Travel diary seconda parte: il pathos si chiama “Trenitalia”

Immagine

La parte bella del viaggio è stata quando la mia mano ha tirato fuori la Moleskine dallo zaino color sabbia-del-Kentucky e ha iniziato a riempire pagine e pagine di segni più meno intellegibili, assorbendo tutto quello che succedeva intorno e convertendolo in una stringa di atti e fatti dal remoto sentore di storia.
Sì, dai, è stato un bel momento quello, non bello come incontrare uno sconosciuto e scappare con lui in Birmania, ma ha il suo valore. La Birmania non è, chiaramente, una scelta casuale, ha un suo perchè legata alla vita e alle opere tutte dello sconociuto, ma non è questa la nostra storia. La nostra storia è incentrata su questo momento di ispirata e irrazionale scrittura e direi di salvarlo questo momento, perchè tutto il resto del viaggio è stata un’emerita cagata o giù di lì.

Per fede cronicistica dico che sono partita da casa alle ore 10.00 in auto con mio fratello, e dalla stazione di Cattrbnsalkfndù alle ore 10.45, da dove sarei giunta alla stazione di Lahjfdfhwosmezia, per poi prendere il treno per Roma Termini. Eh sì, questo è il Burundi. Un treno diretto per Roma da Cattrbnsalkfndù è un concetto troppo audace per il Burundi. Quindi ho dovuto trascinare tutte le mie tipologie di bagagliame (vedi https://webcamaccesa.wordpress.com/2013/06/03/travel-diary-prima-parte-valigia-con-stile-per-bagagli-emotivi/) per tre stazioni prima di arrivare a destinazione, giàcche poi da Roma ho preso il regionale per Ciampino.
Vale la pena raccontare questa parte di viaggio solo perchè mi consente di delineare il profilo di una personalità-tipo burundiana, che sì che ce lo siamo lasciato alle spalle per un po’ ‘sto Burundi, ma quando ce l’hai nel sangue non lo abbandoni mai del tutto: il Burundi è per sempre.
Questo ragazzo di 25 anni comincia a parlarmi insistentemente, impedendomi di ignorare lui e il mondo intorno a lui leggendo, dunque mi rassegno, poso il libro e visto che devo, provo a capire con chi sto parlando. Questo “esemplare” mi narra della sua vita, di sua figlia di tre anni, della compagna con cui non vive più e a cui non vuole dare la bambina neanche quando lui è fuori città (lavora come muratore in giro per il mondo), e che se lei prova a prenderla “si ritrova al cimitero“. Codesta donna ha 17 anni, ha avuto la bambina a 14 e ha perso un bambino a 13 e loro si si sono messi insieme quando lei aveva 11 anni e lui 18. Gli ho chiesto, legittimamente credo, se era al corrente dei complicati concetti di “protezione nei rapporti sessuali” e “metodi di contraccezione” e lui ha risposto: “La prima cosa che ho fatto, però, è andare a parlare con i genitori di lei quando ci siamo messi insieme, che non voglio certo che la gente sparli, soprattutto per lei che è una ragazza, e poi pensano che è una poco di buono e io uno che io non sono un signore”. Volevo chiedergli perchè non l’hanno arrestato, pur da signore quale è, per aver fornicato con una tredicenne, ma poi mi sono resa conto che non era affar mio e sono tornata al mio libro. Il tipo mi ha chiesto il contatto facebook che ho inventato di sana pianta e mi voleva offrire il caffè, ma io non bevo caffè espresso e lui sembrava andare in confusione quando nominavo il “caffè americano” e quindi l’ho scampata. Salvo che poi il treno ha fatto 30 minuti di ritardo e me lo sono dovuto sorbire che mi girava intorno (lui e la pioggia) per tutta la degenza nella stazione. Almeno mi ha portato la valigia su per le scale…

La seconda parte del viaggio è stata pure peggio.
Il cammeo d’uomo ha preso un’altra coincidenza grazie al cielo, per l’inferno immagino, ma il mio treno, oltre a essere in ritardo, era un intercity di quelli con le cabine che io odio alla follia e pieno come un pollaio. In più non ho messo la borsa col pc tra i bagagli che avevo paura si rompesse il computer o me lo fregassero e mi sono tenuta la borsa sul sedile, e tra lei e il mio culone stavo schiacciata come una balena nel pollaio di cui sopra.
Ho impiegato mezz’ora a trovare una sistemazione il più comoda possibile, ad alzarmi e risedermi, a spostare la borsa da destra e sinistra, e mettere la borsa sopra e lo Jansport sotto, salvo poi cambiare, e riprendere lo zaino dove c’erano la sciarpa e il chiodo, perchè oltre al diluvio da tregenda fuori, dentro l’aria condizionata era a palla e il congegno che la regolava rotto, quindi ci siamo congelati gli zibidei per tutto il viaggio.
Finalmente trovo pace, il tempo di farmi la bocca con la prima pagina del nuovo libro che l’altro l’avevo finito e arriva il controllore a chiedermi di spostarmi, perchè il numero del mio posto non era quello. Ma il mio numero era già occupato da una signora corpulenta quando sono entrata e siccome uno vale l’altro, non l’ho fatta scomodare, invece il rompicoglioni fa scomodare me, “Ci sono due ragazze straniere che stanno creando problemi e non voglio che me ne creino ancora” mi dice, come se questo dovrebbe chiudere la questione.
Sacramento contro le straniere, mi alzo, prendo armi e bagagli e ricomincio tutta la trafila d’accapo, questa volta vicino al finestrino quindi con meno spazio per culo e borsa, ma in compenso con molta più aria condizionata che mi si riversa dritta dritta sullle cosce, ho dovuto prendere una felpa dalla valigia e mettere il chiodo sulle gambe per trovare un po’ di tepore che stavo sbattendo i denti, ma letteralmente proprio!
Dopo circa 5 secondi mi è venuta la pipì. Mi rialzo, di nuovo, “Scusi” “Permesso” “Sorry” “E togli quel pc dalle palle”, e mi tocca percorrere la bellezza di 6 vagoni gelati e stipati di gente e bagagli e scatole e cani (ma che ha in testa la gente che si porta i cani in treno?), prima di trovare un bagno funzionante.

Sì, lo so che il pathos è alle stelle a questo punto del fantasmagorico viaggio su Trenitalia, ma sono in ritardo e mi devo ancora vestire, quindi ciao. Non so se riuscirete a sopravvivere alla curiosità di sapere l’esito del grande viaggio o se Trenitalia verrà trucidata con molto molto dolore, prima della fine di questo.
Non credo.

Annunci

Una ciliegia prima di iniziare a scrivere

Roma.
Anzi Ciampino.
La casa è vuota e la sala rustica dove scrivo è nel seminterrato, dove il freddo dell’inverno non si è dileguato e si somma a quello anomalo di questa primavera.
Zii e cugini sono ancora a scuola o a lavoro, e io mi godo questa settimana d’attesa prima dell’inizio dello stage, rimandato a lunedì prossimo. Alla fine mi hanno fatto scapicollare fin qui solo per portare un certificato – non hanno idea di cosa sia un fax, pare, laddove lavorerò. Hanno invece idea di come si sfrutta qualcuno – questo non pare, è certo -, visto che per un pugno di euro mi toccherà lavorare 8 ore al giorno, 6 giorni a settimana.
Tutto questo non riesce a svalutare però l’entusiasmo che ho al momento, correlato alla strizza e ai dubbi sulla mia capacità o meno di far le cose che dovrò fare, ma comunque resto entusiasta per avere avuto l’opportunità di cominciare a fare qualcosa che in un modo o nell’altro avrà un valore.
L’entusiasmo è smorzato solo da momenti di pianto irrequieto e apparentemente senza senso, salvo poi trovarlo il senso nella mia Odissea con Odisseo: non so perchè, ci sentiamo e siamo tranquilli e sereni, anzi è lui che mi cerca sempre, ma ho come un sentore di perdita imminente, di nostalgia per qualcosa che si è perso che non riesco a scrollarmi di dosso e ogni tanto piango così, di punto in bianco. Forse il mio corpo sta cominciando a spurgare un po’ di lacrime piuttosto che lasciarle tutte per quando sarà, un nuovo metodo di autodifesa, centellinare il dolore piuttosto che dover affrontare l’onda d’urto quando arriverà per travolgermi.

Tutto quello che voglio fare in questa settimana cuscinetto è scrivere, scrivere, scrivere, scrivere, scrivere, scrivere, scrivere, e scrivere. Poi, finire di scrivere e scrivere ancora.
Quindi ora mi metto qui, con la mia tazza di caffè americano, inframezzato dalle ciligie grasse rosse&succose del Burundi (gli si può dire tutto al Burundi, ma non che la roba da mangiare non sia buonissima, mentre qui a Roma pare che tutto abbia lo stesso sapore, che sia pollo o ciliegie, non hanno gusto!), col mio nuovo latte rigorosamente senza lattosio (buonissimo e leggerissimo non gonfia per niente, ma perchè cavolo non l’ho bevuto finora?!), con un aforisma di Oscar Wilde da leggere per ogni ciliegia mangiata, e scrivo. Scrivo del mio viaggio, scrivo quello che ho iniziato a scrivere durante il viaggio, scrivo della mia vita, scrivo delle mie storie, scrivo sul blog, scrivo sul pc, scrivo sul quaderno, scrivo sull’agenda, scrivo sulla Moleskine, non ne frega un cazzo del cosa del dove del come e del quanto, di mia zia che sogghigna e non capisce perchè qualcuno debba scrivere.
Scrivo e basta.

Come far parlare Odisseo?

Il punto è che Odisseo non mi dice niente. L’ho appena sentito e non mi ha detto niente. Ieri abbiamo parlato come due ossessi della conversazione telefonica e non mi ha detto niente.
Oh lui parla, questo sì, e sa farlo anche bene. Attinge a un ricettacolo di parole più fornito della Torre di Babele: le prende, le morde, le strappa ‘ste parole, le dilania, le impasta di senso&saliva, le rimodella con la lingua, le emette in diabolici canti ed erre francesi, ripieni di una tale fascinosa potenza da attanagliare il cervello e comprimere l’utero.
E’ bravissimo in questo. Chissà se fa quest’effetto solo a me o anche agli altri, chissà se comprime l’utero di tutti. Forse è per questo che è stato richiesto come ghostwriter da una lista di candidati della sua città per le Comunali di questi giorni! Non parla lui, ma gli scrive i discorsi, le parole sono le sue, l’effetto dovrebbe essere lo stesso…

E’ che una volta, in tutte quelle parole che mi decantava, c’era sempre un retrogusto di meravigliosa intimità, di sentimenti così teneri da non far credere alla deflagrazione di sensazioni che accompagnavano e che in tutto ciò, facevano solo da scolo alle sue parole d’amore, quelle vere, pulite, senza ombre o dubbi, in grado di trasmutare una frase in un gesto, con buona e fottuta pace di tutte le limitazioni che la distanza comporta.
Sette mesi di meraviglia, sono stati.
Ora invece non posso neanche “accontentarmi delle briciole“, e non solo perchè io odio i luoghi comuni e i detti stradetti, li trovo tremendamente poco denotativi delle varie circonstanze che sono chiamati continuamente a rappresentare. No, è che qui non ci sono neanche briciole di cui potersi accontentare!
Tante parole, tanti discorsi, tante battute, tanti gesti d’affetto sincero, ma niente di intimo, niente che faccia pensare a noi anche solo lontanamente come a due innamorati che ci provano, almeno, a diventare una coppia. Cosa che in teoria stiamo facendo, a detta di Odisseo stesso. Ma il suo modo di farlo, dopo i tormenti di fine aprile è questo: un muro di marmo.
E io? Come rispondo a un muro di marmo?

Non lo so come si risponde a un muro di marmo.
Ho iniziato a rispondere alle sue parole rigide con discorsi leggeri, ma non sono io quella, non sono la Calipso che sono con Odisseo e non ho più intenzione di sottostare a questo gergo da Marina degli Stati Uniti d’America. Ho quindi ripreso a comportarmi come un mesetto fa, dicendo esattamente tutto quello che penso, esattamente tutto quello che provo, flirtando quando mi va, “accarezzandolo” quando ho voglia, infiocchettando i nostri discorsi di tenerezze e coccole, come posso, dove posso, quando posso. Quest’avarizia improvvisa di gesti e modi e parole e sentimenti è una sua scelta, e non ho più voglia di assecondarlo contro la mia naturale propensione.
Ma questo non vuol dire che debba (possa?) aspettarmi un riscontro di qualche tipo da parte sua, giusto? Perchè finora non ce n’è stato alcuno, anche se ho ripreso da poco questa libertà, ma comunque non riesco a tirargli fuori niente di sostanziale.
Mi chiedo se non stia sbagliando a farlo; mi chiedo se non sia tutto inutile e non debba invece considerare questa ritrosia come una fine di fatto della nostra storia e quindi non credere a quello che mi ha detto, che non è finito niente; mi chiedo cosa posso fare, se c’è qualcosa da fare per capire se Odisseo riesce a tornare ad aprirsi un po’. Non pretendo certo che sia tutto come un mese fa, se non se la sente, o che debba sentirsi obbligato a farlo, per carità. Voglio solo capire come riuscire a capire e se posso aprire una breccia nel muro di marmo che vuole erigere, prima di incontrarlo.
Perchè io un altro mese a dare 100 e ricevere 1, non so se sono in grado di sostenerlo. Avevo deciso di lasciar correre e aspettare il nostro prossimo incontro per prendere decisioni eventuali e drastiche, ma ora non sono sicura di riuscirci, non se continua così, senza una breccia alcuna a farmi rivedere il mio Odisseo dall’altra parte.

Quindi che cavolo faccio? Continuo così? Sbaglio? Non sbaglio? Quale cavolo è l’atteggiamento giusto?
Posso portarlo a rilassarsi, stabilire sempre conversazioni lisce e creare una situazione di serenità e a questo punto attaccarlo con una tenerezza.
Oppure rompere la routine e chiamarlo quando più mi aggrada, inserendo una dose di inattesa e sorpresa nei nostrio incontro telefonici.
Possi scrivergli dei messaggini carini con più regolarità, magari prima di andare a letto o la mattina preso come ho fatto stamattina.

Io non voglio arrendermi, cazzo, ma non so proprio come si fa a scavalcare un muro di marmo.

E’ questione di contegno. E di dosa-charme sfasciato.

Io credevo che gli atteggiamenti giusti da avere nelle varie circostanze normali, che sono solite presentarsi nella normale esistenza quotidiana di una persona nella norma, mi fossero sommariamente chiari. Intendiamoci, non parliamo di situazioni straordinarie, come scendere gli scalini dell’Ariston, sfilare sul red carpet, riportare la pace in Medio Oriente, pronunciare un discorso per il Nobel, salvare un bambino caduto in un tombino. Perchè no, in quei casi decisamente non saprei cosa fare e finirei col girare in tondo come una gattara schizofrenica, interrogando i miei gatti su quale sia la mossa giusta. E una volta ottenuta risposta, non saprei ancora cosa fare.
In realtà, tendo a non saper gestire molte situazioni, quando sono sotto stress combino guai e quando sono circondata da gente che non mi piace e non mi trovo a mio agio, sono sileziosa come una tomba, poi tiro fuori un libro dalla borsa, generalmente, e tutti mi guardano male, ecco quindi che torno a  sentirmi perfettamente a mio agio.
Se vogliamo cavillare, poi, non affronto ciò che richiede una qualcerta dose di charme, col dovuto charme, il quale viene invece investito in altre attività che di charme non ne richiederebbero punto. Ho il dosa-charme sfaciato, va bene? Ma a parte questo, il resto degli altri naturali comportamenti socio-umani, li ho ben chiari, ognuno al proprio posto, ognuno nella graticola del comportamento più consono alla data situazione.
Così credevo, almeno.
Invece pare che no, no, non è così.

