Ho visto due moscerini della frutta fornicare

Ho visto due moscerini della frutta fornicare e tutto quello che sono riuscita a pensare è: qui fornicano tutti tranne me.
Che poi non è questo grand’evento il fornicamento, pare, questa cosa rara e speciale e difficile da attuare, dal momento che riesce a farlo anche un moscerino della frutta!
Intendo proprio tutta la trafila: trovare un compagno giusto, inseguirlo come un cagnetto scodinzolante e darci sotto una volta raggiunto, e in tutto questo, continuare immancabilmente a essere un moscerino della frutta che rompe i maroni alla frutta e alla gente che la compra. Per esempio a me li hanno rotti i maroni, tantissimo li hanno rotti, dal momento che hanno sciamato dentro fuori e intorno alla cesta della frutta, al punto da costringermi a spostare le mele nel balcone, dove sono maturate troppo presto e tanti saluti al risotto alle mele che volevo cucinare oggi! E che è anche il mio risotto preferito… così, tanto per dire.
E in tutto questo hanno avuto “il tempo” di fornicare allegramente, “il tempo”! Loro hanno trovarto “il tempo”, voglio dire quanto vive un moscerino della frutta? 30 secondi? Eppure lui fornicava e io no e sì che io ho avuto trant’anni per farlo, che sono giusto quel tantinello in più di 30 secondi, ma no, no, no, troppo complicato. La cosa più naturale del mondo è per me la più complicata.

Ecco quindi che un’ epifania mi si è disvelata: non appartengo all’ordine naturale delle cose, vi sono fuori, la mia fatica a inserirmi nella vita come si deve deriva da questa empasse.
Quando prende corpo un pensiero con una qualche sostanza e con una certa pretesa di validità, la nostra mente si mette in moto automaticamente e va a scovare immagini o eventi passati che si legano in quel processo deduttivo atto ad avvalorare e confermare l’epifanica ipotesi. Il tutto mentre i due svergognati moscerini della frutta fornicano davanti ai vostri occhi.
Ora non sto qui  a elencare tutti i momenti della mia esistenza che hanno avvolarato questa la tesi. Basterebbe pensare alla mia difficoltà a incastrarmi in un sistema rigido come quello universitario; al mio sentirmi fuori luogo fin da bambina in ogni ambiente socialmente corretto in cui mi sono ritrovata nei vari momenti della mia crescita; ai pochi amici che sono riuscita ad avere dalle mie parti e quelli lontani che comunque alla fine sono scappati via come avessero una fiocina nel culo; alla mia incapacità di innamorarmi di qualcuno che sia di queste parti; a tutte le situazioni complicate che mi sono creata e che mi hanno incasinato sempre più mente, idee e vita eccetera, eccetera, eccetera.
Neanche ripercorrere la mia vita in tutta la sua ampiezza è necessario, giacchè basta riportare un paio di situazioni risalenti a non più tardi di ventiquatt’ore fa, per averne conferma.

Ho passato la giornata fuori alla ricerca di cose da comprare e di cose da risovere prima della mia partenza per Roma, giacchè ormai mancano giusto giusto sette giorni e sto in alto mare, come da copione.
Nella fattispecie ero in un negozio di abbigliameto, sapete quelli trendy di scarpe, borse e gingilli vari, in attesa che mia madre ucisse dal camerino dopo esserci stata io stessa, e c’era un tale cicaleccio intorno a me ed ero così annoiata che ho tirato fuori un libro. Anche se tiro ovunque fuori libri non mi era mai capitato di doverlo fare in un negozio, ma non me ne sono neanche accorta in verità, è stato una specie di gesto meccanico e già questo basterebbe a fare di me una outsider delle cose del mondo, che tirar fuori così un libro, in un negozio pieno zeppo di gente, mentre sosto davanti al camerino di mia madre, con una canotta  merlettata e un paio di pantaloni a stampa mimetica sotto braccio, non è normale neanche per finta. Soprattutto perchè il libro tirato fuori era “Niente di nuovo sul fronte occidentale” di Remarque, uno dei libri più meravigliosi che siano mai stati scritti, uno dei classici moderni più importanti della storia dell’uomo, una delle cronache più strazianti della guerra, tutto quello che volete, ma di certo non  ti aspetti che ti venga meccanicamente voglia di tirarlo fuori nel negoziuccio pieno di scene da “arrivano i saldi”.
Io non c’ho pensato, mi sono messa a leggere e basta. Neanche ho colto l’inquieto silenzio che mi si è assiepato attorno, nella mia arroganza me ne sono semplicemente beata come fosse cosa dovuta.
Dopo qualche paragrafo alzo lo sguardo e vedo una mezza luna di donne dalle età più disparate, intenta a fissami con bovina sorpresa, una cercava addirittura di spiare il titolo del libro che stavo leggendo, forse gelosa del portento di letteratura che mi teneva avvinghiata così alle pagine, per poter così leggerlo anche lei. Forse.
Il punto comunque, non è questo. Il punto è quello che stavo leggendo in quel momento e che alla visione del fornicamento dei moscerini mi è tornato alla mente.

Il protagonista, ovvero lo scrittore stesso, racconta in forma diaristica gli orrori della vita di trincea durante la prima guerra mondiale che egli stesso ha provato sulla sua pelle. A un certo punto il protagonista viene mandato in licenza per qualche giorno, ma piuttosto che esserne felice si sente fuori luogo, legato più a quell’ambiente di morte e sciagura, di dolore fisico a e annichilimento totale dell’esistenza, piuttosto che alla vita normale: pur desiderando ardentemente la vita, sa di non poterne più fare parte:
“Quando li vedo nelle loro stanze, nei loro uffici, nelle loro prefessioni, mi sento irresistibilmente attratto, vorrei essere anch’io uno di loro, dimenticare la guerra: ma nel contempo qualcosa mi respinge indietro, il loro mondo mi sembra così agusto, mi pare impossibile che possa riempire una vita; mi sembra che si dovrebbe buttar sossopra ogni cosa. Come mai tutto ciò può esistere, mentre laggiù le schegge sibilano sui camminamenti e i razzi solcano il cielo, e i feriti sono portati via sui teli da tenda e i compagni si rannicchiano nelle trincee! Gli uomini qui sono diversi, io non li posso capire, li invidio e insieme li disprezzo”.

Escludendo l’inescludibile dato di fatto – ovvero che nel suo caso non solo è un pensiero legittimo, ma sacrosanto, e vero oggi più di allora, perchè continuiamo a farci i cazzi nostri mentre a un tiro di scoppio da noi vengono fatti saltare in aria teste di bambini e che il nostro non è il miglior mondo possibile, ma solo l’unico mondo possibile e qui la chiudo-, ecco quello che sono io e che penso io, esattamente, parola per parola a parte le parole sulla guerra che poi sono quelle che rendono quello stato, quell’uomo, quella vita, quel pensiero terribile, tanto vero e giusto nel suo caso, quanto terribile e sbagliato, invece, nel mio caso.

Morale della favola: non spiate i moscerini della frutta mentre fornicano, il mondo può rivoltarvisi addosso e inghiottirvi per punizione.

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Scendere in guerra armata di Moleskine, Capossela e un libro

Stavo pensando a cose serie, quindi ora scrivo di cose facete. E cosa c’è di più faceto dell’Università? Niente. Quindi parliamo di Università.

Domani devo recarmi in Università a cercare di risolvere il casino in cui mi trovo con le tasse arretrate. Non ho la minima idea di quello che dovrò fare, di quanto dovrò pagare, degli uffici dove andare, dell’umiliazione a cui dovrò sottopormi. Se non avessi solo la tesi ormai da scrivere e dovessi dare ancora esami, giuro che mollerei tutto.
Il punto è che tutto questo presuppone un qualcerto movimento, di testa, di gesti, e soprattutto di anche. Quindi la prima cosa su cui mi devo concentrare, è come riuscire a muovere le anche, che dovrebbe essere un impulso abbastanza istintivo, ma stranamente, quando arrivo davanti all’università, retrocedo a una fase embrianale e primitiva, così cogliona da non riuscire neanche a ricordare come si muovono le gambe nella semplice deambulazione.
Dunque, come faccio a risolverla questa cosa? E risolvere tutto il resto delle cose senza piantarmi nel bel mezzo di quell’orrido ponte, accasciarmi al suolo e restare lì, concentrando tutti i miei sforzi nel disperato tentativo di fare entrare ossigeno nei polmoni?
Non posso neanche stare attaccata al telefono con Odisseo che lui lavora domani, mica è un idioata, lui!
Qualcosa per distrarmi, che mi faccia respirare, e riprendere la marcia, piano piano, anche se so che non riuscirò a portarla a termine domani la marcia, ma almeno iniziarla… i libri!
Sì, i libri sono sempre la risposta, ma non posso camminare leggendo stile Belle de La Bella e la Bestia, cioè l’ho fatto un sacco di volte, ma domani non mi sembra il caso, voglio dire, sarò all’Università, se vedono qualcuno che legge cadono tutti come tordi stecchiti per l’anomalia della scena. Ci manca solo che mi accusino di aver causato una moria di studenti, i cervelli a cui è affidato l’avvenire della nostra patria, no no, non mi prendo anche questa responsabilità.

Ok, mi attacco all’mp3 e ciuccio musica come i sali da una flebo, come se ne andasse della mia stessa vita, ma non sono certa che la musica sia bastevole e combattere contro l’Università, forse De Andrè e Capossela i soli che possano provarci, ma se poi non funziona? Che cavolo faccio?
Mi segrego in biblioteca e non ne esco più, vivrò lì come il Barone rampante viveva sugli alberi e tutti dovranno farsene una ragione.

E se scrivessi? Anche scrivere è una cosa che funziona abbastanza, ho la Moleskine io, a che cavolo serve una Moleskine se non a pararti il culo all’Università?
Certo non posso scrivere di continuo, ma mentre sono ferma e faccio le chilometriche file, tradizionali e tipiche quanto un prodotto certificato D.O.C., posso scrivere, e posso scrivere anche sull’autobus o posso pensare a cosa scrivere e quindi…

E quindi tutto questo è molto patetico, quindi la pianto qui e vado a cercare un modo per non pensare a come non pensare domani.
La mia vita è uno spasso, dovrebbero farci su un telefilm, sfonderebbe lo share e avrebbe più stagioni del Doctor Who. Alti livelli, altissimi livelli, qui…

Se il fantasma di tuo padre ti dice che.

Ma a voi appaiono in sogno i vostri cari defunti?
Che è una domanda così, senza pretesa di risposta, non una domanda rivolta a qualcuno in particolare, piuttosto a tutto il resto del mondo oltre me. Eccettuata forse quella parte di mondo che non ha una persona cara violentemente passata a miglior vita. Una precaria parte di mondo, concedetemelo, e non perchè io auguri a questa di “fare il grande salto” e passare da questa nostra parte di compunzione, anzi, ci restassero lì più a lungo che possono. Ma credo che sia inevitabile e che prima o poi capiti a tutti di perdere qualcuno che si ama, anche se si è così fortunati da vederselo portar via il più tardi possibile sulla tabella di marcia.
Ieri discutevamo con una mia amica, giust’appunto, su quante ripercussioni possa avere la perdita di un genitore sulla vita di un bambino, quanto forgi la sua stessa personalità questo evento e quanto, se non fosse accaduto, il bambino avrebbe potuto avere una vita altra, al punto da divenire egli stesso una persona completamente diversa. Quindi, io forse sarei una persona completamente diversa se vent’anni fa mio padre non fosse morto e io non avessi elaborato la più esacerbata tra le mancate elaborazioni del lutto, e non starei scrivendo su questo blog al momento.
Forse lavorerei come fotomodella. O meglio, avrei studiato a Yale, mi sarei laureata e non starei qui, all’Unical (altro che Yale!), a brancolare nelle nebbie della laurea-ancora-non-presa. Sarei diventata la più brillante delle giornaliste di matrice americana impiantata in Italia, avrei risollevato le sorti dell’editoria con la mia rubrica “Come ti vede Calipso“, avrei fatto perdere la testa al figlio di Murdoch, ma accortami dell’aridità del suo cuore, non avrei accettato la sua proposta di matrimonio, per convolare a giuste nozze invece, con Gerald Butler, non prima di aver fatto sesso spinto con David Beckam, che non mi piace particolarmente, ma tutti hanno fatto sesso con Beckam, non vedo perchè non avrei dovuto farlo io.

