Un pinguino senza Madagascar, un Gratta e Vinci senza vinci.

Non ho chiamato Odisseo tutto il giorno, l’ho detto, l’ho fatto. Non gli ho neanche risposto ai messaggi che mi ha inviato. Mi ha chiamata lui, ma mi sono intrattenuta pochissimo e non sono stata per niente carina e propositiva. L’ho fatto, non posso ancora crederci di esserci riuscita. L’ho fatto e ora chiaramente sto in panico totale.
Credevi fosse il grande amore, cara Calipso, invece è un grande ammasso di corbellerie“, per questo non l’ho chiamato, per questa frase, che continuava a tamburellarmi in ogni dove, come la più arcigna delle ossessioni, e non parlargli mi sembrava la soluzione più naturale, perchè sono abbattuta e perchè non avevo molta voglia di sentirlo per portare davanti da sola questa pantomima.
Non potevo non farlo.
Nell’ultima settimana mi ha completamente spompata. Avrò buttato lì mille momenti carini, mille situazioni tenere e lui non ne ha colto una e ha stroncato il resto. Sono come un fagiolo messicano senza Messico, come un Gratta e Vinci senza “vinci” e col solo “gratta”, come i pinguini di Madagascar senza “Madagascar”, che i fagioli senza Messico sono solo anonimi fagioli e del solo gratta non sa che farsene nessuno, e che poi i pinguini di Madagascar sono effettivamente senza Madagascar perchè non sono in Madagascar e non lo raggiungeranno in nessuno dei quattro film il Madagascar e ho anche spoilrerato il finale di tutta la saga, ma il punto è e resta sempre Odisseo e io che sono nel panico perchè non chiama e io ora non so cosa fare, che domani e dopodomani non saprò cosa fare, che non ci capisco più niente.
Ora ho in mano un cellare derubato dei suoi accenti francesi, ricco solo di sterili codici numerici, quelli del biglietto di Trenitalia che domani mi ricondurrà nel Burundi (cosa c’è di più sterile di un codice di biglietto di treno che ti riporta nel Burundi?) per questa seconda metà di maggio, dove dovrò affrontare fallimeni, Università, tasse, parenti serpenti, burundiani in astinenza di succulente news.
E il panico dilaga….

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Siete pregati di sputare i biscotti

Ante Scriptum: Se passate da queste parti e state per mangiare un biscotto, o avete intenzione di mangiare un biscotto, o state lussuriosamente ruminando un biscotto, siete pregati di sputarlo/rinunciare al proposito di mangiarlo, oppure di chiudere questa pagina e girare a largo. Colei che scrive lotta contro la depressione e i biscotti e niente e nessuno può indurla in tentazione. Se non lo farete, un nome a caso (Logan Wolverine) vi scoverà in capo al mondo e vi frantumerà le mascelle cosicchè non possiate mai più ruminare biscotti. Chiaro?

Stare qui ad aspettare che il tempo scorra solo per sentirmi dire che decisamente non ho i requisiti per il lavoro e che me ne devo tornare nel Burundi, è una gran pena. E quando ci si sente un’ anima in pena in balia di eventi tragici che non puoi controllare, segregata in casa mentre fuori imperversa il diluvio universale e ogni cosa che nel più logico o assurdo dei casi può andar male, ti va male, allora solo una cosa che ti sembra fattibile e sensata: biscotti.
Tanto più se i tuoi cugini ne hanno una dispensa talmente satura di varianti diverse che ti pare la casetta di marzapane di Hansel e Gretel e devi sbattere le palpebre per trenta secondi per farla ritornare una semplice dispensa (non credo che con me la strega di Hansel e Gretel avrebbe avuto poi questo gran daffare a farmi ingurgitare dolci e mettermi allo spiedo come un maialetto pasciuto).

Potrei cominciare con la solita sequenza di “lagnanze da prima mattina“, ma direi che per oggi passo che sennò mi divoro i biscotti, i porta biscotti e la dispensa tutta intera così com’è. E siccome sto ingrassando come un barilotto che sta ingrassando, DEVO star lontana da quella dispensa neanche vi risiedesse la Morte.
Per non pensare e non cadere in tentazione ho due possibilità:
1) smistare l’infinita bigiotteria di mia zia in 5 contenitori rispettivamente per collane, orecchini, braccialetti, ciondoli e spille, giacchè al momento sono un blob informe e inquietante sul suo comò;
2) scrivere.
E’ un’ardua scelta.
Credo che opterò per la seconda.

In realtà ultimamente il sogno/desiderio/voglia di scrivere è un urlo forsennato cui è meglio adempiere prima o poi, che di urla forsennate ne ho altre mille io in testa e rischio di impazzire, se non lo sono già impazzita.
In più oggi sembra essre la mattinata perfetta per scrivere: c’è il tempo giusto, c’è la luce grigia giusta, c’è il caffè giusto e ci sono i suddetti biscotti-tutti-i-gusti + 1 giusti a fare da spettatori, in più sono sola a casa il che amplifica le capacità di scrittura ammesso e non concesso che queste ci siano.

