Travel diary terza parte: il viaggio secondo Trenitalia

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Io non sopporto le cabine di Trenitalia, quelle che segmentano gli Intercity in sequele di cubicoli e isolano i passeggeri in occasionali gruppi di sei persone. Non le sopporto proprio per niente, le trovo estremamente sfacciate con questa loro pretesa di favorire forzare la comunicazione comprimendo i passeggeri in spazi angusti e obbligandoli a sordidi piedini e imbarazzanti sfioramenti perpetui. Perché non usare la sana disposizione dei sedili posti in fila indiana, quella stile autobus? Lì viene rispettata l’autonomia e la privacy del viaggiatore, un diritto sacrosanto previsto nel costo del biglietto.
Non c’è niente di peggio, invece, che mettere le persone nella scomoda situazione di dover assolvere all’obbligo sociale di comunicare e conoscersi per forza. Certe cose non si fanno, Trenitalia cara! Certo puoi anche non parlare, non che ti obbligano puntandoti una pistola in bocca, ma tanto sei costretta a sorbirti le chiacchiere e le occhiatacce, lo stesso! Una volta ho conosciuto un uno studente di chirurgia di Modena così, e ancora non me lo sono del tutto scrollato di dosso, ogni tanto mi rompe i cabasisi. Vedete come sono pericolose le cabine dei treni?

Una settimana fa, a quest’ora, me ne stavo spremuta nel mio posto, numero 85 dell’Intecity Burundi-Roma, semicongestionata dall’aria condizionata rotta, mentre cannalate d’acqua sferazavano il finestrino alla mia destra con la furia di un Titano senza l’Olimpo e i suoi abitanti da massacrare.
Oltre allo splendido esemplare che qui scrive, la mia cabina comprendeva:
a) lo splendido esemplare che qui scrive, col culo incastrato tra il bracciolo e la borsa del pc color aragosta;
b) uomo d’affari borioso e incravattato con tanto di computer perennemente acceso, impegnato a spedire mail di lavoro, a rispondere alle chiamate furiose della moglie, a improvvisi intermezzi canori a voce alta;
c) le due ragazze americane new entry a causa delle quali ho dovuto spostare i miei armamenti e gelarmi le chiappe (per approfondimenti: https://webcamaccesa.wordpress.com/2013/06/06/travel-diary-seconda-parte-il-pathos-si-chiama-trenitalia/), poste l’una di fronte all’altra davanti all’entrata;
d) una donna corpulenta, senza sorriso, seduta davanti a me posto finestrino;
e) un marpione trentenne, che divideva equamente la sua attenzione tra le gambe delle americane, le mie tette, il corriere della sera e la testa della donna corpulenta;
f) un bambino indemoniato (napoletano) della cabina accanto che urlava, si gettava per terra e cominciava  ascalciare come una tartaruga sotto anfetamine che chissa perchè, continuava a scegliere la nostra cabina per i suoi eccessi di bile, sotto lo sguardo sconcertato delle americane;
g) padre e madre dell’indemoniato che per qualche oscura ragione sembravano non capire che ficcarsi entrambi dentro una cabina piena di gente, col loro marmocchio bilioso spalmato per terra a occuparne i due quarti, non era fisicamente possibile.

In questa situazione ci abbiamo passato 8 ore, 8 ore di scomodo, congelato, rattrappito, affamato viaggio. Il treno ha fatto più di un’ora di ritardo, siamo arrivati a Roma alle 20, e qui mi fermo perché non c’è altro da aggiungere. Non me la sento neanche di condannare il bambino indemoniato, i suoi genitori, forse, ma non il povero bambino costretto a viaggiare col cappotto per un’eternità.
Non sono riuscita a mangiare niente, dieta a parte, perché morivo dal freddo ogni volta che mi muovevo dal cantuccio che mi ero faticosamente ricavata. Solo alle cinque ho tirato fuori in succo di frutta ai lamponi che proprio non ce la facevo più dalla fame, ma a parte questo e lo smadonnamento continuo, ho solo letto come una dannata. Mi sono sparata un libro dopo l’altro e di generi completamente opposti: leggere così furiosamente in treno è già di per sè piacevole e direi savifico, ma saltare da un genere all’altro gli conferisce quell’aggiunta di sapore in più… come dire mangiare del cioccolato fondente e immediatamente del cioccolato al latte e nocciole per rifarti la bocca, quindi del cioccolato bianco che si trasfonde con quello al latte ancora spalmato tra palato e giugulare e poi ricominciare d’accapo. Ecco, è così! Solo che fa ingrassare di meno.

A un certo punto – e mi si creda o meno, non so neanche io come ci sono arrivata -, invece di riprendere l’unico libro ancora da concludere, ho tirato fuori la Moleskine e la penna con disegnate sopra fragole, fiori e lamponi (eh sì, sono un po’ fissata coi lamponi io), ho chiuso diligentemente la borsa, ho aperto il tavolinetto e ho iniziato a scrivere.
Così. Come quando si subisce violenza carnale e ci si sdoppia, non ero io che compivo i gesti, ma li vedevo compiere a una me fantasma.
Ho scritto. E meno male che ho scritto allora, visto che in questi giorni mi riesce poco.
Non è che sono riuscita a scrivere una storia filata filata con i ritornelli del borioso, gli sguardi del marpione, le gambe della corpulenta, il cicaleccio delle americane, l’indemoniato e i culi dei suoi genitori sulla mia faccia, ma ho scritto.
Ed è qui che le americane entrano in gioco…

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Una ciliegia prima di iniziare a scrivere

Roma.
Anzi Ciampino.
La casa è vuota e la sala rustica dove scrivo è nel seminterrato, dove il freddo dell’inverno non si è dileguato e si somma a quello anomalo di questa primavera.
Zii e cugini sono ancora a scuola o a lavoro, e io mi godo questa settimana d’attesa prima dell’inizio dello stage, rimandato a lunedì prossimo. Alla fine mi hanno fatto scapicollare fin qui solo per portare un certificato – non hanno idea di cosa sia un fax, pare, laddove lavorerò. Hanno invece idea di come si sfrutta qualcuno – questo non pare, è certo -, visto che per un pugno di euro mi toccherà lavorare 8 ore al giorno, 6 giorni a settimana.
Tutto questo non riesce a svalutare però l’entusiasmo che ho al momento, correlato alla strizza e ai dubbi sulla mia capacità o meno di far le cose che dovrò fare, ma comunque resto entusiasta per avere avuto l’opportunità di cominciare a fare qualcosa che in un modo o nell’altro avrà un valore.
L’entusiasmo è smorzato solo da momenti di pianto irrequieto e apparentemente senza senso, salvo poi trovarlo il senso nella mia Odissea con Odisseo: non so perchè, ci sentiamo e siamo tranquilli e sereni, anzi è lui che mi cerca sempre, ma ho come un sentore di perdita imminente, di nostalgia per qualcosa che si è perso che non riesco a scrollarmi di dosso e ogni tanto piango così, di punto in bianco. Forse il mio corpo sta cominciando a spurgare un po’ di lacrime piuttosto che lasciarle tutte per quando sarà, un nuovo metodo di autodifesa, centellinare il dolore piuttosto che dover affrontare l’onda d’urto quando arriverà per travolgermi.

Tutto quello che voglio fare in questa settimana cuscinetto è scrivere, scrivere, scrivere, scrivere, scrivere, scrivere, scrivere, e scrivere. Poi, finire di scrivere e scrivere ancora.
Quindi ora mi metto qui, con la mia tazza di caffè americano, inframezzato dalle ciligie grasse rosse&succose del Burundi (gli si può dire tutto al Burundi, ma non che la roba da mangiare non sia buonissima, mentre qui a Roma pare che tutto abbia lo stesso sapore, che sia pollo o ciliegie, non hanno gusto!), col mio nuovo latte rigorosamente senza lattosio (buonissimo e leggerissimo non gonfia per niente, ma perchè cavolo non l’ho bevuto finora?!), con un aforisma di Oscar Wilde da leggere per ogni ciliegia mangiata, e scrivo. Scrivo del mio viaggio, scrivo quello che ho iniziato a scrivere durante il viaggio, scrivo della mia vita, scrivo delle mie storie, scrivo sul blog, scrivo sul pc, scrivo sul quaderno, scrivo sull’agenda, scrivo sulla Moleskine, non ne frega un cazzo del cosa del dove del come e del quanto, di mia zia che sogghigna e non capisce perchè qualcuno debba scrivere.
Scrivo e basta.