Oggi per esempio, mi sono ritrovata con questa ragazza con cui eravamo solite scambiarci una fitta corrispondenza epistolare (mail, ma “epistolare” fa più scena), scomparsa da qualche mese, che non è in realtà scomparsa e basta, ma pare si sia resa protagonista di quel mezzuccio in voga negli ultimi anni, ovvero quello di bloccare una persona, da facebook, o sul cellulare o che so io, e togliersi ogni pensiero relativo, che i pensieri fanno male alla mente e all’anima. Un po’ come Ponzio Pilato: un modo tutto new age di lavarsi le mani.
Pare, dicevo, che questa ragazza mi abbia bloccata e impedito così ogni possibilità di contatto. Il punto, in questo caso, è che non c’era nessuna ragione per farlo! Nel senso che non eravamo amiche fraterne, ci sentivamo da anni, ma ci sono stati momenti in cui questa corrispondenza era venuta meno per un po’,  per poi riprendersi, non eravamo proprio pappa e ciccia, ecco.
C’era un certo tipo di amicizia e anche un certo affetto e io aspettavo che mi contattasse, addirittura sono arrivata a preoccuparmi che le fosse successo qualcosa, una stupida con tutti i crismi sono, proprio! Io non avevo neanche pensato alla possibilità che potesse aver fatto una cosa del genere, perchè non la ritenevo tipo da usare questi mezzucci e perchè francamente la situazione non lo richiedeve minimamente. Poi una mia amica che mi ha detto: “Ma guarda che se risulta così il suo account è perchè t’ha bloccata“. E’ andata a controllare lei ed effettivamente è così.
E io mi chiedo che cosa può spingere una persona adulta e non una dodicenne/sedicenne, a comportarsi così. Sono andata a pensare che potessi in qualche modo averla offesa, osteggiata, annoiata, ma davvero non so come avrei potuto farlo. Anzi il suo ultimo messaggio era stato “Va’, torno a casa, ceno e poi ti rispondo alla lettera tua di ieri, che è meglio“, perchè mi aveva raccontato di una pessima giornata. Figurati se andavo a pensare che mi avesse bloccata! Un’unica ragione plausibile a spingerla a fare una cosa del genere ci sarebbe, ma è talmente stupida, talmente patetica, talmente ridicola, che mi rifiuto anche solo di considerarla e scriverla qui.
Cosa ho fatto, quindi?
Le ho mandato una mail tramite l’account di questa amica, ma non per ricontattarla, solo per salutarla e dirle che mi spiace se l’ho offesa in qualche modo, che non era certo mia intenzione, che non ho comunque niente contro di lei e le auguro ogni bene e che anche se mi dispiace, va bene, non proverò a contattarla più e ciao bella ciao.
Ma non ho la pretesa che questo fosse il comportamento corretto, per carità! Quel che serve qui è contegno, signori. E il contegno giusto in questo caso sapete qual è?
Fotternese.
Hai avuto la fortuna di stabilire una relazione un tantinino più profonda di quelle che hai con la Compagnia del muretto? Alzati domani mattina e interrompila, così, senza ragione, da un momento all’altro, relazioni profonde, pfffffff che ti servono? Mangiati un pacco di patatine e sei apposto.
Hai un amico con cui giochi a freccette da anni e gli vuoi tanto bene perchè nessuno sa rendere il gioco delle freccette bello quanto ti capita quando sei con lui? Decidi che non ti piacciono le freccette e molla anche l’amico già che ci sei, che tanto puoi giocare all’allegro hippo hippo, vuoi che non trovi un amico nuovo di zecca che giochi all’allegro hippo hippo con te? Non conta con chi giochi, conta che giochi.
Sei innamorata davvero di qualcuno, ma le cose sono complicate come è di regola in amore? Non cercare di lottare per lui, no, mica vuoi essere una che lotta, no?! Chi te lo fa fare, quando puoi mollare tutto e scegliere quell’altro che ti capita a tiro? Che poi magari quello che lasci andare potrebbe essere il grande amore della tua vita, ma non lo vivrai mai perchè lottare no, no, non è il contegno giusto.

Forse un giorno capirò cosa le persone si aspettano da me, forse. Fino ad allora persevererò nel contegno sbagliato e continuerò a farmi male.
Soprattutto di Venerdì 17, perchè oggi è venerdì 17, che mi pare una notizia fondamentale, quindi in qualche modo dovevo ficcarla in questo post. Ed ecco che l’ho ficcata.

Un pinguino senza Madagascar, un Gratta e Vinci senza vinci.

Non ho chiamato Odisseo tutto il giorno, l’ho detto, l’ho fatto. Non gli ho neanche risposto ai messaggi che mi ha inviato. Mi ha chiamata lui, ma mi sono intrattenuta pochissimo e non sono stata per niente carina e propositiva. L’ho fatto, non posso ancora crederci di esserci riuscita. L’ho fatto e ora chiaramente sto in panico totale.
Credevi fosse il grande amore, cara Calipso, invece è un grande ammasso di corbellerie“, per questo non l’ho chiamato, per questa frase, che continuava a tamburellarmi in ogni dove, come la più arcigna delle ossessioni, e non parlargli mi sembrava la soluzione più naturale, perchè sono abbattuta e perchè non avevo molta voglia di sentirlo per portare davanti da sola questa pantomima.
Non potevo non farlo.
Nell’ultima settimana mi ha completamente spompata. Avrò buttato lì mille momenti carini, mille situazioni tenere e lui non ne ha colto una e ha stroncato il resto. Sono come un fagiolo messicano senza Messico, come un Gratta e Vinci senza “vinci” e col solo “gratta”, come i pinguini di Madagascar senza “Madagascar”, che i fagioli senza Messico sono solo anonimi fagioli e del solo gratta non sa che farsene nessuno, e che poi i pinguini di Madagascar sono effettivamente senza Madagascar perchè non sono in Madagascar e non lo raggiungeranno in nessuno dei quattro film il Madagascar e ho anche spoilrerato il finale di tutta la saga, ma il punto è e resta sempre Odisseo e io che sono nel panico perchè non chiama e io ora non so cosa fare, che domani e dopodomani non saprò cosa fare, che non ci capisco più niente.
Ora ho in mano un cellare derubato dei suoi accenti francesi, ricco solo di sterili codici numerici, quelli del biglietto di Trenitalia che domani mi ricondurrà nel Burundi (cosa c’è di più sterile di un codice di biglietto di treno che ti riporta nel Burundi?) per questa seconda metà di maggio, dove dovrò affrontare fallimeni, Università, tasse, parenti serpenti, burundiani in astinenza di succulente news.
E il panico dilaga….

Sparuti rantoli di.

Una persona che legge il mio blog mi ha detto che la mia vita gli sembra “interessantissima e piena di emozioni stravolgenti ed eventi significativi, tutto il contrario di quello che scrivo nella presentazione su “la mia vita che non vedo” ecc, ecc”. Ed ecco qual è stata la mia reazione al suo commento , nell’ordine:
a) tenerezza verso questa persona tanto tanto cara;
b) uno sparuto rantolo di gioia nel riflettere sulla possibilità che potrebbe forse circa perlomeno un po’ chissà se, esserci qualcosa degno di esser salvato nella mia troppo-inutile-vita;
c) definita certezza che nello scrivere tendo a romanzare inezie e a renderle degne di un decadente romanzo ottocentesco;
d) senso di esaltazione per le mie presunte capacità narrativo-blog-lagnanti;
e) senso di colpa per aver involontariamente rappresentato, probabilmente, auree meta-vite che non mi appaerengono del tutto.
Non so bene quale di queste reazioni sia quella predominante, devo ancora deciderlo, nè tantomeno quale sia quella esatta. Ma per onir di cronaca va detto che la mia vita, davvero davvero, non è questo gran coacervo di eventi e sensazioni, sono io che le estrapolo e probabilmente scrivo solo di qualche miserrimo evento significativo qui, perchè non essendoci abituata, quello mi diventa subito grattacapo e quindi lo rielabolo in queste pagine, o mi lagno forsennatamente e ri-pe-tu-ta-me-nte, nel tentativo (vano) di scrollarmelo di dosso.

Ora, tutto quello che ho appena scritto non serve a niente, quindi andiamo avanti.
Oggi non sono depressa. Va’ a vedere come è che successo, ma è successo.  E soprattutto va’ a vedere quanto durerà. Tutti i miei demoni restano qui, non se ne sono andati, per carità, e i problemi e i miei fallimenti e le orride figure da decerebrata che ho fatto con zio, amico di zio e al colloquio di lavoro, sono sempre belle belle vivide nella mia testa come uno squarcio nel petto fresco fresco di giornata. Ma al momento tutti i demoni sono seduti lì, in attesa uno vicino all’altro, con le gambe squamate incrociate, a osservare lo scorrere degli eventi e aspettare che torni il momento giusto per sferrare il prossimo attacco.
Davvero non è successo niente che giustifichi questa mia placida calma. Sono sempre troppo inutile, troppo grassa, troppo incerta su me stessa, troppo insicura, troppo incasinata, troppo bloccata con l’università, troppo stupida per vivere nel mondo, troppo lontana e inadeguata dai canoni di normalità della famiglia dei miei zii che mi ospita ora a Roma. Eppure oggi sono più tranquilla.
Sarà che mi sono grandemente rotta le palle di pensare e ripensare ricorsivamente alle solite tragedie della mia vita: so’ dieci anni che stiamo sempre allo stesso punto, una alla fine si rompe anche delle inadeguatezze, anche l’auto-dilaniamento ha un limite di saturazione, immagino.
Quindi mi prendo una vacanza dall’autodilaniamento e respiro un po’. E’ bello, eh?! E’ come avere il cervello sconnesso, annebbiato da endorfine che ti consentono spurgare i pensieri tristi e deleteri e tenedo solo quello che ti fa sopravvivere il meglio possibile. Deve essere così che si sente la gente normale, quella che vive  e non rimugina e contempla lo scorrere delle cose attribuendogli continuamente sensi e robe varie. O è così che si sente la gente sotto metanfetamine, non lo so.
E non so neanche quanto durerà, quindi me lo godo, guardo nel vuoto come un’ebete senza pensare a niente, mangio quel che acciderboli mi va senza pensare al fatto che sto diventando una ciccio-bomba e Odisseo non mi vorrà più di certo, senza pensare all’università o alla possibilità o meno di trovare un lavoro qui o lì o ‘ndo cazzo andrò a finire. Finchè dura, ripeto. Che la modalità lagnosa non va mai in prescrizione, non temete.

Oppure è perchè c’ho un impellente bisogno di scrivere – bruciante cazzo, mi bruciano le dita dal bisogno di scrivere-, e sento che sta arrivando il momento di scrivere per davvero, anzi ho già inizitato. Ma il blog mi blocca un po’: se scrivo sul blog esaurisco parte delle energie per scrivere qualcos’altro, e viceversa. Devo riflettere su questa cosa e trovare una soluzione.
Oppure questo stato di metà-pseudo-serenità dipende dal fatto che sto lontana dalla mia stanza, dal Burundi, dai miei casini.
Oppure è perchè sto a Roma e ci sono un mucchio di cose da fare e che devo fare primadi partire e persone che devo incontrare e perchè devo andare assolutamente a vedere San Pietro in Vincoli e il Mosè di Michelangelo, e Michelangelo mi mette sempre gioia infinita figurarsi visto dal vivo, quindi si potrebbe essere per Michelangelo.
Oppure è perchè ieri sono andata al cinema, e non un cinema qualunque, ma un The Space gigantesco, un villaggio vero e proprio col cinema e la passione per il cinema a regnare sovrana, e come può un cinema del genere non mettermi di buon’umore e farmi riavere fiducia nel genere umano? Ci sono tipo venti sale, negozi, negozi di gelatine, liquerizie, caramelle di tutti i gusti, abiti e borse a prezzi stracciati tutto-il-mio-stile, una Mondadori enorme con titoli dimenticati nel gorgo del tempo aperta fino alle tre di notte (!), e pop corn di tutti i gusti, e la palestra gigante ma chi se ne sbatte della palestra? Nessuno! Io sono una cinefila fatta e finita e il cinema mi rende sempre serena, a volte ci vado da sola solo per non pensare ai miei mali, quindi si capisce anche senza essere un genio, come questo per me sia fonte di sparuta gioia.
Insomma ce l’abbiamo anche nel Burundi il The Space, ma è una sputacchia ficcata alla bene e meglio in un centro commerciale, di una tristezza… e in più sta al confine tra il Terzo mondo e il Quarto, impossibile raggiungerlo senza auto e viverci una giornata.
E poi dal 9 al 16 maggio, tutti gli spettacoli saranno a soli 3 auro qui! Insomma ci vai un pomeriggio e ti sparaflesci tre film al prezzo di uno e in più con i pop corn a soli 1 euro a boccalone! Cioè… per me questo è abbastanza il paradiso soprattutto se ci si va con le persone giuste, altro che mondanità stantie ed edulcorate! Non so neanche se sarò ancora a Roma il 9 Maggio, non so che sarà di me nè ci voglio pensare al momento, ma comunque io lo segnalo: ci sono cose da cui non ci si può esimire di adempiere, come appunto segnalare il cinama a 3 euro.
E su questa segnalazione, chiudo.

