Mondezzolo e Cincillacchero

Il mio paese sembra uscito da uno dei racconti di Edgar A. Poe.
Eppure a prima vista non si direbbe, come nelle migliori tradizioni dell’orrore, sembra un paesello pennellato alla Stephen King: caruccetto, alle pendici delle colline più morbide e più gialle in questo periodo per via delle ginestre, con i pieidi nel mare più blu del fuoco, le gambe sulle dorate spiagge e il culo che profuma di fiori d’arancio, di limoni e di mandarini. Ah quasi dimenticavo l’attributo “ridente”, chissà perchè i paeselli sono sempre ridenti. Forse perchè così il distacco dalla beltà all’orrore è più drammatico e quando realizzi che da ridere proprio non c’è niente, l’urlo ti esce fuori bello bello disincarnato.
E’ una questione di dettagli, i dettagli sono fondamentali quando si racconta una storia, l’ho sempre sostenuto.

Dunque ‘sto cazzo di paese.
Niente al mondo è in grado di dilaniarmi l’anima e il fegato come il paese in cui ho vissuta fin dalla nascita (salvo parentesi universitaria) e in cui mio malgrado, vivo tutt’ora. Forse forse ci si avvicina il paese dei miei genitori e dove prega mangia ama (e spettegola) tutto il parentado paterno, paese che chiameremo “Mondezzolo“, mentre il mio lo chiamiamo “Cincillacchero“, penso proprio che ci ricapiterà di incontrarli lunga la via.
Ma non voglio soffermarmici troppo, ora. Basti sapere che non riesco neanche a uscire fuori e stare serena a farmi un giro nel paesucolo, tanto ne ho fin sopra i capelli, ormai, primo perchè tutti mi conoscono e mi fissano continuamente e malamente (che gli avrò mai fatto per meritare quelle occhiate? Sarà come mi vesto…), e poi perchè puntualmente  arriva sempre una qualche anima che mi ferma per salutarmi e parlarmi. Ora, raramente capita che becchi un’anima che mi piace e che saluto volentieri, ma considerato che sono tipo tre nel mio paese, capita sovente che l’anima che frigge dalla necessità di comunicare con me, appartenga a una di queste tre tipologie di anime:

  1. Anima pia“, quella con intenti santi e salvifici che vuole rincondurmi sulla retta e smarrita via;
  2. Anima saggia“, che sente il bisogno di capire perchè non esca troppo spesso da queste parti e non frequenti i seppur pochi luoghi accettati del paesucolo ovvero il bar della stazione, l’oratorio, il pub che funziona solo d’estate, l’annesso alla Chiesa, il gruppo “canti della Chiesa”, la Chiesa;
  3. Anima beghina“, altrimenti detta “Anima ciarliera” o più precisamente “Anima pettegola“, ovvero gente che non sa farsi i cazzi suoi, fondamentalmente perchè non ha cazzi e la carenza di cazzi spinge a interessarsi ai cazzi altrui.

Per farla molto breve, tutto questo, i molti eventi della mia adolescenza e giovinezza, più la noia ancestrale dovuta al fatto che non c’è una mazza da fare che mi interessi o qualcuno da frequentare che mi interessi, mi hanno portata a vivere malissimo da queste parti al punto da sviluppare anche difficoltà nel trovare un lavoretto, visto che è già successo che abbia vissuto malissimo la cosa.
Quindi, se prendo in considerazione una qualche tipo di sforzo, di impegno, non posso non fare i conti col paesucolo di cui mi ero scordata in realtà, o meglio ero stata talmente presa d’altro da non considerarlo come relisticamente portante nell’equazione che dovrebbe aiutarmi a rinascere e a scappare da qui, con grande sollievo mio e del paesucolo stesso, immagino, che proprio no, non ci prendiamo. Se il perchè è che sono io quella sbagliata, che sono loro intolleranti a qualcuno di leggermente diverso, che sono stata sostituita nella culla e appartengo a ben altri reami, non lo so ancora dire.

Poi ieri la variabile “paesucolo” è tornata perentoriamente a farsi largo, associata alla sua compagna, la variabile “parentado malefico” e con la solita grazia – più che illuminarmi, mi hanno proprio abbacinato la retina-,  hanno riaffermato i loro diritti sulla mia vita.
Non avevo voglia di starmene chiusa in casa e questo ha dato modo a una processione di flagellatori, di farsi avanti e recuperare in tempo perso e come se non fosse sufficiente, tornata a casa ho trovato un nutrito gruppo di parenti scesi da Mondezzolo solo per farmi gli auguri di buon compleanno.
Che cari.
No, davvero, all’inizio ero intenerita: venire qui, solo per me, non me lo merito. E infatti non me lo meritavo tant’è che hanno iniziato con la solita solfa sull’università, sul fatto che non mi laureo e che non lavoro, sul fatto che gli jeans di mio fratello erano sulla sedia (in qualche modo il fatto che jeans di mio fratello fossero sulla sedia mi rende una cacchina sporca, non ho capito bene perchè, ma qui siamo oltre la comprensione), e dulcis in fundo, sul fatto che non ho amici e che non esca.
Ora, quel che è necessario capire è che loro non sanno un’emerita cippa di me. Si sono costruiti nel corso degli anni, una me bislacca e sbilenca, affassonata alla bene e meglio con ritagli di informazioni passati di bocca in bocca e storpiati fin da quando avevo 10 anni (ovvero da quando è morto mio padre, ma la connessione tra le due cose potrebbe essere solo dovuta a coincidenze e tempistiche malefiche, non legate tra loro), sapete, come i giochi di lingue delle scuole in cui si dice una frase in inglese e si passa di bambino in bambino, finchè non si arriva alla fine della catena e della frase iniziale non ne è rimasta nè una sillaba, nè un briciolo di senso riconosciuto da essere umano di qualsiasi nazionalità e madrelingua.
Io, stessa cosa.
Il risultato è una me dai tratti dislocati come quelli di un fantoccio di fango che sta sciogliendosi (come quello biblico, della cultura ebraica, non ricordo il nome…) e che col tempo ha finito per cristallizzarsi nell’idea che Mondezzolo e Cincillacchero si sono voluti fare di me.
Solo alcune informazioni sono vere, come quella che mi vuole un’eretica blasfema e peccatrice incallita, altre sono completamente inventate, altre ancora sono mezze verità come il fatto che non esca molto da queste parti. Il punto è che loro, verità o meno che siano, non le sanno, non le consocono, le hanno costruite su mozziconi di insulti e di pettelezzi sul mio conto. Quindi se passate dalle parti di Mondezzolo o Cincillacchero e sentite parlare di un grumo informe e nefando di vizi e inadempienze, sappiate che sono io.

E’ una cosa da cui non riesco a slegarmi del tutto. Alla fine mi sento in colpa io per essere così, anche se non sono così, o forse lo sono, non lo so. Visto? Sono già in confusione! Non è una cosa razionale, sono disagi che hanno formato e tormentato la me ragazzina e che si riaccendono puntualmente ogni volta che subentrano queste situazioni, questi paesucoli, questa fetta di parentado.
Il problema è che vanno a ostacolare tutti i miei disperati tentativi di forza e rinascita e coraggio e vita. Perchè come si fa a rinascere se non si ha ben chiaro cosa e quanto di se stessi debba sopravvivere e cosa di debbe invece crepare per sempre?

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Thirty years ago…

… nascevo io e secondo il doodle di Google di oggi, nasceva anche Eulero, che tra tutte le persone importanti nate oggi e che religiosamente tratto da miei fratelli da quando avevo tipo 8 anni, lui proprio mi mancava, ma insomma dopo aver scoperto di avere i natali lo stesso giorno di Leonardo Da Vinci, difficilmente si può fare di meglio.

Trent’anni.
Che poi in effetti, non ero ancora nata trent’anni fa, dal momento che sono nata alle 11.45, ecco perchè non posso ancora aprire il regalo di Odisseo che mi occhieggia nell’involucro magenta col nastro di seta rosa antico e il fiore d’argento (sceglie sempre carte rosa per i miei regali, perchè è il mio colore preferito, anche per Natale è andato alla disperata ricerca di una carta natalizia rosa, e l’ha trovata, bellissima per giunta!), sulla sedia dietro le mie spalle, così non lo vedo mentre scrivo e non sono tentata. Me l’ha fatto promettere: “Aprilo nel momento esatto in cui trent’anni fa, venivi alla luce”, e io l’ho promesso e ora sono fregata.

Trent’anni.
Dovevo nascere Toro, ma sono nata con più di due settimane d’anticipo, Ariete fino al midollo, sono stata in incubatrice per un sacco di tempo e mia madre e mio padre se ne andarono e mi lasciarono lì. Da bambina fantasticavo su tutto, ma proprio tutto, anche una scanalatura del muro poteva aprirmi a mondi altri, e notando la mia alienazione crescente, il mio essere diversa da chiunque e comunque della famiglia e del paese con maggiore insistenza ogni anno che passava, avevo creato una storia abbastanza credibile in realtà, di una me-Anastacia, ovvero principessina di un’altra epoca, scambiata alla nascita all’insaputa di tutti, e francamente anche ora non mi ha abbandonata questa bislacca teoria. Se solo sapeste quanto io sia davvero, davvero lontana da tutta la mia nutrita famiglia, da tutto e tutti qui, lo pensereste anche voi.

Trent’anni.
Tutte quelle cagate su se e quanto si senta il peso e la responsabilità di quest’età, me le risparmio a domani o all’anno prossimo che mi sembra anche più sensato.
L’elenco degli iati – enormi – che dividono la me di oggi e la me del 15 Aprile 2012, lo rimando anche. Ho mille cose da fare prima di uscire e pomeriggio passano un paio di persone quindi devo finire di decorare cupcakes e torta red velvet.
Ora leggo i blog che mi piacciono sorbendo lo speciale cappuccino di compleanno, al dulche de leche e cannella (cioè, se me lo vendo divento ricca tant’è buono!); ri-leggo gli sms di auguri di mie tre amiche che, cazzo, ti si scalda il cuore quando vedi che qualcuno a cui vuoi bene TI PENSA, aspetta la mezzanotte per scriverti o ti fa gli auguri all’alba, prima di andare a lavoro; mi sparo un cupcakes al dulche de leche; mi godo il profumo dei miei capelli ai fiori di ciliegio; mi spalmo la crema corpo ai fiori di ciliegio prima di uscire; faccio fiori di ciliegio di pasta di zucchero per la mia torta; finisco di decorare casa con fiori di ciliegio per oggi pomeriggio, e plasmo un mondo di fiori di ciliegio, solo per oggi.

E sempre solo per oggi, magari, qualche minuto per questa me bistrattata me lo prendo, e anche un altro paio in più per cercare di essere felice, dopotutto e nonostante tutto, per esserci cascata in qualche modo in questo mondo, principessina o no, scambiata alla nascita o no, Ariete che sono o Toro che dovevo essere, ma sicuramente per sbaglio, da (quasi) trent’anni.

Il mio ultimo giorno da ventenne

Oggi è l’ultimo giorno dei miei ventinove anni, da domani sarò ufficialmente una trentenne.
Mi rendo che in realtà è una condizione che ti si pianta addosso già finiti i 27: dai 27 (ai 33 anni direi, altro step) hai teoricamente 30’anni. Ma compierli è un’altra cosa.
Compiere trent’anni è entrare definitivamente nella giovinezza-adulta, abbandonare la possibilità di “so’ ragazzi, cercano ancora la strada e sbagliano”. E’ una linea di demarcazione, credo, se nel decennio dei 20 sbagliare è consentito, quasi un obbligo e rimediabile perchè “c’è tempo”, compiuti i 30 tutto diventa più incalzante e perentorio, lo sbaglio è guardato con deprecazione, come se ti spalmassero una crema al peperoncino sul culo e tu debba per forza saltabellare come un grillo monco da una parte all’altra, nell’urgenza di fare e concludere qualcosa senza errori non consentiti. Soprattutto se sei donna che le donne hanno quel pallino dell’orologio biologico a ticchettare incessantemente e ossessionarle, ma anche quello si attiva a 27 anni, quindi anche in questo caso non cambia poi molto.
Perchè in realtà non cambia un cazzo eh, ma quel “3” davanti la parola “anni”, comunque un certo effetto lo fa.

Io non sono una di quelle ossessionate dall’età. Prima di tutto perchè ho già tante di quelle fisime, magagne e ossessioni che non sento il bisogno di frantumarmi le meningi con un’ennesima.
Secondo, perchè la trovo una cosa dannatamente stupida: perchè perder tempo a dire banalità dovute sull’età che passa, quando tanto passa per tutti e allo stesso modo, non è un tuo pregio o difetto: se non crepa prima chiunque abbia 10 anni oggi, ne avrà trenta un giorno. Si può dire che magari ha realizzato chissà che nel frattempo, ma anche qui è decisamente secondario, perchè magari poi si ferma, perchè magari ha avuto un bel po’ di spinte e agevolazioni che tu non hai, e comunque è soggetto al tuo stesso destino.
E inoltre perchè una persona dovrebbe perder tempo a lagnarsi di aver compiuto trent’anni e di non averne più venti, per poi doversi dannare a quarant’anni per non averne più trenta? Non è più conveniente godersi i trent’anni e se proprio si deve pensare, si pensi di non averne ancora cinquanta, invece che pentirsi poi di aver rinnegato i trenta e dover rimpiangerli?
Davvero sono cose che non capisco e che vedo di continuo quest’anno perchè molte sono le persone che mi stanno intorno che hanno compiuto 30’anni o 31 o 29 (che è la stessa cosa, in pratica) in questi mesi o li compieranno nel corso di quest’anno.
E’ proprio una delle questioni che abbiamo trattato ieri sera/notte con le mie amiche M&M, che sono mie coetanee (eravamo compagne di classe alle superiori) e una delle due M compie gli anni 4 giorni dopo di me, siamo quindi solite festeggiarlo insieme da ormai 15 anni (lo abbiamo fatto per metà della nostra vita, fa impressione pensarlo) e così faremo anche sabato prossimo. Non fosse che lei, come da manuale da queste parti, è ossessionata dall’aver raggiunto quest’età e non avere ancora, non tanto una famiglia allargata che in queste condizioni non è facile avere alla nostra età, ma almeno un compagno fisso con cui costruire qualcosa. Ne è così ossessionata che quest’anno ci ha proibito di farle gli auguri e festeggiarla, quindi sabato prossimo festeggeremo solo me (dove per festeggiare si intende mangiare in un locale particolare, spararci un dolce nella pasticceria/gelateria più buona della città, bere un po’ di più e andare in giro a ridere come sguaiate, niente di che eh, ma è una tradizione).
E’ un atteggiamento che davvero, davvero non capisco. Non ci trovo proprio senso.

A me piace da matti il giorno del mio compleanno! Lo sparaflescio ai quattro venti che è il mio compleanno (come si è notato su questo blog, ndr), tranne che su facebook, lì l’ho tolto che quegli auguri robotici e omologati proprio non riesco a tollerarli, mi trasmettono una gran tristezza sullo stato del mondo, non so bene perchè, ma comunque ho tolto la data del mio compleanno, meglio non ricevere auguri che riceverli in quel modo.
Dicevo che fin da bambina mi piace il mio compleanno, mi sento una principessa quel giorno, è il mio giorno, attesta che sono nata e volente o meno, meritevole o meno, sono viva, e fin quando questo stato permane, qualcosa può succedermi, qualche traccia posso lasciarla, qualche sorso di vita posso berlo, qualche vita posso intrecciarla alla mia, e poi magari perderla, ma godermela e amarla nel frattempo.
Mi piace anche la data, il 15 Aprile, ultimo giorno della fioritura dei ciliegi, mi piace che sia lo stesso giorno di nascita di Leonardo da Vinci, di Henry James (lo scrittore, non il presidente americano), di Claudia Cardinale e anche di Emma Watson, perchè è Hermione, mica per lei!
Mi piace, anche se sono successe tragedie immani il 15 Aprile, come l’affondamento del Titanic o l’omicidio di Abraham Lincoln o l’esplosione del reattore nucleare a Chernobyl (anche se era notte e mi sa che fosse scoccato il 16 Aprile ormai, quindi “me ne lavo le mani” da questo disastro, almeno).
Insomma, mi piace.