Travel diary prima parte: valigia con stile per bagagli emotivi

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Antefatto

C’era una volta questa stupida ragazza che partì in un piovoso ventoso grigio perla mattino di primo giugno. La stupida ragazza doveva spostare la sua vita da un fetido posto chiamato “Burundi” a uno un po’ meno fetido chiamato “Roma”, allora prese la sua vita, la mise in uno zaino color sabbia-del-Kentucky e si apprestò a partire. Credeva di poterla stipare in uno zaino la sua vita, credeva, che tanto non era così voluminosa e piena da richiedere una borsa più capiente per contenerla e spostarla.
Non aveva considerato, la stupida ragazza, che la sua vita poteva anche essere leggera e disadorna, ma che il “bagaglio emotivo” che questa aveva generato, era di ben più sostanziosa portata. Trovò quindi a quest’ultimo una bella valigia lilla-pastello-chiaro-tendente-al-rosa – che anche i “bagagli emotivi” hanno diritto a un po’ di stile -, nuova di zecca e abbastanza capiente da contenere con agio anche qualche demone fellone restìo ad abbandonarla, che i demoni si sa, si affezionano alla gente cui devono deturpare l’anima.

La stupida ragazza era convinta di essere così forte da trasportare la sua sciapa vita nello zaino color sabbia-del-Kentucky, i demoni felloni e il corpulento bagaglio emotivo nella valigia lilla-pastello-chiaro-tendente-al-rosa, e il computer nella borsa porta pc rosso-aragosta. Quindi, così bardata, si mise in viaggio.
Poi il manico per trascinare sulle ruote la valigia bella, capiente e nuova di zecca si ruppe, e la stupida ragazza capì che era una stupida ragazza.
Ma siccome era una stupida ragazza, non recepì l’antifona, e in virtù della sua stupidità sobbarcò il considerevole peso della valigia su sè stessa e riprese il viaggio…

Fine antefatto

Il 100% che non può accontentarsi del 70% in cambio

Questa che si accinge a finire in un tripudio di ponti e parenti scesi per il ponte e cose che la gente si prospetta di fare per il ponte (la gente, non io, io non prospetto, non sono gente, non ho ponti), assume sempre più i contorni di una di quelle fatidiche e inflazionate “settimane decisive“.
La mia settimana decisiva, ha la portata, diciamo, di un calcio nello stinco e quel che è bello è che si prospetta solo come il primo, di una serie di calci nello stinco.
Che poi, e qui mi parte la riflessione filosofica, se ci pensate, la maggior parte di quelle che vengono indicate come “settimane decisive“, si concludono quasi sempre con un ritorno allo status quo o a un nulla di fatto, il che le rende decisive come un cremino sciolto a bordo strada. Ma non importa, credo che ciò che importi come in molte cose, non è quello che effettivamente è, ma lo status di importanza e luccicanza che le si attribuisce, alla settimana decisiva, intendo. E’ come se tutti avessimo bisogno di qualcosa di importante per deturpare la noia e il piattume e lo statico di un’esistenza che non ci soddisfa mai del tutto e allora che facciamo? Creiamo le settimane decisive, così tutto acquista un valore più definitivo, come in un thriller in cui ci si aspetta per forza un qualche climax di eventi, oppure usiamo altri inveterati mezzi di illusione: vediamo significati che non ci sono o ci beiamo di una bellezza che non esiste o infioriamo un progetto per renderlo più ammiccante.

Vabbè, ma chi cazzo se ne frega di tutto questo?
Nessuno, me compresa.

Quel che a me frega, è invece che io e Odisseo continueremo a sentirci. E dopo tutto quello che è successo, se questo non risulterà essere il responso più significativo e importante di questa “settimana decisiva“, vado e mi mangio quel cremino sciolto a bordo strada.
Intendiamoci. Le cose successe restano, le parole che ha detto sono qui piantate nella mia testa come lame di un rasoio e continuano a far un male boia. Ma adesso almeno hanno una spiegazione, che è il primo passo verso la risoluzione.
Per farla molto breve (abbiamo parlato fino allo sfinimento e discusso fino alla nausea), il suo infelice “sono innamorato di te al 70%“, sarebbe solo una sfortunata uscita dovuta alla mia incalzante domanda “Ma sei ancora sicuro di essere innamorato di me come mi avevi detto di essere?“: volendo farmi intendere che è innamorato, ma non ci considera ancora una coppia di fatto, si è buttato disperatamente sulle percentuali.
La conclusione cui siamo arrivati, è che lo stato di alterazione che abbiamo raggiunto in questi giorni, sia derivato da una sorta di incomunicabilità che si è creata tra noi la settimana precedente, dove vuoi per stanchezza, vuoi perchè stavamo ancora ricercando le misure giuste tra noi dopo i cinque giorni insieme a Napoli, vuoi il periodo assurdo che sia io che lui per diverse ragioni stiamo attraversando, hanno portato entrambi a credere che qualcosa da mettere in discussione ci sia.
Lui dice che non ha fatto passi indietro. Lui dice che è ancora del tutto dentro questa storia e che si è incazzato ed espresso male, non voleva farmi credere che non provasse più per me quello che provava prima, perchè non è vero. Solo che stiamo conoscendoci e ci sono “cose di me che non gli sono piaciute”. Ora, passi che poi abbiamo risolto perchè appunto queste cose che non gli sono piaciute erano figlie dall’incomunicabilità e del fraintendimento, ma per quanto mi riguarda questa frase pesa come un macigno, tanto quanto quel 70% e non sono disposta a dimenticarla.
Mi dice che non tutto del carattere di qualcuno deve sempre piacere delle altre persone e che è normale e non pregiudica necessariamente il rapporto e il sentimento e questo è il suo caso, lui dice. Il problema è che neanche a me piacciono molte cose del suo carattere, è più duro di un diamante a volte e scatta per un nonnulla, solo che cerco di andargli incontro, di capire, di chiarire e poi di accettare. Non si fa così se si vuol bene/ami qualcuno? Se poi quel che vedi non ti piace proprio vuol dire che la persona non ti piace, ma se è un difetto che non pregiudica i tuoi sentimenti, lo si affronta!
Questo non vuol dire che io sia disposta ad accettare tutto, ma finchè questi aspetti non intaccano quello che provo per lui, allora cerco di capirlo e imparo a gestirli. E’ quello che ho fatto in questi quasi 7 mesi e non sempre è stato facile.
Ma se lui alla prima mia empasse, per giunta generata da quello che lui stesso ha ammesso, una sua incomprensione, mi viene a dire che queste cose gli fanno mettere in dubbio il nostro ipotetico futuro e che riduce del 30% quello che mi aveva detto di provare al 1000 per 1000, a me non va bene e io dubito che io gli piaccia davvero.

Quindi se per lui ora tutto è come prima, per me no, decisamente no. Comincio a domandarmi anche io quanti di questi difetti che avevo accettato di lui, sono ora disposta a tollerare dopo le sue ultime uscite.
Intendiamoci di nuovo. Sono innamorata di lui, poco ma sicuro, e non si è ridotto quel che provo. Ma proprio per questo devo tutelarmi. Sto conoscendolo ancora e mi rendo conto che non è una novità, anche persone che stanno sempre appiccicate per trent’anni non possono dire di conoscersi del tutto, tutte le coppie che iniziano a stare insieme continuano a  conoscersi giorno per giorno, mica danno tutto per scontato dell’altro!
Ma anche in questa situazione di normalità, niente mi vieta di pensare realisticamente che tutto possa finire da un giorno all’altro, che lui abbia altre reazioni di questo tipo e che io non potrò più accettarlo. O che lui decida di troncare tutto improvvisamente. Non dico che lo farebbe, non dico che penso che lui non sia più preso, anche perchè in realtà mi ha dimostrato ben altro dopo la discussione, dico solo che devo proteggermi ed essere pronta a valutare Odisseo e la nostra storia più criticamente.
Poi mi ha chiesto lui stesso se voglio che continui a considerarmi legata a lui come in un principio di qualcosa, se non ancora come coppia vera, se voglio ancora che continuiamo a  frequentarci, perchè lui sì vuole, tanto quanto prima.
Perchè io avevo chiuso.
Avevo deciso di non sentirlo più, di non poter accettare il 70% e lui aveva detto che avrebbe rispettato la mia decisione anche se non era d’accordo.
Quella stessa notte mi ha chiamata, sapeva che non dormivo, non dormiva neanche lui. Mi ha detto che forse non era disposto, dopotutto, ad accettare passivamente la cosa, che era ridicolo chiudere tutto per una discussione nata da un fraintendimento e che non voleva chiudere un bel niente perchè per lui era tutto aperto. Che vuole ancora sentirmi, che vuole provare a stare con me. E io voglio provare a stare con lui ecco perchè ci sentiamo ancora.
Quel che mi preme capire ora è quanto di quel 30% che gli manca sia legato alla situazione e all’incertezza sul nostro futuro di coppia, o se invece per il 30% non gli piaccio e per il 30% non è davvero innamorato di me. Se in queste settimane dovessi realizzare che quest’ultima è la motivazione vera, rompo tutto e di corsa: passi l’incertezza dovuta alla distanza e ai dubbi su un futuro di coppia o meno, ma non accetto incertezze sul sentimento che ci sta alla base, io do il 100% da quel punto di vista e non mi accontento del 70% in cambio.