Ora, sono tre gli scritti che ho iniziato e le trame che continuo a intelaiare nella mia testa, nei miei sogni e sulla mia Moleskine satolla, devo sceglierne una e mettermi a sviluppare quella. Esse sono:
a) una storia piuttosto stratificata la cui protagonista è una ragazza bloccata in una cittadina bigotta, costretta a partecipare agli incontri sociali di tale cittadina, per dovere nei confronti della famiglia, ma filtra tutto con ironia, tutto le pare assurdo e si sente perennemente annoiata e fuori luogo. Quando inaspettatamente incontrerà dei ragazzi a lei incredibilmentne simili e intesserà con loro rapporto intimo, naturale, profondo, che risveglierà la vita bloccata sua e degli altri ragazzi e darà vita a una serie di eventi;
b) una storia di un tipo moderato e non pericoloso di stalking. Una ragazza è da sempre considerata “sbagliata” e vuole porre un freno alla cosa talmente tanto da decidere cambiardi completamente. Sceglie quindi una serie di candidate di ragazze perfette della sua scuola o università (devo decidere l’età della ragazza) e comincia a modificare se stessa usando loro (o una di queste, mmh… non so ancora) come modelli da copiare passo passo, anche tramite facebook e internet, per cercare di copiarle al meglio e diventare esattamente come loro, ovvero “giusta”;
c) riprendere l’incipit che ho scritto qualche mese fa, ma francamente posso trarvi al massimo un racconto credo, non di più, dal momento che non ho idee serie e sviluppi in mente per questo come per gli altri casi. Questo l’incipit che inr ealtà avevo già pubblicato sul blog quando lo scrissi:

“Le persone scrivevano e il fruscio delle loro penne si mangiava il tempo con lentezza ammorbante. La sua di penna, il tempo se lo sarebbe divorato, e invece se ne stava lì, inerme sul foglio come il moncherino di un reduce di guerra, uno di quelli sconfitti a bordo pista, a guardare sfilare i vittoriosi in Terra Santa.
Se Bianca amava qualcosa, era proprio il fruscio della penna quando traccia parole furiose.
Se Bianca odiava qualcosa, era proprio il bianco del foglio quando è spurio da ogni segno.
Non poter sentire il fruscio della sua penna, ma dover vedere il bianco del suo foglio, era quindi per lei pari al ricevere una frustata sul visto, scoccata da un centauro incazzato e nerboruto.
Le piaceva la penna perchè colmava lo smunto candore dei fogli, li violentava senza alcuna pietà, con tanti saluti al vuoto che il bianco esigeva. Bianca aspettava che qualcuno arrivasse a imbrattare il suo bianco con la stessa ferocia di una penna sul foglio, mentre le penne degli altri si mangiavano il tempo con lentezza ammorbante.
Sì, la sua di penna, il tempo lo avrebbe divorato
.”

E se qualche disgraziato abituato a leggere delle mie fisime se lo stesse chiedendo, la risposta è sì, le protagoniste non sono me, ma decisamente prendono spunto da me, povere disgraziate.
Mi devo concentrare solo su una di queste però, altrimenti rischio di fare solo confusione e di combinare ben poco.
Ora mi tocca solo sceglierne una…

100esimo post, 100 cose da fare, 100 incubi che tornano

Questo è il Centesimo post che scrivo su questo blog e tantiauguriamme, giusto per non perdere il vizio dei festeggiamenti inutili a una settimana esatta dal mio compleanno.
In realtà, avendo aperto il blog il 15 Gennaio e scrivendo quasi tutti i giorni (e un paio di volte pubblicando due post al giorno) è anche abbastanza naturale che sia arrivata a 100 così velocemente. Mi sembrava comunque il caso di celebrarlo in un qualche modo, soprattutto alla luce di quanto successo ieri.
Ieri il mio cpc si è improvvisamente spento per non riaccendersi più e a me è venuta una sincope e un colpo apoplettico insieme, cosa che mi ha illuminata su quanto sia legata al computer, su quanto la mia triste vita ci ruoti attorno (per scrivere il post di ieri ho usato lo sgangherato pc di mio fratello, e sai che spasso scrivere con la metà dei tasti che non funzionano!).
E la prima cosa che ho pensato, è che senza pc, non avrei potuto scrivere su questo blog per un bel po’ di tempo, con molto cordoglio e panico disperato a seguire. Sarà che oramai è un meccanismo naturale quello di scrivere qui, come fosse un diario che pretende la sua dose giornaliera di cagate, sarà che forse, e ripeto, forse, in piccolissima microscopica parte, il fatto di usare la scrittura come catarsi, di raccontarmi, di scrivere un sacco di cazzate qua sopra, mi ha aiutata a ricrearmi e riprendermi un po’, sarà quel che è, ma è questa la prima cosa che ho pensato.
Una persona normale, giusta e retta avrebbe dovuto pensare che senza pc, la tesi (già ferma) sarebbe destinata a star ferma ancora a lungo, con tutte le sciagure che ne conseguono, ma è stata solo la seconda cosa che ho pensato, non la prima, che devo dirvi?
Stamattina poi si è riacceso, ma è una cosa momentanea dovrò comunque portarlo assolutamente a riparare prima che diventi un problema irrosolvibile, giacchè diventa bollente immediatamente,  la ventola fa dei rumori atroci e si spegne di tanto in tanto.