Ieri ho anche avuto l’opportunità di dire che ho 29 anni per l’ultima volta, credo.
Ero in treno, stavo raggiungendo le mie amiche in città e mi si è avvicinato il solito controllore marpione che mi ha già dato noia in passato, ma non si ricorda mai e ricomincia puntualmente quando il treno è vuoto. Una volta mi disse che “prendi di certo gli uomini di petto” mentre mi fissava le tette senza riserbo e un’altra volta, be’ fu decisamente più pesante e io ero ragazzina, ma lasciamo stare.
Stavolta il percorso era breve e ha iniziato con la solita trafila di frasi fatte su quanto i giovani facciano sesso troppo presto e voleva sapere di me “perchè sicuramente hai esperienza, visto che sei carina” e considerato che me l’ha detto a una settimana esatta dalla notte forzatamente bianca con Odisseo, avrei voluto rispondergli “no cazzo, non ho esperienza e c’ho una voglia matta di stare con un ragazzo che adoro, ma non mi funziona qualcosa, sai come posso sbloccarmi?”, e chissà che avrebbe risposto!
Invece ho detto solo “Eh, sì” e poi ho cambiato argomento che cominciava a farsi pesante. Però quando mi ha chiesto l’età mi sono goduta i suoi occhi incerti e la solita frase “Ma non è possibile, sei una bambina!”
Il che la dice lunga sul tipo di uomo (me lo dicono sempre che sembro ragazzina, e la cosa non mi fa particolare piacere) visto che credeva di parlare di certe cose con una fanciullina.

Tornando a noi, cosa si fa nell’ultimo giorno dei propri vent’anni?
Non ho grossi progetti, sono contenta di essere uscita ieri, mi sono davvero divertita e sono stata bene, ma oggi è una tranquilla domenica in solitudine, quindi a parte il virtuosismo da pasticcera che credo proprio mi investirà in serata, visto che voglio sbizzarrirmi e fare qualche dolce nuovo e creativo per domani, non ho particolari idee o voglia di fare chissà che.
Ma qualcosa mi inventerò, dopotutto non capita tutti i giorni di avere 29 anni per l’ultima volta, no?

Cambiamenti fantasma

Perchè, di cambiamenti sostanziali, la mia vita non ne ha subiti.
Sì, ho ancora nel sangue l’adrenalina per quel rush di vita che ho accumulato forsennatamente e che mi ha lasciato senza fiato e con le idee e i sentimenti in subbuglio. Non parlo solo di quei cinque giorni con Odisseo, ma anche di tutto il mese precedente, di tutti i pensieri, i battiti e la fatica accumulati. Una botta di sensazioni, emozioni, speranze, baci e vita cui la mia esistenza apatica non è abituata.
Ma in definitiva sono ancora qui, come prima, sempre tra le quattro ombrose mura della mia stanza, la mattina, sveglia già alle cinque, col cappuccino fumoso e schiumante sotto le nari, a scrivere su questo blog e a cercare un modo per incastrare i pezzi che mi si sono rotti e ripartire.
La vita vuole altra vita, una volta che ci si abitua al suo sapore è difficile rinunciarci e tornarsene in gabbia in questa casa, in questo paese bigotto e statico. Ma non ce n’è di nuova vita. L’energia accumulata è bastevole solo per lo sprint iniziale, non per consentirmi di superare gli ostacoli che hanno sempre contribuito a fermarla la mia vita in questi (troppi) anni.

Per esempio ieri sera, parlando con una mia amica ed ex coinquilina dei tempi dell’università vissuta, avevamo deciso di passare il fine settimana insieme a casa sua, nella cittadina universitaria dove sono stata fino a due anni fa e che mi manca da matti. Era tanto che lo progettavamo, ma abbiamo sempre rimandato e siccome smaniamo dalla voglia di passare un po’ di tempo insieme (con lei e altre due persone che non vedo da un po’), ero decisa a mettere due cose nello Jansport e andarci a occhi chiusi, senza stare a pensarci troppo. Ma alla fine, ecco: la mia solita esistenza riprendere il sopravvento, con i problemi logistici di sorta – avremmo avuto solo una notte la casa libera perchè poi sarebbe tornata la sua coinquilina e quindi sarei dovuta rientrare di domenica, ma non ci sono autobus e avrei dovuto cambiare quattro stazioni (deserte) e quattro treni per coprire il viaggio di un’ora e mezza in auto, e davvero non me la sento a tre giorni dal rientro da Napoli – e non se n’è fatto niente. In teoria abbiamo rimandato il tutto al ponte del 25 aprile che è più elastico, ma non ci spero troppo.
Non ho nessuna intenzione di stare in casa il sabato sera, comunque. Da qualche parte quest’energia la devo investire, quindi stasera uscirò con M & M, le due amiche con cui ho trascorso insieme la pasquetta (parlo di loro qui: https://webcamaccesa.wordpress.com/2013/04/02/3-giorni-a-odisseo-pasquetta-lunico-ostacolo/; e qui:https://webcamaccesa.wordpress.com/2013/02/17/in-piedi-come-cretini-a-dimenarsi-come-cazzoni/), per intenderci. Stanno anche morendo dalla curiosità, perchè non ho avuto ancora modo di dir loro molto sull’incontrop con Odisseo e devo dargli anche dei regalini che ho preso a Napoli per loro, ma ci sarei uscita lo stesso, anche se alla fine dovrò adeguarmi ai locali (e alle persone) scemi che spesso frequentano. Non posso stare in casa, non in questi giorni, non questo mese.

Non è cambiato niente, dicevo. E che ti aspettavi? potreste giustamente rimbrottare.
Eh… credo proprio che stavolta, mi aspettassi qualcosa. Non un cambiamente radicato  nella mia vita, non sono così scema, ma nella mia voglia di vivere, nella forza necessaria che serve a riprendere a vivere, quello sì, me lo aspettavo.
Invece sto ancora qui a boccheggiare e bloccarmi, a far fatica ad aprire la pagina dell’università per pagare quella stupida tassa di fine corso e contattare la professoressa della tesi. Ma anche a riprendere a correre, a rimettermi seriamente a dieta, a organizzare qualcosa di sciocco per il mio compleanno, a stabilire un percorso da seguire, a riprendere a scrivere seriamente quella storia che ormai ho talmente tanto in testa da sentirla pulsare con più vita di quanta non ne abbia io stessa, a sognarmela ogni notte, ma non mi ci metto a scriverla!

Mi sento diversa, ok? Sono diversa, c’è qualcosa che è cambiato, ma non riesco a individuarlo e non so come sfruttarlo. Ho bisogno di questa energia, ne ho bisogno per neutralizzare i demoni e temo di vanificarla inutilmente così, di disperderla al vento.
Perchè sto ancora in incubazione pensando a Odisseo?
Ho pensato di tutto, ho riflettuto su tutti i pareri e consigli che mi sono stati dati, vagliandoli uno a uno, sempre conscia che la soluzione sta da qualche parte e spetta solo a me trovarla. Ho pensato anche che possa essere confusa perchè in realtà io voglio che le cose vadano bene con Odisseo, perchè sono anche io come la maggior parte della gente, che fa occhi da mercante e pensa solo a sistemarsi con qualcuno e a dar sfogo ai legittimi e bestiali desideri di riproduzione, scambiando il tutto per amore perchè lo vuole, o come quella ragazza con cui ho parlato a Pasqua, rimasta incinta all’età di 22 anni che si è autoconvinta che la sua è una grande storia d’amore, nonostante sappia che il tipo le mette spudoratamente le corna e che stiano insieme solo per la questione “bambino”. Piccola parentesi: in questi mesi mi sono davvero resa conto di quanto la mente sia l’arma più grande e potente che l’uomo ha, e parlo di “arma” intesa sia in modalità di difesa/attacco sia in quella di autoflagellamento: possiamo salvarci o illuderci o ammazzarci, grazie al solo rumorìo della nostra mente. Parentesi chiusa.
Dicevo, ho vagliato tutte le ipotesi con Odisseo e lo so che molta gente pensa che questa mia confusione sia uno specchietto per le allodole perchè non voglio accettare che non mi piaccia, ma io non credo sia così. Credo ci sia qualcosa che non mi convince in noi, ma non che non mi piaccia.

Alla fine, questo profumo di cambiamento, potrebbe non essere altro che il solito movimento vitale che si realizza in me ogni aprile, puntuale come i famigerati treni d’epoca fascista (nah, non quelli d’oggi). Aprile è il mio mese, non so se dipenda esclusivamente dal fatto che in aprile io ci sono nata e proprio nel cuore di Aprile, o se c’è una qualche connessione particolare per cui la primavera mi stravolge e mi rigenera. Sta di fatto che come fioriscono i ciliegi io rinasco, getto via la vecchia carcassa e mi rialzo conscia di una nuova missione da perseguire e di avere di nuovo accesso al fuoco che mi arde qui, da qualche parte, e che il resto dell’anno se ne sta in ostaggio di qualche demone fellone.
Ma questa rinascita, ogni anno, resta fine a se stessa. E’ preceduta da grande dolore e grandi fatiche, ma poi il fuoco me lo perdo di nuovo e anche la nuova pelle di fiori di ciliegio. E’ come scartabellare e scartabellare fino a sanguinare, e finalmente respirare un po’ per essere nuovamente ricoperta di cellule morte due secondi dopo.

E’ così anche questa volta?
Questi cambiamenti che soffiano ovunque sono ancora cambiamenti fantasma?
Quanto cavolo dipende da me, adesso, piuttosto che dallo stupido mondo in cui sono relegata?
E se compiuti i trent’anni non riuscissi più a rinascere come i fiori di ciliegio?

Cronache odissee – parte prima (V.M.18 anni)

Esordisco con un commosso “grazie”.
La seconda cosa che ho fatto ieri sera, appena tornata dall’incontro con Odisseo, è stata accendere il pc e guardare il mio blog; la prima cosa ce feci, invece, è stata una doccia di mezz’ora, che trenitalia non solo dà un servizio scadente al punto da farmi passare per tre treni e tre stazioni prima di arrivare a casa, ma puzza anche da matti.
Sono dunque entrata nel blog in maniera automatica, non so se per ricercare quel senso di equilibrio che questo blog è riuscito a darmi in questi mesi o per il bisogno di mettere nero su bianco tutto il popò di cose che sono successe con il manifesto intento di riuscire a decifrarle e ripartire da queste, perchè tutto ho tranne che le idee chiare su com’ è effettivamente andata. E poi mi sono ritrovata un sacco di messaggi di augurio e di attesa e di speranza nell’esito dell’incontro e mi sono commossa oltre ogni dire e per questo, a coloro che mi hanno seguito in questa prima parte del percorso verso Odisseo, che ho imparato a seguire e conoscere, ma anche a chi è passato solo per leggere sporadicamente dico Grazie, con la “G” maiuscola e con una eco di affetto infinita.
Grazie.

Mi sembra giusto cominciare con una premessa che conclude ed esclude ormai definitivamente la mia preoccupazione principale dei mesi scorsi, ovvero quella dell’aspetto fisico. Lo so che me lo avevate detto in tanti, che non conta, che è un aspetto della condizione sentimentale, che non preclude niente se c’è dell’altro a sostenerlo. Ma io non riuscivo a capire come potesse essere così secondario e non perchè fossi un’esteta, non lo sono (sono dell’ariete, dopotutto, gli arieti non sono esteti, sono sanguigni).
Come poteva il mio aspetto fisico non essere fondamentale vista la situazione particolare che legava me e Odisseo? Non ci eravamo mai visti se non per sfocate fotografie e le foto possono essere ambigue e controverse, conferire un’idea fasulla di una persona, quanto niente altro è in grado di fare.
In questa situazione, per me l’impatto fisico-visivo rappresentava l’ostacolo più grande, superato il quale, se non si prospettava una discesa, ci si andava vicino. Invece, a smentirmi e ridimensionare completamente le mie pretese di competenza sui rapporti uomo-donna, quello dell’impatto visivo tra me e Odisseo non è stato un ostacolo, non è stato un bel niente.
Mi ha riconosciuta immediatamente e pare gli sia anche piaciuta immediatamente, così mi ha detto almeno, e francamente ho avuto modo di eppurarlo nelle ore immediatamente successive all’incontro. Per quanto mi riguarda ho fatto un po’ più fatica. Non che non mi piaccia, per carità, mi piace molto, ma non riuscivo a riconoscerlo. Era più basso di quanto mi aspettassi e avevo un modi di camminare che non ha niente di strano ma che non mi faceva vedere in lui l’Odisseo che conosco. Quindi il mio iniziale senso di spesamento non si è attaccato all’aspetto fisico ma a dettagli probabilmente superflui.

Non gli ho detto l’orario effettivo dell’arrivo del mio treno alla stazione, perchè volevo avere il tempo di calmare i battiti e rifiatare. Non è stata una mossa saggia perchè la stazione di Napoli Centrale è tremenda, al punto che poco prima dell’incontro con Odisseo la mia preoccupazione principale non era lui, ma non venire scippata o peggio da due tizi che si sono fermati davanti a me e hanno preso a fissarmi senza tregua.
L’ho aspettato davanti all’inizio del binario 19, perchè era chiuso e la ressa minore, ho finito una scatoletta di tictac ai frutti di bosco tanto ero nervosa, ma non sono riuscita a riconoscerlo lo stesso. Mi ha vista lui per primo e si è avvicinato.
E’ qui c’è stato il primo problema per quanto mi riguarda. Che mi permetto di sottolinearlo nuovamente, non è prettamente legato all’aspetto esteriore. Tanto più invece alla necessità di ritrovare la persona che tanto bene ho conosciuto e amato per sei mesi, in quella in carne e ossa davanti a me. Ho fatto una fatica boia e ci ho messo quasi un giorno intero prima di riuscirci.
Il primo impatto, da questo punto di vista, è stato strano, stranissimo per me. Tutto quello che pensavo era che non consocevo quella persona e che Odisseo, il suo pensiero, le sue parole, la costruzione di Odisseo nella mia mente, stava sfumando velocemente perchè non riuscivo a radicarlo in pianta stabile in quella persona che avevo davanti. Cercavo qualche dettaglio, ripetutamente, che mi potesse illuminare, un gesto, un guizzo dello sguardo, il colore di giada torbida dei suoi occhi, ma nonostante lo avessi lì, non le vedevo. L’unica cosa che vedevo era la sua camminata che mi sembrava così assurda perchè non riuscivo a legarla al mio Odisseo, e il suo aspetto, anch’esso strano, a prescindere da quanto mi piacesse o meno, era solo strano. Ho temuto seriamente che le cose non fossero andate, che era impossibile perchè il mio Odisseo non era lui, non esisteva e avevo un groppo in gola che non riuscivo a ingoiare o isolare. L’avevo perso? Di già?
Arrivati a casa gliel’ho detto, subito che avevo difficoltà nel riconoscerlo. Ed è qui che ho, paradossalmente, iniziato a vederlo davvero.

Si è dimostrato la persona intuitiva, intellignete e straordinariamente empatica che mi aveva ammaliata nel corso dei 6 mesi e una settimana precedenti. Mi ha messa completamente a mio agio, ha detto che era assolutamente normale e che questo incontro per noi significava conoscerci d’accapo, non partire da zero, ma accedere a un substrato di intesa e complicità quotidiane e concrete, che finora c’era mancata. E il suo modo di mettermi a mio agio è stato quello di farmi mangiare un panino alle polpette buonissimo e di magiarlo in casa per poter stare più sereni e mettermi a mio agio.
E poi mi ha abbraciata.
E poi mi ha accarezzata, ripetutamente.
Devo dire che nonostante la mia timidezza e la situazione piena di pathos e così particolare, mi sono trovata a mio agio subito e questo anche grazie a me stessa: mi ero ripromessa di non crearmi grossi problemi di intimità perchè passare 5 giorni insieme a qualcuno che, per quanto conosci e sia importante per te, non hai mai visto, non sarebbe stata una cazzata. Dormire insieme, stare appiccicati insieme, passare dal niente al tutto, conoscerci in questo modo, in una quotidianeità resa stretta dal limitare dei movimenti, insomma o lo vivi dal giusto punto di vista ovvero senza dargli troppo peso, o la rendi una cosa troppo grande da superare.
Quindi un po’ grazie a lui, un po’ grazie a me, ci siamo sciolti subito. Anche troppo, perchè francamente a questo punto io avrei volentieri rallentato un po’.

