Come far parlare Odisseo?

Il punto è che Odisseo non mi dice niente. L’ho appena sentito e non mi ha detto niente. Ieri abbiamo parlato come due ossessi della conversazione telefonica e non mi ha detto niente.
Oh lui parla, questo sì, e sa farlo anche bene. Attinge a un ricettacolo di parole più fornito della Torre di Babele: le prende, le morde, le strappa ‘ste parole, le dilania, le impasta di senso&saliva, le rimodella con la lingua, le emette in diabolici canti ed erre francesi, ripieni di una tale fascinosa potenza da attanagliare il cervello e comprimere l’utero.
E’ bravissimo in questo. Chissà se fa quest’effetto solo a me o anche agli altri, chissà se comprime l’utero di tutti. Forse è per questo che è stato richiesto come ghostwriter da una lista di candidati della sua città per le Comunali di questi giorni! Non parla lui, ma gli scrive i discorsi, le parole sono le sue, l’effetto dovrebbe essere lo stesso…

E’ che una volta, in tutte quelle parole che mi decantava, c’era sempre un retrogusto di meravigliosa intimità, di sentimenti così teneri da non far credere alla deflagrazione di sensazioni che accompagnavano e che in tutto ciò, facevano solo da scolo alle sue parole d’amore, quelle vere, pulite, senza ombre o dubbi, in grado di trasmutare una frase in un gesto, con buona e fottuta pace di tutte le limitazioni che la distanza comporta.
Sette mesi di meraviglia, sono stati.
Ora invece non posso neanche “accontentarmi delle briciole“, e non solo perchè io odio i luoghi comuni e i detti stradetti, li trovo tremendamente poco denotativi delle varie circonstanze che sono chiamati continuamente a rappresentare. No, è che qui non ci sono neanche briciole di cui potersi accontentare!
Tante parole, tanti discorsi, tante battute, tanti gesti d’affetto sincero, ma niente di intimo, niente che faccia pensare a noi anche solo lontanamente come a due innamorati che ci provano, almeno, a diventare una coppia. Cosa che in teoria stiamo facendo, a detta di Odisseo stesso. Ma il suo modo di farlo, dopo i tormenti di fine aprile è questo: un muro di marmo.
E io? Come rispondo a un muro di marmo?

Non lo so come si risponde a un muro di marmo.
Ho iniziato a rispondere alle sue parole rigide con discorsi leggeri, ma non sono io quella, non sono la Calipso che sono con Odisseo e non ho più intenzione di sottostare a questo gergo da Marina degli Stati Uniti d’America. Ho quindi ripreso a comportarmi come un mesetto fa, dicendo esattamente tutto quello che penso, esattamente tutto quello che provo, flirtando quando mi va, “accarezzandolo” quando ho voglia, infiocchettando i nostri discorsi di tenerezze e coccole, come posso, dove posso, quando posso. Quest’avarizia improvvisa di gesti e modi e parole e sentimenti è una sua scelta, e non ho più voglia di assecondarlo contro la mia naturale propensione.
Ma questo non vuol dire che debba (possa?) aspettarmi un riscontro di qualche tipo da parte sua, giusto? Perchè finora non ce n’è stato alcuno, anche se ho ripreso da poco questa libertà, ma comunque non riesco a tirargli fuori niente di sostanziale.
Mi chiedo se non stia sbagliando a farlo; mi chiedo se non sia tutto inutile e non debba invece considerare questa ritrosia come una fine di fatto della nostra storia e quindi non credere a quello che mi ha detto, che non è finito niente; mi chiedo cosa posso fare, se c’è qualcosa da fare per capire se Odisseo riesce a tornare ad aprirsi un po’. Non pretendo certo che sia tutto come un mese fa, se non se la sente, o che debba sentirsi obbligato a farlo, per carità. Voglio solo capire come riuscire a capire e se posso aprire una breccia nel muro di marmo che vuole erigere, prima di incontrarlo.
Perchè io un altro mese a dare 100 e ricevere 1, non so se sono in grado di sostenerlo. Avevo deciso di lasciar correre e aspettare il nostro prossimo incontro per prendere decisioni eventuali e drastiche, ma ora non sono sicura di riuscirci, non se continua così, senza una breccia alcuna a farmi rivedere il mio Odisseo dall’altra parte.

Quindi che cavolo faccio? Continuo così? Sbaglio? Non sbaglio? Quale cavolo è l’atteggiamento giusto?
Posso portarlo a rilassarsi, stabilire sempre conversazioni lisce e creare una situazione di serenità e a questo punto attaccarlo con una tenerezza.
Oppure rompere la routine e chiamarlo quando più mi aggrada, inserendo una dose di inattesa e sorpresa nei nostrio incontro telefonici.
Possi scrivergli dei messaggini carini con più regolarità, magari prima di andare a letto o la mattina preso come ho fatto stamattina.

Io non voglio arrendermi, cazzo, ma non so proprio come si fa a scavalcare un muro di marmo.

Annunci

Benvenuti nell’istante inesistente

La ventola del mio pc gracchia affannata, la pioggia cigola lì fuori, il caffè americano spande aromi vischiosi e io avrei dovuto essere su un autobus direzione “Fottuta Università“, quindi questo istante non doveva esistere. Invece esiste, perchè non ci sono andata all’Università.
Lo so che visti i miei precedenti a questo punto della lettura, una buona percentuale di persone potrebbe pensare “lurida codarda blasfema” e col giusto credito anche, ma stavolta alzo una mano a mia discolpa e non è che io mi discolpi spesso, quindi è un gesto che ha un suo perchè.
In pratica mi serve un un numero – il reddito del 2011 perchè mi calcolino la mora e la seconda rata – e non posso averlo, quindi devo aspettare che mia madre se lo procuri e spero vi riesca presto, sennò so’ cazzi cavoli amari. Nonostante ciò mi ero svegliata vestita lavata pettinata e inghiottito il nodo di ferro che mi si pianta in gola ogni volta che devo salire all’Università, ed ero pronta ad andarci lo stesso, ma siccome diluvia che dio la manda e siccome mia madre dormiva e non potevo giungere alla fermata senza passaggio e poi comunque sarei dovuta risalire per tutto il resto una volta avuto quel numero e sarebbero stati altri dieci euro di biglietto dell’autobus… insomma sì, sono una codarda.
Non ce la farò mai.
Ma questo non vuol dire che non ci proverò. Quindi nell’attesa/speranza che mia madre mi procuri quel numeretto in fretta, come scocca ora umana mi attacco al telefono e alla segreteria dell’Università e cerco di capire quali sono i “cento passi” che dovrò fare una volta arrivata là per risolvere questo casino, vedi mai che sapere esattamente le mosse da fare e dove andare, non mi faccia brancolare una volta lì, come una sperdura sparuta ragazza spaurita.

Un altro istante che non sarebbe dovuto esistere, è quello di ieri sera con Odisseo.
Non che sia successo chissacchè, in realtà si è fatta una tempesta in un bicchiere d’acqua e proprio per questo mi brucia e duole ancora di più. Intendiamoci, le cose tra di noi non vanno malaccio in questi giorni, abbiamo ripreso a sentirci con continuità e lui mi cerca e lui mi chiama e lui mi racconta tutto e di più della sua vita. Inoltre nei momenti di maggior serenità, quando siamo presi dalla conversazione e si dimentica che ha deciso che deve controllarsi e rallentare le cose tra noi, si lascia andare anche a piccoli flirt e tenerezze, niente rispetto al fiume in piena che era prima, ma è molto bello lo stesso e mi rende felice.
Ieri pomeriggio avevamo addirittura parlato per un’ora e mezzo senza accorgercene come i vecchi tempi, per questo ieri sera non volevo lasciarlo fino all’indomani con una stupida, piccola discussione appesa, e l’ho richiamato solo per dargli la buonanotte come si deve. Ma lui non ha sentito ragioni.
Non abbiamo litigato o che, ci sentiremo oggi come niente fosse, ma il fatto che abbia voluto imperterrito mantenere questa posizione, puntare i piedi, egoisticamente non accettare neanche il mio proposito di lasciarci serenamente, mi ha fatto un male cane, soprattutto dal momento che sapeva quanto oggi sarebbe stato un giorno duro per me (ho deciso solo stamane di non andare all’Università) e per una volta poteva quantomeno avere l’accortezza non dico di desistere dalla sua posizione, ma di non puntare i piedi e consentire che il mio intento di non lasciarci con recriminazioni aperte, andasse a buon fine.
Ora sto morendo dalla voglia di aggiornarlo e dirgli che non ci sono andata all’Università e sentirlo prima che vada a lavorare, ma non lo chiamo, aspetto che sia lui a fare il primo passo.

Alla faccia dell’istante che non doveva esistere, è dalle 5.30 circa di questa mattina che ho aperto il post (il primo istante al mondo di tre ore e mezza) e nel frattempo mi sono sparata una tazzona di caffè americano e un’altra di caffelatte, ho scritto mezza pagina di un racconto, ho risposto a una mail e scritta un’altra a una mia amica e considerato che sono quasi le 9.00 mi pare il caso di chiuderlo questo istante inesistente. E attaccarmi al telefono con Madama Università a fare le cose che vanno fatte per poi fare le cose che non vanno fatte, come scrivere finchè ogni senso, idea e impulso non venga cancellato del tutto dal mio cervello e trasferito su una pagina bianca.

Nera come la più bianca delle notti

La terminologia “notte bianca” non è mai stata meno circonfusa di pathos e di fascinose ripercussioni come nel mio caso.
Niente a che vedere con amori russi e dostoevsckijani, perduti nei ranghi del tempo e della letteratura, niente con le cantate capolessiane di rose donate non bianche come le amari notti, ma rosse come il fulgore dell’alba, niente incipit da grande storia che cominci con la notte insonne, niente di romantico, niente di produttivo, niente di magico, niente.
Solo io e i miei demoni, e una caterva di soluzioni più o meno attempate, più o meno lungimiranti per provare a combattere i demoni e riempire la notte bianca di un qualche accenno di colore, tutto purchè quell’orrido tripudio acromatico di opposti notturni “nera come la più bianca delle notti“, possa aver fine presto.

Un’anima dannata e un’anima in pena sono la stessa cosa?
No, sì, be’ non importa, tanto le ho rivestite entrambe stanotte, e mi calzavano a pennello neanche le avessi trovate ai saldi, cucite su misura per me,”due al prezzo di una signorina, non vorrà farsi scappare un’anima così bell’e pronta?! Che le anime scarseggiano oggigiorno, ne approfitti!
L’anima in pena era dedicata tutta a Odisseo, in tutto il suo tripudio di indecisioni: mi ama non mi ama, è giusto mollare come una capra, è più giusto continuare e lottare per chi si ama, perchè non può amarmi? perchè anche lui non può amarmi? perchè nessuno può amarmi? perchè io lo amo? perchè amo sempre? perchè non posso smettere di amare?
E io che ne so? E siccome non sapevo niente, meglio eliminare qualsiasi arrovellamento mentale e mettersia  leggere Emma, di Jane Austen, niente è meglio del chiacchiericcio di spiumate dame ottocentesche, inutile quanto splendidamente scritto, nelle notti bianche. Ma non bastevole ahimè, a distogliere l’attenzione da Odisseo, che Odisseo è rognoso, quindi meglio accompagnarlo a un bell’horror, l’ultima versione cinematografica de “La casa” bell’e pronta sul pc. Siccome Jane Austen e i film horror s’accoppiano divinamente, tanto quanto i cavoli imbionditi più bionda birra a merenda, ho iniziato a guardare il film e leggere contemporaneamente Emma, che i film horror non sono in grado di coinvolgermi mai del tutto e servono le pagine di un libro da inframezzare qua e là, per impedire alla mia testa di macinar continuamente pensieri infausti.
Voi ce l’avete la testa che macina pensieri continuamente, e non si ferma neanche la notte, neanche se gli dai una botta in testa col più enorme, preziso e orrido dei vasi Ming esistenti? Io sì, è una seccatura, tanto quanto quella di amare sempre così tanto da non poter spegnere il sentimento come ci fosse un interruttore da premere, zac, tanti saluti e che si faccia avanti il prossimo.

Ma neanche il connubio horror/Jane Austen pareva bastevole, stanotte, allora l’ho accompagnato a una camomilla alla fragola e a un più vezzeggiato e meno intellettuale archetipo femminile, ovvero quello di ammirare e organizzare i monili, gli ultimi orecchini che ho acquistato al prezzo di un euro l’uno, perchè sono un genio nel trovare orecchini a poco prezzo.
Jane Austen – film horror- orecchini nuovi – camomilla alla fragola – rotta le palle del film horror – ultime due puntate della stagione di Revenge. E queste hanno vinto, mi hanno assorbita del tutto, viva sempre i telefilm intelligenti e ora che Revenge è finito, Breaking bad è finito, Once upon a time è finito, The big bang theory è all’ultimo episodio e Sherlock non accenna a ricominciare, io vorrei tanto sapere cosa mi dovrei guardare nelle notti nere passate in bianco, se qualcuno fosse così carino da dirmelo, grazie (ps. rivedere Casablanca per la settecentesima volta, non vale).