No, non penso sul serio che quel tragico evento abbia a tal punto plasmato quel che sono, è solo la punta di un iceberg, ma non posso neanche negarne le influenze, giacchè me le porto appresso come una lettera scarlatta marchiata a fuoco sulla fronte. Non starò qui a illustrare il perchè e il per come di queste influenze, non frega una mazza a nessuno e non frega una mazza neanche a me. Mi ritaglio però, qualche riga di tempo e di spazio per riflettere sulle mie notti  tormentate e su come gli incubi che le accompagnono sono quasi sempre legati alla figura e alla presenza o meno di mio padre.

Oltre alla necessità impellenti di mangiare e vomitare, so di essere ripiombata nelle mie “fasi nere“, quando vivo totalmente estraniata dalla vita, dalla realtà, dalla quotidianeità. Per prima cosa il mio ciclo sonno-veglia si sballa e il giorno diventa notte e la notte diventa lotta contro demoni e tormenti e comincio a latitare in una nebbia che mi allontana dalle cose della vita.
Questo è uno di quei momenti, da cui devo trovare un fottuto modo per uscire e presto: considerato che l’uno giugno devo partire per Roma e che ho tipo settecentomila cose da risolvere nel tempo che intercorre, non ho l’agio di lasciare che l’autoflagellazione si prenda tutto il tempo che gli aggrada, come è stato in altre circostanze. Quindi ho preso di petto la questione, in sogno ovviamente, che nella vita reale non so prendere di petto alcunchè.
E’ per questo che ho chiesto al fantasma di mio padre di non venire più a tormentare i miei sogni.

Non mi dispiaccia sognarlo, anzi.
Fin da ragazzina ero ben lieta di sognarlo, che anche se nel bel mezzo di un terrificante incubo, avevo comunque l’opportunità di stare un po’ con lui, di parlargi e conoscerlo, che non mi è stato possibile farlo dal vivo e che è la cosa che mi manca di più. Sì, è un pensiero un tantino sciocco lo so. Molto sciocco in effetti, dal momento che a trent’anni le cose non sono cambiate di molto.
Ho comunque, sempre centellinato la sua presenza nei miei sogni, mentre in queste ultime notti, non mi ha dato tregua alcuna, e in quei venti, unici minuti di sonno che sono riuscita a racimolare, state pur certi che lui era presente e che il sogno non era propriamente un idilliaco spasso.
Quindi stanotte ho sognato (ho sognato, vero?) me e lui, uno di fronte all’altra, mentre gli chiedevo gentilemente tregua, di entrare in un bel sogno quantomento o di darmi i numero vincenti del superenalotto se proprio doveva venire, oppure di tornare a infestare le mie notti tra un mesetto circa, giusto il tempo di risolvere i miei casini e rifiatare un po’.
E lui per tutta risposta mi ha detto che dovevo vedermi un film.
Mmh.
Il film in questione tratta di un treno che nessuno riesce a fermare (mio padre era ferroviere, c’entra qualcosa?), che è un film che effettivamente esiste, con Denzel Washington, Unstoppable qualcosa.

Quindi o sono magica o il fantasma di mio padre sta cercando di dirmi che morirò in un disastro ferroviario.
Nel dubbio io il film me lo vedo.

Ultimatum da Odisseo

Odisseo vuole sapere entro stasera cosa voglio fare, se voglio continuare a sentirlo così o se non voglio sentirlo più, dove per “così” si intende con lui che non si sbilancia, che ha fatto dei passi indietro rispetto a fine aprile e a tutto quello che è successo, che non mi dice niente che non direbbe a una casta amica, completamente diverso rispetto a prima, col costante dubbio da parte mia che lui per me, non provi più niente di niente, dubbio che deve rimanere tale almeno finchè non ci rivedremo di nuovo. Se ci rivedremo.
Mi ha detto chiaro chiaro, “O così o niente“.
E stasera vuole una risposta.
Ma io la risposta non ce l’ho.
Ho la testa piena di lacrime che stanno straripando fiori senza criterio, lacrimo tanto che sembro la madonna di coso lì, quella statua che piangeva sangue, e non so cosa fare. Quindi se qualcuno passasse di qui e mi potesse dare un consiglio di qualsiasi tipo, anche su come tagliare le cipolle alla julienne, gliene sarei grata.

Intanto continuo a lacrimare fino a prosciugarmi.

La tizia sbagliata nella storia giusta (con moto e centauro)

E’ stata un po’ come la scena di un film, uno di quei bei film, d’amore senza barriere, di ribellione e magia.
E’ stato come se fossi stata catapultata in Sons of anarchy e il Burundi si fosse trasformato in Charming town (anche se serve moooolta immaginazione per trasformare il Burundi in Charmin town).
E’ stato come se fossi in una bella storia, che non è la mia storia, in cui mi sono trovata per sbaglio, usurpando il trono della tizia giusta.
E’ stato come la tizia sbagliata nella storia giusta. Che è sempre un bene.
E’ stato come un gran niente capitato in una giornata orrenda e quindi trasformato in un gran tanto per compensare.

E’ stato che me ne andavo per Burundi town fin dall 9.00 della mattina, ieri, per sbrigare faccende non mie, come fare delle ricette dal dottore per mia sorella la quale è stata disarcinata dalla bici da una macchina e ora ha caviglia ingessata, andare a fare servizi per mia madre da una sua amica e fare la spesa, cose così, che mi hanno portato a fare il giro intero del Burundi. Ullallà, il grio intero del Burundi, pensa! Tredici minuti e mezzo a passo svelto e ti ritrovi al punto di partenza.
Stavo a un tiro di schippo da casa con due bustone della spesa e un tipp mi suona a un incrocio. Stava a cavallo di una moto gigante, di grossa cilindrata (si dice così?), bella, nera e metallo, fiammante, di quelle che bruciano l’aria quando passano e lasciano una scia di tuoni e rombi che anche se ne hai viste mille, anche se te ne frega delle moto quanto delle esperienze sessuali di uno scarabeo stercorario, ti giri comunque a guardarla sfrecciare. Pensavo stesse rivolgendosi a qualcun’altro, ma c’ero solo io, insomma a Burundi town non c’è molta gente in giro, e allora mi sono girata. Ho cercato di capire se lo conoscessi o cosa, ma ho già difficoltà a riconoscere la maggior parte della gente che mi saluta nel Burundi, figurarsi questo col casco integrale, il chiodo e la moto gigante.
No, non stava cagando me, quindi io proseguo convinta delle mie ragioni e quello suona di nuovo il clacson (si dice così?). Stavolta non ho dubbi visto che fissa me, ce l’ha con me, forse è un tipo che mi consoce, quindi faccio un rapido cenno di saluto e proseguo con i Pearl Jam nelle orecchie, mentre il signor centauro sparisce all’orizzonte con un rombo di tuono.
Il tempo di girare l’angolo chi ti ritrovo parcheggiato alla fine del marciapiede che stavo percorrendo? Sì,il centauro di prima, deve aver fatto il giro del paese per tornare indietro, ovvero 80 secondi con la moto. Ha un piede sul marciapiede, il motore acceso sputa un rumore sordo, la visierina del casco (si dice così?) alzata, gli occhi ramati, le sopracciglia folte e nere come la moto, un “Ciao” possente, di chi ha le corde vocali abituate a superare il frastuono del motore, possibilità che lo conosca 0,1%, possibilità che sia di Burundi town 0%.
A questo punto è necessaria la colonna sonora giusta: http://www.youtube.com/watch?v=PZ4mo3LCkvQ

E mo’ questo che vuole“, il tempo di pensarlo che mi risponde “Monta che ti do uno strappo“. Vuole darmi uno strappo, dunque.
La prima cosa che penso è che io lo strappo dal centauro, io lo voglio.
La seconda cosa che penso è che l’ultima volta che ho accettato un passaggio da uno sconosciuto, stavano per violentarmi (per approfondimenti macabri: https://webcamaccesa.wordpress.com/2013/03/31/il-mal-dovaie-a-pasqua-ti-mette-nei-guai/).
La terza cosa che penso è “Fico, è come stare in Sons of Anarchy“.
Quello che dico invece è: “Sulla tua moto c’è un porta-buste-della-spesa?
Il centauro sorride con gli occhi, che la bocca non la vedo ma credo sorrida anche con quella, credo, e dice che “Ah già… be’ buttale via!
La domanda che a questo punto il mondo si pone è: ma perchè cazzo non l’ho fatto?! Perchè non ho buttato via le dannate buste e non sono dietro al tipo col chiodo nero alla Sons of Anarchy e me ne non sono scomparsa all’orizzonte con tanti saluti a università del terrore, a Odisseo che fa il prezioso e alla vita di merda correlata? Perchè?! Per le buste della spesa?! No, probailmente perchè sono una cazzona, ecco perchè.
Gli ho detto di non tentarmi, che giusto ora stavo ascoltando una tristissima canzone dei Pearl Jam in cui un ragazzo e una ragazza hanno un incidente e lei muore e lui la perde per sempre. E lui ha risposto “Ahi, va bene allora non insisto, ma passo di qui spesso, ci becchiamo“. Mi fa l’occhiolino, taglia la strada, fa un cenno di saluto, imbocca la corsia e  ingranana e se ne va, scompare all’orizzonte senza di me, con House of the Rising Sun (versione The White Buffalo, precisiamo) come sottofondo.

E io sono tornata alla mia triste giornata tremenda, con le buste idiote della spesa. Giuro che se lo ribecco, me ne vado con lui per sempre, chiunque egli sia, c’è gente che si è innamorata per molto meno, no?
Lo giuro.

“Vedremo se mi sei mancata”

Facciamo il punto della situazione con Odisseo.
Questo mi sono detta ieri, tutta bella arzilla, che avere una meta precisa come lo stage e il colloquio di domani per definirlo, mi rende meno appesa a un filo di ragnatela, quindi meno propensa alla depressione e alla malinconia becera. Ecco quindi che a fine serata ero di nuovo depressa e assalita dalla malinconia becera.
Ho una teoria carina e supportata da esperimenti, su comel’Universo tenda a ristabilire sempre un certo equilibrio, magari un giorno la illustro.