E invece lui ha iniziato a baciarmi, a trascinarmi a letto e a toccarmi e a spogliarmi e io non credo proprio, di essere a quel punto, ancora pronta a quello. Ero ancora nervosa, ero in fase di assestamento non solo riguardo ai miei sentimenti per lui (Mi piace? Non mi piace? Lo riconosco? Lo voglio? Ci voglio stare insieme? Ci voglio fare qualcosa? Sono innamorata o no di lui?), ma anche riguardo a una situazione troppo precaria: c’eravamo visti da due ore e cominciavo appena appena a riconoscerlo, avevo bisogno di tempo. E inoltre non ho la benchè minima esperienza di cose del genere e lui lo sapeva.
Ma d’altro canto, mi piaceva.
Mi piacevano i suoi baci, mi piacevano le sue mani ovunque, mi piaceva piacergli così tanto da non riuscire a farmarsi, soprattutto dopo tutti i dubbi e le titubanze incanalate nelle ultime settimane. Mi rendo conto, inoltre, che sia io che lui avevamo accumulato tanta di quella voglia di stare insieme, che lui si è lasciato andare e io l’ho lasciato fare, primo perchè lo volevo, secondo perchè speravo mi snebbiasse il cuore e la mente.
Non fosse che mi sono ritrovata a pensare di essere una cazzo di frigida, perchè se mentalmente ero eccitata e mi piaceva e volevo che continuasse, dall’altra non sono sicura che volessi andare così veloce. O almeno spero sia questa la ragione dei miei intoppi. Perchè altrimenti vuol dire che sono una stupida, grassa, frigida pezzo di legno.
Il punto è che non sentivo niente, non sentivo le sue mani e la sua bocca. La percepivo e mentalmente lo sapevo e mi piaceva, ma fisicamente ad un certo punto, ho smesso di sentirlo. Non so che cazzo vuol dire questa cosa, e sono francamente preoccuapata perchè è una delle cose che non abbiamo risolto, ma che ha anche dato il via al momento più brutto, la nostra seconda notte insieme.
Non sapevo cosa fare e lui percepiva che c’era qualcosa che non andava, chiaramente, perchè ha molta esperienza da quel punto di vista. Ma non è stato un grosso problema all’inizio perchè gli ho chiesto di andar piano e lui ha rivisto il tiro delle sue intensioni, e siamo usciti, ci siamo divertiti, mi ha comprato dei taralli alle mandorle e spezie buonissimi, insomma mi ha viziata, davvero, non solo il primo, ma per tutti e cinque i giorni.
Di buono c’era che mi ero sciolta, che mi aveva detto che gli piacevo molto, che il contatto fisico non è stato un problema vista che dopo due ore eravamo già nudi a letto, e francamente non credevo di avere problemi dal punto di vista sessuale vista a) la mia voglia illimitata di stare con lui; b) la mia voglia di fare sesso che credetemi mi porto ancora appresso, ho gli ormoni a mille; c) la mia assenza di tabù di sorta riguardo queste cose e la mia curiosità anche nello sperimentarli senza limiti alcuni.
La prima notte è stata molto bella, lui sorrideva in maniera tale e i suoi occhi erano così verdi che non avevo più dubbi su me e lui, sull’averlo finalmente ritrovato, su quanto, forse, incredibilmente, meravigliosamente, poteva andare tutto bene.
Anche il secondo giorno è stato bello, a correre per Napoli e salire e scendere dai castelli bellissimi di quella strana città; a mangiare al ristorante giapponese; allo scherzare sulla mia gonna corta per attirare il beneplacido di un ipotetico George Clooney in giro per Napoli; a prendere in giro i napoletani rozzi; a mangiare un sacco di bontà locali.
Non sapevo ancora che mi aspettava una delle notti più brutte della mia vita.

Mi sentivo francamente più libera da un punto di vista prettamente sessuale, nonostante non sapessi dove fosse l’intoppo e non sapessi cosa diavolo fare, al punto che gli ho chiesto di guidarmi, ma non l’ha fatto e non capisco perchè. Si è ributtato di nuovo a pesce e stavolta ha cercato di penetrare e dio, credo mi abbia fatto davvero, davvero male. Non so se ho urlato, ma credo di sì perchè uscito subito.
Tra il fatto che la proporzione “Uomo basso – grande pene” è ufficilamente rispettata oramai, tra il fatto che io pare non riuscissi ad “aprirmi” (parole sue), alla fine lui si è fermato. Ce l’ho messa tutta, non sapevo cosa fare, abbiamo provato anche col sesso orale e credetemi, anche in quel caso non sapevo cosa fare. Gli ho chiesto di fare qualcosa senza concludere subito, ma lui ha detto che quelli erano solo preliminari e che per concludere aveva bisogno di altro, che così non era eccitato abbastanza.
Credo che difficilmente in vita mia mi sia sentita più umiliata. Insomma ero nuda, senza esperienza, mi ero lasciata completamentene andare nonostante gli avessi chiesto di andarci piano e lui mi dice che non era eccitato abbastanza. Be’ mi sono rivestita e basta. E lui l’ha presa male.
Mi ha detto che c’era qualche problema che non dipendeva da me, ma mi bloccavo e a un certo punto mi ritraevo là sotto e che lui non voleva rischiare di farmi male perchè così sembrava uno stupro. Che vuol dire? Non lo so, non lo capisco, perchè io ero eccitata, ma non abbastanza e davvero non sapevo che cazzo fare. Gli ho detto che per questo gli avevo chiesto di andarci piano, sperando francamente che il problema fosse solo questo, ma non lo so, lo scrivo qui con molta vergogna e senza comunque limitazioni, non so quale sia il problema. Non sos e effettivamente dipenda dal fatto che abbiamo corso molto.
Lui ha detto di aver sbagliato, che preso dalla foga di ritrovare la nostra intimità e di soddisfare anche il desiderio che aveva accumulato in questi sei mesi, ha pensato di poterlo fare in un giorno da quando ci siamo visti, ma che è una situazione che non richiede 5 giorni per essere affrontata, ma molto più tempo e una quotidianeità che non abbiamo e che aggiunta al computo di tutti gli altri nostri problemi, viste tutte le incognite e le difficiotà dovute alla mancanza di tempo da passar insieme e alla lontananza, non vedeva come possibile riuscire a stabilire qualcosa tra noi, perchè questo dell’intesa sessuale era francamente un grosso ostacolo, e il tempo e il modo per affrontarlo non ce l’avevamo.

Io ho letto queste come un “No, sei una frigida del cazzo, un pezzo di legno, non vedo perchè dovrei sottopormi allo stillicidio di menate che deriverebbero dallo stare con te, anche in questa situazione“. Il che era una delle considerazioni ovvie e delle probabilità di esisto della cosa, che avevo considerato. Non avevo considerato invece che a rovinare tutto sarebbe stata la mancanza da parte mia di una risposta sessuale, che ancora fatico a  capire. Io non so cos’è successo, non mi conosco sessualmente parlando, lo so che era la prima volta e che tutto era troppo rapido e io troppo inerme a confronto, ma se non fosse questa la spiegazione? Spero e sottolineo SPERO, fosse solo dovuto alla peculiarità del momento, al fatto che come lui stesso ha detto, ha corso molto e ha sbagliato a correre. Ma non lo so.

Sta di fatto che in quel momento è stato un bruttissimo colpo. Gli ho detto che non sarei stata in grado di continuare qualcosa in quei termini disastrosi che mi aveva illustrato: che ci sono pochi presupposti che non vada bene, che la lontananza è già dura di per sè e ora lo è il doppio visti tutti questi problemi da sbloccare, che sarebbe stata dura se non impossibili andare avanti. Non puoi pretendere di dirmi una cosa del genere e di aspettarsi che io gli dica “Eh vabbè, non sono in grado di eccitarti abbastanza ma continuiamo, suvvia!”
No. Ero ferita oltre ogni dire e gli ho detto che mi sembrerebbe di combattere da sola per qualcosa che lui reputa senza speranza e che in questi termini non me la sentivo di continuare. E lui ha risposto “Lo capisco e c’è poco altro da fare”. E io l’ho presa come una sua definitiva rottura.

Tutto quello che riuscivo a pensare era voglioandareviavoglioandareviavoglioandarevia. Non volevo piangere ma non ce l’ho fatta e lui è stato carino mi ha accarezzata, ma non volevo essere accarezzata in quel modo, con pietà. Mi sono ritratta e gliel’ho detto, che volevo andarmene come spuntava il sole.
Credo che non mi si sia stretto mai così tanto il cuore come nei minuti successivi.
Lui è stato zitto per un po’ e sono riuscita a snebbiare la vista dalle lacrime quel tanto per vedere il suo sguardo carico di una tristezza infinita, con quegli occhi verdi divenuti così chiari da essere diafani e lasciar trasparire solo dolore. Ha farfugliato qualcosa ma era sconnesso, ricordo solo che ha detto che se voglio possiamo continuare magari a sentirci, che a lui piacerebbe tanto sentirci ancora ma dipenderà da me, che si era ripromesso di non farmi soffrire, dalla prima frase che gli ho scritto aveva capito quanto avessi sofferto nella mia vita e che in questi sei mesi gli ho ridato la vita e ha vissuto anche lui pensando a me come a una parte di sè, facendo qualsiasi cosa per venire a raccontarla a me e che non c’era niente di peggio per lui che vedermi piangere così e avermi portato a voler andar via dopo un giorno mezzo dal tanto agognato incontro.
Quando l’ho visto piangere non so davvero cosa ho pensato.
Lui non piange mai, non piangeva così forte da quando, a 13 anni, perse suo padre e come capita quando non si piange mai, una volta innescata la cosa dà fondo a tutte le tristezze sopite e inespresse che non hanno trovato sfoghi.
Ho dovuto costringermi a calmarmi per stargli vicino, perhè vederlo in quel modo e sentire le cattiverie e che diceva verso se stesso, mi ammazzava.
Abbiamo passato una notte tremenda, ma che paradossalmente credo sia servita a molto. Io credevo che fosse tutto finito, e lui anche, credo e vedere che questo esserci persi l’un l’altro, questo aver lasciato che le cose finissero prima di inziare, ci ha distrutti visto il legame che si era creato, quell’assurdo legame così profondo e simbiotico, tanto bello, quanto tanto deleterio.
Ci siamo addormentati alle cinque, sfiniti e con la promessa da parte mia che non sarei andata via al momento e non perchè ero preoccupata per lui, ma perchè volevo francamente restare.
Ma davvero al mio risveglio, avevo dato tutto per perso e finito e solo un bozzolo di tristezza e tenerezza nei suoi confronti mi ha aiutata ad alzarmi e affrontare la giornata difficile che si prospettava.

FINE PRIMA PARTE

– 3 giorni a Odisseo + Pasquetta

Alle 2.22  (le 2.22 del 02/04, strani numeri…) mi sono svegliata e non mi sono riaddormentata più. Ho anche iniziato  a scrivere un post per il blog, che in effetti un post così, di improvvisi scazzi notturni mi manca, e conoscendomi è abbastanza strano. Sarà che da quando scrivo su questo blog- siano o meno collegate le due cose- la mia vita ha riguadagnato un certo equilibrio e non ho avuto molte nottate dilaniate dai demoni (assurdo! Non mi era mai successo e sono quasi tre mesi di seguito!), se escludiamo quelli pre-concorso nelle nebbiose e studiose albe febbrarine. Credo sia un bene, ma temo non durerà e non lo dico per darmi la zappa sui piedi, ma per esperienza, perchè nella mia vita una situazione di equilibrio, seppur precario e seppur semi-inconcludente come questo, non è mai durata troppo. E poi questi sono giorni così focali e carichi che porteranno sicuramente dei cambiamenti e la cadenza casuale (o c’è qualcosa di non casuale in tutto questo?) degli eventi, ha voluto che queste conseguenze si vadano a snodare nei giorni  che precedono il mio trentesimo complea,nno e che quindi verrà travolto, influenzato da questi e, nel bene o nel male, la situazione che ne deriverà detterà il “la” per l’inizio della mia vita da trentenne. E ‘sti cazzi se è poco.

Tutto questo inutile preambolo ha il solo scopo di narrare della mia nottate insonne.
Mi sono svegliata con un mattone nello stomaco, regalino dei bagordi alimentari di ieri che scalciano nelle viscere quanto i loro compari, i sensi di colpa per aver osato mangiare un pranzo completo, scalciano come ossessi nella cavità cranica della mia testa.
Pasquetta di vita, significa cibo e non c’è niente da fare. Che si facciano le scampagnate nei boschi o i pranzi a sacco con i compagnucci, o si vada al ristorante a godere delle offerte parazo-pasquali stile gente radical chic, comunque il senso del tutto resta sempre il cibo, cibo cibo cibo e altro, ma il fulcro è il cibo.
E noi siamo andate in un ristorante che in realtà è una taverna dal significato un po’ simbolico per noi, perchè sorge in un punto dove andavamo da ragazzine quando non entravamo a scuola, ma che all’epoca era un ritrovo sovrastato da un chioschetto, e ora è un bellissimo ristorante, piuttosto rinomato per la cucina anche, e a esso ci lega la promessa di andarci sempre e solo insieme noi tre amiche di vecchia data, mai con altre persone, mai senza una delle tre. Quindi, anche se io non propendo mai per le scelte radical chic (tendo anzi a odiarle e allontanarle come la peste), questa ha un sapore particolare vista la “promessa” che la regge e devo ammettere che comunque è una scelta sensata perchè alla fine, ogni pasquetta si gela e piove, quindi inutile imbrarcarsi in ardimentose gite che si risolveranno in fughe spettacolari sotto le tempeste.

Non volevo mangiarla io, sta diavolo di pasta, ma loro ne sono rimaste deluse, hanno detto che non potevo far loro questo, che era una giornata dedicata a noi e quindi senza restrizioni così e che facevo poi mentre mangiavano? Che abbiamo sempre fatto un pranzo completo ogni anno a pasquetta, e che non mi avrebbe fatto niente per una volta ecc ecc, quindi amen, mi sono rassegnata e me la sono goduta, almeno.
Ho preso un antipasto leggero con unsalata di mare, cozze gratinate e alice al limone più una polpettina di merluzzo aromatizzata che credo fosse fritta, ma non me ne sono accorta perchè stavamo parlando a raffica e me la sono mangiata, amen pure per quella.
Come primo piatto volevo scegliere un risotto, ma l’unico disponibilere era quello agli scampi e io li odio gli scampi, quindi ho preso la pasta come loro, senza pensarci troppo: visto che me la devo mangiare e che devo pagare e che devo cedere, sia un cedimento coi fiocchi e ho preso i taglierini ai funghi. Ho fatto una fatica boia a finirla, ero già piena, ma era molto buona ache se credo sia la causa della mia veglia notturna post-pasquale: non mangiavo la pasta dalla Befana!
Per secondo ho preso solo una fettina di pesce persico gratinato al forno, molto leggero ma non l’ho finito, stavo malissimo e loro hanno preso anche le patatine fritte, ma lì no, per quanto le adori davvero non ho ceduto. Hanno preso il dolce pasquale al cioccolato, io solo un sorbetto al limone perchè davvero stavo scoppiando e credo che il sorbetto aiuti a digerire.
In pratica ho finito io da sola una bottiglia d’acqua perchè loro non l’hanno toccata e hanno bevuto solo vino bianco, che io ho bevuto di meno rispetto a loro, ma che ha fatto effetto perchè non sono ASSOLUTAMENTE abituata a bere e pur a stomaco pieno, la stanza ha iniziato a girare. Anche grazie al vino è stata una bella giornata, abbiamo riso come matte e chiacchierato quanto nessun altro dei radical chic nella sala strapiena (e che t’aspetti, non per niente sono radical chic, dopotutto).

E  sempre causa vino, credo, il momento post pranzo, mentre la piccola sbornia sbolliva e faticosamente cercavo di digerire, sono caduta in un stato di depressione acutissima, imprevista quanto irragionevole vista la bella pasquetta che stavo passando, fuori dalle mie solite quattro mura e la dalla mia vuota vita. Per questo sono propensa a credere trattasi del post-vino, non so come altro spiegarlo.

Eravamo sotto il portico di un bar, a prendere un caffè e dopo una mattinata serena e soleggiata era sceso un tempo da lupi con pioggia e freddo che si è protrattto poi per tutta la notte, un classico di ogni pasquetta che ricordi. Le mie amiche hanno la fissa delle foto in posa, stile bimbe-minkia di facebook, che io odio, ma me ne hanno fatta qualcuna e Cristo, ero orrida rossa, grassa, deforme, bruttissima! Ho cominciato a tremare proprio (anche per il freddo e la digestione), mentre idee tenebrosissime mi si accalcavano sul petto impedendomi di respirare: con quale cavolo di arroganza mi sarei presentata da Odisseo conciata così, a dormire nel suo letto, quella cosa orrida e bitorzoluta dovrebbe essere la depositaria delle sue parole d’amore?!
E ho avuto paura.

Ho avuto paura che lui si sentisse defraudato, preso in giro da foto in cui sembravo più carina, che sarà costretto a passare 5 giorni con questa cosa che non conosce e che è tutto fuorchè desiderabile. Ho pensato seriamente di mollare tutto, di non andarci da lui, di lasciarci un bel ricordo dolce-amaro di questi sei magici mesi e basta, senza far sì che tutto finisca nella più tragica delle situazioni: il suo rifiuto pietoso, ma disgustato.
Mi spiego, come ho cercato di spiegare alle mie amiche. Se a un uomo non piaccio, ok, vaffanculo a lui, come consiglio a tutte le donne, chi non ti vuole non ti merita. Ma con Odisseo è troppo particolare e diversa la situazione perchè lui non è che non mi vuole, mi vuole! E’ arrivato a dirmi di amarmi seppur mesi fa! L’unico ostacolo è questo: che io possa fargli cagare fisicamente. Se non gli piacerò, non sarà che non gli piacerò come persona, ma solo che non è attratto da me e avrò rovinato tutto perchè, se avessi avuto qualche chilo in meno e non sarebbe successo.
Capite ora la paura e il dramma in cui vivo? Non è una situazione normale la nostra. Non è un non mi piaci/mi piaci. E’ “un mi piaci, ma se poi vedo che sei orrida come faccio a stare con te”? Per questo, la nostra rottura, così, è una cosa che mi ammazzerebbe.

