Come far parlare Odisseo?

Il punto è che Odisseo non mi dice niente. L’ho appena sentito e non mi ha detto niente. Ieri abbiamo parlato come due ossessi della conversazione telefonica e non mi ha detto niente.
Oh lui parla, questo sì, e sa farlo anche bene. Attinge a un ricettacolo di parole più fornito della Torre di Babele: le prende, le morde, le strappa ‘ste parole, le dilania, le impasta di senso&saliva, le rimodella con la lingua, le emette in diabolici canti ed erre francesi, ripieni di una tale fascinosa potenza da attanagliare il cervello e comprimere l’utero.
E’ bravissimo in questo. Chissà se fa quest’effetto solo a me o anche agli altri, chissà se comprime l’utero di tutti. Forse è per questo che è stato richiesto come ghostwriter da una lista di candidati della sua città per le Comunali di questi giorni! Non parla lui, ma gli scrive i discorsi, le parole sono le sue, l’effetto dovrebbe essere lo stesso…

E’ che una volta, in tutte quelle parole che mi decantava, c’era sempre un retrogusto di meravigliosa intimità, di sentimenti così teneri da non far credere alla deflagrazione di sensazioni che accompagnavano e che in tutto ciò, facevano solo da scolo alle sue parole d’amore, quelle vere, pulite, senza ombre o dubbi, in grado di trasmutare una frase in un gesto, con buona e fottuta pace di tutte le limitazioni che la distanza comporta.
Sette mesi di meraviglia, sono stati.
Ora invece non posso neanche “accontentarmi delle briciole“, e non solo perchè io odio i luoghi comuni e i detti stradetti, li trovo tremendamente poco denotativi delle varie circonstanze che sono chiamati continuamente a rappresentare. No, è che qui non ci sono neanche briciole di cui potersi accontentare!
Tante parole, tanti discorsi, tante battute, tanti gesti d’affetto sincero, ma niente di intimo, niente che faccia pensare a noi anche solo lontanamente come a due innamorati che ci provano, almeno, a diventare una coppia. Cosa che in teoria stiamo facendo, a detta di Odisseo stesso. Ma il suo modo di farlo, dopo i tormenti di fine aprile è questo: un muro di marmo.
E io? Come rispondo a un muro di marmo?

Non lo so come si risponde a un muro di marmo.
Ho iniziato a rispondere alle sue parole rigide con discorsi leggeri, ma non sono io quella, non sono la Calipso che sono con Odisseo e non ho più intenzione di sottostare a questo gergo da Marina degli Stati Uniti d’America. Ho quindi ripreso a comportarmi come un mesetto fa, dicendo esattamente tutto quello che penso, esattamente tutto quello che provo, flirtando quando mi va, “accarezzandolo” quando ho voglia, infiocchettando i nostri discorsi di tenerezze e coccole, come posso, dove posso, quando posso. Quest’avarizia improvvisa di gesti e modi e parole e sentimenti è una sua scelta, e non ho più voglia di assecondarlo contro la mia naturale propensione.
Ma questo non vuol dire che debba (possa?) aspettarmi un riscontro di qualche tipo da parte sua, giusto? Perchè finora non ce n’è stato alcuno, anche se ho ripreso da poco questa libertà, ma comunque non riesco a tirargli fuori niente di sostanziale.
Mi chiedo se non stia sbagliando a farlo; mi chiedo se non sia tutto inutile e non debba invece considerare questa ritrosia come una fine di fatto della nostra storia e quindi non credere a quello che mi ha detto, che non è finito niente; mi chiedo cosa posso fare, se c’è qualcosa da fare per capire se Odisseo riesce a tornare ad aprirsi un po’. Non pretendo certo che sia tutto come un mese fa, se non se la sente, o che debba sentirsi obbligato a farlo, per carità. Voglio solo capire come riuscire a capire e se posso aprire una breccia nel muro di marmo che vuole erigere, prima di incontrarlo.
Perchè io un altro mese a dare 100 e ricevere 1, non so se sono in grado di sostenerlo. Avevo deciso di lasciar correre e aspettare il nostro prossimo incontro per prendere decisioni eventuali e drastiche, ma ora non sono sicura di riuscirci, non se continua così, senza una breccia alcuna a farmi rivedere il mio Odisseo dall’altra parte.

Quindi che cavolo faccio? Continuo così? Sbaglio? Non sbaglio? Quale cavolo è l’atteggiamento giusto?
Posso portarlo a rilassarsi, stabilire sempre conversazioni lisce e creare una situazione di serenità e a questo punto attaccarlo con una tenerezza.
Oppure rompere la routine e chiamarlo quando più mi aggrada, inserendo una dose di inattesa e sorpresa nei nostrio incontro telefonici.
Possi scrivergli dei messaggini carini con più regolarità, magari prima di andare a letto o la mattina preso come ho fatto stamattina.

Io non voglio arrendermi, cazzo, ma non so proprio come si fa a scavalcare un muro di marmo.

Benvenuti nell’istante inesistente

La ventola del mio pc gracchia affannata, la pioggia cigola lì fuori, il caffè americano spande aromi vischiosi e io avrei dovuto essere su un autobus direzione “Fottuta Università“, quindi questo istante non doveva esistere. Invece esiste, perchè non ci sono andata all’Università.
Lo so che visti i miei precedenti a questo punto della lettura, una buona percentuale di persone potrebbe pensare “lurida codarda blasfema” e col giusto credito anche, ma stavolta alzo una mano a mia discolpa e non è che io mi discolpi spesso, quindi è un gesto che ha un suo perchè.
In pratica mi serve un un numero – il reddito del 2011 perchè mi calcolino la mora e la seconda rata – e non posso averlo, quindi devo aspettare che mia madre se lo procuri e spero vi riesca presto, sennò so’ cazzi cavoli amari. Nonostante ciò mi ero svegliata vestita lavata pettinata e inghiottito il nodo di ferro che mi si pianta in gola ogni volta che devo salire all’Università, ed ero pronta ad andarci lo stesso, ma siccome diluvia che dio la manda e siccome mia madre dormiva e non potevo giungere alla fermata senza passaggio e poi comunque sarei dovuta risalire per tutto il resto una volta avuto quel numero e sarebbero stati altri dieci euro di biglietto dell’autobus… insomma sì, sono una codarda.
Non ce la farò mai.
Ma questo non vuol dire che non ci proverò. Quindi nell’attesa/speranza che mia madre mi procuri quel numeretto in fretta, come scocca ora umana mi attacco al telefono e alla segreteria dell’Università e cerco di capire quali sono i “cento passi” che dovrò fare una volta arrivata là per risolvere questo casino, vedi mai che sapere esattamente le mosse da fare e dove andare, non mi faccia brancolare una volta lì, come una sperdura sparuta ragazza spaurita.

Un altro istante che non sarebbe dovuto esistere, è quello di ieri sera con Odisseo.
Non che sia successo chissacchè, in realtà si è fatta una tempesta in un bicchiere d’acqua e proprio per questo mi brucia e duole ancora di più. Intendiamoci, le cose tra di noi non vanno malaccio in questi giorni, abbiamo ripreso a sentirci con continuità e lui mi cerca e lui mi chiama e lui mi racconta tutto e di più della sua vita. Inoltre nei momenti di maggior serenità, quando siamo presi dalla conversazione e si dimentica che ha deciso che deve controllarsi e rallentare le cose tra noi, si lascia andare anche a piccoli flirt e tenerezze, niente rispetto al fiume in piena che era prima, ma è molto bello lo stesso e mi rende felice.
Ieri pomeriggio avevamo addirittura parlato per un’ora e mezzo senza accorgercene come i vecchi tempi, per questo ieri sera non volevo lasciarlo fino all’indomani con una stupida, piccola discussione appesa, e l’ho richiamato solo per dargli la buonanotte come si deve. Ma lui non ha sentito ragioni.
Non abbiamo litigato o che, ci sentiremo oggi come niente fosse, ma il fatto che abbia voluto imperterrito mantenere questa posizione, puntare i piedi, egoisticamente non accettare neanche il mio proposito di lasciarci serenamente, mi ha fatto un male cane, soprattutto dal momento che sapeva quanto oggi sarebbe stato un giorno duro per me (ho deciso solo stamane di non andare all’Università) e per una volta poteva quantomeno avere l’accortezza non dico di desistere dalla sua posizione, ma di non puntare i piedi e consentire che il mio intento di non lasciarci con recriminazioni aperte, andasse a buon fine.
Ora sto morendo dalla voglia di aggiornarlo e dirgli che non ci sono andata all’Università e sentirlo prima che vada a lavorare, ma non lo chiamo, aspetto che sia lui a fare il primo passo.

Alla faccia dell’istante che non doveva esistere, è dalle 5.30 circa di questa mattina che ho aperto il post (il primo istante al mondo di tre ore e mezza) e nel frattempo mi sono sparata una tazzona di caffè americano e un’altra di caffelatte, ho scritto mezza pagina di un racconto, ho risposto a una mail e scritta un’altra a una mia amica e considerato che sono quasi le 9.00 mi pare il caso di chiuderlo questo istante inesistente. E attaccarmi al telefono con Madama Università a fare le cose che vanno fatte per poi fare le cose che non vanno fatte, come scrivere finchè ogni senso, idea e impulso non venga cancellato del tutto dal mio cervello e trasferito su una pagina bianca.

Odisseo e l’Odissea ancora all’inizio

Io di decisioni non ho intenzione di prenderne“, ecco quello che ho detto a Odisseo ieri sera, “Soprattutto su una cosa così drastica come continuare o meno a sentirci e rompere di punto in bianco una cosa che è stata così bella e così grande. Quindi se vuoi rompere questa cosa tira fuori le palle e fallo tu“.
Sarò debole, sarò insicura, starò facendo un errore madornale, ma una cosa così io non la butto nel cesso senza averlo rivisto almeno un’altra volta. Cosa è giusto fare non lo so, perchè non sono in grado di pensare lucidamente, per questo ho chiesto un pensiero, un consiglio, un punto di vista, a chi non è coinvolto anima e corpo come me, sia su questo blog che ai miei amici e il responso è stato: al 60% vince il “mollalo che è un coglione“; il resto è stato più accomodante, mi ha detto che in una situazione come la nostra non è anormale uno stato di confusione o fasi di stallo varie, che finchè lui continua a cercarmi e a volermi sentire e a rincorrermi se sente che sono triste o che me la sono presa per un suo gesto, allora è tutto ancora in ballo, che anzi avevamo corso nei mesi scorsi, che l’atteggiamento giusto è questo più cauto e di conoscenza, a meno che non siamo tipi che crediamo nel colpo di fulmine, ma il colpo di fulmine è solo una copertura da sedicenni, l’amore nasce da testa e cuore, e testa e cuore necessitano di tempo e di cose vissute insieme.
E io mi trovo allo snodo esatto di questi due punti di vista: da un lato non posso accetare certe cose, dall’altro mi trovo d’accordo sull’andarci cauti. Ma io e Odisseo ci eravamo sistemati in una nicchia comoda e sicura che non prevedeva il resto del mondo, e ora che ci siamo incontrati dobbiamo prevederlo, e rivedere il tutto in due settimane non è facile. Siccome per me le cose non sono cambiate più di tanto, ecco che ho detto che doveva esser lui a prendere una decisione.

E lui non ha nessuna intenzione di non sentirmi, anzi temeva la mia decisione. Non era un ultimatum il suo, era una scelta nelle mie mani perchè lui al momento non si sbilancerà oltre prima di rivederci, ma questo non significa che abbia fatto passi indietro, ha paura delle ripercussioni che la cosa potrebbe avere su me e su lui stesso se non dovesse andare. Posso accettare questo stato di cose?
No, non posso perchè per me è un passo indietro questo suo atteggiamento remissivo e non ho intenzione di fare passi indietro, ma solo passi avanti, così avevamo deciso prima di salutarci ad Aprile, così continuerò a vivere la nostra storia, nè più nè meno, quindi se lui si sta tirando indietro, me lo dica che io mollo tutto.
Ma quello che mi ha detto è che lui non si sta tirando indietro:
Non mi rimangio niente di quello che ti ho detto, di quello che provo per te e sono d’accordo, non voglio fare passi indietro neanche io, se continuiamo a sentirci è per vedere se il sentimento che c’è può essere applicato alla quotidianeità, ma per capirlo dobbiamo viverci e vederlo. Per questo mi sto trattenedo, perchè eravamo andati troppo oltre e prima di continuare ed essere certi, dobbiami consocerci e rallentare un po’. Io voglio conoscerti bene se devo costruire qualcosa con te, fermo restando i sentimenti. E le basi ci sono tutte, Caly, perciò ti chiedo di avere pazienza. Se per esempio io fossi uno stupido mondano e volessi andare qui e lì a festine e cenette snob e tu fossi un piccolo topino da biblioteca non adatta a quegli ambienti, come potremmo stare insieme? Passi un anno in cui tu cerchi di diventare mondana o io un topino, ne passino pure due stentati, al terzo ci lasceremmo o ci accomoderemmo su un placido affetto che non è cosa nè per te nè per me, non siamo da placidi affetti noi. Questo non è il nostro caso, grazie al cielo siamo simili in questo senso, ma è per dire che io devo capire queste cose e che se ho capito molto di te, non ho ancora capito tutto e per questo non posso darti tutto. Ciò non toglie che voglia darti tutto, ma non siamo ancora a quel punto, puoi accettarlo per ora? Questa era la mia richiesta, non un ultimatum”.

Posso accettarlo, ma se lui è pronto a combattere per me e per questa cosa, e posso accettarlo solo fino al prossimo incontro: se dopo quello lui continuerà ad voler tirare il freno, io mollo lui, mollo i freni, mollo i miei sentimenti al vento, che ne faccia di questi quel che piùgli aggrada:
Vuoi combattere per me Odisseo, o accetti passivamente la mia scelta anche se è negativa e ti ci adegui?
Sì che voglio combattere! Ma ti prego di non aspettarti che risponda “mi manchi” alle tue domande, perchè per me mandarti un messaggio con scritto “Il fatto che vieni a stare a Roma vuol dire tutto per me, perchè posso stare con te spesso e non sai quanto lo voglia”, vale per me più di mille “mi manchi”“.

Odissea. Mai nome fu più adeguato a definire una storia d’amore.

Ultimatum da Odisseo

Odisseo vuole sapere entro stasera cosa voglio fare, se voglio continuare a sentirlo così o se non voglio sentirlo più, dove per “così” si intende con lui che non si sbilancia, che ha fatto dei passi indietro rispetto a fine aprile e a tutto quello che è successo, che non mi dice niente che non direbbe a una casta amica, completamente diverso rispetto a prima, col costante dubbio da parte mia che lui per me, non provi più niente di niente, dubbio che deve rimanere tale almeno finchè non ci rivedremo di nuovo. Se ci rivedremo.
Mi ha detto chiaro chiaro, “O così o niente“.
E stasera vuole una risposta.
Ma io la risposta non ce l’ho.
Ho la testa piena di lacrime che stanno straripando fiori senza criterio, lacrimo tanto che sembro la madonna di coso lì, quella statua che piangeva sangue, e non so cosa fare. Quindi se qualcuno passasse di qui e mi potesse dare un consiglio di qualsiasi tipo, anche su come tagliare le cipolle alla julienne, gliene sarei grata.

Intanto continuo a lacrimare fino a prosciugarmi.

Un pinguino senza Madagascar, un Gratta e Vinci senza vinci.

Non ho chiamato Odisseo tutto il giorno, l’ho detto, l’ho fatto. Non gli ho neanche risposto ai messaggi che mi ha inviato. Mi ha chiamata lui, ma mi sono intrattenuta pochissimo e non sono stata per niente carina e propositiva. L’ho fatto, non posso ancora crederci di esserci riuscita. L’ho fatto e ora chiaramente sto in panico totale.
Credevi fosse il grande amore, cara Calipso, invece è un grande ammasso di corbellerie“, per questo non l’ho chiamato, per questa frase, che continuava a tamburellarmi in ogni dove, come la più arcigna delle ossessioni, e non parlargli mi sembrava la soluzione più naturale, perchè sono abbattuta e perchè non avevo molta voglia di sentirlo per portare davanti da sola questa pantomima.
Non potevo non farlo.
Nell’ultima settimana mi ha completamente spompata. Avrò buttato lì mille momenti carini, mille situazioni tenere e lui non ne ha colto una e ha stroncato il resto. Sono come un fagiolo messicano senza Messico, come un Gratta e Vinci senza “vinci” e col solo “gratta”, come i pinguini di Madagascar senza “Madagascar”, che i fagioli senza Messico sono solo anonimi fagioli e del solo gratta non sa che farsene nessuno, e che poi i pinguini di Madagascar sono effettivamente senza Madagascar perchè non sono in Madagascar e non lo raggiungeranno in nessuno dei quattro film il Madagascar e ho anche spoilrerato il finale di tutta la saga, ma il punto è e resta sempre Odisseo e io che sono nel panico perchè non chiama e io ora non so cosa fare, che domani e dopodomani non saprò cosa fare, che non ci capisco più niente.
Ora ho in mano un cellare derubato dei suoi accenti francesi, ricco solo di sterili codici numerici, quelli del biglietto di Trenitalia che domani mi ricondurrà nel Burundi (cosa c’è di più sterile di un codice di biglietto di treno che ti riporta nel Burundi?) per questa seconda metà di maggio, dove dovrò affrontare fallimeni, Università, tasse, parenti serpenti, burundiani in astinenza di succulente news.
E il panico dilaga….