100 è un numero considerevole, 100 giorni possono cambiare la vita di qualcuno. Non è stato il mio caso, ma è realistico che accada. E’ un grande numero, tondo e importante che diventa spaventoso se associato alle cose che devi fare. E anche questo è il mio caso.
La mia priorità – a prescindere da Odisseo e dalla possibilità o meno che il Destino decida di darmi di vivere una storia d’amore con i controcavoli – è quella di andarmene via da qui, di fuggire da questa casa e da questo paese. Non so dove andrò o cosa farò, ma certo è che devo scappare. E per farlo devo riuscire:
a) a vincere i miei 100 blocchi mentali;
b) a concludere finalmente, le 100 cose da fare per poter scappare via.
Il 100 che torna, ancora e ancora.
Sono una fatalista, in un altro caso avrei detto di essere io causa della costruzione di questa ragnatela di simboli e connessioni che vedo ovunque e di tutte le begole mentali conseguenti, ma stavolta no: ho davvero 100 problemi da risolvere e 100 cose da fare da sola (tesi, sbloccare la mia incapacità di avvicinarmi all’Università, pagare la tassa, capire come destreggiarmi e risolvere certi guai che mi creo per complicarmi ulterioremente la vita, cercare un lavoro estivo nonostante i miei problemi col paese, riprendere la dieta, ricominciare a correre, ecc.. ecc…). Il “da sola” mi preoccupa tantissimo. Non riesco a respirare da sola, se ci fosse qualcuno qui vicino a me a prendermi per mano potrei farcela, ma da sola, non credo…

100 sono anche le cose che ho mangiato questa settimana e che non avrei dovuto mangiare, che mi fanno sentire gonfia come 100 mongolfiere e 100 sono le volte il cui negli ultimi giorni, ho sentito il rancido bisogno di abbuffarmi e vomitare.
Non l’ho fatto.
Stavo per farlo, ma non l’ho fatto. Ho mangiato malamente, ma non credo di essere ricaduta in qualche pericoloso meccanismo passato. Sono successe un sacco di cose questi giorni e ho perso la speranza di farcela, d’improvviso, e non ho retto.
Sono tornati, attesissimi, anche i 100 demoni che mi assillano da una vita e si sono portati via il sonno, lasciandomi un pugno di minuti di riposo a notte, dilaniato dagli incubi peggiori, i soliti che tornano in circolo.

Per questo celebro i 100 post: è un 100 che non spaventa questo, merita di essere salutato a dovere.
E ora immagino dovrei andare e iniziare a fare qualcuna di quelle 100 cose, completate le quali potrò andar via da qui.
Tipo respirare…

Della bolla che va in frantumi e di Dorothy Parker

Tutta presa dalla necessità di uscire dalla bolla o dalla scelta di restarci nella bolla e allargare questa alla vita sua tutta, la ragazza si è distratta dalle cose grette e reali del mondo. E così che queste hanno rivendicato violentemente la sua attenzione, prima con qualche timido barbaglio, che non ha funzionato perchè la ragazza è nella settimana del suo compleanno e ha ancora il fuoco dei baci di Odisseo sulle labbra e sul collo e altrove e tanto basta a distrarla dalle cose del suo solito, gretto mondo.
Allora queste hanno iniziato a infilarsi come serpi viscide in ogni anfratto scoperto della bolla, ma la ragazza resisteva ancora e ancora. E’ a questo punto che si sono organizzate e non c’è niente di più deleterio delle cose del vecchio mondo si accorpano per distruggerti, perchè sono tante e conoscendo ognuna un tuo punto debole, sanno dove colpire.
Un’eruzione di lapilli acuminati è stata e come può sopravvivere a questa, una tenera bolla? Non può, infatti è andata in mille pezzi e la ragazza è di nuovo scoperta e per di più con la pelle nuova di zecca della rinascita primaverile, che è ancora vergine, troppo sottile e troppo inesperta per affrontare il sole che cuoce.