Insomma non ho dormito con tutto sto popò da digerire sia in pensieri che in mattonata nello stomaco, era prevedibile. Ho letto, ho guardato film scemi ma divertenti e stamattina ero seriamente intenzionata a correre una quarantina di minuti per sfoltire il gonfiore di ieri, ma pioveva e no, non rischio di ammalarmi a tre giorni dall’incontro.
Ora dalla persiane entra un indeciso chiarore che pare solare, se si stabilizza forse esco, non corro (perchè se non corro all’alba poi non riesco più a correre, boh… sono strana), esco e cammino, cammino cammino cammino finchè mi reggono le gambe, e compenso un po’ e mi alleggerisco un po’, di stomaco, di grasso, di mali e di pensieri.

Calipso che si nutre solo di spiccioli di vita

Sono stata brava.
Ultimamente mi plaudo da sola con una frequenza che ha dell’imbarazzante e forse anche del patetico, ma ieri era Pasqua e casa mia ribolle come un calderone di bontà a Pasqua.
Durante quasi tutto il resto dell’anno è completamente scevra di cose che fanno gola perchè siamo quasi sempre tutti a dieta, quindi a parte mia madre che fa dolci per regalarli, o che si imbarca in crocchette, pizzette e torte rustiche, le tentazioni restano abbastanza sopportabili.
Ma ieri…
Anche se alla fine eravamo solo noi (e credetemi, io preferisco così, godermi la mia idea di festa!) che i miei parenti di Roma non sono scesi, mamma si è divertita a cucinare, ci aveva avvertito che si sarebbe sbizzarrita, visto che il resto dell’anno glielo concediamo a causa delle diete in cui siamo sempre impelagati.
Il menu di Pasqua prevedeva:
Apertitivo con bibite, noccioline, olive, patatine e degli stuzzichini da intingere nell’hummus che ha imparato a fare da Benedetta Parodi;
Antipasto di salumi e melanzane grigliate, e crostini con patè d’oliva da una parte e di formaggi solidi e cremosi, con le spezie e i peperoncini calabresi o leggeri come il Bel Paese dall’altra e poi i favolosi, meravigliosi supersparaflesciosi mini-arancini alla ‘ndujia che se non li avete mai mangiati, non avete mangiato niente;
Primi: conchiglioni ripieni di carne o prosciutto e formaggio e con la besciamella e crepes con spinaci e ricotta;
Secondo e contorni, è proibito l’agnello e il coniglio a casa mia perchè ci spiace ucciderli, quindi mamma ha fatto il tacchino e in più con polpette di melanzane (non mancano mai le melanzane quando si cucina in grande, qui), patatine fritte, insalata di pomodorini e carote e arancini alla siciliana, quelli grossi dorati che io amo, fatti in tre varianti: fritti normali, al forno e fritti con la farina di riso per mia sorella che è celiaca;- –Bibite: vino, spumante, aperitivi rosso, Coca cola, Sprite zero, acqua, succo di ananas per digerire.
Dolci: quattro tipo di pastiere, tre uova di pasqua di gusti diversi, nepitelle, dei bastoncini ti cioccolato bianco e al latte con dentro un pasta di cioccolato e mandorle, cioccolatini portata a mia madre da una parente dalla Svizzera e cioccolatini vari dei gusti come quelli che ho preso per Odisseo, Colomba pasquale e torta pasqualina che però non è stata ancora iniziata.

Questo affinchè si possano avere le basi esatte per capire in che terreno minato per dieta e sacrifici mi muovevo, ieri. Altro dettaglio fondamentale: era il primo giorno di ciclo, e questo si spiega da solo. Anzi ve ne do uno stralcio visivo che così vi immergete meglio nel dramma, come drammaturgia e filmografia insegnano , la scenografia è fondamentale per l’immersione. Qui vedete uno stralcio di tavola con dolci, nella gallinella ci sono cioccolatini e anche negli altri regalini, più la bottiglietta d’acqua che porto sempre appresso per idratarmi e il mio libro di Seneca De vita beata ovvero L’arte di essere felici, che non c’entrano una mazza con la tavola pasquale, ma c’entrano con me perchè, sì, io a Pasqua ho letto Seneca e mi sono sparata due film pensate se lo sapesse mia cugina omonima -coetanea, inorridirebbe fino a impazzirne, suppongo. E poi c’è un dettaglio di quei fantasmagorici dolcetti datti di cioccolato e pasta al cacao e mandorle e i cioccolatini dalla Svizzera di gusti assortiti. Così tanto perchè sono malvagia. Ho dimenticato di fare foto alla torta pasqualina che era bellissima, ma immaginatela tutta cioccolatosa e decorat a forma di uovo con granella di nocciola fuori e ganache al cioccolato e panna dentro. E poi ditemi che non sono stata brava a resistere, vi sfido!
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In tutto questo sono riuscita a mangiare solo:
un mezzo sorso di Sprite zero (ovvero senza zuccheri e calorie);
due arancini di riso AL FORNO, ma levando i cubetti di prosciutto e la provolo sciolta laddove era possibile. Erano belli grandi, ma alla fine, non essendo fritti erano solo riso, formaggio, pane grattuggiato, un po’ di carne macinata e quel po’ di uova che serve per attaccare il pane grattuggiato;
un pezzettino minuscolo di tacchino, era fatto con sale e olio e aromi, ma davvero erano due bocconi striminziti.
acqua, tanta acqua;
basta.

Non so quanto siano stati deleteri gli arancini, ma visto quel ben di Dio che c’era e visto che avevo le labbra blu per il il ciclo e perchè sabato avevo mangiato solo carciofi lessi e un uovo sodo, magari non ha poi fatto così male alla mia dieta.
Per questo dico che sono stata brava!
Credetemi, io per i dolci stravedo, passi il resto, ma i dolci sono il mio ossigeno il mio sostentamento, la mia connessione archetipica con l’universo. Mai avrei sperato neanche nelle più rosee attese, di autogestirmi in questo modo.
Inoltre, è davvero dura, per chiuqnue credo, non mangiare mentre tutti mangiano e mentre ce l’hai sotto il muso, qualcosa di così raro (ve l’ho detto: a casa mia solo feste e quando ci sono parenti, sennò si va avanti a broccoli e zucchine!) e di così buono. Per chiunque sarebbe difficile e doloroso resistere.
Però, in qualche modo ce l’ho fatta. Forse potevo fare di meglio e mangiarmi solo un finocchio, ma sarebbe stato troppo.

Ora, non servirà a niente, tranne che alla mia coscienza. Ho ormai perso ogni speranza di perdere alcunchè. Ieri mi sono provata ciò che mi dovrei mettere quando sarò lì, tra le braccia di Odisseo, ed è un disastro. Ecco che “tra le braccia di Odisseo” mi è sembrata improvvisamente una chimera ieri sera, davanti lo specchio, mentre scioglievo il grumo di tenzione e stanchezza in lascrime su lascrime.
In più Paolo Fox dice che farò imbestialire una persona a me cara con la mia confusa energia e indolenza, quindi devo stare attenta a non allontanare questa persona, questa settimana, innervosendola con le mie magagne Perfetto, proprio l’oroscopo che non mi serviva mi ha fatto.
Mancano 4 giorni all’incontro, ormai. Non so come ci arriverò, ma faccio fatica a credere in me e credere in noi, e credere che lui non scappi da me, come tutti sono sempre scappati quando hanno capito chi sono.

Starei qui altre due ore a lagnarmi sorbendo caffè americano, che fa bene all’anima, ma devo andare alla fiera e poi alla Pasquetta con le mie amiche, e anche se pagherò uno sproposito e mangerò poco o nulla, e anche se non sarà nulla di speciale, mi fa sentire un tantino viva non stare in casa come tante vecchie, tristi e solitarie pasquette. E Dio solo, quanto io abbia bisogno di sentire un po’ di vita scorrermi nelle vene, da troppo troppo troppo tempo, secche di vita e rugginose di inedia.

Buona Pasquetta a tutti voi, qualsisasi cosa farete o non farete.

Il mal d’ovaie, a Pasqua, ti mette nei guai

Ti mette in un sacco bello sodo, cicciuto e ricolmo di guai, aggiungerei! Come quello dei giocattoli di Babbo Natale oserei dire, se non rischiassi di essere straordinariamente anacronista.

Primo guaio, oggi non sono andata a correre. Mi spiace un po’, serva o non serva ai fini di ciccia e peso, correre mi aveva fatto bene e da qui all’incontro con Odisseo non correrò più, perdendo, credo, quel ritmo che ero riuscita a raggiungere e mantenere faticosamente. Sarà la dieta, sarà la dieta incrociata al ciclo mestruale, ma ieri morivo dal freddo e alle 19.30 ero già sotto le coperte a leggere e guardare film. Inoltre c’è un vento terribile e diluviava stamattina alle 6.00, quindi davvero non me la sono sentita: a parte di dolori da ciclo non ho intenzione di ammalarmi a – 5 giorni all’incontro con Odisseo e siccome ultimamente correre non è che serva a molto…
Ieri ho fatto i miei 30 minuti – due step da quindici minuti – e una decina di minuti di camminata in più, ma poi sono rientrata che dovevo andare, come ho scritto nel post di ieri, nella cittadina amena a cercar qualche vestito, maglietta, pantalone, qualsivoglia indumento sacro o profano, che rimediasse allo strapotere strapordante della straciccia (sempre per Odisseo) ed ero in un ritardo boia. E qui siamo al secondo guaio.

Secondo guaio, mica poi è passato l’autobus ieri! Nonostante mi sia scapicollata per arrivare in orario, nah, niente. Scapicollo a parte, solo attesa vana.
Le loro costosissime maestade della linea di autobus privata, hanno deciso che in periodo di niente scuola e poco lavoro pre-pasquale, fosse inutile mantenere le tante corse abituali, dove per tante si intende due autobus nel corso di mezza giornata. Ma siccome la fermata del mio paesino nefando consiste in un’isola pedonale nel bel mezzo di un’autostrada, senza panchine, nè cartello fermata, nè bacheca orari, nè riparo per la pioggia che non sia un pino marittimo accaparra fulmini, io non ne sapevo niente di queste restrizioni e sono rimasta lì ore, sola, col cielo che profetava caterratte bibliche, ad attendere invano neanche aspettassi la corsa della mia vita. In compenso mi sono finita il libro di Jane Austen che non avevo avuto il tempo di leggere, e solo alla fine di questo di mi sono scazzata e ho deciso di andare a piedi.
Ora, l’amena cittadina dista dal paesucolo cornuto un paio di chilometri, che in bus, treno o auto sono tipo 5 minuti. A piedi tutto si complica non solo perchè il marciapiede si interrompe sui ponti che sovrastano i fiumiciattoli che sboccano in mare, e quindi rischi seriamente di morire atrocemente, ma anche perchè il mare sta di là dalla strada e dall’altra parte c’è la valle aperta e i campi sotto le montagne, ergo il vento è come quello del Kansas (solo meno magico, che per quanto ci provassi da bambina, non mi ci ha mai condotto nel magico Regno di Oz), e chiunque incontri comodamente stravaccato in auto, ti guarda come fossi un derelitto, se lo conosci poi ti offre un passaggio e ti fa quell’espressione pietosa da “sei senza macchina, non sai guidare, che feccia sociale ?!” Capirete lo spasso. Metteteci anche il dolore di tette e ovaie per il ciclo e quello stato di follia e irrequietudine ormonale in cui la fase premestruale (e mestruale) ti mette (se sei maschio non la conosci, buon per te), combinata alla fame e ai pensieri funesti sul peso che non cala a un pugno di giorni dall’incontro con l’uomo di cui sono innamorata, e forse – dico forse- saprete perchè ho fatto quel che ho fatto e che prima d’ora non avevo mai fatto.
Mi hanno offerto un passaggio e ho accettato.
Ero stanca, ero nervosa, non avevo finito il mio caffè, e ho pensato che erano solo pochi minuti e che il signore incravattato e col macchinone lucido, la valigetta di pelle e un completo da 3.000 euro, non poteva crearmi grossi problemi. Invece…Invece l’ho ringraziato e mi sono messa a chiedere chi fosse e a parlare bla bla bla del più e del meno, ma lui mi ha bloccata per dirmi che ero molto carina, che lui non fa sempre queste cose, ma mi ha vista e gli sono piaciuta e quindi che fare se non provarci? Mi ha detto senza giri di parole che qualora avessi voluto, mi avrebbe portata per qualche giorno in un hotel cinque stelle per “conoscerci meglio”, ma ovviamente – ha precisato -usiamo il preservativo, eh!
Ho gentilmente declinato, ho detto che non sono poi così bella anzi sono grassa, gli ho anche detto di chiamarmi Assuntina (che nome esistente meno eccitante di “Assuntina”, non l’ho mai sentito). Per tutta risposta lui ha bloccato le portiere. Ed è lì che ho avuto paura.
Una donna, soprattutto se è stata fuori in città all’università, sa come gestire certe cose. Ma non mi ero mai ritrovata rinchiusa in macchina, perchè non ero mai stata così scema. Lui ha continuato, ha detto che gli piacevo molto e che poi mi avrebbe fatto un bel regalo (come le prostitute?), ha ripetuto fino alla nausea che lui non fa mai queste cose, ma io gli piacevo (e figurati se ci credo!) e io, per contro, ho inventato un supermuscoloso fidanzato geloso che non mi consentiva tali sortite, ma non ha funzionato perchè secondo tal fior fiore di uomo, anche il mio presunto mio ragazzo super eccetera, se vede una bella ragazza ci scopa senza mezzi termini, va lì e se la fa, quindi io non gli dico che apporto piacere a un altro uomo quale lui è, e vivremo felici contenti e cornuti.
Al che gli ho detto di voler scendere e ha continuato a insistere finchè non mi sono allontanata, quindi in realtà non era così pericoloso, solo molto spiacevole, ha detto che non dovevo aver paura che se proprio non volevo, non avremmo fatto niente, ma che dovrei accettare, che può solo farmi star bene.
Insomma, che dire? Non so ancora perchè ho accettato quel passaggio, nè perchè mi ficchi continuamente nei guai, ero stanca e con la mente in subbuglio, ma non credo lo farò ancora. Mi sono ritrovata però a pensare: e se tutto ciò fosse successo in quell’orrido futuro in cui Odisseo non fa più parte della mia vita, e io sono in fase di dolore straziante, avrei ceduto, stavolta? Mi sarei fatta così male? Le mie tendenze autolesionistiche avrebbero raggiunto tali livelli? Finora non ho mai ceduto, mai, non sono mai stata con nessuno perchè mai ho avuto una vera relazione e a parte qualche storiella, mai vera, mai profonda e mai totalizzante. Ma temo che in questo orrido caso, a 30’anni… be’ forse cederei.

Terzo guaio, ho speso ogni spicciolo contenuto nel mio portafoglio di jeans consunto per cercare qualcosa di adeguato da indossare e sembro un “il mostro della trippa nella steppa”, comunque. Ormai dovrò rimediare qualcosa con quel che ho, ergo passerò il pomeriggio alla Miccio, a provare mise che diano un esito quantomeno decente.

Quarto guaio, ieri stavo così male che ho dovuto mangiare un po’ di più, dove per un po’ di più intendo un piatto di carciofi lessi in più e un uovo sodo in più, ma avevo la nausea e mi girava la testa. E quindi la bilancia non scende, ovvio! Cerco disperatamente di illudermi. Mi ripeto che sarà colpa del ciclo, sarà che non vado in bagno da mercoledì, e stronzate simili. Cerco di illudermi, ma temo non ci sia niente da fare.