“Vedremo se mi sei mancata”

Facciamo il punto della situazione con Odisseo.
Questo mi sono detta ieri, tutta bella arzilla, che avere una meta precisa come lo stage e il colloquio di domani per definirlo, mi rende meno appesa a un filo di ragnatela, quindi meno propensa alla depressione e alla malinconia becera. Ecco quindi che a fine serata ero di nuovo depressa e assalita dalla malinconia becera.
Ho una teoria carina e supportata da esperimenti, su comel’Universo tenda a ristabilire sempre un certo equilibrio, magari un giorno la illustro.

Dopo il suo fatidico “Ti amo“, seguito a un tiro di schioppo dall’altrettando fatidico “Ti amo al 70%“, il rapporto tra me e Odisseo, ha attraversato la burrasca, la quasi totale rottura, la tragedia che ne consegue e ora si è accomodato in una sorta di chiacchiericcio morbido e sereno con fini esplicitamante conoscitivi, ma privo di qualsivoglia allusione, “flirtamento” o tenerezza spicciola tra noi. Siccome io non lo amo al 70%, ma lo amo punto, la qual cosa mi fa brancolare abbastanza nelle nebbie dell’incertezza.
Ringalluzzita dagli ultimi eventi non così eccezionali, ma abbastanza da sconvolgere la mia piatta vita, ho deciso di gettare lì una piccola provocazione per vedere se abboccava, senza essere troppo esplicita però, che non voglio trattare l’argomento “Noi” (titolo dell’ultimo libro che gli ho ragalato, per giunta) direttamente, anzi non credo lo farò mai più a meno che non sia lui a prendere l’iniziativa.
Quindi l’ho buttata sulla più limpida e scontata delle battutine senza impegno e avendolo sentito poco per impegni vari in questi giorni, ho esordito chiedendogli disincantata: “Dunque riusciamo a sentirci infine, scommetto che ti sono mancata“, e lui risponde che gli è mancato il mondo giacchè è rimasto segregato nell’Università per ore e l’Università, si sa, esclude sdegnodamente il mondo al di fuori delle sue mura. E poi segue questa roba qui:
Caly: “Che me frega del mondo? Voglio sapere se IO ti sono mancata, mica il mondo!”
Ody: ” Tu non sei parte del mondo?”
Caly: ” Nah, io sono fuori dal mondo, come le termiti”
Ody: “Le termiti sono fuori dal mondo?”
Caly: “Sì”.
Ody: “Ah ok. Buono a sapersi”.
Caly: “Quindi il mondo ti è mancato, assodato, io invece?”
Ody: “Vedremo”
Caly: “Mmh… E le termiti?”
Ody: “Vedremo anche loro”.

Facciamo finta che non so cosa voglia dire questa sua risposta, va bene?
Dopodichè abbiamo parlato tranquillamente, ma c’ho rimuginato tutta la sera con un notevole malessere crescente che non mi piace neanche un po’. E adesso francamente non so cosa fare, se parlarci come niente fosse o sentirlo di meno o non sentirlo per vedere se gli manco io o il fottuto mondo o le termiti o entrambi o che cazzo ne so, o dire tutto quel che penso nella prossima telefonata, ma non ho voglia di discutere o di aprire la questione anche perchè domani ho il colloquio e vorrei stare il più serena possibile. Quindi alla fine ci parlerò come niente fosse, temo, ma con un groppo in gola, temo, e non sarò per niente comunicativa, temo, ma piuttosto triste e di questo ne sono sicura.

Ammesso e non concesso che non mi perda per Roma, che tra un po’ vado a fare un giretto per trovare via e percorso esatti così domani vado più tranquilla e non perdo tempo, dal momento che il colloquio è alle 10.30. Mio cugino dice che non è distante da Termini la zona in questione e che ci arriverò facilmente a piedi, ma siccome io ho il senso dell’orienatamento di un sottomarino russo senza radar, sarà una giornata lunga e faticosa. Almeno finchè non vado a flirtare col Mosè di Michelangelo e vaffanculo a Odisseo.

 

Sto bruciando un sole solo per dirti addio

Si è conclusa con la morte di Dorothy Parker la settimana decisiva mia e di Odisseo, si è conclusa con la morte nel cuore e anche a una persona meno simbolista di me, questo darebbe da pensare (è morta a mezzogiorno, mentre le leggevo poesie di Emily Dickinson ed Edgar Lee Master sulla morte come rinascita, la zampina fremente come una foglia al vento ma solo per un paio di secondi, poi niente più, che abbia sofferto solo quei due secondi? L’ho lasciata lì tutto il giorno, nell’oasi di acqua sull’isolotto con le palme, in cui ha scelto di morire. Ho pulito una scatoletta di formaggio cremoso con coperchio trasparente (volevo fare una foto ma no, è troppo triste) e ora l’ho messa lì, è la sua bara, andrò a tumularla sulle sponde di un un fiumiciattolo vicino casa mia).

Il resto del giorno è stato un continuo, costante, lento flusso di epifanie, neanche serva la morte per disvelare ciò che il furioso anelito alla vita nasconde. O è proprio così? La morte, anche nella forma minuscola di una tartarughina, fa aprire gli occhi?
Epifanie dunque, arrivate irrichieste mentre pranzavo con parenti o mentre ero fuori sotto il sole troppo caldo di Aprile o mentre provavo una giacca nera da indossare per un colloquio di lavoro (ne parlerò domani), ma soprattutto, mentre finivo di leggere “Le ore” di Cunningham. In questo caso in realtà è stato un bombardamento e sì che è un libro abbastanza noioso e non mi è piaciuto granchè! Nonostante ciò ognuna delle ultime pagine ha iniziato a svelare riferimenti a me diretti, risoluzioni drastiche di pensieri inquieti, verità che là erano, ma che non avevo la forza di accettare.
Si potrebbe azzardare la romantica ipotesi che il Destino abbia preso voce e sia voluto arrivare a me tramite le parole di un libro, o che la svolta cui anela la mia vita sia così carica di energie, da essere in grado di visualizzare vaticinii e profezie tra le trame dell’Universo di cui, volenti o nolenti anche questa palla di libro fa parte.
Tornando coi piedi saldamente piantati nel terreno, direi che più realisticamente sia stata la mia testa, annebbiata da una vita di letture, a romanzare il tutto, la mia coriacea tendenza a costruire sensi, connessioni e trame ovunque, a cercare segni sul percorso, a suggerirmi significati profetici laddove non c’è un’acca di niente.
E immagino che anche l’affascinante costruzione metanarrativa del libro abbia avuto la sua parte, queste cose stuzzicano e suggestionano abbastanza la mia testa già portata ai voli pindarici. Per dovere di critica: a parte la fascinazione della struttura della trama (Virginia Woolf che scrive “La signora Dalloway” e influenza così le mosse di donne lontane da lei nello spazio-tempo) e a parte che io adoro Virginia Woolf, questo libro ha uno stile stucchevole e vomitosamente femmineo (considerando anche che è stato scritto da un uomo), snocciale frasi pompose e racconta di cose inutili, il tutto in un urticante e prenne tono declamativo che no, proprio non mi piace, ma che gli ha reso un premio Pulitzer, quindi chi sono io per contestare?
Il percorso epifanico:

“Bene, allora. Vediamo. Stanza 19.”
Stanza 19 = Binario 19, il binario dove ho aspettato Odisseo e ci siamo visti per la prima volta e che il giorno prima mi aveva citato lui stesso, giacchè il treno che stava per prendere partiva appunto, da quello stesso binario 19. Mi ha mandato un messaggio, lui era lì e non poteva evitare di pensarmi e di pensare a quel nostro inizio numero due, a quei cinque giorni. Quei cinque giorni che hanno improvvisamente un sapore troppo esotico per essere associato al quotidiano che una storia d’amore vera e continuativa, forse anche banale nella sua routine, destinata a cristallizzarsi e a spegnere l’amore potente, non può avere. Al binario 19 mi ha lasciata quando sono ripartita da Napoli, quei cinque giorni sono un circolo che si apre e si chiude, dunque, non l’avevo capito finora, per me erano un inizio, l’incipit della storia. Il binario è una strada che porta lontano da lì, che può riportare indietro sì, ma quanti altri binari ci sono, quante deviazioni e stazioni e altri binari 19 da confondere con quello vero, unico e autentico? E anche tu che leggi, sei sicuro di non aver confuso il tuo binario 19 col  tuo VERO, AUTENTICO, UNICO binario 19, che non ti sia scelto un ripiego facendo finta che sia quello originale? No, perdersi sembra l’unica possibilità.

“Il corpo del tordo è ancora lì, minuscolo anche per essere un uccello, così totalmente privo di vita, qui al buio,come un guanto perso, questo piccolo vuoto mucchietto di morte. E’ spazzatura adesso.”
La mia tartarughina era morta appena appna, ed era lì davanti a me e queste parole erano sovrapponibili a me e a lei. La vita occupa spazio e poi diventa spazzatura. Tutta la vita è spazzatura quando è morte, tutte le cose morte sono spazzatura. Spazzatura viva in vita, solo spazzatura da morta. Esserci accende un fuoco che il non esserci estingue. Qualsiasi cosa ci fosse con Odisseo c’era e palpitava si sentiva, si allargava, mangiava spazio, prendeva posto nelle nostre vite. Ora c’è solo un residuo, come fosse morto, come spazzatura.

Va tutto bene, non abbiate paura. Tutto ciò che dovete fare è lasciarlo morire.
E’ tutto ciò che devo fare, lasciare morire questo sentimento che ancora è così vivo, che ancora occupa così tanto spazio in me? Come si fa a non morire sempre un po’ di più, a non far morire un po’ di noi ogni volta che dobbiamo far soccombere quella parte di noi che è nata e ha vissuto perchè legata a qualcuno, e questo qualcuno la strappa via e ci dice improvvisamente che no, deve morire, l’ho già fatto in passato e non c’è modo di uscirne se non ammazzando una parte di se stessi, come questa che è nata e vive grazie a tutto quell’ammasso di portentose sensazioni ed emozioni che sono solo mie e di Odisseo, che abbiamo generato noi e che nessuno assaporerà mai. Devo staccarmi da questo pezzo di me e metterlo in una scatola pulita di formaggio cremoso, come per Dorothy, fargli un funerale, degno di un eroe nordico, regalare la bara al fiumiciattolo finchè la piccola cascatella non la inghiotte. “Tutto ciò che devo fare è lasciare morire” me e Odisseo e fare il funerale che merita, degno di un eroe, alla parte migliore di me che sta morendo?

“I’m burning up a sun just to say goodbye”
“Sto bruciando un sole solo per dirti addio
E’ una citazione dal Doctor Who, è quello che ho provato, davvero, quando ho iniziato a dire addio davvero a “me e Odissseo”. La dice il Dottore quando apre un portale per una dimensione parallela, ma ha bisogno di un’energia tale che solo una supernova può dargli e fa quindi esplodere un sole per poter tenere il portale aperto il tempo appena bastevole per dire addio alla donna che ama, bloccata in irrimediabilmente in quell’ universo parallelo.
Ed è quello che sto facendo con Odisseo.

Il 100% che non può accontentarsi del 70% in cambio

Questa che si accinge a finire in un tripudio di ponti e parenti scesi per il ponte e cose che la gente si prospetta di fare per il ponte (la gente, non io, io non prospetto, non sono gente, non ho ponti), assume sempre più i contorni di una di quelle fatidiche e inflazionate “settimane decisive“.
La mia settimana decisiva, ha la portata, diciamo, di un calcio nello stinco e quel che è bello è che si prospetta solo come il primo, di una serie di calci nello stinco.
Che poi, e qui mi parte la riflessione filosofica, se ci pensate, la maggior parte di quelle che vengono indicate come “settimane decisive“, si concludono quasi sempre con un ritorno allo status quo o a un nulla di fatto, il che le rende decisive come un cremino sciolto a bordo strada. Ma non importa, credo che ciò che importi come in molte cose, non è quello che effettivamente è, ma lo status di importanza e luccicanza che le si attribuisce, alla settimana decisiva, intendo. E’ come se tutti avessimo bisogno di qualcosa di importante per deturpare la noia e il piattume e lo statico di un’esistenza che non ci soddisfa mai del tutto e allora che facciamo? Creiamo le settimane decisive, così tutto acquista un valore più definitivo, come in un thriller in cui ci si aspetta per forza un qualche climax di eventi, oppure usiamo altri inveterati mezzi di illusione: vediamo significati che non ci sono o ci beiamo di una bellezza che non esiste o infioriamo un progetto per renderlo più ammiccante.

Vabbè, ma chi cazzo se ne frega di tutto questo?
Nessuno, me compresa.

Quel che a me frega, è invece che io e Odisseo continueremo a sentirci. E dopo tutto quello che è successo, se questo non risulterà essere il responso più significativo e importante di questa “settimana decisiva“, vado e mi mangio quel cremino sciolto a bordo strada.
Intendiamoci. Le cose successe restano, le parole che ha detto sono qui piantate nella mia testa come lame di un rasoio e continuano a far un male boia. Ma adesso almeno hanno una spiegazione, che è il primo passo verso la risoluzione.
Per farla molto breve (abbiamo parlato fino allo sfinimento e discusso fino alla nausea), il suo infelice “sono innamorato di te al 70%“, sarebbe solo una sfortunata uscita dovuta alla mia incalzante domanda “Ma sei ancora sicuro di essere innamorato di me come mi avevi detto di essere?“: volendo farmi intendere che è innamorato, ma non ci considera ancora una coppia di fatto, si è buttato disperatamente sulle percentuali.
La conclusione cui siamo arrivati, è che lo stato di alterazione che abbiamo raggiunto in questi giorni, sia derivato da una sorta di incomunicabilità che si è creata tra noi la settimana precedente, dove vuoi per stanchezza, vuoi perchè stavamo ancora ricercando le misure giuste tra noi dopo i cinque giorni insieme a Napoli, vuoi il periodo assurdo che sia io che lui per diverse ragioni stiamo attraversando, hanno portato entrambi a credere che qualcosa da mettere in discussione ci sia.
Lui dice che non ha fatto passi indietro. Lui dice che è ancora del tutto dentro questa storia e che si è incazzato ed espresso male, non voleva farmi credere che non provasse più per me quello che provava prima, perchè non è vero. Solo che stiamo conoscendoci e ci sono “cose di me che non gli sono piaciute”. Ora, passi che poi abbiamo risolto perchè appunto queste cose che non gli sono piaciute erano figlie dall’incomunicabilità e del fraintendimento, ma per quanto mi riguarda questa frase pesa come un macigno, tanto quanto quel 70% e non sono disposta a dimenticarla.
Mi dice che non tutto del carattere di qualcuno deve sempre piacere delle altre persone e che è normale e non pregiudica necessariamente il rapporto e il sentimento e questo è il suo caso, lui dice. Il problema è che neanche a me piacciono molte cose del suo carattere, è più duro di un diamante a volte e scatta per un nonnulla, solo che cerco di andargli incontro, di capire, di chiarire e poi di accettare. Non si fa così se si vuol bene/ami qualcuno? Se poi quel che vedi non ti piace proprio vuol dire che la persona non ti piace, ma se è un difetto che non pregiudica i tuoi sentimenti, lo si affronta!
Questo non vuol dire che io sia disposta ad accettare tutto, ma finchè questi aspetti non intaccano quello che provo per lui, allora cerco di capirlo e imparo a gestirli. E’ quello che ho fatto in questi quasi 7 mesi e non sempre è stato facile.
Ma se lui alla prima mia empasse, per giunta generata da quello che lui stesso ha ammesso, una sua incomprensione, mi viene a dire che queste cose gli fanno mettere in dubbio il nostro ipotetico futuro e che riduce del 30% quello che mi aveva detto di provare al 1000 per 1000, a me non va bene e io dubito che io gli piaccia davvero.

