Travel diary prima parte: valigia con stile per bagagli emotivi

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Antefatto

C’era una volta questa stupida ragazza che partì in un piovoso ventoso grigio perla mattino di primo giugno. La stupida ragazza doveva spostare la sua vita da un fetido posto chiamato “Burundi” a uno un po’ meno fetido chiamato “Roma”, allora prese la sua vita, la mise in uno zaino color sabbia-del-Kentucky e si apprestò a partire. Credeva di poterla stipare in uno zaino la sua vita, credeva, che tanto non era così voluminosa e piena da richiedere una borsa più capiente per contenerla e spostarla.
Non aveva considerato, la stupida ragazza, che la sua vita poteva anche essere leggera e disadorna, ma che il “bagaglio emotivo” che questa aveva generato, era di ben più sostanziosa portata. Trovò quindi a quest’ultimo una bella valigia lilla-pastello-chiaro-tendente-al-rosa – che anche i “bagagli emotivi” hanno diritto a un po’ di stile -, nuova di zecca e abbastanza capiente da contenere con agio anche qualche demone fellone restìo ad abbandonarla, che i demoni si sa, si affezionano alla gente cui devono deturpare l’anima.

La stupida ragazza era convinta di essere così forte da trasportare la sua sciapa vita nello zaino color sabbia-del-Kentucky, i demoni felloni e il corpulento bagaglio emotivo nella valigia lilla-pastello-chiaro-tendente-al-rosa, e il computer nella borsa porta pc rosso-aragosta. Quindi, così bardata, si mise in viaggio.
Poi il manico per trascinare sulle ruote la valigia bella, capiente e nuova di zecca si ruppe, e la stupida ragazza capì che era una stupida ragazza.
Ma siccome era una stupida ragazza, non recepì l’antifona, e in virtù della sua stupidità sobbarcò il considerevole peso della valigia su sè stessa e riprese il viaggio…

Fine antefatto

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Alla mia vita stipata in uno zaino, a quel treno tra poche ore

A quel treno tra poche ore; alle pile traballanti di vestiti; alle valigie vuote; alle valigie piene; ai libri da portare; ai libri da lasciare; alla stanza vuota; alla precarietà dei prossimi mesi; alle difficoltà da scartavetrare; al lavoro che non so fare; ai miei pensieri selvaggi; alle mie paure accanite; alla Moleskine vuota; alla Moleskine piena; alla testa che si svuota e riempie la Moleskine; alle colonna sonora di un viaggio; al libro giusto per il viaggio; alla mia inadeguatezza; al paese che lascio; alle storie che devo scrivere; alle storie che posso vivere; agli amici ancora estranei; ai problemi che non risolvo; a mia madre; a chi non c’è; a chi c’è stato; AL VUOTO DA COLMARE; al pieno da svuotare; all’amore che mi sfugge; alla felicità se esiste; alla vita che baratto; alle mie cose stipate in uno zaino; al profumo di fiori del prato dietro casa; al Burundi che si allontana; a quegli occhi; a quel cielo; a quel viaggio breve; a quella lunga distanza; a quel nuovo mondo; alle opportunità; al vento del sud; allo smog cittadino; A UN NUOVO INIZIO; alle stazioni dei treni; ai treni; al mio non essere mai pronta; alla nostalgia che morde; ai dubbi; alle questioni aperte; alle speranze; alla tazza di caffè americano; ai sentimenti troppo forti; a chi li prova; al cellulare sempre scarico; alle chiamate perse; al braccialetto rosa; al biglietto per Napoli che ancora conservo; al biglietto che non esiste perchè ho un codice sul cellulare; al pezzo di plumcake allo yogurt ai lamponi; a lui che non lo sa; a me che so troppo; alle cose che dimentico; alle cose che devo dimenticare; AL DESTINO; all’Università che si fotta; all’estate che si prospetta; ai chili da perdere; alle mie incertezze; alle mie certezze; alla seconda tazza di caffè americano; alle storie da vivere; alla nuova stanza che mi aspetta; al cheesecake per mio cugino; alle storie da creare; ai pochi soldi in canna; alle storie che sfuggono; alle storie da rincorrere; alle stroie da riacciuffare; alla trousse con con i ricci; alla trousse a forma di tazza; alla trousse a forma di cuore; ALLA MIA STORIA; al profumo di cannella nella mia borsa; al cerchietto di raso color panna; allo yogurt-e-solo-yogurt da mangiare in treno; agli orecchini in una tasca; all’mp3 nell’altra; a quella vaschetta di gelato al cioccolato e pistacchio da mangiare in due; alle prospettive; ai sogni irrealizzati; ai sogni che si possono realizzare; AI SOGNI DA REALIZZARE; alle persone da amare; alle persone da odiare; alla pioggia che non smette; alle persone che mi aspettano; alle persone che mi lasciano; al sonno che non ho; alla malinconia che insegna a scrivere; alle percosse della vita che insegnano a scrivere; AL VUOTO CHE INSEGNA A SCRIVERE; al bisogno di scrivere; a chi ha deciso che dovevo scrivere; alla grazia che mi concede di scrivere; al passato alle spalle; al passato non ancora alle spalle; al mio computer scassatoche mi devo portare dietro e che pesa un accidenti; alla paura di fallire di nuovo; a te; a me; alle mie cose in un solo zaino; a quel treno tra poche ore…

Odisseo e l’Odissea ancora all’inizio

Io di decisioni non ho intenzione di prenderne“, ecco quello che ho detto a Odisseo ieri sera, “Soprattutto su una cosa così drastica come continuare o meno a sentirci e rompere di punto in bianco una cosa che è stata così bella e così grande. Quindi se vuoi rompere questa cosa tira fuori le palle e fallo tu“.
Sarò debole, sarò insicura, starò facendo un errore madornale, ma una cosa così io non la butto nel cesso senza averlo rivisto almeno un’altra volta. Cosa è giusto fare non lo so, perchè non sono in grado di pensare lucidamente, per questo ho chiesto un pensiero, un consiglio, un punto di vista, a chi non è coinvolto anima e corpo come me, sia su questo blog che ai miei amici e il responso è stato: al 60% vince il “mollalo che è un coglione“; il resto è stato più accomodante, mi ha detto che in una situazione come la nostra non è anormale uno stato di confusione o fasi di stallo varie, che finchè lui continua a cercarmi e a volermi sentire e a rincorrermi se sente che sono triste o che me la sono presa per un suo gesto, allora è tutto ancora in ballo, che anzi avevamo corso nei mesi scorsi, che l’atteggiamento giusto è questo più cauto e di conoscenza, a meno che non siamo tipi che crediamo nel colpo di fulmine, ma il colpo di fulmine è solo una copertura da sedicenni, l’amore nasce da testa e cuore, e testa e cuore necessitano di tempo e di cose vissute insieme.
E io mi trovo allo snodo esatto di questi due punti di vista: da un lato non posso accetare certe cose, dall’altro mi trovo d’accordo sull’andarci cauti. Ma io e Odisseo ci eravamo sistemati in una nicchia comoda e sicura che non prevedeva il resto del mondo, e ora che ci siamo incontrati dobbiamo prevederlo, e rivedere il tutto in due settimane non è facile. Siccome per me le cose non sono cambiate più di tanto, ecco che ho detto che doveva esser lui a prendere una decisione.

E lui non ha nessuna intenzione di non sentirmi, anzi temeva la mia decisione. Non era un ultimatum il suo, era una scelta nelle mie mani perchè lui al momento non si sbilancerà oltre prima di rivederci, ma questo non significa che abbia fatto passi indietro, ha paura delle ripercussioni che la cosa potrebbe avere su me e su lui stesso se non dovesse andare. Posso accettare questo stato di cose?
No, non posso perchè per me è un passo indietro questo suo atteggiamento remissivo e non ho intenzione di fare passi indietro, ma solo passi avanti, così avevamo deciso prima di salutarci ad Aprile, così continuerò a vivere la nostra storia, nè più nè meno, quindi se lui si sta tirando indietro, me lo dica che io mollo tutto.
Ma quello che mi ha detto è che lui non si sta tirando indietro:
Non mi rimangio niente di quello che ti ho detto, di quello che provo per te e sono d’accordo, non voglio fare passi indietro neanche io, se continuiamo a sentirci è per vedere se il sentimento che c’è può essere applicato alla quotidianeità, ma per capirlo dobbiamo viverci e vederlo. Per questo mi sto trattenedo, perchè eravamo andati troppo oltre e prima di continuare ed essere certi, dobbiami consocerci e rallentare un po’. Io voglio conoscerti bene se devo costruire qualcosa con te, fermo restando i sentimenti. E le basi ci sono tutte, Caly, perciò ti chiedo di avere pazienza. Se per esempio io fossi uno stupido mondano e volessi andare qui e lì a festine e cenette snob e tu fossi un piccolo topino da biblioteca non adatta a quegli ambienti, come potremmo stare insieme? Passi un anno in cui tu cerchi di diventare mondana o io un topino, ne passino pure due stentati, al terzo ci lasceremmo o ci accomoderemmo su un placido affetto che non è cosa nè per te nè per me, non siamo da placidi affetti noi. Questo non è il nostro caso, grazie al cielo siamo simili in questo senso, ma è per dire che io devo capire queste cose e che se ho capito molto di te, non ho ancora capito tutto e per questo non posso darti tutto. Ciò non toglie che voglia darti tutto, ma non siamo ancora a quel punto, puoi accettarlo per ora? Questa era la mia richiesta, non un ultimatum”.