Quinto guaio, oggi casa mia pullula di ben di dio e tra un po’ comincia la trafila del parentado che passa per fare gli auguri e io devo intrattenerli. La trovo una delle pratiche più idiote e inutili del sud (che poi non so se si fa pure al nord), ma che senso ha? Insomma se vuoi DAVVERO andare a trovare qualcuno, ci vai quando ti pare e non a una festa comandata a dargli gli auguri di buona resurrezione! E poi mi distolgono dal mio pasquale programma di film (alla faccia di mia cugina che dice che “Non si devono vedere film a Pasqua”), libri,  prova abiti per Odisseo e depilazione con sottofondo punk rock anni ’70. Dico io, come si permettono a disturbare il mio denso programma di cotanta santa Pasqua!
Già è passata una trafila di parenti. Questi non li vedo mai, hanno il pregio di non fermarsi, di stare sulla porta a fare gli auguri a tutti e sgommare, il che non me li fa detestare come gli altri rompi-bocce di turno, anche se  la trovo una cosa inutile e mi lascia sempre un po’ basita, al punto che mi intenerisce: non lo so com’è che mi intenerisce, sono strana io, ma lo fa al punto che se altri parenti che si piantano lì li caccerei a pedate nel culo con anfibi chiodati, loro invece li inviterei a restare un po’, così almeno do un senso alla loro sortita. Il problema è che tendo a dare un senso alle cose e a fare solo cose che abbiano un senso. Ma qui tutti agiscono in maniera insensata, o meglio l’unico supporto di ragione che riescono a dare alle loro azioni è “si usa fare così quindi questo deve essere e questo è”. L’ho riscontrato anche mercoledì parlando con la mia cugina omonima- coetanea, le cose le fanno per forza di rodaggio, perchè sono stati programmati così. E sì ma non scassassero le bocce a me se poi mi sembrano tutti molto ridicoli e non sto con loro a menarmela.

Sesto guaio, le pastiere, ce ne sono quattro di là regalate a mia madre da quattro persone diverse e Dio non voglia che ce ne sia una fatta con la crema pasticcera che io a quella non resisto proprio e già sarà dura resistre a pranzo pasquale e dolciumi e uova di pasqua con le ovaie che ballano la rumba, figurarsi il resto!

Direi che mi fermo qui coi guai che è Pasqua e anche a i guai c’è un limite, a Pasqua.
Vi auguro ogni bene. Non vi auguro buona resurrezione, perchè mi sembra francamente ridicolo, ma vi auguro tutto il resto del mondo perchè gli auguri fanno sempre e solo bene (anche se te li fa un parente in visita forzata?) e se capitano occasioni per farli e riceverli, allora bisogna coglierla e basta, qualunque essa sia.
Vi auguro di divertirvi, dedicando questa giornata a voi e a chi amate se avete qualcuno che amate accanto. Vi auguro di scegliere la vostra Pasqua in barba a ogni borghese e limitato programma, vi auguro di essere vivi e ribelli che serve a questo mondo esser vivi davvero e ribelli più che si può, perchè c’è troppo conformismo e il conformismo è indice di una civiltà in declino.
Vi auguro di mangiare quello che diamine volete, di metter da parte diete e controlli, di farvi un dolce voi stessi e di coccolarvi, di essere liberi per questi due giorni almeno, voi che non dovete mirare a strappare a morsi un po’ d’amore tra 5 giorni.
Ve l’ho detto che vi auguro ogni bene….

Rassegnazione et Compensazione

“La bilancia, stamane, mi ha detto che sono un chilo e mezzo più grassa di mercoledì mattina”. Mi sembrava una frase perfetta, precipua, onniriassuntiva, per iniziare questo post.
Possibile che abbia preso un chilo e mezzo al ristorante? Non credevo, ma evidentemente è così. Quindi.
Quindi me ne sono tornata a letto, non sono neanche andata a correre, oggi. Dovrò passare le giornata in giro, non mangerò un cazzo per tutto il giorno se non questo caffè stantio con un po’ di latte, che sorbisco nervosamente tra una battuta e l’altra, e domani e domenica mi faccio qualche step di corsa, ma poi basta. Poi basta, insomma, basta! A che diavolo serve?
Sono stanca, ce l’ho messa tutta, davvero, non ho toccato un dolce che sia uno! Di là al momento si stanno abbuffando della mia variante di cuzzupa preferita, quella umida, dorata dalle uova, intrecciata, biscottata con la glassa e le ciliegine rosse e io? Mi sono fatta questa pantomima di caffè con un quarto di tazza di latte per la disperazione e sono corsa a segregarmi in camera, lontana da quegli afrori.
Che altro devo fare? Non mi aspettavo di perdere 20 chili in un mese, ovviamente, ma cazzo, almeno quei 4 o 5 sì! E ora vedere quella bilancia mi ha spiazzata, per questo evito di pesarmi, perchè se non ti pesi almeno non lo sai e resta un po’ di speranza, seguita da molto dolore, ma almeno prima c’è la speranza.
Continuerò, per forza di inerzia, credo, non otterrò molto ormai mancano solo 6 giorni all’incontro, ma continuerò, e a Pasquetta ho un altro ristorante quindi, mi aspetto nuove sorprendenti notizie per quanto mangerò solo qualche pesce stantio, immagino. A Pasqua però non mangerà niente di buono vista poi la Pasquetta.

E’ che sono stanca, sono stanca, sono brutta e sono grassa, è questa cosa non cambierà. Odisseo dovrà scavare sotto strati di grasso per vedere qualcosa e accettarmi così come sono. O no. E siccome a me non è mai andata bene, tendo a protendere per il “no”. Comunque sarò, è una cosa che non posso controllare, non  cambierà in 6 giorni e sinceramente non spero più neanche di vedere qualche altro chilo scendere. Quindi almeno posso smettere di sperarci, perchè è dannatamente faticoso controllare tutte queste cose, investirle di speranza visto il controllo che faticosamente si riesce a ottenere e poi vederli spazzati via, fatica, controllo, speranza, amore.
Quindi basta sbattimenti mentali inutili, continueranno quelli fisici fino al 5 aprile e non che dopo che torno da Odisseo la dieta si fermi, ma almeno posso stare un po’ e non ho l’ansia del tempo e che scorre. E poi a breve ci sarà il mio compleanno e quel giorno vosglio stare serena, mangiare quello che cazzo voglio e non pensare a Odisseo e a quanto, ahimè, mi mancherà temo.
Una mia amica mi ha detto di andare da Odisseo e “Perndere la vita a morsi“, di mangiarmi proprio questa bella occasione di vita che mi è capitata e gustarmela in tutti i modi possobili. E io vorrei proprio poterci riuscire, ma anche quando penso di potermici divertire quei cinque giorni, una parte di me mi avverte di premunirmi, di stare attenta, che  anche se dovesse esserci serenità è divertimento, sara seguito – ancora una volta, sempre- da molto dolore e siccome conosco molto bene il “molto dolore” e troppo poco gli altri sentimenti, io tendo a visualizzare soprattutto e con maggior naturalezza, questo.

Non porterò il computer a rottamare per questi 3 giorni, me lo tengo. Prima di tutto perchè oramai è tardi e resterebbe bloccato per Pasqua, secondo perchè ne ho bisogno almeno per altri tre giorni, per scrivere qua, per distrarmi, per scrivere in generale e poi perchè mi devo finire di vedere Argo che stanotte mi sono addormentata!
E domani mi devo sparare per l’ennesima volta, tutta la filmografia di Mel Brooks perchè ho bisogno di ridere e perchè me lo devo vedere mentre mi depilo. Niente è meglio di Mel Brooks mentre mi depilo. E’ la mia compensazione alle delusioni e al pre-periodo di dolore. Scrivere e Mel Brooks.

Perchè non riesco ad annullare questa orrida sensazione di dolore incipiente?
Perchè l’unica cosa cristallina e ferma nella mia testa è solo la certezza che tutto è destinato a finire?
Perchè la vita mi ha insegnato solo che non posso essere felice, un po’, anche io?

La Pasqua non è fatta per vedere film

Stamattina ho avuto una paura fottuta e mi sono ritrovata in un casino che poteva finire in tragedia. Ma di questo ne parliamo dopo, l’attentato alla mia vita e alla mia vitù è una quisquilia in confronto alla notizia del giorno: mancano 7 giorni all’inconto con Odisseo! Tra una settimana a quest’ora starò sul treno a farmela elegantemente nei pantaloni. Pensatemi.
Devo correre nel narrare della tremenda laurea della cugina di ieri sera, perchè sono in un ritardo atroce non solo per andare dallo sfaciapc a portare il pc, ma anche nel seguire  la tabella di marcia delle cose da fare pre e per Odisseo.

Non è stata male la serata al ristorante, ma solo nel senso che mi odiano quasi tutti e al resto di loro, sono completamente indifferente. Mi hanno trattata con freddezza, come se non esistessi, il parente Riccone- la cui figlia s’è laureata ieri, appunto, vi dico solo che c’era lo champagne per brindare, ettolitri di champagne- ha fatto un discorsetto a mio fratello e mia sorella, dicendo loro che se vogliono aiuto e un prestito di chiederglielo. A me, manco m’ha cagata. Mi ha detto solo “in gamba eh” quando l’ho salutato. Intendiamoci, non mi dispiace essere ignorata, il problema è che so che in realtà mi straparlano talmente tanto dietro e tutti insieme, che hanno tutti la stessa blasfema visione di me, cattiva cattiva perchè non vado a trovarli, non mi laureo e non lavoro, e siccome confabulano tutti alle spalle insieme, sono arrivati tutti a costruire un profilo di me odioso che condividono e si sballonzolano alla bene e meglio. Sapete cosa mi dà noia? Non il fatto che mi reputino odiosa, e scema e menefreghista, magari lo sono davvero, non lo so, non sto qui a discutere questo, ma il fatto che non sono riuscita a lasciare un pezzetto di me a nessuno. Se morissi non fregherebbe a molta gente, mio fratello e mia sorella si rattristerebbero ma poi mi scorderebbero, mia madre solo perchè è la madre della morta, non perchè le mancherei, forse Odisseo e a un paio di amiche spiacerebbe davvero, ma non cambierebbe loro la vita. Questo è triste, e denota tutta la mia pochezza come anima fatta persona. Perchè tra loro, questi parenti, sono tutti legati e si vogliono bene (be’ poi si sparlano alle spalle, ma comunque, in qualche malato modo, sono legati), e io vorrei qualcuno che mi volesse davvero davvero bene, se non lascerò dietro di me neanche questa piccola cagatina di impronta, niente vale la pena, no?
Neanche mia cugina coetanea, che tanto fa l’amica, in realtà prova vero affetto per me. Io devo dire che in modo strano le voglio bene, rigetto tutto quello che è e in cui crede, ma le sono affezionata e non passo il tempo con lei annoiandomi troppo, sempre ammesso che il tempo in questione sia relegato a un paio di volte all’anno (!). Ma lei dicevo, è la prima delle mie disfattiste, dopo che le racconto o dico o anche parlo con altri, lei comunque prende quel che dico e lo va a raccontare tutto a sua madre (ce è la Matrona di cui dicevo ieri), e insieme vedono come sistemare quel che dico in una luce negativa da sparaflesciarmi addosso. Dopodichè vanno a dirlo al resto dell’unita e affettuosa famiglia.
Quindi nessuno piangerà troppo il giorno della mia dipartita. Ma forse è meglio: sarò ricordota per aver lasciato poco altro dolore in questo orrido e doloroso mondo.
Sono stata al tavolo con delle mie cugine dai 23 ai 30’anni, compresa questa mia cugina omonima e coetanea accompagnata dal ragazzo che si porta sempre dietro, stile cagnolino sorridente e benpensante e che ha 36 o 37 anni, non ricordo.
Non è stato del tutto spiacevole, abbiamo riso e chiacchierato, con una di loro, poi, ho potuto parlare dei suoi problemi di peso, di come si vergogni a uscire di casa nonostante abbia un ragazzo, non riesce a superare questa cosa e ho cercato di aiutarla per quanto ho potuto e nonostante per me non sia diverso, anzi, è anche più dura, perchè  anche se sono più magra (“magra”… che bella parola!)  di lei, lei ha il ragazzo che la ama e la sostiene sempre e io ho una mezza cippa fregata, che vuol dire “niente”.
Spero le sia servita un po’ la mia esperienza, spero di esserle stata utile anche se ne dubito, lo spero davvero perchè è una ragazza molto dolce e lo so da dove derivano parte dei suoi problemi, e la capisco, la capisco benissimo.
Per il resto ho sparato qualche battuta, anche se quella che ha avuto più successo l’ho rivolta a una mia cugina che abita vicino casa mia, le ho detto se vuole passare la sera di Pasqua che ci vediamo un film, che sennò per impegni vari non ci vediamo mai, che Pasqua comunque si mangia e stop e siamo tutti qui vicinivicini, che comunque ho voglia di rivedere “Django“, (io lo amo quel film), e siccome ho detto queste cose tutti si sono messi a ridere. Mah.
Pare, mi hanno poi spiegato perchè io sono neofita di tali ragionamenti, che Pasqua non sia fatta per vedere film. Mi è nuova questa regola, seppur di regola ancestrale pare si tratti, presente fin dagli albori del Cristianesimo, in quel del primo secolo dopo Cristo, fa niente che il cinema ha solo un secolo di vita i Cristiani sono avanti. E poi mia cugina omonima-coetanea mi dice che lei non vede film, pochi, s’è vista Twilight e qualche altro, ma poca roba e neanche il suo ragazzo vede film. Mmh.
Allora ho spiegato loro che non possono non vedere i film epici, storici, cult, fondanti della cultura e della vita e gliene ho citatai decine da Casablanca a Donnie Darko, da Stanley Kubrick al Signore degli anelli, da Love story a Tutti insieme appassionatamente, non hanno visto neanche Via col vento o La principessa Sissi o Ritorno al futuro! Insomma: OH MIO DIO ‘CAZZO VIVI, MA COME SI PUò ACCETTARE UNA COSA DEL GENERE, MA VA BENE NON TI VEDERE I FILM CLASSICI MA IL GLADIATORE CAZZO VEDITELO IL GLADIATORE!!!
Scusate.
No, non l’hanno visto il Gladiatore, no. Però di E.T. sanno che è il mostriciattolo della pubblicità della Telecom. Già già. Non hanno visto neanche V per Vendetta! Cioè passi tutto, passi pure E.T., ma come si fa a vivere senza V per Vendetta? Invece, si “vive” e un’altra cosa: se come me credevate che i Mel Brooks-vergini fossero estinti, ricredetevi.
Comunque ora capisco perchè hanno il cervello fregato dalla Chiesa e dalle dinamiche di paese: non vagliano strade alternative, non sviluppano personalità interessanti, per loro il mondo, è solo quell’unica via inculcatagli è il mondo.
Allorchè, anche un pizzico eccitata dalla sfida, lo ammetto, mi sono offerta di organizzare una serata film a casa mia, molto alla mano: faccio i pop corn, arrostisco due pannocchie, un paio di pizze, scelgo un film, invitiamo altri cugini e  zim bam boom è fatta! E’ anche un modo per stare insieme, visto che la Matrona mi dice sempre che non mi faccio mai viva! Ecco: ora invece ti organizzo tutto e invece? L’adorata figlia della Matrona, declina, anche a nome dell’illegittimo consorte, che non ha pareri discordanti dai suoi, non può permetterselo anche perchè, come ha tenuto a ribadire più volte mia cugina, non ha ancora un anello da poterci far vedere (o esporre a proprio vanto nella pubblica piazza), non che qualcuno glielo abbia chiesto o si sia posto il problema al tavolo eh, ma lei l’ha ribadito. ?Sto pèovero cristiano deve comprarle presto un anello e sposarla, questo il succo.
Dunque ho detto che avrei scelto film semplici e romantici, e lei s’è piccata (anche!) e ha detto “eh sì, perchè siamo scemi noi, no?!”. Ma cribbio benedetto, se tu mi hai detto che non  vedi film, come ti faccio vedere un film impegnato?!
Le ho pazientemente spiegato che quello che intendevo era che qualcuno vuole rilassarsi vedendo film e non impegnarsi, tutto qui. Niente neanche così, entrambi i consorti preferiscono vivere e morire limitati. Dio li fa e poi li accoppia.
Dice, lei, sempre la cugina omonima, che a lei libri e film non danno niente, a lei dà molto e l’aiutano a diventare migliore le attività che fa tipo chiesa e recitine. Buon per lei- ho detto- ma tutti vedono un cazzo di film, che poi leggere buoni libri e quelli che questi ti danno non te lo dà niente al mondo, troppo contorto il ragionamento, non mi ci sono imboscata.
Ora capite perchè io sono certa di esser stata sostituita nella culla, visto la famiglia che mi ritrovo? Insomma come faccio a lasciar loro qualcosa di me, ci provo ma non posso, non vogliono connettersi a me e io sono stanca di dovermi abbassare per connettermi a loro.
Immagino cosa mi avrà detto alle spalle la cugina omonima: che mi sento superiore, che leggo e guardo film perciò non mi laureo e perdo tempo senza fare niente. Lo so, credetemi, lo so che è così. Amen.

E’ stata dura non mangiare, per questa situazione di isolamento e tristezza in cui mi sono trovata. Saranno pure la coppia più noiosa e scontata dell’universo, ma sono una coppia e io non ho mai avuto niente del genere. Anche la cugina del mio tavolo che pesa sui 105 chili, ha un ragazzo è innamorata e felice, e io, zero, niente, nada, nisba, nè amore, nè felicità.
Che poi, saranno grassi, anche mia cugina omonima ha un culone enorme, ma non sono grassi in faccia, sono carini, o a me sembrano tali, io sono orrenda proprio! Come mi ha elegantemente ricordato mia cugina: “Noi sopra siamo fine e magre, abbiamo solo il culone, tu sei grassa sopra e sotto così così”. Forse per questo guardo tutti quei film: non felice, non amata, grassa e orrenda anche se senza culone, isolata da tutti, senza laurea e senza lavoro, che cazzo mi resta se non i film?