Effetto camomilla alla fragola + Revenge finito, ecco che ha tutto agio di subentrare a quella in pena, l’anima dannata, dà il cinque alla collega e mi tormenta con l’università che non riesco ad affrontare, i miei fallimenti che non riesco ad affrontare, il casino da pagare che devo affrontare e che non riesco ad affrontare, tutto il mondo che mi sputa e mi odia per non essere alla sua altezza, mio zio che mi schifa, mio padre che se fosse vivo mi odierebbe, mia madre che mi odia in sua vece e vecchi e cari amici che mi odiano al punto da fuggir via senza neache un decente “ciao“.
Jane Austen non è all’altezza qui, vado allora a cercarmi uno di quei libri trash – tremendamente idioti per persone tremendamente idiote – che tengo in libreria buoni buoni, da tirar fuori alla bisogna, quando necessita una risata di cuore, il desiderio di sentirmi tremendamente autocompiaciuta e di soddisfare il mio bisogno di trash, appunto.
Inizio quindi I diari del vampiro, ma c’è un limite anche al trash e quel libro lo supera, quindi scelgo un libro decente come suo sostituto, ma me l’ha regalato Odisseo e non devo pensare a lui, poso il libro e vado a farmi una tisana alle erbe e metto su gli episodi di Gilmore girls che so a memoria, ma che assolvono sempre straordinariamente al compito di non farmi pensare quando tutto il resto fallisce. E mi addormento.

Dormo tipo mezz’ora, il tempo di sognare mio padre da giovane che lavora in aeroporto (mai successa ‘sta cosa) e io che mi affanno a raggiungerlo per dirgli che deve farsi le analisi subito, in modo che il cancro venga diagnosticato per tempo, di correre, correre, correre senza indugio a farlo, e lui mi guarda con occhi uguali ai miei e mi dice “Se vado ora tu non nasci” e io dico “E chissenefraga?!” e lui dice “Va bene, vado“, e io tiro un sospiro di sollievo, che dura un attimo perchè lui si gira e vedo la mezzaluna dell’operazione e so che sono arrivata troppo tardi e mi sveglio.
Sono le cinque punto zero-cinque della mattina, fuori c’è quel delizioso cielo bigio e il profumo di fiori e pioggia primaverile caduta sui boccioli che adoro, quindi spalanco il balcone, sposto la poltrona davanti al balcone spalancato e alla pioggia, mi avvolgo nel pail, con un ennesimo libro, una tazzona di latte alla cannella e miele e una bustona di Gocciole pavesi.
E vaffanculo alle notti bianche, bianconere, nere perchè bianche, bianche in quanto nere, amare come il nero, vuote come il bianco… Vaffanculo e basta.

Odisseo e l’Odissea ancora all’inizio

Io di decisioni non ho intenzione di prenderne“, ecco quello che ho detto a Odisseo ieri sera, “Soprattutto su una cosa così drastica come continuare o meno a sentirci e rompere di punto in bianco una cosa che è stata così bella e così grande. Quindi se vuoi rompere questa cosa tira fuori le palle e fallo tu“.
Sarò debole, sarò insicura, starò facendo un errore madornale, ma una cosa così io non la butto nel cesso senza averlo rivisto almeno un’altra volta. Cosa è giusto fare non lo so, perchè non sono in grado di pensare lucidamente, per questo ho chiesto un pensiero, un consiglio, un punto di vista, a chi non è coinvolto anima e corpo come me, sia su questo blog che ai miei amici e il responso è stato: al 60% vince il “mollalo che è un coglione“; il resto è stato più accomodante, mi ha detto che in una situazione come la nostra non è anormale uno stato di confusione o fasi di stallo varie, che finchè lui continua a cercarmi e a volermi sentire e a rincorrermi se sente che sono triste o che me la sono presa per un suo gesto, allora è tutto ancora in ballo, che anzi avevamo corso nei mesi scorsi, che l’atteggiamento giusto è questo più cauto e di conoscenza, a meno che non siamo tipi che crediamo nel colpo di fulmine, ma il colpo di fulmine è solo una copertura da sedicenni, l’amore nasce da testa e cuore, e testa e cuore necessitano di tempo e di cose vissute insieme.
E io mi trovo allo snodo esatto di questi due punti di vista: da un lato non posso accetare certe cose, dall’altro mi trovo d’accordo sull’andarci cauti. Ma io e Odisseo ci eravamo sistemati in una nicchia comoda e sicura che non prevedeva il resto del mondo, e ora che ci siamo incontrati dobbiamo prevederlo, e rivedere il tutto in due settimane non è facile. Siccome per me le cose non sono cambiate più di tanto, ecco che ho detto che doveva esser lui a prendere una decisione.

E lui non ha nessuna intenzione di non sentirmi, anzi temeva la mia decisione. Non era un ultimatum il suo, era una scelta nelle mie mani perchè lui al momento non si sbilancerà oltre prima di rivederci, ma questo non significa che abbia fatto passi indietro, ha paura delle ripercussioni che la cosa potrebbe avere su me e su lui stesso se non dovesse andare. Posso accettare questo stato di cose?
No, non posso perchè per me è un passo indietro questo suo atteggiamento remissivo e non ho intenzione di fare passi indietro, ma solo passi avanti, così avevamo deciso prima di salutarci ad Aprile, così continuerò a vivere la nostra storia, nè più nè meno, quindi se lui si sta tirando indietro, me lo dica che io mollo tutto.
Ma quello che mi ha detto è che lui non si sta tirando indietro:
Non mi rimangio niente di quello che ti ho detto, di quello che provo per te e sono d’accordo, non voglio fare passi indietro neanche io, se continuiamo a sentirci è per vedere se il sentimento che c’è può essere applicato alla quotidianeità, ma per capirlo dobbiamo viverci e vederlo. Per questo mi sto trattenedo, perchè eravamo andati troppo oltre e prima di continuare ed essere certi, dobbiami consocerci e rallentare un po’. Io voglio conoscerti bene se devo costruire qualcosa con te, fermo restando i sentimenti. E le basi ci sono tutte, Caly, perciò ti chiedo di avere pazienza. Se per esempio io fossi uno stupido mondano e volessi andare qui e lì a festine e cenette snob e tu fossi un piccolo topino da biblioteca non adatta a quegli ambienti, come potremmo stare insieme? Passi un anno in cui tu cerchi di diventare mondana o io un topino, ne passino pure due stentati, al terzo ci lasceremmo o ci accomoderemmo su un placido affetto che non è cosa nè per te nè per me, non siamo da placidi affetti noi. Questo non è il nostro caso, grazie al cielo siamo simili in questo senso, ma è per dire che io devo capire queste cose e che se ho capito molto di te, non ho ancora capito tutto e per questo non posso darti tutto. Ciò non toglie che voglia darti tutto, ma non siamo ancora a quel punto, puoi accettarlo per ora? Questa era la mia richiesta, non un ultimatum”.

Posso accettarlo, ma se lui è pronto a combattere per me e per questa cosa, e posso accettarlo solo fino al prossimo incontro: se dopo quello lui continuerà ad voler tirare il freno, io mollo lui, mollo i freni, mollo i miei sentimenti al vento, che ne faccia di questi quel che piùgli aggrada:
Vuoi combattere per me Odisseo, o accetti passivamente la mia scelta anche se è negativa e ti ci adegui?
Sì che voglio combattere! Ma ti prego di non aspettarti che risponda “mi manchi” alle tue domande, perchè per me mandarti un messaggio con scritto “Il fatto che vieni a stare a Roma vuol dire tutto per me, perchè posso stare con te spesso e non sai quanto lo voglia”, vale per me più di mille “mi manchi”“.

Odissea. Mai nome fu più adeguato a definire una storia d’amore.

Ultimatum da Odisseo

Odisseo vuole sapere entro stasera cosa voglio fare, se voglio continuare a sentirlo così o se non voglio sentirlo più, dove per “così” si intende con lui che non si sbilancia, che ha fatto dei passi indietro rispetto a fine aprile e a tutto quello che è successo, che non mi dice niente che non direbbe a una casta amica, completamente diverso rispetto a prima, col costante dubbio da parte mia che lui per me, non provi più niente di niente, dubbio che deve rimanere tale almeno finchè non ci rivedremo di nuovo. Se ci rivedremo.
Mi ha detto chiaro chiaro, “O così o niente“.
E stasera vuole una risposta.
Ma io la risposta non ce l’ho.
Ho la testa piena di lacrime che stanno straripando fiori senza criterio, lacrimo tanto che sembro la madonna di coso lì, quella statua che piangeva sangue, e non so cosa fare. Quindi se qualcuno passasse di qui e mi potesse dare un consiglio di qualsiasi tipo, anche su come tagliare le cipolle alla julienne, gliene sarei grata.

Intanto continuo a lacrimare fino a prosciugarmi.

La tizia sbagliata nella storia giusta (con moto e centauro)

E’ stata un po’ come la scena di un film, uno di quei bei film, d’amore senza barriere, di ribellione e magia.
E’ stato come se fossi stata catapultata in Sons of anarchy e il Burundi si fosse trasformato in Charming town (anche se serve moooolta immaginazione per trasformare il Burundi in Charmin town).
E’ stato come se fossi in una bella storia, che non è la mia storia, in cui mi sono trovata per sbaglio, usurpando il trono della tizia giusta.
E’ stato come la tizia sbagliata nella storia giusta. Che è sempre un bene.
E’ stato come un gran niente capitato in una giornata orrenda e quindi trasformato in un gran tanto per compensare.

E’ stato che me ne andavo per Burundi town fin dall 9.00 della mattina, ieri, per sbrigare faccende non mie, come fare delle ricette dal dottore per mia sorella la quale è stata disarcinata dalla bici da una macchina e ora ha caviglia ingessata, andare a fare servizi per mia madre da una sua amica e fare la spesa, cose così, che mi hanno portato a fare il giro intero del Burundi. Ullallà, il grio intero del Burundi, pensa! Tredici minuti e mezzo a passo svelto e ti ritrovi al punto di partenza.
Stavo a un tiro di schippo da casa con due bustone della spesa e un tipp mi suona a un incrocio. Stava a cavallo di una moto gigante, di grossa cilindrata (si dice così?), bella, nera e metallo, fiammante, di quelle che bruciano l’aria quando passano e lasciano una scia di tuoni e rombi che anche se ne hai viste mille, anche se te ne frega delle moto quanto delle esperienze sessuali di uno scarabeo stercorario, ti giri comunque a guardarla sfrecciare. Pensavo stesse rivolgendosi a qualcun’altro, ma c’ero solo io, insomma a Burundi town non c’è molta gente in giro, e allora mi sono girata. Ho cercato di capire se lo conoscessi o cosa, ma ho già difficoltà a riconoscere la maggior parte della gente che mi saluta nel Burundi, figurarsi questo col casco integrale, il chiodo e la moto gigante.
No, non stava cagando me, quindi io proseguo convinta delle mie ragioni e quello suona di nuovo il clacson (si dice così?). Stavolta non ho dubbi visto che fissa me, ce l’ha con me, forse è un tipo che mi consoce, quindi faccio un rapido cenno di saluto e proseguo con i Pearl Jam nelle orecchie, mentre il signor centauro sparisce all’orizzonte con un rombo di tuono.
Il tempo di girare l’angolo chi ti ritrovo parcheggiato alla fine del marciapiede che stavo percorrendo? Sì,il centauro di prima, deve aver fatto il giro del paese per tornare indietro, ovvero 80 secondi con la moto. Ha un piede sul marciapiede, il motore acceso sputa un rumore sordo, la visierina del casco (si dice così?) alzata, gli occhi ramati, le sopracciglia folte e nere come la moto, un “Ciao” possente, di chi ha le corde vocali abituate a superare il frastuono del motore, possibilità che lo conosca 0,1%, possibilità che sia di Burundi town 0%.
A questo punto è necessaria la colonna sonora giusta: http://www.youtube.com/watch?v=PZ4mo3LCkvQ

E mo’ questo che vuole“, il tempo di pensarlo che mi risponde “Monta che ti do uno strappo“. Vuole darmi uno strappo, dunque.
La prima cosa che penso è che io lo strappo dal centauro, io lo voglio.
La seconda cosa che penso è che l’ultima volta che ho accettato un passaggio da uno sconosciuto, stavano per violentarmi (per approfondimenti macabri: https://webcamaccesa.wordpress.com/2013/03/31/il-mal-dovaie-a-pasqua-ti-mette-nei-guai/).
La terza cosa che penso è “Fico, è come stare in Sons of Anarchy“.
Quello che dico invece è: “Sulla tua moto c’è un porta-buste-della-spesa?
Il centauro sorride con gli occhi, che la bocca non la vedo ma credo sorrida anche con quella, credo, e dice che “Ah già… be’ buttale via!
La domanda che a questo punto il mondo si pone è: ma perchè cazzo non l’ho fatto?! Perchè non ho buttato via le dannate buste e non sono dietro al tipo col chiodo nero alla Sons of Anarchy e me ne non sono scomparsa all’orizzonte con tanti saluti a università del terrore, a Odisseo che fa il prezioso e alla vita di merda correlata? Perchè?! Per le buste della spesa?! No, probailmente perchè sono una cazzona, ecco perchè.
Gli ho detto di non tentarmi, che giusto ora stavo ascoltando una tristissima canzone dei Pearl Jam in cui un ragazzo e una ragazza hanno un incidente e lei muore e lui la perde per sempre. E lui ha risposto “Ahi, va bene allora non insisto, ma passo di qui spesso, ci becchiamo“. Mi fa l’occhiolino, taglia la strada, fa un cenno di saluto, imbocca la corsia e  ingranana e se ne va, scompare all’orizzonte senza di me, con House of the Rising Sun (versione The White Buffalo, precisiamo) come sottofondo.