Posso accettarlo, ma se lui è pronto a combattere per me e per questa cosa, e posso accettarlo solo fino al prossimo incontro: se dopo quello lui continuerà ad voler tirare il freno, io mollo lui, mollo i freni, mollo i miei sentimenti al vento, che ne faccia di questi quel che piùgli aggrada:
Vuoi combattere per me Odisseo, o accetti passivamente la mia scelta anche se è negativa e ti ci adegui?
Sì che voglio combattere! Ma ti prego di non aspettarti che risponda “mi manchi” alle tue domande, perchè per me mandarti un messaggio con scritto “Il fatto che vieni a stare a Roma vuol dire tutto per me, perchè posso stare con te spesso e non sai quanto lo voglia”, vale per me più di mille “mi manchi”“.

Odissea. Mai nome fu più adeguato a definire una storia d’amore.

La storia di come accettai lo stage e iniziai ad arrabattarmi per 500 euro al mese

Lo slogan della nostra era potrebbe essere “E’ giusto arrabattarsi per 500 euro al mese”. Perchè è questo che ti viene chiesto, e mosca!

Ho accettato lo stage, che altro potevo fare? Niente. Il punto è proprio questo, non si ha scelta, devi sconvolgere la tua esistenza anche se per soli 500 euro al mese se vuoi uno straccio di lavoro. Che se ne vanno solo per pagare l’affitto. Quindi, a meno che tu non sia un trent’enne privilegiato, o che non deve pagare l’affitto (che ci sono altre spese, ma quello ti ammazza), che lavora dove vive o a cui mamy e papy hanno potuto permettersi di comprar casa, allora sei bello che fottuto. Ma nonostante tu sia bello che fottuto, devi accettarlo lo stesso lo stage da 500 euro.

Ero già andata ieri a cercare il percorso e il Laboratorio d’analisi dove tenere il colloquio, quindi sono arrivata senza difficoltà e ovviamente ci sono arrivata con due ore d’anticipo.
E’ che io arrivo sempre in anticipo, odio arrivare in ritardo e praparo sempre ogni mia mossa con cura maniacale affinchè non accada. Riflettendoci… potrebbe essere che arrivare in ritardo mi farebbe sentire in difetto ulteriormente, più di quanto non tenda a sentermi sempre e comunque? E quindi, in vista di questa tragica, tragica eventualità, che solo a rappresentarla è tragica, mi impegno in ogni modo possibile affinchè non si realizzi ancor più tragicamente nella realtà? Potrebbe essere una spiegazione, potrebbe…  Andavo sempre con due ore in anticipo all’università quando seguivo i corsi, infatti leggevo un sacco nell’attesa e una volta, alle elementari, dissi a mia madre che la maestra voleva che fossimo a scuola alle sette e mezza. Quindi potrebbe, sì.

Ho girato come una matta per colmare le due ore e per scaricare la tensione, ho comprato un muffin alle noci e banana che non sono riuscita a mangiare, ho scaricato la batteria del cellulare a furia di rileggermi i messaggi che Odisseo mi ha scritto per tutto il tempo nonostante fosse a lavoro, perchè sapeva che sarei stata nervosa (consentitemi un “<3” per Ody, nonostante tutto), quindi sono andata alla ricerca di qualcuno a cui chiedere l’ora, e cerca cerca a chi lo vado a chiedere se non a un ragazzo in tenuta mimetica, impalato davanti a un palazzone, salvo poi sorgermi il dubbio che non potesse parlare, che mi potesse scambiare per una kamikaze ben vestita e che mi avrebbe arrestata e segregata dentro quel cavolo di palazzone e che alla fine sarei arrivata tardi all’appuntamente nonostante tutti i miei sforzi. Quindi, alla richiesta dell’ora ho immediatamente aggiunto “… a meno che tu non possa parlare e non sia muto come le Guardie svizzere, in tal caso non ti preoccupare eh!”, e questo si messo a ridere e mi ha detto che no, non è muto lui e poi chiama il collega, mimetico anch’egli, e gli ripete la mia battuta, allora quello si mette a ridere pure e no, ripeto qualora vi servisse un giorno sapere questa cosa, decisamente non sono muti quelli IN TENUTA MIMETICA DAVANTI L’AMBASCIATA TEDESCA, visto che mi si sganasciavano davanti e raccontavano il fattarello ai vari mimetici che passavano di lì, ma nessuno di loro mi ha detto l’ora.

La via dove si trova questo Laboratorio, è una via shiccosissima, piena palazzi antichi, uffici nei castelli (mah), chiese che fungono da  “Casa per ferie per studenti” (mah), giardini grandi come parchi, scuole private, ambulatori privati, perfino il veterinaio è privato, lì. Tutto estremamente sofisticato. Tutto molto lontano da me. Anche il Laboratorio d’analisi dove lavorerò, anch’esso sofisticato, anch’esso privato, anch’esso lontano da me, almeno così credevo prima di vedere i distributori automatici con i waffles alla crema al latte (!!!), e gli Snickers, i Mars e i Kinder bueno a 50 centesimi (!!!), ecco quindi che non è poi così lontano da me.

La dottoressa sembra tranquilla, non fosse per quell’orrida stretta di mano, moscia e umidiccia che è quasi sempre sinonimo di persona non molto pura, retta e sincera. E poi mi illustra il mio lavoro: otto ore al giorno, 500 euro, per sei mesi, senza certezza di riconferma che si stanno allargando perciò serve loro una che si occupi di segreteria, sportello e di stesura delle analisi istologiche (???), ma devono vedere come va l’esperimento “allargamento” prima di decidere se ci sarà un dopo. E poi prenderanno in considerazione altre candidate, quindi è come dire “accontentati di questi sei mesi e poi vattene affanculo“.
E io mi accontanto, dottorè!  Anche perchè comincerò da giugno e così posso tornare a casa queste settimane e cercare di risolvere i miei casini universitari. Cercare. Di risolvere. Non so se sono risolvibili.
Per forza di cose, i primi mesi mi appoggerò dai miei zii a Ciampino: sarà un sacrificio e un’ammazzata, ma almeno avrò modo di mettere da parte qualcosa e poi vedere se trovo una stanza a poco prezzo che magari a Roma se ne trovano di più nel periodo di luglio, quando gli studenti lasciano/cambiano. Anche perchè per ora, considerate le otto ore quotidiane di lavoro e che sono intercambiabili, cioè possono essere dalla mattina o nel pomeriggio o a metà giornata, come farei a cercare un altro impiego part time come avevo intenzione di fare per compensare il basso stipendio? Dovrebbe essere la sera dopo le 20.00? E cosa? Pulitore di forni per pizze?

A rincorrere

… il vento, a chiederci un bacio, a volerne altri cento…
No, scherzo, non rincorro vento e men che meno rincorro baci in questi giorni, maledizione. Rincorro mezzo mondo, rincorro tutto il rincorribile in questa casa e in questo anfratto di mondo (Ciampino-Roma ndr) in cui sono finita per sbaglio, ma non rincorro baci. Avercene di baci da rincorrere in questo periodo, scaricherei un po’ di tensione.
Apparte che non so bene se rincorrere baci sia così portentoso, darli e riceverli è portentoso, rincorrerli lascia intendere che ti sfuggono ed è abbastanza esasperante. Vabbè comunque sempre meglio rincorrere baci – e poi darli – piuttosto che rincorrere checchessia d’altro. A parte un eclairs al caramello, quello vale la pena di rincorrerlo quanto i baci, mi sa.

Ho rincorso la dottoressa che mi ha offerto lo stage per concordare un colloquio a quattr’occhi. Per chi non lo avesse capito, sono seriamente intenzionata ad accettare lo stage di sei mesi presso quel laboratorio di analisi privato. La paga è poca, le difficoltà che dovrò affrontare diverse visto che devo stare in sede nel Burundi per risolvere i miei problemi universitari e fare la tesi, e inoltre sarò costretta a vivere dai miei zii almeno i primi mesi visto la miseria della paga, non sono riuscita a trovare un’alternativa migliore al momento. Ma è/potrebbe essere un’occasione davvero troppo importante per lasciarsela scappare. Prima di prendere una decisione definitiva però, devo almeno capire quante ore dovrei lavorare, cosa dovrei fare nello specifico e se sono in grado di farlo, e non posso trattare queste cose al telefono. Quindi ho cercato di contattare la dottoressa per tutto il santo giorno per fissare un incontro. E l’ho appena beccata, alleluia. Pare che la incontrerò venerdì mattina.