La rivoluzione comincia (sempre) da un libro

Ebbene sì, l’ho fatto.
Come avevo detto e come avevo quasi ingiunto alle mie amiche M&M, dopo le loro pretese di rivoluzionare il palinsesto di Trenitalia per adeguarlo ai loro rigidi orari da cinquantenni divorziate: ho preso il treno e me ne sono andata a zonzo per la cittadina gremita di gente del 25 Aprile e l’ho fatto, senti senti, tutta da sola. Ohibò che anacronistica sfacciataggine! Una tipa in leggins simil pelle, trench e anfibi borchiati che va in giro da sola; si spara da sola un super gelato in quella mega-gelateria-famosa che fa un gelato artigianale coi contro, enorme a solo un euro e venti centesimi, con la cialda caramellata; cammina sul lungomare con i Pearl Jam e Capossela nelle orecchie da sola, finchè non si ferma e guarda te se non va a generare, a questo punto, il più eclatante degli sbalordimenti.
Dico io, proprio nella cittadina santa, sul lungomare, in un giorno di festa, con tutti i bambini a guardarla e a nutrirsi del suo cattivo esempio! E’ una vergogna, siamo nel 2013 qui nel Burundi, per certe cose uno si aspetta almeno il 5073! Ma ella non sembra pensare ai poveri bambini del Burundi che la prendono a funesto esempio. Ella è tutta presa a precorrere i tempi.
E’ con grande stizza e disappunto del Tempo stesso, che sale con noncurante eleganza sulla mezzaluna di panchine che tanto le piacciono, perchè slabbrano il lungomare a mo di anfiteatro, spostando così la ribalta dalla passegguata agli spalti e rubandola al mar d’acciaio di fine Aprile. Poi, in cima, si ferma, le mani nella capiente tracolla jeansata non lasciano presagire niente di buono, l’ansia tutta del momento congelata, come fosse una diva capricciosa che fa attendere il suo pubblico e il Tempo stesso, finchè non si scongela , e tra le sue mani vede la luce dei riflettori, finalmente, Il libro.
Ella si siede e legge sul lungomare della cittadina nel pieno disappunto di Tempo Medioevale e Cazzoni del Burundi.
Fine
Ps: il libro sotto i riflettori è “Le ore” di Micheal Cunningham, particolarmente affascinante paraltro e, qui c’è la maestria del Fato a metterci il tocco d’artista finale, racconta di tre donne collocate su tre diversi piani del tempo (reale e narrativo). Le tre donne compiono i loro gesti come legate da un filo di pensieri e azioni incredibilmente conseguenziale, che si snocciola e ha modo di esistere man mano/grazie al fatto che una delle tre donne, la scrittrice Virginia Woolf, sta scrivendo uno dei suoi libri più famosi, le cui parole a distanza di decenni, muoveranno vite e pensieri delle altre due donne che lo leggono (una delle due) o lo vivono in altri modi(l’altra), ma sempre seguendo il rintocco della sua scrittura e lo sviluppo della stesura del romanzo. E qui la chiudo.

In realtà non è stato tutto rose e fiori.
Forte anche del momento più-di-là-che-di-qua che sto passando con Odisseo, la solitudine si è fatta sentire quasi come nel periodo delle scuole. E poi sono stata abbordata disgustosamente da due tipi loschi alla stazione, tenuta d’occhio e seguita, solito seccante problema dell’andare in giro sola.
M&M mi hanno chiamata come mi avevano detto che avrebbero fatto, per vedere se riuscivamo almeno a vederci un po’. Non fosse che sembravano più interessate – una curiosità malcelata, bovina- a sapere cosa avessi mai potuto fare DA SOLA in giro per la cittadina e che posti avessi bazzicato nello specificio, piuttosto che essere seriamente interessate a vedermi.
Loro stanno sempre in due, almeno in due, non sanno che vuol dire proprio “uscire da soli”, non hanno una struttura mentale tale da permetter loro di capire una cosa così semplice, e per loro è sconveniente farsi vedere sole in questi casi. Le invidio comunque: l’una ha sempre l’altra, non sono mai sole da quasi due decenni, e siccome pensano, mangiano, parlano e vestono in esatto modo, non si annoiano mai, sanno sempre esattamente cosa fare, quando e sopratto con chi. L’una non risponde a un messaggio se prima non ha discusso con l’altra e concordato cosa dire. Lo fanno su Facebook anche, nelle conversazioni a tre, se dico o propongo qualcosa, rispondono insieme, una dopo l’altra e la stessa cosa nello stesso momento. Abbastanza inquietante.
Il problema è che mi hanno chiamata alla 18.30, quando sapevano che il mio treno era alle 19.00 e quindi non ho potuto raggiungerle, lo avrei perso. Potevano fare un salto loro alla stazione con l’auto, ma no, hanno la loro passeggiata cronometrata da fare e devono trovarsi nei posti giusti all’ora giusta qualsiasi siano questi e qualsiasi sia la NON ragione per andarci (non hanno una ragione, se la creano senza darle comunque senso, non so se mi spiego), quindi io ero un diversivo che non è contemplato nel manuale della perfetta cittadinotta burundiana. Sorvolabilissimo.
E poi, sospetto, temevano che qualcuno potesse riconoscermi come la “vergognosa lettrice di libri del lungomare” ed associarmi a loro.
Come si fa a non sentirsi soli vivendo in mezzo a cotanta marea di stronzate?

Due appunti finali:
Appunto uno: se uscite fuori per un pomeriggio solitario all’insegna di voi stessi e della lettura e avete velleità narrative e magari vi portata anche la Moleskine appresso per appuntavi le cose in caso di colpo di genio e perchè fa figo andare in giro con la Moleskine, magari ricordatevi di portare con voi anche una penna, giacchè senza, per quanto figa possa essere, la Moleskine è inutile e le vostre idee andranno in pasta al vento, che non sa che farsene per giunta.
Appunto due: non è che non è successo altro con Odisseo e non si è parlato a cascata di tutto e di noi e delle cose successe, è solo che sto tergiversando piuttosto che mettermi a scrivere di lui, che scriverne significa cadenzare i pensieri e i battiti di cuore, e ho paura di farlo. Ecco quindi che tergiverso scrivendo le stronzate della mia vita non amorosa.

Il paradosso della (mia) normalità

Sono in ritardo sulla tabella di marcia, ma.
C’è un “ma“, anzi non è un “ma“, ci sono già troppi “ma” nella mia vita consueta, per una volta che non si tratta di “ma” in quanto particella avversativa e posso trasmutarla offrendole un senso controverso minore con cui fare i conti, sfruttare la cosa è d’obbligo.
Non c’è un “ma“, dunque, ma (!) una ragione per questo ritardo.

Ieri, ovvero S-a-b-a-t-o-S-e-r-a, sono uscita come da copione (cosa che in realtà avviene con una qualcerta, usuale frequenza di recente), sono rientrata tardi come da copione e mi sono svegliata tardi Domenica mattina. Come da copione. E quindi tardi il cappuccino, tardi il passaggio obbligato sul blog, postposte tutte le abituali mosse quotidiane, sfasate dalla semi-normalità che interpreto negli ultimi tempi. Con esiti abbastanza patetici, in realtà, ma basta il pensiero.
Uscire il sabato, frequentare personaggi e scene da sabato, tutto questo mi fa sembrare/sentire/mi rende normale. Mi correggo: “mi fa sembrare/sentire/mi rende normale agli occhi degli altri”. La realtà è ben altra, giacchè si innescano una serie di paradossi atavici sulla mia persona, che si sommano a quelli quotidianamente preesistenti. La pretesa di normalità (qui si parla del senso più spicciolo e formale del termine,ok?) cui so di non poter realmente ambire, che cerco di rosicchiare nonostate tutto e di cui, in tutta verità, NON ME NE FREGHI UN CAZZO, è un salvagente di cui ho bisogno a volte e seppur tollerandola in pochissime dosi, devo ricercarla e assumerla per poter andare avanti.
Il complesso punto è questo: io non sono “normale“, ovvero non lo sono per i canoni, le abitudini e le persone che vivono a stretto contatto con me in questo paese e in quelli limitrofi, non sono come loro e come loro si aspettano che io sia /che io debba comportarmi, non lo sono mai stata. Ho provato a vestirli un sacco di volte gli abiti della ragazza in riga con le cose del suo mondo, ma non mi appartengono, faccio fatica a entrarci, mi risultano troppo stretti, come la spiacevole sensazione di indossare dei vecchi jeans se hai messo su qualche chilo. Sono abiti carini, smerigliarti di colori pagliacceschi, troppo per me, mi rendono goffa e mi soffocano.

Ho rispettato il copione, sono uscita di sabato. Segue tra parentesi un sunto breve e sorvolabilissimo della serata di ieri.
(Sono uscita con le mie amiche della cittadina vicina, M&M, anche se non ero propio in vena, ieri. Rispettavo il copione alla  ricerca di normalità e di distrazione, certo, ma la vera ragione è quella tradizione, che vede me e una delle M, festeggiare insieme il compleanno oramai da 15 anni, dal momento che siamo nate nello stesso ospedale a 4 giorni di distanza l’una dall’altra. Con loro sto bene, sono mie amiche non è qui che sta il problema, voglio loro bene, passo delle ore piacevoli in loro compagnia, non sempre mi diverto, ma la mia idea di divertimento è conseguenza della mia persona, che non avendo gusti comuni alla più alta percentuale di coetaeni di queste parti, ne consegue per forza una riduzione forzata delle mie possibilità di divertimento.
Siamo andate a cena in un pub nuovo fuori città, molto carino, pieno di gente, si mangia bene e la birra è ottima, di matrice tedesca, cruda e non molto forte, meno male che  basta una coppa piccola e la testa comincia a girarmi.
Ci siamo aggiornate.
Abbiamo scherzato.
Abbiamo riso.
Ci siamo truccate scambiandoci gli ombretti perlescenti, come bimbette di 12 anni.
Ci siamo scambiate i regali, e mi hanno regalato un profumo con i controcazzi, il Guilty di Gucci che io adoro, ma costando 56 euro la boccetta da 50ml, non l’ho mai acquistato direttamente, solo un’altra volta mi era stato regalato e loro sapevano che l’avevo finito.
Io ho regalato a M un set dell’Acquolina composto da me con profumo alla fragola e panna, acqua corpo alla rosa e violetta, crema scrub corpo e mousse bagno Pink Sugar, neanche lontanamente vicino al prezzo del Gucci, ma è anche vero che loro erano in due. In più ho portato alla M numero due, degli orecchini ricamati fatti da mia madre, affinchè potesse avere anche lei un pensierino sennò aprivamo tutte regali tranne lei ed è una cosa triste. Credo.
Poi siamo andate nel solito pseudo pub ballereccio che piace loro così tanto (e a me manco per finta mi piace, l’ho detto loro che mi fa cagare), che c’è il tipo cui è interessata una delle M e che è un mezzo imbecille a cui non so mai che cavolo dire, ma meno scemo della percentuale delle precedenti fiamme di entrambe e qui la chiudo altrimenti dovrei aprire un capitolo immenso sui metodi infantili e stupidi di corteggiamento e di scelta e avvicinamento del maschio che M&M si intestardiscono a usare da anni e che io non condivido e non comprendo proprio.)

Col fatto che sono vincolata con gli orari visto che non ho un auto, sono dovuta andar via relativamente presto dal pub ballereccio e questa mossa, che potrebbe essere considerata scomoda (e giustamente) dai più, io la accolgo sempre con un certo sollievo.
E qui cominciamo con i paradossi.
Il primo paradosso: sono felice di uscire con M&M, ma a piccole dosi: a un certo punto mi annoio o comincio a sentirmi a disagio e non c’è niente di peggio del disagio fuori, nei pub ballerecci, il sabato sera.
Secondo angusto paradosso: sì, uscire mi rende serena, perchè esco di casa e respiro, ma nello stesso tempo devo fare uno sforzo e adattarmi a locali e cose da fare che questi luoghi mettono a disposizione e che non mi piacciono quasi mai e mi annoiano quasi sempre.
Terzo paradosso: ho bisogno comunqnue di queste sortite mondane, perchè mi fanno sentire “normale“, dove per “sentirsi normale” si intende: essere vista come una che non trova noioso e inutile frequentare certi locali DEL Sabato sera, e poter dire di essere uscita così non mi rompono le palle e a me mi rompono le palle da 20’anni.
Ora, questa cosa la maggior parte della gente non la capisce e dice cose come “ma fai quel che vuoi, se non vuoi non uscire e fregatene degli altri e di quel che pensano e dicono”. Si tratta di persone  che nella maggior parte dei casi, non sono abituate a vivere in un ristrettissimo paese senza niente da fare, e che hanno la possobilità di frequentare e fare ciò che meglio gli aggrada senza avere persone a loro stessa molto care, che la trattano come una menomata mentale se non esce la sera. Non è che non sia buon per loro, solo che queste persone, generalmente, non riescono a capire la mia situazione. Il paradosso sta nel fatto che in effetti, io faccio esattamente così, faccio quel che mi aggrada e “normale non mi ci sento neanche quando faccio di tutto per esserlo. Ma farlo mi aiuta, prima di tutto perchè esco comunque e se non hai alternative devi uscire in qualche modo, e poi perchè mi permette di non essere angustiata e di non vedere la gente che amo guardarmi con occhi perplessi e pietosi, come fossi una pazza da rinnegare che necessita di cure psichiche profonde.
Quarto paradosso: devo uscire ogni tanto per non sclerare, ma quando non sono a mio agio non parlo, la qual cosa potrebbe essere scambiata per timidezza e forse un po’ lo è, ma per lo più è dissacrata noia che spinge la mia testa a pensare ad altro ignorando tutti e tutto.

Chiaro?
Probilmente non è chiaro per niente, ma non so essere più chiara sull’argomento perchè non è molto chiaro neanche a me, nonostante siano anni che cerco di trovare un compromesso che mi renda gli alambicchi sociali forzati, meno traumatici.
Non sono semplice io.
In compenso sono marchiata. Mi hanno marchiato come una vacca, ieri sera al pub ballereccio e non è ancora andato via. Poco male, per oggi sono normale, lo dice anche il marchio, è garanzia di normalità il marchio da pub ballereccio.
Vi sfido a trovare  qualcosa che sia garante di normalità più del pub ballereccio del Sabato sera! E’ come andare in giro con un cartello piantato sul petto che attesta: “Accettabile, nella norma, si comporta come previsto. Vietato scassarle i maroni“.
E questo signori miei, è grasso che cola.

Della bolla che va in frantumi e di Dorothy Parker

Tutta presa dalla necessità di uscire dalla bolla o dalla scelta di restarci nella bolla e allargare questa alla vita sua tutta, la ragazza si è distratta dalle cose grette e reali del mondo. E così che queste hanno rivendicato violentemente la sua attenzione, prima con qualche timido barbaglio, che non ha funzionato perchè la ragazza è nella settimana del suo compleanno e ha ancora il fuoco dei baci di Odisseo sulle labbra e sul collo e altrove e tanto basta a distrarla dalle cose del suo solito, gretto mondo.
Allora queste hanno iniziato a infilarsi come serpi viscide in ogni anfratto scoperto della bolla, ma la ragazza resisteva ancora e ancora. E’ a questo punto che si sono organizzate e non c’è niente di più deleterio delle cose del vecchio mondo si accorpano per distruggerti, perchè sono tante e conoscendo ognuna un tuo punto debole, sanno dove colpire.
Un’eruzione di lapilli acuminati è stata e come può sopravvivere a questa, una tenera bolla? Non può, infatti è andata in mille pezzi e la ragazza è di nuovo scoperta e per di più con la pelle nuova di zecca della rinascita primaverile, che è ancora vergine, troppo sottile e troppo inesperta per affrontare il sole che cuoce.