Settimane decisive, appunto, da qui fino al nostro prossimo incontro. Tutto dipende dalla verità su quel 30%. Odisseo mi ha assicurato che non compromette realmenente quel che ha sempre provato per me. Il problema è che c’è una pallina di piombo nel mio cuore che mi impedisce di crederci del tutto. Per me la prospettiva è cambiata con quel 70%.
Ora i momenti che passiamo a chiacchierare sono di nuovo belli come non potrei descrivere e io ho intenzioni di vivermeli appieno, sono felice che abbia lottato per continuare, per impedirmi di chiudere tutto.
Ma è con meno speranza sul futuro che mi accingo a vivere il mio Odisseo nelle prossime (decisive?) settimane. Però, quanto è dolce poter ancora dire, nonostante tutto, “il mio Odisseo“?

100esimo post, 100 cose da fare, 100 incubi che tornano

Questo è il Centesimo post che scrivo su questo blog e tantiauguriamme, giusto per non perdere il vizio dei festeggiamenti inutili a una settimana esatta dal mio compleanno.
In realtà, avendo aperto il blog il 15 Gennaio e scrivendo quasi tutti i giorni (e un paio di volte pubblicando due post al giorno) è anche abbastanza naturale che sia arrivata a 100 così velocemente. Mi sembrava comunque il caso di celebrarlo in un qualche modo, soprattutto alla luce di quanto successo ieri.
Ieri il mio cpc si è improvvisamente spento per non riaccendersi più e a me è venuta una sincope e un colpo apoplettico insieme, cosa che mi ha illuminata su quanto sia legata al computer, su quanto la mia triste vita ci ruoti attorno (per scrivere il post di ieri ho usato lo sgangherato pc di mio fratello, e sai che spasso scrivere con la metà dei tasti che non funzionano!).
E la prima cosa che ho pensato, è che senza pc, non avrei potuto scrivere su questo blog per un bel po’ di tempo, con molto cordoglio e panico disperato a seguire. Sarà che oramai è un meccanismo naturale quello di scrivere qui, come fosse un diario che pretende la sua dose giornaliera di cagate, sarà che forse, e ripeto, forse, in piccolissima microscopica parte, il fatto di usare la scrittura come catarsi, di raccontarmi, di scrivere un sacco di cazzate qua sopra, mi ha aiutata a ricrearmi e riprendermi un po’, sarà quel che è, ma è questa la prima cosa che ho pensato.
Una persona normale, giusta e retta avrebbe dovuto pensare che senza pc, la tesi (già ferma) sarebbe destinata a star ferma ancora a lungo, con tutte le sciagure che ne conseguono, ma è stata solo la seconda cosa che ho pensato, non la prima, che devo dirvi?
Stamattina poi si è riacceso, ma è una cosa momentanea dovrò comunque portarlo assolutamente a riparare prima che diventi un problema irrosolvibile, giacchè diventa bollente immediatamente,  la ventola fa dei rumori atroci e si spegne di tanto in tanto.

100 è un numero considerevole, 100 giorni possono cambiare la vita di qualcuno. Non è stato il mio caso, ma è realistico che accada. E’ un grande numero, tondo e importante che diventa spaventoso se associato alle cose che devi fare. E anche questo è il mio caso.
La mia priorità – a prescindere da Odisseo e dalla possibilità o meno che il Destino decida di darmi di vivere una storia d’amore con i controcavoli – è quella di andarmene via da qui, di fuggire da questa casa e da questo paese. Non so dove andrò o cosa farò, ma certo è che devo scappare. E per farlo devo riuscire:
a) a vincere i miei 100 blocchi mentali;
b) a concludere finalmente, le 100 cose da fare per poter scappare via.
Il 100 che torna, ancora e ancora.
Sono una fatalista, in un altro caso avrei detto di essere io causa della costruzione di questa ragnatela di simboli e connessioni che vedo ovunque e di tutte le begole mentali conseguenti, ma stavolta no: ho davvero 100 problemi da risolvere e 100 cose da fare da sola (tesi, sbloccare la mia incapacità di avvicinarmi all’Università, pagare la tassa, capire come destreggiarmi e risolvere certi guai che mi creo per complicarmi ulterioremente la vita, cercare un lavoro estivo nonostante i miei problemi col paese, riprendere la dieta, ricominciare a correre, ecc.. ecc…). Il “da sola” mi preoccupa tantissimo. Non riesco a respirare da sola, se ci fosse qualcuno qui vicino a me a prendermi per mano potrei farcela, ma da sola, non credo…

100 sono anche le cose che ho mangiato questa settimana e che non avrei dovuto mangiare, che mi fanno sentire gonfia come 100 mongolfiere e 100 sono le volte il cui negli ultimi giorni, ho sentito il rancido bisogno di abbuffarmi e vomitare.
Non l’ho fatto.
Stavo per farlo, ma non l’ho fatto. Ho mangiato malamente, ma non credo di essere ricaduta in qualche pericoloso meccanismo passato. Sono successe un sacco di cose questi giorni e ho perso la speranza di farcela, d’improvviso, e non ho retto.
Sono tornati, attesissimi, anche i 100 demoni che mi assillano da una vita e si sono portati via il sonno, lasciandomi un pugno di minuti di riposo a notte, dilaniato dagli incubi peggiori, i soliti che tornano in circolo.

Per questo celebro i 100 post: è un 100 che non spaventa questo, merita di essere salutato a dovere.
E ora immagino dovrei andare e iniziare a fare qualcuna di quelle 100 cose, completate le quali potrò andar via da qui.
Tipo respirare…

Di corsa

Sono in un cazzo di tremendo ritardo, ora devo ingollare questo cazzo caffè americano col dinamismo esperto di un trangugiatore abituale di birra (ieri senza caffè ho fatto un guaio dopo l’altro, non posso uscire senza caffè, ok? Non posso!) e correre sperando ci sia un autobus del cavolo che passi da questo paese del cavolo e mi porti nella cittadina vicina del cavolo. Altrimenti me la devo fare a piedi, per tipo 5 km, come ieri, e col cavolo! Ieri c’ho quasi rimesso trippa e penne e il bello sapete qual è? Che non dimagrisco, neanche un etto perdo!
Quindi non posso scrivere ora, nè leggere niente degli altri blog. Tutte le mie residue energie devono essere dedicate al caffè e al suo trangugiamento il più composto e meno schizofrenico possibile.
Buona mattina di vigilia Paqua se passate di qua, se non ci passate, l’augurio resta e diventa anche autoreferenziale, toh.

Bye

A cosa Calipso dovrà resistere

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Montagne di nepitelle con crema alla ricotta

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Cuzzupe dalle verie decorazioni consistenze

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Nepitelle zuccherate con crema di marmellata, uvetta, pinoli e nocciole

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Nuvole al cocco

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Nepiuitelle con crema di cioccolato e noci e treccia pasquale al latte

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Nepitelle alla ricotta e piatto fiorito su sfondo azzurro, dettaglio.

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“Rose del deserto”, dolcetti alla pasta di burro e cornaflakes che amo alla follia

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Cioccolatini assortiti gusti: al latte, cioccolata al latte ripiena di cioccolata bianca, cioccolato al latte ripiena di cioccolata bianco con cereali, vari gusti ripieni ai cereili, vari gusti ripieni alla nocciola, al pistacchio, alle mandorle, cioccolata ripeina panna e fragola, cioccolata ripiena latte e mente, cioccolata ripiena panna e miele, cioccolata con la nocciola dentro, cioccolata con biscotti, cioccolata alle noci, cioccolata alle castagne, cioccolata con pezzetti cereali, cioccolata alla stracciatella, cioccolata al caramello, cioccolata con pezzetti di arachidi. Mi pare stop. Ah e quella fondente con non so che ma tanto non mi piace, lì non devo resistere.