Dopo il suo fatidico “Ti amo“, seguito a un tiro di schioppo dall’altrettando fatidico “Ti amo al 70%“, il rapporto tra me e Odisseo, ha attraversato la burrasca, la quasi totale rottura, la tragedia che ne consegue e ora si è accomodato in una sorta di chiacchiericcio morbido e sereno con fini esplicitamante conoscitivi, ma privo di qualsivoglia allusione, “flirtamento” o tenerezza spicciola tra noi. Siccome io non lo amo al 70%, ma lo amo punto, la qual cosa mi fa brancolare abbastanza nelle nebbie dell’incertezza.
Ringalluzzita dagli ultimi eventi non così eccezionali, ma abbastanza da sconvolgere la mia piatta vita, ho deciso di gettare lì una piccola provocazione per vedere se abboccava, senza essere troppo esplicita però, che non voglio trattare l’argomento “Noi” (titolo dell’ultimo libro che gli ho ragalato, per giunta) direttamente, anzi non credo lo farò mai più a meno che non sia lui a prendere l’iniziativa.
Quindi l’ho buttata sulla più limpida e scontata delle battutine senza impegno e avendolo sentito poco per impegni vari in questi giorni, ho esordito chiedendogli disincantata: “Dunque riusciamo a sentirci infine, scommetto che ti sono mancata“, e lui risponde che gli è mancato il mondo giacchè è rimasto segregato nell’Università per ore e l’Università, si sa, esclude sdegnodamente il mondo al di fuori delle sue mura. E poi segue questa roba qui:
Caly: “Che me frega del mondo? Voglio sapere se IO ti sono mancata, mica il mondo!”
Ody: ” Tu non sei parte del mondo?”
Caly: ” Nah, io sono fuori dal mondo, come le termiti”
Ody: “Le termiti sono fuori dal mondo?”
Caly: “Sì”.
Ody: “Ah ok. Buono a sapersi”.
Caly: “Quindi il mondo ti è mancato, assodato, io invece?”
Ody: “Vedremo”
Caly: “Mmh… E le termiti?”
Ody: “Vedremo anche loro”.

Facciamo finta che non so cosa voglia dire questa sua risposta, va bene?
Dopodichè abbiamo parlato tranquillamente, ma c’ho rimuginato tutta la sera con un notevole malessere crescente che non mi piace neanche un po’. E adesso francamente non so cosa fare, se parlarci come niente fosse o sentirlo di meno o non sentirlo per vedere se gli manco io o il fottuto mondo o le termiti o entrambi o che cazzo ne so, o dire tutto quel che penso nella prossima telefonata, ma non ho voglia di discutere o di aprire la questione anche perchè domani ho il colloquio e vorrei stare il più serena possibile. Quindi alla fine ci parlerò come niente fosse, temo, ma con un groppo in gola, temo, e non sarò per niente comunicativa, temo, ma piuttosto triste e di questo ne sono sicura.

Ammesso e non concesso che non mi perda per Roma, che tra un po’ vado a fare un giretto per trovare via e percorso esatti così domani vado più tranquilla e non perdo tempo, dal momento che il colloquio è alle 10.30. Mio cugino dice che non è distante da Termini la zona in questione e che ci arriverò facilmente a piedi, ma siccome io ho il senso dell’orienatamento di un sottomarino russo senza radar, sarà una giornata lunga e faticosa. Almeno finchè non vado a flirtare col Mosè di Michelangelo e vaffanculo a Odisseo.

 

Passi indietro e Zeta

Sto facendo una serie di passi indietro che non posso permettermi di fare e li sto facendo in ogni settore della mia vita. E quel che è peggio, a pochi giorni dalla rinascita, nell’esatto momento in cui tutto prendeva una piega leggermetne più positiva rispetto a il resto tutto della mia vita:

la dieta: mille passi indietro! Tutto quello che ho perso tanto faticosamente credo di averlo recuperato, se non del tutto, poco ci manca. Sto reingrassando a vista d’occhio e la dispensa piena di nutella e cioccolata e merendine e brownies e ciambelloni e pastiere e dolciumi vari dei miei cugini, di certo non aiuta la mia depressione incanlzante. Il fatto di stare a casa degli zii, poi, mi impedisce di mangiare come voglio, di correre e di riprendere un ritmo a me più consono.
i demoni: sto per tornare ai minimi storici di depressione, non riesco a dormire e non sono neanche nella mia stanza dove risiedono le armi per combattere contro i demoni, quindi loro arrivano e possono fare quanto più gli aggrada.
– l’università: non solo è ferma, ma è anche più che ferma, è anchilosata, cementificata. Con tutte quelle tasse da pagare che non so come pagare, la tesi da scrivere , la professoressa della tesi che non sento da un’eternità, un disastro da cui non so come uscire.
Odisseo: è in stand by, Odisseo. Ci sentiamo e basta, giorno per giorno e giorno per giorno affrontiamo le magagne che ci si prensentano e sono tante. Però oggi è stato un amore: abbiamo parlato per un’ora, solo io e lui, nell’enorme terrazzo di zio, mentre tutti erano a scuola, a lavoro o dormivano, e io ho sorriso tutto il tempo sentendolo rilassarsi via  via e stiracchiarsi come un ghiro, dopo le giornatacce che ha passato. Il suo periodo forsennato si è in parte concluso e possiamo tirare un sospiro di sollievo. E’ stato tenero e gentile tutta la mattina e mi ha detto che aveva pensato di venire a Roma per vedermi, ma ha controllato e con poco preavviso il biglietto costa un bel po’ anche se il tragitto Napoli-Roma è breve e ora che ha fatto il trasloco, dato l’affitto di 3 mesi in anticipo, comprato un sacco di roba, non c’ha proprio una lira, e lo capisco, ma mi a fatto piacere che l’abbia pensato, ci abbia provato e me l’abbia detto. Sicuramente ci sono stato passi indietro anche con Odisseo dal momento che non siamo legati sentimentalmente come prima, ma per ora diciamo che stiamo in stand by.
il lavoro: qui mi sa proprio che è un nulla di fatto e io ci ho creduto troppo in questo colloquio romano. In realtà non ero ottimista, non credevo sul serio che mi avrebbero presa, ma era una ventata di aria fresca per problemi e depressione, la prospettiva di iniziare qualcosa, di non sentirmi più un’ameba inutile e soprattutto di uscire da quella stanza per sempre, una prospettiva così bella, che mi ci sono lasciata conquistare e coinvolgere troppo. E ora dovrò trovare qualcosa di orribile e schifoso nel Burundi per l’estate, tremo al solo pensiero.
autostima: a zero, proprio. Sto cercando di seguire i consigli di persone più navigate e intelligenti di me – e siete soprattutto sul blog quindi forse leggerete questo commento e vi ci ritroverete, avete notato la sottile lusinga, sì?-, ovvero di ripetermi che io sono giusta e non sbagliata, che sono quel che sono e va bene così, per provare a vincere blocchi, guai o timidezza o quantomeno vivere le mie mosse, le mie giornate, in maniera più serena. Vedremo, ma non è facile come sembra.
Zeta: sì ho fattoi dei passi indietro anche con Zeta, ma questo merita un capitolo a parte.

Zeta (in pillole).
Zeta (sì, come quello di Men in black) è un mio ex amico di cui non ho mai parlato perchè l’anno scorso è uscito/ha voluto uscire violentemente dalla mia vita e io ho sofferto come una piccola pecora eviscerata per questo. Ci ho messo secoli a estirpare ogni ganglio della sua presenza dalla mia vita e non ci sono ancora riuscita del tutto, ma evito comunque di pensare a lui e di scontrarmi nel corso delle giornate con cose che me lo fanno tornare alla mente. E’ una delle persone che mi ha conosciuta meglio, credo, forse l’unico, con lui sono stata bene come con nessuno anche se a distanza (le mie amicizie importanti sono semrpe a distanza), e avevo l’arroganza di credere di avergli lasciato anche io qualcosa di importante. Ma un anno e un mese e mezzo fa, ha deciso che dovevo scomparire dalla sua vita e senza darmi una reale spiegazione mi ha bloccata su facebook e sul cellulare e ha smesso di rispondere alle mie mail, insomma si è staccato. Era già un brutto periodo ma con la perdita di Zeta è diventato un inferno.
Questo per un molto breve sunto. Sono riuscita a relegarlo in un angolino della mente dove non passo spesso, ho dovuto farlo, mi stava schiantando il cuore il suo ricordo, e da luglio scorso ho smesso anche di provare a contattarlo, tanto se non sente più desiderio di sentirmi o parlarmi è inutile. Recentemente sono finita per sbaglio sulla sua pagina anobii, ma ho chiuso immediatamente per tema che le radici dei ricordi mi stritolassero.
L’ho amato? Oh sì, in tutti i modi in cui una persona può amare io ho amato Zeta tanto che nonostante tutto il male che mi ha fatto, nonostante si sia comportato in una maniera indegna di lui, non riuscirò mai a odiarlo del tutto (e c’ho provato a odiarlo, cristo se c’ho provato!), e una piccola parte di me gli vorrà sempre un gran bene e gli augurerà sempre il meglio del meglio che la felicità e il mondo possano offrire. A meno che non riesca a dimenticarlo del tutto un giorno, e francamente, lo spero, visto che per quel che ne so lui può essere su Marte al momento, e le possibilità che ci risentiremo sono più rare di quelle che io diventi la scrittrice più figa del mondo.
Tutto questo preambolo per dire che ieri ho fatto un passo indietro anche riguardo a Zeta e stanotte mi è improvvisamene balenato in mente. Sarà che era una ricorrenza particolare e legata a lui, ma l’avevo escluso dalla mia vita del tutto negli ultimi mesi! Anche i disegni che avevo fatto per lui – per farla breve volevo inviargli dei disegni con di alcune scene a noi familiari e per me (noi?) importanti-, li avevo oramai relegati in fondo al cassetto meno visitato della stanza.
E ieri è tornato il desiderio di poter sapere almeno se sta bene o cosa fa o come va la sua vita, la sua storia d’amore, la sua nipotina, il suo lavoro, lui. Di poter sentire solo una sua parola, che lui sapeva meglio di chiunque trovare quelle più giuste, non solo da dire a me, quelle più giuste nel mucchio di parole esistenti nella storia dell’umanità. Come faceva è un mistero per me. Io ne uso a iosa di parole ma non le governo con lasua abilità.
Ora me lo scrollerò di nuovo di dosso, devo farlo, e spero di riuscirci con più agio lasciandolo scritto qui, su questo blog, come fosse una parte della mia vita da mettere in una bottiglia e lasciar andar via per sempre verso una vita migliore lontano da me. Ma non prima di avergli dedicato un ultimo pensiero, un ultimo bacio e di avergli detto per l’ultima volta “Tanti auguri di buon compleanno, mio piccolo, Zeta”.

Seguito da molto dolore e molta disperazione

E no, stavolta non c’entra il povero Odisseo.
C’entro solo io, io, e io e il mio passato, e i miei blocchi e me stessa e il mio perenne incasinarmi la vita, cacciarmi nei guai, seguiti da molto dolore e molta disperazione, non rimediarvi immediatamente e quindi finire in guai ancora più fondi, finchè non so più come uscirne.
Ecco, adesso non so più come uscirne.