Sono abituata ai parenti che mi attaccano, a tutti che mi rompono, a mia madre che non mi considera e mi vomita addosso un sacco di letame, davvero. Mi tange e spesso anche tanto, ma li gestisco, dopo trent’anni ormai, posso affrontarlo.
E’ che tutto è successo in due giorni, un bombardamento continuo e ho parato quanti più colpi possibili, ma poi ci si è messo anche Odisseo e no, Odisseo proprio no, e le redini mi sono scivolate via del tutto.
Era strano da giorni, Odisseo, silenzioso, taciturno, nervoso. Poco male se passi tempo insieme, ma se comunichi solo tramite parole, diventa un ostacolo non da poco il silenzio perenne.
So che è stanco, so che è stressato, so che ha la tesi complessa da scrivere, il trasloco, i mille lavori che fa, il giornale a cui pensare, lo stage da iniziare, gli ultimi esami da preparare, la campagna elettorale del fratello in cui viene suo malgrado risucchiato. Lo so,ok? Per questo sono stata accomodante e ho passato gli ultimi giorni a parlare io sola a spron battuto, a non fargi pesare il suo silenzio, a portarne il peso da sola. Ma pesa, per essere un mucchio di niente pesa dannatamente il suo silenzio!
Giovedì mi ha chiamata solo una volta e quando l’ho chiamato io alle 18.00 mi ha detto che non aveva molto da dirmi, che era molto stanco e “Ci sentiamo domani”. Questo è troppo anche per me. Gli ho detto che non deve sentirsi obbligato a chiamarmi e se non ha niente da dirmi o non gli va di parlarmi non è costretto a chiamarmi tutti i giorni, può farlo quando e se vuole.
Il punto è che io leggo questi suoi silenzi come una confusione incipiente anche da parte sua. Lo so che dobbiamo ancora riassestarci: non è più come prima di vederci e non è neanche come quando stavamo appiccicati tutto il giorno. Non so neanche io ancora com’è, stiamo cercando una nuova dimensione nella quale muoverci il più comodamente possibile e non sarà neanche quella definitiva. Ma a parte questo ho la pessima sensazione che lui sia stanco non solo per il suo attuale periodo sfiancante, ma anche della nostra situazione e se è già stanco dopo dieci giorni dal nostro incontro…
Io ne ho molte di sensazioni e impressioni, ne vengo bombardata continuamente, praticamente vivo di quelle, ma questa proprio non la voglio avere, non la so comprendere, non la posso accettare e NON VOGLIO IMPARARE A GESTIRLA.
Il pensiero che Odisseo possa non essere convinto, mi dissesta, completamente.
Non è quello che mi ha detto, le sue parole sono state esattamente: “Provavo qualcosa di molto forte per te già da prima di vederti e ora che ti ho vissuta sono certo di essere innamorato di te e voglio andare avanti pur restando i problemi, li voglio affrontare e sconfiggere. Perchè questo che c’è è la cosa più bella del mondo, perchè TU ne vali la pena”. Questo, questo mi ha detto! Era solo esito dello stravolgimento di sensi di quei cinque giorni? Ora che le cose iniziano a snebbiarsi, ora che è il momento di capire da qui al prossimo incontro, cosa veramente proviamo e vogliamo, le cose per lui sono cambiate?
L’ho provata sulla mia pelle la confusione anche se inizio a capirla e snebbiarla, ma non è detto che lui sia arrivato adesso al mio stesso punto. La mia impressione però, è che lui si stia legando a quel bel sentimento che c’era prima e c’è stato quei cinque giorni, ma che non sia convinto di quello che provi per me e di quanto voglia affrontare davvero la distanza, che se ne autoconvinca per non perdere me o quel sentimento, perchè è bello e fa star bene.
E ho paura di questo. Ho paura della statistica di esattezza delle mie impressioni. E se Odisseo si sta accontentando di questa situazione?
Ho bisogno di capirlo perciò gli ho chiesto di chiamarmi quando vuole, di prendersi qualche giorno se è stanco e non vuole parlare, così almeno posso capire se sente la mia mancanza.
Come può dirmi: “Non ho niente da dirti” e aspettarsi che non abbia l’effetto di una pugnalata su di me? Puoi essere stanco, può non succederti niente di che se studi tutto il giorno, ma a me viene comunque voglia di chiamarlo e salutarlo anche per due minuti senza dover dar vita alla conversazione del secolo! Ma a lui a quanto pare no. Mentre parlavo gli ho anche chiesto se lo stavo annoiando e lui ha risposto:  “Francamente sì“, scherzando per carità, ma non mi piace, non mi piace come mi fa sentire scomoda questo suo atteggiamento, non mi piace pensare di essere di troppo e di costringerlo a parlarmi.

E’ questo che ha frantumato la bolla: parentado malefico e paese ignobile passi, a mia madre ci sono abituata, ma anche Odisseo no, non poteva reggere contro Odisseo.
Nel giro di qualche ora mi sono sentita sola e triste e senza punti di riferimento come in passato, con quel buco nel petto che si riapre e urla straziato per la perdita e per le parole che ammazzano e per la sconfitta, non avevo voglia di parlare con nessuno, nè di leggere nè di scrivere. Mi sono chiusa in stanza al buio, ho messo su una serie di stupide commedie romantiche strappalacrime e mi sono sparata una busta enorme di patatine alla paprika. Non mi sono abbuffata, almeno. Temevo di cedere come d’abitudine dopo le sfuriate di mia madre, ma mi sono limitata alle patatine e alla notte insonne (tipica anche questa). Ma non sono più abituata al troppo sale, o almeno credo sia stato quello, e ieri sono stata malissimo tutto il giorno, non ho mangiato niente.

Alle 6.00 del mattino ero stanca dell’insonnia, dei demoni tornati a mordermi e delle commedie romantiche e sono uscita senza sapere dove andare, ma sicura di voler scappare dal paese. Ho preso un paio di libro, mi sono ficcata Capossela nelle orecchie e sono salita sul primo autobus che s’è fermato. Sono scesa al capolinea, un paesello che conoscevo solo di nome, non c’ero mai stata (mi sono informata sul pullman del ritorno, all’avventura sì, ma fino a un certo punto). Sono stata in giro tutto la mattinata, mi sono comprata una canotta militare con pizzo (sia il pizzo sia il militare fanno parte del mio stile) al mercato del paesello, mi sono presa un tè caldo ai frutti di bosco che lo stomaco urlava e mi sono messa a leggere su una panchina sotto un salice piangente bellissimo ed enorme, vicino a un (molto bel) ragazzo che vendeva animaletti.
C’erano pesci rossi di tutte le dimensioni, pulcini di vari colori, criceti, coniglietti e tartarughine. E c’era questa bambina odiosa, ma odiosa davvero per avere soli due anni (più o meno), odiosa almeno quanto la madre che rideva come una scimunita dei capricci della figlia. Povera bambina, è destinata a diventare scimunita come la madre, pensavo mentre questa bimbetta era lasciata libera di martoriare i poveri cuccioli con grande desolazione del (molto bel) ragazzo che non riusciva a limitarne del tutto la furia, giacchè la scimunita della madre, invece che controllare i capricci della figlia, le dava corda e cinguettava che la sua bambina è un angelo e non faceva niente di male agli animaletti. La signora è una capra decerebrata (e cotonata), ovviamente, così la bambina è stata libera di spiumare i pigolanti pulcini e lanciare  tartarughine per aria.
Al che sono andata ad aiutare il povero, sconsolato (molto bel) ragazzo a cercare la tartarugina lanciata nel prato e a rimetterla nella vaschetta, mentre la scimutita portava via la sua prole altrettanto scimunita. Sono poi rimasta lì col (molto bel) ragazzo che sacramentava contro gli imbecilli e che mi ha raccontato di altra gente scimunita e altre vicende assurde di cui è stato spettatore forzato, mentre ci assicuravamo che la tartarughina non morisse dopo essere stata usata come giavellotto. E io parlavo con (molto bel) ragazzo e la tartarughina mi guardava continuamente, con gli occhietti neri neri spalancati e il collo che si girava per seguirmi. Il (molto bel) ragazzo ha detto che era buon segno, che stava bene e io mi ci sono affezionata così tanto che l’ho comprata, anche perchè il (molto bel) ragazzo me l’ha venduta a 5 euro invece di 10 (per ringraziarmi di avergli tenuto compagnia), comprensivi di bacinella color salmone con palme finte e gamberetti per sfamarla.