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Alcuni dei cioccolati con babbetti pasquali che Calipso regalerà a Odisseo. Ci sono inoltre tre pastiere da persone diverse e domani arriverà la pastiera alla crema pasticcera che calipso adora, regalo annuale di un’amica di famiglia che per ci mette pure le ciliegine, che calipso adora. Ci sono inoltre vari uova di pasqua tra cui il kinder, un coniglio di cioccolata nera, al latte e bianca e delle uova colorate che non so se sono al cioccolato dentro, sono d’ostia e colorate al caramello fuori ma sembrano dure dentro. Non posso fotografarli perchè non mi è permesso fotografare tutto questo, perchè mia sorella sta facendo una video conferenza nela soggiorne dove sono. Ma avete capito l’andazzo che tira.

Tre ragioni per un plauso a me stessa e per continuare a correre(?)

Io adesso non so che cacchio fare, però.
Considerato che l’incontro con Odisseo è tra 10 giorni (help to me!!!) devo continuare a correre 5-6 giorni a settima, di meno, fermarmi qualche giorno prima? No, perchè ho notato che pesandomi i giorni di corsa, peso sempre un po’ di più rispetto a quelli di non-corsa. Ora, magari non c’entra una mazza, magari è solo l’acqua che bevo quando corro (è risaputo che non bisogna pesarsi dopo immediatamente dopo aver bevuto), magari sono grassa punto, ma se si gonfiassero i muscoli di più? Non voglio andare lì, oltre che con la ciccia, anche coi muscoli così da sembrare un ciclista appena uscito dalla Parigi-Roubaix!
Quindi faccio qualche giorno di corsa alternato questa settimana e stop? O non corro poi la prossima? A parte però che siamo nella settimana di Pasqua e che ho almeno due sortite nei grassi ristoranti calabresi nei prossimi dieci giorni, quindi che faccio? Non devo toccare niente nei ristoranti? O corro il giorno dopo e mi concedo qualcosa? Niente dolci? In uno poi, a pasquetta dovrò pagare e mi secca non mangiare e pagare e poi mentre le mie amiche mangiano, non si può, quindi corro il giorno dopo?
Ma sarebbe il 2 Aprile e considerato che il 5 poi parto per Odisseo… insomma ho una confusione bestiale in testa non so che fare, non sono pratica di corse io.
Sono pratica di libri, sono pratica di film e telefilm, magari un po’ d’arte e un tantino di tecniche narrative, ma stop lì, di corse e sport proprio no. Io li odio gli sport!

Detto ciò ieri mi sono pesata e sono uscita e non mi sento proprio così abbacchiata. Lo so, è strano eh, sentirmelo dire. Badate, non è che faccia salti di gioa o che abbia abbandonato il mio mood malinconico perenne: tutte le mie turbe restano qui dove le avevamo lasciate, ben ancorate al camino grasso e grosso che le alimenta, e i miei problemi e i miei dubbi e i timori e le mie speranza rachitiche, e tutto il cucuzzaro completo. In più sono sempre orrida e non si sono modificate le mie perplessità, angosce e insicurezze su me e Odisseo, sono sempre convinta che non possa andar bene.
Ma.
Ci sono tre ragioni, piccole, stupide e insignificanti quasi, che mi fanno sorridere e accendono una lucina nel mio petto, calorosa come una piccola fiammella neonata.
Prima ragione, è che qualche chiletto l’ho perso, poco per carità e probabilmente mi sono solo sgonfiata, avrò perso liquidi, però l’ho perso e questo quantomeno mi dà il la per continuare con le sofferenze e i sacrifici e le speranze che il continuare stesso comporta. Ciò non mi rende meno cicciona, comunque, ma avendo altri 10 giorni a disposizione prima dell’incontro, magari qualcos’altro riesco a rimediarlo. Considerando sempre quanto già detto sopra, ovvero che siamo nella settimana di Pasqua, che casa mia già da sabato pullula di dolci e afrori in grado di far soffocare la gente per l’acquolina in bocca che generano, che dobbiamo considerare i pranzi coi parenti e le tappe nei ristoranti cicciosi. Quindi forse non riuscirò a racimolare molta altra ciccia persa, ma ci proverò, sono gasata e francamente non ho molto da perdere. A parte i chili e la ciccia di quelli ne ho in abbondanza da perdere.
Seconda ragione, connessa alla prima, è che ieri ho passato il pomeriggio al centro commerciale con le mie amiche con l’intento, tra gli altri, di acquistare qualcosa per il fatidico incontro, che non mi faccia proprio sembrare orrenda, ma giusto giusto bruttarella, e ho trovato molto, ma tutto abbastanza costosetto, quindi ci penserò un po’ e se non trovo niente altrove, prenderò qualcosa di ciò che ho visto (ah, concedetemi: Dio benedica sempre Terranova, le sue taglie comode, il suo stile che è il mio e i costi abbordabili!).
Ma la ragione che mi fa sorridere sta nel fatto che, nei due soli negozi dove ho acquistato qualcosa (per la cronaca, Calzedonia: un paio di collant-leggins coprenti blu elettrico; Intimissimi: una magliettina in cotonina grigio chiaro con scollo e bordi pizzati di verde pastello appena accennato, da usare come pigiama, credo, non so ancora, che mi sta benino davanti, ma mi accentua i rotoli odiosi di lato e dietro, cazzarola…),  le commesse, in entrambe le occasioni, mi hanno passato la taglia M delle calze e della magliettina! Capite?! Ok, ok, ero infagottata nel cappotto e in un grosso maglione di lana, quindi forse non hanno potuto constatare bene, ma loro sono abituate credo, a valutare a occhio le taglie e così a occhio mi hanno giudicato entrambe una M!!!! A qualcuno potrebbe parere una cazzata – anche perchè ho preso la L in entrambi i casi e spero non serva una XL ma non potevo misurare le calze e la maglietta è elastica quindi si accomoda a tutto – ma comunque per me non è una cazzata da poco, per quanto fuorviata dal fagotto che mi ricopriva, perchè M è accettabile, è magro, non perfetto, ma magro non so se corrisponde alla 46 o alla 44, perchè la 48 è L vero? Bo’ per tanto tempo ho preso la XXXL che non so più, non mi regolo. Quindi mi ha fatto sorridere, tutto qui. Almeno infagottata non sembro una cicciona assoluta, meglio di niente. Resto sempre grassa, ne sono consapevole, ma non più cicciona assoluta, credo!
Altra ragione connessa, è che mi sono trattenuta. Abbiamo fatto un aperitivo e c’erano le solite olive, arachidi salati, vari gusti e forme di patatine e pizzettine, ma io ho bevuto solo l’aperitivo, che credo fosse un crodino biondo, dal sapore. Non che sia provo di zuccheri, ma solo quello era mezzo bicchiere compresi cubetti di ghiaccio e fetta di limone, credo abbia 40 calorie ogni 10cl, quindi può andare. Ho resistito, consentitemi un plauso: sono stata brava.
Terza ragione, riguarda la corsetta odierna e anche lì, consentitemi un altro plauso, sono stata brava. Oggi tutta vita, eh?! Prima di tutto ho corso per 40 minuti (sempre intervallati) e sabato, ultima corsa della settimana scorsa, ero arrivata a 30 massimo. In più, senti senti, sono riuscita ad arrivare a ben 15 minuti di corsa continuata! Ma vi rendete conto??? Per me è tantissimo! Un mese fa non riuscivo a correre 40 secondi di fila! Solo in uno step, però, ho raggiunto i 15 minuti, negli altri due, rispettivamente 12 minuti di corsa continuata, 10 minuti e poi tre minuti finali per arrivare ai 40, ma ero sfinita alla fine.
Sarà stato il giorno di riposo di ieri (comincio a credere che bisogni intervallare i giorni per correre con uno di riposo) che mi ha fatto rifiatare, o è stato ilmeteo disastroso che mi ha concesso giusto un’oretta di pausa dalla pioggia, a farmi zampettare rapida che non avevo mica voglia di inzupparmi di nuovo, o il fatto che comunque un po’ di peso l’ho perso e questo aiuta a fare meno fatica oppure è l’esercizio e la costanza visto che corro regolarmente da quasi un mese? Non lo so, come dicevo sopra non ci capisco un’acca di queste cose, ma sta di fatto che la fatica c’è stata, sì, ma almeno non sento più il cuore che mi esce dal petto e i polmoni che collassano quando corro, ora sento dolore nei polpacci e nelle cosce.
E’ positivo? Non lo so.
Continuo così o rallento? Non so neanche questo.
Ora, davvero, non so niente.