E immaginate resistere alla tentazione di abbuffarmi con tutti questi allegri e festosi pensieri in testa! Anche se devo essere sincera: tutto sommato, almeno da questo punto di vista (almeno uno e meno male), me la sono cavata discretamente, credo.
Siccome ieri è morto lo zio di una mia cara amica, per rallegrarla le ho inviato un sms dicendole per filo e per segno cosa ingurgitavo e aiutando così anche me stessa a tenere il controllo. Dunque ho mangiato:
Antipasto: un po’ di insalata di mare, due forchettate di branzino, una fetta sottile di pesce spada di quelli affumicati con olio e aceto, una fetta di salmone, polpa di granchio mentre ho lasciato il gamberetto impanato che se l’è preso mia cugina omonima, ho lasciato anche il resto del branzino, e un rotolo di seppia rucola mozzarella e prosciutto crudo.
Primi piatti, due porzioni: risotto in crema di scampi ne ho mangiate 3 forchettate e ho lasciato il resto e lo scampo se l’è preso, stavolta, il consorte di mia cugina; quadrotti ripieni alla cernia, tipo agnolotti grandi e quadrati e ho assaggiato metà di un solo tortellino.
Secondo: una fettina di pesce, ne ho mangiata metà; due gamberoni alla griglia e li ho mangiati; involtino di pesce spada alla silana, ovvero fettina di pesce spada arrotolato di una crema di funghi, noci e tanto formaggio, calorosissimo ma l’ho magiato, ahimè.
Insalata: mista con pere e ananas e noci, ho mangiato quasi tutta l’insalata e l’ananas e uno spicchio di noce e ho lasciato le pere e il resto delle noci.
Bibite: c’erano tre tipi di vino, spumante all’inizio e champagne alla fine oltre alla coca cola a richiesta, ma io ho bevuto solo acqua.
Frutta a scelta: fragole, kiwi, melone ecc… e un’enorme fontana di cioccolata in cui intingerli. Non ho mangiato niente.
Dolci a buffet: dai cannoli, ai bignè farciti con varie creme, ai dolci secchi alle mandorle, ai bicchierini con le mousse, a una scelta di tre gelati artiganali, qualche torta e crostata, e la torta di laurea con crema pasticcera e crema al cacao e panna. Non ho toccato niente.

Ecco, avrò messo su un sacco di calorie, ma poteva andare peggio, sinceramente.
Peccato che, davvero, non sono dimagrita molto, avevo i rotolini ieri, una cosa orrida e anche il viso e di braccia, sono veramente disgustosa e non vedo cosa possa piacere di me a Odisseo. Vado alla cieca, un salto nel vuoto che mi attende dopo.

Nonostante mi fossi coricata piangendo alle due di notte, alle 5.30 ero in piedi. Finalmente il sole, e finalmente caldo. I papaveri stanno crescendo anche sulla spiaggia e quando arrivano margherite, bocche di leone e papaveri, la primavera è arrivata.
Non fosse che me la sono vista proprio brutta.
Visto che il lungomare è impraticabile perchè già alle 6.00, ormai, il sole ti trapana gli occhi, ho scelto anfratti secondari della zoona costiera del paese, dove i pini marittimi, i nespoli con le loro grandi foglie, i pruni e le palme, ammorbidiscono i raggi del sole. Spuntano per lo più dagli enormi giardini delle ville vuote, occupate solo d’estate o al massimo durante le feste, è probabile che tra oggi e domani si riempia qualcuna di quelle villone.
A un certo punto ho avuto la pessima impressione di essere seguita. Scricchiolii, nuca che prude, rami spezzati, bisbigli e urla di vario genere che si rimbeccavano gli uccelli usciti d’improvviso col sole, e che rimbombava nel silenzio dell 6.00. Mi sono convinta che fosse mia impressione, fin quando non sento il rumore di una bottiglia di vetro rotolare sull’asfalto e una risata. Cerco di uscire da quell’intrico di vie e case senza anima viva per decine di metri e vedo due tipi, dalla pelle mulatta, con felpe e cappelli calati, svoltare l’angolo e allungare il passo. Credo di aver avuto davvero paura, perchè ho iniziato a pensare al peggio e a come cavarmela in caso fosse successo il peggio e quelli avevano intanto cominciato a fischiare e dirmi di stare insieme a loro e a fare apprezzamenti sul mio culo. Ho corso un po’ di più, ma ero spompata e loro hanno accelerato. Non avrei resistito a lungo, allora ho girato per la mia via preferita che conosco a memoria (un giorni racconterò perchè), che porta al lungomare ed è isolata e mi sono abbassata dietro una cunetta di terra smossa per la costrizione di qualcosa. Se mi avessero trovata lì, non ci sarebbe stata via di fuga, ma ero stanca e che io sapessi c’erano solo stradine lì intorno, la strada principale era vicina ma non così tanto da guadagnarla correndo. Quelli sono passati dritti verso il lungomare e io sono scappata e sono tornata sulla strada. Che poi magari mi sono solo spaventata e non sarebbe successo niente, avevo incontrato altre ragazze e signore che correvano quanche parallela prima, ma ho avuto comunque paura.
Nonostante ciò e nonostante il mal di tette da arrivo ciclo (correre col mal di tette da ciclo è impossibile), sono riuscita a fare i miei buoni 40 minuti, intervallati stavolta da qualche minuto il più visto l’inconveniente, ma li ho fatti: due step da 15 minuti e uno da 10.
Non credo abbia riassorbito tutte le calorie di ieri, ma tant’è. Correrò solo per i prossimi due o tre giorni comunque, gli ultimi 4 giorni prima di Odisseo no, potrei fare qualche lunga camminata, ma corsa no. E calerò il ritmo: domani resta sostenuto, ma soli 30 o 35 minuti; sabato sui 30 o 25 minuti e se esco la domenica di Pasqua faccio 20 minuti, ma vedo se riesco a farli continui, ultimo sforzo e poi basta, tanto questa ciccia non la levo.

Ho scritto così tanto che è tardissimo, e ora sono davvero nei guai per raggiungere il centro commerciale e portare pc e comprare vestiti per Odisseo, diamine… e in più sono passati due parenti -perchè qui quando è festa è un via vai di parenti tra il primo e 500esimo grado e trovano sempre me, of course- e hanno lasciato una gallina di ceramica impacchettata con cioccolatini dentro, credo, una colomba e un’enorme cuzzupa, quella biscottata non morbida, la mia preferita, cosparsa di glassa e intrecciata, che nel latte a colazione è un canto celestiale, che non posso non farvi vedere (peccato solo che non sia quella decorata con le uova sode che è più scenica, ma accontentatevi). C’è il riflesso della luce sulla carta decorativa e il nastro della decorazione impiccia, ma insomma, si capisce. E sì quelle a decorazione sono ancora nepitelle, ma queste non mi piacciono, sono con una pasta dura e con una marmellata d’uva e miele e fichi secchi.

E ora, saluto il mio caro blog che mi mancherà come fosse un’estensione di me stessa, e saluto chiunque passi e mi legga, ringraziando ancora una volta chi finora mi ha dato tanto e augurando a tutti voi, conoscenti o no, una bella, cioccolatosa, serena, PIENA DI FILM CHE ROMPANO LE REGOLE IDIOTE, divertente e piena d’amore (se avete la fortuna di avere amore nella vostra vita), Pasqua.
Obi Wan
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D’altronde non ho mai fatto parte dei più

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Mi pare un quadretto esaustivo, vivacemente nerd, e comunque niente male, per riassumere la giornata di ieri. Mettetici anche un odioso vento di tramontana a gelarmi trippa e trappe e la disgrazia del mio bel cappottino verde militare irrimediabilmente distrutto (e qui aprirei una lagnanza lunga pagine e pagine su quanto mi stesse bene nonostante le trippe e le trappe e quanto si intonasse ai miei capelli castani/nocciola/miele/nutella/cioccolata e ai miei occhi nocciola e cioccolata anche quelli, perchè la cioccolata vive e vegeta ovunque, e comunque avevo detto che non avrei aperto la lagnanza sul cappotto distrutto quindi la pianto).

Tre dei su-fotografati libri, li presi due giorni fa alla libreria del paesucolo. Avevo sentito parlare dell’offerta scaccia-crisi della Newton Compton, ma l’avevo francamente snobbata. Prima di tutto perchè tra le case editrici, la Newton Compton non mi piace per niente: è  superficiale, le traduzioni fanno cagare, l’impaginazione, i refusi, le pubblicità di altri loro libri sul retro delle copertine… insomma mi danno un senso di sciatteria che inficia e distrae tutta la lettura. Non sono però nuovi a sconti e promozioni davvero ottime e quindi spesso ne ho approfittato anche io, come stavolta.
Prima di tutto perchè c’erano titoli che fanno parte della mia wish list da parecchio, ma ne ho sempre rimandato l’acquisto, po me li trovo a 99 centesimi, e Newton o non Newton, francamente non ho potuto resistere. Tali sono:

  1. Il ballo, Irène Némirovsky
  2. Le notti bianche, Fedor Dostoevskij
  3. L’arte di essere felici, Seneca
  4. L’arte della guerra, Sun Tzu
  5. Il tiranno di Roma, Andrea Frediani

Dei primi due c’era addirittura solo una copia, mi è andata bene. Quel che seriamente mi dispiaceva non aver trovato, era “Lady Susan” di Jan Austen, essendomi stranamente e completamente sconosciuto, visto che ho quasi tutti la bibliografia della Austen e che io sappia ha scritto solo sei romanzi, questo settimo non-so-ancora-che-cos’è, davvero mi ha tratta in fallo e non mi piace esser tratta in fallo, soprattutto quando si parla di libri, che per me sono come aria.
L’unica speranza stava nell’unica libreria della cittadina vicina, quando sarei andata al mercato del venerdì con the mamy and the sorcel. E andare a caccia di libri, sarà datato o patetico per i più, ma per me è quasi come Pasqua, Natale e la Befana insieme. D’altronde non ho mai fatto parte dei più…

Con una buona dose di spirito di sopravvivenza mi sono dunque allontanata dalla mamy e dalla sorcel, quando quest’ultima ha cominciato a inscenare una delle sue crisi isterico-minchione e sono andata in libreria, dove un aitante giovanotto sui 35-40 (aitante e carino, ndr), mi ha informato che per principio non aveva aderito alla promozione della Newton perchè le librerie non solo non ci guadagnavano niente, ma tra commissioni e trasporto oltre che tasse sui libri, ci rimettevano pure. Perchè avrebbe dovuto rimetterci?
Non fa una grinza, mi piacciono i principi e al suo posto, “diffusione o meno della letteratura classica e contemporanea a prezzo salva crisi” (questa la pubblicazione della promozione da parte della Newton), avrei fatto la stessa scelta.

Mi piaceva ‘sto tipo e allora mi sono messa a chiacchierare con lui e gli ho confessato che, da brava libromaniaca, più che all’offerta ero interessata a questo misterioso libercolo della Austen a me completamente sconosciuto prima di questa promozione. L’ha cercato sul motore di ricerca che connette le librerie alle case editrici e mi ha confermato che l’unica edizione mai pubblicata, è effettivamente questa. Eh sì, mica sono libromaniaca a caso io!
E questo l’ha colpito.
Sarà o meno libromaniaco anche lui, ma se gestisci una libreria e soprattutto se vivi ne Burundi letterario (e non), certe cose ti colpiscono punto. L’ha colpito perchè non ero interessata alla promozione in sè, ma al libro (mezza verità), e siccome l’ha colpito mi è andato a tirar giù un enorme scatolone ancora sigillato, contenente una tonnellata in libri dei 12 volumi messi in promozione dalla Newton. Mi ha preso una copia di Jane Austen e mi ha invitata a sceglierne qualche altro, ma non potevo nè volevo approfittarmi del suo buon cuore in barba ai suoi principi e allora ho declinato, con la bava alla bocca perchè avevo lì davanti “I racconti del terrore” di Edgar A. Poe che mi guardava lascivo.
Ho prenotato un libro che devo regalare a Odisseo e mi sono scordata ala ricevuta dell’acconto e dopo qualche ora lui mi chiama sul cellulare (glelo avevo lasciato per farmi avvisare dell’arrivo del libro, tutto qui…) e mi ricorda la ricevuta, assicurandomi che, potevo anche andarla a prendere, ma che non ci sarebbe stato comunque problema alcuno se avessi ritirato il libro senza di questa, di fidarmi di lui. E figurati se non mi fido!

Gli altri due li ho recuperati in una specie di cartolibreria (non ci sono altre librerie nel giro di non so quanti chilometri qui), che li aveva tutti, tranne Poe, guarda caso. Ho preso quella cagata de “Il diario del vampiro” di Sara Jane Smith per non prender nulla dopo tutta la fatica della ricerca e perchè francamente mi è ritornata la voglia di leggere del puro, sano, inutile trash, mi diverte sempre molto. E’ una delle mie stranezze più affascinanti, invero.

A questo punto la finisco di parlare di libri e mi limito a consigliarvi di fiondarvi in libreria (la promozione dura fio a fine Marzo o a esaurimento scorte) e acquistarne qualcuno, perchè 99 centesimi sono davvero niente, perchè a parte quell’orrido bollino con scritto 99 centesimi (che non si stacca!!! La Newton non si smentisce mai in quanto a kitsch), sono colorati e carini, non superano mai le 130/150 pagine e se non li avete letti, ci sono dei classici imperdibili come “L’Amleto” di William Shakespeare e “Il grande Gatsy” di Fancis S. Fitzgerald (non li ho presi perchè li ho già letti), oltre a tutti gli altri che ho citato nel corso della narrazione.
Per onore di cronaca e per dare un senso a questo poema che ho scritto, vi aggiungo gli altri titoli disponibili che non ho ancora citato, anche perchè francamente a me non interessano:

  • Il sogno e la sua interpretazione di Freud
  • I sotterranei della cattedrale di Marcello Simone.

Sogno di una notte di primavera

Le mie colline erano sempre più morbide. Man mano che solcavamo le stradine sterrate con l’auto, sfumavano i paesaggi a me noti, con i cactus viola per i frutti troppo maturi e i biancospini con i fiori d’argento e le ginestre mai sazie del giallo al punto da rubare anche quello del sole, e tutto divenatava più ampio, meno ondulato, bucolico e neo zelandese. Diverso.
Mia madre non mi parlava e la me ragazzina cercava disperatamente degli argomenti per colmare quel silenzio odioso che lei aveva eretto, – non capisco perchè i sogni debbano essere così realistici nelle cose tristi, non è prerogativa del sogno essere “sognante”, bello, speranzoso, diverso, possibile? – parlando di tappeti, tappeti che avevo visto a bordo strada e che aveva volato via il vento forte a cui siamo abituati, noi prigionieri dei golfi.
Il sogno ha conferito tutta la sua magia al paesaggio, ecco perchè non ne è rimasta altra per plasmare il resto. C’erano tanti fiori grandi, dallo stelo arboreo e rigido, un misto tra giglio, gladiolo e orchidea, rosa fuori e gialli dentro, distese, tappeti, di quelli che il vento non poteva scardinare però, e quindi volevo compensare e scardinarli io, farne mazzi, portare con me quella bellezza anomala, ne ero attratta, ipnotizzata come una bambina davanti alla sua prima Barbie. Ma mia madre mi proibiva di scendere per raccoglierli e io le chiedevo ragioni, e poi le cercavo le ragioni, ma non le trovavo.
Allo svolto della strada guardai con nostalgia verso la collina dei fiori e vidi un burrone spezzarla e dipanarsi in profondità nero-notte, ammantato e celato dalla bellezza dei fiori. Pensai a Ulisse (Odisseo ovunque, anche quando non c’azzecca una mazza – ndr) e al canto delle sirene e capii che quei fiori erano tali – troppo belli e anomali anche per un fiore-, sirene che intrappolano le anime romantiche e stupide, perchè solo gli stupidi sentono il desiderio di raccogliere degli stupidi fiori, e allora si appropriano di queste anime stupide, facendole scivolare nel burrone invisibile dalla strada di sopra.
Ero felice perchè avevo trovato la ragione: ecco perchè mia madre non voleva farmi raccogliere i fiori, lei lo sapeva, sapeva del burrone, voleva proteggermi! Perchè le mamme sanno tutto, vero?
Allora glielo chiesi, convinta finalmente di aver dipanato la matassa: “Mamma guarda, un burrone! Meno male che non sono andata a raccogliere quei fiori strani… per questo non mi hai lasciata andare, vero mamma?”
Lei guardò verso il burrone e disse ” Quale burrone?” e quando tornò a guardare la strada io ero in una stanza vecchia e lercia, nella torrida calura di un’estate appartenente a decenni fa, decenni in cui non ero ancora nata, e a luoghi in cui non sono (ancora) stata, svegliata di soprassalto dall’amica in vacanza con me, che concitata mi racconta dell’omicidio della vecchia signora, quella della stanza accanto alla mia”.