E così che Dorothy Parker è entrata a far parte della mia vita. Purtroppo non sono così sicura che ci abbia trovato Odisseo nella mia vita, ci siamo sentiti ma è stato tutto abbastanza rapido e freddo.
Non lo non lo so non lo so e non lo voglio sapere al momento: stasera festeggio il compleanno (mio e di una delle due M) con le mie amiche M&M e non voglio rovinarmi la serata, quindi evito almeno di ragionarci su.
Aspetto che arrivi domani per capire se devo dirgli addio. Con tutto quello che ne consegue.

– 3 giorni a Odisseo + Pasquetta

Alle 2.22  (le 2.22 del 02/04, strani numeri…) mi sono svegliata e non mi sono riaddormentata più. Ho anche iniziato  a scrivere un post per il blog, che in effetti un post così, di improvvisi scazzi notturni mi manca, e conoscendomi è abbastanza strano. Sarà che da quando scrivo su questo blog- siano o meno collegate le due cose- la mia vita ha riguadagnato un certo equilibrio e non ho avuto molte nottate dilaniate dai demoni (assurdo! Non mi era mai successo e sono quasi tre mesi di seguito!), se escludiamo quelli pre-concorso nelle nebbiose e studiose albe febbrarine. Credo sia un bene, ma temo non durerà e non lo dico per darmi la zappa sui piedi, ma per esperienza, perchè nella mia vita una situazione di equilibrio, seppur precario e seppur semi-inconcludente come questo, non è mai durata troppo. E poi questi sono giorni così focali e carichi che porteranno sicuramente dei cambiamenti e la cadenza casuale (o c’è qualcosa di non casuale in tutto questo?) degli eventi, ha voluto che queste conseguenze si vadano a snodare nei giorni  che precedono il mio trentesimo complea,nno e che quindi verrà travolto, influenzato da questi e, nel bene o nel male, la situazione che ne deriverà detterà il “la” per l’inizio della mia vita da trentenne. E ‘sti cazzi se è poco.

Tutto questo inutile preambolo ha il solo scopo di narrare della mia nottate insonne.
Mi sono svegliata con un mattone nello stomaco, regalino dei bagordi alimentari di ieri che scalciano nelle viscere quanto i loro compari, i sensi di colpa per aver osato mangiare un pranzo completo, scalciano come ossessi nella cavità cranica della mia testa.
Pasquetta di vita, significa cibo e non c’è niente da fare. Che si facciano le scampagnate nei boschi o i pranzi a sacco con i compagnucci, o si vada al ristorante a godere delle offerte parazo-pasquali stile gente radical chic, comunque il senso del tutto resta sempre il cibo, cibo cibo cibo e altro, ma il fulcro è il cibo.
E noi siamo andate in un ristorante che in realtà è una taverna dal significato un po’ simbolico per noi, perchè sorge in un punto dove andavamo da ragazzine quando non entravamo a scuola, ma che all’epoca era un ritrovo sovrastato da un chioschetto, e ora è un bellissimo ristorante, piuttosto rinomato per la cucina anche, e a esso ci lega la promessa di andarci sempre e solo insieme noi tre amiche di vecchia data, mai con altre persone, mai senza una delle tre. Quindi, anche se io non propendo mai per le scelte radical chic (tendo anzi a odiarle e allontanarle come la peste), questa ha un sapore particolare vista la “promessa” che la regge e devo ammettere che comunque è una scelta sensata perchè alla fine, ogni pasquetta si gela e piove, quindi inutile imbrarcarsi in ardimentose gite che si risolveranno in fughe spettacolari sotto le tempeste.