Non pensiamoci su

C’è un sole boia.
Oggi.
Capito? Oggi c’è un sole boia, ieri, equinozio della tanto attesa primavera, no, niente, nada, nisba.
Sono andata a correre, ieri, e mi sono ritrovata:

  1.  frustata dalla pioggia a manetta;
  2. raggelata dal freddo a manetta;
  3. accecata dal vento che mi sferzava la pioggia negli occhi a manetta;
  4. infradiciata dalla pozzanghere a manetta;
  5. affaticata dai miei bellissimi scadamuscoli grigi che pesavano 7 kili in più per l’acqua;
  6. a manetta.

Insomma a che punto la resistenza, la strenua costanza e la speranza senza motivo  apparente raggiungono un limite?
Ah buh!
Ho corso solo una quindicina di minuti e poi sono rientrata, davvero non potevo andare oltre e, come nelle peggiori favole, quelle favole che hanno un odioso, manifesto intento morale e didattico per i bambini cattivi, ieri sera avevo un arcigno mal di gola (ma no! Dopo aver corso sotto il diluvio?! Chi se lo sarebbe mai aspettato?), quindi mi sono messa sotto le coperte a leggere Stephen King dalle 18.00 per quasi tutta la notte, perchè se hai mal di gola e la speranza rischia di prosciugarsi, niente è meglio di Stephen King, sotto le coperte, con la tisana fucsia e bollente sul comodino e il vento che ulula indefesso dietro le imposte.

Oggi c’è il sole e non sono andata a correre (contraddizioni), perchè ho francamente il terrore di ammalarmi e siccome l’incontro con Odisseo è alle porte, vorrei evitare almeno di arrivarci febbricitante da lui o con un orrido herpes sulle labbra.
Non che non mi aspetti che succeda qualcosa del genere, vista la mia sfiga e visto l’andazzo qui, ma quantomeno mi premunisco per quel che posso e se vedo nuvole, non esco più. Dieta o non dieta, corsa o non corsa.

L’unica cosa che posso fare in questa corsa all’amore e a una specie di nebbiosa aspirazione alla felicità, è non pensarci troppo.
Non pensare che non sono all’altezza di niente.
Non pensare che sono grassa e brutta.
Non pensare che Odisseo sembra sempre più lontano e apatico ultimamente.
Non pensare che non sto facendo ancora niente di concreto con l’Università.
Non pensare che Odisseo stesso si è unito al coro di quelli che mi dicono “ma quindi l’Università?”
Non pensare che manca un mese al mio trentesimo compleanno e che non so chi sono e cosa ne sarà di me.

E quindi leggo, recupero gli arretrati di lettura fagocitando libri su libri. Non c’è modo migliore per non pensare. Forse solo scrivere.
Dovrei scrivere?
Non lo so. Mo’ ci penso e domani ve lo dico.

I flussi di coscienza della ragazza col kiway rosso

Che chissà poi cosa pensa di lei la poca gente che è viva e vive alle 6.00 del mattino, incrociandola mentre corre o meglio, arranca (ma la vita non è un arrancare continuo?) per le strade il più possibile nascoste agli occhi della gente che vive, ma non può nascondersi del tutto perchè anche nelle strade più isolate del mondo, la gente che vive prima o poi ci arriva.
Chissà che pensa la gente che vive di questo barilotto che arranca, ricorperto da un kiway rosso più grande di almeno una taglia con la scritta “Ciampino calcio” perchè era del cugino di Ciampino, ma che ne sa la gente che la incrocia alla 6.00 del mattino? Magari pensa anche che è lei a giocare a calcio e che quel kiway è suo, non potrebbe essere più lontana dalla realtà la gente, ma è gente, che ne può sapere? La gente per definzione, non ne sa mai niente di niente, e quel che comunque è certo, è che non può immaginare che la ragazza che arranca alle 6.00 del mattino, fino a cinque minuti prima era sotto le coperte dalle 5.00 della notte a leggere Saramago, e neanche immagina la gente che vive alle 6.00, che leggere Saramago con la coscienza ancora ancorata ai fumi della notte, è come sovrapporsi a egli stesso che se ne va a spasso per Lisbona, allo stesso srotolarsi di pensieri che tracciano la strada come pietre luminose e lasciano dietro di sè le briciole di pane. A parte che la ragazza si deve accontentare del proprio ameno paesino che sì, sarà anche una piccola perla incastonata tra le colline e col mare per collana, ora che comincia a imporsi la primavera, nonostante la pioggia che la ricaccia indietro e il cielo che bigio era e bigio resta, ma le onde sono ordinate e affusolate ormai, non tormentate come lei e il mare è, non si sa come, cristallo e le viole e le pervinche e le mimose spruzzano ovunque, e che sì, sarà anche bello così l’ameno paesino, ma non è proprio Lisboa, la bella, decandente, Lisboa, dove si incontrano tutti i sud del mondo, mentre qui c’è solo questo sud, quel povero e chiuso sud ionico. Ma tant’è che Saramago se ne va per Lisboa sospinto dai suoi flussi di coscienza, e lei lo lascia sul comodino, e a sua volta se ne va sospinta dagli stessi flussi di pensiero, che non può proprio farne a meno di essere Saramago per un po’ e di pensare come lui perchè se si attiva il flusso, ti prende e non ti fermi più. Ma se ne va la ragazza, per la sua di Lisboa, chè tanto è dove siamo noi, ognuno di noi, che è il centro del mondo e non c’è un centro assoluto. E quindi la ragazza è ora al centro del mondo e arranca, per ben venti minuti di corsa non pensando che sono solo 16 i giorni che mancano a Odisseo e pensandolo nonostante tutto, che non è che non lo sa che è per lui che si spompa ogni mattina, ma quel briciolo di amor proprio quantomeno le impedisce di ammetterlo, e col vento che alza il kiway rosso troppo grande, come fosse una sottana che svela pudori poco celati, e con le prime gocce che toccano terra (sì, solo questi sono ormai i suoi amici e confessori), se ne ritorna all’ovile per sovrapporre di nuovo i suoi pensieri a quelli di Saramago senza confessargli però che vorrebbe essere lei a Lisboa e invece no, è qui e non sa che fare della propria vita in questa attesa spasmodica, ansiogena e arrancante in cui è costretta chissà per quanto chissà per come, in attesa che la sua vita inizi.

Eh no, proprio non lo possono sapere tutto questo, le persone che vivono alle 6.00 della mattina e incrociano la ragazza col kiway rosso, che arranca per le strade più nascoste di quella che non è Lisboa.

Che non vi è dato di sentire il vento

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… ma vento c’era e che vento, stamane, alle sei punto zero zero, quando sono uscita per la mia mini seduta di corsa e mi sono ritrovata sferzata come un giunco nella tempesta.
Ora, qualcuno potrebbe obiettare, preso da fervore poetico delle 7.20 della mattina, che il vento esterno altro non è che il sintomo manifesto de turbamenti dell’anima mia, come quelli del giovane Torless (vedi romanzo di Robert Musil). E non dico di no vista la notte di incubi e inferno che ho trascorso.

Non mi va di parlare della notte di incubi e inferno però, anche perchè è la copia di mille altre notti d’incubi e inferno, mi va di parlare di me sferzata come un giunco dalle intemperie, che comunque continua arcigna a correre. Forse per cercare una parte di me da salvare, chissà, piccola piccola e disperata. Dicevo, che continua sferzata e arcigna a correre, almeno fino a che quei nuvoloni bluastri che vedete in fondo alla spiaggia, non arrivano muggenti e scaricano il mare sulla mia testa.
E be’ sì, al che mi sono ritirata. Non sconfitta, però: ho corso, poco, ma ho corso. Gelandomi come Frosty, ma ho corso. Il punto è che ho corso (non si era capito eh?!), ma l’altro punto è che qui pare proprio non serva a niente correre e oggi, col vento che sferzava contrario e che mi gelava le chiappe ho fatto davvero una fatica boia.
E sono stanca di faticare inutilmente. Io non corro per la gloria, non me ne frega niente di correre per tonificare o per “fare sport” che fa tanto bene, o per “la prova costume”. Per me il costume può restarsene in un cassetto e diventare cibo per tarle.
Io corro per dimagrire e per mettermi la coscienza apposto, dicendo a me stessa che sto facendo qualcosa che mi farà dimagrire. E se non dimagrisco perchè dovrei star lì a farmi sferzare riempire di pioggia e gelo?