Quindi se per lui ora tutto è come prima, per me no, decisamente no. Comincio a domandarmi anche io quanti di questi difetti che avevo accettato di lui, sono ora disposta a tollerare dopo le sue ultime uscite.
Intendiamoci di nuovo. Sono innamorata di lui, poco ma sicuro, e non si è ridotto quel che provo. Ma proprio per questo devo tutelarmi. Sto conoscendolo ancora e mi rendo conto che non è una novità, anche persone che stanno sempre appiccicate per trent’anni non possono dire di conoscersi del tutto, tutte le coppie che iniziano a stare insieme continuano a  conoscersi giorno per giorno, mica danno tutto per scontato dell’altro!
Ma anche in questa situazione di normalità, niente mi vieta di pensare realisticamente che tutto possa finire da un giorno all’altro, che lui abbia altre reazioni di questo tipo e che io non potrò più accettarlo. O che lui decida di troncare tutto improvvisamente. Non dico che lo farebbe, non dico che penso che lui non sia più preso, anche perchè in realtà mi ha dimostrato ben altro dopo la discussione, dico solo che devo proteggermi ed essere pronta a valutare Odisseo e la nostra storia più criticamente.
Poi mi ha chiesto lui stesso se voglio che continui a considerarmi legata a lui come in un principio di qualcosa, se non ancora come coppia vera, se voglio ancora che continuiamo a  frequentarci, perchè lui sì vuole, tanto quanto prima.
Perchè io avevo chiuso.
Avevo deciso di non sentirlo più, di non poter accettare il 70% e lui aveva detto che avrebbe rispettato la mia decisione anche se non era d’accordo.
Quella stessa notte mi ha chiamata, sapeva che non dormivo, non dormiva neanche lui. Mi ha detto che forse non era disposto, dopotutto, ad accettare passivamente la cosa, che era ridicolo chiudere tutto per una discussione nata da un fraintendimento e che non voleva chiudere un bel niente perchè per lui era tutto aperto. Che vuole ancora sentirmi, che vuole provare a stare con me. E io voglio provare a stare con lui ecco perchè ci sentiamo ancora.
Quel che mi preme capire ora è quanto di quel 30% che gli manca sia legato alla situazione e all’incertezza sul nostro futuro di coppia, o se invece per il 30% non gli piaccio e per il 30% non è davvero innamorato di me. Se in queste settimane dovessi realizzare che quest’ultima è la motivazione vera, rompo tutto e di corsa: passi l’incertezza dovuta alla distanza e ai dubbi su un futuro di coppia o meno, ma non accetto incertezze sul sentimento che ci sta alla base, io do il 100% da quel punto di vista e non mi accontento del 70% in cambio.

Settimane decisive, appunto, da qui fino al nostro prossimo incontro. Tutto dipende dalla verità su quel 30%. Odisseo mi ha assicurato che non compromette realmenente quel che ha sempre provato per me. Il problema è che c’è una pallina di piombo nel mio cuore che mi impedisce di crederci del tutto. Per me la prospettiva è cambiata con quel 70%.
Ora i momenti che passiamo a chiacchierare sono di nuovo belli come non potrei descrivere e io ho intenzioni di vivermeli appieno, sono felice che abbia lottato per continuare, per impedirmi di chiudere tutto.
Ma è con meno speranza sul futuro che mi accingo a vivere il mio Odisseo nelle prossime (decisive?) settimane. Però, quanto è dolce poter ancora dire, nonostante tutto, “il mio Odisseo“?

Rompendo la bolla

In queste due prime settimane di Aprile, mi sono quasi scordata di essere me. Non sono sicura di poter dire che sia una cosa bella o che sia una cosa non auspicabile. In realtà credo un po’ entrambe le cose, ma è un ragionamento che vale solo nel mio caso, è una di quelle cose che va applicata alla persona in particolare dalla persona particolare stessa, per poter trarne un cavolo di responso particolare.

Io non sono stata mai felice di essere me. Insomma che cavolo c’è da essere felice?
Quello che sono non è mai stato bene alla stragrande maggiornaza della gente da me conosciuta, al punto che fin da piccola hanno cercato di soffocarmi ben bene con la creta e riplasmarmi. E in alcuni momenti della mia vita ci si sono messi anche d’impegno.
Io, ostica, ho perseguito la mia strada e questa sarebbe una virtù se non fosse che la mia strada non mi ha ancora portata da nessuna parte. E dico “ancora” nella speranza di vederlo il miraggio finale e raggiungerlo, un giorno, ma non escludo che non esista.
Non sto qui a rivangare il come e il perchè di tutto questo, sia perchè e non ne ho voglia, sia perchè è inutile. Ma è giusto sapere che tant’è.

Ecco quindi che queste settimane di sconvolgimenti sentimentali, vitali, ormonali, sono stati un ciclone e se devo essere sincera, qualche volta mi è capitato di guardarmi dall’esterno in questi giorni, come fossi staccata da me e apprezzassi un pochino, pochino di più quello che vedevo.
E’ come se avessi vissuto in una bolla: Odisseo, i baci (non c’è niente che mi manchi più dei suoi baci), dormire con le mani strette, i castelli, i musei, i pub, le risate, il mangiare senza sensi di colpa, le carezze, i fiaschi a letto (che comunque sono qualcosa, un inizio,un provarci, un vivere), le promesse, l’inizio di qualcosa di (forse) grande, il compleanno, i dolci da sperimentare, i tanti messaggi e chiamate di auguri che non mi aspettavo, i regali che non mi aspettavo, la quotidianeità senza il perenne timore di essere ignorata o insultata, e la confusione, soprattutto la confusione, quella che è seguita ai 5 giorni con Odisseo.
Perchè “confusione” significa che hai cuore, mente e petto satolli al punto che devi mettertici d’impegno per capire quale scintilla, quale emozione, vale più dell’altra e per leggere la trama elettrica che lega tutto e che non si può interpretare immediatamente perchè tutto questo, quel genere di emozione, generata esattamente da quella situazione precisa, ti è completamente sconosciuta.
E allora come fai a capire subito che significa?
Ora comincio a capire, ora comincia a snebbiarsi, ora che quelle emozioni si ripetono, rinascono puntualmente in situazioni precise, anche se ancora non riesco a cavalcarle e dominarle come si deve, hanno troppa verve o io troppa poca. O io ne ho troppa perchè comunque sono IO che le ho generate quelle emozioni, anche se non le capisco ancora del tutto, anche se non le domo ancora del tutto, anche se hanno vita propria.
E così, ora che la confusione pian piano si dirada, sono felice che ci sia stata, ne colgo tutte le sue ragioni e i suoi effetti benefici e la genesi sana da cui è scaturita.
Ma per ora non mi spingo oltre, non mi apro ancora a valutazioni definitive. Mi prendo altro tempo per svelare altre connessioni, per  sentire quella puntura elettrica ogni volta che le rivaluto.

Ma significa anche che la bolla in cui ho vissuto in queste due settimane si è rotta, ormai o che comunque sta per rompersi. Che devo tornare a fare i conti con la mia vita e la me di sempre, non quella in potenza che ho rimirato bellamente in questi giorni.
Significa ricominciare a impegnarsi per combattere i propri demoni, significa togliersi il velo colorato dagli occhi e tornare a guardare senza filtri dove sono, dove vivo e chi sono. E cercare di fare in modo di sfondare i miei blocchi, uscire fuori da tutto quello che mi ha soffocata in questi anni e in quelli precedenti, e riprendermi quella vita in potenza, quella me in potenza che ora ho visto e che so che esiste/può esistere.
Dunque, quello che farò oggi:

  •  rompere la bolla;
  • frugare nella nebbia e snebbiare un altro po’ di confusione;
  • riprendere la mia vita in mano e dirigerla dove so che voglio che vada;
  • richiamare qualche demone sopito dai baci (di Odisseo) e i dolci (miei) di questi giorni;
  • non pensare che possa ricominciare a mancarmi aria e respiro e che possano succedere ancora quelle cose che succedono in quei momenti;
  • capire come uscire dall’università, da sola, che è inquitantemente urgente come obiettivo;
  • fare un piccolo, misero passo verso la me in potenza.

Auguri+Dolci+Regali*Odisseo=A new thirty me

Io non sono abituata a essere viziata. Sono quasi totalmente bistrattata da tutto e tutti, per lo più vivo segregata in casa da quando sono tornata dall’università e anche se esco a fare un giro nel mio paese, sono quasi sempre sola. Potete dunque darmi torto se il giorno del mio compleanno sono felice e contenta di essere considerata un tantino di più?
Dovrebbe essere la norma immagino, sentirsi importanti, fondamentali per qualcuno, anche la propria madre o la famiglia, eh… non parlo per forza di un moroso o di un amicizia da HarryRonHermione, no, parlo di qualcuno, chiunque, a cui tu vuoi molto bene e che consideri fondamentale per il mondo e per la tua vita e che ricambi in egual modo.
Insomma non ci sono abituata, se mai mi è capitato di legarmi molto a qualcuno e di pensare che fosse ricambiato, sono stata costretta, quasi sempre a dovermi ricredere e quasi sempre a dovermi ricredere violentemente.

Per questo, anche se di certo il mio non è stato (e non sarà mai) un compleanno da  star, con millemila amici e millemila feste – non sarebbe, comunque, da me, non credo nei millemila amici e sicuramente non credo nelle feste da millemila amici -, per questo dicevo,  a me è piaciuto il giorno del mio compleanno. Anche se devo annoverare l’ennesimo disastro/tragedia del 15 Aprile visto il bombardamento alla maratona di Boston, di cui sto leggendo la notizia or ora su Repubblica e Times. Vabbè insomma, bombardare una maratona, stanno diventando patetici anche gli attentati in America. E qui chiudo.

Decisamente sono molti, dicevo ieri, i passi avanti che ho fatto rispetto il 15 Aprile 2012, che in realtà non è stato un brutto giorno, ma perchè ho fatto di tutto per scappare via, non pensare a niente e allora cosa ho fatto? Mi sono rinchiusa in un Bed & Breakfast molto bello e caratteristico per carità, sui monti calabresi, con un uomo, o quello che poi si dimostrerà un tipo-uomo (per non dire mezzo-uomo che offendo gli hobbit), mentre fuori imperversavala tempesta perfetta da due giorni. C’è mancato poco che non mi svendessi come la più macilenta delle vacche a un concorso texano per vacche. Ma questa è un’altra storia.

Quest’anno ho forse maggiore consapevolezza, un tocco seppur minimo di grinta in più e la speranza – Cristo quant’è importante la speranza – che ci sia vita anche per me. Il tutto sempre molto precario e il tutto ancora solo al principio, ma c’è e per molti anni non c’è stato. C’è stato altro in questi anni, terribile e anche qualcosa di bello, ma no, la serenità proprio no, neanche un briciolo, neanche un principio.
Devo ringraziare Odisseo per questo? Sì, devo ringraziare Odisseo e me stessa, ma prima di tutto Odisseo. Quanto sia stato tanto e importante per me. come mi ha tirata fuori dalla melma in cui affondavo, come mi ha fatta sentire in questi mesi dopo il disastro dei precedenti, è stata davvero una rinascita.
Ora non sto qui a dilungarmi più di tanto, ma se sono arrivata ai 30 anni senza i bisogni  impellenti di autolesionismo dell’anno scorso (e credetimi, mi sono davvero violentata, corpo e anima, l’anno scorso, di questi tempi, ero sull’orlo di un vulcano), per me è grasso che cola e cola dalla braccia di Odisseo, che non sembra bellissimo detto così, ma è comunque così.

E ieri mi ha trattata davvero come una principessa, lo aveva fatto anche a Napoli, ma ieri ogni parola era una carezza. Anche a distanza, anche senza vederci, l’avevo già sperimentato in passato, ma mai in modo così definitivo e certo, stare con lui è un perenne senso di gioia-conforto-eccitazione-serenità. Non so spiegarlo, è una cosa diversa da quella che si struttura nel vivere quotidiano, una forma di intimità profonda e fatta della te (e del lui) spogliati dalle maschere e dalle necessità sociali, è puro spirito che s’intreccia all’altro, no, se non l’hai mai provato non te lo posso spiegare.
A parte che mi ha chiamata ogni minuto libero che aveva, ieri, mi ha coccoalata anche “materialmente” col regalo che mi sono portata incartato da Napoli e che aprire è stato uno scoppio pirotecnico continuo nel petto.
Inserisco le foto, ma solo una parte di questi regali saranno comprensibili, gli altri sono estremamente simbolici e ne spiegherò il significato solo in parte. Il senso di questo blog è quello di non avere segreti e raccontarmi senza censure, ma questa cosa riguarda anche lui e devo rispettarlo. Per il resto mi par giusto fare una cronaca fotografica del mio 15 Aprile piuttosto che star qui a sciorinare altre lagnosità romantiche sulla tenerezza e gratitudine che mi traboccano il cuore per cose così naturali.
Prima di andare avanti preciso che la pessima risoluzione della fotocamera del mio cellulare combinata all’illuminazione altrettanto pessima, rende le foto e protagonisti delle foto molto più scuri di quanto non siano e spiacevolmente aranciati. Davvero non so come eliminare quest’effetto.