Non volevo mangiarla io, sta diavolo di pasta, ma loro ne sono rimaste deluse, hanno detto che non potevo far loro questo, che era una giornata dedicata a noi e quindi senza restrizioni così e che facevo poi mentre mangiavano? Che abbiamo sempre fatto un pranzo completo ogni anno a pasquetta, e che non mi avrebbe fatto niente per una volta ecc ecc, quindi amen, mi sono rassegnata e me la sono goduta, almeno.
Ho preso un antipasto leggero con unsalata di mare, cozze gratinate e alice al limone più una polpettina di merluzzo aromatizzata che credo fosse fritta, ma non me ne sono accorta perchè stavamo parlando a raffica e me la sono mangiata, amen pure per quella.
Come primo piatto volevo scegliere un risotto, ma l’unico disponibilere era quello agli scampi e io li odio gli scampi, quindi ho preso la pasta come loro, senza pensarci troppo: visto che me la devo mangiare e che devo pagare e che devo cedere, sia un cedimento coi fiocchi e ho preso i taglierini ai funghi. Ho fatto una fatica boia a finirla, ero già piena, ma era molto buona ache se credo sia la causa della mia veglia notturna post-pasquale: non mangiavo la pasta dalla Befana!
Per secondo ho preso solo una fettina di pesce persico gratinato al forno, molto leggero ma non l’ho finito, stavo malissimo e loro hanno preso anche le patatine fritte, ma lì no, per quanto le adori davvero non ho ceduto. Hanno preso il dolce pasquale al cioccolato, io solo un sorbetto al limone perchè davvero stavo scoppiando e credo che il sorbetto aiuti a digerire.
In pratica ho finito io da sola una bottiglia d’acqua perchè loro non l’hanno toccata e hanno bevuto solo vino bianco, che io ho bevuto di meno rispetto a loro, ma che ha fatto effetto perchè non sono ASSOLUTAMENTE abituata a bere e pur a stomaco pieno, la stanza ha iniziato a girare. Anche grazie al vino è stata una bella giornata, abbiamo riso come matte e chiacchierato quanto nessun altro dei radical chic nella sala strapiena (e che t’aspetti, non per niente sono radical chic, dopotutto).

E  sempre causa vino, credo, il momento post pranzo, mentre la piccola sbornia sbolliva e faticosamente cercavo di digerire, sono caduta in un stato di depressione acutissima, imprevista quanto irragionevole vista la bella pasquetta che stavo passando, fuori dalle mie solite quattro mura e la dalla mia vuota vita. Per questo sono propensa a credere trattasi del post-vino, non so come altro spiegarlo.

Eravamo sotto il portico di un bar, a prendere un caffè e dopo una mattinata serena e soleggiata era sceso un tempo da lupi con pioggia e freddo che si è protrattto poi per tutta la notte, un classico di ogni pasquetta che ricordi. Le mie amiche hanno la fissa delle foto in posa, stile bimbe-minkia di facebook, che io odio, ma me ne hanno fatta qualcuna e Cristo, ero orrida rossa, grassa, deforme, bruttissima! Ho cominciato a tremare proprio (anche per il freddo e la digestione), mentre idee tenebrosissime mi si accalcavano sul petto impedendomi di respirare: con quale cavolo di arroganza mi sarei presentata da Odisseo conciata così, a dormire nel suo letto, quella cosa orrida e bitorzoluta dovrebbe essere la depositaria delle sue parole d’amore?!
E ho avuto paura.

Ho avuto paura che lui si sentisse defraudato, preso in giro da foto in cui sembravo più carina, che sarà costretto a passare 5 giorni con questa cosa che non conosce e che è tutto fuorchè desiderabile. Ho pensato seriamente di mollare tutto, di non andarci da lui, di lasciarci un bel ricordo dolce-amaro di questi sei magici mesi e basta, senza far sì che tutto finisca nella più tragica delle situazioni: il suo rifiuto pietoso, ma disgustato.
Mi spiego, come ho cercato di spiegare alle mie amiche. Se a un uomo non piaccio, ok, vaffanculo a lui, come consiglio a tutte le donne, chi non ti vuole non ti merita. Ma con Odisseo è troppo particolare e diversa la situazione perchè lui non è che non mi vuole, mi vuole! E’ arrivato a dirmi di amarmi seppur mesi fa! L’unico ostacolo è questo: che io possa fargli cagare fisicamente. Se non gli piacerò, non sarà che non gli piacerò come persona, ma solo che non è attratto da me e avrò rovinato tutto perchè, se avessi avuto qualche chilo in meno e non sarebbe successo.
Capite ora la paura e il dramma in cui vivo? Non è una situazione normale la nostra. Non è un non mi piaci/mi piaci. E’ “un mi piaci, ma se poi vedo che sei orrida come faccio a stare con te”? Per questo, la nostra rottura, così, è una cosa che mi ammazzerebbe.

Insomma non ho dormito con tutto sto popò da digerire sia in pensieri che in mattonata nello stomaco, era prevedibile. Ho letto, ho guardato film scemi ma divertenti e stamattina ero seriamente intenzionata a correre una quarantina di minuti per sfoltire il gonfiore di ieri, ma pioveva e no, non rischio di ammalarmi a tre giorni dall’incontro.
Ora dalla persiane entra un indeciso chiarore che pare solare, se si stabilizza forse esco, non corro (perchè se non corro all’alba poi non riesco più a correre, boh… sono strana), esco e cammino, cammino cammino cammino finchè mi reggono le gambe, e compenso un po’ e mi alleggerisco un po’, di stomaco, di grasso, di mali e di pensieri.

Dover dire “ciao” a questo blog (PROPRIO ADESSO!) e dover interrompere la mia terapia

Devo portare il portatile dal rivenditore perchè mi si spegne di continuo e devo farlo di corsa anche, perchè la garanzia scade l’11 Aprile e anzi, sono già in ritardo.
Speravo di potermela tirare ancora una settimana e portarlo quando sarei stata da Odisseo che tanto non avrei potuto usarlo e scrivere su questo blog e invece devo farlo adesso, proprio adesso!
Potrei sembrare esagerata e forse lo sono, lo ammetto. Ma io ho bisogno di scrivere su questo blog!
Scrivo tutti i giorni, da metà gennaio, e mi ha aiutato cazzo, più di quanto psicologhi o altro abbiano mai fatto. Ho sempre creduto nel valore catartico della scrittura, ma non credevo di poterne essere così beneficiata da aver paura a smettere.