Love feels different when it is written

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Io a correre ci sono andata, ma questa foto è di sabato, perchè oggi, oggi il mare era diventato cielo e mi rovinava addosso. Sono tornata a casa così fradicia, infreddolita, pesta, lo scaldamuscolo grigio della foto è nero di fango e fradicio oggi, le adidas inzaccherate. Ho cambiato registro, ho cercato di correre 5 minuti di seguito, due di pausa e poi altri cinque minuti, per un totale di 15 minuti di pausa e 15 di camminata. Non so se servirà a qualcosa.
Continuo a chiedermi perchè lo faccia, in due settimane e mezza cosa credo di ottenere?
Ho provato a correre di più, anche perchè oggi non potevo davvero stare fuori troppo tempo e inframezzare due minuti sognifica perdere un’ora, e quando ha iniziato a grandinare sono rientrata e mi sono osservata allo specchio mentre facevo la doccia.
Devo andare da Odisseo così?
Insomma quell’ammasso di niente e di ciccia insieme, quella brutta e orrida fallita e non laureata e non sociale e non un sacco di altro, quel tracontante viluppo di sguardo perso e disequilibrio dovrebbe presentarsi da Odisseo, dormire con Odisseo, pretendere di essere amata da Odisseo?

No. Il nostro era un amore fatto di parole, e l’amore si sente differente quando è scritto.
Ha quella leggerezza che non hanno i miei pensieri, la mia vita, che non mi conferisce la bilancia, è un amore di inderminatezza, non di determinazione.
La determinazione che a me manca, l’indeterminatezza che sono.
Ecco perchè Odisseo ha potuto amarmi in un mondo indeterminato e leggero come quello delle parole: perchè nel substrato delle interconnessioni parole-pensiero, io ci sono.
Nella determinazione della realtà, invece non esisto.

Che non vi è dato di sentire il vento

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… ma vento c’era e che vento, stamane, alle sei punto zero zero, quando sono uscita per la mia mini seduta di corsa e mi sono ritrovata sferzata come un giunco nella tempesta.
Ora, qualcuno potrebbe obiettare, preso da fervore poetico delle 7.20 della mattina, che il vento esterno altro non è che il sintomo manifesto de turbamenti dell’anima mia, come quelli del giovane Torless (vedi romanzo di Robert Musil). E non dico di no vista la notte di incubi e inferno che ho trascorso.

Non mi va di parlare della notte di incubi e inferno però, anche perchè è la copia di mille altre notti d’incubi e inferno, mi va di parlare di me sferzata come un giunco dalle intemperie, che comunque continua arcigna a correre. Forse per cercare una parte di me da salvare, chissà, piccola piccola e disperata. Dicevo, che continua sferzata e arcigna a correre, almeno fino a che quei nuvoloni bluastri che vedete in fondo alla spiaggia, non arrivano muggenti e scaricano il mare sulla mia testa.
E be’ sì, al che mi sono ritirata. Non sconfitta, però: ho corso, poco, ma ho corso. Gelandomi come Frosty, ma ho corso. Il punto è che ho corso (non si era capito eh?!), ma l’altro punto è che qui pare proprio non serva a niente correre e oggi, col vento che sferzava contrario e che mi gelava le chiappe ho fatto davvero una fatica boia.
E sono stanca di faticare inutilmente. Io non corro per la gloria, non me ne frega niente di correre per tonificare o per “fare sport” che fa tanto bene, o per “la prova costume”. Per me il costume può restarsene in un cassetto e diventare cibo per tarle.
Io corro per dimagrire e per mettermi la coscienza apposto, dicendo a me stessa che sto facendo qualcosa che mi farà dimagrire. E se non dimagrisco perchè dovrei star lì a farmi sferzare riempire di pioggia e gelo?

Non ce ne sono risposte per ora. Oggi è una giornata tosta, ho solo voglia di leggere e  non pensare ad altro. Sarà questo tempo, sarà questa notte, sarà Odisseo che si avvicina e si allontana nello stesso tempo.
Saranno le mareggiate notturne, che al ritirarsi della marea lasciano artistici ammassi di relitti sulla spiaggia lisciata dalle onde. Tra cui c’era un albero di Natale, spezzettato qua e là dalla furia della marea, ma  erano perfettamente riconoscibili tutti i suoi pezzi. Mi che razza di idiota abbia gettato un albero di Natale in mare. Mi chiedo che cosa può averlo spinto a fare un gesto così, assurdo ma quasi simbolico. Troppo simbolico per essere uno del mio paese. Qui sono tutti simbolici come cacche di cane.
Ed ecco che mi è venuta voglia di parlare con lui, chiunque sia e dovunque sia, di saèere del suo albero di Natale, di sapere di comunicare di fare qualcosa che non sia stare in casa da sola ad aspettare che il mondo finisca.Immagine

All’università del terrore

E’ un’ora che sto davanto alla pagina bianca e cicischio. Bevo un po’ di caffè, sfoglio i quotidiani on line e “l’habetis papam” è la notizia del giorno anche sul mio amato New yorker quindi chiudo anche la pagina del mio amato New yorker e risposto un po’ il cursore sulla pagina bianca di WordPress, ma poi mi butto su qualche recensione letteraria scritta da un paio di “lettrici” che conosco, così tanto per farmi molto, molto male, perchè tra quelle che conosco le “lettrici” in questione … be’ diciamo che non la pensano come me e soprattutto non la scrivono come me. Diciamo.
Prima o poi finirò questo caffè, prima o poi finirò le pagine che conosco su cui cincischiare e comincerò a scrivere del mio rapporto con l’università. Prima o poi devo farlo. E prima o poi è oggi.

Ancora no. Tra un po’…

Diamoci un taglio.
Ho quasi trent’anni, non serve Sherlock ( parlo di Sherlock il mio amato, quello del telefilm, non tanto quello dei romanzi di Doyle) per capire che sono molto in ritardo con l’università e che quindi qualche problema di fondo c’è. Perchè anche se avessi un QI inferiore alla media, una cavolo di triennale l’avrei arraffata per quanto difficile e scadente sia la mia, ma diciamocelo, si laureano cani e porci (intellettivamente parlando), anzi sembra che questi riescano a salire la china universitaria più facilmente che altri.
Quindi il problema c’è e persiste nella mia vita a prescindere dall’università che ne è stata investita e forse l’ha reso particolarmente manifesto.
Inutile, nessuno lo capisce. Gli altri non capiscono e sottolineo “gli altri” con l’intento sfacciato di conferir loro le sfumature tremebonde e misteriose dei “cattivi” di Lost.
Gli altri sono tutti, tutti quelli che NON hanno avuto, per un motivo o per un altro, un tremendo blocco nella propria vita e che questo abbia coinvolto l’università.
Gli altri sono le frasi fatte sciorinate a iosa sulla questione, – mamma quante ne ho sentite! – e sempre dalla stessa gente, gente che la questione non è in grado di sfaccettarla nè di discettarci sopra. Questioni come “non studia”, “perde tempo”, “si trastulla”, “e che ci vuole a finire”, “ma che ci vuole”, “ma pensa a tua madre”, “ma non ti vergogni”.
Chiunque affronti la cosa da questi punti di vista beceri e populisti, non ha capito niente.
Certo che mi vergogno, mi dilanio continuamente per non essere riuscita a sedermi agli esami nonostante avessi studiato, per essermi chiusa un anno in casa a ingrassare come una scrofa nel vero senso della parola perchè mi rigiravo tra i miei peccati e le mie mancanze, per non riuscire ad affrontare la cosa, per essere sottoposta continuamente a una sfilza di proioettili di pareri sull’università che mi hanno pian piano dissanguata e uccisa, per essere arrivata al punto di non riuscire ad accedere alla segreteria studenti e scaricare la domanda di fine corso perchè non riesco a respirare se lo faccio.
Che diavolo vi credete, imbecilli, che non sia stanca e che non sia un chiodo fisso per me? Che non mi faccia sentire una merda anche se “lo diaciamo per il tuo bene”?
Che non ci sia un blocco se sono dieci anni che sto qua?

Quando mi iscrissi dovevo andare a Roma, ma mio zio mi disse “E che fai? lasci tua madre da sola?” e allora rimasi qua, e lo sapevo che era un errore, ma ero buona, ero tenera, volevo FARE LA COSA GIUSTA. Peccato che non era la cosa giusta PER ME, ma non è mai importato a nessuno quale fosse la cosa giusta per me.
Io ci sto provando a spiegare perchè sono bloccata con l’università, perchè ho attacchi di panico ogni volta che apro un libro, perchè non ho smesso o cambiato facoltà, ma non ci riesco. Non riesco a spiegare perchè l’ultimo esame l’ho dato dopo 6 volte che ci andavo senza riuscire a farlo, nè perchè mi fa stare tanto male quel sistema. Non riesco. O meglio lo so perchè, ma descriverlo è impossibile.

Io ho perso mio papà quando avevo 9 anni. Questa non è la giustificazione a tutti i miei guai e le mie manchevolezze, ma ho studiato abbastanza psicologia per sapere che se eventi drammatici colpiscono i bambini in certi momenti delicati dello sviluppo – che non a caso si chiamano “fasi critiche” – e le situazioni di stallo non vengono espletate e riprese dagli adulti, permettendo così al bambino di risolverle, queste diventano cancerose per lo sviluppo naturale, affettivo e sociale, favorendo l’insorgere di disturbi della personalità, dell’alimentazione, insicurezza e senso di inadeguatezza ecc ecc…
Sono stata da una psicologa e non ho risolto molto, ma mi ha chiarito alcuni stalli della mia vita, che comunque non sono il tema di questo post quindi la smetto.

Martedì sono dovuta salire in biblioteca per rinnovare il prestito dei libri che mi servirebbero per la tesi (ferma da mesi).
In ogni punto, a ogni passo, in ogni momento o settore del campus, faticavo a reggermi in piedi e l’unico chiodo fisso era correre, scappare, cercare un posto dove respirare.
Mi sono trovata impantanata di nuovo in tutte quelle situazioni che ho vissuto un sacco di volte quando frequentavo le lezioni, l’isolamente, vedere gli altri sereni e perfettamente consci di quello che stanno facendo, di quanto siano GIUSTI e io SBAGLIATA in confronto per non essere così liscia come l’acqua di un torrente che segue il percorso stabilito. Se guardo a quel periodo, mi rivedo davanti al mio scaffale di narrativa preferito in biblioteca, uno dei pochi posti in cui scordavo tutto e respiravo.
Ecco perchè mi sono fiondata lì, martedì, sotto una gelida pioggia-neve, rischiando di rompermi il collo correndo pergli scalini gelati, ho superato tre biblioteche per raggiungere quella più in alto, dove c’è il mio scaffale., ho buttato l’ombrello in un angolo, ho chouso la borsa nell’armadietto e ho percorso con una fretta angosciosa scaffali e banconi, stidenti e labirinti di libri, per arrivare a quell’angolo isolato nella biblioteca di economia (eh sì, il mio scaffale preferito non è nella Biblioteca umnaistica, piena di narratva, pensa un po’) che ospita la Narrativa contemporanea.
E sì, una volta lì, ho respirato di nuovo.

 

La mia vita da semi-nerd

In quel di gennaio 2013, quando questo blog ebbe gli albori (vedremo se nefasti o meno, ancora non so), che non sono neanche due mesi fa ma sembrano piuttosto cinque anni fa, scrissi che il fine ultimo di questo blog era quella di espiare le mie magagne e così iniziare a vivere alla veneranda età di 29/30 anni.
Oggi è il 10 marzo corrente anni e la mia vita è iniziata così bene da aver passato la Festa della donna a casa, sola, a mangiare patate lesse senza condimenti a mo’ di Torta mimosa sciapita, a leggere Harper Lee e Raymond Carver e rivedere gli episodi di Welcome to Twin Peaks. Molto figo eh, tutta vita.
Ora, precisiamo. Non che me ne freghi una mezza cippa della Festa delle donne. In realtà non sono neanche contro la Festa delle donne per tutte quelle ragioni che paiono sciorinare tutti in coro in queste occasione (la festa della donna è tutti i giorni, è solo una pratica consumistica, va di moda, ecc ecc) di cui in non me ne frega mezza cippa tanto quanto della Festa della donna. Ma per me è una ragione per festeggiare non meno imbecille del Natale e compagnia festante, quindi non vedo perchè debba ssere bistrattata una ragione come un’altra per festeggiare e per mangiare dolci. Soprattutto per mangiare dolci. Tutta questa gente che bistratta le feste dove ci sono dolci, proprio non la sopporto io. Non perchè sia una fan Torta mimosa nella fattispecie, tant’è che me ne sono inventata una variante alla crema alla cioccolata bianca e pan di spagna al caffè pensa te perchè tutta quella roba all’ananas non me gusta mucho, ma comunque è una torta, non si scherza con le torte! Ricordate i comandamenti? E’ eresia non santificare le feste TUTTE, non solo quelle cattoliche, quindi mosca e santiificate le feste e magari inventavene delle altre religiosamente dopo il 5 aprile (incontro con Odisseo, ndr), che io mi invento i rispettivi dolci e me li mangio pure.
Sì se non fosse chiaro ho necessità impellente di dolciumi. Ma tengo duro sennò tutta questo correre strascicato non mi serve a una mazza.

Dicevo, che la mia vita non è iniziata perchè mangio patate lesse quando dovrei essere fuori a vivere un po’ e invece esco neanche per santificare le feste, e neanche i sabati.
Sono uscita però di domenica, come le vecchie.
Sono andata a una specie di mercato dell’antico e c’ho guadagnato degli orecchini di pizzo bianco che mi ha regalato un’amica di mia mamma. Tutto figo quanto un ermellino morto.
In tutto ciò, ecco il momento in cui anche la miseranda vita di Calipso raggiunge strordinarie vette. Peccato che siano il massimo della non figaggine, più sotto sponda nerd (capito, Grimilde?!).
Prima di tutto, tra la robaccia del mercato c’era una mini-bancarella di libri (nell’ameno paesucolo!) praticamente nuovi a 1.00 euro e credevo fossero cagate inutili, invece spulcia spulcia era pieno di libri splendidi e ci sono rimasta un’ora a spulciare (nell’ameno paesucolo!). Peccato che la maggior parte li avevo letti, ma ce n’erano anche un buon numero che stalla nella mia wish list da che vivo e ne ho presi solo due perchè sono uscita solo con due euro ecchenesapevo io che nell’ameno paesucolo c’erano cose a me affini come i libri? – quindi spero che tra due settimane torni il mercato in questione con la minibacarella in questione che magari esco pure volentieri (nell’ameno paesucolo!).
I libri che ho preso alla fine sono due raccolte di poesie: Antologia di Spoon river di Lee Masters e Poesia di Percie Shelley che è una vita che voglio leggere ma ho sempre rimandato.
Quindi questi sono i prossimi libri che leggerò dopo Il buio oltre la siepe e Cattedrale. In realtà io vorrei parlare anche qui delle mie letture e buttarci giù qualche recensione o mio sfogo libraceo-letterario, è che non so quanto c’azzecchi col blog, quindi esito.

Per tornare alla mia fase nerd, per chi non la conoscesse I segreti di Twin Peaks, prima di tutto si vergogni, dopo di che vada a guardarlo immediatamente! E’ una serie di sole due stagioni del 1990, è del regista David Lynch ha un cast spettacoloso ed è un misto di giallo, mistery, noir, adventure, thriller, horror, teen drama, satirico è tutto quel cavolo di telefilm e ora forse la ABC mi fa la terza stagione dopo  venti anni e magari! Perciò sto cercando di rivederlo, e anche perchè sono una misera e inguaribile nerd.

Morale della favola dopo tutte queste digressioni inutili, è che la mia vita da seminerd è ferma che neanche prima di iniziare a scrivere il blog era e che quindi devo darmi una cazzo di mossa.
Fine.