Rincorso e afferrato l’appuntamento, dovrò ora rincorrere una serie di tram, pullman, metropolitane, treni che mi conducano in loco. Ho già delineato il percorso da seguire sul sito ATAC di Roma, ma domani farò una prova così da trovare questo laboratorio e non avere problemi poi, venerdì. Sono una maniaca in questo campo, odio arrivare in ritardo, sia a scuola che all’università arrivavo ore prima del necessario, figurarsi ora!
Con la scusa vorrei andare a fare il tanto atteso incontro ravvicinato col Mosè di Michelangelo – bacerei lui  per quanto lo adoro, tanto, dal momento che non ho altri baci da affibbiare o rincorrere, nessuno si offende -, e se la mia amica riesce a svincolarsi dalle sue di catene (sì, è sottile, chi la coglie è un genio come me), ci andrò con lei, sennò vado sola che non resisto più dalla voglia di vederlo. Consentitemi: come diavolo fa la gente che vive a Roma o a un tiro di schioppo da Roma, a non aver mai visto cose del genere? Posso capire che rimandi rimandi e poi non vai, o che magari non ti piacciono Michelangelo (no, questo non lo posso capire in realtà, ma riesco a far finta abbastanza bene se mi ci impegno), la storia di Roma o l’arte, occhei, legittimo. Ma che ti frega? Vivi lì! Passaci davanti, gira la testa e poi prosegui diritto e l’hai visto, no! Io non vedo l’ora di beccare una domenica in cui si entra gratis nei musei vaticani e nella Cappella Sistina, mi sciolgo come le ghiandole salivari in una gelateria al solo pensiero!

Ho rincorso mia madre che non s’è fatta sentire per giorni: va bene che chissà che dovevamo dirci, l’avevo già aggiornata, ma almeno una chiamatina poteva farmela. Ma sarebbe stata una madre normale, immagino, e lei non lo è.

E ho rincorso la dannata gatta. Fu così che andò:
La colf di mio zio sapeva che ero in casa allora ha lasciato aperta la porta secondaria che dà sul terrazzetto della cucina e da lì deve essersi intrufolata, giacchè ero al computer,  alzo gli occhi e mi trovo il suo musetto paffuto e baffuto a fissarmi tra le sbarre delle scale del seminterrato. Siamo rimasti così congelati come due allocchi per 30 secondi, al che mi sono alzata e mi sono avvicinata a lei sbattendo i piedi per farla scappare, ma quella mica si muoveva! Mi fissava con incurante sufficienza e stava lì, grassa come un maialetto impiumato. Si è mossa solo quando ho iniziato a salire pesantemente le scale ed ha iniziato a sgattaiolare come un’infuriata per tutta casa, ovvero per quattro dannati piani di scale e io che le arrancavo appresso e lei che si fermava e mi fissava con beffarda noncuranza e poi correva di nuovo e si ficcava nelle stanze. C’ho messo mezz’ora a levarmela dai maroni.

Ho rincorso Odisseo che era uscito con suo amichetto e io non lo sapevo, ma mi aveva detto di chiamarlo per aggiornarlo e quindi io a chiamare come una derelitta metà serata, nonostante fossi in giro con la mia amica. Una cosa che non sopporto, davvero, è quando mi si dice che non si può parlare al telefono perché si è in compagnia. Odisseo quantomeno mi risponde solitamente e mi dice che non può parlare, ma mi dà fastidioso stesso anche se mai quanto quelli che lasciano squillare il telefono e ignorano volutamente chi chiama. Non ho capito perché non si può rispondere un attimo, che si è davanti al Papa?

Ho rincorso una cavolo di pizzeria tutta la sera per Ciampino, con la mia amcia romana Cloudy, che pare mangino solo pizza al taglio, in piedi, i ciampiniani (ciampinesi?). Abbiamo marciato per  chilometri perchè per una volta volevamo star sedute a vomitar chiacchiere invece che vomitarle sgambettando ovunque come ossesse, e alla fine l’abbiamo trovata grazie a google maps che è una grandissima invenzione, ero già da prima una sua fan e ora lo sono di più. Non fosse che mi ero scordata della maledettissima partita della Roma (mi sa che ha perso, i miei cugini avevano il muso più lungo di un dalmata orfano ieri sera, quindi non ci piove, ha perso), con tutti gli scalmanati a urlare in direzione di una palla che rotola, e quindi siamo corse di nuovo lontano da tutta quella baraonda inutile, verso un  nuovo silenzio da spezzare inesorabilmente, riempiendolo di chiacchiere fresche.

Insomma, rincorro tutto qui, rincorro pure te se mi scappi! Tutto, tranne che baci.

La rivoluzione comincia (sempre) da un libro

Ebbene sì, l’ho fatto.
Come avevo detto e come avevo quasi ingiunto alle mie amiche M&M, dopo le loro pretese di rivoluzionare il palinsesto di Trenitalia per adeguarlo ai loro rigidi orari da cinquantenni divorziate: ho preso il treno e me ne sono andata a zonzo per la cittadina gremita di gente del 25 Aprile e l’ho fatto, senti senti, tutta da sola. Ohibò che anacronistica sfacciataggine! Una tipa in leggins simil pelle, trench e anfibi borchiati che va in giro da sola; si spara da sola un super gelato in quella mega-gelateria-famosa che fa un gelato artigianale coi contro, enorme a solo un euro e venti centesimi, con la cialda caramellata; cammina sul lungomare con i Pearl Jam e Capossela nelle orecchie da sola, finchè non si ferma e guarda te se non va a generare, a questo punto, il più eclatante degli sbalordimenti.
Dico io, proprio nella cittadina santa, sul lungomare, in un giorno di festa, con tutti i bambini a guardarla e a nutrirsi del suo cattivo esempio! E’ una vergogna, siamo nel 2013 qui nel Burundi, per certe cose uno si aspetta almeno il 5073! Ma ella non sembra pensare ai poveri bambini del Burundi che la prendono a funesto esempio. Ella è tutta presa a precorrere i tempi.
E’ con grande stizza e disappunto del Tempo stesso, che sale con noncurante eleganza sulla mezzaluna di panchine che tanto le piacciono, perchè slabbrano il lungomare a mo di anfiteatro, spostando così la ribalta dalla passegguata agli spalti e rubandola al mar d’acciaio di fine Aprile. Poi, in cima, si ferma, le mani nella capiente tracolla jeansata non lasciano presagire niente di buono, l’ansia tutta del momento congelata, come fosse una diva capricciosa che fa attendere il suo pubblico e il Tempo stesso, finchè non si scongela , e tra le sue mani vede la luce dei riflettori, finalmente, Il libro.
Ella si siede e legge sul lungomare della cittadina nel pieno disappunto di Tempo Medioevale e Cazzoni del Burundi.
Fine
Ps: il libro sotto i riflettori è “Le ore” di Micheal Cunningham, particolarmente affascinante paraltro e, qui c’è la maestria del Fato a metterci il tocco d’artista finale, racconta di tre donne collocate su tre diversi piani del tempo (reale e narrativo). Le tre donne compiono i loro gesti come legate da un filo di pensieri e azioni incredibilmente conseguenziale, che si snocciola e ha modo di esistere man mano/grazie al fatto che una delle tre donne, la scrittrice Virginia Woolf, sta scrivendo uno dei suoi libri più famosi, le cui parole a distanza di decenni, muoveranno vite e pensieri delle altre due donne che lo leggono (una delle due) o lo vivono in altri modi(l’altra), ma sempre seguendo il rintocco della sua scrittura e lo sviluppo della stesura del romanzo. E qui la chiudo.

In realtà non è stato tutto rose e fiori.
Forte anche del momento più-di-là-che-di-qua che sto passando con Odisseo, la solitudine si è fatta sentire quasi come nel periodo delle scuole. E poi sono stata abbordata disgustosamente da due tipi loschi alla stazione, tenuta d’occhio e seguita, solito seccante problema dell’andare in giro sola.
M&M mi hanno chiamata come mi avevano detto che avrebbero fatto, per vedere se riuscivamo almeno a vederci un po’. Non fosse che sembravano più interessate – una curiosità malcelata, bovina- a sapere cosa avessi mai potuto fare DA SOLA in giro per la cittadina e che posti avessi bazzicato nello specificio, piuttosto che essere seriamente interessate a vedermi.
Loro stanno sempre in due, almeno in due, non sanno che vuol dire proprio “uscire da soli”, non hanno una struttura mentale tale da permetter loro di capire una cosa così semplice, e per loro è sconveniente farsi vedere sole in questi casi. Le invidio comunque: l’una ha sempre l’altra, non sono mai sole da quasi due decenni, e siccome pensano, mangiano, parlano e vestono in esatto modo, non si annoiano mai, sanno sempre esattamente cosa fare, quando e sopratto con chi. L’una non risponde a un messaggio se prima non ha discusso con l’altra e concordato cosa dire. Lo fanno su Facebook anche, nelle conversazioni a tre, se dico o propongo qualcosa, rispondono insieme, una dopo l’altra e la stessa cosa nello stesso momento. Abbastanza inquietante.
Il problema è che mi hanno chiamata alla 18.30, quando sapevano che il mio treno era alle 19.00 e quindi non ho potuto raggiungerle, lo avrei perso. Potevano fare un salto loro alla stazione con l’auto, ma no, hanno la loro passeggiata cronometrata da fare e devono trovarsi nei posti giusti all’ora giusta qualsiasi siano questi e qualsiasi sia la NON ragione per andarci (non hanno una ragione, se la creano senza darle comunque senso, non so se mi spiego), quindi io ero un diversivo che non è contemplato nel manuale della perfetta cittadinotta burundiana. Sorvolabilissimo.
E poi, sospetto, temevano che qualcuno potesse riconoscermi come la “vergognosa lettrice di libri del lungomare” ed associarmi a loro.
Come si fa a non sentirsi soli vivendo in mezzo a cotanta marea di stronzate?

