramente non sono in grado di affrontare con successo un esame così difficile, ma non importa, perchè preoccuparsi? E’ la normalità!
Sono io quindi prendi, accetta, prova e stop.

Odisseo, il mio cavalier rampante, servente,  etc, mi ha resa partecipe di una straordinaria illuminazione ieri sera, certo non alla stregua della serenata che tanto sognavo a occhi aperti che mi facesse (no, no, per carità) e di cui parlo con giubilo speranzoso qui: https://webcamaccesa.wordpress.com/2013/02/11/perfetto-dal-dolore-perfetto-dal-suo-cuore-perfetto-dal-dono-che-fa-di-se/  .
Dicevo, no, no no, niente serenata. Mi ha però fatto sapere che, considerata la scarsa percezione di campo del suo nuovo cellulare nel suo attuale appartamento, se dopo la fatidica data dell’incontro non troviamo una soluzione, chiudiamo tutto e tra noi è finita.
Ah… una vera epifania! Il cellulare non funziona? Mannaggia allora ciao ciao all’amore tanto spampinato finora, insomma vuoi mettere? E’ IL CELLULARE, mica cotica qui! Conoscete una ragione più corposa e fondata per mandare all’aria una storia o la possibilità di questa? No?! Be’ neanche io!
Ma certo un cellulare si può cambiare o si può cambiare la scheda o si può cambiare l’appartamento che comunque cambierebbe a breve lo stesso, o si può comunicare in altri mille modi, ma non importa, stiamo parlando del cellulare che non prende bene, quindi finisce tutto.

Io avevo osato innamorami e sperare di essere ricambiata, almeno un po’, almeno in parte, almeno una volta, e il caro Universo mi ha rimesso in carreggiata.
Grazie Universo, stavo togliendo la testa fuori dal sacco e fuori dal sacco fa tanto freddo.

Ho paura di fallire.

Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire.Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire.Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire.Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire.Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire.Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire.Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire.Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire.Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire.Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire.Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire.Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire.Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire.Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire.Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire.Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire.

Sto fallendo.

Capocchie di spillo vs Noci pecan

Era la fine di settembre, l’ultimo settembre.
La mia vita era andata a scatafascio per l’ennesima volta: esami non dati, tesi non scritta, amici spariti e il ragazzo che mi piaciucchiava mi aveva detto di essersi preso una cotta per una ragazza che in realtà amava una donna e che quindi, per ovvie ragioni, non poteva stare con lui. Quindi cos’ha fatto questo grande uomo, quest’uomo con due palle grandi come capocchie di spillo? Ha deciso che, arrivato il momento di sistemarsi, doveva accontentarsi dell’unica alternativa che sottostava silentemente ai suoi comodi e s’è rimesso con una sua ex. Codesta fanciulla, da me ribattezzata teneramente l’Afflitta, rappresenta tutto ciò che una donna non deve essere: poco sveglia, che si riprende il maschio che l’ha denigrata, tradita e abbandonata (per una squinzia frurù che poi gli ha preferito il suo migliore amico, aggiungerei), e sta ai suoi comodi, seguendolo come una cagnetta venerante e accettando ogni sua decisione (come quella di non sentirsi neanche per telefono tutti i giorni).
No, non ero innamorata di questo cazzone, termine troppo generoso per definirlo visto che ce l’ha minuscolo e non solo figurativamente, ma ci ero affezionata, lo sentivo da un anno (le mie relazioni sono  sempre a distanza inizialmente perchè non sono in grado di far vedere me stessa dal vivo) e mi ero convinta che lui fosse la mia ultima chance. Insomma dopotutto se a 29 anni non hai mai avuto una storia degna di questo nome, non puoi certo pensare che conoscerai mai l’amore.
Ma io ero troppo impegnativa per lui o comunque una volta incontrati non gli sono andata bene, fate voi, fatto sta che lui è sparito e mi sono ritrovata a far i conti con una vita che non era mai stata Vita e con la prospettiva ormai relistica e bruciante, che mai lo sarebbe stata.

QUel giorno, dopo una tremenda discussione con mia madre, che mi aveva prontamente ribadito le incurie della mia esistenza -non sia mai che potessi scordarmele per un giorno e come se non me le ripetessi io stessa quotidianamente- sono uscita, percorrendo tutte le stradine sterrate e secondarie della mia città per evitare di incontrare chicchessia. Un po’ per non essere costretta a imbastire i fasulli saluti di rito, un po’ perchè mi vergogno di me stessa quando sto per abbuffarmi, un po’ perchè volevo evitare che mi facessero domande di rito su università e un po’ perchè ero di umore nerissimo.
Ho fatto il giro dei supermercati, mi sono riempita la borsa di patatine, dolci, cioccolata, McDonalds, pizzette e gelati e mi sono fiondata in camera mia, chiusa a doppia manadata, a guardare film e ad abbuffarmi di tutta quella roba fino a star male.

Sul volgere della notte, quando ormai qualsiasi flm o telefilm aveva perso qualsivoglia valore salvifico, gironzolavo più scazzata che mai su goodreads (un social network dedicato ai libri e alla letteratura, per  chi non lo sapesse) e stavo per spegnere il pc, annoiata e sull’orlo delle lacrime, quando sulla home page vedo che qualcuno aveva appena caricato  una recensione su un libro che desideravo leggere da tempo. Ho cliccato sul suo nome, ho letto diverse sue recensioni e mi sono persa nella sua libreria, una copia carbone della mia solo più nutrita e inquadrata in quanto a generi e autori ricorrenti.
Ero così furibonda e incavoata che mi irritava, mi irritava la sua libreria, mi irritava profondamente che fosse così bella, mi irritava lui scrivesse così bene e che avesse letto così tanto nonostante avessimo la stessa età. Insomma mi irritava tutto.
Qualsiasi altro giorno avrei chiuso e me ne sarei fregata, ma quel giorno …oh, quel giorno no, avrei lanciato un vassoio di latta sul grugno della prima testa di capra che avesse avuto l’nfausta idea di capitarmi davanti,quel giorno.
Così gli ho scritto esattamente quello che pensavo, che mi irritava (appunto) tantissimo, perchè la sa libreria era più figa della mia quindi lui non mi piaceva punto.
Dopodichè ho spento il pc e mi sono messa a leggere fumetti sparandomi del sano metal nelle orecchie per uccidere sul nascere quasiasi pensiero avesse osato lampire le mie sinapsi

Erano le tre e mezza di quella stessa notte, quando ho riacceso il pc.
Solitamente quando cado in questi periodi, la depressione mi impedisce di dormire o far qualsivoglia altro di costruttivo o terapeutico. Invece che farmi dilaniare sangue e ossa dai miei demoni tutta la notte, ho deciso di scaricare e recuperare qualche telefilm arretrato, per far volar via la notte maledetta senza accorgermene.
Trovo però bella pronta una notifica che mi avverte di un messaggio privato su goodreads: il ragazzo a cui avevo lasciato quel messaggio arrabbiato e stizzito mi aveva risposto.
La prima cosa che pensai leggendola era che quel tipo aveva due palle grandi come noci pecan.
La seconda cosa che pensai era che erano mesi che non sorridevo a quel modo.

Fine prima parte.

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