E io sono tornata alla mia triste giornata tremenda, con le buste idiote della spesa. Giuro che se lo ribecco, me ne vado con lui per sempre, chiunque egli sia, c’è gente che si è innamorata per molto meno, no?
Lo giuro.

Un pinguino senza Madagascar, un Gratta e Vinci senza vinci.

Non ho chiamato Odisseo tutto il giorno, l’ho detto, l’ho fatto. Non gli ho neanche risposto ai messaggi che mi ha inviato. Mi ha chiamata lui, ma mi sono intrattenuta pochissimo e non sono stata per niente carina e propositiva. L’ho fatto, non posso ancora crederci di esserci riuscita. L’ho fatto e ora chiaramente sto in panico totale.
Credevi fosse il grande amore, cara Calipso, invece è un grande ammasso di corbellerie“, per questo non l’ho chiamato, per questa frase, che continuava a tamburellarmi in ogni dove, come la più arcigna delle ossessioni, e non parlargli mi sembrava la soluzione più naturale, perchè sono abbattuta e perchè non avevo molta voglia di sentirlo per portare davanti da sola questa pantomima.
Non potevo non farlo.
Nell’ultima settimana mi ha completamente spompata. Avrò buttato lì mille momenti carini, mille situazioni tenere e lui non ne ha colto una e ha stroncato il resto. Sono come un fagiolo messicano senza Messico, come un Gratta e Vinci senza “vinci” e col solo “gratta”, come i pinguini di Madagascar senza “Madagascar”, che i fagioli senza Messico sono solo anonimi fagioli e del solo gratta non sa che farsene nessuno, e che poi i pinguini di Madagascar sono effettivamente senza Madagascar perchè non sono in Madagascar e non lo raggiungeranno in nessuno dei quattro film il Madagascar e ho anche spoilrerato il finale di tutta la saga, ma il punto è e resta sempre Odisseo e io che sono nel panico perchè non chiama e io ora non so cosa fare, che domani e dopodomani non saprò cosa fare, che non ci capisco più niente.
Ora ho in mano un cellare derubato dei suoi accenti francesi, ricco solo di sterili codici numerici, quelli del biglietto di Trenitalia che domani mi ricondurrà nel Burundi (cosa c’è di più sterile di un codice di biglietto di treno che ti riporta nel Burundi?) per questa seconda metà di maggio, dove dovrò affrontare fallimeni, Università, tasse, parenti serpenti, burundiani in astinenza di succulente news.
E il panico dilaga….

“Vedremo se mi sei mancata”

Facciamo il punto della situazione con Odisseo.
Questo mi sono detta ieri, tutta bella arzilla, che avere una meta precisa come lo stage e il colloquio di domani per definirlo, mi rende meno appesa a un filo di ragnatela, quindi meno propensa alla depressione e alla malinconia becera. Ecco quindi che a fine serata ero di nuovo depressa e assalita dalla malinconia becera.
Ho una teoria carina e supportata da esperimenti, su comel’Universo tenda a ristabilire sempre un certo equilibrio, magari un giorno la illustro.

Dopo il suo fatidico “Ti amo“, seguito a un tiro di schioppo dall’altrettando fatidico “Ti amo al 70%“, il rapporto tra me e Odisseo, ha attraversato la burrasca, la quasi totale rottura, la tragedia che ne consegue e ora si è accomodato in una sorta di chiacchiericcio morbido e sereno con fini esplicitamante conoscitivi, ma privo di qualsivoglia allusione, “flirtamento” o tenerezza spicciola tra noi. Siccome io non lo amo al 70%, ma lo amo punto, la qual cosa mi fa brancolare abbastanza nelle nebbie dell’incertezza.
Ringalluzzita dagli ultimi eventi non così eccezionali, ma abbastanza da sconvolgere la mia piatta vita, ho deciso di gettare lì una piccola provocazione per vedere se abboccava, senza essere troppo esplicita però, che non voglio trattare l’argomento “Noi” (titolo dell’ultimo libro che gli ho ragalato, per giunta) direttamente, anzi non credo lo farò mai più a meno che non sia lui a prendere l’iniziativa.
Quindi l’ho buttata sulla più limpida e scontata delle battutine senza impegno e avendolo sentito poco per impegni vari in questi giorni, ho esordito chiedendogli disincantata: “Dunque riusciamo a sentirci infine, scommetto che ti sono mancata“, e lui risponde che gli è mancato il mondo giacchè è rimasto segregato nell’Università per ore e l’Università, si sa, esclude sdegnodamente il mondo al di fuori delle sue mura. E poi segue questa roba qui:
Caly: “Che me frega del mondo? Voglio sapere se IO ti sono mancata, mica il mondo!”
Ody: ” Tu non sei parte del mondo?”
Caly: ” Nah, io sono fuori dal mondo, come le termiti”
Ody: “Le termiti sono fuori dal mondo?”
Caly: “Sì”.
Ody: “Ah ok. Buono a sapersi”.
Caly: “Quindi il mondo ti è mancato, assodato, io invece?”
Ody: “Vedremo”
Caly: “Mmh… E le termiti?”
Ody: “Vedremo anche loro”.

Facciamo finta che non so cosa voglia dire questa sua risposta, va bene?
Dopodichè abbiamo parlato tranquillamente, ma c’ho rimuginato tutta la sera con un notevole malessere crescente che non mi piace neanche un po’. E adesso francamente non so cosa fare, se parlarci come niente fosse o sentirlo di meno o non sentirlo per vedere se gli manco io o il fottuto mondo o le termiti o entrambi o che cazzo ne so, o dire tutto quel che penso nella prossima telefonata, ma non ho voglia di discutere o di aprire la questione anche perchè domani ho il colloquio e vorrei stare il più serena possibile. Quindi alla fine ci parlerò come niente fosse, temo, ma con un groppo in gola, temo, e non sarò per niente comunicativa, temo, ma piuttosto triste e di questo ne sono sicura.

Ammesso e non concesso che non mi perda per Roma, che tra un po’ vado a fare un giretto per trovare via e percorso esatti così domani vado più tranquilla e non perdo tempo, dal momento che il colloquio è alle 10.30. Mio cugino dice che non è distante da Termini la zona in questione e che ci arriverò facilmente a piedi, ma siccome io ho il senso dell’orienatamento di un sottomarino russo senza radar, sarà una giornata lunga e faticosa. Almeno finchè non vado a flirtare col Mosè di Michelangelo e vaffanculo a Odisseo.

 

Passi indietro e Zeta

Sto facendo una serie di passi indietro che non posso permettermi di fare e li sto facendo in ogni settore della mia vita. E quel che è peggio, a pochi giorni dalla rinascita, nell’esatto momento in cui tutto prendeva una piega leggermetne più positiva rispetto a il resto tutto della mia vita:

la dieta: mille passi indietro! Tutto quello che ho perso tanto faticosamente credo di averlo recuperato, se non del tutto, poco ci manca. Sto reingrassando a vista d’occhio e la dispensa piena di nutella e cioccolata e merendine e brownies e ciambelloni e pastiere e dolciumi vari dei miei cugini, di certo non aiuta la mia depressione incanlzante. Il fatto di stare a casa degli zii, poi, mi impedisce di mangiare come voglio, di correre e di riprendere un ritmo a me più consono.
i demoni: sto per tornare ai minimi storici di depressione, non riesco a dormire e non sono neanche nella mia stanza dove risiedono le armi per combattere contro i demoni, quindi loro arrivano e possono fare quanto più gli aggrada.
– l’università: non solo è ferma, ma è anche più che ferma, è anchilosata, cementificata. Con tutte quelle tasse da pagare che non so come pagare, la tesi da scrivere , la professoressa della tesi che non sento da un’eternità, un disastro da cui non so come uscire.
Odisseo: è in stand by, Odisseo. Ci sentiamo e basta, giorno per giorno e giorno per giorno affrontiamo le magagne che ci si prensentano e sono tante. Però oggi è stato un amore: abbiamo parlato per un’ora, solo io e lui, nell’enorme terrazzo di zio, mentre tutti erano a scuola, a lavoro o dormivano, e io ho sorriso tutto il tempo sentendolo rilassarsi via  via e stiracchiarsi come un ghiro, dopo le giornatacce che ha passato. Il suo periodo forsennato si è in parte concluso e possiamo tirare un sospiro di sollievo. E’ stato tenero e gentile tutta la mattina e mi ha detto che aveva pensato di venire a Roma per vedermi, ma ha controllato e con poco preavviso il biglietto costa un bel po’ anche se il tragitto Napoli-Roma è breve e ora che ha fatto il trasloco, dato l’affitto di 3 mesi in anticipo, comprato un sacco di roba, non c’ha proprio una lira, e lo capisco, ma mi a fatto piacere che l’abbia pensato, ci abbia provato e me l’abbia detto. Sicuramente ci sono stato passi indietro anche con Odisseo dal momento che non siamo legati sentimentalmente come prima, ma per ora diciamo che stiamo in stand by.
il lavoro: qui mi sa proprio che è un nulla di fatto e io ci ho creduto troppo in questo colloquio romano. In realtà non ero ottimista, non credevo sul serio che mi avrebbero presa, ma era una ventata di aria fresca per problemi e depressione, la prospettiva di iniziare qualcosa, di non sentirmi più un’ameba inutile e soprattutto di uscire da quella stanza per sempre, una prospettiva così bella, che mi ci sono lasciata conquistare e coinvolgere troppo. E ora dovrò trovare qualcosa di orribile e schifoso nel Burundi per l’estate, tremo al solo pensiero.
autostima: a zero, proprio. Sto cercando di seguire i consigli di persone più navigate e intelligenti di me – e siete soprattutto sul blog quindi forse leggerete questo commento e vi ci ritroverete, avete notato la sottile lusinga, sì?-, ovvero di ripetermi che io sono giusta e non sbagliata, che sono quel che sono e va bene così, per provare a vincere blocchi, guai o timidezza o quantomeno vivere le mie mosse, le mie giornate, in maniera più serena. Vedremo, ma non è facile come sembra.
Zeta: sì ho fattoi dei passi indietro anche con Zeta, ma questo merita un capitolo a parte.

Zeta (in pillole).
Zeta (sì, come quello di Men in black) è un mio ex amico di cui non ho mai parlato perchè l’anno scorso è uscito/ha voluto uscire violentemente dalla mia vita e io ho sofferto come una piccola pecora eviscerata per questo. Ci ho messo secoli a estirpare ogni ganglio della sua presenza dalla mia vita e non ci sono ancora riuscita del tutto, ma evito comunque di pensare a lui e di scontrarmi nel corso delle giornate con cose che me lo fanno tornare alla mente. E’ una delle persone che mi ha conosciuta meglio, credo, forse l’unico, con lui sono stata bene come con nessuno anche se a distanza (le mie amicizie importanti sono semrpe a distanza), e avevo l’arroganza di credere di avergli lasciato anche io qualcosa di importante. Ma un anno e un mese e mezzo fa, ha deciso che dovevo scomparire dalla sua vita e senza darmi una reale spiegazione mi ha bloccata su facebook e sul cellulare e ha smesso di rispondere alle mie mail, insomma si è staccato. Era già un brutto periodo ma con la perdita di Zeta è diventato un inferno.
Questo per un molto breve sunto. Sono riuscita a relegarlo in un angolino della mente dove non passo spesso, ho dovuto farlo, mi stava schiantando il cuore il suo ricordo, e da luglio scorso ho smesso anche di provare a contattarlo, tanto se non sente più desiderio di sentirmi o parlarmi è inutile. Recentemente sono finita per sbaglio sulla sua pagina anobii, ma ho chiuso immediatamente per tema che le radici dei ricordi mi stritolassero.
L’ho amato? Oh sì, in tutti i modi in cui una persona può amare io ho amato Zeta tanto che nonostante tutto il male che mi ha fatto, nonostante si sia comportato in una maniera indegna di lui, non riuscirò mai a odiarlo del tutto (e c’ho provato a odiarlo, cristo se c’ho provato!), e una piccola parte di me gli vorrà sempre un gran bene e gli augurerà sempre il meglio del meglio che la felicità e il mondo possano offrire. A meno che non riesca a dimenticarlo del tutto un giorno, e francamente, lo spero, visto che per quel che ne so lui può essere su Marte al momento, e le possibilità che ci risentiremo sono più rare di quelle che io diventi la scrittrice più figa del mondo.
Tutto questo preambolo per dire che ieri ho fatto un passo indietro anche riguardo a Zeta e stanotte mi è improvvisamene balenato in mente. Sarà che era una ricorrenza particolare e legata a lui, ma l’avevo escluso dalla mia vita del tutto negli ultimi mesi! Anche i disegni che avevo fatto per lui – per farla breve volevo inviargli dei disegni con di alcune scene a noi familiari e per me (noi?) importanti-, li avevo oramai relegati in fondo al cassetto meno visitato della stanza.
E ieri è tornato il desiderio di poter sapere almeno se sta bene o cosa fa o come va la sua vita, la sua storia d’amore, la sua nipotina, il suo lavoro, lui. Di poter sentire solo una sua parola, che lui sapeva meglio di chiunque trovare quelle più giuste, non solo da dire a me, quelle più giuste nel mucchio di parole esistenti nella storia dell’umanità. Come faceva è un mistero per me. Io ne uso a iosa di parole ma non le governo con lasua abilità.
Ora me lo scrollerò di nuovo di dosso, devo farlo, e spero di riuscirci con più agio lasciandolo scritto qui, su questo blog, come fosse una parte della mia vita da mettere in una bottiglia e lasciar andar via per sempre verso una vita migliore lontano da me. Ma non prima di avergli dedicato un ultimo pensiero, un ultimo bacio e di avergli detto per l’ultima volta “Tanti auguri di buon compleanno, mio piccolo, Zeta”.