Due appunti finali:
Appunto uno: se uscite fuori per un pomeriggio solitario all’insegna di voi stessi e della lettura e avete velleità narrative e magari vi portata anche la Moleskine appresso per appuntavi le cose in caso di colpo di genio e perchè fa figo andare in giro con la Moleskine, magari ricordatevi di portare con voi anche una penna, giacchè senza, per quanto figa possa essere, la Moleskine è inutile e le vostre idee andranno in pasta al vento, che non sa che farsene per giunta.
Appunto due: non è che non è successo altro con Odisseo e non si è parlato a cascata di tutto e di noi e delle cose successe, è solo che sto tergiversando piuttosto che mettermi a scrivere di lui, che scriverne significa cadenzare i pensieri e i battiti di cuore, e ho paura di farlo. Ecco quindi che tergiverso scrivendo le stronzate della mia vita non amorosa.

100esimo post, 100 cose da fare, 100 incubi che tornano

Questo è il Centesimo post che scrivo su questo blog e tantiauguriamme, giusto per non perdere il vizio dei festeggiamenti inutili a una settimana esatta dal mio compleanno.
In realtà, avendo aperto il blog il 15 Gennaio e scrivendo quasi tutti i giorni (e un paio di volte pubblicando due post al giorno) è anche abbastanza naturale che sia arrivata a 100 così velocemente. Mi sembrava comunque il caso di celebrarlo in un qualche modo, soprattutto alla luce di quanto successo ieri.
Ieri il mio cpc si è improvvisamente spento per non riaccendersi più e a me è venuta una sincope e un colpo apoplettico insieme, cosa che mi ha illuminata su quanto sia legata al computer, su quanto la mia triste vita ci ruoti attorno (per scrivere il post di ieri ho usato lo sgangherato pc di mio fratello, e sai che spasso scrivere con la metà dei tasti che non funzionano!).
E la prima cosa che ho pensato, è che senza pc, non avrei potuto scrivere su questo blog per un bel po’ di tempo, con molto cordoglio e panico disperato a seguire. Sarà che oramai è un meccanismo naturale quello di scrivere qui, come fosse un diario che pretende la sua dose giornaliera di cagate, sarà che forse, e ripeto, forse, in piccolissima microscopica parte, il fatto di usare la scrittura come catarsi, di raccontarmi, di scrivere un sacco di cazzate qua sopra, mi ha aiutata a ricrearmi e riprendermi un po’, sarà quel che è, ma è questa la prima cosa che ho pensato.
Una persona normale, giusta e retta avrebbe dovuto pensare che senza pc, la tesi (già ferma) sarebbe destinata a star ferma ancora a lungo, con tutte le sciagure che ne conseguono, ma è stata solo la seconda cosa che ho pensato, non la prima, che devo dirvi?
Stamattina poi si è riacceso, ma è una cosa momentanea dovrò comunque portarlo assolutamente a riparare prima che diventi un problema irrosolvibile, giacchè diventa bollente immediatamente,  la ventola fa dei rumori atroci e si spegne di tanto in tanto.

100 è un numero considerevole, 100 giorni possono cambiare la vita di qualcuno. Non è stato il mio caso, ma è realistico che accada. E’ un grande numero, tondo e importante che diventa spaventoso se associato alle cose che devi fare. E anche questo è il mio caso.
La mia priorità – a prescindere da Odisseo e dalla possibilità o meno che il Destino decida di darmi di vivere una storia d’amore con i controcavoli – è quella di andarmene via da qui, di fuggire da questa casa e da questo paese. Non so dove andrò o cosa farò, ma certo è che devo scappare. E per farlo devo riuscire:
a) a vincere i miei 100 blocchi mentali;
b) a concludere finalmente, le 100 cose da fare per poter scappare via.
Il 100 che torna, ancora e ancora.
Sono una fatalista, in un altro caso avrei detto di essere io causa della costruzione di questa ragnatela di simboli e connessioni che vedo ovunque e di tutte le begole mentali conseguenti, ma stavolta no: ho davvero 100 problemi da risolvere e 100 cose da fare da sola (tesi, sbloccare la mia incapacità di avvicinarmi all’Università, pagare la tassa, capire come destreggiarmi e risolvere certi guai che mi creo per complicarmi ulterioremente la vita, cercare un lavoro estivo nonostante i miei problemi col paese, riprendere la dieta, ricominciare a correre, ecc.. ecc…). Il “da sola” mi preoccupa tantissimo. Non riesco a respirare da sola, se ci fosse qualcuno qui vicino a me a prendermi per mano potrei farcela, ma da sola, non credo…

100 sono anche le cose che ho mangiato questa settimana e che non avrei dovuto mangiare, che mi fanno sentire gonfia come 100 mongolfiere e 100 sono le volte il cui negli ultimi giorni, ho sentito il rancido bisogno di abbuffarmi e vomitare.
Non l’ho fatto.
Stavo per farlo, ma non l’ho fatto. Ho mangiato malamente, ma non credo di essere ricaduta in qualche pericoloso meccanismo passato. Sono successe un sacco di cose questi giorni e ho perso la speranza di farcela, d’improvviso, e non ho retto.
Sono tornati, attesissimi, anche i 100 demoni che mi assillano da una vita e si sono portati via il sonno, lasciandomi un pugno di minuti di riposo a notte, dilaniato dagli incubi peggiori, i soliti che tornano in circolo.

Per questo celebro i 100 post: è un 100 che non spaventa questo, merita di essere salutato a dovere.
E ora immagino dovrei andare e iniziare a fare qualcuna di quelle 100 cose, completate le quali potrò andar via da qui.
Tipo respirare…

Il paradosso della (mia) normalità

Sono in ritardo sulla tabella di marcia, ma.
C’è un “ma“, anzi non è un “ma“, ci sono già troppi “ma” nella mia vita consueta, per una volta che non si tratta di “ma” in quanto particella avversativa e posso trasmutarla offrendole un senso controverso minore con cui fare i conti, sfruttare la cosa è d’obbligo.
Non c’è un “ma“, dunque, ma (!) una ragione per questo ritardo.

Ieri, ovvero S-a-b-a-t-o-S-e-r-a, sono uscita come da copione (cosa che in realtà avviene con una qualcerta, usuale frequenza di recente), sono rientrata tardi come da copione e mi sono svegliata tardi Domenica mattina. Come da copione. E quindi tardi il cappuccino, tardi il passaggio obbligato sul blog, postposte tutte le abituali mosse quotidiane, sfasate dalla semi-normalità che interpreto negli ultimi tempi. Con esiti abbastanza patetici, in realtà, ma basta il pensiero.
Uscire il sabato, frequentare personaggi e scene da sabato, tutto questo mi fa sembrare/sentire/mi rende normale. Mi correggo: “mi fa sembrare/sentire/mi rende normale agli occhi degli altri”. La realtà è ben altra, giacchè si innescano una serie di paradossi atavici sulla mia persona, che si sommano a quelli quotidianamente preesistenti. La pretesa di normalità (qui si parla del senso più spicciolo e formale del termine,ok?) cui so di non poter realmente ambire, che cerco di rosicchiare nonostate tutto e di cui, in tutta verità, NON ME NE FREGHI UN CAZZO, è un salvagente di cui ho bisogno a volte e seppur tollerandola in pochissime dosi, devo ricercarla e assumerla per poter andare avanti.
Il complesso punto è questo: io non sono “normale“, ovvero non lo sono per i canoni, le abitudini e le persone che vivono a stretto contatto con me in questo paese e in quelli limitrofi, non sono come loro e come loro si aspettano che io sia /che io debba comportarmi, non lo sono mai stata. Ho provato a vestirli un sacco di volte gli abiti della ragazza in riga con le cose del suo mondo, ma non mi appartengono, faccio fatica a entrarci, mi risultano troppo stretti, come la spiacevole sensazione di indossare dei vecchi jeans se hai messo su qualche chilo. Sono abiti carini, smerigliarti di colori pagliacceschi, troppo per me, mi rendono goffa e mi soffocano.