Non ce ne sono risposte per ora. Oggi è una giornata tosta, ho solo voglia di leggere e  non pensare ad altro. Sarà questo tempo, sarà questa notte, sarà Odisseo che si avvicina e si allontana nello stesso tempo.
Saranno le mareggiate notturne, che al ritirarsi della marea lasciano artistici ammassi di relitti sulla spiaggia lisciata dalle onde. Tra cui c’era un albero di Natale, spezzettato qua e là dalla furia della marea, ma  erano perfettamente riconoscibili tutti i suoi pezzi. Mi che razza di idiota abbia gettato un albero di Natale in mare. Mi chiedo che cosa può averlo spinto a fare un gesto così, assurdo ma quasi simbolico. Troppo simbolico per essere uno del mio paese. Qui sono tutti simbolici come cacche di cane.
Ed ecco che mi è venuta voglia di parlare con lui, chiunque sia e dovunque sia, di saèere del suo albero di Natale, di sapere di comunicare di fare qualcosa che non sia stare in casa da sola ad aspettare che il mondo finisca.Immagine

“Ti devi solo vergognare” ma però

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Ma però sono riuscita ad alzarmi alle 6.00, con tutto l’esoso peso della mia vergogna, la mattonella di cemento che persiste per cielo di cui sopra avete uno stralcio, e andare a correre dopo la disastrosa giornata di ieri. In cui non solo non ho corso, ma sono andata a dilaiarmi all’università, per poi tornare a casa ed essere ancora un tantino rosicchiata e scorticata dalla mia cara progenitrice. Eh sì sì, le conosco già tutte quelle frasette che inneggiano all’amore nei confornti della madre semper et in omne tempus, ma questa è una cronaca e tale è, posso farci ben poco e lo farei se potessi, credetemi.
La corsa non solo prosegue ma oggi sono anche riuscita a incrementare un tantino la durata che da 12 minuti di corsa è slittata a 17 minuti (no dico, diciassette minuti!), sempre intervallati dai due minuti di camminata, però.
Ma c’è di più: sono riuscita a raggiungere la seconda fase del percorso che sto seguendo che prevede due minuti di corsa e due minuti di camminata per sei volte e oggi l’ho fatto per la prima volta e ci sono riuscita! E poi per recuperare la mancata corsa di ieri, sostituita fa flagellamento mono e plurimo, ho corso qualche minuto in più (sempre intervallati) e sono arrivata a 17 minuti!
Ok, qualcuno dirà: capirai! E mi trova d’accordo sul “capirai”, in realtà non è niente di che davvero. Ma considerato che all’inizio della settimana scorsa non potevo correre un minuto senza sputare un polmone e farmi venire una sincope al cuore, per me è davvero tanto e mi fa ben sperare per il futuro, magari riuscirò a correre di più e a dimagrire.
Sì perchè, presa dall’entusiasmo mi sono pesata, rompendo la promessa di farlo solo la domenica e non solo il peso non scende, ma pare addirittura salito. Posso solo sperare che non sia una buona idea pesarsi subito dopo la corsa, forse i muscoli sono in pompa e quindi più grossi o forse mi sono riempita di acqua per reintegrare i liquidi persi, o che diamine ne so, ma spero sia così sennò tutto questo entusiasmo andràa  catafottersi ben presto.

Quindi no, non è che io smetta di vergognarmi, non sia mai, ma il fatto che stia agendo, anche se non un campo apparentemente non collegato all’univerasità che è quello dell’attività fisica e del desiderio di dimagrire, è tantissimo per me. Fiono a qualche mese fa la mia reazione sarebbe stata di pianti inconsolabili, di ansia e oppressione ancor più dilanianti dei precedenti attacchi, di fughe al supermercato e al McDonalds per riempire la borsa di schifezze, di porte sprangate e luci soffuse nella stanza, di film e telefilm scaricati e di me che mi abbuffo fino a vomitare. Andare a correre, per quanto non si sa ancora se serva o meno, è una reazione decisamente meno deleteria, tutt’altro direi.
Forse Paolo fox non si è bevuto del tutto il cervello visto che mi ha messo al primo posto questa settimana e fino a oggi è stata invece un tormento. Magari ci riprendiamo, siamo solo a mercoledì dopotutto,magari combinerò qualcosa. Per ora tutto quello che desidero fare è aspettare che l’umore del mio mare scemi da “incazzato nero” a “leggermente incaponito” e possa così spaparanzarmi sulla spiaggia con una caterva di libri da leggere, la mia moleskine metti che mi viene voglia di scrivere e un bidonata di caffè e cappuccini nelle confezioni americane. Tutto molto poco produttivo, ma almeno reingrano con la lettura.

Ora volevo soffermarmi ancora un po’ per parlare della mia situazione universitaria, ma un’ambulanza si è appena fermata davanti al mio palazzo, quindi corro a vedere che succede e incrocio le dita che non succeda niente.

Budella di rana su fuseaux grigio cielo

Dunque. Ditemi voi, no, ma è possibile che una debba uscire a correre la mattina all’alba, già con la voglia a zero che ha per tutto il codazzo di:
-pigrizia,
-dolce caldo da sotto-piumuno-da-cinque-della-mattina,
-desiderio impellente di continuare a leggere Harper Lee,
-desiderio ancora più impellente di cappuccino di soya caldo da bere prima che spunti il sole (eh sì ora mi sono data alla soya, così tanto perchè non c’ho un cazzo d’altro da fare);
-desiderio impellente al cubo di ri-vedere Welcome to Twin Peaks dopo aver letto che la cara ABC sta per produrre la terza stagione dopo vent’anni di silenzio (ah questa è la mia vena nerd che ho un po’ tralasciato in questo blog ma a cui credo troverò spazio perchè non sono ancora del tutto mortalmente strana e noiosa, temo).

Dicevo.
Già c’è tutto questo dannato codazzo di roba che mi tiene avvinghiata in casa come con liane di metallo, ma dico io, possibile che ogni sacrosanta mattina deve esserci questo cielo a darmi il benvenuto?
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Ok che sono una fan del grigio e della pioggia, ma quando sto chiusa in casa a ciurrare tè al mirtillo e riempirmi di biscotti alla cannella, sotto un pail caldo a leggere un libro, non quando devo grattare il fondo alla mia misera riserva di caparbietà! Già mi faccio un culo così per decidermi e riuscire a correre, devo anche essere sferzata dagli elementi?! E che cazzo Universo, mettiti una mano sulla coscienza e invece di centuplicare la popolazione anfibia del mio paese, cerca di diradarmi giusto un po’ il cielo e lo scirocco e il vento e la pioggia! O una caso, va bene uguale basta che fai qualcosa!

Eh neanche più sul lungomare riesco ad arrivare che inizia a piovere di brutto e lo sento ululare da qua il mare, no no grazie, negli ultimi due giorni la mia predilizione è tutta rivolta verso gli angusti viottoli del paesucolo. Paludoso, fangoso, scivoloso paesucolo.
Il punto è che tutta l’acqua che sta versando, oltre a infangare le strade e farmi fare capitomboli inenarrabili (si sono scivolata come una demente) e inzaccherare la riserva di jens, scaldamuscoli, anfibi, scarpe da ginnastica e quant’altro, ha anche dato allegramente vita a spontanee paludi e pozze che vanno ad arricchire la già nutrita flora e fauna paludosa del circondario.
Il risultato è che se non devo guardarmi dalle onde immani e dagli stupratori che fanno cucù dalla nebbia(lo scirocco non fa solo arruffare i capelli, ma quadruplica gli stupratiori: attente!), devo fare lo slalom tra mille rane, ranette, rospi, ranocchi, rane toro e anfibi di ogni altro viscido e disgustoso genere, che zompano ovunque! Per non parlare del tappeto di rane eviscerate dalle auto, che non seccano perchè sole non ce n’è, con quelle orride lingue stese per strada, corro tra fango e budella, ma ti pare il caso, sì dico a te, Universo! Senza che fai lo gnorri!
Dove diavolo dovrei andare a correre? Per non parlare del sottofondo meraviglioso di “Cra-Cra” quando non è “Kkrooo-kkroo” o “Wlatruppp-wlatrupp”, un coro disgustoso che supera i decibel delle ancora poche auto delle sei del mattino. E meno male che sono poche le auto che praticamente corro in mezzo alla strada per evitare che mi saltino addosso gli orridi esseri da tutti quei prati, canneti, aranceti e stagni che stanno a bordopista.