Premetto che questo doveva essere un bellissimo post sulla speranza e i primi passi per risalire (di nuovo) la china, dal momento che nel mio indefesso tentativo di trovare un qualsivoglia lavoretto che mi mantenga fuori da questa stanza e da questo paese di trichechi burundiani, qualcuno ha risposto e quantomeno mi chiede un colloquio e una selezione. E me la chiede a Roma, il centro del mondo, la culla della civiltà occidentale, il grande impero. Seh vabbè…. ma comunque per me lo è: rispetto all’ameno paesucolo burundiano in cui sono relegata, tutto lo è, figurarsi la Capitale! Sono ben conscia che essere chiamata per un colloquio non significa niente, che c’è una possibilità su un milione che io venga assunta, ma sono del parere che vista la situazione italiana generale e vista la mia particolare, non posso prendermi il lusso di non considerare con positività, qualsivoglia offerta di lavoro semi-decente bussi alla mia porta. E francamente, modestamente e con pizzico di arroganza, mi permetto di credere che nessuno possa farlo, rinunciare con sfrontatezza a un posto di lavoro intendo, che non ce n’è in giro di lavoro, non assumono, licenziano e basta è una situazione brutta brutta brutta. A meno che non si tratti di ingegneri, intendiamoci, che gli ingegneri trovano lavoro a iosa (un tipo con cui sono uscita un paio di volte l’anno scorso, è ingegnere e stava cambiando lavoro mentre lo frequentavo e c’aveva le ditte ai piedi che gli facevano la corte, e un mio amico, altro ingegnere, lavora da prima che finisse di studiare al Politecnico di Torino) e molto spesso non capiscono che per gli altri non è così facile, ma neanche un po’ (forse lo è per i medici anche? Ma non ne sarei così sicura)!
Qualora avessi la grande fortuna di esser presa, si tratterebbe di un part time da segretaria in un ambulatorio medico e per una che ha fatto call centerista, cassiera, repartista in un supermercato e volantinaggio (solo una settimana questo, e chi regge di più!) e che si era rassegnata all’idea di una tremenda estate da cameriera o peggio, credetemi, sarebbe più che una manna da cielo come lavoro! Non mi manterrebbe a Roma, imagino, ma da lì ad arrangiarmi e trovare qualche altra cosa il passo sarebbe breve. Anche perchè andrei via da qui e Dio solo sa quanto io abbia un disperato bisogno di andare via da qui.
Ma sono tutte speculazioni, il colloquio è dopodomani e non ho idea su cosa verterà e cosa mi verrà richiesto. Vado alla cieca e confido in quel po’ di fortuna che non ho mai avuto finora.

Siccome in realtà a me basta poco per farmi dare una spintarella, in beata contemplazione di quell’1% di probabilità che mi prendano a Roma, mi sono fiondata in Università a fare fotocopie, restituire libri in biblioteca, comprare una sciarpa mimetica (no, questo non c’entra con l’Università, se non che la bancarella che le vende e prezzi irrisori è all’interno del campus) e riuscire a racimulare il coraggio bastevole per entrare in segreteria e informarmi sulla mia situazione burocratica universitaria. E non è poco il coraggio bastevole.

Bisogna capire, anche se non è facile da capire nè da spiegare, che per me qualsiasi cosa legata all’Università è motivo di blocco, attacchi di panico e conseguente fuga, il tutto seguito da molto dolore e molta disperazione. Ne ho parlato in un altro post e non tocco l’argomento volentieri, ecco quindi che non mi dilungherò neanche questa volta se non per ragioni di cronaca tout court: l’Università mi ha ammazzata, ho fatto una fatica boia a trovare il coraggio di dare esami (non di superarli, ma proprio di andarci, di sedermi), e ora non solo non riesco a scrivere la tesi, ma mi viene la nausea e mi manca il respiro quando qualcuno me la cita l’Unieversità, anche solo lontanamente. Figurarsi dover andarci proprio! Una tragedia, non scherzo.
Non per niente scelgo giorni “piatti” per andare, tipo i week end o i ponti o il giorno prima della chiusura per le grandi vacanze. Semivuota mi par meno “Università” e posso respirare un tantinino di più che durante il fervore degli altri giorni, in cui è vissuta dagli altri tanto bene, tanto serenamente. Non sono mai riuscita a viverla davvero – forse solo il primo anno, ma mal me la cavavo comunque-, non so come si fa. Probabilmente non so come si fa a vivere niente.
A volte il raziocinio ha la meglio sulle coltellate e l’autoflagellazione perenne e mi par chiaro che esser cresciuta come sono cresciuta io, che avere i miei disturbi, avere a che fare con una mancata elaborazione del lutto, una madre che ti massacra e la depressione che ne consegue, non consente di uscire viva da tutto questo e di incanalarti in un percorso di studio sereno e brillante (vedi testi di psicologia sui disturbi che colpiscono i bambini nei periodo critici della crescita e non si risolvolno), tant’è che in egual modo è capitato a persone con un percorso di vita a me simile. Mi piacerebbe poter credere che sia solo questo e che dopotutto mi manca solo la tesi, che nonostante tutto ce l’ho in qualche modo quasi fatta.
Il problema è che mi paiono scusanti e neanche tanto solide: è colpa mia se non mi do una mossa, è colpa mia se non trovo il coraggio di fare una cosa semplice come pagare una tassa, è colpa mia se finisco in situazioni difficili da risolvere. Seguite da molto dolore e molta disperazione.

Ora sono nei casini fin sopra i capelli, sto affogando nella melma universitaria più rancida.
Non ho pagato le tasse perchè avevo finito gli esami entro dicembre e che quindi non dovevo pagare. Invece è uscito fuori che, se non mi laureo entro maggio – e io non mi laureo entro maggio-, devo pagarle. Prima rata, seconda rata, più more.
Non ho idea di come fare.
In altre occasioni avevo lavorato e me la sono cavata da sola. Stavolta ho poco o niente da parte.
Come faccio a chiedere a mia madre i soldi per la tassa?
Non ne ho idea.
Ho paura di aprire la pagina e vedere a quanto ammonta.
Qualora avessi questo lavoretto potrei stare più tranquilla che mi gestirei io la cosa, se con tempi più lunghi amen, ma davvero, figurarsi se lo danno a me!
Quindi domani parto con un miserrimo briciolo di speranza, che è diminuito parecchio nelle ultime ore e che sarà seguito, già lo so, già mi preparo, da molto altro dolore e molta altra disperazione.

Sto bruciando un sole solo per dirti addio

Si è conclusa con la morte di Dorothy Parker la settimana decisiva mia e di Odisseo, si è conclusa con la morte nel cuore e anche a una persona meno simbolista di me, questo darebbe da pensare (è morta a mezzogiorno, mentre le leggevo poesie di Emily Dickinson ed Edgar Lee Master sulla morte come rinascita, la zampina fremente come una foglia al vento ma solo per un paio di secondi, poi niente più, che abbia sofferto solo quei due secondi? L’ho lasciata lì tutto il giorno, nell’oasi di acqua sull’isolotto con le palme, in cui ha scelto di morire. Ho pulito una scatoletta di formaggio cremoso con coperchio trasparente (volevo fare una foto ma no, è troppo triste) e ora l’ho messa lì, è la sua bara, andrò a tumularla sulle sponde di un un fiumiciattolo vicino casa mia).

Il resto del giorno è stato un continuo, costante, lento flusso di epifanie, neanche serva la morte per disvelare ciò che il furioso anelito alla vita nasconde. O è proprio così? La morte, anche nella forma minuscola di una tartarughina, fa aprire gli occhi?
Epifanie dunque, arrivate irrichieste mentre pranzavo con parenti o mentre ero fuori sotto il sole troppo caldo di Aprile o mentre provavo una giacca nera da indossare per un colloquio di lavoro (ne parlerò domani), ma soprattutto, mentre finivo di leggere “Le ore” di Cunningham. In questo caso in realtà è stato un bombardamento e sì che è un libro abbastanza noioso e non mi è piaciuto granchè! Nonostante ciò ognuna delle ultime pagine ha iniziato a svelare riferimenti a me diretti, risoluzioni drastiche di pensieri inquieti, verità che là erano, ma che non avevo la forza di accettare.
Si potrebbe azzardare la romantica ipotesi che il Destino abbia preso voce e sia voluto arrivare a me tramite le parole di un libro, o che la svolta cui anela la mia vita sia così carica di energie, da essere in grado di visualizzare vaticinii e profezie tra le trame dell’Universo di cui, volenti o nolenti anche questa palla di libro fa parte.
Tornando coi piedi saldamente piantati nel terreno, direi che più realisticamente sia stata la mia testa, annebbiata da una vita di letture, a romanzare il tutto, la mia coriacea tendenza a costruire sensi, connessioni e trame ovunque, a cercare segni sul percorso, a suggerirmi significati profetici laddove non c’è un’acca di niente.
E immagino che anche l’affascinante costruzione metanarrativa del libro abbia avuto la sua parte, queste cose stuzzicano e suggestionano abbastanza la mia testa già portata ai voli pindarici. Per dovere di critica: a parte la fascinazione della struttura della trama (Virginia Woolf che scrive “La signora Dalloway” e influenza così le mosse di donne lontane da lei nello spazio-tempo) e a parte che io adoro Virginia Woolf, questo libro ha uno stile stucchevole e vomitosamente femmineo (considerando anche che è stato scritto da un uomo), snocciale frasi pompose e racconta di cose inutili, il tutto in un urticante e prenne tono declamativo che no, proprio non mi piace, ma che gli ha reso un premio Pulitzer, quindi chi sono io per contestare?
Il percorso epifanico:

“Bene, allora. Vediamo. Stanza 19.”
Stanza 19 = Binario 19, il binario dove ho aspettato Odisseo e ci siamo visti per la prima volta e che il giorno prima mi aveva citato lui stesso, giacchè il treno che stava per prendere partiva appunto, da quello stesso binario 19. Mi ha mandato un messaggio, lui era lì e non poteva evitare di pensarmi e di pensare a quel nostro inizio numero due, a quei cinque giorni. Quei cinque giorni che hanno improvvisamente un sapore troppo esotico per essere associato al quotidiano che una storia d’amore vera e continuativa, forse anche banale nella sua routine, destinata a cristallizzarsi e a spegnere l’amore potente, non può avere. Al binario 19 mi ha lasciata quando sono ripartita da Napoli, quei cinque giorni sono un circolo che si apre e si chiude, dunque, non l’avevo capito finora, per me erano un inizio, l’incipit della storia. Il binario è una strada che porta lontano da lì, che può riportare indietro sì, ma quanti altri binari ci sono, quante deviazioni e stazioni e altri binari 19 da confondere con quello vero, unico e autentico? E anche tu che leggi, sei sicuro di non aver confuso il tuo binario 19 col  tuo VERO, AUTENTICO, UNICO binario 19, che non ti sia scelto un ripiego facendo finta che sia quello originale? No, perdersi sembra l’unica possibilità.

“Il corpo del tordo è ancora lì, minuscolo anche per essere un uccello, così totalmente privo di vita, qui al buio,come un guanto perso, questo piccolo vuoto mucchietto di morte. E’ spazzatura adesso.”
La mia tartarughina era morta appena appna, ed era lì davanti a me e queste parole erano sovrapponibili a me e a lei. La vita occupa spazio e poi diventa spazzatura. Tutta la vita è spazzatura quando è morte, tutte le cose morte sono spazzatura. Spazzatura viva in vita, solo spazzatura da morta. Esserci accende un fuoco che il non esserci estingue. Qualsiasi cosa ci fosse con Odisseo c’era e palpitava si sentiva, si allargava, mangiava spazio, prendeva posto nelle nostre vite. Ora c’è solo un residuo, come fosse morto, come spazzatura.