Ho rispettato il copione, sono uscita di sabato. Segue tra parentesi un sunto breve e sorvolabilissimo della serata di ieri.
(Sono uscita con le mie amiche della cittadina vicina, M&M, anche se non ero propio in vena, ieri. Rispettavo il copione alla  ricerca di normalità e di distrazione, certo, ma la vera ragione è quella tradizione, che vede me e una delle M, festeggiare insieme il compleanno oramai da 15 anni, dal momento che siamo nate nello stesso ospedale a 4 giorni di distanza l’una dall’altra. Con loro sto bene, sono mie amiche non è qui che sta il problema, voglio loro bene, passo delle ore piacevoli in loro compagnia, non sempre mi diverto, ma la mia idea di divertimento è conseguenza della mia persona, che non avendo gusti comuni alla più alta percentuale di coetaeni di queste parti, ne consegue per forza una riduzione forzata delle mie possibilità di divertimento.
Siamo andate a cena in un pub nuovo fuori città, molto carino, pieno di gente, si mangia bene e la birra è ottima, di matrice tedesca, cruda e non molto forte, meno male che  basta una coppa piccola e la testa comincia a girarmi.
Ci siamo aggiornate.
Abbiamo scherzato.
Abbiamo riso.
Ci siamo truccate scambiandoci gli ombretti perlescenti, come bimbette di 12 anni.
Ci siamo scambiate i regali, e mi hanno regalato un profumo con i controcazzi, il Guilty di Gucci che io adoro, ma costando 56 euro la boccetta da 50ml, non l’ho mai acquistato direttamente, solo un’altra volta mi era stato regalato e loro sapevano che l’avevo finito.
Io ho regalato a M un set dell’Acquolina composto da me con profumo alla fragola e panna, acqua corpo alla rosa e violetta, crema scrub corpo e mousse bagno Pink Sugar, neanche lontanamente vicino al prezzo del Gucci, ma è anche vero che loro erano in due. In più ho portato alla M numero due, degli orecchini ricamati fatti da mia madre, affinchè potesse avere anche lei un pensierino sennò aprivamo tutte regali tranne lei ed è una cosa triste. Credo.
Poi siamo andate nel solito pseudo pub ballereccio che piace loro così tanto (e a me manco per finta mi piace, l’ho detto loro che mi fa cagare), che c’è il tipo cui è interessata una delle M e che è un mezzo imbecille a cui non so mai che cavolo dire, ma meno scemo della percentuale delle precedenti fiamme di entrambe e qui la chiudo altrimenti dovrei aprire un capitolo immenso sui metodi infantili e stupidi di corteggiamento e di scelta e avvicinamento del maschio che M&M si intestardiscono a usare da anni e che io non condivido e non comprendo proprio.)

Col fatto che sono vincolata con gli orari visto che non ho un auto, sono dovuta andar via relativamente presto dal pub ballereccio e questa mossa, che potrebbe essere considerata scomoda (e giustamente) dai più, io la accolgo sempre con un certo sollievo.
E qui cominciamo con i paradossi.
Il primo paradosso: sono felice di uscire con M&M, ma a piccole dosi: a un certo punto mi annoio o comincio a sentirmi a disagio e non c’è niente di peggio del disagio fuori, nei pub ballerecci, il sabato sera.
Secondo angusto paradosso: sì, uscire mi rende serena, perchè esco di casa e respiro, ma nello stesso tempo devo fare uno sforzo e adattarmi a locali e cose da fare che questi luoghi mettono a disposizione e che non mi piacciono quasi mai e mi annoiano quasi sempre.
Terzo paradosso: ho bisogno comunqnue di queste sortite mondane, perchè mi fanno sentire “normale“, dove per “sentirsi normale” si intende: essere vista come una che non trova noioso e inutile frequentare certi locali DEL Sabato sera, e poter dire di essere uscita così non mi rompono le palle e a me mi rompono le palle da 20’anni.
Ora, questa cosa la maggior parte della gente non la capisce e dice cose come “ma fai quel che vuoi, se non vuoi non uscire e fregatene degli altri e di quel che pensano e dicono”. Si tratta di persone  che nella maggior parte dei casi, non sono abituate a vivere in un ristrettissimo paese senza niente da fare, e che hanno la possobilità di frequentare e fare ciò che meglio gli aggrada senza avere persone a loro stessa molto care, che la trattano come una menomata mentale se non esce la sera. Non è che non sia buon per loro, solo che queste persone, generalmente, non riescono a capire la mia situazione. Il paradosso sta nel fatto che in effetti, io faccio esattamente così, faccio quel che mi aggrada e “normale non mi ci sento neanche quando faccio di tutto per esserlo. Ma farlo mi aiuta, prima di tutto perchè esco comunque e se non hai alternative devi uscire in qualche modo, e poi perchè mi permette di non essere angustiata e di non vedere la gente che amo guardarmi con occhi perplessi e pietosi, come fossi una pazza da rinnegare che necessita di cure psichiche profonde.
Quarto paradosso: devo uscire ogni tanto per non sclerare, ma quando non sono a mio agio non parlo, la qual cosa potrebbe essere scambiata per timidezza e forse un po’ lo è, ma per lo più è dissacrata noia che spinge la mia testa a pensare ad altro ignorando tutti e tutto.

Chiaro?
Probilmente non è chiaro per niente, ma non so essere più chiara sull’argomento perchè non è molto chiaro neanche a me, nonostante siano anni che cerco di trovare un compromesso che mi renda gli alambicchi sociali forzati, meno traumatici.
Non sono semplice io.
In compenso sono marchiata. Mi hanno marchiato come una vacca, ieri sera al pub ballereccio e non è ancora andato via. Poco male, per oggi sono normale, lo dice anche il marchio, è garanzia di normalità il marchio da pub ballereccio.
Vi sfido a trovare  qualcosa che sia garante di normalità più del pub ballereccio del Sabato sera! E’ come andare in giro con un cartello piantato sul petto che attesta: “Accettabile, nella norma, si comporta come previsto. Vietato scassarle i maroni“.
E questo signori miei, è grasso che cola.

Cambiamenti fantasma

Perchè, di cambiamenti sostanziali, la mia vita non ne ha subiti.
Sì, ho ancora nel sangue l’adrenalina per quel rush di vita che ho accumulato forsennatamente e che mi ha lasciato senza fiato e con le idee e i sentimenti in subbuglio. Non parlo solo di quei cinque giorni con Odisseo, ma anche di tutto il mese precedente, di tutti i pensieri, i battiti e la fatica accumulati. Una botta di sensazioni, emozioni, speranze, baci e vita cui la mia esistenza apatica non è abituata.
Ma in definitiva sono ancora qui, come prima, sempre tra le quattro ombrose mura della mia stanza, la mattina, sveglia già alle cinque, col cappuccino fumoso e schiumante sotto le nari, a scrivere su questo blog e a cercare un modo per incastrare i pezzi che mi si sono rotti e ripartire.
La vita vuole altra vita, una volta che ci si abitua al suo sapore è difficile rinunciarci e tornarsene in gabbia in questa casa, in questo paese bigotto e statico. Ma non ce n’è di nuova vita. L’energia accumulata è bastevole solo per lo sprint iniziale, non per consentirmi di superare gli ostacoli che hanno sempre contribuito a fermarla la mia vita in questi (troppi) anni.

Per esempio ieri sera, parlando con una mia amica ed ex coinquilina dei tempi dell’università vissuta, avevamo deciso di passare il fine settimana insieme a casa sua, nella cittadina universitaria dove sono stata fino a due anni fa e che mi manca da matti. Era tanto che lo progettavamo, ma abbiamo sempre rimandato e siccome smaniamo dalla voglia di passare un po’ di tempo insieme (con lei e altre due persone che non vedo da un po’), ero decisa a mettere due cose nello Jansport e andarci a occhi chiusi, senza stare a pensarci troppo. Ma alla fine, ecco: la mia solita esistenza riprendere il sopravvento, con i problemi logistici di sorta – avremmo avuto solo una notte la casa libera perchè poi sarebbe tornata la sua coinquilina e quindi sarei dovuta rientrare di domenica, ma non ci sono autobus e avrei dovuto cambiare quattro stazioni (deserte) e quattro treni per coprire il viaggio di un’ora e mezza in auto, e davvero non me la sento a tre giorni dal rientro da Napoli – e non se n’è fatto niente. In teoria abbiamo rimandato il tutto al ponte del 25 aprile che è più elastico, ma non ci spero troppo.
Non ho nessuna intenzione di stare in casa il sabato sera, comunque. Da qualche parte quest’energia la devo investire, quindi stasera uscirò con M & M, le due amiche con cui ho trascorso insieme la pasquetta (parlo di loro qui: https://webcamaccesa.wordpress.com/2013/04/02/3-giorni-a-odisseo-pasquetta-lunico-ostacolo/; e qui:https://webcamaccesa.wordpress.com/2013/02/17/in-piedi-come-cretini-a-dimenarsi-come-cazzoni/), per intenderci. Stanno anche morendo dalla curiosità, perchè non ho avuto ancora modo di dir loro molto sull’incontrop con Odisseo e devo dargli anche dei regalini che ho preso a Napoli per loro, ma ci sarei uscita lo stesso, anche se alla fine dovrò adeguarmi ai locali (e alle persone) scemi che spesso frequentano. Non posso stare in casa, non in questi giorni, non questo mese.

Non è cambiato niente, dicevo. E che ti aspettavi? potreste giustamente rimbrottare.
Eh… credo proprio che stavolta, mi aspettassi qualcosa. Non un cambiamente radicato  nella mia vita, non sono così scema, ma nella mia voglia di vivere, nella forza necessaria che serve a riprendere a vivere, quello sì, me lo aspettavo.
Invece sto ancora qui a boccheggiare e bloccarmi, a far fatica ad aprire la pagina dell’università per pagare quella stupida tassa di fine corso e contattare la professoressa della tesi. Ma anche a riprendere a correre, a rimettermi seriamente a dieta, a organizzare qualcosa di sciocco per il mio compleanno, a stabilire un percorso da seguire, a riprendere a scrivere seriamente quella storia che ormai ho talmente tanto in testa da sentirla pulsare con più vita di quanta non ne abbia io stessa, a sognarmela ogni notte, ma non mi ci metto a scriverla!