Ho dimenticato di fare la foto al pacchetto del regalo di Odisseo, che era bellissimo, ma mi batteva il cuore e lo avevo appena sentito quindi mi sono completamente distratta. Comunque questo è linvolucro che è di quella stoffa semitrasparente e morbida usata per i regali (non so che tessuto è), è color magenta e il nastro è di raso rosa col fiocco a strisce di velo e brillantini rosa antico, ma qui sembra tutto viola eccheppalle. Comunque vi assicuro che è rosa. In più c’era un fiore essiccato e profuato, rosa e con brlinnatini argento ma si è sbriciolato quanto l’ho aperto e non l’ho fotografato che erano pezzi irriconoscibili. Insomma un pacchetto meraviglioso che non so come abbia fatto a fare visto che ha aggiunto anche una scatoletta composta da lui oltre al regalo principale. Ecco involcucro, fiocco e scatoletta (e sullo sfondo la mia sciarpa tartan rosa e grigia e il copriletto patchwork di lana del letto di mia sorella, per gli amanti dei dettagli!):Immagine
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Il regalo principale consiste in sdu ue libri. Precisazione: io adoro ricevere libri in regalo soprattutto da chi è un lettore intelligente e conosce i miei gusti. In realtà questi erano i libri che io avrei dovuto iniziare a leggere il mese scorso se non mi si fosse rotto (nextly!) l’e-book reader e mi disperavo grandemente per non poterlo fare. Allora, piuttosto che farmi aspettare ancora prima di leggerli e, azzardo io, piuttosto che doversi sorbire ancora le mie lagne su quanto sia tapina e persa senza il mio reader, me li ha regalati lui (mi aveva già regalato un altro libro per Natale, ma quello lo aveva preso dalla sua libreria e aveva una storia e un percorso particolare e significativo, siamo molto simbolisti, entrambi, e quindi vale oro quel libro anche perchè è piuttosto affezionato alla sua libreria per una questione di affetto filiale e promessa fatta al papà quando era in vita. No, mi correggi, non ale oro quel libro, vale miniere di diamanti, proprio!).
Questi i libri ricevuto ieri.
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Nel pacchetto composto da lui c’erano prima di tutto degli orecchini (ve l’ho detto che mi ha viziata!) che aveva fatto comporre un mesetto fa con i ciondoli della Pandora avete presente? Quelli per fare i braccialetti personalizzati, ma li ha fatti comporre in orecchini con la catenina nera che sa che ho la fissa degli orecchini: sono due cuori con brillantini rosa, trafitti da freccia, ed erano in un sacchetto di velo color panna:
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Il resto dei regali sono simboli, ve l’ho detto che siamo simbolisti! Sono:
1) La mia confezione di tic tac alla ciliegia e frutto della passione che abbiamo diviso alle pendici di un castello, quella domenica di tenerezza e tristezza in cui credevamo che fosse tutto finito e non sapevamo che stava riaccendendosi qualcos’altro, e lui ha mangiato solo le tic tac gialle al passion fruit che a me non piacevano lasciandomi quelle rosse alla ciliegia. Ho dimenticato l’astuccio vuoto sulla panchina mentre davo da mangiare il caramello alla formichina e gliel’ho detto e lui mi ha confessato, ieri, che è andato a recuperarlo correndo come un matto mentre io ero in un negozio di vestiti, quello della mia marca preferita che a Napoli è immenso e qui me lo scordo così grande anche perchè ce n’è uno solo in tutta la Calabria. Ok, questo non c’entra niente, ma libromaniaca o no, sono pur sempre una donna e ho il Calipso-style da portare avanti orgogliosamente;
2) Un bicchiere con coperchio di quelli usa e getta per caffè americano che io adoro e che lui ha richiesto pulito nella caffetteria perchè volevo portarmi quello usato a casa;
3) Un cordino con gancetto da usare per collana con qualche ciondolo, doppio e rosa, che ovviamente non serve come collana è uno di quegli oggetti simbolici che rimanda a un evento e a una cosa di cui abbiamo parlato e francamente non so come abbia fatto a trovarlo così dal nulla;
4) Una candela sbrilluccicosa al profumo di lampone, anch’essa un riferimento a qualcosa e in più io adoro i lamponi che sono una specie di simbolo (un altro!) per me;
5) Una calamita con riproduzione in ceramica del castello in cui mi ha portata, dove abbiamo sforato nelle zone proibite, ci siamo baciati sulla torre più alta e mi ha raccontato la storia della principessa segregata, rapita dal pirata con gli occhi verdi.
(Sempre per gli amanti dei dettagli, sullo sfondo è possibile qui notare il caos della mia scrivania in cui è possibile intravedere l’astuccio di Sailor Moon che mi trascino dalle scuole medie; un portacandela con dentro rimasugli di candele profumate al lime e vaniglia e zucchero e cannella, mi pare; un’altra candela su un piattino al miele, reduce dal Natale infatti è a forma d’albero (sì, le candele sono un’altra fissa ho la stanza piena di portacandele vari); burrocacao al cioccolato; parte del pc; penne e matite varie; il mio povero, secondo reader rosa e distrutto, li ho chiamati Antonio e Cleopatra i miei reader, perchè erano uno azzurro e uno rosa: il primo è stato schiacciato e ucciso a tradimento, l’altro s’è suicidato proprio):
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Per il resto sono passati a farmi gli auguri ieri, un paio di cugini e un’amica di mia madre con figlio, che è il migliore amico di mio fratello e ragazza del figlio. Siamo piuttosto legati e abitiamo vicini quindi ci vediamo sempre, li conosco e mi consocono da quando sono nata. Ci siamo messi a parlare per ore e si è fatta sera tardi e hanno gradito molto i miei dolci, (anche i parenti li hanno graditi e fatto il bis!) il che mi rende felicissima perchè i cupcakes al caramello me li sono completamente inventati e la red velvet cake è parecchio difficile e la crema è anche di mia invenzione (mi sa che metto da parte i soldi e faccio un corso di pasticceria, non scherzo che come cuoco e pasticcere si trova lavoro ovunque).
Non ne è rimasta neanche un pezzo di torta (e giusto tre cupcakes che sono volati via stamattina a colazione), anche perchè ne ho data un po’ da portar via a tutti e sono riuscita a fare due foto al volo tra una chiacchiera e l’altra ieri sera. Non sono riuscita a fare i fiori per decorarla, ho messo solo panna alla bene e meglio, ho bisogno di tempo per fare quelli e ieri non ne avevo.
Solito problema: essendo red velvet, la torta dentro è rossa anche se qui sembra brown velvet. E’ una ricetta molto particolare, americana che io vado per i dolci americani e molto difficile da fare e ha davvero una consistenza vellutata e compatta se esce bene. La crema è alla vaniglia e mascarpone e pochissimo zucchero, l’ho inventata io che quella ufficiale voleva una crema al burro e non mi piace usare tutto quel burro che usano gli americani nei dolci, che intasa le arterie, quindi mi invento le varianti. E gli unici cupcakes al ducle de leche superstiti con la crema e la decorazione ormai smoscia che ce li siamo scordati fuori frigo e sotto la luce per ore e ore, ma erano buoni uguali e sono riuscita a ottenere il cuore di caramello sciolto al centro dell’impasto come nelle intenzioni. Vi dico che sono un genio con i dolci! Una cosa che non so fare per niente, invece, sono le foto come potete notare:Immagine

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Oltre a 50 euro dei parenti, mi hanno poi regalato:
1) crema corpo dell’Erbolario all’Iris da parte dell’amica di mia madre, che mi consoce, sa che adoro l’Iris tant’è che uso sempre l’acqua per il corpo e il profumo della stessa marca all’Iris, anche perchè sono naturali e non chimici che fanno un male boia quelli chimici e poi sono buonissimi e sono belle anche le confezioni regalo dell’erbolario, con libretto di consigli naturali di bellezza e calendario con descrizioni e disegni di fiori ed erbe che io adoro;
2) i ragazzi mi hanno regalato l’acqua di profumo, ma hanno sbagliato invece di prenderla all’Iris come la madre, l’hanno preso ai fiori di Tiare, ma a me piace molto lo stesso tant’è che ce l’avevo già (foto sfocata, so sorry,);
3) gli anfibi primaverili con le borchie da parte di mia madre, che io amo e ne consumo a iosa, li uso sempre soprattutto sotto le gonne in primavera;
4) un braccialetto inatteso assolutamente da parte di mia sorella con carinelle acciaio e fucsia;
5) una crema corpo dell’acquolina al Gianduia che sembra cioccolata fusa davvero da parte di una mia cugina;
6) degli orecchini fatti alluncinetto da un’altra amcia di mia madre, che mia madre s’è fregata per farli vedere a una tipa in un incontro “uncinettesco” che faranno oggi e quindi non ho potuto fotografarli, ma se le mie amiche mi regalano qualcosa sabato, li fotografo poi e li metto, tanto per onore alla completezza.
(Dettagli:la mia felpona con teschio e stelle di metallo dorato sotto la crema; una trousse a forma di margherita, la mia tazza da cappuccino delle gocciole con la lavagnetta sopra su cui scrivere, un frammento delle offerte del McDonald’s cui spero di resistere nella foto sfocata dell’acqua profumo; un pezzo del mio letto e del mio comodino nella foto anfibi; il caos di libri, cd e dvd ai piedi della scrivania cui devo trovare posto nuovo che sono stati spodestati mio malgrado da quello che avevano):
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Mmh… non credo di essere stata molto chiara, il caos di questo post ben riflette quello che regna nella mia camera, il che conferisce un qual certo realismo alla pretesa della webcam accesa. Inoltre, credo di avere in circolo un quantativo di zuccheri cui non sono abituata che mi impedisce di star seduta troppo a lungo, quindi esco che devo comprare  un regalino alla mi amica M, che compie gli anni dopodomani, che c’è il sole, che sono una trent’enne fresca ecc…

Cronache odissee – parte seconda (Castelli&Caramello)

Io lo sapevo che non sarebbe stata una cosa facile con Odisseo.
Sapevo che le leggi delle cose e del mondo erano contro di noi. Incontrare qualcuno su internet, conoscerlo solo tramite parole e voci e racconti di lui che si intrecciano ai tuoi, no no, non è possibile, non è “NORMALE”. Mi è stato detto che i ricordi, gli affetti, i sentimenti, sono ben altri. Mi è stato detto che non è possibile provare qualcosa così, che tutte le persone che ho conosciuto e amato in questi anni, sono solo illusioni, anche se mi hanno salvato la vita, anche se mi hanno formata e anche se li ho amati oltre ogni dire. Anche se mi hanno poi delusa, o ferita, o bistrattata, o mentito, o persa.
No, il mondo ha catalogato le relazioni tramite cellulare e/o internet come “impossibili”, quindi il mondo si deve adeguare tutto, anche quella parte che sfugge a questa omologazione.
Nei mesi che mi hanno legata a Odisseo, tutto questo lo avevo presente, ero conscia delle ambiguità e dei pericoli cui una relazione del genere poteva dar adito. E me ne sono bellamente fregata.
In altre occasioni ci sono andata cauta, per terrore di far del male all’altra persona, per l’impossibilità di gestire una distanza troppo grande, per incertezze che il troppo amare, in questi frangenti, comporta. Ma non questa volta, questa volta mi sono solo lasciata trasportare dalla forza di Odisseo e forse anche un po’ dalle delusioni trascorse.
E poi, quel 5 aprile tutto mi si è riversato sulle spalle, la possibilità e l’impossibilità, la necessità virulenta di dover capire quanta illusione si può celare nelle parole e quanto amore invece ci è dato di estrapolare da esse.

Il mattino dopo la “terribile notte” era la prima domenica di Aprile a Napoli. Il sole era incerto sul suo ruolo (come tutti i nati in aprile) e soffiava vento freddo, mentre il calore sembrava spandersi al contrario dalla terra, dalle cornetterie, dalle piazze che carpivano ogni riflesso di luce e vento e lo imprigionavano.
Tra me e Odisseo quella domenica mattina era tutto finito. Ne eravamo entrambi consapevoli. E tristi.
Nonostante ciò, è stata una delle giornate più belle della mia vita.
Forse la stessa tristezza nostalgica che aleggiava tra noi due, le lacrime che c’erano sfuggite troppe e senza pudore, le parole di quella notte sganciate da ogni remora e regola, le conclusioni che era troppo quello contro cui combattere e poche le nostre armi per costruire un amore da una fiammella troppo vergine, forse i suoi occhi. Dio con che occhi mi guardava, verdi come il mare più invernale, dolci come quelli di un bambino spaurito.
Siamo stati tutto il giorno con mani e occhi intrecciati e le parole, quelle stranamente poche, come fossero ormai finite. Mi ha portata in un bar-pasticceria americano perchè sa quanto mi piacciono quelle sciocchezzuole americane, mi ha comprato un caffè americano e lui si è preso un hotpuccino alla panna e doppio caramello, solo perchè sa che a me piace da matti il caramello, a lui non molto in realtà. Siamo andati in un immenso parco antistante il Maschio Angioino, ha scelto una zona riparata dal vento e dagli sguardi altrui se non quelli dei gabbiani di Napoli che sono straordinariamente audaci e si spingono ben oltre la cinta della costa, cosa che da me non succede mai. Mi ha fatto bere parte del suo cappuccino, ha raccolto lo strato di caramello sul fondo del bicchiere per farmelo mangiare col cucchiaino dalle sue mani, ha criticato ostentatamente “quella brodaglia piscettata americana che tu scambi per caffè“, ha riso mentre gli raccontavo della mia infazia spesa a immaginarmi principessa segregata tra le stanze di un castello bello come quello che avevamo davanti, mi ha ascoltata, mi ha coccolata, mi ha coperta col suo corpo dal vento, mi ha accarezzata in tutti modi possibili, ha salvato la formica scema che stava per essere triturata e le ha dato da mangiare il resto del caramello solo per far felice me.
Siamo andati a fare la spesa e ha cucinato per me risotto ai funghi perchè sa che è uno dei miei piatti preferiti, ha usato lo speck al posto del bacon che a me non piace e ha scritto il mio nome con una strisciolina di speck, ha scaricato Django Unchained in inglese solo perchè sa quanto io ami quel film e quanto volessi vederlo in lingua, ha preso un dolce al caramello e cioccolato senza che io ne sapessi niente e mi ha fatto mangiare tutto il cioccolato della sua porzione, pomeriggio, mentre guardavamo il film sul letto, con le gambe e le braccia aggrovigliate.

E’ stata una giornata così strana, senza dubbio dominata dalla malinconia e da un senso di perdita pressante. E’ stato come aver detto “addio” a tutto quello che di bello c’è stato prima, in quei sei mesi e due giorni forsennati e pieni di passioni irrisolte. E’ stato un colpo di spugna doloroso e un ricominciare timido.
Non ce l’aspettavamo, forse, nessuno dei due, ma la sera ci siamo ritrovati a baciarci senza pensare a nient’altro. Lui non è andato oltre qualche carezza, credo fosse ancora incerto e si fosse pentito per aver chiesto troppo ed essersi lasciato andare i giorni precedenti. E’ stato tutto molto naturale e tenero, non ricordo come ci siamo addormentati, ricordo che la mattina dopo le cose erano diverse senza che nessuno dei due abbia fatto realisticamente niente per renderle tali.
Non abbiamo parlato di niente, camminavamo, prendevamo in giro la gente scema e ci baciavamo, tanto. Castelli e baci al caramello, questi sono stati i nostri ultimi due giorni insieme.
Lui che mi dava lezioni di pugilato, su come parare e attaccare (figurarsi, sono debole come un grillo!), che mi intrappolava tre le sue braccia forti e mi spronava a slacciarmi, che mi sollevava in barba alle mie preoccupazioni sull’essere troppo pesante, o che mi impartiva lezioni di tango o lezioni di musica e di disegno (dipenge anche ed è bravissimo!), ha disegnato per me Wolverine perchè io chiamo così lui, visto che è identico a Logan Wolverine! Bassino, spalle larghe e muscoloso, con le sopracciglia che si uniscono quando è pensieroso e la tendenza a fare a pugni se non si controlla, con l’anima da intellettuale oramai, che lo lega alla scrivania invece che al ring e alla vita da ribelle del suo passato. Come Wolverine, appunto!
Mi ha portata in giro per le vie di Napoli, quelle più belle e speciali, mi ha comprato le migliori sfogliatelle calde per la colazione e la pizza più buona (cavoli se è buona!) siamo andati a mangiarla in uno dei locali più rinomati, per cena prendendo due gusti diversi e facendo a metà; siamo stati al museo archeologico e da bravo archeologo qual è mi ha illustrato e raccontato genesi e storie delle opere più belle, con immensa invidia di chi ascoltava e ci seguiva per saperne di più; siamo andati a caccia di epigrafi greche e latine (ce ne sono 6.000 tra musei e il resto) su cui lui sta facendo la tesi magistrale, solo per farmi comprendere la rarità e bellezza di queste e quante storie raccontano di un passato lontano, ma fatto di persone e amori non diversi dai nostri, sa quanto mi piace andare a caccia di storie, soprattutto se reali e appartenenti a un passato esotico e affascinante come quello dell’antica Roma; mi ha fatto lunghi ed erotici massaggi a schiena, piedi e gambe; mi ha portata in un ristorante giapponese in cui si può mangiare quanto si vuole a prezzo fisso e mi ha fatto mangiare sushi e maki dalle sue bacchette perchè io non ero in grado di usare le mie e mi si spezzava il sushi quando lo intingevo nella salsa di soya, e ha chiesto la forchetta per me con grande disgusto dei poveri giapponesi che gestiscono il locale (bellissimo, soffuso, orientale dalle luci alle illustrazioni, ai tavolini infossati per terra, ai bagni!), ha lasciato i ravioli a me perchè cavoli se erano buoni e mi ha preso in giro tutto il tempo perchè facevo dei bocconi piccoli senza riuscire a infilare tutto in bocca, ha lasciato il salmone a me perchè era il più buono e mi ha comprato delle bacchette giapponesi per esercitarmi.
Mi ha portata dentro Castel Dell’Ovoper fare la principessa” come sognavo da bambina e mi ha assicurato che in quelle stanze in passato, una principessa col mio nome e il mio volto viveva sottoposta alle dovizie di corte, finchè un pirata dagli occhi verdi non è venuto dal mare a rapirla e portarla lontano per sempre, da un mondo che le stava stretto a uno a sua misura, poi ha buttato giù le transenne verso una torre cui era impedito l’accesso, per allontanarci da tutti gli altri e siamo saliti, soli, sulla torre più alta e “proibita” del castello, tra baci sferzati dal vento, abbracci strettissimi per contrastare le raffiche alla salsedine davvero forti lassù, e circondati dalle onde molto più in basso, che si frangevanono senza tregua sulle rocce dell’isolotto in mezzo al mare su cui Castel dell’Ovo è stato costruito nel VII secolo a. C. e davanti a noi solo mare, l’isola d’Elba all’orizzonte e il Vesuvio smozzato ancora dalla grande eruzione che distrusse Pompei ed Ercolano e che capeggia sulla città.

Non sono mancati anche momenti di stanchezza in questi giorni, stare insieme 5 giorni su 5, senza tregua è stato difficile, è andato a comprarmi il regalo per il compleanno di nascosto (gli ho promesso che lo avrei aperto solo il giorno del mio compleanno, quindi sta ancora impacchettato), ma ce la siamo cavata divinamente, considerati anche le dimensioni ridotte del suo appartamento che grazie al cielo ora cambierà perchè è davvero piccolo questo. Lui più che altro è abituato a ritmi da lupo solitario e li ha completamente stravolti per me. E’ andato a dormire quando io ero stanca, mangiava quando io avevo fame e se si svegliava la mattina, non si alzava per non svegliare me e questo l’ha un po’ destabilizzato, e anche me in realtà, ma la tenerezza di quei due giorni credo valga davvero la candela.
E’ stato bello e io non sono abituata al bello. Mi ha coccolata con una tenerezza e una serie di attenzioni per me assolutamente inedite. E credo di averlo fatto anche io: ha adorato i miei brownies (eh vabbè lo so, fanno questo effetto i miei dolci, non saprò fare una mazza ma i dolci mi escono drammaticamente bene!) e mi ha scongiurato di dargli la ricetta, ma non gliela dò, se li vuole deve mangiarli solo fatti da me, la mattina a letto, tra un bacio e l’altro al sapore di cioccolato; gli ho regalato un libro che adoro e il cui titolo “Noi“, non lascia dubbi sul senso del messaggio; gli ho portato ‘ndujia e preparati bomba al peperoncino calabrese che lui adora; l’ho accarezzato quanto mai nessuno ha fatto, abbiamo dormito con le mani intrecciate, sempre.