Sono abituata ai parenti che mi attaccano, a tutti che mi rompono, a mia madre che non mi considera e mi vomita addosso un sacco di letame, davvero. Mi tange e spesso anche tanto, ma li gestisco, dopo trent’anni ormai, posso affrontarlo.
E’ che tutto è successo in due giorni, un bombardamento continuo e ho parato quanti più colpi possibili, ma poi ci si è messo anche Odisseo e no, Odisseo proprio no, e le redini mi sono scivolate via del tutto.
Era strano da giorni, Odisseo, silenzioso, taciturno, nervoso. Poco male se passi tempo insieme, ma se comunichi solo tramite parole, diventa un ostacolo non da poco il silenzio perenne.
So che è stanco, so che è stressato, so che ha la tesi complessa da scrivere, il trasloco, i mille lavori che fa, il giornale a cui pensare, lo stage da iniziare, gli ultimi esami da preparare, la campagna elettorale del fratello in cui viene suo malgrado risucchiato. Lo so,ok? Per questo sono stata accomodante e ho passato gli ultimi giorni a parlare io sola a spron battuto, a non fargi pesare il suo silenzio, a portarne il peso da sola. Ma pesa, per essere un mucchio di niente pesa dannatamente il suo silenzio!
Giovedì mi ha chiamata solo una volta e quando l’ho chiamato io alle 18.00 mi ha detto che non aveva molto da dirmi, che era molto stanco e “Ci sentiamo domani”. Questo è troppo anche per me. Gli ho detto che non deve sentirsi obbligato a chiamarmi e se non ha niente da dirmi o non gli va di parlarmi non è costretto a chiamarmi tutti i giorni, può farlo quando e se vuole.
Il punto è che io leggo questi suoi silenzi come una confusione incipiente anche da parte sua. Lo so che dobbiamo ancora riassestarci: non è più come prima di vederci e non è neanche come quando stavamo appiccicati tutto il giorno. Non so neanche io ancora com’è, stiamo cercando una nuova dimensione nella quale muoverci il più comodamente possibile e non sarà neanche quella definitiva. Ma a parte questo ho la pessima sensazione che lui sia stanco non solo per il suo attuale periodo sfiancante, ma anche della nostra situazione e se è già stanco dopo dieci giorni dal nostro incontro…
Io ne ho molte di sensazioni e impressioni, ne vengo bombardata continuamente, praticamente vivo di quelle, ma questa proprio non la voglio avere, non la so comprendere, non la posso accettare e NON VOGLIO IMPARARE A GESTIRLA.
Il pensiero che Odisseo possa non essere convinto, mi dissesta, completamente.
Non è quello che mi ha detto, le sue parole sono state esattamente: “Provavo qualcosa di molto forte per te già da prima di vederti e ora che ti ho vissuta sono certo di essere innamorato di te e voglio andare avanti pur restando i problemi, li voglio affrontare e sconfiggere. Perchè questo che c’è è la cosa più bella del mondo, perchè TU ne vali la pena”. Questo, questo mi ha detto! Era solo esito dello stravolgimento di sensi di quei cinque giorni? Ora che le cose iniziano a snebbiarsi, ora che è il momento di capire da qui al prossimo incontro, cosa veramente proviamo e vogliamo, le cose per lui sono cambiate?
L’ho provata sulla mia pelle la confusione anche se inizio a capirla e snebbiarla, ma non è detto che lui sia arrivato adesso al mio stesso punto. La mia impressione però, è che lui si stia legando a quel bel sentimento che c’era prima e c’è stato quei cinque giorni, ma che non sia convinto di quello che provi per me e di quanto voglia affrontare davvero la distanza, che se ne autoconvinca per non perdere me o quel sentimento, perchè è bello e fa star bene.
E ho paura di questo. Ho paura della statistica di esattezza delle mie impressioni. E se Odisseo si sta accontentando di questa situazione?
Ho bisogno di capirlo perciò gli ho chiesto di chiamarmi quando vuole, di prendersi qualche giorno se è stanco e non vuole parlare, così almeno posso capire se sente la mia mancanza.
Come può dirmi: “Non ho niente da dirti” e aspettarsi che non abbia l’effetto di una pugnalata su di me? Puoi essere stanco, può non succederti niente di che se studi tutto il giorno, ma a me viene comunque voglia di chiamarlo e salutarlo anche per due minuti senza dover dar vita alla conversazione del secolo! Ma a lui a quanto pare no. Mentre parlavo gli ho anche chiesto se lo stavo annoiando e lui ha risposto:  “Francamente sì“, scherzando per carità, ma non mi piace, non mi piace come mi fa sentire scomoda questo suo atteggiamento, non mi piace pensare di essere di troppo e di costringerlo a parlarmi.

E’ questo che ha frantumato la bolla: parentado malefico e paese ignobile passi, a mia madre ci sono abituata, ma anche Odisseo no, non poteva reggere contro Odisseo.
Nel giro di qualche ora mi sono sentita sola e triste e senza punti di riferimento come in passato, con quel buco nel petto che si riapre e urla straziato per la perdita e per le parole che ammazzano e per la sconfitta, non avevo voglia di parlare con nessuno, nè di leggere nè di scrivere. Mi sono chiusa in stanza al buio, ho messo su una serie di stupide commedie romantiche strappalacrime e mi sono sparata una busta enorme di patatine alla paprika. Non mi sono abbuffata, almeno. Temevo di cedere come d’abitudine dopo le sfuriate di mia madre, ma mi sono limitata alle patatine e alla notte insonne (tipica anche questa). Ma non sono più abituata al troppo sale, o almeno credo sia stato quello, e ieri sono stata malissimo tutto il giorno, non ho mangiato niente.

Alle 6.00 del mattino ero stanca dell’insonnia, dei demoni tornati a mordermi e delle commedie romantiche e sono uscita senza sapere dove andare, ma sicura di voler scappare dal paese. Ho preso un paio di libro, mi sono ficcata Capossela nelle orecchie e sono salita sul primo autobus che s’è fermato. Sono scesa al capolinea, un paesello che conoscevo solo di nome, non c’ero mai stata (mi sono informata sul pullman del ritorno, all’avventura sì, ma fino a un certo punto). Sono stata in giro tutto la mattinata, mi sono comprata una canotta militare con pizzo (sia il pizzo sia il militare fanno parte del mio stile) al mercato del paesello, mi sono presa un tè caldo ai frutti di bosco che lo stomaco urlava e mi sono messa a leggere su una panchina sotto un salice piangente bellissimo ed enorme, vicino a un (molto bel) ragazzo che vendeva animaletti.
C’erano pesci rossi di tutte le dimensioni, pulcini di vari colori, criceti, coniglietti e tartarughine. E c’era questa bambina odiosa, ma odiosa davvero per avere soli due anni (più o meno), odiosa almeno quanto la madre che rideva come una scimunita dei capricci della figlia. Povera bambina, è destinata a diventare scimunita come la madre, pensavo mentre questa bimbetta era lasciata libera di martoriare i poveri cuccioli con grande desolazione del (molto bel) ragazzo che non riusciva a limitarne del tutto la furia, giacchè la scimunita della madre, invece che controllare i capricci della figlia, le dava corda e cinguettava che la sua bambina è un angelo e non faceva niente di male agli animaletti. La signora è una capra decerebrata (e cotonata), ovviamente, così la bambina è stata libera di spiumare i pigolanti pulcini e lanciare  tartarughine per aria.
Al che sono andata ad aiutare il povero, sconsolato (molto bel) ragazzo a cercare la tartarugina lanciata nel prato e a rimetterla nella vaschetta, mentre la scimutita portava via la sua prole altrettanto scimunita. Sono poi rimasta lì col (molto bel) ragazzo che sacramentava contro gli imbecilli e che mi ha raccontato di altra gente scimunita e altre vicende assurde di cui è stato spettatore forzato, mentre ci assicuravamo che la tartarughina non morisse dopo essere stata usata come giavellotto. E io parlavo con (molto bel) ragazzo e la tartarughina mi guardava continuamente, con gli occhietti neri neri spalancati e il collo che si girava per seguirmi. Il (molto bel) ragazzo ha detto che era buon segno, che stava bene e io mi ci sono affezionata così tanto che l’ho comprata, anche perchè il (molto bel) ragazzo me l’ha venduta a 5 euro invece di 10 (per ringraziarmi di avergli tenuto compagnia), comprensivi di bacinella color salmone con palme finte e gamberetti per sfamarla.

E così che Dorothy Parker è entrata a far parte della mia vita. Purtroppo non sono così sicura che ci abbia trovato Odisseo nella mia vita, ci siamo sentiti ma è stato tutto abbastanza rapido e freddo.
Non lo non lo so non lo so e non lo voglio sapere al momento: stasera festeggio il compleanno (mio e di una delle due M) con le mie amiche M&M e non voglio rovinarmi la serata, quindi evito almeno di ragionarci su.
Aspetto che arrivi domani per capire se devo dirgli addio. Con tutto quello che ne consegue.

Se metà del paese ti odia e litighi con Odisseo, va’ in giro senza meta, perditi, parla con una tartarughina e poi portatela a casa.

Blog, questa è Dorothy Parker.
Dorothy Parker questo è il blog.

Immagine

Immagine
ImmagineImmagine

Mondezzolo e Cincillacchero

Il mio paese sembra uscito da uno dei racconti di Edgar A. Poe.
Eppure a prima vista non si direbbe, come nelle migliori tradizioni dell’orrore, sembra un paesello pennellato alla Stephen King: caruccetto, alle pendici delle colline più morbide e più gialle in questo periodo per via delle ginestre, con i pieidi nel mare più blu del fuoco, le gambe sulle dorate spiagge e il culo che profuma di fiori d’arancio, di limoni e di mandarini. Ah quasi dimenticavo l’attributo “ridente”, chissà perchè i paeselli sono sempre ridenti. Forse perchè così il distacco dalla beltà all’orrore è più drammatico e quando realizzi che da ridere proprio non c’è niente, l’urlo ti esce fuori bello bello disincarnato.
E’ una questione di dettagli, i dettagli sono fondamentali quando si racconta una storia, l’ho sempre sostenuto.

Dunque ‘sto cazzo di paese.
Niente al mondo è in grado di dilaniarmi l’anima e il fegato come il paese in cui ho vissuta fin dalla nascita (salvo parentesi universitaria) e in cui mio malgrado, vivo tutt’ora. Forse forse ci si avvicina il paese dei miei genitori e dove prega mangia ama (e spettegola) tutto il parentado paterno, paese che chiameremo “Mondezzolo“, mentre il mio lo chiamiamo “Cincillacchero“, penso proprio che ci ricapiterà di incontrarli lunga la via.
Ma non voglio soffermarmici troppo, ora. Basti sapere che non riesco neanche a uscire fuori e stare serena a farmi un giro nel paesucolo, tanto ne ho fin sopra i capelli, ormai, primo perchè tutti mi conoscono e mi fissano continuamente e malamente (che gli avrò mai fatto per meritare quelle occhiate? Sarà come mi vesto…), e poi perchè puntualmente  arriva sempre una qualche anima che mi ferma per salutarmi e parlarmi. Ora, raramente capita che becchi un’anima che mi piace e che saluto volentieri, ma considerato che sono tipo tre nel mio paese, capita sovente che l’anima che frigge dalla necessità di comunicare con me, appartenga a una di queste tre tipologie di anime:

  1. Anima pia“, quella con intenti santi e salvifici che vuole rincondurmi sulla retta e smarrita via;
  2. Anima saggia“, che sente il bisogno di capire perchè non esca troppo spesso da queste parti e non frequenti i seppur pochi luoghi accettati del paesucolo ovvero il bar della stazione, l’oratorio, il pub che funziona solo d’estate, l’annesso alla Chiesa, il gruppo “canti della Chiesa”, la Chiesa;
  3. Anima beghina“, altrimenti detta “Anima ciarliera” o più precisamente “Anima pettegola“, ovvero gente che non sa farsi i cazzi suoi, fondamentalmente perchè non ha cazzi e la carenza di cazzi spinge a interessarsi ai cazzi altrui.

Per farla molto breve, tutto questo, i molti eventi della mia adolescenza e giovinezza, più la noia ancestrale dovuta al fatto che non c’è una mazza da fare che mi interessi o qualcuno da frequentare che mi interessi, mi hanno portata a vivere malissimo da queste parti al punto da sviluppare anche difficoltà nel trovare un lavoretto, visto che è già successo che abbia vissuto malissimo la cosa.
Quindi, se prendo in considerazione una qualche tipo di sforzo, di impegno, non posso non fare i conti col paesucolo di cui mi ero scordata in realtà, o meglio ero stata talmente presa d’altro da non considerarlo come relisticamente portante nell’equazione che dovrebbe aiutarmi a rinascere e a scappare da qui, con grande sollievo mio e del paesucolo stesso, immagino, che proprio no, non ci prendiamo. Se il perchè è che sono io quella sbagliata, che sono loro intolleranti a qualcuno di leggermente diverso, che sono stata sostituita nella culla e appartengo a ben altri reami, non lo so ancora dire.

Poi ieri la variabile “paesucolo” è tornata perentoriamente a farsi largo, associata alla sua compagna, la variabile “parentado malefico” e con la solita grazia – più che illuminarmi, mi hanno proprio abbacinato la retina-,  hanno riaffermato i loro diritti sulla mia vita.
Non avevo voglia di starmene chiusa in casa e questo ha dato modo a una processione di flagellatori, di farsi avanti e recuperare in tempo perso e come se non fosse sufficiente, tornata a casa ho trovato un nutrito gruppo di parenti scesi da Mondezzolo solo per farmi gli auguri di buon compleanno.
Che cari.
No, davvero, all’inizio ero intenerita: venire qui, solo per me, non me lo merito. E infatti non me lo meritavo tant’è che hanno iniziato con la solita solfa sull’università, sul fatto che non mi laureo e che non lavoro, sul fatto che gli jeans di mio fratello erano sulla sedia (in qualche modo il fatto che jeans di mio fratello fossero sulla sedia mi rende una cacchina sporca, non ho capito bene perchè, ma qui siamo oltre la comprensione), e dulcis in fundo, sul fatto che non ho amici e che non esca.
Ora, quel che è necessario capire è che loro non sanno un’emerita cippa di me. Si sono costruiti nel corso degli anni, una me bislacca e sbilenca, affassonata alla bene e meglio con ritagli di informazioni passati di bocca in bocca e storpiati fin da quando avevo 10 anni (ovvero da quando è morto mio padre, ma la connessione tra le due cose potrebbe essere solo dovuta a coincidenze e tempistiche malefiche, non legate tra loro), sapete, come i giochi di lingue delle scuole in cui si dice una frase in inglese e si passa di bambino in bambino, finchè non si arriva alla fine della catena e della frase iniziale non ne è rimasta nè una sillaba, nè un briciolo di senso riconosciuto da essere umano di qualsiasi nazionalità e madrelingua.
Io, stessa cosa.
Il risultato è una me dai tratti dislocati come quelli di un fantoccio di fango che sta sciogliendosi (come quello biblico, della cultura ebraica, non ricordo il nome…) e che col tempo ha finito per cristallizzarsi nell’idea che Mondezzolo e Cincillacchero si sono voluti fare di me.
Solo alcune informazioni sono vere, come quella che mi vuole un’eretica blasfema e peccatrice incallita, altre sono completamente inventate, altre ancora sono mezze verità come il fatto che non esca molto da queste parti. Il punto è che loro, verità o meno che siano, non le sanno, non le consocono, le hanno costruite su mozziconi di insulti e di pettelezzi sul mio conto. Quindi se passate dalle parti di Mondezzolo o Cincillacchero e sentite parlare di un grumo informe e nefando di vizi e inadempienze, sappiate che sono io.