Mi sento diversa, ok? Sono diversa, c’è qualcosa che è cambiato, ma non riesco a individuarlo e non so come sfruttarlo. Ho bisogno di questa energia, ne ho bisogno per neutralizzare i demoni e temo di vanificarla inutilmente così, di disperderla al vento.
Perchè sto ancora in incubazione pensando a Odisseo?
Ho pensato di tutto, ho riflettuto su tutti i pareri e consigli che mi sono stati dati, vagliandoli uno a uno, sempre conscia che la soluzione sta da qualche parte e spetta solo a me trovarla. Ho pensato anche che possa essere confusa perchè in realtà io voglio che le cose vadano bene con Odisseo, perchè sono anche io come la maggior parte della gente, che fa occhi da mercante e pensa solo a sistemarsi con qualcuno e a dar sfogo ai legittimi e bestiali desideri di riproduzione, scambiando il tutto per amore perchè lo vuole, o come quella ragazza con cui ho parlato a Pasqua, rimasta incinta all’età di 22 anni che si è autoconvinta che la sua è una grande storia d’amore, nonostante sappia che il tipo le mette spudoratamente le corna e che stiano insieme solo per la questione “bambino”. Piccola parentesi: in questi mesi mi sono davvero resa conto di quanto la mente sia l’arma più grande e potente che l’uomo ha, e parlo di “arma” intesa sia in modalità di difesa/attacco sia in quella di autoflagellamento: possiamo salvarci o illuderci o ammazzarci, grazie al solo rumorìo della nostra mente. Parentesi chiusa.
Dicevo, ho vagliato tutte le ipotesi con Odisseo e lo so che molta gente pensa che questa mia confusione sia uno specchietto per le allodole perchè non voglio accettare che non mi piaccia, ma io non credo sia così. Credo ci sia qualcosa che non mi convince in noi, ma non che non mi piaccia.

Alla fine, questo profumo di cambiamento, potrebbe non essere altro che il solito movimento vitale che si realizza in me ogni aprile, puntuale come i famigerati treni d’epoca fascista (nah, non quelli d’oggi). Aprile è il mio mese, non so se dipenda esclusivamente dal fatto che in aprile io ci sono nata e proprio nel cuore di Aprile, o se c’è una qualche connessione particolare per cui la primavera mi stravolge e mi rigenera. Sta di fatto che come fioriscono i ciliegi io rinasco, getto via la vecchia carcassa e mi rialzo conscia di una nuova missione da perseguire e di avere di nuovo accesso al fuoco che mi arde qui, da qualche parte, e che il resto dell’anno se ne sta in ostaggio di qualche demone fellone.
Ma questa rinascita, ogni anno, resta fine a se stessa. E’ preceduta da grande dolore e grandi fatiche, ma poi il fuoco me lo perdo di nuovo e anche la nuova pelle di fiori di ciliegio. E’ come scartabellare e scartabellare fino a sanguinare, e finalmente respirare un po’ per essere nuovamente ricoperta di cellule morte due secondi dopo.

E’ così anche questa volta?
Questi cambiamenti che soffiano ovunque sono ancora cambiamenti fantasma?
Quanto cavolo dipende da me, adesso, piuttosto che dallo stupido mondo in cui sono relegata?
E se compiuti i trent’anni non riuscissi più a rinascere come i fiori di ciliegio?

Dieta è:

  • Chi non è mai stato a dieta non capisce un cazzo delle diete. Possono parlare, sciorinare frasi fatte una dopo l’altra, ma comunque resta assodato che delle diete e delle restrizioni e degli stati d’animo di chi è a dieta, non ne sa un tubo. E parlo di diete per perdere almeno 20 chili (almeno!), non di diete per tre chili di troppo, che quelle non sono diete, sono stronzate. “Dieta” è una parola sola che onnicomprende diversi concetti, più o meno sinonimi, collegati come i rami di una stella: dieta è autocontrollo, dieta è equilibrio, dieta è autoconvincimento, dieta è lotta perenne dura strenua, dieta è continuità, dieta è guerra alla depressione, dieta è alimento di depressioni, dieta è organizzazione, dieta è parsimonia, dieta è volontà, dieta è inventarsi ‘sta cazzo di volontà dal nulla, dieta è essere soli durante la dieta in un mondo di gente che non è a dieta, dieta è vincere ogni giorno, dieta è sapersi rialzare se qualche giorno si perde, dieta è vincere i maligiudizi delle malepersone, dieta è non mangiare i dolci, dieta è non mangiare gelati, dieta è ruminare erbaccia come le capre, dieta è non ascoltare i suggerimenti di chi non è mai stato a dieta, dieta è non abbattersi mai, dieta è sconfiggere la fame, dieta è sconfiggere la tristezza, dieta è sconfiggere i demoni del proprio passato che tornano a flagellarti, dieta è imparare ad amare sè stesso, dieta è nutrire la speranza di poter piacere a sè stessi, dieta è nutrire la gioia di vivere nonostante la dieta, dieta è nutrire tutte queste cose senza aver molto cibo con cui nutrirle, dieta è imparare a non dipendere dai complimenti, dieta è riplasmare il proprio corpo, dieta è reinventare totalmente sè stessi, dieta èi imparare a essere migliori, dieta è capire di essere migliori, dieta è resistere alle tentazioni dei disturbi alimentari, dieta non farsi più male, dieta è non cercar di farsi del bene facendosi del male, dieta è imparare a farsi del bene, dieta è ristrutturare il proprio modo di vivere, dieta è ricostruirsi un mondo adatto, dieta è quella cazzo di corsa mattutina, dieta è correre invece che leggere, dieta è camminare sotto il sole cocente, dieta è sudare sette camicie, lavarle e sudarci di nuovo dentro, dieta è voler ardentemente vivere e vivere in modo diverso dal già vissuto.
    Vediamo quante di tutte queste cose sono in grado di fare quelli che sparano sentenze sulle diete senza averle mai fatte?

Come una pecora del montone

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Sono appena tornata dal mercato con due maglie bellissime e questa giacchetta meravigliosa, ma mi stanno di merda, di merda! Mentre misuravo e un riflesso di bitorzolo con una bella giacca mi guardava desolata dallo specchio, il mio occhio ha iniziato a martellare e la bocca a sformarsi in un ghigno a metà tra urla di spavento e pianto disperato. Sono dovuta andare a trangugiare cinque patate lesse, per levarmi quel ghigno dal viso, cinque! Che sono un mucchio di calorie e ora non posso mangiare un caspiterina di niente per tutto il giorno. Proprio oggi, con quella torta mimosa che trionfa in frigo a ricordarmi che forse, sotto le mie carenze e le mia ciccia e le mie ansie e le mie mancanze e i miei fallimenti e la mancanza di amore, forse ma dico forse, anche qui c’è una donna.

Ho speso gli ltimi spiccioli per comprare qualcosa di carino per l’incontro con Odisseo, ma è inutile.

Sto andando in crisi e non posso andare così da lui, in queste condizioni.
Lo perderò, non posso perderlo sono innamorata di lui come una pecora del montone, non posso farci niente, è lui il mio montone, non ci sono altri montoni disponibili qui, a ogni pecora il suo e il mio ormai è designato irreversibilmente…

Digressione

Cosce sfatte e rivoluzioni

Terzo giorno di corsa, capite?! Terzo!
Eh sì lo so che sono pallosa e che sono giorni che non parlo d’altro, ma ho corso, capite? Corso!
Ok non correrò per un’ora di seguito, ok muoio di freddo, ok il lungomare è vuoto e il mare romba, ok le mie mie povere cosce stanno urlando dal dolore, ok non mi sveglio più alle 5.00 della mattina ma alle 6.30 perchè vado a letto distrutta, ok magari non perderò troppi chili a correre solo per 8 minuti totali, intervallandoli alle camminate, ma comunque mi muovo, esco, mi sfondo, ci provo.
Combatto non solo contro la mia proverbiale pigrizia, ma contro il mal tempo, i cani, il timore di essere stuprata, l’esigenza di starmene sotto le coperte a leggere il mio caro Bukowski, alle sei di una tremenda mattina di inverno (perchè sì, è ancora inverno), e contro lo sconforto di non riuscire a correre, di non riuscire a dimagrire.

Vi dico una cosa, una cosa che forse ho sempre saputo, ma che ho realizzato davvero solo in questi giorni: non importa quando si corra di per sè, o se si cammina soltanto. In realtà conta solo sconfiggere i propri blocchi. Io mi sto mettendo in gioco, mi sto impegnando davvero. Corro poco forse, ma esco con ogni tempo e situazione, sono caparbia in questo. Ed è davvero strano avere il lungomare  tutto per sè, con solo lo scirocco tutt’intorno a te, non si vedeva una mazza stamattina, solo nebbia che sembrava l’inizio di un thriller poliziesco ambientato nella vecchia Londra, quando uccidono la ragazza fessa che se ne sta in giro da sola in una situazione del genere. Non scherzo, ho avuto davvero il timore perenne che un tipo incappucciato potesse spuntare dalla nebbia a stuprarmi o sgozzarmi, e ogni tremendo rombo delle onde era un colpo al cuore anche perchè sono altre tre metri più di me, quelle cavolo di onde!