Quanto resisterò, davvero non lo so. So però che tra qualche mese queste parole le rimpiangerò, quando il sole mi cuocerà la collottola, e gli anfibi lasceranno il posto agli ancor più orridi rettili. Sì, vivo in un posto disgustoso: la natura è una bella cosa ma solo  quando non comprende rettili e anfibi.
A proposito di rane, c’è una tipa che incrocio ogni mattina e corre come me, povera cara, e la cosa all’inizio mi piaceva, non mi faceva sentire demente da sola. Non fosse che corre come una dannata e lo fa con una strafottenza par solo al verde vomito della sua perenne (ma non la lava mai!) divisa. Io al massimo riesco a fare il mio minuto di corsetta e quella mi doppia tre volte sempre correndo e avrà almeno vent’anni più di me. Con quella tuta verde  e le orride coscette scattanti sembra una ronocchia abnorme che spunta con un balzo da ogno curva e ogni volta che mi vede in lontananza cambia strada per potermi superare da vicino e farmi sentire una cicciona fallita.
Potevo anche famri un’amichetta di corsa, ma questa fa la maratoneta pertinace, quindi tanti saluti.

Ma passiamo alle altre disgrazie che queste sono corbellerie:

  1. sono caduta, come vi dicevo, lo scaldamuscolo grigio (giusto per essere in tinta con il cielo, altro che la ranocchia verde lì, non c’ha capito niente dell’universo quella, corre corre corre e basta!) è sceso sotto la scarpa in un punto particolarmente viscido, la gamba e slittata ed è partita per conto suo e io sono rovinata col culo nel fango imbrattando di viscire anfibie il miei fusoux (anch’essi) grigio cielo;
  2. a ogni fine minuto di corsa, quando iniziano i due di camminata e devo riprender fiato e respirare, puntualmente mi ritrovo: a) vicino a una pattumiera a inalare spazzatura; b) vicino a una fossa idrica particolarmente esposta dal maltempo a profumare fogna; c) vicino a una pasticceria meravigliosa dietro casa mia a riempirmi le nari di burroso, marmelloso, zuccheroso e fragrante odore di croissants appena sfornati. Inutile dire che l’ultima è la peggiore situazione delle tre;
  3. quando raggiungo il punto più lontano da casa, puntuale come uno svizzero rompicojoni, comincia a piovere, verminosa gelida bavosa pioggia che sembra pipì di rana e arrivo a casa gelata e con una bronchite in atto.

Direi che la lagnanza per oggi è finita.
Ci si becca domani.

Cosce sfatte e rivoluzioni

Terzo giorno di corsa, capite?! Terzo!
Eh sì lo so che sono pallosa e che sono giorni che non parlo d’altro, ma ho corso, capite? Corso!
Ok non correrò per un’ora di seguito, ok muoio di freddo, ok il lungomare è vuoto e il mare romba, ok le mie mie povere cosce stanno urlando dal dolore, ok non mi sveglio più alle 5.00 della mattina ma alle 6.30 perchè vado a letto distrutta, ok magari non perderò troppi chili a correre solo per 8 minuti totali, intervallandoli alle camminate, ma comunque mi muovo, esco, mi sfondo, ci provo.
Combatto non solo contro la mia proverbiale pigrizia, ma contro il mal tempo, i cani, il timore di essere stuprata, l’esigenza di starmene sotto le coperte a leggere il mio caro Bukowski, alle sei di una tremenda mattina di inverno (perchè sì, è ancora inverno), e contro lo sconforto di non riuscire a correre, di non riuscire a dimagrire.

Vi dico una cosa, una cosa che forse ho sempre saputo, ma che ho realizzato davvero solo in questi giorni: non importa quando si corra di per sè, o se si cammina soltanto. In realtà conta solo sconfiggere i propri blocchi. Io mi sto mettendo in gioco, mi sto impegnando davvero. Corro poco forse, ma esco con ogni tempo e situazione, sono caparbia in questo. Ed è davvero strano avere il lungomare  tutto per sè, con solo lo scirocco tutt’intorno a te, non si vedeva una mazza stamattina, solo nebbia che sembrava l’inizio di un thriller poliziesco ambientato nella vecchia Londra, quando uccidono la ragazza fessa che se ne sta in giro da sola in una situazione del genere. Non scherzo, ho avuto davvero il timore perenne che un tipo incappucciato potesse spuntare dalla nebbia a stuprarmi o sgozzarmi, e ogni tremendo rombo delle onde era un colpo al cuore anche perchè sono altre tre metri più di me, quelle cavolo di onde!

Capite ora perchè per me essere riuscita a correre tre giorni è tanto anche se in realtà non lo è? E’ una lotta con me stessa e la sto portando avanti.
Per questo se volete farlo non vi preoccupate se correte solo due minuti o se la bilancia non vi restiruisce gli sforzi impiegati, fatelo lo stesso.
Fatelo perchè conquistare l’alba è bello, fatelo perchè lo sforzo purifica, fatelo eprchè è una forma di azione.

Il programma che sto seguendo io è meraviglioso e funziona e ringrazio Vuc’s (che trovate qui: http://vicozzarecords.wordpress.com/) per avermelo consigliato: se leggi Vuc’s, grazie mille!
Lo trovate qui: http://www.albanesi.it/Corsa/cominciare.htm
Io sto chiaramente alla prima fase ovvero cammino 2 minuti e corro 1 minuto per almeno 8 volte e credetemi è meno semplice di quel che sembra. Volevo aumentare e passare alla seconda fase la settimana prossima ma mi sa che non sono ancora pronta e che persisterò con la prima fascia.
Non mi sono ancora pesata, non so se serve, ma serve o no, non credo smetterò.
Mi fa sentire troppo bene e dio solo sa se ho bisogno di sentirmi bene.

Calipso gagliarda

“La mano invisibile-ma-poi-neanche-tanto del vento, aveva riservato un’accoglienza adeguata a Calipso e al suo primo giorno di presunta corsa. Come la mano della coscienza che guida e ostacola perchè è subdola come una silfide dannata, quella del vento schiaffeggiava Calipso, in quella mattina di Marzo dall’alba grigia degli inverni più islandesi. Un ciaff umido e ben piazzato, come il bacio di un onda, poi uno secco e pungente, la rabbia del mare scatenata sulla spiaggia, la solitudine inerme del lungomare quando è sferzato dalla salsedine gelosa, e il banco di nubi che turbinavano sopra di lei, che neanche avesse scatenato la furia degli dei. Ma non se n’è mica tornata a casa, Calispo. No, era gagliarda quel dì e ha portato a termine la sua prima sessione di faticosissima corsa. D’altronte l’avete vista, lì nel mare, tra la schiuma rabbioasa, il boato e le correnti? No? Be’ Calipso sì, l’ha vista, tutta quella giada, il suo stesso verde, il suo stesso torbido, che nessuna tempesta può rubare al mare o agli occhi di Odisseo.”

Il punto è che il tempo fa cagare e il mare fa paura. Che mi sono congelata i polmoni e che sarò fortunata se non mi prende una bronchite. Che ho fatto una fatica dannata e non è che abbia poi corso così tanto. Che avevo paura perchè ero sola e se fosse caduto un fulmine o spuntato L’olandese volante da quell’orizzonte da tregenda e mi avesse trascinata tra i flutti, nessuno se ne sarebbe accorto.
Il che è perfettamente la condizione che mi serve per correre.
Sono figlia di burrasche e tempeste io, anche se sono nata nel mese dei fiori di ciliegio. Sono una conflagrazione di dissonanze io, la stessa che creano le nubi nere quando si scontrano col mare gonfio.
Ho corso, ho iniziato almeno, poco, intervallando con camminate, ma ho corso e solo quando ero sulla soglia di casa è scesa la prima goccia di pioggia.
Beneficiata dalle nuvole, sospinta dal vento e salutata dal mare.
Non per niente lui è Odisseo.

Donna che scandisce il tempo

00.13 del 28 febbraio 2013: Ho appena finito di interrogarmi sul perchè mi sia messa solo l’ultimo giorno a leggere qualcosa in un disperato tentativo di avere una riga da scrivere e non fare la pietosa figura di merda nel non scrivere proprio un cavolo per due ore mentre quelle persone decenti scrivono forsennatamente.
Ah sì, perchè sono scema. E per le crisi d’ansia, già, anche quelle.

1.08: si muore dal freddo, ma sono troppo pigra per alzarmi quindi mi arrotolo nel pail come un burritos fucsia e blu o una vecchia bacucca a seconda dei casi.

 

1.56: Faccio il caffè che sennò dormo e ci metto pure il latte perchè sono gentile con me stessa, all’1.56 tutti dovrebbero essere gentili con se stessi.

2.42: Infioritura rosso ciliegia e dolore lancinanti alle ovaie, certo, come da copione, i due giorni di ritardo non potevano diventare tre, e risparmiarmi almeno il dolore fisico, no. Quindi mi toccherà fare un concorso che non merito, senza sapere niente, andando fin lì e tornando a casa sconfitta e disperata, conversando amabilmente con gli altri concorsisti in auto, che mica posso fare lo yeti, nel primo giorno di ciclo, dopo una notte completamente insonne. Mi serve altro caffè. Decisamente.