E’ una cosa da cui non riesco a slegarmi del tutto. Alla fine mi sento in colpa io per essere così, anche se non sono così, o forse lo sono, non lo so. Visto? Sono già in confusione! Non è una cosa razionale, sono disagi che hanno formato e tormentato la me ragazzina e che si riaccendono puntualmente ogni volta che subentrano queste situazioni, questi paesucoli, questa fetta di parentado.
Il problema è che vanno a ostacolare tutti i miei disperati tentativi di forza e rinascita e coraggio e vita. Perchè come si fa a rinascere se non si ha ben chiaro cosa e quanto di se stessi debba sopravvivere e cosa di debbe invece crepare per sempre?

Calipso che si nutre solo di spiccioli di vita

Sono stata brava.
Ultimamente mi plaudo da sola con una frequenza che ha dell’imbarazzante e forse anche del patetico, ma ieri era Pasqua e casa mia ribolle come un calderone di bontà a Pasqua.
Durante quasi tutto il resto dell’anno è completamente scevra di cose che fanno gola perchè siamo quasi sempre tutti a dieta, quindi a parte mia madre che fa dolci per regalarli, o che si imbarca in crocchette, pizzette e torte rustiche, le tentazioni restano abbastanza sopportabili.
Ma ieri…
Anche se alla fine eravamo solo noi (e credetemi, io preferisco così, godermi la mia idea di festa!) che i miei parenti di Roma non sono scesi, mamma si è divertita a cucinare, ci aveva avvertito che si sarebbe sbizzarrita, visto che il resto dell’anno glielo concediamo a causa delle diete in cui siamo sempre impelagati.
Il menu di Pasqua prevedeva:
Apertitivo con bibite, noccioline, olive, patatine e degli stuzzichini da intingere nell’hummus che ha imparato a fare da Benedetta Parodi;
Antipasto di salumi e melanzane grigliate, e crostini con patè d’oliva da una parte e di formaggi solidi e cremosi, con le spezie e i peperoncini calabresi o leggeri come il Bel Paese dall’altra e poi i favolosi, meravigliosi supersparaflesciosi mini-arancini alla ‘ndujia che se non li avete mai mangiati, non avete mangiato niente;
Primi: conchiglioni ripieni di carne o prosciutto e formaggio e con la besciamella e crepes con spinaci e ricotta;
Secondo e contorni, è proibito l’agnello e il coniglio a casa mia perchè ci spiace ucciderli, quindi mamma ha fatto il tacchino e in più con polpette di melanzane (non mancano mai le melanzane quando si cucina in grande, qui), patatine fritte, insalata di pomodorini e carote e arancini alla siciliana, quelli grossi dorati che io amo, fatti in tre varianti: fritti normali, al forno e fritti con la farina di riso per mia sorella che è celiaca;- –Bibite: vino, spumante, aperitivi rosso, Coca cola, Sprite zero, acqua, succo di ananas per digerire.
Dolci: quattro tipo di pastiere, tre uova di pasqua di gusti diversi, nepitelle, dei bastoncini ti cioccolato bianco e al latte con dentro un pasta di cioccolato e mandorle, cioccolatini portata a mia madre da una parente dalla Svizzera e cioccolatini vari dei gusti come quelli che ho preso per Odisseo, Colomba pasquale e torta pasqualina che però non è stata ancora iniziata.

Questo affinchè si possano avere le basi esatte per capire in che terreno minato per dieta e sacrifici mi muovevo, ieri. Altro dettaglio fondamentale: era il primo giorno di ciclo, e questo si spiega da solo. Anzi ve ne do uno stralcio visivo che così vi immergete meglio nel dramma, come drammaturgia e filmografia insegnano , la scenografia è fondamentale per l’immersione. Qui vedete uno stralcio di tavola con dolci, nella gallinella ci sono cioccolatini e anche negli altri regalini, più la bottiglietta d’acqua che porto sempre appresso per idratarmi e il mio libro di Seneca De vita beata ovvero L’arte di essere felici, che non c’entrano una mazza con la tavola pasquale, ma c’entrano con me perchè, sì, io a Pasqua ho letto Seneca e mi sono sparata due film pensate se lo sapesse mia cugina omonima -coetanea, inorridirebbe fino a impazzirne, suppongo. E poi c’è un dettaglio di quei fantasmagorici dolcetti datti di cioccolato e pasta al cacao e mandorle e i cioccolatini dalla Svizzera di gusti assortiti. Così tanto perchè sono malvagia. Ho dimenticato di fare foto alla torta pasqualina che era bellissima, ma immaginatela tutta cioccolatosa e decorat a forma di uovo con granella di nocciola fuori e ganache al cioccolato e panna dentro. E poi ditemi che non sono stata brava a resistere, vi sfido!
Immagine

Immagine

Immagine

In tutto questo sono riuscita a mangiare solo:
un mezzo sorso di Sprite zero (ovvero senza zuccheri e calorie);
due arancini di riso AL FORNO, ma levando i cubetti di prosciutto e la provolo sciolta laddove era possibile. Erano belli grandi, ma alla fine, non essendo fritti erano solo riso, formaggio, pane grattuggiato, un po’ di carne macinata e quel po’ di uova che serve per attaccare il pane grattuggiato;
un pezzettino minuscolo di tacchino, era fatto con sale e olio e aromi, ma davvero erano due bocconi striminziti.
acqua, tanta acqua;
basta.

Non so quanto siano stati deleteri gli arancini, ma visto quel ben di Dio che c’era e visto che avevo le labbra blu per il il ciclo e perchè sabato avevo mangiato solo carciofi lessi e un uovo sodo, magari non ha poi fatto così male alla mia dieta.
Per questo dico che sono stata brava!
Credetemi, io per i dolci stravedo, passi il resto, ma i dolci sono il mio ossigeno il mio sostentamento, la mia connessione archetipica con l’universo. Mai avrei sperato neanche nelle più rosee attese, di autogestirmi in questo modo.
Inoltre, è davvero dura, per chiuqnue credo, non mangiare mentre tutti mangiano e mentre ce l’hai sotto il muso, qualcosa di così raro (ve l’ho detto: a casa mia solo feste e quando ci sono parenti, sennò si va avanti a broccoli e zucchine!) e di così buono. Per chiunque sarebbe difficile e doloroso resistere.
Però, in qualche modo ce l’ho fatta. Forse potevo fare di meglio e mangiarmi solo un finocchio, ma sarebbe stato troppo.

Ora, non servirà a niente, tranne che alla mia coscienza. Ho ormai perso ogni speranza di perdere alcunchè. Ieri mi sono provata ciò che mi dovrei mettere quando sarò lì, tra le braccia di Odisseo, ed è un disastro. Ecco che “tra le braccia di Odisseo” mi è sembrata improvvisamente una chimera ieri sera, davanti lo specchio, mentre scioglievo il grumo di tenzione e stanchezza in lascrime su lascrime.
In più Paolo Fox dice che farò imbestialire una persona a me cara con la mia confusa energia e indolenza, quindi devo stare attenta a non allontanare questa persona, questa settimana, innervosendola con le mie magagne Perfetto, proprio l’oroscopo che non mi serviva mi ha fatto.
Mancano 4 giorni all’incontro, ormai. Non so come ci arriverò, ma faccio fatica a credere in me e credere in noi, e credere che lui non scappi da me, come tutti sono sempre scappati quando hanno capito chi sono.

Starei qui altre due ore a lagnarmi sorbendo caffè americano, che fa bene all’anima, ma devo andare alla fiera e poi alla Pasquetta con le mie amiche, e anche se pagherò uno sproposito e mangerò poco o nulla, e anche se non sarà nulla di speciale, mi fa sentire un tantino viva non stare in casa come tante vecchie, tristi e solitarie pasquette. E Dio solo, quanto io abbia bisogno di sentire un po’ di vita scorrermi nelle vene, da troppo troppo troppo tempo, secche di vita e rugginose di inedia.

Buona Pasquetta a tutti voi, qualsisasi cosa farete o non farete.

Il mal d’ovaie, a Pasqua, ti mette nei guai

Ti mette in un sacco bello sodo, cicciuto e ricolmo di guai, aggiungerei! Come quello dei giocattoli di Babbo Natale oserei dire, se non rischiassi di essere straordinariamente anacronista.

Primo guaio, oggi non sono andata a correre. Mi spiace un po’, serva o non serva ai fini di ciccia e peso, correre mi aveva fatto bene e da qui all’incontro con Odisseo non correrò più, perdendo, credo, quel ritmo che ero riuscita a raggiungere e mantenere faticosamente. Sarà la dieta, sarà la dieta incrociata al ciclo mestruale, ma ieri morivo dal freddo e alle 19.30 ero già sotto le coperte a leggere e guardare film. Inoltre c’è un vento terribile e diluviava stamattina alle 6.00, quindi davvero non me la sono sentita: a parte di dolori da ciclo non ho intenzione di ammalarmi a – 5 giorni all’incontro con Odisseo e siccome ultimamente correre non è che serva a molto…
Ieri ho fatto i miei 30 minuti – due step da quindici minuti – e una decina di minuti di camminata in più, ma poi sono rientrata che dovevo andare, come ho scritto nel post di ieri, nella cittadina amena a cercar qualche vestito, maglietta, pantalone, qualsivoglia indumento sacro o profano, che rimediasse allo strapotere strapordante della straciccia (sempre per Odisseo) ed ero in un ritardo boia. E qui siamo al secondo guaio.

Secondo guaio, mica poi è passato l’autobus ieri! Nonostante mi sia scapicollata per arrivare in orario, nah, niente. Scapicollo a parte, solo attesa vana.
Le loro costosissime maestade della linea di autobus privata, hanno deciso che in periodo di niente scuola e poco lavoro pre-pasquale, fosse inutile mantenere le tante corse abituali, dove per tante si intende due autobus nel corso di mezza giornata. Ma siccome la fermata del mio paesino nefando consiste in un’isola pedonale nel bel mezzo di un’autostrada, senza panchine, nè cartello fermata, nè bacheca orari, nè riparo per la pioggia che non sia un pino marittimo accaparra fulmini, io non ne sapevo niente di queste restrizioni e sono rimasta lì ore, sola, col cielo che profetava caterratte bibliche, ad attendere invano neanche aspettassi la corsa della mia vita. In compenso mi sono finita il libro di Jane Austen che non avevo avuto il tempo di leggere, e solo alla fine di questo di mi sono scazzata e ho deciso di andare a piedi.
Ora, l’amena cittadina dista dal paesucolo cornuto un paio di chilometri, che in bus, treno o auto sono tipo 5 minuti. A piedi tutto si complica non solo perchè il marciapiede si interrompe sui ponti che sovrastano i fiumiciattoli che sboccano in mare, e quindi rischi seriamente di morire atrocemente, ma anche perchè il mare sta di là dalla strada e dall’altra parte c’è la valle aperta e i campi sotto le montagne, ergo il vento è come quello del Kansas (solo meno magico, che per quanto ci provassi da bambina, non mi ci ha mai condotto nel magico Regno di Oz), e chiunque incontri comodamente stravaccato in auto, ti guarda come fossi un derelitto, se lo conosci poi ti offre un passaggio e ti fa quell’espressione pietosa da “sei senza macchina, non sai guidare, che feccia sociale ?!” Capirete lo spasso. Metteteci anche il dolore di tette e ovaie per il ciclo e quello stato di follia e irrequietudine ormonale in cui la fase premestruale (e mestruale) ti mette (se sei maschio non la conosci, buon per te), combinata alla fame e ai pensieri funesti sul peso che non cala a un pugno di giorni dall’incontro con l’uomo di cui sono innamorata, e forse – dico forse- saprete perchè ho fatto quel che ho fatto e che prima d’ora non avevo mai fatto.
Mi hanno offerto un passaggio e ho accettato.
Ero stanca, ero nervosa, non avevo finito il mio caffè, e ho pensato che erano solo pochi minuti e che il signore incravattato e col macchinone lucido, la valigetta di pelle e un completo da 3.000 euro, non poteva crearmi grossi problemi. Invece…Invece l’ho ringraziato e mi sono messa a chiedere chi fosse e a parlare bla bla bla del più e del meno, ma lui mi ha bloccata per dirmi che ero molto carina, che lui non fa sempre queste cose, ma mi ha vista e gli sono piaciuta e quindi che fare se non provarci? Mi ha detto senza giri di parole che qualora avessi voluto, mi avrebbe portata per qualche giorno in un hotel cinque stelle per “conoscerci meglio”, ma ovviamente – ha precisato -usiamo il preservativo, eh!
Ho gentilmente declinato, ho detto che non sono poi così bella anzi sono grassa, gli ho anche detto di chiamarmi Assuntina (che nome esistente meno eccitante di “Assuntina”, non l’ho mai sentito). Per tutta risposta lui ha bloccato le portiere. Ed è lì che ho avuto paura.
Una donna, soprattutto se è stata fuori in città all’università, sa come gestire certe cose. Ma non mi ero mai ritrovata rinchiusa in macchina, perchè non ero mai stata così scema. Lui ha continuato, ha detto che gli piacevo molto e che poi mi avrebbe fatto un bel regalo (come le prostitute?), ha ripetuto fino alla nausea che lui non fa mai queste cose, ma io gli piacevo (e figurati se ci credo!) e io, per contro, ho inventato un supermuscoloso fidanzato geloso che non mi consentiva tali sortite, ma non ha funzionato perchè secondo tal fior fiore di uomo, anche il mio presunto mio ragazzo super eccetera, se vede una bella ragazza ci scopa senza mezzi termini, va lì e se la fa, quindi io non gli dico che apporto piacere a un altro uomo quale lui è, e vivremo felici contenti e cornuti.
Al che gli ho detto di voler scendere e ha continuato a insistere finchè non mi sono allontanata, quindi in realtà non era così pericoloso, solo molto spiacevole, ha detto che non dovevo aver paura che se proprio non volevo, non avremmo fatto niente, ma che dovrei accettare, che può solo farmi star bene.
Insomma, che dire? Non so ancora perchè ho accettato quel passaggio, nè perchè mi ficchi continuamente nei guai, ero stanca e con la mente in subbuglio, ma non credo lo farò ancora. Mi sono ritrovata però a pensare: e se tutto ciò fosse successo in quell’orrido futuro in cui Odisseo non fa più parte della mia vita, e io sono in fase di dolore straziante, avrei ceduto, stavolta? Mi sarei fatta così male? Le mie tendenze autolesionistiche avrebbero raggiunto tali livelli? Finora non ho mai ceduto, mai, non sono mai stata con nessuno perchè mai ho avuto una vera relazione e a parte qualche storiella, mai vera, mai profonda e mai totalizzante. Ma temo che in questo orrido caso, a 30’anni… be’ forse cederei.

Terzo guaio, ho speso ogni spicciolo contenuto nel mio portafoglio di jeans consunto per cercare qualcosa di adeguato da indossare e sembro un “il mostro della trippa nella steppa”, comunque. Ormai dovrò rimediare qualcosa con quel che ho, ergo passerò il pomeriggio alla Miccio, a provare mise che diano un esito quantomeno decente.

Quarto guaio, ieri stavo così male che ho dovuto mangiare un po’ di più, dove per un po’ di più intendo un piatto di carciofi lessi in più e un uovo sodo in più, ma avevo la nausea e mi girava la testa. E quindi la bilancia non scende, ovvio! Cerco disperatamente di illudermi. Mi ripeto che sarà colpa del ciclo, sarà che non vado in bagno da mercoledì, e stronzate simili. Cerco di illudermi, ma temo non ci sia niente da fare.