Abbiamo parlato di “noi” solo quando mancavano ormai un pugno di ore alla mia partenza. Credo nessuno dei due volesse affrontare l’argomento perchè significava scontrarsi con problemi e realtà troppo vasti per dar loro una soluzione. Mi ha fatto mangiare l’amarena del suo croissant e mi ha detto tutto quello che pensava, con una vocina flebile e gli occhi rivolti verso il basso.
Ha detto che lui prova qualcosa di molto forte per me, che se aveva bisogno di vedermi e di passare del tempo con me per capire se quello che era nato in questi mesi fosse sostanza, lo aveva abbondantemente capito e non aveva dubbi su questo. Tuttavia la distanza incrementa i piccoli problemi che ci sono (tipo l’intoppo a letto) e che non sarebbero un ostacolo se la frequentazione fosse quotidiana e “normale”, ma così, con la possibilità di vederci sporadicamente, possono diventare seri e insormontabili. Questo non significa che lui non ha intenzione di provarci e mettersi in gioco dal momento che ritiene che io e tutto questo ne valga la pena, ma lascia decidere a me se sono in grado di affrontare tutto e le eventuali ripercussioni negative e se penso anche solo lontanamente che la distanza e l’esacerbare questa situazione possa farmi più male che bene, se decido di fermarmi qui, accetta la mia decisione.
E io?
Io non lo so. Francamente, non lo so. Ci sono troppe cose in sospeso e troppe cose che non capisco bene. Sono molto, molto confusa, soprattutto ora che posso rileggere quei cinque giorni a freddo. Non solo le ambiguità nel suo comportamento che crozzano con quanto mi aveva detto di se stesso, ma anche piccole cose come il fatto di non essere voluto andare a una conferenza perchè c’erano i suoi amici e io mi sono sentita come una bolla staccata dalla sua vita, che non fa parte di questa finchè non supera la prova. Cerco di non pensarci, ma non ci riesco. Lui ha messo in chiaro che no, non stiamo insieme, non ci sono ancora i presupposti per definirci una coppia, e io sono d’accordo, ma questo suo ripeterlo e sottolinearlo, mi fa sentire ancora più incerta e confusa.
Gli ho detto che l’affetto che provo per lui è indiscutibile, e sono stata bene, ma le sue incertezze mi confondono. L’unica cosa che possiamo tentare è vedere ora quanto sentiamo l’uno la mancanza dell’altro in questo mese e mezzo che ci separa dal prossimo incontro e vedere come saranno i prossimi giorni che passeremo insieme, che secondo me potrebbero seriamente essere quelli decisivi.
Sperando che questa confusione si lenisca un po’.
Provo qualcosa di forte per lui, ma tutti i dubbi e le ambiguità che mi ha messo in testa non mi fanno scorgere lucidamente cos’è che provo. Se un affetto legato a quello che c’è stato nei sei mesi scorsi o se davvero è nato altro in questi giorni.
Non riesco a capirlo. Un attimo mi manca a bestia e sono certa di esserne innamorata, l’attimo dopo torno a incazzarmi per qualcosa che ha fatto o non fatto, detto o non detto. Il che, mi rendo conto, è abbastanza naturale in qualsiasi relazione. Ma la dinamica obbligata della nostra rende tutto più confuso. 5 giorni di solo lui e poi mesi di solo cellulare e skype.
Spero di capire, dopotutto è passato solo un giorno ancora, da quando sono rientrata.
Vorrei che andasse bene, vorrei avere il mio amore speciale, ma ho paura che questo mio desiderio mi obnubili e non veda che in realtà non è lui. O al contrario, che invece è lui, ma che questa situazione precaria non mi permetta di capirlo appieno, di prendere tutti quei castelli e quel caramello e fare di questi il nuovo, dolce, magico e bello, contesto della mia vita.

Cronache odissee – parte prima (V.M.18 anni)

Esordisco con un commosso “grazie”.
La seconda cosa che ho fatto ieri sera, appena tornata dall’incontro con Odisseo, è stata accendere il pc e guardare il mio blog; la prima cosa ce feci, invece, è stata una doccia di mezz’ora, che trenitalia non solo dà un servizio scadente al punto da farmi passare per tre treni e tre stazioni prima di arrivare a casa, ma puzza anche da matti.
Sono dunque entrata nel blog in maniera automatica, non so se per ricercare quel senso di equilibrio che questo blog è riuscito a darmi in questi mesi o per il bisogno di mettere nero su bianco tutto il popò di cose che sono successe con il manifesto intento di riuscire a decifrarle e ripartire da queste, perchè tutto ho tranne che le idee chiare su com’ è effettivamente andata. E poi mi sono ritrovata un sacco di messaggi di augurio e di attesa e di speranza nell’esito dell’incontro e mi sono commossa oltre ogni dire e per questo, a coloro che mi hanno seguito in questa prima parte del percorso verso Odisseo, che ho imparato a seguire e conoscere, ma anche a chi è passato solo per leggere sporadicamente dico Grazie, con la “G” maiuscola e con una eco di affetto infinita.
Grazie.

Mi sembra giusto cominciare con una premessa che conclude ed esclude ormai definitivamente la mia preoccupazione principale dei mesi scorsi, ovvero quella dell’aspetto fisico. Lo so che me lo avevate detto in tanti, che non conta, che è un aspetto della condizione sentimentale, che non preclude niente se c’è dell’altro a sostenerlo. Ma io non riuscivo a capire come potesse essere così secondario e non perchè fossi un’esteta, non lo sono (sono dell’ariete, dopotutto, gli arieti non sono esteti, sono sanguigni).
Come poteva il mio aspetto fisico non essere fondamentale vista la situazione particolare che legava me e Odisseo? Non ci eravamo mai visti se non per sfocate fotografie e le foto possono essere ambigue e controverse, conferire un’idea fasulla di una persona, quanto niente altro è in grado di fare.
In questa situazione, per me l’impatto fisico-visivo rappresentava l’ostacolo più grande, superato il quale, se non si prospettava una discesa, ci si andava vicino. Invece, a smentirmi e ridimensionare completamente le mie pretese di competenza sui rapporti uomo-donna, quello dell’impatto visivo tra me e Odisseo non è stato un ostacolo, non è stato un bel niente.
Mi ha riconosciuta immediatamente e pare gli sia anche piaciuta immediatamente, così mi ha detto almeno, e francamente ho avuto modo di eppurarlo nelle ore immediatamente successive all’incontro. Per quanto mi riguarda ho fatto un po’ più fatica. Non che non mi piaccia, per carità, mi piace molto, ma non riuscivo a riconoscerlo. Era più basso di quanto mi aspettassi e avevo un modi di camminare che non ha niente di strano ma che non mi faceva vedere in lui l’Odisseo che conosco. Quindi il mio iniziale senso di spesamento non si è attaccato all’aspetto fisico ma a dettagli probabilmente superflui.

Non gli ho detto l’orario effettivo dell’arrivo del mio treno alla stazione, perchè volevo avere il tempo di calmare i battiti e rifiatare. Non è stata una mossa saggia perchè la stazione di Napoli Centrale è tremenda, al punto che poco prima dell’incontro con Odisseo la mia preoccupazione principale non era lui, ma non venire scippata o peggio da due tizi che si sono fermati davanti a me e hanno preso a fissarmi senza tregua.
L’ho aspettato davanti all’inizio del binario 19, perchè era chiuso e la ressa minore, ho finito una scatoletta di tictac ai frutti di bosco tanto ero nervosa, ma non sono riuscita a riconoscerlo lo stesso. Mi ha vista lui per primo e si è avvicinato.
E’ qui c’è stato il primo problema per quanto mi riguarda. Che mi permetto di sottolinearlo nuovamente, non è prettamente legato all’aspetto esteriore. Tanto più invece alla necessità di ritrovare la persona che tanto bene ho conosciuto e amato per sei mesi, in quella in carne e ossa davanti a me. Ho fatto una fatica boia e ci ho messo quasi un giorno intero prima di riuscirci.
Il primo impatto, da questo punto di vista, è stato strano, stranissimo per me. Tutto quello che pensavo era che non consocevo quella persona e che Odisseo, il suo pensiero, le sue parole, la costruzione di Odisseo nella mia mente, stava sfumando velocemente perchè non riuscivo a radicarlo in pianta stabile in quella persona che avevo davanti. Cercavo qualche dettaglio, ripetutamente, che mi potesse illuminare, un gesto, un guizzo dello sguardo, il colore di giada torbida dei suoi occhi, ma nonostante lo avessi lì, non le vedevo. L’unica cosa che vedevo era la sua camminata che mi sembrava così assurda perchè non riuscivo a legarla al mio Odisseo, e il suo aspetto, anch’esso strano, a prescindere da quanto mi piacesse o meno, era solo strano. Ho temuto seriamente che le cose non fossero andate, che era impossibile perchè il mio Odisseo non era lui, non esisteva e avevo un groppo in gola che non riuscivo a ingoiare o isolare. L’avevo perso? Di già?
Arrivati a casa gliel’ho detto, subito che avevo difficoltà nel riconoscerlo. Ed è qui che ho, paradossalmente, iniziato a vederlo davvero.

Si è dimostrato la persona intuitiva, intellignete e straordinariamente empatica che mi aveva ammaliata nel corso dei 6 mesi e una settimana precedenti. Mi ha messa completamente a mio agio, ha detto che era assolutamente normale e che questo incontro per noi significava conoscerci d’accapo, non partire da zero, ma accedere a un substrato di intesa e complicità quotidiane e concrete, che finora c’era mancata. E il suo modo di mettermi a mio agio è stato quello di farmi mangiare un panino alle polpette buonissimo e di magiarlo in casa per poter stare più sereni e mettermi a mio agio.
E poi mi ha abbraciata.
E poi mi ha accarezzata, ripetutamente.
Devo dire che nonostante la mia timidezza e la situazione piena di pathos e così particolare, mi sono trovata a mio agio subito e questo anche grazie a me stessa: mi ero ripromessa di non crearmi grossi problemi di intimità perchè passare 5 giorni insieme a qualcuno che, per quanto conosci e sia importante per te, non hai mai visto, non sarebbe stata una cazzata. Dormire insieme, stare appiccicati insieme, passare dal niente al tutto, conoscerci in questo modo, in una quotidianeità resa stretta dal limitare dei movimenti, insomma o lo vivi dal giusto punto di vista ovvero senza dargli troppo peso, o la rendi una cosa troppo grande da superare.
Quindi un po’ grazie a lui, un po’ grazie a me, ci siamo sciolti subito. Anche troppo, perchè francamente a questo punto io avrei volentieri rallentato un po’.

E invece lui ha iniziato a baciarmi, a trascinarmi a letto e a toccarmi e a spogliarmi e io non credo proprio, di essere a quel punto, ancora pronta a quello. Ero ancora nervosa, ero in fase di assestamento non solo riguardo ai miei sentimenti per lui (Mi piace? Non mi piace? Lo riconosco? Lo voglio? Ci voglio stare insieme? Ci voglio fare qualcosa? Sono innamorata o no di lui?), ma anche riguardo a una situazione troppo precaria: c’eravamo visti da due ore e cominciavo appena appena a riconoscerlo, avevo bisogno di tempo. E inoltre non ho la benchè minima esperienza di cose del genere e lui lo sapeva.
Ma d’altro canto, mi piaceva.
Mi piacevano i suoi baci, mi piacevano le sue mani ovunque, mi piaceva piacergli così tanto da non riuscire a farmarsi, soprattutto dopo tutti i dubbi e le titubanze incanalate nelle ultime settimane. Mi rendo conto, inoltre, che sia io che lui avevamo accumulato tanta di quella voglia di stare insieme, che lui si è lasciato andare e io l’ho lasciato fare, primo perchè lo volevo, secondo perchè speravo mi snebbiasse il cuore e la mente.
Non fosse che mi sono ritrovata a pensare di essere una cazzo di frigida, perchè se mentalmente ero eccitata e mi piaceva e volevo che continuasse, dall’altra non sono sicura che volessi andare così veloce. O almeno spero sia questa la ragione dei miei intoppi. Perchè altrimenti vuol dire che sono una stupida, grassa, frigida pezzo di legno.
Il punto è che non sentivo niente, non sentivo le sue mani e la sua bocca. La percepivo e mentalmente lo sapevo e mi piaceva, ma fisicamente ad un certo punto, ho smesso di sentirlo. Non so che cazzo vuol dire questa cosa, e sono francamente preoccuapata perchè è una delle cose che non abbiamo risolto, ma che ha anche dato il via al momento più brutto, la nostra seconda notte insieme.
Non sapevo cosa fare e lui percepiva che c’era qualcosa che non andava, chiaramente, perchè ha molta esperienza da quel punto di vista. Ma non è stato un grosso problema all’inizio perchè gli ho chiesto di andar piano e lui ha rivisto il tiro delle sue intensioni, e siamo usciti, ci siamo divertiti, mi ha comprato dei taralli alle mandorle e spezie buonissimi, insomma mi ha viziata, davvero, non solo il primo, ma per tutti e cinque i giorni.
Di buono c’era che mi ero sciolta, che mi aveva detto che gli piacevo molto, che il contatto fisico non è stato un problema vista che dopo due ore eravamo già nudi a letto, e francamente non credevo di avere problemi dal punto di vista sessuale vista a) la mia voglia illimitata di stare con lui; b) la mia voglia di fare sesso che credetemi mi porto ancora appresso, ho gli ormoni a mille; c) la mia assenza di tabù di sorta riguardo queste cose e la mia curiosità anche nello sperimentarli senza limiti alcuni.
La prima notte è stata molto bella, lui sorrideva in maniera tale e i suoi occhi erano così verdi che non avevo più dubbi su me e lui, sull’averlo finalmente ritrovato, su quanto, forse, incredibilmente, meravigliosamente, poteva andare tutto bene.
Anche il secondo giorno è stato bello, a correre per Napoli e salire e scendere dai castelli bellissimi di quella strana città; a mangiare al ristorante giapponese; allo scherzare sulla mia gonna corta per attirare il beneplacido di un ipotetico George Clooney in giro per Napoli; a prendere in giro i napoletani rozzi; a mangiare un sacco di bontà locali.
Non sapevo ancora che mi aspettava una delle notti più brutte della mia vita.

Mi sentivo francamente più libera da un punto di vista prettamente sessuale, nonostante non sapessi dove fosse l’intoppo e non sapessi cosa diavolo fare, al punto che gli ho chiesto di guidarmi, ma non l’ha fatto e non capisco perchè. Si è ributtato di nuovo a pesce e stavolta ha cercato di penetrare e dio, credo mi abbia fatto davvero, davvero male. Non so se ho urlato, ma credo di sì perchè uscito subito.
Tra il fatto che la proporzione “Uomo basso – grande pene” è ufficilamente rispettata oramai, tra il fatto che io pare non riuscissi ad “aprirmi” (parole sue), alla fine lui si è fermato. Ce l’ho messa tutta, non sapevo cosa fare, abbiamo provato anche col sesso orale e credetemi, anche in quel caso non sapevo cosa fare. Gli ho chiesto di fare qualcosa senza concludere subito, ma lui ha detto che quelli erano solo preliminari e che per concludere aveva bisogno di altro, che così non era eccitato abbastanza.
Credo che difficilmente in vita mia mi sia sentita più umiliata. Insomma ero nuda, senza esperienza, mi ero lasciata completamentene andare nonostante gli avessi chiesto di andarci piano e lui mi dice che non era eccitato abbastanza. Be’ mi sono rivestita e basta. E lui l’ha presa male.
Mi ha detto che c’era qualche problema che non dipendeva da me, ma mi bloccavo e a un certo punto mi ritraevo là sotto e che lui non voleva rischiare di farmi male perchè così sembrava uno stupro. Che vuol dire? Non lo so, non lo capisco, perchè io ero eccitata, ma non abbastanza e davvero non sapevo che cazzo fare. Gli ho detto che per questo gli avevo chiesto di andarci piano, sperando francamente che il problema fosse solo questo, ma non lo so, lo scrivo qui con molta vergogna e senza comunque limitazioni, non so quale sia il problema. Non sos e effettivamente dipenda dal fatto che abbiamo corso molto.
Lui ha detto di aver sbagliato, che preso dalla foga di ritrovare la nostra intimità e di soddisfare anche il desiderio che aveva accumulato in questi sei mesi, ha pensato di poterlo fare in un giorno da quando ci siamo visti, ma che è una situazione che non richiede 5 giorni per essere affrontata, ma molto più tempo e una quotidianeità che non abbiamo e che aggiunta al computo di tutti gli altri nostri problemi, viste tutte le incognite e le difficiotà dovute alla mancanza di tempo da passar insieme e alla lontananza, non vedeva come possibile riuscire a stabilire qualcosa tra noi, perchè questo dell’intesa sessuale era francamente un grosso ostacolo, e il tempo e il modo per affrontarlo non ce l’avevamo.