Ambarabà ciccì cocò, queste palle a chi le do

Vabbè, non parliamo troppo di palle che io sono quella che alla domanda dell’amico di zio “Che si dice nel Burundi?” ho risposto: “Le solite cose“. Quindi proprio di palle non ne so io, e non ne ho. Ma è pur vero che sono tenuta ad averle solo in un semi-senso simbolico, in quanto io sono femminuccia e delle palle non so che acciderboli farmene.
O meglio, lo saprei anche che acciderboli farmene… mmhh… Rivediamo la cosa: “… che io sono femminuccia e le palle non devo averle giacchè ho la vagina al posto di queste“. Ecco, così va meglio.

Il problema è tutto del genere maschile qua: io non riesco proprio a capire perchè , a un certo punto, sembra che i maschi perdono le palle. Gli si sgonfiano proprio, puoi vederne quasi il decorso da salsicciotto a fagiolino rinsecchito, oppure li smettono e li dimenticano a bordopiscina e se ne vanno in giro per il mondo senza pendolo.
No no, non sono incazzata, sono rassegnata.
Facciamo un esempio? Vediamo…. un esempio a caso, eh, per esempio… ah, ecco, Odisseo! Vedete com’è casuale la cosa?
Odisseo ha sempre avuto palle grosse come noci di cocco e pisellino come il tronco dell’albero delle noci di cocco. E ora mi ritrovo con un burattino vuoto, che va indirizzato nelle corversazioni e che mette il muso per un nonnulla, che sospira come una bambino a cui hanno rubato il Power Ranger preferito e che chiude piccato le conversazioni come una verginella smaccata.
Non è in grado di dire più niente che abbia una qualche profondità o che esprima un qualche legame tra noi, parla solo di castronerie e del lavoro o dell’Università. E poi parlo io e non ottengo mazze, nè cuori, ori o spade!
Che diavolo devo fare? Se continuiamo così, ci manderemo presto a cagare a vicenda.

E’ tardi e sono stanca, quindi non starò qui a parlarne approfonditamente anche perchè non vedo come la cosa possa essere di una qualche utilità al mondo, a questo blog o a me. Veramente a me di una qualche utilità in effetti lo sarebbe, ma facciamo finta di no che non ho tempo di approfondire la cosa.

Comincio a non sapere più che cavolo dire a Odisseo, e sparo cazzate non dissimili di quelle che sparo quando non sono a mio agio e cerco di essere chi non sono. Mi spaventa perchè comincio a non essere più me stessa con lui!
Me ne sono accorta oggi che mi ha chiamata Charles (lo chiameremo così, molto english e aristocratico, che gli si addice). Charles è un ragazzo del nord italia, ingegnere energetico, di famiglia alto-borghese, che ho sentito per diversi anni e ora sento meno, ma a cui voglio un bene dell’anima e per cui ho provato anche una qualcerta attrazione, seppur anni fa. Abiamo riso e parlato epr un’ora e non sono stata mai csì sollevata di poter essere me stessa, di parlare di qualsiasi cosa, di ridere liberamente senza tema di non poterlo fare, di sparare cazzate, di essere seguita da silenzi tesi e imbarazzanti, di perdere la sua stima o il suo affetto…

Okkei. Mi sono addormentata sulla tastiera, cammianre  e perdersi nell’afa primaverile romana, è sfiancante!
In realtà non riesco neanche a rileggere quindi se ho scritto cazzate amen, la seconda parte sarà meno sonnombilea, prometto su Obi Wan Kenobi, ma ora mi ficco a letto.

Sto bruciando un sole solo per dirti addio

Si è conclusa con la morte di Dorothy Parker la settimana decisiva mia e di Odisseo, si è conclusa con la morte nel cuore e anche a una persona meno simbolista di me, questo darebbe da pensare (è morta a mezzogiorno, mentre le leggevo poesie di Emily Dickinson ed Edgar Lee Master sulla morte come rinascita, la zampina fremente come una foglia al vento ma solo per un paio di secondi, poi niente più, che abbia sofferto solo quei due secondi? L’ho lasciata lì tutto il giorno, nell’oasi di acqua sull’isolotto con le palme, in cui ha scelto di morire. Ho pulito una scatoletta di formaggio cremoso con coperchio trasparente (volevo fare una foto ma no, è troppo triste) e ora l’ho messa lì, è la sua bara, andrò a tumularla sulle sponde di un un fiumiciattolo vicino casa mia).

Il resto del giorno è stato un continuo, costante, lento flusso di epifanie, neanche serva la morte per disvelare ciò che il furioso anelito alla vita nasconde. O è proprio così? La morte, anche nella forma minuscola di una tartarughina, fa aprire gli occhi?
Epifanie dunque, arrivate irrichieste mentre pranzavo con parenti o mentre ero fuori sotto il sole troppo caldo di Aprile o mentre provavo una giacca nera da indossare per un colloquio di lavoro (ne parlerò domani), ma soprattutto, mentre finivo di leggere “Le ore” di Cunningham. In questo caso in realtà è stato un bombardamento e sì che è un libro abbastanza noioso e non mi è piaciuto granchè! Nonostante ciò ognuna delle ultime pagine ha iniziato a svelare riferimenti a me diretti, risoluzioni drastiche di pensieri inquieti, verità che là erano, ma che non avevo la forza di accettare.
Si potrebbe azzardare la romantica ipotesi che il Destino abbia preso voce e sia voluto arrivare a me tramite le parole di un libro, o che la svolta cui anela la mia vita sia così carica di energie, da essere in grado di visualizzare vaticinii e profezie tra le trame dell’Universo di cui, volenti o nolenti anche questa palla di libro fa parte.
Tornando coi piedi saldamente piantati nel terreno, direi che più realisticamente sia stata la mia testa, annebbiata da una vita di letture, a romanzare il tutto, la mia coriacea tendenza a costruire sensi, connessioni e trame ovunque, a cercare segni sul percorso, a suggerirmi significati profetici laddove non c’è un’acca di niente.
E immagino che anche l’affascinante costruzione metanarrativa del libro abbia avuto la sua parte, queste cose stuzzicano e suggestionano abbastanza la mia testa già portata ai voli pindarici. Per dovere di critica: a parte la fascinazione della struttura della trama (Virginia Woolf che scrive “La signora Dalloway” e influenza così le mosse di donne lontane da lei nello spazio-tempo) e a parte che io adoro Virginia Woolf, questo libro ha uno stile stucchevole e vomitosamente femmineo (considerando anche che è stato scritto da un uomo), snocciale frasi pompose e racconta di cose inutili, il tutto in un urticante e prenne tono declamativo che no, proprio non mi piace, ma che gli ha reso un premio Pulitzer, quindi chi sono io per contestare?
Il percorso epifanico:

“Bene, allora. Vediamo. Stanza 19.”
Stanza 19 = Binario 19, il binario dove ho aspettato Odisseo e ci siamo visti per la prima volta e che il giorno prima mi aveva citato lui stesso, giacchè il treno che stava per prendere partiva appunto, da quello stesso binario 19. Mi ha mandato un messaggio, lui era lì e non poteva evitare di pensarmi e di pensare a quel nostro inizio numero due, a quei cinque giorni. Quei cinque giorni che hanno improvvisamente un sapore troppo esotico per essere associato al quotidiano che una storia d’amore vera e continuativa, forse anche banale nella sua routine, destinata a cristallizzarsi e a spegnere l’amore potente, non può avere. Al binario 19 mi ha lasciata quando sono ripartita da Napoli, quei cinque giorni sono un circolo che si apre e si chiude, dunque, non l’avevo capito finora, per me erano un inizio, l’incipit della storia. Il binario è una strada che porta lontano da lì, che può riportare indietro sì, ma quanti altri binari ci sono, quante deviazioni e stazioni e altri binari 19 da confondere con quello vero, unico e autentico? E anche tu che leggi, sei sicuro di non aver confuso il tuo binario 19 col  tuo VERO, AUTENTICO, UNICO binario 19, che non ti sia scelto un ripiego facendo finta che sia quello originale? No, perdersi sembra l’unica possibilità.

“Il corpo del tordo è ancora lì, minuscolo anche per essere un uccello, così totalmente privo di vita, qui al buio,come un guanto perso, questo piccolo vuoto mucchietto di morte. E’ spazzatura adesso.”
La mia tartarughina era morta appena appna, ed era lì davanti a me e queste parole erano sovrapponibili a me e a lei. La vita occupa spazio e poi diventa spazzatura. Tutta la vita è spazzatura quando è morte, tutte le cose morte sono spazzatura. Spazzatura viva in vita, solo spazzatura da morta. Esserci accende un fuoco che il non esserci estingue. Qualsiasi cosa ci fosse con Odisseo c’era e palpitava si sentiva, si allargava, mangiava spazio, prendeva posto nelle nostre vite. Ora c’è solo un residuo, come fosse morto, come spazzatura.

Va tutto bene, non abbiate paura. Tutto ciò che dovete fare è lasciarlo morire.
E’ tutto ciò che devo fare, lasciare morire questo sentimento che ancora è così vivo, che ancora occupa così tanto spazio in me? Come si fa a non morire sempre un po’ di più, a non far morire un po’ di noi ogni volta che dobbiamo far soccombere quella parte di noi che è nata e ha vissuto perchè legata a qualcuno, e questo qualcuno la strappa via e ci dice improvvisamente che no, deve morire, l’ho già fatto in passato e non c’è modo di uscirne se non ammazzando una parte di se stessi, come questa che è nata e vive grazie a tutto quell’ammasso di portentose sensazioni ed emozioni che sono solo mie e di Odisseo, che abbiamo generato noi e che nessuno assaporerà mai. Devo staccarmi da questo pezzo di me e metterlo in una scatola pulita di formaggio cremoso, come per Dorothy, fargli un funerale, degno di un eroe nordico, regalare la bara al fiumiciattolo finchè la piccola cascatella non la inghiotte. “Tutto ciò che devo fare è lasciare morire” me e Odisseo e fare il funerale che merita, degno di un eroe, alla parte migliore di me che sta morendo?

“I’m burning up a sun just to say goodbye”
“Sto bruciando un sole solo per dirti addio
E’ una citazione dal Doctor Who, è quello che ho provato, davvero, quando ho iniziato a dire addio davvero a “me e Odissseo”. La dice il Dottore quando apre un portale per una dimensione parallela, ma ha bisogno di un’energia tale che solo una supernova può dargli e fa quindi esplodere un sole per poter tenere il portale aperto il tempo appena bastevole per dire addio alla donna che ama, bloccata in irrimediabilmente in quell’ universo parallelo.
Ed è quello che sto facendo con Odisseo.

Dorothy Parker sta morendo

La mia tartarughina non si muove quasi più ormai e non mangia da giorni.
Non vederla zampettare furiosamente e alzare la testina con gli occhini neri neri brillanti ogni volta che mi avvicino, è di una tristezza assurda.
Ce l’ho messa tutta: ho chiesto pareri ad esperti, ho preso un termometro per misurare la temperatura dell’acqua che i rettili non producono calore e l’acqua deve essere ta i 15 e 28 gradi, le ho dato le vitamine, ho scelto il cibo migliore e più fresco possobile da intervallare al mangime per tartarughe, ma niente è servito.
Ha iniziato a cercar aria allungando la testa e starnutiva sempre e questo è sintomo di raffreddore se non polmonite. Qui nel Burundi non ci sono veterinari per rettili e comunque non resisterà fino a domani.
Devo aver fatto qualcosa di sbagliato all’inizio, ma era così viva, così bella che non ho pensato alla morte per un secondo. E invece le cose vive e belle muoiono sempre, anzi muoiono presto.
Forse le ho messo acqua troppo fredda, forse non l’ho tenuta abbastanza al sole, le ho cambiato spesso l’acqua, le ho dato da mangiare troppo o qualcosa di sbagliato.
Neanche dieci giorni interi sono riuscita a farla star bene.