Quinto guaio, oggi casa mia pullula di ben di dio e tra un po’ comincia la trafila del parentado che passa per fare gli auguri e io devo intrattenerli. La trovo una delle pratiche più idiote e inutili del sud (che poi non so se si fa pure al nord), ma che senso ha? Insomma se vuoi DAVVERO andare a trovare qualcuno, ci vai quando ti pare e non a una festa comandata a dargli gli auguri di buona resurrezione! E poi mi distolgono dal mio pasquale programma di film (alla faccia di mia cugina che dice che “Non si devono vedere film a Pasqua”), libri,  prova abiti per Odisseo e depilazione con sottofondo punk rock anni ’70. Dico io, come si permettono a disturbare il mio denso programma di cotanta santa Pasqua!
Già è passata una trafila di parenti. Questi non li vedo mai, hanno il pregio di non fermarsi, di stare sulla porta a fare gli auguri a tutti e sgommare, il che non me li fa detestare come gli altri rompi-bocce di turno, anche se  la trovo una cosa inutile e mi lascia sempre un po’ basita, al punto che mi intenerisce: non lo so com’è che mi intenerisce, sono strana io, ma lo fa al punto che se altri parenti che si piantano lì li caccerei a pedate nel culo con anfibi chiodati, loro invece li inviterei a restare un po’, così almeno do un senso alla loro sortita. Il problema è che tendo a dare un senso alle cose e a fare solo cose che abbiano un senso. Ma qui tutti agiscono in maniera insensata, o meglio l’unico supporto di ragione che riescono a dare alle loro azioni è “si usa fare così quindi questo deve essere e questo è”. L’ho riscontrato anche mercoledì parlando con la mia cugina omonima- coetanea, le cose le fanno per forza di rodaggio, perchè sono stati programmati così. E sì ma non scassassero le bocce a me se poi mi sembrano tutti molto ridicoli e non sto con loro a menarmela.

Sesto guaio, le pastiere, ce ne sono quattro di là regalate a mia madre da quattro persone diverse e Dio non voglia che ce ne sia una fatta con la crema pasticcera che io a quella non resisto proprio e già sarà dura resistre a pranzo pasquale e dolciumi e uova di pasqua con le ovaie che ballano la rumba, figurarsi il resto!

Direi che mi fermo qui coi guai che è Pasqua e anche a i guai c’è un limite, a Pasqua.
Vi auguro ogni bene. Non vi auguro buona resurrezione, perchè mi sembra francamente ridicolo, ma vi auguro tutto il resto del mondo perchè gli auguri fanno sempre e solo bene (anche se te li fa un parente in visita forzata?) e se capitano occasioni per farli e riceverli, allora bisogna coglierla e basta, qualunque essa sia.
Vi auguro di divertirvi, dedicando questa giornata a voi e a chi amate se avete qualcuno che amate accanto. Vi auguro di scegliere la vostra Pasqua in barba a ogni borghese e limitato programma, vi auguro di essere vivi e ribelli che serve a questo mondo esser vivi davvero e ribelli più che si può, perchè c’è troppo conformismo e il conformismo è indice di una civiltà in declino.
Vi auguro di mangiare quello che diamine volete, di metter da parte diete e controlli, di farvi un dolce voi stessi e di coccolarvi, di essere liberi per questi due giorni almeno, voi che non dovete mirare a strappare a morsi un po’ d’amore tra 5 giorni.
Ve l’ho detto che vi auguro ogni bene….

La Pasqua non è fatta per vedere film

Stamattina ho avuto una paura fottuta e mi sono ritrovata in un casino che poteva finire in tragedia. Ma di questo ne parliamo dopo, l’attentato alla mia vita e alla mia vitù è una quisquilia in confronto alla notizia del giorno: mancano 7 giorni all’inconto con Odisseo! Tra una settimana a quest’ora starò sul treno a farmela elegantemente nei pantaloni. Pensatemi.
Devo correre nel narrare della tremenda laurea della cugina di ieri sera, perchè sono in un ritardo atroce non solo per andare dallo sfaciapc a portare il pc, ma anche nel seguire  la tabella di marcia delle cose da fare pre e per Odisseo.

Non è stata male la serata al ristorante, ma solo nel senso che mi odiano quasi tutti e al resto di loro, sono completamente indifferente. Mi hanno trattata con freddezza, come se non esistessi, il parente Riccone- la cui figlia s’è laureata ieri, appunto, vi dico solo che c’era lo champagne per brindare, ettolitri di champagne- ha fatto un discorsetto a mio fratello e mia sorella, dicendo loro che se vogliono aiuto e un prestito di chiederglielo. A me, manco m’ha cagata. Mi ha detto solo “in gamba eh” quando l’ho salutato. Intendiamoci, non mi dispiace essere ignorata, il problema è che so che in realtà mi straparlano talmente tanto dietro e tutti insieme, che hanno tutti la stessa blasfema visione di me, cattiva cattiva perchè non vado a trovarli, non mi laureo e non lavoro, e siccome confabulano tutti alle spalle insieme, sono arrivati tutti a costruire un profilo di me odioso che condividono e si sballonzolano alla bene e meglio. Sapete cosa mi dà noia? Non il fatto che mi reputino odiosa, e scema e menefreghista, magari lo sono davvero, non lo so, non sto qui a discutere questo, ma il fatto che non sono riuscita a lasciare un pezzetto di me a nessuno. Se morissi non fregherebbe a molta gente, mio fratello e mia sorella si rattristerebbero ma poi mi scorderebbero, mia madre solo perchè è la madre della morta, non perchè le mancherei, forse Odisseo e a un paio di amiche spiacerebbe davvero, ma non cambierebbe loro la vita. Questo è triste, e denota tutta la mia pochezza come anima fatta persona. Perchè tra loro, questi parenti, sono tutti legati e si vogliono bene (be’ poi si sparlano alle spalle, ma comunque, in qualche malato modo, sono legati), e io vorrei qualcuno che mi volesse davvero davvero bene, se non lascerò dietro di me neanche questa piccola cagatina di impronta, niente vale la pena, no?
Neanche mia cugina coetanea, che tanto fa l’amica, in realtà prova vero affetto per me. Io devo dire che in modo strano le voglio bene, rigetto tutto quello che è e in cui crede, ma le sono affezionata e non passo il tempo con lei annoiandomi troppo, sempre ammesso che il tempo in questione sia relegato a un paio di volte all’anno (!). Ma lei dicevo, è la prima delle mie disfattiste, dopo che le racconto o dico o anche parlo con altri, lei comunque prende quel che dico e lo va a raccontare tutto a sua madre (ce è la Matrona di cui dicevo ieri), e insieme vedono come sistemare quel che dico in una luce negativa da sparaflesciarmi addosso. Dopodichè vanno a dirlo al resto dell’unita e affettuosa famiglia.
Quindi nessuno piangerà troppo il giorno della mia dipartita. Ma forse è meglio: sarò ricordota per aver lasciato poco altro dolore in questo orrido e doloroso mondo.
Sono stata al tavolo con delle mie cugine dai 23 ai 30’anni, compresa questa mia cugina omonima e coetanea accompagnata dal ragazzo che si porta sempre dietro, stile cagnolino sorridente e benpensante e che ha 36 o 37 anni, non ricordo.
Non è stato del tutto spiacevole, abbiamo riso e chiacchierato, con una di loro, poi, ho potuto parlare dei suoi problemi di peso, di come si vergogni a uscire di casa nonostante abbia un ragazzo, non riesce a superare questa cosa e ho cercato di aiutarla per quanto ho potuto e nonostante per me non sia diverso, anzi, è anche più dura, perchè  anche se sono più magra (“magra”… che bella parola!)  di lei, lei ha il ragazzo che la ama e la sostiene sempre e io ho una mezza cippa fregata, che vuol dire “niente”.
Spero le sia servita un po’ la mia esperienza, spero di esserle stata utile anche se ne dubito, lo spero davvero perchè è una ragazza molto dolce e lo so da dove derivano parte dei suoi problemi, e la capisco, la capisco benissimo.
Per il resto ho sparato qualche battuta, anche se quella che ha avuto più successo l’ho rivolta a una mia cugina che abita vicino casa mia, le ho detto se vuole passare la sera di Pasqua che ci vediamo un film, che sennò per impegni vari non ci vediamo mai, che Pasqua comunque si mangia e stop e siamo tutti qui vicinivicini, che comunque ho voglia di rivedere “Django“, (io lo amo quel film), e siccome ho detto queste cose tutti si sono messi a ridere. Mah.
Pare, mi hanno poi spiegato perchè io sono neofita di tali ragionamenti, che Pasqua non sia fatta per vedere film. Mi è nuova questa regola, seppur di regola ancestrale pare si tratti, presente fin dagli albori del Cristianesimo, in quel del primo secolo dopo Cristo, fa niente che il cinema ha solo un secolo di vita i Cristiani sono avanti. E poi mia cugina omonima-coetanea mi dice che lei non vede film, pochi, s’è vista Twilight e qualche altro, ma poca roba e neanche il suo ragazzo vede film. Mmh.
Allora ho spiegato loro che non possono non vedere i film epici, storici, cult, fondanti della cultura e della vita e gliene ho citatai decine da Casablanca a Donnie Darko, da Stanley Kubrick al Signore degli anelli, da Love story a Tutti insieme appassionatamente, non hanno visto neanche Via col vento o La principessa Sissi o Ritorno al futuro! Insomma: OH MIO DIO ‘CAZZO VIVI, MA COME SI PUò ACCETTARE UNA COSA DEL GENERE, MA VA BENE NON TI VEDERE I FILM CLASSICI MA IL GLADIATORE CAZZO VEDITELO IL GLADIATORE!!!
Scusate.
No, non l’hanno visto il Gladiatore, no. Però di E.T. sanno che è il mostriciattolo della pubblicità della Telecom. Già già. Non hanno visto neanche V per Vendetta! Cioè passi tutto, passi pure E.T., ma come si fa a vivere senza V per Vendetta? Invece, si “vive” e un’altra cosa: se come me credevate che i Mel Brooks-vergini fossero estinti, ricredetevi.
Comunque ora capisco perchè hanno il cervello fregato dalla Chiesa e dalle dinamiche di paese: non vagliano strade alternative, non sviluppano personalità interessanti, per loro il mondo, è solo quell’unica via inculcatagli è il mondo.
Allorchè, anche un pizzico eccitata dalla sfida, lo ammetto, mi sono offerta di organizzare una serata film a casa mia, molto alla mano: faccio i pop corn, arrostisco due pannocchie, un paio di pizze, scelgo un film, invitiamo altri cugini e  zim bam boom è fatta! E’ anche un modo per stare insieme, visto che la Matrona mi dice sempre che non mi faccio mai viva! Ecco: ora invece ti organizzo tutto e invece? L’adorata figlia della Matrona, declina, anche a nome dell’illegittimo consorte, che non ha pareri discordanti dai suoi, non può permetterselo anche perchè, come ha tenuto a ribadire più volte mia cugina, non ha ancora un anello da poterci far vedere (o esporre a proprio vanto nella pubblica piazza), non che qualcuno glielo abbia chiesto o si sia posto il problema al tavolo eh, ma lei l’ha ribadito. ?Sto pèovero cristiano deve comprarle presto un anello e sposarla, questo il succo.
Dunque ho detto che avrei scelto film semplici e romantici, e lei s’è piccata (anche!) e ha detto “eh sì, perchè siamo scemi noi, no?!”. Ma cribbio benedetto, se tu mi hai detto che non  vedi film, come ti faccio vedere un film impegnato?!
Le ho pazientemente spiegato che quello che intendevo era che qualcuno vuole rilassarsi vedendo film e non impegnarsi, tutto qui. Niente neanche così, entrambi i consorti preferiscono vivere e morire limitati. Dio li fa e poi li accoppia.
Dice, lei, sempre la cugina omonima, che a lei libri e film non danno niente, a lei dà molto e l’aiutano a diventare migliore le attività che fa tipo chiesa e recitine. Buon per lei- ho detto- ma tutti vedono un cazzo di film, che poi leggere buoni libri e quelli che questi ti danno non te lo dà niente al mondo, troppo contorto il ragionamento, non mi ci sono imboscata.
Ora capite perchè io sono certa di esser stata sostituita nella culla, visto la famiglia che mi ritrovo? Insomma come faccio a lasciar loro qualcosa di me, ci provo ma non posso, non vogliono connettersi a me e io sono stanca di dovermi abbassare per connettermi a loro.
Immagino cosa mi avrà detto alle spalle la cugina omonima: che mi sento superiore, che leggo e guardo film perciò non mi laureo e perdo tempo senza fare niente. Lo so, credetemi, lo so che è così. Amen.

E’ stata dura non mangiare, per questa situazione di isolamento e tristezza in cui mi sono trovata. Saranno pure la coppia più noiosa e scontata dell’universo, ma sono una coppia e io non ho mai avuto niente del genere. Anche la cugina del mio tavolo che pesa sui 105 chili, ha un ragazzo è innamorata e felice, e io, zero, niente, nada, nisba, nè amore, nè felicità.
Che poi, saranno grassi, anche mia cugina omonima ha un culone enorme, ma non sono grassi in faccia, sono carini, o a me sembrano tali, io sono orrenda proprio! Come mi ha elegantemente ricordato mia cugina: “Noi sopra siamo fine e magre, abbiamo solo il culone, tu sei grassa sopra e sotto così così”. Forse per questo guardo tutti quei film: non felice, non amata, grassa e orrenda anche se senza culone, isolata da tutti, senza laurea e senza lavoro, che cazzo mi resta se non i film?

E immaginate resistere alla tentazione di abbuffarmi con tutti questi allegri e festosi pensieri in testa! Anche se devo essere sincera: tutto sommato, almeno da questo punto di vista (almeno uno e meno male), me la sono cavata discretamente, credo.
Siccome ieri è morto lo zio di una mia cara amica, per rallegrarla le ho inviato un sms dicendole per filo e per segno cosa ingurgitavo e aiutando così anche me stessa a tenere il controllo. Dunque ho mangiato:
Antipasto: un po’ di insalata di mare, due forchettate di branzino, una fetta sottile di pesce spada di quelli affumicati con olio e aceto, una fetta di salmone, polpa di granchio mentre ho lasciato il gamberetto impanato che se l’è preso mia cugina omonima, ho lasciato anche il resto del branzino, e un rotolo di seppia rucola mozzarella e prosciutto crudo.
Primi piatti, due porzioni: risotto in crema di scampi ne ho mangiate 3 forchettate e ho lasciato il resto e lo scampo se l’è preso, stavolta, il consorte di mia cugina; quadrotti ripieni alla cernia, tipo agnolotti grandi e quadrati e ho assaggiato metà di un solo tortellino.
Secondo: una fettina di pesce, ne ho mangiata metà; due gamberoni alla griglia e li ho mangiati; involtino di pesce spada alla silana, ovvero fettina di pesce spada arrotolato di una crema di funghi, noci e tanto formaggio, calorosissimo ma l’ho magiato, ahimè.
Insalata: mista con pere e ananas e noci, ho mangiato quasi tutta l’insalata e l’ananas e uno spicchio di noce e ho lasciato le pere e il resto delle noci.
Bibite: c’erano tre tipi di vino, spumante all’inizio e champagne alla fine oltre alla coca cola a richiesta, ma io ho bevuto solo acqua.
Frutta a scelta: fragole, kiwi, melone ecc… e un’enorme fontana di cioccolata in cui intingerli. Non ho mangiato niente.
Dolci a buffet: dai cannoli, ai bignè farciti con varie creme, ai dolci secchi alle mandorle, ai bicchierini con le mousse, a una scelta di tre gelati artiganali, qualche torta e crostata, e la torta di laurea con crema pasticcera e crema al cacao e panna. Non ho toccato niente.