Va tutto bene, non abbiate paura. Tutto ciò che dovete fare è lasciarlo morire.
E’ tutto ciò che devo fare, lasciare morire questo sentimento che ancora è così vivo, che ancora occupa così tanto spazio in me? Come si fa a non morire sempre un po’ di più, a non far morire un po’ di noi ogni volta che dobbiamo far soccombere quella parte di noi che è nata e ha vissuto perchè legata a qualcuno, e questo qualcuno la strappa via e ci dice improvvisamente che no, deve morire, l’ho già fatto in passato e non c’è modo di uscirne se non ammazzando una parte di se stessi, come questa che è nata e vive grazie a tutto quell’ammasso di portentose sensazioni ed emozioni che sono solo mie e di Odisseo, che abbiamo generato noi e che nessuno assaporerà mai. Devo staccarmi da questo pezzo di me e metterlo in una scatola pulita di formaggio cremoso, come per Dorothy, fargli un funerale, degno di un eroe nordico, regalare la bara al fiumiciattolo finchè la piccola cascatella non la inghiotte. “Tutto ciò che devo fare è lasciare morire” me e Odisseo e fare il funerale che merita, degno di un eroe, alla parte migliore di me che sta morendo?

“I’m burning up a sun just to say goodbye”
“Sto bruciando un sole solo per dirti addio
E’ una citazione dal Doctor Who, è quello che ho provato, davvero, quando ho iniziato a dire addio davvero a “me e Odissseo”. La dice il Dottore quando apre un portale per una dimensione parallela, ma ha bisogno di un’energia tale che solo una supernova può dargli e fa quindi esplodere un sole per poter tenere il portale aperto il tempo appena bastevole per dire addio alla donna che ama, bloccata in irrimediabilmente in quell’ universo parallelo.
Ed è quello che sto facendo con Odisseo.

Addio, Odisseo e addio al 70% del tuo amore

Che poi lo avevo capito che le cose non andavano, che Odisseo era distante e strano, che ho le cazzo di impressioni e non sbagliano mai, fanno trillare i campanelli e danno una limpida schermata di quel che è, così, esattamente com’è. Magari serve loro un po’ per realizzarsi, ma alla fine si realizzano sempre, le cornute…

Odisseo mi ha detto che qualcosa è cambiato per lui negli ultimi tre giorni e l’amore senza dubbi che professa da 5 mesi nei miei confronti, è diventanto “sono innamorato di te al 70%“, fedeli parole.
Dice che ci sono certe cose di me che gli “danno da pensare“, soprattutto in questi giorni che sono stata “strana e pesante” e che questo, più gli altri problemi legati alla nostra situazione, non gli consentono di pensare a noi come a una coppia di fatto e a me come a una sua compagna per il futuro. Secondo il suo pensiero questo in realtà cambia ben poco della nostra situazione: avevamo deciso di vedere come andava questo mese e mezzo che ci separa dal nostro prossimo incontro e così lui ha intenzione di fare, d’altronde mi ama al 70%, mica cotica qui! Il 70%… fiuuuu è tantissimo, guarda… dovrei anche esserne grata mica è il 50% o peggio il 30%!
No, il 30% è quanto in tre giorni è riuscito a scrollarsi di dosso del suo forte forte moltissimo forte sentimento per me. Se la matematica non è un opinione e visto che qui valutiamo sentimenti potenti come l’amore matematicamente (e non per mia scelta), tra una settimana il restante 70% del portentoso amore che provava per me, se ne sarà andato a catafottersi laddove si catofottono solitamente i portentosi amori.

Per chi, come me, non è in grado di estrapolare un quantitativo sentimentale da una percentuale matematica, sappiate che “sono innamorato di te al 70%” equivale a “Sono attratto da te e sei decisamente più che un’amica“, che poi sarebbe la base che fornisce Odisseo per il nostro incontro futuro e il nostro prossimo mese al telefono.
Ma io non sono sicura di voler affrontare tutto questo, perchè:
a) non esiste 70% per me, o ami o no, o ti piace qualcuno o no, o vuoi stare con qualcuno o no, quindi per me il suo 70% correlato da discorsi del cazzo, significa solo una cosa: non ti amo più, non voglio stare con te;
b) se sono stata “strana e pensante” in questi giorni è perchè sono successe un sacco di cose al punto che pare lascerò casa nel prossimo mese, destinazione ignota, ma il punto non è questo: lui era distante, gli ho lasciato spazio e ho aspettato fosse lui, per una volta, a prendere le redini della cosa e gestirla a modo suo e mi sono trovata sommersa dai rimbrotti. Per quanto riguarda la pesantezza non c’è neanche da parlarne perchè, pur accettando che lo sia stata, non mi aspetto di vivere una vita a mille tutti i giorni e anche i momenti bui di una persona vanno accettati, ma soprattutto, non c’è da parlarne perchè lui è il signor “se si fa così sclero”, “se si dice questo m’incazzo”, “non mi puoi chiamare “bimbo””, “non puoi citare Pollicino quando parliamo di Dante”, “mi si è sfasata la giornata e ora sono nervoso”, “stare qui mi rende nervoso”, “sentire ripetere le stesse cose mi rende nervoso”: lui è il Signor Pesantezza, l’ha inventata lui la Pesantezza, può essere pesante per giorni interi, per mesi anche, ma una persona che è innamorata di qualcuno accetta ogni cosa del suo carattere, così almeno ho fatto io che ho cercato di capire e rispettare le sue insofferenze. Ecco quindi perchè non è il caso di considerare questa cosa ed ecco perchè se in tre giorni può farti rivedere un sentimento a tua detta tanto grande, credo ci siano ben poche speranze che regga questo gli urti della vita in futuro;
c) questa situazione non la so gestire, coppia o no eravamo legati e in intimità e ora come dovrei pormi? Dovrei aspettare che incontri un’altra e si scolli del tutto con tante scuse (come fanno tutti, un film dei più beceri, visto e rivisto, giusto la settimana scorsa è successo a una mia amica) e che ne sarà di me a quel punto?

La mia prima reazione a tutto questo bel papello di virtude e amore, è stata quella di rompere la nostra storia e basta, di non sentirlo più, di eliminarlo piano piano dalla mia vita, giacchè a lui è stato così semplice spurgare il 30% di me, mentre per me ci vorrà molto tempo, conoscendomi, senza contare che non credo che lui provi quel 70% che dice, sono certa che ieri la nostra storia o quello che è stata, sia finita.
Neanche 15 giorni fa mi guardava negli occhi infuocati e mi diceva che era innamorato di me, che era si-cu-ro, che voleva affrontare le tempeste per me, che dovevo promettergli di essere forte e di affrontare i problemi che ci sarebbero stati, che sì era certo di questo, che l’aveva detto e quindi non sarebbe tornato indietro e mi ha baciata appassionatamente alla stazione poco prima che il mio treno partisse. E dopo 13 giorni è tornato indietro del 30%, 13 giorni, non 5 anni, quindi realisticamente tornerà indietro ancora (?).

Io francamente non vorrei continuare per queste ragioni, ed è questo che sono tentata di dirgli pomeriggio, quando ci sentiremo, ammesso e non concesso che il mio intestino aggrovigliato al cuore me lo consenta.
Ma prima di tutto non sono così forte da chiudere definitivamente in un pomeriggio con qualcuno che ha fatto parte della mia vita così profondamente (e teneramente) per 7 mesi, che mi ha fatto amare, sperare e sognare. So già che non ne sono in grado.
E poi non sono sicura sia la mossa giusta, d’altronde una settimana fa io ho passato un periodo di confusione che mi ha fatto rivedere diverse cose su me e lui, solo che ho avuto il buon senso di capirla e non vomitargliela addosso prima di schiarirla del tutto e ora l’ho schiarita, potrebbe essere anche lui nella stessa confusione e io potrei pentirmi di non aver, quantomeno, aspettato qualche giorno prima di chiudere.
Inoltre non chiudo con le persone che amo, se le amo, di qualsiasi tipo di amore/affetto si tratti, una ragione c’è, non li cago via al primo intoppo o quando diventano difficili da gestire. Si chiama appunto “amare“, questo, ed è una fottuta seccatura, ma regala anche qualche fior fiore di emozione di tanto in tanto e un certo rigoglìo interiore ed esteriore tremendamente difficile da arginare, che se diventassi una che caga via la gente così, perderei per sempre ed è inutile dire che no, non è vero (che chi lo dice è chi ha cagato via persone a cui “voleva bene”, guarda caso, perciò manco sa di che parla in realtà), è così punto.

Quindi non so che dire pomeriggio a Odisseo.

Sono distrutta.
Sono frantumata.
Sono a pezzi.
Ho vomitato tutta la notte e continuo a piangere come un’imbecille.
Non ho mai desiderato tanto un suo abbraccio come ora.
E invece devo fare i conti con quella realtà che mi trafigge il petto a ogni respiro, la realtà che è tutto finito, che non ci sono più baci di fuoco e abbracci stretti, che non c’è la giada dei suoi occhi, nè più speranza.
Che ho perso Odisseo.

Della bolla che va in frantumi e di Dorothy Parker

Tutta presa dalla necessità di uscire dalla bolla o dalla scelta di restarci nella bolla e allargare questa alla vita sua tutta, la ragazza si è distratta dalle cose grette e reali del mondo. E così che queste hanno rivendicato violentemente la sua attenzione, prima con qualche timido barbaglio, che non ha funzionato perchè la ragazza è nella settimana del suo compleanno e ha ancora il fuoco dei baci di Odisseo sulle labbra e sul collo e altrove e tanto basta a distrarla dalle cose del suo solito, gretto mondo.
Allora queste hanno iniziato a infilarsi come serpi viscide in ogni anfratto scoperto della bolla, ma la ragazza resisteva ancora e ancora. E’ a questo punto che si sono organizzate e non c’è niente di più deleterio delle cose del vecchio mondo si accorpano per distruggerti, perchè sono tante e conoscendo ognuna un tuo punto debole, sanno dove colpire.
Un’eruzione di lapilli acuminati è stata e come può sopravvivere a questa, una tenera bolla? Non può, infatti è andata in mille pezzi e la ragazza è di nuovo scoperta e per di più con la pelle nuova di zecca della rinascita primaverile, che è ancora vergine, troppo sottile e troppo inesperta per affrontare il sole che cuoce.