Io ho letto queste come un “No, sei una frigida del cazzo, un pezzo di legno, non vedo perchè dovrei sottopormi allo stillicidio di menate che deriverebbero dallo stare con te, anche in questa situazione“. Il che era una delle considerazioni ovvie e delle probabilità di esisto della cosa, che avevo considerato. Non avevo considerato invece che a rovinare tutto sarebbe stata la mancanza da parte mia di una risposta sessuale, che ancora fatico a  capire. Io non so cos’è successo, non mi conosco sessualmente parlando, lo so che era la prima volta e che tutto era troppo rapido e io troppo inerme a confronto, ma se non fosse questa la spiegazione? Spero e sottolineo SPERO, fosse solo dovuto alla peculiarità del momento, al fatto che come lui stesso ha detto, ha corso molto e ha sbagliato a correre. Ma non lo so.

Sta di fatto che in quel momento è stato un bruttissimo colpo. Gli ho detto che non sarei stata in grado di continuare qualcosa in quei termini disastrosi che mi aveva illustrato: che ci sono pochi presupposti che non vada bene, che la lontananza è già dura di per sè e ora lo è il doppio visti tutti questi problemi da sbloccare, che sarebbe stata dura se non impossibili andare avanti. Non puoi pretendere di dirmi una cosa del genere e di aspettarsi che io gli dica “Eh vabbè, non sono in grado di eccitarti abbastanza ma continuiamo, suvvia!”
No. Ero ferita oltre ogni dire e gli ho detto che mi sembrerebbe di combattere da sola per qualcosa che lui reputa senza speranza e che in questi termini non me la sentivo di continuare. E lui ha risposto “Lo capisco e c’è poco altro da fare”. E io l’ho presa come una sua definitiva rottura.

Tutto quello che riuscivo a pensare era voglioandareviavoglioandareviavoglioandarevia. Non volevo piangere ma non ce l’ho fatta e lui è stato carino mi ha accarezzata, ma non volevo essere accarezzata in quel modo, con pietà. Mi sono ritratta e gliel’ho detto, che volevo andarmene come spuntava il sole.
Credo che non mi si sia stretto mai così tanto il cuore come nei minuti successivi.
Lui è stato zitto per un po’ e sono riuscita a snebbiare la vista dalle lacrime quel tanto per vedere il suo sguardo carico di una tristezza infinita, con quegli occhi verdi divenuti così chiari da essere diafani e lasciar trasparire solo dolore. Ha farfugliato qualcosa ma era sconnesso, ricordo solo che ha detto che se voglio possiamo continuare magari a sentirci, che a lui piacerebbe tanto sentirci ancora ma dipenderà da me, che si era ripromesso di non farmi soffrire, dalla prima frase che gli ho scritto aveva capito quanto avessi sofferto nella mia vita e che in questi sei mesi gli ho ridato la vita e ha vissuto anche lui pensando a me come a una parte di sè, facendo qualsiasi cosa per venire a raccontarla a me e che non c’era niente di peggio per lui che vedermi piangere così e avermi portato a voler andar via dopo un giorno mezzo dal tanto agognato incontro.
Quando l’ho visto piangere non so davvero cosa ho pensato.
Lui non piange mai, non piangeva così forte da quando, a 13 anni, perse suo padre e come capita quando non si piange mai, una volta innescata la cosa dà fondo a tutte le tristezze sopite e inespresse che non hanno trovato sfoghi.
Ho dovuto costringermi a calmarmi per stargli vicino, perhè vederlo in quel modo e sentire le cattiverie e che diceva verso se stesso, mi ammazzava.
Abbiamo passato una notte tremenda, ma che paradossalmente credo sia servita a molto. Io credevo che fosse tutto finito, e lui anche, credo e vedere che questo esserci persi l’un l’altro, questo aver lasciato che le cose finissero prima di inziare, ci ha distrutti visto il legame che si era creato, quell’assurdo legame così profondo e simbiotico, tanto bello, quanto tanto deleterio.
Ci siamo addormentati alle cinque, sfiniti e con la promessa da parte mia che non sarei andata via al momento e non perchè ero preoccupata per lui, ma perchè volevo francamente restare.
Ma davvero al mio risveglio, avevo dato tutto per perso e finito e solo un bozzolo di tristezza e tenerezza nei suoi confronti mi ha aiutata ad alzarmi e affrontare la giornata difficile che si prospettava.

FINE PRIMA PARTE

L’ Odissea

Sta per iniziare l’Odissea, sto per andare a imbrarcarmi e sono eccitata e sono assolutamente spaventata, la vita spaventa un sacco. C’è solo una cosa che non riesce a scalfire neanche il pensiero più negativo, anche se è troppo per calzarmi come ruolo, anche se le aspettative sono ridimensionate, ma la speranza c’è: che al mio ritorno possa essere io, un po’, Odissea.

– 1 giorno a Odisseo + hearthbreak

Come sto non lo so.
Sto che per in un attimo vengo assalita da 500 dubbi su come sarà, su come sarò, su quanta sbagliata o meno sia l’idea che Odisseo ha di me e l’attimo dopo non me ne frega una mazza perchè sto per abbracciarlo.
Sto che un secondo mi vedo orrenda e inguardabile qualsiasi cosa indossi e il secondo dopo non ci penso che tanto oramai ben poco si può fare e che c’è qualcosa nell’aria, un di più che freme e mi impedisce di pensare al mio aspetto, come se fosse (finalmente?) secondario.
Sto che stanotte per distrarmi mi sono dovuta vedere Frankenweenie (il remake in stop motion del film di Burton degli anni ’80) che ancora, vergognosamente, non avevo visto. E per la cronaca, sì ha funzionato, “Tim Burton funziona sempre” è una massima sempre vera, che sono ben lieta di condividere, mi sono distratta e ho dormito un po’.
Sto che il cuore va a mille e poi, d’improvviso, salta un passo, quando mi rendo conto che tra una settimana Odisseo potrebbe non far più parte della mia vita.
Sto che qualsiasi cosa succeda e qualsiasi cosa non succeda, da domani questi 6 mesi e una settimana così pieni di emozioni e speranze, di parole senza freni, slacciate da qualsiasi ragionevolezza, che sono solo parole scambiate per mail o telefono, ma che guarda caso, sono riuscite a toccare ogni organo vitale consentito e non, saranno un ricordo, un ricordo nostalgico, o pieno di rammarico, o non so che altro, ma saranno pur sempre un ricordo.
Sto che tutto sta per cambiare, allo snodo dei miei trent’anni, in qualche modo sta per cambiare, magari in peggio, o in meglio non lo so, ma comunque sta per cambiare e prioprio in Aprile e no, non ditemi che è un caso che tutto avvenga ora a 11 giorni dal mio compleanno, perchè come sto ora non può essere un caso, mi rifiuto di accetare il Caso come spiegazione e soluzione. Chiamatelo Destino se proprio volete e forse lo accetto, ma non c’è niente di casuale in tutto questo.
Sto che Odisseo mi manca più oggi, a 30 ore da quando lo guarderò negli occhi, che non nei sei mesi trascorsi.
Sto che quando mi assale lo sconforto e la certezza che non può andar bene perchè è una cosa troppo grande e troppo bella per me, vorrei non andare, vorrei chiudermi e non farmi vedere dal mondo perchè se sono inadeguata al mondo come posso arrogarmi il diritto di essere adeguata e meritevole di una cosa così grande e così bella?
Sto che se guardo in faccia tutto questo, ne vengo sovrastata, che finora non ci avevo pensato a cosa abbiamo fatto a quanto sia stato difficile e sia stato tanto, abbiamo portato avanti una cosa su cui la maggior parte della gente non avrebbe scommesso un soldo bucato, che la maggior parte della gente non sarebbe neanche riuscita a ponderare e provare, forse, sentimenti così complessi e contrastati. E io ci sono, sono uno dei protagonisti della storia e sta a me scrivere il resto.
Sto come una che deve scrivere il resto di una grande storia e ha paura di farla sfumare e cadere, di mettere una parola fuori posto, perchè le parole, qui hanno il peso della montagna d’oro in cui risiede il drago Smaug, sono tutto le parole in questa storia (in tutte?), e lo sarannno fino alla fine, e scegliere quelle sbagliate è far crollare il castello, il bellissimo castello, ma pur sempre di mattoni non ancora cementati.
Sto che non posso guardarmi allo specchio sennò non vado, sto che non devo pensare al nostro primo sguardo sennò mi catapulto lì, in quell’attimo e mi perdo tra l’emozione del momento e il terrore per non sapere che dire.
Sto che non so ancora come partire, se mettere la gonna di lana con leggins che mi sta bene, ma forse fa troppo caldo o partire in jeans ma avere quindi qualcosa in meno da mettere i giorni successivi.
Sto che devo alzarmi e uscire, che sto già al secondo american coffee e devo camminare per non pensare e dar sfogo all’adrenalina, con Capossela nelle orecchie, alla ricerca delle caramelle alla violetta perchè qui non le trovo da nessuna parte e io ho bisogno delle mie caramelle alla violetta, stupido Burundi.
Sto che con la crema al Gianduia dell’Aquolina spalmata addosso profumo come una crepes alla crema di nocciola e nutella e a un muffin al triplo cioccolato.
Sto che devo fare ancora mille e mille cose, ma stare qui mi rilassa e se mi alzo il cuore riprende a battere forte e se continua a battere così fino a domani, hearth break proprio e prima del tempo.
Sto che ho il desiderio, il bisogno sovrumano di viziare Odisseo a tal punto da non permettergli di farmi andare via da lui, ho tipo una decina di regalini per lui dalla ‘ndujia calabrese in tre varianti, che adora, a un libro bellissimo, ai cioccolatini dai millemila gusti diversi.
Sto che prima piango e poi rido perchè non so come trasmutare queste sesnsazioni e lenirle, mi sovrasteranno se non le cheto un po’.
Sto che pomeriggio vado a farmi i capelli anche se non so ancora come li farò, perchè voglio essere il più pronta possibile, quanto più posso essere carina devo esserlo, anche se cambierà poco.
Sto come se stessi per incontrare il mio Destino.
E come cazzo ci si veste per incontrare il proprio Destino?

– 2 giorni a Odisseo + Fare + Stare

Piove.
Ma perchè diavolo piove sempre? Siamo in Aprile, il mese della primavera, della fioritura dei ciliegi, il mio mese e che fa? Piove.
Non che in altre circostanze la pioggia non mi abbia resa molto felice et contenta, ma in questi giorni sta abbastanza scazzando. Primo perchè devo fare mille cose e devo potermi muovere liberamente senza dover fare scongiuri perenni contro un’eventuale influenza, secondo perchè mi costringe a portare da Odisseo anche il cappotto il che apre tutta una serie di nuove questioni su cosa mettere o levare dalla valigia.
Sì, sto sclerando. E’ che… 2 giorni! Dopo 6 mesi e una settimana io, dopodomani starò con Odisseo. Dove per “stare” si intente “stare lì, insieme, con”, “permanere nelle vicinanze”, e non “stare” nel senso di “maschio e femmina uniti in qualcosa”, ok?
Perchè non penso a quello, non lo penso affatto io non penso che tra me e Odisseo scocchi una qualche scintilla e io possa piacergli e lui possa … insomma, tutto chiaro, no? Perchè tutto quello che voglio, tutto quello che penso, tutto quello che spero è che possiamo star bene e divertirci e che lui non sia nervoso e non stia pensando di aver fatto un enorme errore a scendere in cotanta intimità con me nonostante non mi avesse mai vista. Perchè ora che stiamo per vederci, ora che non solo c’è una data che scade tra 52 ore circa, tutto sembra assurda e irreale, tutto sembra difficile e innaturale. Tutto sembra troppo bello per essere vero e per essere vero PER ME!
Sclerando.

Apparte ciò, devo fare mille cose ancora e sto invece gingillandomi qui.
Tra le cose da comprare mi manca una borsa decente, che l’altra mi s’è rotta e una sciarpetta primaverile che le ho tutte invernali, ma anche se non li trovo amem , mi arrangerò. Quello che invece ho disperato dal trovare oramai, è il talco specifico per scarpe e piedi che usavo sempre quando ero in casa all”Università e che qui, nel Burundi, pare non sappiano cosa sia, e un burrocacao normale.
Sì, avete capito bene. Da queste parti trovare un burrocacao classico è impossibile. Neanche il Labello quello azzurro hanno! Però hanno in Labello al mango, ma che vuoi che me ne faccia del Labello al mango io?! Insomma io sto sclerando e loro mi propinano un burrocacao al mango?! Ah ma hanno quello perlescente, e di tutti i colori perlescenti esistenti, anche, che neanche fossimo a Hollywood: perlescente rosa, perlescemte magenta, perlescente bianco, perlescente dorato, perlescente pesca. E hanno il burrocacao di Hannah Montana. Non so se è solo firmato Hannah Montana o se è quello che usa Hannah Montana, non lo so e non me ne sbatte, francamente, un’accidenti di niente. Ma se volete il burrocacao di Hannah Montana, potete venire nel Burundi che  l’abbiamo, vi raccomando.
Quindi ho dato fondo al mio pattume di rimasugli di burrocacai dimenticati e questo è quello che uscito fuori dalla ricerca:
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  1. Un Labello perlescente rosa;
  2. Un labello Gold Shine dorato (sì sì, me li ero scordati, li usavo d’inverno all’università al posto dei lucidalabbra, ok? be’ tutti hanno avuto un periodo glamour, no?!);
  3. Un burrocacao neutro, ma profumatissimo;
  4. Un leocrema al cioccolato;
  5. Un Labello alla ciliegia che colora le labbra di… be’ ciliegia;
  6. Un lucidalabbra roll-on anni novanta alla mela verde, risalente alle mie scuole medie;
  7. Un altro lucido (di quelli con la boccetta in vetro e la palletta che girava sulle labbra, avete presente?) risalente alla II Guerra mondiale, al limone e con i glitter che se metto credo mi cadranno le labbra, ma sono i miei primi lucidi non ho cuore di gettarli;
  8. Un astuccio con dei diademi di Sailor Moon e delle guerriere sailor sempre risalente alle scuole medie. Mah.

Credo userò quello neutro e il Labello alla ciliegia per Odisseo, il resto lo rificco nel cassetto del passato, chissà che non servano un giorno, compresi i diademi di Sailor Mars e company, ovviamente.
Per il resto mi porto sia cappotto che trench (anche se il trench mi sta di cacca perchè sono grassa), onde evitare sorprese dal tempo, ma non rinuncio alla gonna, ciccia o no, pioggia o no.

Sono nervosa. Credo anche lui sia nervoso. Siamo nervosi. Come risolviamo questa cosa. Tocca a me credo, creare una situazione di serenità e rendere l’atmosfera leggera. Lo so che toccherà a me. Ma non so come fare.Come faccio?
Non lo so ancora ma qualcosa dovrò fare. Fare fare stare fare stare stare fare. Sclerare.
Lo so non toccherà solo a me fare e stare, ma soprattutto toccherà a me. Dobbiamo ricreare l’intimità che c’è per telefono e quindi. E quindi non so come diavolo fare a stare con lui e essere i me e lui di sempre. Ma se tutto va a scatafascio perchè non riusciamo a ritrovare il NOI dal vivo, sarebbe terribile.
Ora devo andare, devo andare a scegliere film idioti americani che mi tengono compagnia mantre mi delpilo. Considerato che la superficie del mio corpo è potenzialmente infinita forse non finirò mai di depilarmi e non potrò andare mai da Odisseo.
Ecco come mettere un fine agli scleramenti.