Ecco, avrò messo su un sacco di calorie, ma poteva andare peggio, sinceramente.
Peccato che, davvero, non sono dimagrita molto, avevo i rotolini ieri, una cosa orrida e anche il viso e di braccia, sono veramente disgustosa e non vedo cosa possa piacere di me a Odisseo. Vado alla cieca, un salto nel vuoto che mi attende dopo.

Nonostante mi fossi coricata piangendo alle due di notte, alle 5.30 ero in piedi. Finalmente il sole, e finalmente caldo. I papaveri stanno crescendo anche sulla spiaggia e quando arrivano margherite, bocche di leone e papaveri, la primavera è arrivata.
Non fosse che me la sono vista proprio brutta.
Visto che il lungomare è impraticabile perchè già alle 6.00, ormai, il sole ti trapana gli occhi, ho scelto anfratti secondari della zoona costiera del paese, dove i pini marittimi, i nespoli con le loro grandi foglie, i pruni e le palme, ammorbidiscono i raggi del sole. Spuntano per lo più dagli enormi giardini delle ville vuote, occupate solo d’estate o al massimo durante le feste, è probabile che tra oggi e domani si riempia qualcuna di quelle villone.
A un certo punto ho avuto la pessima impressione di essere seguita. Scricchiolii, nuca che prude, rami spezzati, bisbigli e urla di vario genere che si rimbeccavano gli uccelli usciti d’improvviso col sole, e che rimbombava nel silenzio dell 6.00. Mi sono convinta che fosse mia impressione, fin quando non sento il rumore di una bottiglia di vetro rotolare sull’asfalto e una risata. Cerco di uscire da quell’intrico di vie e case senza anima viva per decine di metri e vedo due tipi, dalla pelle mulatta, con felpe e cappelli calati, svoltare l’angolo e allungare il passo. Credo di aver avuto davvero paura, perchè ho iniziato a pensare al peggio e a come cavarmela in caso fosse successo il peggio e quelli avevano intanto cominciato a fischiare e dirmi di stare insieme a loro e a fare apprezzamenti sul mio culo. Ho corso un po’ di più, ma ero spompata e loro hanno accelerato. Non avrei resistito a lungo, allora ho girato per la mia via preferita che conosco a memoria (un giorni racconterò perchè), che porta al lungomare ed è isolata e mi sono abbassata dietro una cunetta di terra smossa per la costrizione di qualcosa. Se mi avessero trovata lì, non ci sarebbe stata via di fuga, ma ero stanca e che io sapessi c’erano solo stradine lì intorno, la strada principale era vicina ma non così tanto da guadagnarla correndo. Quelli sono passati dritti verso il lungomare e io sono scappata e sono tornata sulla strada. Che poi magari mi sono solo spaventata e non sarebbe successo niente, avevo incontrato altre ragazze e signore che correvano quanche parallela prima, ma ho avuto comunque paura.
Nonostante ciò e nonostante il mal di tette da arrivo ciclo (correre col mal di tette da ciclo è impossibile), sono riuscita a fare i miei buoni 40 minuti, intervallati stavolta da qualche minuto il più visto l’inconveniente, ma li ho fatti: due step da 15 minuti e uno da 10.
Non credo abbia riassorbito tutte le calorie di ieri, ma tant’è. Correrò solo per i prossimi due o tre giorni comunque, gli ultimi 4 giorni prima di Odisseo no, potrei fare qualche lunga camminata, ma corsa no. E calerò il ritmo: domani resta sostenuto, ma soli 30 o 35 minuti; sabato sui 30 o 25 minuti e se esco la domenica di Pasqua faccio 20 minuti, ma vedo se riesco a farli continui, ultimo sforzo e poi basta, tanto questa ciccia non la levo.

Ho scritto così tanto che è tardissimo, e ora sono davvero nei guai per raggiungere il centro commerciale e portare pc e comprare vestiti per Odisseo, diamine… e in più sono passati due parenti -perchè qui quando è festa è un via vai di parenti tra il primo e 500esimo grado e trovano sempre me, of course- e hanno lasciato una gallina di ceramica impacchettata con cioccolatini dentro, credo, una colomba e un’enorme cuzzupa, quella biscottata non morbida, la mia preferita, cosparsa di glassa e intrecciata, che nel latte a colazione è un canto celestiale, che non posso non farvi vedere (peccato solo che non sia quella decorata con le uova sode che è più scenica, ma accontentatevi). C’è il riflesso della luce sulla carta decorativa e il nastro della decorazione impiccia, ma insomma, si capisce. E sì quelle a decorazione sono ancora nepitelle, ma queste non mi piacciono, sono con una pasta dura e con una marmellata d’uva e miele e fichi secchi.

E ora, saluto il mio caro blog che mi mancherà come fosse un’estensione di me stessa, e saluto chiunque passi e mi legga, ringraziando ancora una volta chi finora mi ha dato tanto e augurando a tutti voi, conoscenti o no, una bella, cioccolatosa, serena, PIENA DI FILM CHE ROMPANO LE REGOLE IDIOTE, divertente e piena d’amore (se avete la fortuna di avere amore nella vostra vita), Pasqua.
Obi Wan
Immagine

Tripudio di cacofonie

Siccome il computer posso usarlo un giorno in più, lo porterò allo sfasciacarrozze dei computer solo domani, accorpo in questo post quello che dovrebbe essere il cadenzario di cose da fare della settimana che conduce alla Pasqua benedetta, dove per “benedetta” intendiamo qui “magica fautrice di cioccolate di ogni forma, gusto e dimensione“. Cioccolata che io non posso mangiare neanche di striscio quest’anno, ma posso sempre ammirare e sbavare, stile Homer Simpson, che è sempre una gran cosa. E anche per gli altri dolci è benedetta. E anche perchè cade quasi sempre del giorno mio compleanno o comunque molto vicina a questo, quest’anno è particolarmente lontana in realtà e buon per me che magari poi del mio compleanno un pezzo di torta me lo sbafo. Facciamo che me lo divoro va’…
Sì vabbè, ho una dannata voglia di dolci, ma poi magari metto sul blog qualche foto di cosa da sabato ha iniziato a girare per casa mia e vi rendete conto da soli del perchè.

Soprattutto la mia voglia di dolci sarà centuplicata stasera, quando sarò al ristorante per festeggiare la fatidica LAUREA DELLA CUGINA. Sentite come suona male “Laurea“, terribile terribile, associata poi alla parola “cugina” è un tripudio di cacofonie!
Posto che io odio le feste di laurea a prescindere, quelle che prevedono il parentado da parte di padre, hanno sempre avuto un esito deleterio per me.

Piccola e inutile parentesi: questa cosa del parentado presente alle sedute di laurea, io proprio non la capisco. Sarà che filtro tutto e che tendo a dare a tutto un senso, be’ in questo caso l’unico senso che vedo è quello di arraffare un minimo di palcoscenico e riflettori e menarsela, per una laurea! Insomma menatela per qualcos’altro, ma per una laurea! E’ stupido, è anche perecchio patetico, ma nel caso della maggior parte dei miei cugini è così che sono andate le cose, lo so, li conosco. Altra gente ha meno velleità di protagonismo, ma anche così, le sedute di laurea con tutto l’albero genealogico presente, non le concepisco in egual modo. Piccola e inutile parentesi chiusa.

Ora, la cugina in questione è, francamente, una delle meno peggio della risma familiare, quantomeno è una delle poche che si fa i cazzi suoi quasi sempre e non sparla dietro (almeno che io sappia) e questo dalle mie parti, è oro colato, credetemi. Quindi non è tanto lei a dar vita al tripudio di cacofonie, non di per sè, ma l’idea di affrontare tutti i parenti, e tutti in gruppo compatto per giunta!
Dico solo questo, non mi pare il caso di dilungarmi troppo sulla questione: nell’ultima laurea di un qualche cugino mi hanno accerchiata e sparato staffilate del tipo “Vogliamo proprio vedere quando ti laurei”, “Ma perchè non molli se non ti laurei, dovresti mollare”, “Ma tu? A quando i confetti?” etcetera. Cose che a me non fanno bene punto.
E questa è normale routine, ogni volta che li vedo sono sequele del genere e a volte non riguardano neanche l’università, ma qualcosa su cui malignare e insultarmi la trovano sempre. Non sono persone creative, ma in certi frangenti dimostrano un estro da non sottovalutare.
E poi c’è cole che incarna tutto il male che la figura del “parente “ammette, la zia che tutti vorrebbero per la sua fiera e impeccabile condotta, la regina delle maligneria, la chiamerò la Matrona. E’ la tipica falsa perbenista e benpensate di paese, chiesofila e borghese fino alla nausea, col suo codice di comportamento rigido risalente alla II guerra mondiale e un grumo d’odio celato da frasi fatte e disincanto. Io sono da sempre, completamente il contrario di lei e di sua figlia, quindi mi odia. Odia il mio disprezzo dei “valori” cattolici, odia la mia indipendenza di pensiero fin da quando sono bambina, odia la mia inadenpienza ai suoi codici di comportamento che tendo a trattare con sufficienza, come non valessero niente, odia il fatto che leggo molto, una volta tolsi un libro a un matrimonio, in realtà solo per prendere un’astuccio di caramelline alla violetta finito sul fondo della borsa, e lei mi disse che ero un pagliaccio perchè mi ero portata un libro. Insomma, cose così, mi disprezza, forse perchè non mi capisce, forse perchè mi reputa una caccola inutile (non si è laureata, non frequenta la parrocchia, non esce spesso…oddio che tremenda, malevola asociale!), anche se a volte mi è capitato di pensare, per un frammento di secondo che poi è scemato, che invidi un po’ la mia ampiezza di pensiero e la mia personalità senza dubbio debole, ma su certe cose decisa e con un suo fascino.
All’ultimo rendez vous familiare, aspettò che tutti fossero torno torno riuniti per l’aperitivo e disse a gran voce “Tu ti devi solo vergognare” perchè non mi ero fatta vedere di recente dalle loro parti.
Vabbè mi fermo qui, giusto per consentirvi di avere un’idea del perchè tendo a star lontana da ‘sta gente e dei miei timori sulla serata che mi aspetta. E soprattutto del perchè  la mia voglia di dolci sarà centuplicata, stasera. Se succederà qualcosa tipo sopra, ho paura davvero di cedere e abbuffarmi.
Che poi, spero se ne stiano buoni buoni, con tutta quella Chiesa che si sorbiscono, magari fanno qualche fioretto nel periodo pasquale per essere più buoni e non scassano i cabasisi a me.
Resta il fatto che una festa di laurea tra parenti è una pizza oltre che un tormento, ma almeno solitamente ci sono i dolci, e c’è la torta, la torta è un bene sempre e comunque, ma se non puoi mangiarti neanche la torta è una tortura scriteriata e basta!

Spero di riuscire a fare un resoconto della serata domani, prima della rottamazione di mister pc. Per quanto riguarda il resto della settimana sarà tutto speso a resistere alle tentazioni, a preghiere sanscrite ogniqualvolta debba salire sulla bilancia, alla dieta, agli ultimi preparativi per Odisseo e a resistere e non abbuffarmi alla pasquetta con le mie amiche.
A questo proposito ieri pomeriggio l’ho passato a tirar giù tutto l’armadio e i cassetti con tutto quel che ho, che stringi stringi è ben poco mi sono accorta, e provare ogni accostamento, nel vano tentativo di trovare una mise che non mi stesse da schifo.
E’ stato vano, appunto, tutto mi sta male e io sono enorme e grassissima e non so davvero che inventarmi, spero di trovare qualcosa di decente domani al centro commerciale, altrimenti le cose cominceranno a volgere per il male già a 8 GIORNI DA ODISSEO, 8 capite, 8, come cavolo abbiamo fatto a rudurci a soli 8 giorni?!
Per il resto solite cose: comprare un libro (per Odisseo), depilazione totale (per Odisseo), e ho già detto della dieta? (per Odisseo).

Aggiornamento corsa e poi la finisco. Oggi ho corso 35 minuti, due sessioni da 15 e una da 5, ma pioveva, avevo freddo e francamente mi vedo le gambe enormi, quindi credo che scemerò un pochino col ritmo corsa questa settimana e la prossima non corro proprio. Oggi, stringi stringi, qualcosa comunque mangio a quel cazzo di ristorante, quindi domani me ne sparo 40 di minuti per cercare di metterci una pezza, ma poi sempre mno, fino ad arrivare a una ventina di minuti la domenica di Pasqua. In realtà la domenica solitamente lo prendo di riposo, ma mi intriga troppo uscire a correre il giorno di Pasqua, presto, quando in giro non ci sarà nessuno e il mondo, la Pasqua stessa, sarà mia. Senza cioccolata, ma tant’è.

La mia vita da semi-nerd

In quel di gennaio 2013, quando questo blog ebbe gli albori (vedremo se nefasti o meno, ancora non so), che non sono neanche due mesi fa ma sembrano piuttosto cinque anni fa, scrissi che il fine ultimo di questo blog era quella di espiare le mie magagne e così iniziare a vivere alla veneranda età di 29/30 anni.
Oggi è il 10 marzo corrente anni e la mia vita è iniziata così bene da aver passato la Festa della donna a casa, sola, a mangiare patate lesse senza condimenti a mo’ di Torta mimosa sciapita, a leggere Harper Lee e Raymond Carver e rivedere gli episodi di Welcome to Twin Peaks. Molto figo eh, tutta vita.
Ora, precisiamo. Non che me ne freghi una mezza cippa della Festa delle donne. In realtà non sono neanche contro la Festa delle donne per tutte quelle ragioni che paiono sciorinare tutti in coro in queste occasione (la festa della donna è tutti i giorni, è solo una pratica consumistica, va di moda, ecc ecc) di cui in non me ne frega mezza cippa tanto quanto della Festa della donna. Ma per me è una ragione per festeggiare non meno imbecille del Natale e compagnia festante, quindi non vedo perchè debba ssere bistrattata una ragione come un’altra per festeggiare e per mangiare dolci. Soprattutto per mangiare dolci. Tutta questa gente che bistratta le feste dove ci sono dolci, proprio non la sopporto io. Non perchè sia una fan Torta mimosa nella fattispecie, tant’è che me ne sono inventata una variante alla crema alla cioccolata bianca e pan di spagna al caffè pensa te perchè tutta quella roba all’ananas non me gusta mucho, ma comunque è una torta, non si scherza con le torte! Ricordate i comandamenti? E’ eresia non santificare le feste TUTTE, non solo quelle cattoliche, quindi mosca e santiificate le feste e magari inventavene delle altre religiosamente dopo il 5 aprile (incontro con Odisseo, ndr), che io mi invento i rispettivi dolci e me li mangio pure.
Sì se non fosse chiaro ho necessità impellente di dolciumi. Ma tengo duro sennò tutta questo correre strascicato non mi serve a una mazza.