Io non mi abbuffo più e non mi abbuffo più da quando scrivo qua.
Ero solita cedervi spesso, nei momenti di ansia e depressione più lancinanti, mettere a tacere demoni e vuoto riempendo la borsa di schifezze, mettendo su un film e abbuffandomi fino a star malissimo tanto da dover vomitare, a volte (anche se nell’ultimo anno questo almeno ero riuscita a controllarlo). L’ultima volta che l’ho fatto era il 21 Gennaio, a un pugno di giorni dall’apertura del blog e lo so per certo perchè è certificato sul blog stesso: https://webcamaccesa.wordpress.com/2013/01/21/lascero-che-la-foto-parli-da-sola-in-tutta-la-sua-drammaticita/
Non che non abbia ceduto e mia sia mangiata due fette di torta invece di una o abbia affogato i crackers nel formaggio nei momenti più buii, per carità, ma quello non è abbuffarsi. Abbuffarsi è autolesionarsi, è farsi del male, fortemente e coscientemente, sapendo di farsi del male, ma non riuscendo a smettere lo stesso, anelando a quel po’ di bene che dal male scaturisce, allo stare bene per qualche ora, solo qualche ora, prima di ripiombare nel vortice dilaniante del vuoto.
Lo scrivere forsennato che ho adottato su questo blog, in modo naturale, senza rendermene quasi conto, senza celar nulla dei miei pensieri e delle mie paure, delle mie vergogne delle mie speranze, ha forse in parte colmato quel vuoto, un po’ di male è fuoriuscito dalle mie dita, invece che doversi cibare di autolesionismo e saziarsi per un po’ lasciandomi respirare.
Forse mi sbaglio o non è così, non lo so. Quel che so per certo è che scrivere qua, confrontarmi con persone altrettanto sensibili e forse a me più vicine di tanti da che mi circondano, mi fa star bene, che ormai è una cura, una terapia alla quale non posso rinunciare, non riesco a pensare di non scrivere qualcosa sempre, qui, ogni mattina.
Anche se ho fatto altri passi avanti prima del blog, non era mai successo, da 15 anni, che per due mesi e più non mi abbuffassi. Magro guadagno, sono solo due mesi, ma per me sono tanto. Anche durante le dieta ferrea, quella che mi ha fatto perdere 30 chili in un anno, io un giorno me lo riservavo sempre alle abbuffate. Non potevo farne a meno, era necessario per colmare il baratro urlante che mi porto dentro.
Scrivendo qui, un po’ del mio passato, un po’ dei miei demoni restavano invischiati in un grumo di parole e io respiravo e facevo qualche passetto in più. Non ho raggiunto molto, ok, non ho risolto molto, ma quel poco, è tanto, prezioso tanto. E flebile tanto. Così flebile che ho paura a interromperlo drasticamente da un giorno all’altro, perchè temo di perdere l’equilibrio molto precario che forse sto iniziando a guadagnare.
E ovviamente non parlo solo di abbuffate, le abbuffate sono la conseguenza di uno stato d’animo negativo, di problemi impiantati ben bene da qualche parte che non trovano soluzione.
Parlo di questi problemi, dei miei demoni che non avendo lo sfogo della scrittura, possano sentire il bisogno di sfogarsi in altri e più deleteri modi.

Considerato poi che mancano nove giorni all’incontro con Odisseo e che sono tante le cose che mi ribombano in testa e le cose da fare, pensare, organizzare, sperare, sconfiggere in questi nove giorni, la possibilità di dar loro voce qui mi era davvero di conforto.
Ora non potrò farlo.
Domani potrò scrivere e poi lo devo proprio portare, la ventola di questo dannato coso fa rumori davvero inquietanti.
Spero di poter accedere tramite il pc di mio fratello qualche volta, ma non potrò certo scrivere molto o seguire i blog che mi piace leggere tutti i giorni, potrò solo aggiornare velocemente. Cercherò di farlo, anche per quelle meravigliose persone che hanno seguito intrepidi e sempre con interesse la mia stupida vita.
Spero che basti ad addormentare ancora un po’ i demoni.
Spero di non interrompere del tutto questi piccoli passi che sto facendo.
Spero che la terapia continui quando riavrò il pc e che non sia troppo tardi.
Spero che le prime parole che dovrò scrivere dopo Odisseo non saranno di disillusione e tormento.
Spero di avere ancora Odisseo quando riavrò il computer.
E spero di non perder troppo delle vite delle persone che ho conosciuto tramite questo blog.
Spero….

Faccio dolci e lo studio va a catafottersi

Faccio dolci e lo studio va a catafottersi

 

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Come spiritelli nefasti

Non posso stare qui a scrivere, ma non posso smettere di scrivere.
Gli imperativi categorici che crozzano, producono un fragore che neanche una batteria di bambini percussionisti di 6 anni, eguaglia.
E il fragore rimbomba nell’alba che imperterrita resta incastrata nella mia stanza, una bolla di silenzio che opprime  il cuore e invita la mente a concentrarsi sullo studio: “Studia, befana, studia, senti quant’è provvido questo silenzio? Non hai scuse, STUDIA!”
Vecchia, laida, infida alba.

Perchè mi caccio sempre in questi guai? Perchè mi metto sempre a studiare troppo tardi? “Perchè voglio fallire. Per poi autocommiserarmi e e giustificare me stessa quando cedo alle abbuffate e persisto in un’apatica esistenza senza vita”.
Sì,sì, sappiamo tutti che la risposta è questa, ma fingiamo che i guai dipendano da quella me piena di magagne psicheche che mi porto dietro fin da bambina, e di cui dovrei parlare in questo blog perchè se la webcam deve stare accesa nella mia stanza, fissa su una ragazza completamente ferma, almeno debbo consentirle di denudare quello che si anima nel baratro d’inferno che è l’anima della ragazza.