Ormai credo manchi poco. Non so più che fare, sono completamente inutile. Posso solo stare seduta vicino a lei e parlare, forse si sentirà un po’ meno sola mentre se ne va.

Il 100% che non può accontentarsi del 70% in cambio

Questa che si accinge a finire in un tripudio di ponti e parenti scesi per il ponte e cose che la gente si prospetta di fare per il ponte (la gente, non io, io non prospetto, non sono gente, non ho ponti), assume sempre più i contorni di una di quelle fatidiche e inflazionate “settimane decisive“.
La mia settimana decisiva, ha la portata, diciamo, di un calcio nello stinco e quel che è bello è che si prospetta solo come il primo, di una serie di calci nello stinco.
Che poi, e qui mi parte la riflessione filosofica, se ci pensate, la maggior parte di quelle che vengono indicate come “settimane decisive“, si concludono quasi sempre con un ritorno allo status quo o a un nulla di fatto, il che le rende decisive come un cremino sciolto a bordo strada. Ma non importa, credo che ciò che importi come in molte cose, non è quello che effettivamente è, ma lo status di importanza e luccicanza che le si attribuisce, alla settimana decisiva, intendo. E’ come se tutti avessimo bisogno di qualcosa di importante per deturpare la noia e il piattume e lo statico di un’esistenza che non ci soddisfa mai del tutto e allora che facciamo? Creiamo le settimane decisive, così tutto acquista un valore più definitivo, come in un thriller in cui ci si aspetta per forza un qualche climax di eventi, oppure usiamo altri inveterati mezzi di illusione: vediamo significati che non ci sono o ci beiamo di una bellezza che non esiste o infioriamo un progetto per renderlo più ammiccante.

Vabbè, ma chi cazzo se ne frega di tutto questo?
Nessuno, me compresa.

Quel che a me frega, è invece che io e Odisseo continueremo a sentirci. E dopo tutto quello che è successo, se questo non risulterà essere il responso più significativo e importante di questa “settimana decisiva“, vado e mi mangio quel cremino sciolto a bordo strada.
Intendiamoci. Le cose successe restano, le parole che ha detto sono qui piantate nella mia testa come lame di un rasoio e continuano a far un male boia. Ma adesso almeno hanno una spiegazione, che è il primo passo verso la risoluzione.
Per farla molto breve (abbiamo parlato fino allo sfinimento e discusso fino alla nausea), il suo infelice “sono innamorato di te al 70%“, sarebbe solo una sfortunata uscita dovuta alla mia incalzante domanda “Ma sei ancora sicuro di essere innamorato di me come mi avevi detto di essere?“: volendo farmi intendere che è innamorato, ma non ci considera ancora una coppia di fatto, si è buttato disperatamente sulle percentuali.
La conclusione cui siamo arrivati, è che lo stato di alterazione che abbiamo raggiunto in questi giorni, sia derivato da una sorta di incomunicabilità che si è creata tra noi la settimana precedente, dove vuoi per stanchezza, vuoi perchè stavamo ancora ricercando le misure giuste tra noi dopo i cinque giorni insieme a Napoli, vuoi il periodo assurdo che sia io che lui per diverse ragioni stiamo attraversando, hanno portato entrambi a credere che qualcosa da mettere in discussione ci sia.
Lui dice che non ha fatto passi indietro. Lui dice che è ancora del tutto dentro questa storia e che si è incazzato ed espresso male, non voleva farmi credere che non provasse più per me quello che provava prima, perchè non è vero. Solo che stiamo conoscendoci e ci sono “cose di me che non gli sono piaciute”. Ora, passi che poi abbiamo risolto perchè appunto queste cose che non gli sono piaciute erano figlie dall’incomunicabilità e del fraintendimento, ma per quanto mi riguarda questa frase pesa come un macigno, tanto quanto quel 70% e non sono disposta a dimenticarla.
Mi dice che non tutto del carattere di qualcuno deve sempre piacere delle altre persone e che è normale e non pregiudica necessariamente il rapporto e il sentimento e questo è il suo caso, lui dice. Il problema è che neanche a me piacciono molte cose del suo carattere, è più duro di un diamante a volte e scatta per un nonnulla, solo che cerco di andargli incontro, di capire, di chiarire e poi di accettare. Non si fa così se si vuol bene/ami qualcuno? Se poi quel che vedi non ti piace proprio vuol dire che la persona non ti piace, ma se è un difetto che non pregiudica i tuoi sentimenti, lo si affronta!
Questo non vuol dire che io sia disposta ad accettare tutto, ma finchè questi aspetti non intaccano quello che provo per lui, allora cerco di capirlo e imparo a gestirli. E’ quello che ho fatto in questi quasi 7 mesi e non sempre è stato facile.
Ma se lui alla prima mia empasse, per giunta generata da quello che lui stesso ha ammesso, una sua incomprensione, mi viene a dire che queste cose gli fanno mettere in dubbio il nostro ipotetico futuro e che riduce del 30% quello che mi aveva detto di provare al 1000 per 1000, a me non va bene e io dubito che io gli piaccia davvero.

Quindi se per lui ora tutto è come prima, per me no, decisamente no. Comincio a domandarmi anche io quanti di questi difetti che avevo accettato di lui, sono ora disposta a tollerare dopo le sue ultime uscite.
Intendiamoci di nuovo. Sono innamorata di lui, poco ma sicuro, e non si è ridotto quel che provo. Ma proprio per questo devo tutelarmi. Sto conoscendolo ancora e mi rendo conto che non è una novità, anche persone che stanno sempre appiccicate per trent’anni non possono dire di conoscersi del tutto, tutte le coppie che iniziano a stare insieme continuano a  conoscersi giorno per giorno, mica danno tutto per scontato dell’altro!
Ma anche in questa situazione di normalità, niente mi vieta di pensare realisticamente che tutto possa finire da un giorno all’altro, che lui abbia altre reazioni di questo tipo e che io non potrò più accettarlo. O che lui decida di troncare tutto improvvisamente. Non dico che lo farebbe, non dico che penso che lui non sia più preso, anche perchè in realtà mi ha dimostrato ben altro dopo la discussione, dico solo che devo proteggermi ed essere pronta a valutare Odisseo e la nostra storia più criticamente.
Poi mi ha chiesto lui stesso se voglio che continui a considerarmi legata a lui come in un principio di qualcosa, se non ancora come coppia vera, se voglio ancora che continuiamo a  frequentarci, perchè lui sì vuole, tanto quanto prima.
Perchè io avevo chiuso.
Avevo deciso di non sentirlo più, di non poter accettare il 70% e lui aveva detto che avrebbe rispettato la mia decisione anche se non era d’accordo.
Quella stessa notte mi ha chiamata, sapeva che non dormivo, non dormiva neanche lui. Mi ha detto che forse non era disposto, dopotutto, ad accettare passivamente la cosa, che era ridicolo chiudere tutto per una discussione nata da un fraintendimento e che non voleva chiudere un bel niente perchè per lui era tutto aperto. Che vuole ancora sentirmi, che vuole provare a stare con me. E io voglio provare a stare con lui ecco perchè ci sentiamo ancora.
Quel che mi preme capire ora è quanto di quel 30% che gli manca sia legato alla situazione e all’incertezza sul nostro futuro di coppia, o se invece per il 30% non gli piaccio e per il 30% non è davvero innamorato di me. Se in queste settimane dovessi realizzare che quest’ultima è la motivazione vera, rompo tutto e di corsa: passi l’incertezza dovuta alla distanza e ai dubbi su un futuro di coppia o meno, ma non accetto incertezze sul sentimento che ci sta alla base, io do il 100% da quel punto di vista e non mi accontento del 70% in cambio.

Settimane decisive, appunto, da qui fino al nostro prossimo incontro. Tutto dipende dalla verità su quel 30%. Odisseo mi ha assicurato che non compromette realmenente quel che ha sempre provato per me. Il problema è che c’è una pallina di piombo nel mio cuore che mi impedisce di crederci del tutto. Per me la prospettiva è cambiata con quel 70%.
Ora i momenti che passiamo a chiacchierare sono di nuovo belli come non potrei descrivere e io ho intenzioni di vivermeli appieno, sono felice che abbia lottato per continuare, per impedirmi di chiudere tutto.
Ma è con meno speranza sul futuro che mi accingo a vivere il mio Odisseo nelle prossime (decisive?) settimane. Però, quanto è dolce poter ancora dire, nonostante tutto, “il mio Odisseo“?

Addio, Odisseo e addio al 70% del tuo amore

Che poi lo avevo capito che le cose non andavano, che Odisseo era distante e strano, che ho le cazzo di impressioni e non sbagliano mai, fanno trillare i campanelli e danno una limpida schermata di quel che è, così, esattamente com’è. Magari serve loro un po’ per realizzarsi, ma alla fine si realizzano sempre, le cornute…

Odisseo mi ha detto che qualcosa è cambiato per lui negli ultimi tre giorni e l’amore senza dubbi che professa da 5 mesi nei miei confronti, è diventanto “sono innamorato di te al 70%“, fedeli parole.
Dice che ci sono certe cose di me che gli “danno da pensare“, soprattutto in questi giorni che sono stata “strana e pesante” e che questo, più gli altri problemi legati alla nostra situazione, non gli consentono di pensare a noi come a una coppia di fatto e a me come a una sua compagna per il futuro. Secondo il suo pensiero questo in realtà cambia ben poco della nostra situazione: avevamo deciso di vedere come andava questo mese e mezzo che ci separa dal nostro prossimo incontro e così lui ha intenzione di fare, d’altronde mi ama al 70%, mica cotica qui! Il 70%… fiuuuu è tantissimo, guarda… dovrei anche esserne grata mica è il 50% o peggio il 30%!
No, il 30% è quanto in tre giorni è riuscito a scrollarsi di dosso del suo forte forte moltissimo forte sentimento per me. Se la matematica non è un opinione e visto che qui valutiamo sentimenti potenti come l’amore matematicamente (e non per mia scelta), tra una settimana il restante 70% del portentoso amore che provava per me, se ne sarà andato a catafottersi laddove si catofottono solitamente i portentosi amori.

Per chi, come me, non è in grado di estrapolare un quantitativo sentimentale da una percentuale matematica, sappiate che “sono innamorato di te al 70%” equivale a “Sono attratto da te e sei decisamente più che un’amica“, che poi sarebbe la base che fornisce Odisseo per il nostro incontro futuro e il nostro prossimo mese al telefono.
Ma io non sono sicura di voler affrontare tutto questo, perchè:
a) non esiste 70% per me, o ami o no, o ti piace qualcuno o no, o vuoi stare con qualcuno o no, quindi per me il suo 70% correlato da discorsi del cazzo, significa solo una cosa: non ti amo più, non voglio stare con te;
b) se sono stata “strana e pensante” in questi giorni è perchè sono successe un sacco di cose al punto che pare lascerò casa nel prossimo mese, destinazione ignota, ma il punto non è questo: lui era distante, gli ho lasciato spazio e ho aspettato fosse lui, per una volta, a prendere le redini della cosa e gestirla a modo suo e mi sono trovata sommersa dai rimbrotti. Per quanto riguarda la pesantezza non c’è neanche da parlarne perchè, pur accettando che lo sia stata, non mi aspetto di vivere una vita a mille tutti i giorni e anche i momenti bui di una persona vanno accettati, ma soprattutto, non c’è da parlarne perchè lui è il signor “se si fa così sclero”, “se si dice questo m’incazzo”, “non mi puoi chiamare “bimbo””, “non puoi citare Pollicino quando parliamo di Dante”, “mi si è sfasata la giornata e ora sono nervoso”, “stare qui mi rende nervoso”, “sentire ripetere le stesse cose mi rende nervoso”: lui è il Signor Pesantezza, l’ha inventata lui la Pesantezza, può essere pesante per giorni interi, per mesi anche, ma una persona che è innamorata di qualcuno accetta ogni cosa del suo carattere, così almeno ho fatto io che ho cercato di capire e rispettare le sue insofferenze. Ecco quindi perchè non è il caso di considerare questa cosa ed ecco perchè se in tre giorni può farti rivedere un sentimento a tua detta tanto grande, credo ci siano ben poche speranze che regga questo gli urti della vita in futuro;
c) questa situazione non la so gestire, coppia o no eravamo legati e in intimità e ora come dovrei pormi? Dovrei aspettare che incontri un’altra e si scolli del tutto con tante scuse (come fanno tutti, un film dei più beceri, visto e rivisto, giusto la settimana scorsa è successo a una mia amica) e che ne sarà di me a quel punto?