Digressione

Decalogo dei dubbi a un mese da Odisseo

Scrivo questo post, con l’unico dichiarato intento di spurgare qualsiasi ansia, dubbio, timore lagnanza relativi al mio incontro con Odisseo, perchè oggi manca un mese all’incontro e domani inizierò il più teso dei conti alla rovescia della mia vita, il più tachicardico dei miei mesi, e non ho intenzione di rovinarlo riempendolo di dubbi e ansie.
Queste insicurezze saranno anche normali, ma non mi abbandonano, e non posso continuare a lasciarli fare a loro comodo, ho troppo altro a cui pensare. Vorrei inciderli nella roccia e seppellirli a kilometri di profondità nel punto più lontano dell’oceano per lasciarmeli alle spalle del tutto. Ma pare sia una pratica difficile da attuare, quindi li scrivo qui e spero questo blog che tanto bene continua a farmi, si attivi in una qualche magia, malìa, incantesimo o quel che è e se li tenga per sè, estirpandomeli fin alle radici, perchè se non li elimino, non solo rischio di arrivare all’incontro nervosa e negativa e quindi aumento le possibilità che vada tutto a scatafascio, ma potrei non cogliere e godere delle sensazioni più uniche che rare che una situazione così meravigliosa può offrirmi, di lasciarmi sfuggire questo incredibile mese di attesa (incredibile vista la mia piatta vita) e non viverlo come merita.

  1. L’impatto. Dio quanto lo temo. Quanto è importante, non ci siamo mai visti dal vivo, sarà stranianete, cosa devo fare? Cosa devo dire? Devo lasciarmi guidare dall’istinto? Ma questo mi renderebbe goffa e imbranata, perchè il mio istinto è saltargli addosso e baciarlo, ma come faccio a farlo subito?
  2. I discorsi. Che argomenti dovrei trattare? Abbiamo sempre parlato di tutto, e lui certo non è un chiacchierone, io quando sono nervosa sparo mille cazzate, ma in quel momento mi bloccherò e non saprò che dire e ci saranno silenzi imbarazzanti e io odio i silenzi imbarazzanti, quindi dovrei prepararmi degli argomenti per rimediare a situazioni di stallo? Rischio di rendere tutto troppo artificioso e negletto?
  3. I silenzi. Ci sono e ci saranno e non possiamo farne a meno, ci sono anche per telefono. Saranno diversi dal vivo? Come li devo affrontare? Come li devo riempire? Uno sguardo? Un gesto?
  4. Il contatto. Posso prenderlo per mano? E se non lo fa lui? Posso accarezzarlo, posso sfiorargli la guancia con un bacio, posso stringerlo? Quando è esatto iniziare a farlo? E se gli faccio schifo e odia il contatto con me come faccio a saperlo? Devo sottoporlo a questa tortura?
  5. L’aspetto. E’ una grande incognita. Potrei fargli ribrezzo e no, non farlo lui a me perchè ho visto le sue foto e mi piace e sì, anche lui ha visto le mie ma ero più magra quindi come faccio a non pensarci e non far sì che diventi un ostacolo? Come faccio a essere a mio agio? Potrei fargli schifo e in quel caso dovrei andare via prima dello scadere dei cinque giorni?
  6. L’intimità. Staremo insieme 24 ore su 24, 5 giorni su 5. Questo vuol dire che dormiremo anche insieme, ma io ho dormito solo una mezza volta con un uomo ed è stato un mezzo disastro, come faccio a creare un ambiente placido e simbiotico senza far in modo che sia carico solo di imbarazzi per entrambi? E se lo annoio? E se non riesco a costruire il feeling che ci lega ora o che comuqnue ci ha contraddistinti fin dal principio? Non so farci in queste cose, non sono una molto socievole, se non con chi conosco bene, mi trovo sempre a disagio e se dovesse capitare anche con lui? Lui! Lui, lui, lui che adoro!
  7. Praticità. Le questioni pratiche come fare una doccia o offrire la cena, come cavolo devo fare? All’inizio sarà una tortura, insomma già non sono brava in queste cose, ma non voglio che paghi sempre lui solo che non so come affrontare la cosa senza essere pesante e sarò dannatamente in imbarazzo quando dovrò fare una doccia le prime volte almeno, è casa sua! Come faccio a rendere leggero quel momento?
  8. Bagaglio. Non so ancora come vestirmi e cosa portarmi perchè spero di dimagrire un po’ e di decidere nella settimana di pasqua, -santa santa pasqua aiutami tu!- qualcosa che non mi faccia sembrare un botolo inguardabile e intoccabile, so già che se non perdo almeno qualche chilo sarò un botolo inguardabile e per me sarà un vero disastro perchè non riuscirei a essere me stessa, oltre a fargli ribrezzo…
  9. Speciale. Voglio che sia speciale, voglio che lui abbia un bel ricordo di me e di quei 5 giorni, non voglio che sia uno schifo totale se non dovesse andar bene, cosa mi invento?
  10. Sesso. Non so se arriveremo a tanto, se ci arriveremo immagino significhi che le cose vanno bene, quindi non ci spero molto e non ci penso molto. Anche perchè non saprei che cacchio pensare o fare, ma se c’è una cosa che so è che non voglio dormire nel mio letto, ma nel letto con lui, posso farlo o rischio di essere invadente e indesiderata, e come faccio a capirlo?
  11. Stephen King. Il mio stupido e-book reader sta impazzendo e non mi visualizza tutti i libri di King che ho scaricato e questo mi fa incazzare di brutto visto che sto in fase King dopo aver letto il suo splendido saggio sulla scrittura e non aspettavo altro che finire i concorsi per iniziare a leggerlo visto che non lo conosco proprio, avevo già l’acquolina in bocca e ora? Dovrei farmi passare la voglia! Sì vabbè, non c’entra molto con Odisseo, ma visto che mi stavo lagnando, mi lagno del tutto e non ne parliamo più!

Calipso si sveglia alle 5 per andare a correre.

Calipso si sveglia alle 5 per andare a correre.

Calipso non corre.

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Chiedi alla polvere e polvere ti sarà data

“E c’è una ragazza ingannata dall’idea che felici fossero quelli che si affannavano, e voleva essere dei loro”

Mi sono svegliata con la voce di Gaber nelle orecchie che diceva che non piove mai quando ci sono le elezioni, per scoprire che non solo piove, ma piove polvere.  La polvere fina e nera, pura e impalpabile del deserto o dei vulcani, non lo so, ma potrebbero essere entrambe.
Certo è che non sto in Sicilia col suo Etna eruttante, nè nell’Africa del Sahara, ma io l’ho chiesta la polvere e mi è stata data.
Ho dormito col pc acceso, il suono della ventola graffia ormai nella mia testa come il più dolce dei balsami. Ho tenuto acceso youtube, neanche un telefilm, perchè il telefilm sarebbe finito e io avevo bisogno che qualcuno parlasse ininterrottamente, mi tenesse compagnia senza chiedere niente in cambio da parte mia.
Ho caricato una serie di video in rotazione e no, non c’era Gaber tra questi, ma una ragazza che faceva recensioni di libri, recensioni piene di frasi sceme e salamelecchi così inutili da fare accopponare la pelle a un bambino di quattro anni. Ma mi rilassa, vedere quanto possa essere facile la vita, senza pensieri troppo profondi o ragionati, lei che non si vergogna di essere esattamente quello che è, la placidità della sua stanza mentre risponde alle domande cretine che pare si passino tutti questi videomaker della letteratura yotubbiana.
Ha funzionato perchè il mio cuore si è calmato e ho dormito un po’.

Poi Gaber e sono andata sul balcone della mia stanza, alle 6, in pigiama, per vedere se avesse ragione e dirglielo. Ma il cielo è grigio, oggi, e l’unica nota di colore sono i fiori fosforescenti che fiocchettano il prato davanti casa, in una primavera stentata e ancora troppo vergine per imporsi alle nuvole. C’era un velo tra me e il mondo e c’ho messo un po’ a capire che era polvere, quel velo. Polvere nera che copriva tutto, copriva l’aria il balcone il prato le auto i lampioni, s’intrappolava nelle trame di pail del mio pigiama, come se il beige e il rosa fossero troppo teneri per poter essere miei, non appartenenti a un mondo che odia i colori pastello tanto quanto odia me che li vesto.
No,  il nero delle eruzioni e dei vulcani, la polvere del deserto e del fuoco, del centro della terra e del buio, è  il colore di questo Mondo, la polvere che ottunde la testa e si incastra nei polmoni per non farti respirare mai completamente libera, ma solo  quanto basta, costringendoti a essere quel che serve e nient’altro.
Se vuoi viverci in questo Mondo, è di quel nero che devi vestirti, giusto, polveroso nero, acromatico, ctonio, di fuochi ormai spenti. La polvere mi ricopriva piano, come avesse tutto il tempo del mondo per imporsi lei, non deve correre e affannarsi, lei, e io guardavo ogni granello scendere e velarmi, rendermi uguale alle auto ai fiori gialli al prato e ai lampioni.
Sono stata lì per venti minuti a concederle di coprirmi, senza pensare al freddo grigio delle albe di febbraio e al silenzio vuoto della domenica mattina. Perchè quella polvere, questa polvere, è la risposta alla mia preghiera. E’ la polvere che io ho chiesto.

«Cosí l’ho intitolato Chiedi alla polvere, perché in quelle strade c’è la polvere dell’Est e del Middle West, ed è una polvere da cui non cresce nulla, una cultura senza radici, una frenetica ricerca di un riparo, la furia cieca di un popolo perso e senza speranza alle prese con la ricerca affannosa di una pace che non potrà mai raggiungere.
E c’è una ragazza ingannata dall’idea che felici fossero quelli che si affannavano, e voleva essere dei loro». – Chiedi alla polvere, prefazione, John Fante

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Dei sabato sera, ovvero de la gente che sta in piedi senza i libri di Tom Wolfe (in un pub)

Ieri sera sono uscita e mi sono ricordata perchè non esco mai da queste parti.
Ok, passare un po’ di tempo con le mie amiche non mi dispiace mai, il problema è il contesto privo di qualsivoglia scintilla in grado di accendere qualsivoglia neurone. E con qualsivoglia neurone intendo “uno-a-caso-dei-miei-neuroni”, perchè quelli dell’altrui gente paiono accendersi benissimo e rifulgere inestinguibilmente.

Da ragazzina  pensavo che crescendo le cose sarebbero cambiate, ma questo non mi ha mai impedito di sentirmi una stupida non in grado di essere me stessa di divertirmi lì con tutti, e in definitiva di sentirmi un’asociale.
Bello constatare che alla soglia dei 30 anni le cose non sono cambiate, proprio bello, ma proprio proprio bello! Che sono la stessa asociale complessata di allora, ah …non sapete quanto sia stato bello e speciale sentirmi dannatamente fuori posto! Strano però che questo pensiero affiori solo quando esco da queste parti: perchè il mio paese e le cittadine della mia adolescenza mi fanno sentire una minorata, davvero non lo so, al punto che non posso neanche più lavorarci qui! Uno psicologo ci farebbe i soldi con me…

Ma tutte queste sono spleculazioni tratte dal mio punto di vista e potrebbero essere falsate, per stabilire se sono solo scema o un’asociale vera o se sono tutti pallosi, dobbiamo far un rapido elenco dei fatti. Rapido, che domenica o no, asociale o meno, Calipso qui deve studiare.

Dunque, prima siamo andate a mangiare la pizza in un pub bellino ma angusto, e per angusto intendo che è più grande la mia stanza nonostante quello sia stipato di bancone e tavoli e senti senti, televisioni. Mi sono chiesta a che diavolo servano quattro televisioni in una stanza grande quanto un bagno, e un millesimo di secondo dopo, le urla belluine mi hanno illuminata: partite. Quel pub bellino è un ritrovo per partitari.
No, mi correggo: tutti i pub bellini o bruttini, piccini o picciò, pizzerie, rosticcerie, messicani, arabi e neozelandesi, tutti sono stramaledetti ritrovi per partitari, qui. Ed ecco quindi cena più spettacolo, uno spettacolo rivisto mille e mille volte e condito dei più tradizionali e beceri clichè del folclore partitaro:
– alla mia destra un paio di buzzurri che rovesciavano boccali di birra ogni volta che la palla rotolava;
– alla sinistra la créme della créme: ex compagno di liceo (e pensare che l’avevo sognato ieri notte!) che mi fissa come allocco e sciorina frasi fatte una dopo l’altra insieme al suo gruppo di cicisbei, e fa il gallo cedrone con le galline del cicisbeiato, del tipo “ha fatto la cresta al palo”, “oh se io dico che vince, vince”, “eh…mi dicono tutti che potrei fare il filosofo, mi chiamano Zarathustra!”. E io che cercavo di ignorarli con le mie di chiacchiere che non vinceranno l’oscar, ma il cicisbeiato lo surclasso. Non fosse che eravamo appiccicati tutti insieme come in una grande orgia…;
– dietro di me le puledrine anti-juventus, (il che significa milaniste o interiste non vi pensata a niente che denoti una forma anfibia di personalità), che urlavano gaianti a ogni goal dell’altra squadra (ammesso che goal ci siano stati perchè non ho alzato lo sguardo verso lo schermo neanche una volta, quindi possono essersi aggrovigliati tutti in un’amplesso collettivo per quel che ne so…), insomma un vero attentato in acuti al mio padiglione auricolare e da lì al sistema nervoso centrale tutto. Il che mi ha fatto pensare, come se pensare fosse lo scudo anti-cazzate-strillate, e una teoria affascinante sul perchè io non mi sono mai trovata bene con nessuno qui, ha iniziato a formarsi: “siccome vivere continuamente in questo delirio di cazzate ti rende cazzone, poverini, non hanno scelta su cosa essere “. La conclusione della brillante teoria: “quindi sono tutti stupidi tranne me“. Mi piace ovviemente, io ne esco bene e  non capita in nessun’altra teoria, che io ne esca bene;
– davanti a me il gruppo dei sofisticati borghesi in cravatta (in un pub) con puzza elegantemente sotto al naso (in un pub) e atteggiamento da uomini e donne vissuti e vissuti con classe (in un pub) a guardare attenti e silenti lo schermo per poi commentare con sussiegosa competenza qualsiasi sbarbamento abbiano visto sullo schermo, seguito da risolino compresso alla battuta composta (in un pub).

In realtà tutto questo l’ho immagazzinato, ma c’ho prestato ben poca attenzione perchè non vedevo le mie amiche da Natale e ci siamo divertite. Finchè non siamo andate nel “pub” numero due, che tutti continuano a chiamare “pub”, ma se quello è un pub io sono Reese Witherspoon. E io non sono affatto Reese Witherspoon.
A me dispiace, le mie amiche volevano che mi divertissi e volevano farmi conoscere i tipi che piacciono loro, ma andare in un posto in cui non si può parlare perchè la musica da discoteca (in un pub) è troppo alta e devi strillare, e in cui ti mettono il timbro sulla mano quando esci per consentirti di rientrare come fossi una marca da bollo (in un pub), non è il genere di posto che io chiamo “pub” e che mi piace. E’ invece il genere di posto in cui mi trovo tremendamente fuori luogo e rimpiango i libri Tom Wolfe (non so perchè proprio Tom Wolfe, ma quando finisco in questo genere di posti, mi trovo a dannarmi l’anima per non essermi portata dietro un libro di Tom Wolfe).
Funziona così nel “pub” numero due: prima si sta tutti compressi su due poltrone, uniche nella sala, si parla di scommesse e di calcio, poi si passa nell’altra stanza a sentire qualcuno parlare di scommesse e di calcio, poi tolgono anche le due poltrone e alzano la musica cosicchè tutti possano stare in piedi col cocktailno in mano e non si sentano più a vicenda qualora venisse loro un’improvvisa necessità di parlare di scommesse e di calcio, ma tanto c’è il televisore che non si sente e che parla di scommesse e di calcio, l’apice arriva quando si fa la fila in bagno e la finta ragazzina (avrà avuto 35 anni) salta la fila per il bagno delle femminucce e va in quello dei maschietti, salvo trovare la porta chiusa perchè occupato, il che scatena forsennate risa da parte degli astanti; poi si torna di là dove il precedente branco di cretini (in piedi) ha iniziato a dimenarsi come cazzoni (in piedi).
A quel punto sono andata a farmi una birra e a rimpiagere Tom Wolfe in un angolo, salvo poi pensare alle mie amiche contrite a causa della mie stranezze, che comprendono il non voler parlare di scommesse e di calcio e il voler stare seduta, pensa pensa, il che mi ha fatto sentire (giustamente) un’acida zitella asociale e sono tornata lì, in piedi, nel branco di gente in piedi a essere una cretina che tanto tutto fa brodo e l’uomo non è un’isola (ma la donna sì, visto che “isola” è femminile, ma lasciamo perdere) ecc ecc…
Sì, uscire il sabato sera è fenomenale, mi chiedo perchè non lo faccia più spesso.
Però, per essere un’acida zitella asociale sono simpatica, perchè quando stavo andando via (c’è un limite di sopportazione quando stai in piedi a non fare niente, sappiatelo), ho detto al tipo col timbro all’uscita che mi aveva già marchiata come una mucca e tutti si sono sganasciati dalle risate. Boh. Non volevo fare dell’ironia, ma contenti loro, almeno ridono…

Mi spiace di essere così, ma sono così e io lì dentro non ci torno più.
Se poi mi passano sotto banco un libro Tom Wolfe

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