Sono abituata ai parenti che mi attaccano, a tutti che mi rompono, a mia madre che non mi considera e mi vomita addosso un sacco di letame, davvero. Mi tange e spesso anche tanto, ma li gestisco, dopo trent’anni ormai, posso affrontarlo.
E’ che tutto è successo in due giorni, un bombardamento continuo e ho parato quanti più colpi possibili, ma poi ci si è messo anche Odisseo e no, Odisseo proprio no, e le redini mi sono scivolate via del tutto.
Era strano da giorni, Odisseo, silenzioso, taciturno, nervoso. Poco male se passi tempo insieme, ma se comunichi solo tramite parole, diventa un ostacolo non da poco il silenzio perenne.
So che è stanco, so che è stressato, so che ha la tesi complessa da scrivere, il trasloco, i mille lavori che fa, il giornale a cui pensare, lo stage da iniziare, gli ultimi esami da preparare, la campagna elettorale del fratello in cui viene suo malgrado risucchiato. Lo so,ok? Per questo sono stata accomodante e ho passato gli ultimi giorni a parlare io sola a spron battuto, a non fargi pesare il suo silenzio, a portarne il peso da sola. Ma pesa, per essere un mucchio di niente pesa dannatamente il suo silenzio!
Giovedì mi ha chiamata solo una volta e quando l’ho chiamato io alle 18.00 mi ha detto che non aveva molto da dirmi, che era molto stanco e “Ci sentiamo domani”. Questo è troppo anche per me. Gli ho detto che non deve sentirsi obbligato a chiamarmi e se non ha niente da dirmi o non gli va di parlarmi non è costretto a chiamarmi tutti i giorni, può farlo quando e se vuole.
Il punto è che io leggo questi suoi silenzi come una confusione incipiente anche da parte sua. Lo so che dobbiamo ancora riassestarci: non è più come prima di vederci e non è neanche come quando stavamo appiccicati tutto il giorno. Non so neanche io ancora com’è, stiamo cercando una nuova dimensione nella quale muoverci il più comodamente possibile e non sarà neanche quella definitiva. Ma a parte questo ho la pessima sensazione che lui sia stanco non solo per il suo attuale periodo sfiancante, ma anche della nostra situazione e se è già stanco dopo dieci giorni dal nostro incontro…
Io ne ho molte di sensazioni e impressioni, ne vengo bombardata continuamente, praticamente vivo di quelle, ma questa proprio non la voglio avere, non la so comprendere, non la posso accettare e NON VOGLIO IMPARARE A GESTIRLA.
Il pensiero che Odisseo possa non essere convinto, mi dissesta, completamente.
Non è quello che mi ha detto, le sue parole sono state esattamente: “Provavo qualcosa di molto forte per te già da prima di vederti e ora che ti ho vissuta sono certo di essere innamorato di te e voglio andare avanti pur restando i problemi, li voglio affrontare e sconfiggere. Perchè questo che c’è è la cosa più bella del mondo, perchè TU ne vali la pena”. Questo, questo mi ha detto! Era solo esito dello stravolgimento di sensi di quei cinque giorni? Ora che le cose iniziano a snebbiarsi, ora che è il momento di capire da qui al prossimo incontro, cosa veramente proviamo e vogliamo, le cose per lui sono cambiate?
L’ho provata sulla mia pelle la confusione anche se inizio a capirla e snebbiarla, ma non è detto che lui sia arrivato adesso al mio stesso punto. La mia impressione però, è che lui si stia legando a quel bel sentimento che c’era prima e c’è stato quei cinque giorni, ma che non sia convinto di quello che provi per me e di quanto voglia affrontare davvero la distanza, che se ne autoconvinca per non perdere me o quel sentimento, perchè è bello e fa star bene.
E ho paura di questo. Ho paura della statistica di esattezza delle mie impressioni. E se Odisseo si sta accontentando di questa situazione?
Ho bisogno di capirlo perciò gli ho chiesto di chiamarmi quando vuole, di prendersi qualche giorno se è stanco e non vuole parlare, così almeno posso capire se sente la mia mancanza.
Come può dirmi: “Non ho niente da dirti” e aspettarsi che non abbia l’effetto di una pugnalata su di me? Puoi essere stanco, può non succederti niente di che se studi tutto il giorno, ma a me viene comunque voglia di chiamarlo e salutarlo anche per due minuti senza dover dar vita alla conversazione del secolo! Ma a lui a quanto pare no. Mentre parlavo gli ho anche chiesto se lo stavo annoiando e lui ha risposto:  “Francamente sì“, scherzando per carità, ma non mi piace, non mi piace come mi fa sentire scomoda questo suo atteggiamento, non mi piace pensare di essere di troppo e di costringerlo a parlarmi.

E’ questo che ha frantumato la bolla: parentado malefico e paese ignobile passi, a mia madre ci sono abituata, ma anche Odisseo no, non poteva reggere contro Odisseo.
Nel giro di qualche ora mi sono sentita sola e triste e senza punti di riferimento come in passato, con quel buco nel petto che si riapre e urla straziato per la perdita e per le parole che ammazzano e per la sconfitta, non avevo voglia di parlare con nessuno, nè di leggere nè di scrivere. Mi sono chiusa in stanza al buio, ho messo su una serie di stupide commedie romantiche strappalacrime e mi sono sparata una busta enorme di patatine alla paprika. Non mi sono abbuffata, almeno. Temevo di cedere come d’abitudine dopo le sfuriate di mia madre, ma mi sono limitata alle patatine e alla notte insonne (tipica anche questa). Ma non sono più abituata al troppo sale, o almeno credo sia stato quello, e ieri sono stata malissimo tutto il giorno, non ho mangiato niente.

Alle 6.00 del mattino ero stanca dell’insonnia, dei demoni tornati a mordermi e delle commedie romantiche e sono uscita senza sapere dove andare, ma sicura di voler scappare dal paese. Ho preso un paio di libro, mi sono ficcata Capossela nelle orecchie e sono salita sul primo autobus che s’è fermato. Sono scesa al capolinea, un paesello che conoscevo solo di nome, non c’ero mai stata (mi sono informata sul pullman del ritorno, all’avventura sì, ma fino a un certo punto). Sono stata in giro tutto la mattinata, mi sono comprata una canotta militare con pizzo (sia il pizzo sia il militare fanno parte del mio stile) al mercato del paesello, mi sono presa un tè caldo ai frutti di bosco che lo stomaco urlava e mi sono messa a leggere su una panchina sotto un salice piangente bellissimo ed enorme, vicino a un (molto bel) ragazzo che vendeva animaletti.
C’erano pesci rossi di tutte le dimensioni, pulcini di vari colori, criceti, coniglietti e tartarughine. E c’era questa bambina odiosa, ma odiosa davvero per avere soli due anni (più o meno), odiosa almeno quanto la madre che rideva come una scimunita dei capricci della figlia. Povera bambina, è destinata a diventare scimunita come la madre, pensavo mentre questa bimbetta era lasciata libera di martoriare i poveri cuccioli con grande desolazione del (molto bel) ragazzo che non riusciva a limitarne del tutto la furia, giacchè la scimunita della madre, invece che controllare i capricci della figlia, le dava corda e cinguettava che la sua bambina è un angelo e non faceva niente di male agli animaletti. La signora è una capra decerebrata (e cotonata), ovviamente, così la bambina è stata libera di spiumare i pigolanti pulcini e lanciare  tartarughine per aria.
Al che sono andata ad aiutare il povero, sconsolato (molto bel) ragazzo a cercare la tartarugina lanciata nel prato e a rimetterla nella vaschetta, mentre la scimutita portava via la sua prole altrettanto scimunita. Sono poi rimasta lì col (molto bel) ragazzo che sacramentava contro gli imbecilli e che mi ha raccontato di altra gente scimunita e altre vicende assurde di cui è stato spettatore forzato, mentre ci assicuravamo che la tartarughina non morisse dopo essere stata usata come giavellotto. E io parlavo con (molto bel) ragazzo e la tartarughina mi guardava continuamente, con gli occhietti neri neri spalancati e il collo che si girava per seguirmi. Il (molto bel) ragazzo ha detto che era buon segno, che stava bene e io mi ci sono affezionata così tanto che l’ho comprata, anche perchè il (molto bel) ragazzo me l’ha venduta a 5 euro invece di 10 (per ringraziarmi di avergli tenuto compagnia), comprensivi di bacinella color salmone con palme finte e gamberetti per sfamarla.

E così che Dorothy Parker è entrata a far parte della mia vita. Purtroppo non sono così sicura che ci abbia trovato Odisseo nella mia vita, ci siamo sentiti ma è stato tutto abbastanza rapido e freddo.
Non lo non lo so non lo so e non lo voglio sapere al momento: stasera festeggio il compleanno (mio e di una delle due M) con le mie amiche M&M e non voglio rovinarmi la serata, quindi evito almeno di ragionarci su.
Aspetto che arrivi domani per capire se devo dirgli addio. Con tutto quello che ne consegue.

Rassegnazione et Compensazione

“La bilancia, stamane, mi ha detto che sono un chilo e mezzo più grassa di mercoledì mattina”. Mi sembrava una frase perfetta, precipua, onniriassuntiva, per iniziare questo post.
Possibile che abbia preso un chilo e mezzo al ristorante? Non credevo, ma evidentemente è così. Quindi.
Quindi me ne sono tornata a letto, non sono neanche andata a correre, oggi. Dovrò passare le giornata in giro, non mangerò un cazzo per tutto il giorno se non questo caffè stantio con un po’ di latte, che sorbisco nervosamente tra una battuta e l’altra, e domani e domenica mi faccio qualche step di corsa, ma poi basta. Poi basta, insomma, basta! A che diavolo serve?
Sono stanca, ce l’ho messa tutta, davvero, non ho toccato un dolce che sia uno! Di là al momento si stanno abbuffando della mia variante di cuzzupa preferita, quella umida, dorata dalle uova, intrecciata, biscottata con la glassa e le ciliegine rosse e io? Mi sono fatta questa pantomima di caffè con un quarto di tazza di latte per la disperazione e sono corsa a segregarmi in camera, lontana da quegli afrori.
Che altro devo fare? Non mi aspettavo di perdere 20 chili in un mese, ovviamente, ma cazzo, almeno quei 4 o 5 sì! E ora vedere quella bilancia mi ha spiazzata, per questo evito di pesarmi, perchè se non ti pesi almeno non lo sai e resta un po’ di speranza, seguita da molto dolore, ma almeno prima c’è la speranza.
Continuerò, per forza di inerzia, credo, non otterrò molto ormai mancano solo 6 giorni all’incontro, ma continuerò, e a Pasquetta ho un altro ristorante quindi, mi aspetto nuove sorprendenti notizie per quanto mangerò solo qualche pesce stantio, immagino. A Pasqua però non mangerà niente di buono vista poi la Pasquetta.

E’ che sono stanca, sono stanca, sono brutta e sono grassa, è questa cosa non cambierà. Odisseo dovrà scavare sotto strati di grasso per vedere qualcosa e accettarmi così come sono. O no. E siccome a me non è mai andata bene, tendo a protendere per il “no”. Comunque sarò, è una cosa che non posso controllare, non  cambierà in 6 giorni e sinceramente non spero più neanche di vedere qualche altro chilo scendere. Quindi almeno posso smettere di sperarci, perchè è dannatamente faticoso controllare tutte queste cose, investirle di speranza visto il controllo che faticosamente si riesce a ottenere e poi vederli spazzati via, fatica, controllo, speranza, amore.
Quindi basta sbattimenti mentali inutili, continueranno quelli fisici fino al 5 aprile e non che dopo che torno da Odisseo la dieta si fermi, ma almeno posso stare un po’ e non ho l’ansia del tempo e che scorre. E poi a breve ci sarà il mio compleanno e quel giorno vosglio stare serena, mangiare quello che cazzo voglio e non pensare a Odisseo e a quanto, ahimè, mi mancherà temo.
Una mia amica mi ha detto di andare da Odisseo e “Perndere la vita a morsi“, di mangiarmi proprio questa bella occasione di vita che mi è capitata e gustarmela in tutti i modi possobili. E io vorrei proprio poterci riuscire, ma anche quando penso di potermici divertire quei cinque giorni, una parte di me mi avverte di premunirmi, di stare attenta, che  anche se dovesse esserci serenità è divertimento, sara seguito – ancora una volta, sempre- da molto dolore e siccome conosco molto bene il “molto dolore” e troppo poco gli altri sentimenti, io tendo a visualizzare soprattutto e con maggior naturalezza, questo.

Non porterò il computer a rottamare per questi 3 giorni, me lo tengo. Prima di tutto perchè oramai è tardi e resterebbe bloccato per Pasqua, secondo perchè ne ho bisogno almeno per altri tre giorni, per scrivere qua, per distrarmi, per scrivere in generale e poi perchè mi devo finire di vedere Argo che stanotte mi sono addormentata!
E domani mi devo sparare per l’ennesima volta, tutta la filmografia di Mel Brooks perchè ho bisogno di ridere e perchè me lo devo vedere mentre mi depilo. Niente è meglio di Mel Brooks mentre mi depilo. E’ la mia compensazione alle delusioni e al pre-periodo di dolore. Scrivere e Mel Brooks.