La mia prima reazione a tutto questo bel papello di virtude e amore, è stata quella di rompere la nostra storia e basta, di non sentirlo più, di eliminarlo piano piano dalla mia vita, giacchè a lui è stato così semplice spurgare il 30% di me, mentre per me ci vorrà molto tempo, conoscendomi, senza contare che non credo che lui provi quel 70% che dice, sono certa che ieri la nostra storia o quello che è stata, sia finita.
Neanche 15 giorni fa mi guardava negli occhi infuocati e mi diceva che era innamorato di me, che era si-cu-ro, che voleva affrontare le tempeste per me, che dovevo promettergli di essere forte e di affrontare i problemi che ci sarebbero stati, che sì era certo di questo, che l’aveva detto e quindi non sarebbe tornato indietro e mi ha baciata appassionatamente alla stazione poco prima che il mio treno partisse. E dopo 13 giorni è tornato indietro del 30%, 13 giorni, non 5 anni, quindi realisticamente tornerà indietro ancora (?).

Io francamente non vorrei continuare per queste ragioni, ed è questo che sono tentata di dirgli pomeriggio, quando ci sentiremo, ammesso e non concesso che il mio intestino aggrovigliato al cuore me lo consenta.
Ma prima di tutto non sono così forte da chiudere definitivamente in un pomeriggio con qualcuno che ha fatto parte della mia vita così profondamente (e teneramente) per 7 mesi, che mi ha fatto amare, sperare e sognare. So già che non ne sono in grado.
E poi non sono sicura sia la mossa giusta, d’altronde una settimana fa io ho passato un periodo di confusione che mi ha fatto rivedere diverse cose su me e lui, solo che ho avuto il buon senso di capirla e non vomitargliela addosso prima di schiarirla del tutto e ora l’ho schiarita, potrebbe essere anche lui nella stessa confusione e io potrei pentirmi di non aver, quantomeno, aspettato qualche giorno prima di chiudere.
Inoltre non chiudo con le persone che amo, se le amo, di qualsiasi tipo di amore/affetto si tratti, una ragione c’è, non li cago via al primo intoppo o quando diventano difficili da gestire. Si chiama appunto “amare“, questo, ed è una fottuta seccatura, ma regala anche qualche fior fiore di emozione di tanto in tanto e un certo rigoglìo interiore ed esteriore tremendamente difficile da arginare, che se diventassi una che caga via la gente così, perderei per sempre ed è inutile dire che no, non è vero (che chi lo dice è chi ha cagato via persone a cui “voleva bene”, guarda caso, perciò manco sa di che parla in realtà), è così punto.

Quindi non so che dire pomeriggio a Odisseo.

Sono distrutta.
Sono frantumata.
Sono a pezzi.
Ho vomitato tutta la notte e continuo a piangere come un’imbecille.
Non ho mai desiderato tanto un suo abbraccio come ora.
E invece devo fare i conti con quella realtà che mi trafigge il petto a ogni respiro, la realtà che è tutto finito, che non ci sono più baci di fuoco e abbracci stretti, che non c’è la giada dei suoi occhi, nè più speranza.
Che ho perso Odisseo.

Della bolla che va in frantumi e di Dorothy Parker

Tutta presa dalla necessità di uscire dalla bolla o dalla scelta di restarci nella bolla e allargare questa alla vita sua tutta, la ragazza si è distratta dalle cose grette e reali del mondo. E così che queste hanno rivendicato violentemente la sua attenzione, prima con qualche timido barbaglio, che non ha funzionato perchè la ragazza è nella settimana del suo compleanno e ha ancora il fuoco dei baci di Odisseo sulle labbra e sul collo e altrove e tanto basta a distrarla dalle cose del suo solito, gretto mondo.
Allora queste hanno iniziato a infilarsi come serpi viscide in ogni anfratto scoperto della bolla, ma la ragazza resisteva ancora e ancora. E’ a questo punto che si sono organizzate e non c’è niente di più deleterio delle cose del vecchio mondo si accorpano per distruggerti, perchè sono tante e conoscendo ognuna un tuo punto debole, sanno dove colpire.
Un’eruzione di lapilli acuminati è stata e come può sopravvivere a questa, una tenera bolla? Non può, infatti è andata in mille pezzi e la ragazza è di nuovo scoperta e per di più con la pelle nuova di zecca della rinascita primaverile, che è ancora vergine, troppo sottile e troppo inesperta per affrontare il sole che cuoce.

Sono abituata ai parenti che mi attaccano, a tutti che mi rompono, a mia madre che non mi considera e mi vomita addosso un sacco di letame, davvero. Mi tange e spesso anche tanto, ma li gestisco, dopo trent’anni ormai, posso affrontarlo.
E’ che tutto è successo in due giorni, un bombardamento continuo e ho parato quanti più colpi possibili, ma poi ci si è messo anche Odisseo e no, Odisseo proprio no, e le redini mi sono scivolate via del tutto.
Era strano da giorni, Odisseo, silenzioso, taciturno, nervoso. Poco male se passi tempo insieme, ma se comunichi solo tramite parole, diventa un ostacolo non da poco il silenzio perenne.
So che è stanco, so che è stressato, so che ha la tesi complessa da scrivere, il trasloco, i mille lavori che fa, il giornale a cui pensare, lo stage da iniziare, gli ultimi esami da preparare, la campagna elettorale del fratello in cui viene suo malgrado risucchiato. Lo so,ok? Per questo sono stata accomodante e ho passato gli ultimi giorni a parlare io sola a spron battuto, a non fargi pesare il suo silenzio, a portarne il peso da sola. Ma pesa, per essere un mucchio di niente pesa dannatamente il suo silenzio!
Giovedì mi ha chiamata solo una volta e quando l’ho chiamato io alle 18.00 mi ha detto che non aveva molto da dirmi, che era molto stanco e “Ci sentiamo domani”. Questo è troppo anche per me. Gli ho detto che non deve sentirsi obbligato a chiamarmi e se non ha niente da dirmi o non gli va di parlarmi non è costretto a chiamarmi tutti i giorni, può farlo quando e se vuole.
Il punto è che io leggo questi suoi silenzi come una confusione incipiente anche da parte sua. Lo so che dobbiamo ancora riassestarci: non è più come prima di vederci e non è neanche come quando stavamo appiccicati tutto il giorno. Non so neanche io ancora com’è, stiamo cercando una nuova dimensione nella quale muoverci il più comodamente possibile e non sarà neanche quella definitiva. Ma a parte questo ho la pessima sensazione che lui sia stanco non solo per il suo attuale periodo sfiancante, ma anche della nostra situazione e se è già stanco dopo dieci giorni dal nostro incontro…
Io ne ho molte di sensazioni e impressioni, ne vengo bombardata continuamente, praticamente vivo di quelle, ma questa proprio non la voglio avere, non la so comprendere, non la posso accettare e NON VOGLIO IMPARARE A GESTIRLA.
Il pensiero che Odisseo possa non essere convinto, mi dissesta, completamente.
Non è quello che mi ha detto, le sue parole sono state esattamente: “Provavo qualcosa di molto forte per te già da prima di vederti e ora che ti ho vissuta sono certo di essere innamorato di te e voglio andare avanti pur restando i problemi, li voglio affrontare e sconfiggere. Perchè questo che c’è è la cosa più bella del mondo, perchè TU ne vali la pena”. Questo, questo mi ha detto! Era solo esito dello stravolgimento di sensi di quei cinque giorni? Ora che le cose iniziano a snebbiarsi, ora che è il momento di capire da qui al prossimo incontro, cosa veramente proviamo e vogliamo, le cose per lui sono cambiate?
L’ho provata sulla mia pelle la confusione anche se inizio a capirla e snebbiarla, ma non è detto che lui sia arrivato adesso al mio stesso punto. La mia impressione però, è che lui si stia legando a quel bel sentimento che c’era prima e c’è stato quei cinque giorni, ma che non sia convinto di quello che provi per me e di quanto voglia affrontare davvero la distanza, che se ne autoconvinca per non perdere me o quel sentimento, perchè è bello e fa star bene.
E ho paura di questo. Ho paura della statistica di esattezza delle mie impressioni. E se Odisseo si sta accontentando di questa situazione?
Ho bisogno di capirlo perciò gli ho chiesto di chiamarmi quando vuole, di prendersi qualche giorno se è stanco e non vuole parlare, così almeno posso capire se sente la mia mancanza.
Come può dirmi: “Non ho niente da dirti” e aspettarsi che non abbia l’effetto di una pugnalata su di me? Puoi essere stanco, può non succederti niente di che se studi tutto il giorno, ma a me viene comunque voglia di chiamarlo e salutarlo anche per due minuti senza dover dar vita alla conversazione del secolo! Ma a lui a quanto pare no. Mentre parlavo gli ho anche chiesto se lo stavo annoiando e lui ha risposto:  “Francamente sì“, scherzando per carità, ma non mi piace, non mi piace come mi fa sentire scomoda questo suo atteggiamento, non mi piace pensare di essere di troppo e di costringerlo a parlarmi.

E’ questo che ha frantumato la bolla: parentado malefico e paese ignobile passi, a mia madre ci sono abituata, ma anche Odisseo no, non poteva reggere contro Odisseo.
Nel giro di qualche ora mi sono sentita sola e triste e senza punti di riferimento come in passato, con quel buco nel petto che si riapre e urla straziato per la perdita e per le parole che ammazzano e per la sconfitta, non avevo voglia di parlare con nessuno, nè di leggere nè di scrivere. Mi sono chiusa in stanza al buio, ho messo su una serie di stupide commedie romantiche strappalacrime e mi sono sparata una busta enorme di patatine alla paprika. Non mi sono abbuffata, almeno. Temevo di cedere come d’abitudine dopo le sfuriate di mia madre, ma mi sono limitata alle patatine e alla notte insonne (tipica anche questa). Ma non sono più abituata al troppo sale, o almeno credo sia stato quello, e ieri sono stata malissimo tutto il giorno, non ho mangiato niente.

Alle 6.00 del mattino ero stanca dell’insonnia, dei demoni tornati a mordermi e delle commedie romantiche e sono uscita senza sapere dove andare, ma sicura di voler scappare dal paese. Ho preso un paio di libro, mi sono ficcata Capossela nelle orecchie e sono salita sul primo autobus che s’è fermato. Sono scesa al capolinea, un paesello che conoscevo solo di nome, non c’ero mai stata (mi sono informata sul pullman del ritorno, all’avventura sì, ma fino a un certo punto). Sono stata in giro tutto la mattinata, mi sono comprata una canotta militare con pizzo (sia il pizzo sia il militare fanno parte del mio stile) al mercato del paesello, mi sono presa un tè caldo ai frutti di bosco che lo stomaco urlava e mi sono messa a leggere su una panchina sotto un salice piangente bellissimo ed enorme, vicino a un (molto bel) ragazzo che vendeva animaletti.
C’erano pesci rossi di tutte le dimensioni, pulcini di vari colori, criceti, coniglietti e tartarughine. E c’era questa bambina odiosa, ma odiosa davvero per avere soli due anni (più o meno), odiosa almeno quanto la madre che rideva come una scimunita dei capricci della figlia. Povera bambina, è destinata a diventare scimunita come la madre, pensavo mentre questa bimbetta era lasciata libera di martoriare i poveri cuccioli con grande desolazione del (molto bel) ragazzo che non riusciva a limitarne del tutto la furia, giacchè la scimunita della madre, invece che controllare i capricci della figlia, le dava corda e cinguettava che la sua bambina è un angelo e non faceva niente di male agli animaletti. La signora è una capra decerebrata (e cotonata), ovviamente, così la bambina è stata libera di spiumare i pigolanti pulcini e lanciare  tartarughine per aria.
Al che sono andata ad aiutare il povero, sconsolato (molto bel) ragazzo a cercare la tartarugina lanciata nel prato e a rimetterla nella vaschetta, mentre la scimutita portava via la sua prole altrettanto scimunita. Sono poi rimasta lì col (molto bel) ragazzo che sacramentava contro gli imbecilli e che mi ha raccontato di altra gente scimunita e altre vicende assurde di cui è stato spettatore forzato, mentre ci assicuravamo che la tartarughina non morisse dopo essere stata usata come giavellotto. E io parlavo con (molto bel) ragazzo e la tartarughina mi guardava continuamente, con gli occhietti neri neri spalancati e il collo che si girava per seguirmi. Il (molto bel) ragazzo ha detto che era buon segno, che stava bene e io mi ci sono affezionata così tanto che l’ho comprata, anche perchè il (molto bel) ragazzo me l’ha venduta a 5 euro invece di 10 (per ringraziarmi di avergli tenuto compagnia), comprensivi di bacinella color salmone con palme finte e gamberetti per sfamarla.

E così che Dorothy Parker è entrata a far parte della mia vita. Purtroppo non sono così sicura che ci abbia trovato Odisseo nella mia vita, ci siamo sentiti ma è stato tutto abbastanza rapido e freddo.
Non lo non lo so non lo so e non lo voglio sapere al momento: stasera festeggio il compleanno (mio e di una delle due M) con le mie amiche M&M e non voglio rovinarmi la serata, quindi evito almeno di ragionarci su.
Aspetto che arrivi domani per capire se devo dirgli addio. Con tutto quello che ne consegue.