2.43: Faccio altro caffè.

3.14: accendo video su youtube, il monotono sproloquiare di qualcheduna riempe la camera e mi mantiene in uno statp catatonico più che sveglio, mentre confondo ulteriormente le poche nozioni che ho;

3.35: Non ho più nozioni perchè non capisco una mazzaafionda di niente, ma devo almeno ripetere questa cazzo di Costituzione e tanto tra un’ora devo alzarmi inutile dormire ora che poi non mi sveglio.

3.59: Se chiudo gli occhi posso vedere la vita di una me parallela, una me che vive rettamente e che non si ritrova a studiare la notte prima dell’esame, inutilmente.

4.21: Non capisco più una mazza di niente, quindi chiudo tutto e mi guardo un film.

5.00: E’ che io proprio non ci voglio andare…

5.10: Che cosa ci si mette per andare a fare un esame che non sei in grado di fare? Leggins grigi e vestito di lanina verde e anfibi? Sì, direi di sì.

Continua prossimamente…

Il mio nuovo amante

Il mio nuovo amante

Non mi è concesso uscire di casa, avere una storia d’amore decente, mangiare muffins triplo cioccolato, fare niente che non sia studiare e morire di fame, ormai la mia vita relazionale include solo il tè, questa variante ha vinto e quindi mi faccio “penetrare” quotidianamente da ettolitri di tal popò di nero indiano. Ma il bello viene domani quando metterò in infusione contemporaneamente questa miscela zenzero e limone, più quella alla vaniglia, più quella melograno e cranberry. Tutta vita! Continuando a studiare, ovviamente. No, proprio nel senso che non staccherò neanche un secondo gli occhi dal libro, che ormai mi porto pure al cesso, metterò l’acqua a bollire leggendo e porterò la tazza bollente in camera sempre ripetendo. Si studia qui, inutilmente, ma si studia.

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Di Odisseo, del dribbling tra i fulmini, di quanto Trenitalia scassi

Ce li ho, qui davanti a me. Fulgidi e corposi come nessun biglietto del treno fu mai.
I biglietti per andare da Odisseo, di quelli parlo.
Sono il punto di non ritorno quei biglietti, non posso più tornare indietro: ora c’è una data, tra un mese e mezzo vedrò Odisseo, a casa sua, per cinque giorni e la gioia e il terrore si accavallano, ingrovigliano, marcicano nel mio cuore, al punto che se continuo così tra un mese e mezzo scoppierà e del mio organo cardiaco resteranno solo brandelli di carne asfitti.
Trovarmi tra le sue braccia, sentire il suo profumo, vederlo cucinare, vederlo muoversi, vederlo parlare, vederlo, guardarlo negli occhi, finora tutto questo ha avuto il retrogusto dolciamaro di un sogno, dai bordi fumosi e senza conseguenze nefande o meno, senza chiedersi cosa come e quanto, solo vivere il momento come in una bolla. Come nei sogni, appunto.
Ora è tutto vero è tutto possibile tanto quanto è impossibile e tutto ha una scadenza.
Ha una scadenza il giorno in cui potrei perderlo.
Ha una scadenza il giorno entro cui devo perdere almeno 10 chili.
Ha una scadenza la mia possibilità di vivere finalmente un sentimento vero o di morire definitivamente senza poter mai assaggiare l’amore.

Come tutte le cose belle, quei dannati biglietti mi hanno fatto penare prima di avere il lusso di stare qui, tra le mie tozze mani e le mie tazze di caffè e le mie candele smozzicate.
Avevamo visto una promozione su trenitalia per cui quei biglietti costavano 9 euro l’uno, andata e ritorno. Perfetto, non riuscivo a pensare di aver avuto tanta fortuna, sembrava il destino mi spianasse la strada, e quando sembra che il destino ti spiani la strada, non può andare male, no? Sennò quel cavolo di destino mica s’impegnerebbe tanto! C’ha altro da fare, io presumo, piuttosto che impegnarsi a spianare le strade inutilmente:..

“Scade ogni due mesi la promozione”, mi assicurò trenitalia e invece, col cavolo: due giorni dopo li biglietto d’andata già costava 50 euro! E tanti saluti al destino…
Siccome quello del giorno dopo era aumentato solo di 10 euro e complice il fatto che finalmente ho una data dell’esame spostato e mi sono potuta muovere con serenità, mi sono fiondata in stazione per recuperare i biglietti (ho la postpay scarica, il destino dava segni di cedimento sempre peggiori).
Arrivata in stazione tutta trepidante, ho immediatamente smesso di trepidare: i cari trenitalioti hanno ben pensato di chiudere la biglietteria tutti i pomeriggi da qua alla fine della settimana. Troppa pioggia per lavorare poverini, si bagnano. E io facevo ciao ciao con la manina ormai, alla speranza di un destino verso e non avverso, alla speranza che tutto vada bene perchè scritto da qualche parte là, dove vive il destino.

Se trenitalia e i suoi sgherri non si bagnano, qualcuno che si bagna a causa loro c’è sempre: appena uscita dalla stazione, a coronamento perfetto di un’atmosfera da tregenda, nel mentre trafelavo verso l’altra stazione nella città più vicina, è scoppiato il peggiore dei nubifragi con grandini grosse come palline da ping pong e fulmini che cadevano ovunque tutt’intorno, neanche fossimo sulla torre del dottor Frankenstein. Grazie a chissà quale cielo, nonostante la pioggia, senti senti, nell’altra stazione una su cinque delle biglietterie era aperta e ho preso l’ultimo biglietto disponibile, perchè dal giorno dopo sarebbero saliti a 50 pure quelli. Una botta di culo e il destino che mi fa l’occhilino dopo la linguaccia.

Che dopo sia dovuta rimanere bagnata fradicia in stanzione a congelarmi fino all’arrivo del treno che mi avrebbe riportata al mio paese; che ho studiato poco ripetendo cose al volo tra un tuono e una burrasca di pioggia; che ieri mattina mi sono pesata e in dieci giorni di dieta tosta non sono riuscita a perdere un chilo che sia uno e che non so proprio come farò a perderne 10 in un mese e mezzo e sono caduta nella più atroce disperazione, erano solo dettagli:
Avevo il biglietto in mano….

Deliri coffee-studio-camerali

Deliri coffee-studio-camerali

Non c’è altro che faccia tutto il giorno, che sia santo, dannato, bello o piovoso.
Prego notare bene la penna con inchiostro finito indice di furiosi grafismi, i post-it sparsi ovunque per scrivere checchessia di studio o di delirio calipsonesco, la candela al miele semiconsumata, l’invasione di tazze e confezioni di caffè che fanno tanto Gilmor girls.

Immagine

Perfetto dal dono che fa di sè

Sono stanca, sono troppo, stanca per tutto.
Stanca per il sonno perso,
stanca per la tensione dell’esame,
stanca per tutto questo studio disperato,
stanca per i problemi con Odisseo,
stanca per le incertezze sulla nostra storia,
stanca di dover sempre essere in dubbio su quello che prova per me,
stanca di dover stempre accontentarmi delle briciole,
stanca delle 6 mura della mia stanza,
stanca di questa luce di neon e lampade e delle sue ombre grottesce,
stanca di dover controllare la mia personalità dirompete,
stanca di dover tenere a bada i miei demoni,
stanca di stare a dieta mentre nell’altra stanza tutti si abbuffano di chiacchiere e castagnole e gnocchi fritti e dei nidi col miele e gli zuccherini che non so come si chiamino,
stanca di dover cercare modi di amarmi,
stanca di dovermi inventare l’affetto e l’amore,
stanca di verdure e niente cioccolata,
stanca delle “lacrime di cristallo l’hanno bagnata, goccia su goccia le hanno asciugato il cuore”,
stanca di tutto.

Quel che vorrei è che proprio ora, mentre pubblico questo post, la mia attenzione venga  distrattra da accordi di chitarre e mandolini; che mi affacci e veda sotto il mio balcone Odisseo “con una rosa venuto a me” in calzamaglia e calzoncini a sbuffo, un gruppo di raminghi che suonano, e  lui che canta “Con una rosa hai detto vienimi a cercare … io per te, muoio per te, con una rosa sono venuto a te … portami il più bel fiore, quello che duri più dell’amor per sè, il fiore che da solo non specchia il rovo, perfetto dal dolore, perfetto dal suo cuore, perfetto dal dono che fa di sè”.

Ok, ora pubblico il post e succede tutto questo, vedrete…

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