Perchè non riesco ad annullare questa orrida sensazione di dolore incipiente?
Perchè l’unica cosa cristallina e ferma nella mia testa è solo la certezza che tutto è destinato a finire?
Perchè la vita mi ha insegnato solo che non posso essere felice, un po’, anche io?

Dover dire “ciao” a questo blog (PROPRIO ADESSO!) e dover interrompere la mia terapia

Devo portare il portatile dal rivenditore perchè mi si spegne di continuo e devo farlo di corsa anche, perchè la garanzia scade l’11 Aprile e anzi, sono già in ritardo.
Speravo di potermela tirare ancora una settimana e portarlo quando sarei stata da Odisseo che tanto non avrei potuto usarlo e scrivere su questo blog e invece devo farlo adesso, proprio adesso!
Potrei sembrare esagerata e forse lo sono, lo ammetto. Ma io ho bisogno di scrivere su questo blog!
Scrivo tutti i giorni, da metà gennaio, e mi ha aiutato cazzo, più di quanto psicologhi o altro abbiano mai fatto. Ho sempre creduto nel valore catartico della scrittura, ma non credevo di poterne essere così beneficiata da aver paura a smettere.

Io non mi abbuffo più e non mi abbuffo più da quando scrivo qua.
Ero solita cedervi spesso, nei momenti di ansia e depressione più lancinanti, mettere a tacere demoni e vuoto riempendo la borsa di schifezze, mettendo su un film e abbuffandomi fino a star malissimo tanto da dover vomitare, a volte (anche se nell’ultimo anno questo almeno ero riuscita a controllarlo). L’ultima volta che l’ho fatto era il 21 Gennaio, a un pugno di giorni dall’apertura del blog e lo so per certo perchè è certificato sul blog stesso: https://webcamaccesa.wordpress.com/2013/01/21/lascero-che-la-foto-parli-da-sola-in-tutta-la-sua-drammaticita/
Non che non abbia ceduto e mia sia mangiata due fette di torta invece di una o abbia affogato i crackers nel formaggio nei momenti più buii, per carità, ma quello non è abbuffarsi. Abbuffarsi è autolesionarsi, è farsi del male, fortemente e coscientemente, sapendo di farsi del male, ma non riuscendo a smettere lo stesso, anelando a quel po’ di bene che dal male scaturisce, allo stare bene per qualche ora, solo qualche ora, prima di ripiombare nel vortice dilaniante del vuoto.
Lo scrivere forsennato che ho adottato su questo blog, in modo naturale, senza rendermene quasi conto, senza celar nulla dei miei pensieri e delle mie paure, delle mie vergogne delle mie speranze, ha forse in parte colmato quel vuoto, un po’ di male è fuoriuscito dalle mie dita, invece che doversi cibare di autolesionismo e saziarsi per un po’ lasciandomi respirare.
Forse mi sbaglio o non è così, non lo so. Quel che so per certo è che scrivere qua, confrontarmi con persone altrettanto sensibili e forse a me più vicine di tanti da che mi circondano, mi fa star bene, che ormai è una cura, una terapia alla quale non posso rinunciare, non riesco a pensare di non scrivere qualcosa sempre, qui, ogni mattina.
Anche se ho fatto altri passi avanti prima del blog, non era mai successo, da 15 anni, che per due mesi e più non mi abbuffassi. Magro guadagno, sono solo due mesi, ma per me sono tanto. Anche durante le dieta ferrea, quella che mi ha fatto perdere 30 chili in un anno, io un giorno me lo riservavo sempre alle abbuffate. Non potevo farne a meno, era necessario per colmare il baratro urlante che mi porto dentro.
Scrivendo qui, un po’ del mio passato, un po’ dei miei demoni restavano invischiati in un grumo di parole e io respiravo e facevo qualche passetto in più. Non ho raggiunto molto, ok, non ho risolto molto, ma quel poco, è tanto, prezioso tanto. E flebile tanto. Così flebile che ho paura a interromperlo drasticamente da un giorno all’altro, perchè temo di perdere l’equilibrio molto precario che forse sto iniziando a guadagnare.
E ovviamente non parlo solo di abbuffate, le abbuffate sono la conseguenza di uno stato d’animo negativo, di problemi impiantati ben bene da qualche parte che non trovano soluzione.
Parlo di questi problemi, dei miei demoni che non avendo lo sfogo della scrittura, possano sentire il bisogno di sfogarsi in altri e più deleteri modi.

Considerato poi che mancano nove giorni all’incontro con Odisseo e che sono tante le cose che mi ribombano in testa e le cose da fare, pensare, organizzare, sperare, sconfiggere in questi nove giorni, la possibilità di dar loro voce qui mi era davvero di conforto.
Ora non potrò farlo.
Domani potrò scrivere e poi lo devo proprio portare, la ventola di questo dannato coso fa rumori davvero inquietanti.
Spero di poter accedere tramite il pc di mio fratello qualche volta, ma non potrò certo scrivere molto o seguire i blog che mi piace leggere tutti i giorni, potrò solo aggiornare velocemente. Cercherò di farlo, anche per quelle meravigliose persone che hanno seguito intrepidi e sempre con interesse la mia stupida vita.
Spero che basti ad addormentare ancora un po’ i demoni.
Spero di non interrompere del tutto questi piccoli passi che sto facendo.
Spero che la terapia continui quando riavrò il pc e che non sia troppo tardi.
Spero che le prime parole che dovrò scrivere dopo Odisseo non saranno di disillusione e tormento.
Spero di avere ancora Odisseo quando riavrò il computer.
E spero di non perder troppo delle vite delle persone che ho conosciuto tramite questo blog.
Spero….

Sogno di una notte di primavera

Le mie colline erano sempre più morbide. Man mano che solcavamo le stradine sterrate con l’auto, sfumavano i paesaggi a me noti, con i cactus viola per i frutti troppo maturi e i biancospini con i fiori d’argento e le ginestre mai sazie del giallo al punto da rubare anche quello del sole, e tutto divenatava più ampio, meno ondulato, bucolico e neo zelandese. Diverso.
Mia madre non mi parlava e la me ragazzina cercava disperatamente degli argomenti per colmare quel silenzio odioso che lei aveva eretto, – non capisco perchè i sogni debbano essere così realistici nelle cose tristi, non è prerogativa del sogno essere “sognante”, bello, speranzoso, diverso, possibile? – parlando di tappeti, tappeti che avevo visto a bordo strada e che aveva volato via il vento forte a cui siamo abituati, noi prigionieri dei golfi.
Il sogno ha conferito tutta la sua magia al paesaggio, ecco perchè non ne è rimasta altra per plasmare il resto. C’erano tanti fiori grandi, dallo stelo arboreo e rigido, un misto tra giglio, gladiolo e orchidea, rosa fuori e gialli dentro, distese, tappeti, di quelli che il vento non poteva scardinare però, e quindi volevo compensare e scardinarli io, farne mazzi, portare con me quella bellezza anomala, ne ero attratta, ipnotizzata come una bambina davanti alla sua prima Barbie. Ma mia madre mi proibiva di scendere per raccoglierli e io le chiedevo ragioni, e poi le cercavo le ragioni, ma non le trovavo.
Allo svolto della strada guardai con nostalgia verso la collina dei fiori e vidi un burrone spezzarla e dipanarsi in profondità nero-notte, ammantato e celato dalla bellezza dei fiori. Pensai a Ulisse (Odisseo ovunque, anche quando non c’azzecca una mazza – ndr) e al canto delle sirene e capii che quei fiori erano tali – troppo belli e anomali anche per un fiore-, sirene che intrappolano le anime romantiche e stupide, perchè solo gli stupidi sentono il desiderio di raccogliere degli stupidi fiori, e allora si appropriano di queste anime stupide, facendole scivolare nel burrone invisibile dalla strada di sopra.
Ero felice perchè avevo trovato la ragione: ecco perchè mia madre non voleva farmi raccogliere i fiori, lei lo sapeva, sapeva del burrone, voleva proteggermi! Perchè le mamme sanno tutto, vero?
Allora glielo chiesi, convinta finalmente di aver dipanato la matassa: “Mamma guarda, un burrone! Meno male che non sono andata a raccogliere quei fiori strani… per questo non mi hai lasciata andare, vero mamma?”
Lei guardò verso il burrone e disse ” Quale burrone?” e quando tornò a guardare la strada io ero in una stanza vecchia e lercia, nella torrida calura di un’estate appartenente a decenni fa, decenni in cui non ero ancora nata, e a luoghi in cui non sono (ancora) stata, svegliata di soprassalto dall’amica in vacanza con me, che concitata mi racconta dell’omicidio della vecchia signora, quella della stanza accanto alla mia”.

Love feels different when it is written

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Io a correre ci sono andata, ma questa foto è di sabato, perchè oggi, oggi il mare era diventato cielo e mi rovinava addosso. Sono tornata a casa così fradicia, infreddolita, pesta, lo scaldamuscolo grigio della foto è nero di fango e fradicio oggi, le adidas inzaccherate. Ho cambiato registro, ho cercato di correre 5 minuti di seguito, due di pausa e poi altri cinque minuti, per un totale di 15 minuti di pausa e 15 di camminata. Non so se servirà a qualcosa.
Continuo a chiedermi perchè lo faccia, in due settimane e mezza cosa credo di ottenere?
Ho provato a correre di più, anche perchè oggi non potevo davvero stare fuori troppo tempo e inframezzare due minuti sognifica perdere un’ora, e quando ha iniziato a grandinare sono rientrata e mi sono osservata allo specchio mentre facevo la doccia.
Devo andare da Odisseo così?
Insomma quell’ammasso di niente e di ciccia insieme, quella brutta e orrida fallita e non laureata e non sociale e non un sacco di altro, quel tracontante viluppo di sguardo perso e disequilibrio dovrebbe presentarsi da Odisseo, dormire con Odisseo, pretendere di essere amata da Odisseo?

No. Il nostro era un amore fatto di parole, e l’amore si sente differente quando è scritto.
Ha quella leggerezza che non hanno i miei pensieri, la mia vita, che non mi conferisce la bilancia, è un amore di inderminatezza, non di determinazione.
La determinazione che a me manca, l’indeterminatezza che sono.
Ecco perchè Odisseo ha potuto amarmi in un mondo indeterminato e leggero come quello delle parole: perchè nel substrato delle interconnessioni parole-pensiero, io ci sono.
Nella determinazione della realtà, invece non esisto.

Io non corro più

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Basta.
Tutte le cose del mondo non fanno altro che dirmi che è inutile che mi arrabbato che corro e che mi spompo, inutile.
Non correrò letteralmente, perchè se in quasi venti giorni non ho perso un grammo, non serve a un cazzo correre, dovevo almeno averlo perso sto cazzo di grammo. Basta. è l’ultima volta che guardo affaticata le brume della notte dissolversi sul lungomare.
E non correrò più neanche metaforicamente, arrabbattandomi come una matta nella speranza di veder finalmente un po’ di vita venirmi incontro e farla funzionare.
Odisseo non mi vuole, ha cercato di farmelo capire in ogni modo e io ho fatto la gnorri, a che serve correre e spomparsi, sognare e amare se non c’è niente a cui rivolgere tutto e me stessa?
Altro dolore questo ci sarà, dopo quei giorni, solo altro dolore. E questa volta sarà l’ultimo.