Se metà del paese ti odia e litighi con Odisseo, va’ in giro senza meta, perditi, parla con una tartarughina e poi portatela a casa.

Blog, questa è Dorothy Parker.
Dorothy Parker questo è il blog.

Immagine

Immagine
ImmagineImmagine

Cronache odissee – parte prima (V.M.18 anni)

Esordisco con un commosso “grazie”.
La seconda cosa che ho fatto ieri sera, appena tornata dall’incontro con Odisseo, è stata accendere il pc e guardare il mio blog; la prima cosa ce feci, invece, è stata una doccia di mezz’ora, che trenitalia non solo dà un servizio scadente al punto da farmi passare per tre treni e tre stazioni prima di arrivare a casa, ma puzza anche da matti.
Sono dunque entrata nel blog in maniera automatica, non so se per ricercare quel senso di equilibrio che questo blog è riuscito a darmi in questi mesi o per il bisogno di mettere nero su bianco tutto il popò di cose che sono successe con il manifesto intento di riuscire a decifrarle e ripartire da queste, perchè tutto ho tranne che le idee chiare su com’ è effettivamente andata. E poi mi sono ritrovata un sacco di messaggi di augurio e di attesa e di speranza nell’esito dell’incontro e mi sono commossa oltre ogni dire e per questo, a coloro che mi hanno seguito in questa prima parte del percorso verso Odisseo, che ho imparato a seguire e conoscere, ma anche a chi è passato solo per leggere sporadicamente dico Grazie, con la “G” maiuscola e con una eco di affetto infinita.
Grazie.

Mi sembra giusto cominciare con una premessa che conclude ed esclude ormai definitivamente la mia preoccupazione principale dei mesi scorsi, ovvero quella dell’aspetto fisico. Lo so che me lo avevate detto in tanti, che non conta, che è un aspetto della condizione sentimentale, che non preclude niente se c’è dell’altro a sostenerlo. Ma io non riuscivo a capire come potesse essere così secondario e non perchè fossi un’esteta, non lo sono (sono dell’ariete, dopotutto, gli arieti non sono esteti, sono sanguigni).
Come poteva il mio aspetto fisico non essere fondamentale vista la situazione particolare che legava me e Odisseo? Non ci eravamo mai visti se non per sfocate fotografie e le foto possono essere ambigue e controverse, conferire un’idea fasulla di una persona, quanto niente altro è in grado di fare.
In questa situazione, per me l’impatto fisico-visivo rappresentava l’ostacolo più grande, superato il quale, se non si prospettava una discesa, ci si andava vicino. Invece, a smentirmi e ridimensionare completamente le mie pretese di competenza sui rapporti uomo-donna, quello dell’impatto visivo tra me e Odisseo non è stato un ostacolo, non è stato un bel niente.
Mi ha riconosciuta immediatamente e pare gli sia anche piaciuta immediatamente, così mi ha detto almeno, e francamente ho avuto modo di eppurarlo nelle ore immediatamente successive all’incontro. Per quanto mi riguarda ho fatto un po’ più fatica. Non che non mi piaccia, per carità, mi piace molto, ma non riuscivo a riconoscerlo. Era più basso di quanto mi aspettassi e avevo un modi di camminare che non ha niente di strano ma che non mi faceva vedere in lui l’Odisseo che conosco. Quindi il mio iniziale senso di spesamento non si è attaccato all’aspetto fisico ma a dettagli probabilmente superflui.

Non gli ho detto l’orario effettivo dell’arrivo del mio treno alla stazione, perchè volevo avere il tempo di calmare i battiti e rifiatare. Non è stata una mossa saggia perchè la stazione di Napoli Centrale è tremenda, al punto che poco prima dell’incontro con Odisseo la mia preoccupazione principale non era lui, ma non venire scippata o peggio da due tizi che si sono fermati davanti a me e hanno preso a fissarmi senza tregua.
L’ho aspettato davanti all’inizio del binario 19, perchè era chiuso e la ressa minore, ho finito una scatoletta di tictac ai frutti di bosco tanto ero nervosa, ma non sono riuscita a riconoscerlo lo stesso. Mi ha vista lui per primo e si è avvicinato.
E’ qui c’è stato il primo problema per quanto mi riguarda. Che mi permetto di sottolinearlo nuovamente, non è prettamente legato all’aspetto esteriore. Tanto più invece alla necessità di ritrovare la persona che tanto bene ho conosciuto e amato per sei mesi, in quella in carne e ossa davanti a me. Ho fatto una fatica boia e ci ho messo quasi un giorno intero prima di riuscirci.
Il primo impatto, da questo punto di vista, è stato strano, stranissimo per me. Tutto quello che pensavo era che non consocevo quella persona e che Odisseo, il suo pensiero, le sue parole, la costruzione di Odisseo nella mia mente, stava sfumando velocemente perchè non riuscivo a radicarlo in pianta stabile in quella persona che avevo davanti. Cercavo qualche dettaglio, ripetutamente, che mi potesse illuminare, un gesto, un guizzo dello sguardo, il colore di giada torbida dei suoi occhi, ma nonostante lo avessi lì, non le vedevo. L’unica cosa che vedevo era la sua camminata che mi sembrava così assurda perchè non riuscivo a legarla al mio Odisseo, e il suo aspetto, anch’esso strano, a prescindere da quanto mi piacesse o meno, era solo strano. Ho temuto seriamente che le cose non fossero andate, che era impossibile perchè il mio Odisseo non era lui, non esisteva e avevo un groppo in gola che non riuscivo a ingoiare o isolare. L’avevo perso? Di già?
Arrivati a casa gliel’ho detto, subito che avevo difficoltà nel riconoscerlo. Ed è qui che ho, paradossalmente, iniziato a vederlo davvero.

Si è dimostrato la persona intuitiva, intellignete e straordinariamente empatica che mi aveva ammaliata nel corso dei 6 mesi e una settimana precedenti. Mi ha messa completamente a mio agio, ha detto che era assolutamente normale e che questo incontro per noi significava conoscerci d’accapo, non partire da zero, ma accedere a un substrato di intesa e complicità quotidiane e concrete, che finora c’era mancata. E il suo modo di mettermi a mio agio è stato quello di farmi mangiare un panino alle polpette buonissimo e di magiarlo in casa per poter stare più sereni e mettermi a mio agio.
E poi mi ha abbraciata.
E poi mi ha accarezzata, ripetutamente.
Devo dire che nonostante la mia timidezza e la situazione piena di pathos e così particolare, mi sono trovata a mio agio subito e questo anche grazie a me stessa: mi ero ripromessa di non crearmi grossi problemi di intimità perchè passare 5 giorni insieme a qualcuno che, per quanto conosci e sia importante per te, non hai mai visto, non sarebbe stata una cazzata. Dormire insieme, stare appiccicati insieme, passare dal niente al tutto, conoscerci in questo modo, in una quotidianeità resa stretta dal limitare dei movimenti, insomma o lo vivi dal giusto punto di vista ovvero senza dargli troppo peso, o la rendi una cosa troppo grande da superare.
Quindi un po’ grazie a lui, un po’ grazie a me, ci siamo sciolti subito. Anche troppo, perchè francamente a questo punto io avrei volentieri rallentato un po’.

E invece lui ha iniziato a baciarmi, a trascinarmi a letto e a toccarmi e a spogliarmi e io non credo proprio, di essere a quel punto, ancora pronta a quello. Ero ancora nervosa, ero in fase di assestamento non solo riguardo ai miei sentimenti per lui (Mi piace? Non mi piace? Lo riconosco? Lo voglio? Ci voglio stare insieme? Ci voglio fare qualcosa? Sono innamorata o no di lui?), ma anche riguardo a una situazione troppo precaria: c’eravamo visti da due ore e cominciavo appena appena a riconoscerlo, avevo bisogno di tempo. E inoltre non ho la benchè minima esperienza di cose del genere e lui lo sapeva.
Ma d’altro canto, mi piaceva.
Mi piacevano i suoi baci, mi piacevano le sue mani ovunque, mi piaceva piacergli così tanto da non riuscire a farmarsi, soprattutto dopo tutti i dubbi e le titubanze incanalate nelle ultime settimane. Mi rendo conto, inoltre, che sia io che lui avevamo accumulato tanta di quella voglia di stare insieme, che lui si è lasciato andare e io l’ho lasciato fare, primo perchè lo volevo, secondo perchè speravo mi snebbiasse il cuore e la mente.
Non fosse che mi sono ritrovata a pensare di essere una cazzo di frigida, perchè se mentalmente ero eccitata e mi piaceva e volevo che continuasse, dall’altra non sono sicura che volessi andare così veloce. O almeno spero sia questa la ragione dei miei intoppi. Perchè altrimenti vuol dire che sono una stupida, grassa, frigida pezzo di legno.
Il punto è che non sentivo niente, non sentivo le sue mani e la sua bocca. La percepivo e mentalmente lo sapevo e mi piaceva, ma fisicamente ad un certo punto, ho smesso di sentirlo. Non so che cazzo vuol dire questa cosa, e sono francamente preoccuapata perchè è una delle cose che non abbiamo risolto, ma che ha anche dato il via al momento più brutto, la nostra seconda notte insieme.
Non sapevo cosa fare e lui percepiva che c’era qualcosa che non andava, chiaramente, perchè ha molta esperienza da quel punto di vista. Ma non è stato un grosso problema all’inizio perchè gli ho chiesto di andar piano e lui ha rivisto il tiro delle sue intensioni, e siamo usciti, ci siamo divertiti, mi ha comprato dei taralli alle mandorle e spezie buonissimi, insomma mi ha viziata, davvero, non solo il primo, ma per tutti e cinque i giorni.
Di buono c’era che mi ero sciolta, che mi aveva detto che gli piacevo molto, che il contatto fisico non è stato un problema vista che dopo due ore eravamo già nudi a letto, e francamente non credevo di avere problemi dal punto di vista sessuale vista a) la mia voglia illimitata di stare con lui; b) la mia voglia di fare sesso che credetemi mi porto ancora appresso, ho gli ormoni a mille; c) la mia assenza di tabù di sorta riguardo queste cose e la mia curiosità anche nello sperimentarli senza limiti alcuni.
La prima notte è stata molto bella, lui sorrideva in maniera tale e i suoi occhi erano così verdi che non avevo più dubbi su me e lui, sull’averlo finalmente ritrovato, su quanto, forse, incredibilmente, meravigliosamente, poteva andare tutto bene.
Anche il secondo giorno è stato bello, a correre per Napoli e salire e scendere dai castelli bellissimi di quella strana città; a mangiare al ristorante giapponese; allo scherzare sulla mia gonna corta per attirare il beneplacido di un ipotetico George Clooney in giro per Napoli; a prendere in giro i napoletani rozzi; a mangiare un sacco di bontà locali.
Non sapevo ancora che mi aspettava una delle notti più brutte della mia vita.

Mi sentivo francamente più libera da un punto di vista prettamente sessuale, nonostante non sapessi dove fosse l’intoppo e non sapessi cosa diavolo fare, al punto che gli ho chiesto di guidarmi, ma non l’ha fatto e non capisco perchè. Si è ributtato di nuovo a pesce e stavolta ha cercato di penetrare e dio, credo mi abbia fatto davvero, davvero male. Non so se ho urlato, ma credo di sì perchè uscito subito.
Tra il fatto che la proporzione “Uomo basso – grande pene” è ufficilamente rispettata oramai, tra il fatto che io pare non riuscissi ad “aprirmi” (parole sue), alla fine lui si è fermato. Ce l’ho messa tutta, non sapevo cosa fare, abbiamo provato anche col sesso orale e credetemi, anche in quel caso non sapevo cosa fare. Gli ho chiesto di fare qualcosa senza concludere subito, ma lui ha detto che quelli erano solo preliminari e che per concludere aveva bisogno di altro, che così non era eccitato abbastanza.
Credo che difficilmente in vita mia mi sia sentita più umiliata. Insomma ero nuda, senza esperienza, mi ero lasciata completamentene andare nonostante gli avessi chiesto di andarci piano e lui mi dice che non era eccitato abbastanza. Be’ mi sono rivestita e basta. E lui l’ha presa male.
Mi ha detto che c’era qualche problema che non dipendeva da me, ma mi bloccavo e a un certo punto mi ritraevo là sotto e che lui non voleva rischiare di farmi male perchè così sembrava uno stupro. Che vuol dire? Non lo so, non lo capisco, perchè io ero eccitata, ma non abbastanza e davvero non sapevo che cazzo fare. Gli ho detto che per questo gli avevo chiesto di andarci piano, sperando francamente che il problema fosse solo questo, ma non lo so, lo scrivo qui con molta vergogna e senza comunque limitazioni, non so quale sia il problema. Non sos e effettivamente dipenda dal fatto che abbiamo corso molto.
Lui ha detto di aver sbagliato, che preso dalla foga di ritrovare la nostra intimità e di soddisfare anche il desiderio che aveva accumulato in questi sei mesi, ha pensato di poterlo fare in un giorno da quando ci siamo visti, ma che è una situazione che non richiede 5 giorni per essere affrontata, ma molto più tempo e una quotidianeità che non abbiamo e che aggiunta al computo di tutti gli altri nostri problemi, viste tutte le incognite e le difficiotà dovute alla mancanza di tempo da passar insieme e alla lontananza, non vedeva come possibile riuscire a stabilire qualcosa tra noi, perchè questo dell’intesa sessuale era francamente un grosso ostacolo, e il tempo e il modo per affrontarlo non ce l’avevamo.