Capite ora perchè per me essere riuscita a correre tre giorni è tanto anche se in realtà non lo è? E’ una lotta con me stessa e la sto portando avanti.
Per questo se volete farlo non vi preoccupate se correte solo due minuti o se la bilancia non vi restiruisce gli sforzi impiegati, fatelo lo stesso.
Fatelo perchè conquistare l’alba è bello, fatelo perchè lo sforzo purifica, fatelo eprchè è una forma di azione.

Il programma che sto seguendo io è meraviglioso e funziona e ringrazio Vuc’s (che trovate qui: http://vicozzarecords.wordpress.com/) per avermelo consigliato: se leggi Vuc’s, grazie mille!
Lo trovate qui: http://www.albanesi.it/Corsa/cominciare.htm
Io sto chiaramente alla prima fase ovvero cammino 2 minuti e corro 1 minuto per almeno 8 volte e credetemi è meno semplice di quel che sembra. Volevo aumentare e passare alla seconda fase la settimana prossima ma mi sa che non sono ancora pronta e che persisterò con la prima fascia.
Non mi sono ancora pesata, non so se serve, ma serve o no, non credo smetterò.
Mi fa sentire troppo bene e dio solo sa se ho bisogno di sentirmi bene.

Calipso si sveglia alle 5 per andare a correre.

Calipso si sveglia alle 5 per andare a correre.

Calipso non corre.

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Cime tempestose e canne al vento per le cronache marziane

Io ho da sempre avuto un vizio, quello di trasfigurare ogni sensazione, ogni contesto, ogni avvenimento, in termini letterari e trasfomarlo nella cornice di una storia o nella storia stessa. Tipo un filtro che volente o nolente, si mette in moto e mi plasma la realtà. Causa ne è sicuramente quella religione sana/insana che è la bibliomania: in pratica sono buona a null’altro, il che è sinonimo di disgrazie tanto quanto di rassegnate euforie.
Ecco quindi che iniziare a scrivere oggi le mie cronache marziane – e mi perdonerà Bradbury se gli scippo il titolo del libro e ne riciclo il senso in termini mensili – il giorno dopo il mio tragico febbraio di studio e ansie e concorsi, in questa cornice di bufere, strade che sono fiumi in piena, cime sferzate dalla tempesta e canne che volano nel vento, ha nel suo perchè, un che di letterario, un sapore di libri e inchiostro che se sei me, o se sei pazzo e libromaniaco come me dall’età di 6 anni, non può sfuggirti.
Tutta questa tiritera poeto-maniaca, solo per dirvi che piove e ulula da ieri sera, ininterrottamente e che questa è la cornice da cui scrivo. Detto ciò, iniziamo.

Il primo esame è stato il 28 e non è andato male. Neanche è andato bene. Però è andato.
Ci sono arrivata dopo una notte insonne (di cui scandisco le ore qui: https://webcamaccesa.wordpress.com/2013/02/28/donna-che-scandisce-il-tempo/) e ci sono andata con una signora che ho conosciuto alla prima fase col concorso e altre sue due affiliate. Ed è bastato che fiatassero in quell’auto mezza votla, alle gelide 6.00 di un gelido ultimo giorno di febbraio, per capire che di possibilità di riuscita in questo concorso ne ho neanche mezza, seppur dopo tanta fatica e sbattimenti che hanno coinvolto anche quei poveri Cristi che hanno la premura di leggere le mie lagne.
In pratica tutte loro (più tanti altri ho avuto modo di appurare poi, in loco) si sono fatti preparare da una direttrice o una professoressa per affrontare il concorso. Cioè queste tipe hanno selezionato loro cosa dovevano studiare, hanno scritto loro dei temini belli che pronti da imparare sugli argomenti giusti e più quotati nell’ambiente, nell’esatto modo in cui le domande andavano affrontate.
E così mi sono spiegata un sacco di cose, tra cui come fare effettivamente a studiare quella roba e perchè abbia avuto così tanti problemi a portare a termine un programma tanto vasto e sfaccettato tutta sola. E lo dico qui semmai qualcuno passasse e gli servisse, che per un concorso SERVE UNA LINEA GUIDA, che sappia muoversi all’interno dell’ambiente del concorso, che ne abbia già fatti, che sappia cosa ci si aspetta, che proponga argomenti papabili e le soluzioni di queste da esporre nelle tracce come richiesto. Che detto in soldoni è: qualcuno ha scritto loro gli argomenti giusti e il modo in cui vanno trattati e loro se li sono copiati o imparati a memoria così com’erano e così com’erano li hanno poi usati. Il tutto per la modica somma di 1.000, 1200 euro per un mese di lezione! Hai capito tu come ci speculano sopra ‘sti qua?!
Hanno fatto bene: hanno tirato fuori queste benne tesine svolte ad arte dalle professoresse in questione, e da queste hanno bellamenete… mmhh come dire… attinto idee e forme semantiche.
Allora, io non mi sto giustificando, ma se io ho portato a termine uno dei due concorsi (l’altro è stato un emerito disastro) è solo grazie alle mie forze. Alla cara Calipso nessuno ha scritto le domande nè ha insegnato niente per milleduecentoeuro, nè ha dato la minima indicazione sulle cose da studiare che mica dovevano essere quelle del libro, INUTILI!
Ho portato a termine il primo concorso rispondendo a tutto, ma non perchè conoscessi le risposte o perchè tutto quello studio matto&disperato effettivemante sia servito a qualcosa (sul programma c’era poco meno di niente, fanculo al programma ministeriale), ma solo perchè ho dato fondo a un po’ di buon senso e a una certa dose di creatività. E infatti le tipe dotate di “tesine e insegnamenti della prof.”  non sono riuscite a fare molto perchè le domande erano difficilmente inquadrabili.
Questo non vuol dire che io lo superi o che il concorso per me sia stato meno che un disastro, ma comunque ho risposto e concluso ogni domanda e sarò una schiappa, avrò preparato male un concorso nazionale, ma almeno non mi sono fatta scrivere il temino dalla prof.  per 1.200 euro o ho sgradevolmente copiato dai “pizzini” messi nel vocabolario.

Il secondo giorno di concorso è invece stato un disastro fatto e finito. Questa volta i temini sono serviti alle tipe e infatti hanno tutti copiato tutto, senza vergogna, e io me la sono presa elegantemente in quel posto.
Vedere tutti scrivere per due ore e mezza mi ha fatto sentire un’inetta troglodita che ha perso quella che potrebbe essere l’occasione della sua vita, e che a detta della sua cara madre ha sbagliato a non chiedere aiuto e capire come prepararsi prima. Ma la cara madre tende a gettar sterco a prescindere, su tutto ciò che fa la Calipso qui presente, e non sa che quelle tipe sapevano cosa aspettarsi perchè hanno fatto concorsi in passato o perchè, è il caso di una di loro, ha la madre che lavora nel campo che le ha dato tutte le dritte necessarie.
Ma bando alle lamentele non sono qui per quelle, solo per riportare quello che io facevo mentre tutti intorno a me rispondevano diligentemente alle domande del concorso, competenti e preparati loro altro che me.

Io ho scritto.
Non le domande, ma una specie di “coso” inutile che mi è venuto in mente, per far passare il tempo durante quelle orride due ore.
Ecco che torna la modulazione della vita di una letteratura-dipendente: tutti vivono e lavorano sodo e tu? Tu non fai un cazzo, li guardi e trasformi la tua vita in letteratura per autocompensazione.
Questo il “coso” quando non sono stata in grado di adempiere alle attese:

“Le persone scrivevano e il fruscio delle loro penne si mangiava il tempo con lentezza ammorbante. La sua di penna, il tempo se lo sarebbe divorato, e invece se ne stava lì, inerme sul foglio come il moncherino di un reduce di guerra, uno di quelli sconfitti a bordo pista, a guardare sfilare i vittoriosi in Terra Santa.
Se Bianca amava qualcosa, era proprio il fruscio della penna quando traccia parole furiose.
Se Bianca odiava qualcosa, era proprio il bianco del foglio quando era spurio da ogni segno.
Non poter sentire il fruscio della sua penna, ma vedere il bianco del suo foglio, era quindi per lei pari al ricevere una frustata sul visto, scoccata da un centauro incazzato e nerboruto.
Le piaceva la penna perchè colmava lo smunto candore dei fogli, li violentava senza alcuna pietà, con tanti saluti al vuoto che il bianco esigeva. Bianca aspettava che qualcuno arrivasse a imbrattare il suo bianco con la stessa ferocia di una penna sul foglio, mentre le penne degli altri si mangiavano il tempo con lentezza ammorbante.
Sì, la sua di penna, il tempo se lo sarebbe divorato
.”

Ho paura di fallire.

Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire.Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire.Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire.Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire.Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire.Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire.Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire.Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire.Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire.Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire.Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire.Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire.Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire.Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire.Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire.Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire.

Sto fallendo.