Dicevo, che la mia vita non è iniziata perchè mangio patate lesse quando dovrei essere fuori a vivere un po’ e invece esco neanche per santificare le feste, e neanche i sabati.
Sono uscita però di domenica, come le vecchie.
Sono andata a una specie di mercato dell’antico e c’ho guadagnato degli orecchini di pizzo bianco che mi ha regalato un’amica di mia mamma. Tutto figo quanto un ermellino morto.
In tutto ciò, ecco il momento in cui anche la miseranda vita di Calipso raggiunge strordinarie vette. Peccato che siano il massimo della non figaggine, più sotto sponda nerd (capito, Grimilde?!).
Prima di tutto, tra la robaccia del mercato c’era una mini-bancarella di libri (nell’ameno paesucolo!) praticamente nuovi a 1.00 euro e credevo fossero cagate inutili, invece spulcia spulcia era pieno di libri splendidi e ci sono rimasta un’ora a spulciare (nell’ameno paesucolo!). Peccato che la maggior parte li avevo letti, ma ce n’erano anche un buon numero che stalla nella mia wish list da che vivo e ne ho presi solo due perchè sono uscita solo con due euro ecchenesapevo io che nell’ameno paesucolo c’erano cose a me affini come i libri? – quindi spero che tra due settimane torni il mercato in questione con la minibacarella in questione che magari esco pure volentieri (nell’ameno paesucolo!).
I libri che ho preso alla fine sono due raccolte di poesie: Antologia di Spoon river di Lee Masters e Poesia di Percie Shelley che è una vita che voglio leggere ma ho sempre rimandato.
Quindi questi sono i prossimi libri che leggerò dopo Il buio oltre la siepe e Cattedrale. In realtà io vorrei parlare anche qui delle mie letture e buttarci giù qualche recensione o mio sfogo libraceo-letterario, è che non so quanto c’azzecchi col blog, quindi esito.

Per tornare alla mia fase nerd, per chi non la conoscesse I segreti di Twin Peaks, prima di tutto si vergogni, dopo di che vada a guardarlo immediatamente! E’ una serie di sole due stagioni del 1990, è del regista David Lynch ha un cast spettacoloso ed è un misto di giallo, mistery, noir, adventure, thriller, horror, teen drama, satirico è tutto quel cavolo di telefilm e ora forse la ABC mi fa la terza stagione dopo  venti anni e magari! Perciò sto cercando di rivederlo, e anche perchè sono una misera e inguaribile nerd.

Morale della favola dopo tutte queste digressioni inutili, è che la mia vita da seminerd è ferma che neanche prima di iniziare a scrivere il blog era e che quindi devo darmi una cazzo di mossa.
Fine.

Digressione

Dei sabato sera, ovvero de la gente che sta in piedi senza i libri di Tom Wolfe (in un pub)

Ieri sera sono uscita e mi sono ricordata perchè non esco mai da queste parti.
Ok, passare un po’ di tempo con le mie amiche non mi dispiace mai, il problema è il contesto privo di qualsivoglia scintilla in grado di accendere qualsivoglia neurone. E con qualsivoglia neurone intendo “uno-a-caso-dei-miei-neuroni”, perchè quelli dell’altrui gente paiono accendersi benissimo e rifulgere inestinguibilmente.

Da ragazzina  pensavo che crescendo le cose sarebbero cambiate, ma questo non mi ha mai impedito di sentirmi una stupida non in grado di essere me stessa di divertirmi lì con tutti, e in definitiva di sentirmi un’asociale.
Bello constatare che alla soglia dei 30 anni le cose non sono cambiate, proprio bello, ma proprio proprio bello! Che sono la stessa asociale complessata di allora, ah …non sapete quanto sia stato bello e speciale sentirmi dannatamente fuori posto! Strano però che questo pensiero affiori solo quando esco da queste parti: perchè il mio paese e le cittadine della mia adolescenza mi fanno sentire una minorata, davvero non lo so, al punto che non posso neanche più lavorarci qui! Uno psicologo ci farebbe i soldi con me…

Ma tutte queste sono spleculazioni tratte dal mio punto di vista e potrebbero essere falsate, per stabilire se sono solo scema o un’asociale vera o se sono tutti pallosi, dobbiamo far un rapido elenco dei fatti. Rapido, che domenica o no, asociale o meno, Calipso qui deve studiare.

Dunque, prima siamo andate a mangiare la pizza in un pub bellino ma angusto, e per angusto intendo che è più grande la mia stanza nonostante quello sia stipato di bancone e tavoli e senti senti, televisioni. Mi sono chiesta a che diavolo servano quattro televisioni in una stanza grande quanto un bagno, e un millesimo di secondo dopo, le urla belluine mi hanno illuminata: partite. Quel pub bellino è un ritrovo per partitari.
No, mi correggo: tutti i pub bellini o bruttini, piccini o picciò, pizzerie, rosticcerie, messicani, arabi e neozelandesi, tutti sono stramaledetti ritrovi per partitari, qui. Ed ecco quindi cena più spettacolo, uno spettacolo rivisto mille e mille volte e condito dei più tradizionali e beceri clichè del folclore partitaro:
– alla mia destra un paio di buzzurri che rovesciavano boccali di birra ogni volta che la palla rotolava;
– alla sinistra la créme della créme: ex compagno di liceo (e pensare che l’avevo sognato ieri notte!) che mi fissa come allocco e sciorina frasi fatte una dopo l’altra insieme al suo gruppo di cicisbei, e fa il gallo cedrone con le galline del cicisbeiato, del tipo “ha fatto la cresta al palo”, “oh se io dico che vince, vince”, “eh…mi dicono tutti che potrei fare il filosofo, mi chiamano Zarathustra!”. E io che cercavo di ignorarli con le mie di chiacchiere che non vinceranno l’oscar, ma il cicisbeiato lo surclasso. Non fosse che eravamo appiccicati tutti insieme come in una grande orgia…;
– dietro di me le puledrine anti-juventus, (il che significa milaniste o interiste non vi pensata a niente che denoti una forma anfibia di personalità), che urlavano gaianti a ogni goal dell’altra squadra (ammesso che goal ci siano stati perchè non ho alzato lo sguardo verso lo schermo neanche una volta, quindi possono essersi aggrovigliati tutti in un’amplesso collettivo per quel che ne so…), insomma un vero attentato in acuti al mio padiglione auricolare e da lì al sistema nervoso centrale tutto. Il che mi ha fatto pensare, come se pensare fosse lo scudo anti-cazzate-strillate, e una teoria affascinante sul perchè io non mi sono mai trovata bene con nessuno qui, ha iniziato a formarsi: “siccome vivere continuamente in questo delirio di cazzate ti rende cazzone, poverini, non hanno scelta su cosa essere “. La conclusione della brillante teoria: “quindi sono tutti stupidi tranne me“. Mi piace ovviemente, io ne esco bene e  non capita in nessun’altra teoria, che io ne esca bene;
– davanti a me il gruppo dei sofisticati borghesi in cravatta (in un pub) con puzza elegantemente sotto al naso (in un pub) e atteggiamento da uomini e donne vissuti e vissuti con classe (in un pub) a guardare attenti e silenti lo schermo per poi commentare con sussiegosa competenza qualsiasi sbarbamento abbiano visto sullo schermo, seguito da risolino compresso alla battuta composta (in un pub).

In realtà tutto questo l’ho immagazzinato, ma c’ho prestato ben poca attenzione perchè non vedevo le mie amiche da Natale e ci siamo divertite. Finchè non siamo andate nel “pub” numero due, che tutti continuano a chiamare “pub”, ma se quello è un pub io sono Reese Witherspoon. E io non sono affatto Reese Witherspoon.
A me dispiace, le mie amiche volevano che mi divertissi e volevano farmi conoscere i tipi che piacciono loro, ma andare in un posto in cui non si può parlare perchè la musica da discoteca (in un pub) è troppo alta e devi strillare, e in cui ti mettono il timbro sulla mano quando esci per consentirti di rientrare come fossi una marca da bollo (in un pub), non è il genere di posto che io chiamo “pub” e che mi piace. E’ invece il genere di posto in cui mi trovo tremendamente fuori luogo e rimpiango i libri Tom Wolfe (non so perchè proprio Tom Wolfe, ma quando finisco in questo genere di posti, mi trovo a dannarmi l’anima per non essermi portata dietro un libro di Tom Wolfe).
Funziona così nel “pub” numero due: prima si sta tutti compressi su due poltrone, uniche nella sala, si parla di scommesse e di calcio, poi si passa nell’altra stanza a sentire qualcuno parlare di scommesse e di calcio, poi tolgono anche le due poltrone e alzano la musica cosicchè tutti possano stare in piedi col cocktailno in mano e non si sentano più a vicenda qualora venisse loro un’improvvisa necessità di parlare di scommesse e di calcio, ma tanto c’è il televisore che non si sente e che parla di scommesse e di calcio, l’apice arriva quando si fa la fila in bagno e la finta ragazzina (avrà avuto 35 anni) salta la fila per il bagno delle femminucce e va in quello dei maschietti, salvo trovare la porta chiusa perchè occupato, il che scatena forsennate risa da parte degli astanti; poi si torna di là dove il precedente branco di cretini (in piedi) ha iniziato a dimenarsi come cazzoni (in piedi).
A quel punto sono andata a farmi una birra e a rimpiagere Tom Wolfe in un angolo, salvo poi pensare alle mie amiche contrite a causa della mie stranezze, che comprendono il non voler parlare di scommesse e di calcio e il voler stare seduta, pensa pensa, il che mi ha fatto sentire (giustamente) un’acida zitella asociale e sono tornata lì, in piedi, nel branco di gente in piedi a essere una cretina che tanto tutto fa brodo e l’uomo non è un’isola (ma la donna sì, visto che “isola” è femminile, ma lasciamo perdere) ecc ecc…
Sì, uscire il sabato sera è fenomenale, mi chiedo perchè non lo faccia più spesso.
Però, per essere un’acida zitella asociale sono simpatica, perchè quando stavo andando via (c’è un limite di sopportazione quando stai in piedi a non fare niente, sappiatelo), ho detto al tipo col timbro all’uscita che mi aveva già marchiata come una mucca e tutti si sono sganasciati dalle risate. Boh. Non volevo fare dell’ironia, ma contenti loro, almeno ridono…

Mi spiace di essere così, ma sono così e io lì dentro non ci torno più.
Se poi mi passano sotto banco un libro Tom Wolfe

Ciao Gennaio ciao

“La rivoluzione di febbraio”, non ce l’ha nessuno. Perchè tutti fanno rivoluzioni di primavera quando ci si risveglia dal letargo e bisogna sgranchirsi; oppure in autunno perchè è  tanto bello l’autunno, con tutti quei contorni di colori sanguigni che già la natura offre, e siccome il contesto è il fondamento di ogni rivoluzione, detto fatto; e poi ci sono tutte quelle estive perchè il sangue bolle e ribolle d’estate e in qualche modo devi scatenare il bollore.
Invece d’inverno gli animi si chetano. E io mi sobillo. Da brava e inveterata anticonformista.

E badiamo bene che qui non si parla dell’inverno mite e fiocchettoso di dicembre, quello di mandorle caramellate e lucette. Qui si parla dello scuro, spoglio e in alcune beate latitudini (non mie), bianco inverno.
Perchè diciamocelo, Gennaio se ne è andato e mi ha lasciato solo un codazzo di roba da studiare e un sacco di ciccia da perdere e un fondoschiena sempre più strabordantemente quadrato a furia di stare seduta, con cui fare i conti. Quale mese migiore di febbraio per farli. I conti.
Il mese dello studio e delle maschere che permettono di andare in giro celandosi bellamente per non farsi riconoscere e poter rosicchiare briciole di vita allontanandosi dalla solitudine più infausta?
Nessuno. Quindi Febbraio deve essere il mio tappetino e se la mia rivoluzione non ha funzionato a Gennaio è perchè gennaio è becero e sonnolento, giusto? Mica è colpa mia…#coleichecercabuonescuseperisuoifallimentieciriescepure.
Immagine

Quindi benvenuto febbraio e benvenuta nuova Calipso che frantuma nel tritarifiuti qualsiasi pensiero infausto e senso di inadeguatezza, e cammina a testa alta, ora dopo ora per districare i nodi della sua vita e finalmente calarsi nei suoi ruoli effettivi, come un pettine che procede senza intoppi dolori e strappi su una lunga chioma.

Leggo tanti blog che parlano di ripartenze e di forza nel ricominciare, in modo non troppo differente da me, ora, di nuovo sempre e comunque. E’ bello sapere che la rivoluzione di febbraio sarà nutrita e piena di gente in piazza. Gente forte, gente che è quello che è e lotta comunque, sempre, a prescindere da cosa e quanto ha come punto di partenza. A prescindere da quanto sia dura la strada e lontana la meta.
E’ bello accorgersi che, dopotutto, non si è soli.

Enter your email address to follow this blog and receive notifications of new posts by email.

Segui assieme ad altri 107 follower

Lupetta above all

...i miei pensieri...

Biobioncino's Blog

Andare avanti nella propria quieta disperazione

Musa Di Vetro

Quel luogo è sempre da un'altra parte

Bisogna prendere le distanze...

4 dentisti su 5 raccomandano questo sito WordPress.com

Francesco Nigri

Passionate Life and Love

i discutibili

perpetual beta

VAstreetFrames

Street photography and portraits

Gianvito Scaringi

Idee, opinioni, reblog e pensieri spontanei

silvianerixausa.wordpress.com/

Silvia Neri Contemporary Art's Blog

Cosa vuoi fare da grande?

Il futurometro non nuoce alla salute dei vostri bambini

Personaggio in cerca d'Autore

Un semplice spazio creativo.

LES HAUTS DE HURLE VALENCE

IL N'Y A PAS PLUS SOURD QUE CELUI QUI NE VEUT PAS ENTENDRE

Kolima - Laboratorio di tatuaggio siberiano

Un corpo tatuato è un libro misterioso che pochi sanno leggere

Menomalechenonsonounamucca

Trent'anni e una vita che non vedo. Allora la metto a nudo, completamente, me stessa e la mia vita, in ogni suo piccolo, vergognoso, imperativo dettaglio, come se avessi una web cam sempre accesa puntata addosso. Svendermi per punirmi e per rivelarmi completamente al mondo, svelare le mie inadempienze come la laurea che non riesco a prendere e i kili da perdere, nella speranza che sia il mondo a vedere quel che io non vedo in me. Un esperimento che sarà accompagnato da foto e cronache dettagliate e che durerà un anno, il 2013 dei miei 30'anni. Se il mondo non vedrà niente neanche così, chiuderò tutto....

ial.

Just another WordPress.com site

The Well-Travelled Postcard

A travel blog for anyone with a passion for travelling, living, studying or working abroad.

viaggioperviandantipazienti

My life in books. The books of my life