Io ho letto queste come un “No, sei una frigida del cazzo, un pezzo di legno, non vedo perchè dovrei sottopormi allo stillicidio di menate che deriverebbero dallo stare con te, anche in questa situazione“. Il che era una delle considerazioni ovvie e delle probabilità di esisto della cosa, che avevo considerato. Non avevo considerato invece che a rovinare tutto sarebbe stata la mancanza da parte mia di una risposta sessuale, che ancora fatico a  capire. Io non so cos’è successo, non mi conosco sessualmente parlando, lo so che era la prima volta e che tutto era troppo rapido e io troppo inerme a confronto, ma se non fosse questa la spiegazione? Spero e sottolineo SPERO, fosse solo dovuto alla peculiarità del momento, al fatto che come lui stesso ha detto, ha corso molto e ha sbagliato a correre. Ma non lo so.

Sta di fatto che in quel momento è stato un bruttissimo colpo. Gli ho detto che non sarei stata in grado di continuare qualcosa in quei termini disastrosi che mi aveva illustrato: che ci sono pochi presupposti che non vada bene, che la lontananza è già dura di per sè e ora lo è il doppio visti tutti questi problemi da sbloccare, che sarebbe stata dura se non impossibili andare avanti. Non puoi pretendere di dirmi una cosa del genere e di aspettarsi che io gli dica “Eh vabbè, non sono in grado di eccitarti abbastanza ma continuiamo, suvvia!”
No. Ero ferita oltre ogni dire e gli ho detto che mi sembrerebbe di combattere da sola per qualcosa che lui reputa senza speranza e che in questi termini non me la sentivo di continuare. E lui ha risposto “Lo capisco e c’è poco altro da fare”. E io l’ho presa come una sua definitiva rottura.

Tutto quello che riuscivo a pensare era voglioandareviavoglioandareviavoglioandarevia. Non volevo piangere ma non ce l’ho fatta e lui è stato carino mi ha accarezzata, ma non volevo essere accarezzata in quel modo, con pietà. Mi sono ritratta e gliel’ho detto, che volevo andarmene come spuntava il sole.
Credo che non mi si sia stretto mai così tanto il cuore come nei minuti successivi.
Lui è stato zitto per un po’ e sono riuscita a snebbiare la vista dalle lacrime quel tanto per vedere il suo sguardo carico di una tristezza infinita, con quegli occhi verdi divenuti così chiari da essere diafani e lasciar trasparire solo dolore. Ha farfugliato qualcosa ma era sconnesso, ricordo solo che ha detto che se voglio possiamo continuare magari a sentirci, che a lui piacerebbe tanto sentirci ancora ma dipenderà da me, che si era ripromesso di non farmi soffrire, dalla prima frase che gli ho scritto aveva capito quanto avessi sofferto nella mia vita e che in questi sei mesi gli ho ridato la vita e ha vissuto anche lui pensando a me come a una parte di sè, facendo qualsiasi cosa per venire a raccontarla a me e che non c’era niente di peggio per lui che vedermi piangere così e avermi portato a voler andar via dopo un giorno mezzo dal tanto agognato incontro.
Quando l’ho visto piangere non so davvero cosa ho pensato.
Lui non piange mai, non piangeva così forte da quando, a 13 anni, perse suo padre e come capita quando non si piange mai, una volta innescata la cosa dà fondo a tutte le tristezze sopite e inespresse che non hanno trovato sfoghi.
Ho dovuto costringermi a calmarmi per stargli vicino, perhè vederlo in quel modo e sentire le cattiverie e che diceva verso se stesso, mi ammazzava.
Abbiamo passato una notte tremenda, ma che paradossalmente credo sia servita a molto. Io credevo che fosse tutto finito, e lui anche, credo e vedere che questo esserci persi l’un l’altro, questo aver lasciato che le cose finissero prima di inziare, ci ha distrutti visto il legame che si era creato, quell’assurdo legame così profondo e simbiotico, tanto bello, quanto tanto deleterio.
Ci siamo addormentati alle cinque, sfiniti e con la promessa da parte mia che non sarei andata via al momento e non perchè ero preoccupata per lui, ma perchè volevo francamente restare.
Ma davvero al mio risveglio, avevo dato tutto per perso e finito e solo un bozzolo di tristezza e tenerezza nei suoi confronti mi ha aiutata ad alzarmi e affrontare la giornata difficile che si prospettava.

FINE PRIMA PARTE

Sogno di una notte di primavera

Le mie colline erano sempre più morbide. Man mano che solcavamo le stradine sterrate con l’auto, sfumavano i paesaggi a me noti, con i cactus viola per i frutti troppo maturi e i biancospini con i fiori d’argento e le ginestre mai sazie del giallo al punto da rubare anche quello del sole, e tutto divenatava più ampio, meno ondulato, bucolico e neo zelandese. Diverso.
Mia madre non mi parlava e la me ragazzina cercava disperatamente degli argomenti per colmare quel silenzio odioso che lei aveva eretto, – non capisco perchè i sogni debbano essere così realistici nelle cose tristi, non è prerogativa del sogno essere “sognante”, bello, speranzoso, diverso, possibile? – parlando di tappeti, tappeti che avevo visto a bordo strada e che aveva volato via il vento forte a cui siamo abituati, noi prigionieri dei golfi.
Il sogno ha conferito tutta la sua magia al paesaggio, ecco perchè non ne è rimasta altra per plasmare il resto. C’erano tanti fiori grandi, dallo stelo arboreo e rigido, un misto tra giglio, gladiolo e orchidea, rosa fuori e gialli dentro, distese, tappeti, di quelli che il vento non poteva scardinare però, e quindi volevo compensare e scardinarli io, farne mazzi, portare con me quella bellezza anomala, ne ero attratta, ipnotizzata come una bambina davanti alla sua prima Barbie. Ma mia madre mi proibiva di scendere per raccoglierli e io le chiedevo ragioni, e poi le cercavo le ragioni, ma non le trovavo.
Allo svolto della strada guardai con nostalgia verso la collina dei fiori e vidi un burrone spezzarla e dipanarsi in profondità nero-notte, ammantato e celato dalla bellezza dei fiori. Pensai a Ulisse (Odisseo ovunque, anche quando non c’azzecca una mazza – ndr) e al canto delle sirene e capii che quei fiori erano tali – troppo belli e anomali anche per un fiore-, sirene che intrappolano le anime romantiche e stupide, perchè solo gli stupidi sentono il desiderio di raccogliere degli stupidi fiori, e allora si appropriano di queste anime stupide, facendole scivolare nel burrone invisibile dalla strada di sopra.
Ero felice perchè avevo trovato la ragione: ecco perchè mia madre non voleva farmi raccogliere i fiori, lei lo sapeva, sapeva del burrone, voleva proteggermi! Perchè le mamme sanno tutto, vero?
Allora glielo chiesi, convinta finalmente di aver dipanato la matassa: “Mamma guarda, un burrone! Meno male che non sono andata a raccogliere quei fiori strani… per questo non mi hai lasciata andare, vero mamma?”
Lei guardò verso il burrone e disse ” Quale burrone?” e quando tornò a guardare la strada io ero in una stanza vecchia e lercia, nella torrida calura di un’estate appartenente a decenni fa, decenni in cui non ero ancora nata, e a luoghi in cui non sono (ancora) stata, svegliata di soprassalto dall’amica in vacanza con me, che concitata mi racconta dell’omicidio della vecchia signora, quella della stanza accanto alla mia”.

La primavera fa l’amore col mare

Immagine

Sono nata in primavera e questa mi ha marchiata a fuoco.
Non è neanche la mia stagione preferita, ma volente o nolente, me lo porto dietro quel  marchio, bello stanpato in fronte: Nata in primavera. Senza che me ne accorga, ogni primavera, come un albero di ciliegio, mi spoglio delle magagne e delle brutture e mi ricopro di nuova pelle/nuovi petali, again again e again.
Brucia ogni volta e fa male – si rinasce dal fuoco mica è una festa!- proprio come una fenice, proprio come il mio segno zodiacale.
Non so quante volte io possa rinascere prima di morire definitivamente. Ci sarà un limite, no? Anche la fenice, non può rinascere per sempre, prima o poi quella scintilla si spegnerà una volta per tutte, non più fiori di ciliegio, ma solo cenere.

Sta arrivando il periodo dell’anno in cui dovrei rinascere. Ieri in spiaggia c’era solo una leggera peluria verde-noia e oggi esplodeva di fiori e piante a vista d’occhio, la spiaggia ricoperta fino a venti passi dalla riva. Ma l’avete mai sentito l’odore della primavera, all’alba del giorno in cui sboccia, che si bacia con la bruma del mare?
No? Be’ neanche io prima d’ora, ma stamattina era tutto mio, e me lo sarei spalmato addosso quell’odore, avrei sputato i miei polmoni stanchi, per farmeli riassemblare d’accapo con quell’odore dentro per sempre.
Ho dimenticato la fatica tremenda un secondo perchè un pensiero fugace mi ha distratta e mi è apparso davanti agli occhi come un orrido vaticinio, sostituendo per un attimo  il trionfo di verde e fiore con l’ardura torrida dell’estate, quando tutto verrà spazzato via e l’arida spiaggia prenderà il predominio, quando la primavera non potrà più fare l’amore col mare.

E io erò lì, arida come la cenere, senza scintilla di rinascita, perchè quando la primavera non potrà più fare l’amore col mare, io non potrò più avere Odisseo.

Io non corro più

Immagine

Basta.
Tutte le cose del mondo non fanno altro che dirmi che è inutile che mi arrabbato che corro e che mi spompo, inutile.
Non correrò letteralmente, perchè se in quasi venti giorni non ho perso un grammo, non serve a un cazzo correre, dovevo almeno averlo perso sto cazzo di grammo. Basta. è l’ultima volta che guardo affaticata le brume della notte dissolversi sul lungomare.
E non correrò più neanche metaforicamente, arrabbattandomi come una matta nella speranza di veder finalmente un po’ di vita venirmi incontro e farla funzionare.
Odisseo non mi vuole, ha cercato di farmelo capire in ogni modo e io ho fatto la gnorri, a che serve correre e spomparsi, sognare e amare se non c’è niente a cui rivolgere tutto e me stessa?
Altro dolore questo ci sarà, dopo quei giorni, solo altro dolore. E questa volta sarà l’ultimo.

Voci precedenti più vecchie

Enter your email address to follow this blog and receive notifications of new posts by email.

Segui assieme ad altri 107 follower

Lupetta above all

...i miei pensieri...

Biobioncino's Blog

Andare avanti nella propria quieta disperazione

Musa Di Vetro

Quel luogo è sempre da un'altra parte

Bisogna prendere le distanze...

4 dentisti su 5 raccomandano questo sito WordPress.com

Francesco Nigri

Passionate Life and Love

i discutibili

perpetual beta

VAstreetFrames

Street photography and portraits

Gianvito Scaringi

Idee, opinioni, reblog e pensieri spontanei

silvianerixausa.wordpress.com/

Silvia Neri Contemporary Art's Blog

Cosa vuoi fare da grande?

Il futurometro non nuoce alla salute dei vostri bambini

Personaggio in cerca d'Autore

Un semplice spazio creativo.

LES HAUTS DE HURLE VALENCE

IL N'Y A PAS PLUS SOURD QUE CELUI QUI NE VEUT PAS ENTENDRE

Kolima - Laboratorio di tatuaggio siberiano

Un corpo tatuato è un libro misterioso che pochi sanno leggere

Menomalechenonsonounamucca

Trent'anni e una vita che non vedo. Allora la metto a nudo, completamente, me stessa e la mia vita, in ogni suo piccolo, vergognoso, imperativo dettaglio, come se avessi una web cam sempre accesa puntata addosso. Svendermi per punirmi e per rivelarmi completamente al mondo, svelare le mie inadempienze come la laurea che non riesco a prendere e i kili da perdere, nella speranza che sia il mondo a vedere quel che io non vedo in me. Un esperimento che sarà accompagnato da foto e cronache dettagliate e che durerà un anno, il 2013 dei miei 30'anni. Se il mondo non vedrà niente neanche così, chiuderò tutto....

ial.

Just another WordPress.com site

The Well-Travelled Postcard

A travel blog for anyone with a passion for travelling, living, studying or working abroad.

viaggioperviandantipazienti

My life in books. The books of my life