Declinare “continuare” e non “ricominciare”

Che poi “Continuare” sarebbe un verbo decisamente più bello di “Ricominciare“, è solo che io non lo so declinare.
E se non sai declinare un’azione, come fai a farla?
Te lo dico io come: NON PUOI.
So declinare “ricominciare”, quindi ricomincio come ricominciai quando avrei ricominciato se solo avessi potuto ricominciare ed è perciò che ricomincerò.
Se solo sapessi “continuare”, non avrei bisogno di “ricominciare”. Ma a continuare non lo insegnano a scuola, a ricominciare lo impari da sola, giusto perchè sennò crepi.

E se stiamo facendo qualcosa che invita chiaramente il karma a morderci il culo?

Ok, non ho tempo per scrivere qui, eppure eccomi col mio tazzone di caffè americano, a scrivere qui. Di tutte le abitudini più o meno nefande che ho preso a ripetere ciclicamente, questa del blog proprio non voglio perderla: 365 dovranno essere alla fine i post, che saranno più post di fallimenti o di redenzione, solo la storia ce lo dirà.
Ora, non è che in un mese questo blog mi abbia risolto tutti i problemi, ma è molto più che un diario o una manifestazione di intenti, è un’azione e le conseguenze, è far pace con se stessi o autro-accusarsi per poi comuqnue, far pace con se stessi, è una terapia risolutiva e un coacervo di iniziazioni insieme.Non è che sto facendo questo sproloquio pro blog perchè sono pazza, è che oggi ricorre il primo mesiversario di questo blog. Un mese fa, a inizio giornata stavo decidendo di aprire questo blog e a fine giornata il post era già scritto.
E mentre pensavo a questo, mi sono ritrovata a trarre una conclusione cosmica, sapete, di quelle epifanie che ti colgono e devi fissarle altrimenti si perdono di nuovo nel cosmo da cui provengono. Segue l’epifania:

Possiamo menarcela quanto vogliamo con sfortuna e lamentele a seguito, ma la verità è che il karma è equo, che tutto torna, quindi se il karma di qualcuno è più negativo che positivo, questo qualcuno dovrebbe star lì a fare quattro chiacchiere con l’anima sua e tirar giù le dovute somme. D’ora in poi mi farò questa frase ogniqualvolta mi sorgerà un dubbio amletico: sto facendo qualcosa che invita chiaramente il karma a mordermi il culo?

E se la risposta sarà “sì”, be’… credo che continuerò comunque a farla.

Gli accordi presi con l’Universo

La neve mi ha graziata.
Viste le previsioni nefaste della protezione civile e le allerte in tutt’Italia, tutto è stato religiosamente fermato e rimandato, esami, università, scuole e concorsi.
Ora, il fatto che dalle mie parti non si veda un fiocco di neve a pagarlo a peso d’oro, mi pare una considerazione del tutto superflua: è prevista bufera, punto. L’università e le scuole sono irrangiungibili e a menochè non si voglia invitare qualcuno a spezzarsi l’osso del capocollo sulla strada ghiacciata o farlo morire annegato/assiderato, tutto si deve fermare e doviziosamente rimandare.
Dio benedica il fronte siberiano.
E me, che respiro un po’.

Davvero non so come sarei riuscita a passare indenne questi giorni, senza dormire per tre notti di fila, nutrita solo di caffè, uno dopo l’altro, al punto che ieri sentivo la testa fluttare come una medusa pompante e snocciolante nozioni, finchè il mio organismo si è autoprotetto da una catalessi sicura e non sono riuscita a sorbirne più neanche una goccia.
Ma ne avevo bevuto talmente tanto che non ho preso sonno subito, nonostante la stanchezza, nonostante il sollievo per aver qualche giorno in più per studiare e nonostante abbia potuto ficcarmi in un letto senza sensi di colpa.
E credeteci o meno, è incredibile quanto possa essere infinitamente bello ficcarsi in un letto senza sensi di colpa. (I doppisensi sessuali sono del tutto involontari e infodati visto che l’unico essere vagamente stimolante nel mio letto, questa notte, era il peluche di un lupacchiotto battezzato da me col nome di “Pollo“, tutto erotico come un brodino annacquato con le bucce di patate a galleggiarci dentro).

Quindi sono rimasta una buona ora a guardare il soffitto, troppo stanca per fare qualsiasi cosa e la mia testa, come la medusa di cui sopra, ha esporato pulsante, immota e gelatinante, un pensiero mai accarezzato prima in questi miei profondi e tenebrosi mar,i seguito da una specie di preghiera-buoni propositi che qui riporto, così come si sono rivelati a me:

“Che l’Universo non mi odi più? Be’… quantomeno pare non odiarmi più, e mi sorride benevolo versando sassolini luminosi sulla mia strada: prima Odisseo, ora, addirittura, nubi e tempeste di matrice siberiana, vengono scomodate dalla steppa natale per muovere verso l’Africa, come grossi Titani verso l’Olimpo, in perfetto sincrono con le mie mancanze, come a voler metterci un tappo loro o a concendere a me il privilegio di non essere una perdente, per una volta.
Se mi senti, grazie Universo, stavolta non mi farò fregare, te lo prometto, non so quanto tempo avrò, ma sfrutterò ogni secondo, sarò diligente, curiosa, preparata oltre ogni dire, sarò tutto quello che non sono mai stata, sarò come quella di quel dipinto “La ragazza era brava e aveva un cervello”.
(nb: Il dipinto citato può non esistere ed essere conseguenza dei fumi causati da ettolitri di caffeina, studi improbi, sonni sconnessi.)”

Buona domenica al mondo, che io me ne vado a rispettare gli accordi presi con l’Universo…

Inutile piangere prima di versare il latte

Inutile piangere prima di versare il latte” è la mia nuova filosofia.
Che è tanto una cosa tipo “la scoperta dell’acqua calda“. Ma se ci si presta la relativa attezione, ci si accorge che non è affatto così scontato, visto che tutti stanno a ripetere che “Non si piange sul latte versato”, e chi l’avrà mai detto poi. Io c piango eccome sul latte versato, non vedo perchè non dovrei, dopotutto l’ho versato, un piantino lo meriterà pure, poi basta ma un piantino te lo puoi anche fare.
Il punto è che non serve piangere prima di versarlo! Sennò sai che succede?
Che ti ritrovi a piangere nella prospettiva di poterlo versare, a piangere mentre lo versi, a piangere dopo che l’hai versato, e ti passi la vita piangendo.
Non ne vale la pena. Per questo urge una nuova filosofia, soprattutto oggi. Insomma io non ce la farò a finire il programma e ripeterlo a dovere, quindi non supererò st’esame, ma piangerò dopo, una volta che è morto e sepolto insieme alla mia fatica e alle mie speranze. Esame, fatiche e sparanze morte valgono un bel pianto. Soprattutto perchè sono mie e quindi sono le ennesime schiattate violentemente. Una carneficina sulla via di Damasco.

Quindi ora mi faccio settecento cups of american coffee e mi rimetto a studiare e quel che sarà si vedrà.
Il punto sapete qual è?
Che comunque, per ora, non piango.

Come spiritelli nefasti

Non posso stare qui a scrivere, ma non posso smettere di scrivere.
Gli imperativi categorici che crozzano, producono un fragore che neanche una batteria di bambini percussionisti di 6 anni, eguaglia.
E il fragore rimbomba nell’alba che imperterrita resta incastrata nella mia stanza, una bolla di silenzio che opprime  il cuore e invita la mente a concentrarsi sullo studio: “Studia, befana, studia, senti quant’è provvido questo silenzio? Non hai scuse, STUDIA!”
Vecchia, laida, infida alba.

Perchè mi caccio sempre in questi guai? Perchè mi metto sempre a studiare troppo tardi? “Perchè voglio fallire. Per poi autocommiserarmi e e giustificare me stessa quando cedo alle abbuffate e persisto in un’apatica esistenza senza vita”.
Sì,sì, sappiamo tutti che la risposta è questa, ma fingiamo che i guai dipendano da quella me piena di magagne psicheche che mi porto dietro fin da bambina, e di cui dovrei parlare in questo blog perchè se la webcam deve stare accesa nella mia stanza, fissa su una ragazza completamente ferma, almeno debbo consentirle di denudare quello che si anima nel baratro d’inferno che è l’anima della ragazza.

Non ora però, ora devo solo andare a studiare. E devo continuare strenua e indefessa con la dieta.
Non sapete quanto sia difficile tenere la mente e il corpo concentrati, al loro posto, fermi, entrambi. Uno sforzo che mi prosciuga e sempre molto labile, pronto a spezzarsi e lasciar esondare il marciume incipiente.
Mente e stomaco collegati e intrappolati nello sforzo del controllo, senza che abbiano la possibilità di andarsene in giro a scartabellare pacchi e dolci e mettere a soqquadro la bottega del calzolaio come spiritelli nefasti (e se ve lo state chiedendo, non lo so mica perchè dovrebbero mettere a soqquadro proprio la bottega del calzolaio io, ma a quanto pare, tant’è).

No poverini, la mente deve studiare e lo stomaco restringersi, gli restano solo i gorgoglii e i borbottii di protesta. E tanta tanta tanta fame.

E ho litigato con Odisseo.
E non finirò mai il programma da studiare.
E non lo supererò mai l’esame.
E non dimagrirò mai.
E sono sul filo di un rasoio…

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