No telephone sex

Non era la prima volta che io e Odisseo facevamo quello che potrebbe definirsi “telephone sex”, ma che in definitiva è uno scambio di tenerezze che culmina con… be’ si sa con cosa culmina.
Oggi era questo l’adazzo finchè io non dico una cosa che lo ferma e mea culpa, mi sono espressa male e male ha interpretato. Ci siamo fermati ma mi sono subito spiegata. Gli ho spiegato che se ho detto che “non volevo cedere di nuovo” non significava che non stessi serena e non volessi farlo, d’aòtronde stavolta avevo iniziato io, ma che aprirmi così tanto significa donare una parte di me che non ho mai dato a nessuno e che visto il prossimo incontro e visto che non possiamo escludere che ci sia una piccola percentuale che vada male, questo mi rende un tantino più cauta ma se lo faccio sta specie di masturbazione telefonica con lu,i è perchè lo voglio fare. Con tutta me stessa. Da qui in poi.
Odisseo: “Calipso io voglio che tu sappia che comunque vada, anche se c’è quella piccola percentuale, a prescindere dalla piega che il nostro rapporto prenderà dopo il 5 aprile, io ti vorrò bene per sempre, per quello che sei e per il legame che ho con te”.
Calipso: “Questo è indubbio Ody, vale anche per me, ma il punto ora che mi rende cauta è che comunque io ADESSO SONO INNAMORATA DI TE”.
Odisseo: “…..”
[silenzio che si proptre per 3, 4 minuti…]
Calipso: ” Hai intenzione di dire qualcosa o chiudiamo?”
Odisseo: ” Quella cosa mi ha un po’ raffreddato e ora è meglio chiudere visto questi silenzi”.
Calipso: “Io ho detto una cosa importante, pesante e tu hai risposto con un silenzio di 3 minuti”
Odisseo: ” Io direi che è il caso di chiudere perchè adesso…”
Calipso: ” Ok, va bene, chiudiamo. Ciao.”

Cosa? Come? Non ci capisco niente. Non è innamorato di me per questo non ha risposto?
Non posso andare da lui così. Non osso dopo essermi esposta, così, dopo avergli regalato parti di me così intime che neanche sapevo di avere.
Lo so che andrà male,lo so da mesi, e non ce la faccio a stare male di nuova senza neanche aver avuto un giorno di gioia.
Cosa devo pensare?
Cosa devo fare?
Devo richiamarlo?
Non lo so…..

“Ti devi solo vergognare”

“Ti devi solo vergognare. Hai trent’anni e non ti laurei, vergognati!”

Mi ha urlato mia madre quando sono ritornata dall’università, oggi.
La pessima giornata, la pioggia, il freddo, la fame e questo.
Non credo di aver molta voglia di dire altro, di risponderle qualcosa o semplicemente di andare avanti.
Vado a vergognarmi e basta.

Come una pecora del montone

Immagine

Sono appena tornata dal mercato con due maglie bellissime e questa giacchetta meravigliosa, ma mi stanno di merda, di merda! Mentre misuravo e un riflesso di bitorzolo con una bella giacca mi guardava desolata dallo specchio, il mio occhio ha iniziato a martellare e la bocca a sformarsi in un ghigno a metà tra urla di spavento e pianto disperato. Sono dovuta andare a trangugiare cinque patate lesse, per levarmi quel ghigno dal viso, cinque! Che sono un mucchio di calorie e ora non posso mangiare un caspiterina di niente per tutto il giorno. Proprio oggi, con quella torta mimosa che trionfa in frigo a ricordarmi che forse, sotto le mie carenze e le mia ciccia e le mie ansie e le mie mancanze e i miei fallimenti e la mancanza di amore, forse ma dico forse, anche qui c’è una donna.

Ho speso gli ltimi spiccioli per comprare qualcosa di carino per l’incontro con Odisseo, ma è inutile.

Sto andando in crisi e non posso andare così da lui, in queste condizioni.
Lo perderò, non posso perderlo sono innamorata di lui come una pecora del montone, non posso farci niente, è lui il mio montone, non ci sono altri montoni disponibili qui, a ogni pecora il suo e il mio ormai è designato irreversibilmente…

Digressione

Cime tempestose e canne al vento per le cronache marziane

Io ho da sempre avuto un vizio, quello di trasfigurare ogni sensazione, ogni contesto, ogni avvenimento, in termini letterari e trasfomarlo nella cornice di una storia o nella storia stessa. Tipo un filtro che volente o nolente, si mette in moto e mi plasma la realtà. Causa ne è sicuramente quella religione sana/insana che è la bibliomania: in pratica sono buona a null’altro, il che è sinonimo di disgrazie tanto quanto di rassegnate euforie.
Ecco quindi che iniziare a scrivere oggi le mie cronache marziane – e mi perdonerà Bradbury se gli scippo il titolo del libro e ne riciclo il senso in termini mensili – il giorno dopo il mio tragico febbraio di studio e ansie e concorsi, in questa cornice di bufere, strade che sono fiumi in piena, cime sferzate dalla tempesta e canne che volano nel vento, ha nel suo perchè, un che di letterario, un sapore di libri e inchiostro che se sei me, o se sei pazzo e libromaniaco come me dall’età di 6 anni, non può sfuggirti.
Tutta questa tiritera poeto-maniaca, solo per dirvi che piove e ulula da ieri sera, ininterrottamente e che questa è la cornice da cui scrivo. Detto ciò, iniziamo.

Il primo esame è stato il 28 e non è andato male. Neanche è andato bene. Però è andato.
Ci sono arrivata dopo una notte insonne (di cui scandisco le ore qui: https://webcamaccesa.wordpress.com/2013/02/28/donna-che-scandisce-il-tempo/) e ci sono andata con una signora che ho conosciuto alla prima fase col concorso e altre sue due affiliate. Ed è bastato che fiatassero in quell’auto mezza votla, alle gelide 6.00 di un gelido ultimo giorno di febbraio, per capire che di possibilità di riuscita in questo concorso ne ho neanche mezza, seppur dopo tanta fatica e sbattimenti che hanno coinvolto anche quei poveri Cristi che hanno la premura di leggere le mie lagne.
In pratica tutte loro (più tanti altri ho avuto modo di appurare poi, in loco) si sono fatti preparare da una direttrice o una professoressa per affrontare il concorso. Cioè queste tipe hanno selezionato loro cosa dovevano studiare, hanno scritto loro dei temini belli che pronti da imparare sugli argomenti giusti e più quotati nell’ambiente, nell’esatto modo in cui le domande andavano affrontate.
E così mi sono spiegata un sacco di cose, tra cui come fare effettivamente a studiare quella roba e perchè abbia avuto così tanti problemi a portare a termine un programma tanto vasto e sfaccettato tutta sola. E lo dico qui semmai qualcuno passasse e gli servisse, che per un concorso SERVE UNA LINEA GUIDA, che sappia muoversi all’interno dell’ambiente del concorso, che ne abbia già fatti, che sappia cosa ci si aspetta, che proponga argomenti papabili e le soluzioni di queste da esporre nelle tracce come richiesto. Che detto in soldoni è: qualcuno ha scritto loro gli argomenti giusti e il modo in cui vanno trattati e loro se li sono copiati o imparati a memoria così com’erano e così com’erano li hanno poi usati. Il tutto per la modica somma di 1.000, 1200 euro per un mese di lezione! Hai capito tu come ci speculano sopra ‘sti qua?!
Hanno fatto bene: hanno tirato fuori queste benne tesine svolte ad arte dalle professoresse in questione, e da queste hanno bellamenete… mmhh come dire… attinto idee e forme semantiche.
Allora, io non mi sto giustificando, ma se io ho portato a termine uno dei due concorsi (l’altro è stato un emerito disastro) è solo grazie alle mie forze. Alla cara Calipso nessuno ha scritto le domande nè ha insegnato niente per milleduecentoeuro, nè ha dato la minima indicazione sulle cose da studiare che mica dovevano essere quelle del libro, INUTILI!
Ho portato a termine il primo concorso rispondendo a tutto, ma non perchè conoscessi le risposte o perchè tutto quello studio matto&disperato effettivemante sia servito a qualcosa (sul programma c’era poco meno di niente, fanculo al programma ministeriale), ma solo perchè ho dato fondo a un po’ di buon senso e a una certa dose di creatività. E infatti le tipe dotate di “tesine e insegnamenti della prof.”  non sono riuscite a fare molto perchè le domande erano difficilmente inquadrabili.
Questo non vuol dire che io lo superi o che il concorso per me sia stato meno che un disastro, ma comunque ho risposto e concluso ogni domanda e sarò una schiappa, avrò preparato male un concorso nazionale, ma almeno non mi sono fatta scrivere il temino dalla prof.  per 1.200 euro o ho sgradevolmente copiato dai “pizzini” messi nel vocabolario.

Il secondo giorno di concorso è invece stato un disastro fatto e finito. Questa volta i temini sono serviti alle tipe e infatti hanno tutti copiato tutto, senza vergogna, e io me la sono presa elegantemente in quel posto.
Vedere tutti scrivere per due ore e mezza mi ha fatto sentire un’inetta troglodita che ha perso quella che potrebbe essere l’occasione della sua vita, e che a detta della sua cara madre ha sbagliato a non chiedere aiuto e capire come prepararsi prima. Ma la cara madre tende a gettar sterco a prescindere, su tutto ciò che fa la Calipso qui presente, e non sa che quelle tipe sapevano cosa aspettarsi perchè hanno fatto concorsi in passato o perchè, è il caso di una di loro, ha la madre che lavora nel campo che le ha dato tutte le dritte necessarie.
Ma bando alle lamentele non sono qui per quelle, solo per riportare quello che io facevo mentre tutti intorno a me rispondevano diligentemente alle domande del concorso, competenti e preparati loro altro che me.

Io ho scritto.
Non le domande, ma una specie di “coso” inutile che mi è venuto in mente, per far passare il tempo durante quelle orride due ore.
Ecco che torna la modulazione della vita di una letteratura-dipendente: tutti vivono e lavorano sodo e tu? Tu non fai un cazzo, li guardi e trasformi la tua vita in letteratura per autocompensazione.
Questo il “coso” quando non sono stata in grado di adempiere alle attese:

“Le persone scrivevano e il fruscio delle loro penne si mangiava il tempo con lentezza ammorbante. La sua di penna, il tempo se lo sarebbe divorato, e invece se ne stava lì, inerme sul foglio come il moncherino di un reduce di guerra, uno di quelli sconfitti a bordo pista, a guardare sfilare i vittoriosi in Terra Santa.
Se Bianca amava qualcosa, era proprio il fruscio della penna quando traccia parole furiose.
Se Bianca odiava qualcosa, era proprio il bianco del foglio quando era spurio da ogni segno.
Non poter sentire il fruscio della sua penna, ma vedere il bianco del suo foglio, era quindi per lei pari al ricevere una frustata sul visto, scoccata da un centauro incazzato e nerboruto.
Le piaceva la penna perchè colmava lo smunto candore dei fogli, li violentava senza alcuna pietà, con tanti saluti al vuoto che il bianco esigeva. Bianca aspettava che qualcuno arrivasse a imbrattare il suo bianco con la stessa ferocia di una penna sul foglio, mentre le penne degli altri si mangiavano il tempo con lentezza ammorbante.
Sì, la sua di penna, il tempo se lo sarebbe divorato
.”

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