– 3 giorni a Odisseo + Pasquetta

Alle 2.22  (le 2.22 del 02/04, strani numeri…) mi sono svegliata e non mi sono riaddormentata più. Ho anche iniziato  a scrivere un post per il blog, che in effetti un post così, di improvvisi scazzi notturni mi manca, e conoscendomi è abbastanza strano. Sarà che da quando scrivo su questo blog- siano o meno collegate le due cose- la mia vita ha riguadagnato un certo equilibrio e non ho avuto molte nottate dilaniate dai demoni (assurdo! Non mi era mai successo e sono quasi tre mesi di seguito!), se escludiamo quelli pre-concorso nelle nebbiose e studiose albe febbrarine. Credo sia un bene, ma temo non durerà e non lo dico per darmi la zappa sui piedi, ma per esperienza, perchè nella mia vita una situazione di equilibrio, seppur precario e seppur semi-inconcludente come questo, non è mai durata troppo. E poi questi sono giorni così focali e carichi che porteranno sicuramente dei cambiamenti e la cadenza casuale (o c’è qualcosa di non casuale in tutto questo?) degli eventi, ha voluto che queste conseguenze si vadano a snodare nei giorni  che precedono il mio trentesimo complea,nno e che quindi verrà travolto, influenzato da questi e, nel bene o nel male, la situazione che ne deriverà detterà il “la” per l’inizio della mia vita da trentenne. E ‘sti cazzi se è poco.

Tutto questo inutile preambolo ha il solo scopo di narrare della mia nottate insonne.
Mi sono svegliata con un mattone nello stomaco, regalino dei bagordi alimentari di ieri che scalciano nelle viscere quanto i loro compari, i sensi di colpa per aver osato mangiare un pranzo completo, scalciano come ossessi nella cavità cranica della mia testa.
Pasquetta di vita, significa cibo e non c’è niente da fare. Che si facciano le scampagnate nei boschi o i pranzi a sacco con i compagnucci, o si vada al ristorante a godere delle offerte parazo-pasquali stile gente radical chic, comunque il senso del tutto resta sempre il cibo, cibo cibo cibo e altro, ma il fulcro è il cibo.
E noi siamo andate in un ristorante che in realtà è una taverna dal significato un po’ simbolico per noi, perchè sorge in un punto dove andavamo da ragazzine quando non entravamo a scuola, ma che all’epoca era un ritrovo sovrastato da un chioschetto, e ora è un bellissimo ristorante, piuttosto rinomato per la cucina anche, e a esso ci lega la promessa di andarci sempre e solo insieme noi tre amiche di vecchia data, mai con altre persone, mai senza una delle tre. Quindi, anche se io non propendo mai per le scelte radical chic (tendo anzi a odiarle e allontanarle come la peste), questa ha un sapore particolare vista la “promessa” che la regge e devo ammettere che comunque è una scelta sensata perchè alla fine, ogni pasquetta si gela e piove, quindi inutile imbrarcarsi in ardimentose gite che si risolveranno in fughe spettacolari sotto le tempeste.

Non volevo mangiarla io, sta diavolo di pasta, ma loro ne sono rimaste deluse, hanno detto che non potevo far loro questo, che era una giornata dedicata a noi e quindi senza restrizioni così e che facevo poi mentre mangiavano? Che abbiamo sempre fatto un pranzo completo ogni anno a pasquetta, e che non mi avrebbe fatto niente per una volta ecc ecc, quindi amen, mi sono rassegnata e me la sono goduta, almeno.
Ho preso un antipasto leggero con unsalata di mare, cozze gratinate e alice al limone più una polpettina di merluzzo aromatizzata che credo fosse fritta, ma non me ne sono accorta perchè stavamo parlando a raffica e me la sono mangiata, amen pure per quella.
Come primo piatto volevo scegliere un risotto, ma l’unico disponibilere era quello agli scampi e io li odio gli scampi, quindi ho preso la pasta come loro, senza pensarci troppo: visto che me la devo mangiare e che devo pagare e che devo cedere, sia un cedimento coi fiocchi e ho preso i taglierini ai funghi. Ho fatto una fatica boia a finirla, ero già piena, ma era molto buona ache se credo sia la causa della mia veglia notturna post-pasquale: non mangiavo la pasta dalla Befana!
Per secondo ho preso solo una fettina di pesce persico gratinato al forno, molto leggero ma non l’ho finito, stavo malissimo e loro hanno preso anche le patatine fritte, ma lì no, per quanto le adori davvero non ho ceduto. Hanno preso il dolce pasquale al cioccolato, io solo un sorbetto al limone perchè davvero stavo scoppiando e credo che il sorbetto aiuti a digerire.
In pratica ho finito io da sola una bottiglia d’acqua perchè loro non l’hanno toccata e hanno bevuto solo vino bianco, che io ho bevuto di meno rispetto a loro, ma che ha fatto effetto perchè non sono ASSOLUTAMENTE abituata a bere e pur a stomaco pieno, la stanza ha iniziato a girare. Anche grazie al vino è stata una bella giornata, abbiamo riso come matte e chiacchierato quanto nessun altro dei radical chic nella sala strapiena (e che t’aspetti, non per niente sono radical chic, dopotutto).

E  sempre causa vino, credo, il momento post pranzo, mentre la piccola sbornia sbolliva e faticosamente cercavo di digerire, sono caduta in un stato di depressione acutissima, imprevista quanto irragionevole vista la bella pasquetta che stavo passando, fuori dalle mie solite quattro mura e la dalla mia vuota vita. Per questo sono propensa a credere trattasi del post-vino, non so come altro spiegarlo.

Eravamo sotto il portico di un bar, a prendere un caffè e dopo una mattinata serena e soleggiata era sceso un tempo da lupi con pioggia e freddo che si è protrattto poi per tutta la notte, un classico di ogni pasquetta che ricordi. Le mie amiche hanno la fissa delle foto in posa, stile bimbe-minkia di facebook, che io odio, ma me ne hanno fatta qualcuna e Cristo, ero orrida rossa, grassa, deforme, bruttissima! Ho cominciato a tremare proprio (anche per il freddo e la digestione), mentre idee tenebrosissime mi si accalcavano sul petto impedendomi di respirare: con quale cavolo di arroganza mi sarei presentata da Odisseo conciata così, a dormire nel suo letto, quella cosa orrida e bitorzoluta dovrebbe essere la depositaria delle sue parole d’amore?!
E ho avuto paura.

Ho avuto paura che lui si sentisse defraudato, preso in giro da foto in cui sembravo più carina, che sarà costretto a passare 5 giorni con questa cosa che non conosce e che è tutto fuorchè desiderabile. Ho pensato seriamente di mollare tutto, di non andarci da lui, di lasciarci un bel ricordo dolce-amaro di questi sei magici mesi e basta, senza far sì che tutto finisca nella più tragica delle situazioni: il suo rifiuto pietoso, ma disgustato.
Mi spiego, come ho cercato di spiegare alle mie amiche. Se a un uomo non piaccio, ok, vaffanculo a lui, come consiglio a tutte le donne, chi non ti vuole non ti merita. Ma con Odisseo è troppo particolare e diversa la situazione perchè lui non è che non mi vuole, mi vuole! E’ arrivato a dirmi di amarmi seppur mesi fa! L’unico ostacolo è questo: che io possa fargli cagare fisicamente. Se non gli piacerò, non sarà che non gli piacerò come persona, ma solo che non è attratto da me e avrò rovinato tutto perchè, se avessi avuto qualche chilo in meno e non sarebbe successo.
Capite ora la paura e il dramma in cui vivo? Non è una situazione normale la nostra. Non è un non mi piaci/mi piaci. E’ “un mi piaci, ma se poi vedo che sei orrida come faccio a stare con te”? Per questo, la nostra rottura, così, è una cosa che mi ammazzerebbe.

Insomma non ho dormito con tutto sto popò da digerire sia in pensieri che in mattonata nello stomaco, era prevedibile. Ho letto, ho guardato film scemi ma divertenti e stamattina ero seriamente intenzionata a correre una quarantina di minuti per sfoltire il gonfiore di ieri, ma pioveva e no, non rischio di ammalarmi a tre giorni dall’incontro.
Ora dalla persiane entra un indeciso chiarore che pare solare, se si stabilizza forse esco, non corro (perchè se non corro all’alba poi non riesco più a correre, boh… sono strana), esco e cammino, cammino cammino cammino finchè mi reggono le gambe, e compenso un po’ e mi alleggerisco un po’, di stomaco, di grasso, di mali e di pensieri.

Calipso che si nutre solo di spiccioli di vita

Sono stata brava.
Ultimamente mi plaudo da sola con una frequenza che ha dell’imbarazzante e forse anche del patetico, ma ieri era Pasqua e casa mia ribolle come un calderone di bontà a Pasqua.
Durante quasi tutto il resto dell’anno è completamente scevra di cose che fanno gola perchè siamo quasi sempre tutti a dieta, quindi a parte mia madre che fa dolci per regalarli, o che si imbarca in crocchette, pizzette e torte rustiche, le tentazioni restano abbastanza sopportabili.
Ma ieri…
Anche se alla fine eravamo solo noi (e credetemi, io preferisco così, godermi la mia idea di festa!) che i miei parenti di Roma non sono scesi, mamma si è divertita a cucinare, ci aveva avvertito che si sarebbe sbizzarrita, visto che il resto dell’anno glielo concediamo a causa delle diete in cui siamo sempre impelagati.
Il menu di Pasqua prevedeva:
Apertitivo con bibite, noccioline, olive, patatine e degli stuzzichini da intingere nell’hummus che ha imparato a fare da Benedetta Parodi;
Antipasto di salumi e melanzane grigliate, e crostini con patè d’oliva da una parte e di formaggi solidi e cremosi, con le spezie e i peperoncini calabresi o leggeri come il Bel Paese dall’altra e poi i favolosi, meravigliosi supersparaflesciosi mini-arancini alla ‘ndujia che se non li avete mai mangiati, non avete mangiato niente;
Primi: conchiglioni ripieni di carne o prosciutto e formaggio e con la besciamella e crepes con spinaci e ricotta;
Secondo e contorni, è proibito l’agnello e il coniglio a casa mia perchè ci spiace ucciderli, quindi mamma ha fatto il tacchino e in più con polpette di melanzane (non mancano mai le melanzane quando si cucina in grande, qui), patatine fritte, insalata di pomodorini e carote e arancini alla siciliana, quelli grossi dorati che io amo, fatti in tre varianti: fritti normali, al forno e fritti con la farina di riso per mia sorella che è celiaca;- –Bibite: vino, spumante, aperitivi rosso, Coca cola, Sprite zero, acqua, succo di ananas per digerire.
Dolci: quattro tipo di pastiere, tre uova di pasqua di gusti diversi, nepitelle, dei bastoncini ti cioccolato bianco e al latte con dentro un pasta di cioccolato e mandorle, cioccolatini portata a mia madre da una parente dalla Svizzera e cioccolatini vari dei gusti come quelli che ho preso per Odisseo, Colomba pasquale e torta pasqualina che però non è stata ancora iniziata.

Questo affinchè si possano avere le basi esatte per capire in che terreno minato per dieta e sacrifici mi muovevo, ieri. Altro dettaglio fondamentale: era il primo giorno di ciclo, e questo si spiega da solo. Anzi ve ne do uno stralcio visivo che così vi immergete meglio nel dramma, come drammaturgia e filmografia insegnano , la scenografia è fondamentale per l’immersione. Qui vedete uno stralcio di tavola con dolci, nella gallinella ci sono cioccolatini e anche negli altri regalini, più la bottiglietta d’acqua che porto sempre appresso per idratarmi e il mio libro di Seneca De vita beata ovvero L’arte di essere felici, che non c’entrano una mazza con la tavola pasquale, ma c’entrano con me perchè, sì, io a Pasqua ho letto Seneca e mi sono sparata due film pensate se lo sapesse mia cugina omonima -coetanea, inorridirebbe fino a impazzirne, suppongo. E poi c’è un dettaglio di quei fantasmagorici dolcetti datti di cioccolato e pasta al cacao e mandorle e i cioccolatini dalla Svizzera di gusti assortiti. Così tanto perchè sono malvagia. Ho dimenticato di fare foto alla torta pasqualina che era bellissima, ma immaginatela tutta cioccolatosa e decorat a forma di uovo con granella di nocciola fuori e ganache al cioccolato e panna dentro. E poi ditemi che non sono stata brava a resistere, vi sfido!
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In tutto questo sono riuscita a mangiare solo:
un mezzo sorso di Sprite zero (ovvero senza zuccheri e calorie);
due arancini di riso AL FORNO, ma levando i cubetti di prosciutto e la provolo sciolta laddove era possibile. Erano belli grandi, ma alla fine, non essendo fritti erano solo riso, formaggio, pane grattuggiato, un po’ di carne macinata e quel po’ di uova che serve per attaccare il pane grattuggiato;
un pezzettino minuscolo di tacchino, era fatto con sale e olio e aromi, ma davvero erano due bocconi striminziti.
acqua, tanta acqua;
basta.

Non so quanto siano stati deleteri gli arancini, ma visto quel ben di Dio che c’era e visto che avevo le labbra blu per il il ciclo e perchè sabato avevo mangiato solo carciofi lessi e un uovo sodo, magari non ha poi fatto così male alla mia dieta.
Per questo dico che sono stata brava!
Credetemi, io per i dolci stravedo, passi il resto, ma i dolci sono il mio ossigeno il mio sostentamento, la mia connessione archetipica con l’universo. Mai avrei sperato neanche nelle più rosee attese, di autogestirmi in questo modo.
Inoltre, è davvero dura, per chiuqnue credo, non mangiare mentre tutti mangiano e mentre ce l’hai sotto il muso, qualcosa di così raro (ve l’ho detto: a casa mia solo feste e quando ci sono parenti, sennò si va avanti a broccoli e zucchine!) e di così buono. Per chiunque sarebbe difficile e doloroso resistere.
Però, in qualche modo ce l’ho fatta. Forse potevo fare di meglio e mangiarmi solo un finocchio, ma sarebbe stato troppo.

Ora, non servirà a niente, tranne che alla mia coscienza. Ho ormai perso ogni speranza di perdere alcunchè. Ieri mi sono provata ciò che mi dovrei mettere quando sarò lì, tra le braccia di Odisseo, ed è un disastro. Ecco che “tra le braccia di Odisseo” mi è sembrata improvvisamente una chimera ieri sera, davanti lo specchio, mentre scioglievo il grumo di tenzione e stanchezza in lascrime su lascrime.
In più Paolo Fox dice che farò imbestialire una persona a me cara con la mia confusa energia e indolenza, quindi devo stare attenta a non allontanare questa persona, questa settimana, innervosendola con le mie magagne Perfetto, proprio l’oroscopo che non mi serviva mi ha fatto.
Mancano 4 giorni all’incontro, ormai. Non so come ci arriverò, ma faccio fatica a credere in me e credere in noi, e credere che lui non scappi da me, come tutti sono sempre scappati quando hanno capito chi sono.

Starei qui altre due ore a lagnarmi sorbendo caffè americano, che fa bene all’anima, ma devo andare alla fiera e poi alla Pasquetta con le mie amiche, e anche se pagherò uno sproposito e mangerò poco o nulla, e anche se non sarà nulla di speciale, mi fa sentire un tantino viva non stare in casa come tante vecchie, tristi e solitarie pasquette. E Dio solo, quanto io abbia bisogno di sentire un po’ di vita scorrermi nelle vene, da troppo troppo troppo tempo, secche di vita e rugginose di inedia.

Buona Pasquetta a tutti voi, qualsisasi cosa farete o non farete.

Il mal d’ovaie, a Pasqua, ti mette nei guai

Ti mette in un sacco bello sodo, cicciuto e ricolmo di guai, aggiungerei! Come quello dei giocattoli di Babbo Natale oserei dire, se non rischiassi di essere straordinariamente anacronista.

Primo guaio, oggi non sono andata a correre. Mi spiace un po’, serva o non serva ai fini di ciccia e peso, correre mi aveva fatto bene e da qui all’incontro con Odisseo non correrò più, perdendo, credo, quel ritmo che ero riuscita a raggiungere e mantenere faticosamente. Sarà la dieta, sarà la dieta incrociata al ciclo mestruale, ma ieri morivo dal freddo e alle 19.30 ero già sotto le coperte a leggere e guardare film. Inoltre c’è un vento terribile e diluviava stamattina alle 6.00, quindi davvero non me la sono sentita: a parte di dolori da ciclo non ho intenzione di ammalarmi a – 5 giorni all’incontro con Odisseo e siccome ultimamente correre non è che serva a molto…
Ieri ho fatto i miei 30 minuti – due step da quindici minuti – e una decina di minuti di camminata in più, ma poi sono rientrata che dovevo andare, come ho scritto nel post di ieri, nella cittadina amena a cercar qualche vestito, maglietta, pantalone, qualsivoglia indumento sacro o profano, che rimediasse allo strapotere strapordante della straciccia (sempre per Odisseo) ed ero in un ritardo boia. E qui siamo al secondo guaio.

Secondo guaio, mica poi è passato l’autobus ieri! Nonostante mi sia scapicollata per arrivare in orario, nah, niente. Scapicollo a parte, solo attesa vana.
Le loro costosissime maestade della linea di autobus privata, hanno deciso che in periodo di niente scuola e poco lavoro pre-pasquale, fosse inutile mantenere le tante corse abituali, dove per tante si intende due autobus nel corso di mezza giornata. Ma siccome la fermata del mio paesino nefando consiste in un’isola pedonale nel bel mezzo di un’autostrada, senza panchine, nè cartello fermata, nè bacheca orari, nè riparo per la pioggia che non sia un pino marittimo accaparra fulmini, io non ne sapevo niente di queste restrizioni e sono rimasta lì ore, sola, col cielo che profetava caterratte bibliche, ad attendere invano neanche aspettassi la corsa della mia vita. In compenso mi sono finita il libro di Jane Austen che non avevo avuto il tempo di leggere, e solo alla fine di questo di mi sono scazzata e ho deciso di andare a piedi.
Ora, l’amena cittadina dista dal paesucolo cornuto un paio di chilometri, che in bus, treno o auto sono tipo 5 minuti. A piedi tutto si complica non solo perchè il marciapiede si interrompe sui ponti che sovrastano i fiumiciattoli che sboccano in mare, e quindi rischi seriamente di morire atrocemente, ma anche perchè il mare sta di là dalla strada e dall’altra parte c’è la valle aperta e i campi sotto le montagne, ergo il vento è come quello del Kansas (solo meno magico, che per quanto ci provassi da bambina, non mi ci ha mai condotto nel magico Regno di Oz), e chiunque incontri comodamente stravaccato in auto, ti guarda come fossi un derelitto, se lo conosci poi ti offre un passaggio e ti fa quell’espressione pietosa da “sei senza macchina, non sai guidare, che feccia sociale ?!” Capirete lo spasso. Metteteci anche il dolore di tette e ovaie per il ciclo e quello stato di follia e irrequietudine ormonale in cui la fase premestruale (e mestruale) ti mette (se sei maschio non la conosci, buon per te), combinata alla fame e ai pensieri funesti sul peso che non cala a un pugno di giorni dall’incontro con l’uomo di cui sono innamorata, e forse – dico forse- saprete perchè ho fatto quel che ho fatto e che prima d’ora non avevo mai fatto.
Mi hanno offerto un passaggio e ho accettato.
Ero stanca, ero nervosa, non avevo finito il mio caffè, e ho pensato che erano solo pochi minuti e che il signore incravattato e col macchinone lucido, la valigetta di pelle e un completo da 3.000 euro, non poteva crearmi grossi problemi. Invece…Invece l’ho ringraziato e mi sono messa a chiedere chi fosse e a parlare bla bla bla del più e del meno, ma lui mi ha bloccata per dirmi che ero molto carina, che lui non fa sempre queste cose, ma mi ha vista e gli sono piaciuta e quindi che fare se non provarci? Mi ha detto senza giri di parole che qualora avessi voluto, mi avrebbe portata per qualche giorno in un hotel cinque stelle per “conoscerci meglio”, ma ovviamente – ha precisato -usiamo il preservativo, eh!
Ho gentilmente declinato, ho detto che non sono poi così bella anzi sono grassa, gli ho anche detto di chiamarmi Assuntina (che nome esistente meno eccitante di “Assuntina”, non l’ho mai sentito). Per tutta risposta lui ha bloccato le portiere. Ed è lì che ho avuto paura.
Una donna, soprattutto se è stata fuori in città all’università, sa come gestire certe cose. Ma non mi ero mai ritrovata rinchiusa in macchina, perchè non ero mai stata così scema. Lui ha continuato, ha detto che gli piacevo molto e che poi mi avrebbe fatto un bel regalo (come le prostitute?), ha ripetuto fino alla nausea che lui non fa mai queste cose, ma io gli piacevo (e figurati se ci credo!) e io, per contro, ho inventato un supermuscoloso fidanzato geloso che non mi consentiva tali sortite, ma non ha funzionato perchè secondo tal fior fiore di uomo, anche il mio presunto mio ragazzo super eccetera, se vede una bella ragazza ci scopa senza mezzi termini, va lì e se la fa, quindi io non gli dico che apporto piacere a un altro uomo quale lui è, e vivremo felici contenti e cornuti.
Al che gli ho detto di voler scendere e ha continuato a insistere finchè non mi sono allontanata, quindi in realtà non era così pericoloso, solo molto spiacevole, ha detto che non dovevo aver paura che se proprio non volevo, non avremmo fatto niente, ma che dovrei accettare, che può solo farmi star bene.
Insomma, che dire? Non so ancora perchè ho accettato quel passaggio, nè perchè mi ficchi continuamente nei guai, ero stanca e con la mente in subbuglio, ma non credo lo farò ancora. Mi sono ritrovata però a pensare: e se tutto ciò fosse successo in quell’orrido futuro in cui Odisseo non fa più parte della mia vita, e io sono in fase di dolore straziante, avrei ceduto, stavolta? Mi sarei fatta così male? Le mie tendenze autolesionistiche avrebbero raggiunto tali livelli? Finora non ho mai ceduto, mai, non sono mai stata con nessuno perchè mai ho avuto una vera relazione e a parte qualche storiella, mai vera, mai profonda e mai totalizzante. Ma temo che in questo orrido caso, a 30’anni… be’ forse cederei.

Terzo guaio, ho speso ogni spicciolo contenuto nel mio portafoglio di jeans consunto per cercare qualcosa di adeguato da indossare e sembro un “il mostro della trippa nella steppa”, comunque. Ormai dovrò rimediare qualcosa con quel che ho, ergo passerò il pomeriggio alla Miccio, a provare mise che diano un esito quantomeno decente.

Quarto guaio, ieri stavo così male che ho dovuto mangiare un po’ di più, dove per un po’ di più intendo un piatto di carciofi lessi in più e un uovo sodo in più, ma avevo la nausea e mi girava la testa. E quindi la bilancia non scende, ovvio! Cerco disperatamente di illudermi. Mi ripeto che sarà colpa del ciclo, sarà che non vado in bagno da mercoledì, e stronzate simili. Cerco di illudermi, ma temo non ci sia niente da fare.

Quinto guaio, oggi casa mia pullula di ben di dio e tra un po’ comincia la trafila del parentado che passa per fare gli auguri e io devo intrattenerli. La trovo una delle pratiche più idiote e inutili del sud (che poi non so se si fa pure al nord), ma che senso ha? Insomma se vuoi DAVVERO andare a trovare qualcuno, ci vai quando ti pare e non a una festa comandata a dargli gli auguri di buona resurrezione! E poi mi distolgono dal mio pasquale programma di film (alla faccia di mia cugina che dice che “Non si devono vedere film a Pasqua”), libri,  prova abiti per Odisseo e depilazione con sottofondo punk rock anni ’70. Dico io, come si permettono a disturbare il mio denso programma di cotanta santa Pasqua!
Già è passata una trafila di parenti. Questi non li vedo mai, hanno il pregio di non fermarsi, di stare sulla porta a fare gli auguri a tutti e sgommare, il che non me li fa detestare come gli altri rompi-bocce di turno, anche se  la trovo una cosa inutile e mi lascia sempre un po’ basita, al punto che mi intenerisce: non lo so com’è che mi intenerisce, sono strana io, ma lo fa al punto che se altri parenti che si piantano lì li caccerei a pedate nel culo con anfibi chiodati, loro invece li inviterei a restare un po’, così almeno do un senso alla loro sortita. Il problema è che tendo a dare un senso alle cose e a fare solo cose che abbiano un senso. Ma qui tutti agiscono in maniera insensata, o meglio l’unico supporto di ragione che riescono a dare alle loro azioni è “si usa fare così quindi questo deve essere e questo è”. L’ho riscontrato anche mercoledì parlando con la mia cugina omonima- coetanea, le cose le fanno per forza di rodaggio, perchè sono stati programmati così. E sì ma non scassassero le bocce a me se poi mi sembrano tutti molto ridicoli e non sto con loro a menarmela.

Sesto guaio, le pastiere, ce ne sono quattro di là regalate a mia madre da quattro persone diverse e Dio non voglia che ce ne sia una fatta con la crema pasticcera che io a quella non resisto proprio e già sarà dura resistre a pranzo pasquale e dolciumi e uova di pasqua con le ovaie che ballano la rumba, figurarsi il resto!

Direi che mi fermo qui coi guai che è Pasqua e anche a i guai c’è un limite, a Pasqua.
Vi auguro ogni bene. Non vi auguro buona resurrezione, perchè mi sembra francamente ridicolo, ma vi auguro tutto il resto del mondo perchè gli auguri fanno sempre e solo bene (anche se te li fa un parente in visita forzata?) e se capitano occasioni per farli e riceverli, allora bisogna coglierla e basta, qualunque essa sia.
Vi auguro di divertirvi, dedicando questa giornata a voi e a chi amate se avete qualcuno che amate accanto. Vi auguro di scegliere la vostra Pasqua in barba a ogni borghese e limitato programma, vi auguro di essere vivi e ribelli che serve a questo mondo esser vivi davvero e ribelli più che si può, perchè c’è troppo conformismo e il conformismo è indice di una civiltà in declino.
Vi auguro di mangiare quello che diamine volete, di metter da parte diete e controlli, di farvi un dolce voi stessi e di coccolarvi, di essere liberi per questi due giorni almeno, voi che non dovete mirare a strappare a morsi un po’ d’amore tra 5 giorni.
Ve l’ho detto che vi auguro ogni bene….

Rassegnazione et Compensazione

“La bilancia, stamane, mi ha detto che sono un chilo e mezzo più grassa di mercoledì mattina”. Mi sembrava una frase perfetta, precipua, onniriassuntiva, per iniziare questo post.
Possibile che abbia preso un chilo e mezzo al ristorante? Non credevo, ma evidentemente è così. Quindi.
Quindi me ne sono tornata a letto, non sono neanche andata a correre, oggi. Dovrò passare le giornata in giro, non mangerò un cazzo per tutto il giorno se non questo caffè stantio con un po’ di latte, che sorbisco nervosamente tra una battuta e l’altra, e domani e domenica mi faccio qualche step di corsa, ma poi basta. Poi basta, insomma, basta! A che diavolo serve?
Sono stanca, ce l’ho messa tutta, davvero, non ho toccato un dolce che sia uno! Di là al momento si stanno abbuffando della mia variante di cuzzupa preferita, quella umida, dorata dalle uova, intrecciata, biscottata con la glassa e le ciliegine rosse e io? Mi sono fatta questa pantomima di caffè con un quarto di tazza di latte per la disperazione e sono corsa a segregarmi in camera, lontana da quegli afrori.
Che altro devo fare? Non mi aspettavo di perdere 20 chili in un mese, ovviamente, ma cazzo, almeno quei 4 o 5 sì! E ora vedere quella bilancia mi ha spiazzata, per questo evito di pesarmi, perchè se non ti pesi almeno non lo sai e resta un po’ di speranza, seguita da molto dolore, ma almeno prima c’è la speranza.
Continuerò, per forza di inerzia, credo, non otterrò molto ormai mancano solo 6 giorni all’incontro, ma continuerò, e a Pasquetta ho un altro ristorante quindi, mi aspetto nuove sorprendenti notizie per quanto mangerò solo qualche pesce stantio, immagino. A Pasqua però non mangerà niente di buono vista poi la Pasquetta.

E’ che sono stanca, sono stanca, sono brutta e sono grassa, è questa cosa non cambierà. Odisseo dovrà scavare sotto strati di grasso per vedere qualcosa e accettarmi così come sono. O no. E siccome a me non è mai andata bene, tendo a protendere per il “no”. Comunque sarò, è una cosa che non posso controllare, non  cambierà in 6 giorni e sinceramente non spero più neanche di vedere qualche altro chilo scendere. Quindi almeno posso smettere di sperarci, perchè è dannatamente faticoso controllare tutte queste cose, investirle di speranza visto il controllo che faticosamente si riesce a ottenere e poi vederli spazzati via, fatica, controllo, speranza, amore.
Quindi basta sbattimenti mentali inutili, continueranno quelli fisici fino al 5 aprile e non che dopo che torno da Odisseo la dieta si fermi, ma almeno posso stare un po’ e non ho l’ansia del tempo e che scorre. E poi a breve ci sarà il mio compleanno e quel giorno vosglio stare serena, mangiare quello che cazzo voglio e non pensare a Odisseo e a quanto, ahimè, mi mancherà temo.
Una mia amica mi ha detto di andare da Odisseo e “Perndere la vita a morsi“, di mangiarmi proprio questa bella occasione di vita che mi è capitata e gustarmela in tutti i modi possobili. E io vorrei proprio poterci riuscire, ma anche quando penso di potermici divertire quei cinque giorni, una parte di me mi avverte di premunirmi, di stare attenta, che  anche se dovesse esserci serenità è divertimento, sara seguito – ancora una volta, sempre- da molto dolore e siccome conosco molto bene il “molto dolore” e troppo poco gli altri sentimenti, io tendo a visualizzare soprattutto e con maggior naturalezza, questo.

Non porterò il computer a rottamare per questi 3 giorni, me lo tengo. Prima di tutto perchè oramai è tardi e resterebbe bloccato per Pasqua, secondo perchè ne ho bisogno almeno per altri tre giorni, per scrivere qua, per distrarmi, per scrivere in generale e poi perchè mi devo finire di vedere Argo che stanotte mi sono addormentata!
E domani mi devo sparare per l’ennesima volta, tutta la filmografia di Mel Brooks perchè ho bisogno di ridere e perchè me lo devo vedere mentre mi depilo. Niente è meglio di Mel Brooks mentre mi depilo. E’ la mia compensazione alle delusioni e al pre-periodo di dolore. Scrivere e Mel Brooks.

Perchè non riesco ad annullare questa orrida sensazione di dolore incipiente?
Perchè l’unica cosa cristallina e ferma nella mia testa è solo la certezza che tutto è destinato a finire?
Perchè la vita mi ha insegnato solo che non posso essere felice, un po’, anche io?

Non pensiamoci su

C’è un sole boia.
Oggi.
Capito? Oggi c’è un sole boia, ieri, equinozio della tanto attesa primavera, no, niente, nada, nisba.
Sono andata a correre, ieri, e mi sono ritrovata:

  1.  frustata dalla pioggia a manetta;
  2. raggelata dal freddo a manetta;
  3. accecata dal vento che mi sferzava la pioggia negli occhi a manetta;
  4. infradiciata dalla pozzanghere a manetta;
  5. affaticata dai miei bellissimi scadamuscoli grigi che pesavano 7 kili in più per l’acqua;
  6. a manetta.

Insomma a che punto la resistenza, la strenua costanza e la speranza senza motivo  apparente raggiungono un limite?
Ah buh!
Ho corso solo una quindicina di minuti e poi sono rientrata, davvero non potevo andare oltre e, come nelle peggiori favole, quelle favole che hanno un odioso, manifesto intento morale e didattico per i bambini cattivi, ieri sera avevo un arcigno mal di gola (ma no! Dopo aver corso sotto il diluvio?! Chi se lo sarebbe mai aspettato?), quindi mi sono messa sotto le coperte a leggere Stephen King dalle 18.00 per quasi tutta la notte, perchè se hai mal di gola e la speranza rischia di prosciugarsi, niente è meglio di Stephen King, sotto le coperte, con la tisana fucsia e bollente sul comodino e il vento che ulula indefesso dietro le imposte.

Oggi c’è il sole e non sono andata a correre (contraddizioni), perchè ho francamente il terrore di ammalarmi e siccome l’incontro con Odisseo è alle porte, vorrei evitare almeno di arrivarci febbricitante da lui o con un orrido herpes sulle labbra.
Non che non mi aspetti che succeda qualcosa del genere, vista la mia sfiga e visto l’andazzo qui, ma quantomeno mi premunisco per quel che posso e se vedo nuvole, non esco più. Dieta o non dieta, corsa o non corsa.

L’unica cosa che posso fare in questa corsa all’amore e a una specie di nebbiosa aspirazione alla felicità, è non pensarci troppo.
Non pensare che non sono all’altezza di niente.
Non pensare che sono grassa e brutta.
Non pensare che Odisseo sembra sempre più lontano e apatico ultimamente.
Non pensare che non sto facendo ancora niente di concreto con l’Università.
Non pensare che Odisseo stesso si è unito al coro di quelli che mi dicono “ma quindi l’Università?”
Non pensare che manca un mese al mio trentesimo compleanno e che non so chi sono e cosa ne sarà di me.

E quindi leggo, recupero gli arretrati di lettura fagocitando libri su libri. Non c’è modo migliore per non pensare. Forse solo scrivere.
Dovrei scrivere?
Non lo so. Mo’ ci penso e domani ve lo dico.

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