Non ora però, ora devo solo andare a studiare. E devo continuare strenua e indefessa con la dieta.
Non sapete quanto sia difficile tenere la mente e il corpo concentrati, al loro posto, fermi, entrambi. Uno sforzo che mi prosciuga e sempre molto labile, pronto a spezzarsi e lasciar esondare il marciume incipiente.
Mente e stomaco collegati e intrappolati nello sforzo del controllo, senza che abbiano la possibilità di andarsene in giro a scartabellare pacchi e dolci e mettere a soqquadro la bottega del calzolaio come spiritelli nefasti (e se ve lo state chiedendo, non lo so mica perchè dovrebbero mettere a soqquadro proprio la bottega del calzolaio io, ma a quanto pare, tant’è).

No poverini, la mente deve studiare e lo stomaco restringersi, gli restano solo i gorgoglii e i borbottii di protesta. E tanta tanta tanta fame.

E ho litigato con Odisseo.
E non finirò mai il programma da studiare.
E non lo supererò mai l’esame.
E non dimagrirò mai.
E sono sul filo di un rasoio…

Tè vs bisogni atavici

Quant’è forte la voglia di mangiare. Tanto quanto è poca quella di studiare.
Sono qui, a fissare lo schermo e a riempirmi di tè: tè alla menta, tè bianco, tè alla cannella, tè al lampone e vaniglia, tè alla fragola, tè nero, tè con latte, tè allo zenzero e miele… Tè, tè, tè, tè, tisana, tè.
Ma la mia fame è infinita, è nervosa, è ancestrale. Il bisogno di zuccheri, atavico.
Come può dell’innocuo, semplice tè combatterla?
Posso riempirmi, posso sorseggiare, posso distrarmi, ma il vuoto che mi porto dentro e la sua eco chiedono conforto, chiedono soluzione d’essere. Anche se non ho fame, io devo mangiare, devo abbuffarmi per stare in piedi.
Se mangio divento concreta, se mangio sono.

Se mangio non studio.
Se mangio perderò Odisseo.
Se mangio sfuma ogni obiettivo.
Se mangio mi blocco.
Se mangio fallisco.

Ma io ho fame.

Che la foto parli da sola. Non ci sono più parole.

Lascerò che la foto parli da sola in tutta la sua drammaticità

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Come faccio a vivere?

Ieri ho ceduto e ho mangiato parecchio. Non riesco proprio a ignorare  la eco del mio stomaco. Non mi sono abbuffata e questa è già una grande conquista perchè in questi giorni il desiderio di farlo è pressante e perenne. Ma ho mangiato di continuo crackers, formaggio light, bastoncini alle verdure al forno, fette biscottate… Quindi di ieri non posso salvare nulla, il fatto che non mi sono abbuffata mangiando comunque? E’ poco per essere salvato anche per un ottimista indefesso.
Non va bene. Avevo ripromesso a me stessa di non buttare più giorni della mia vita al vento, di salvare sempre qualcosa. Invece, come al solito, ho infranto la promessa già nei primi 15 giorni del 2013.

Quindi? Quindi devo cominciare d’accapo, oggi, il 17 Gennaio. Il 17 è un bel numero mi è sempre piaciuto, prendiamolo come un buon segno, che di buoni segni non se ne hanno mai troppi. Come ricomincio? Impegnandomi.
Le cose da fare non mi mancano e vista la rapsodia della Calipso Nera di questi gionri, sono rimasta fin troppo tempo in stand by. Devo scrivere due recensioni, devo provvedere a due diversi tipi di burocrazia, rimediare a un paio di guai che ho fatto, studiare per un concorso statale e riprendere la tesi. Tanti auguri a me.
Il mio problema è che quando sono in queste fasi negative, qualsiasi di queste attività mi fa venire l’ansia, nei casi peggiori incorro in veri e propri attacchi di panico: mi manca il respiro, le labbra diventano viola, le pareti mi comprimono, le voci dei miei mille demoni mi squarciano i timpani e la pelle senza che io possa far nulla se non smettere immediatamente di scrivere o studiare e distrarre la mia mente. E così fallisco. Di continuo.

Come faccio a riprendere e agire? Non lo so. Non ne ho idea. Sono qui, chiusa nelle solite, 4 autunnali mura della mia camera, con una candela dall’afrore di limone e zenzero accesa a illuminare la scrivania e renderla più simile a uno scrittoio rinascimentale, oh… una fa di tutto per trovare l’ispirazione! Ma non la trovo, sono qui sola e cerco di contenere l’affanno e l’ansia per tutto quello che non sarò mai e non so che fare per riuscire a studiare e a scrivere. Continuo a scrivere qui sul blog, nella speranza che una soluzione mi si presenti lampante d’innanzi, o mi venga suggerita. Un’appoggio, una pacca, un sorriso. E continuo a non sapere come fare ad agire e a vivere.

Non lo so, non lo so, non lo so, non lo so. Voglio abbuffarmi per poter rimandare tutto. Voglio abbuffarmi e non pensare. Come fare il resto, non lo so.

Non lo so, non lo so, non lo so.

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Il valore di ogni singolo giorno

Oggi è il 16 Gennaio 2013, si riparte, dovrei ripartire. Stento e latito come sempre, ma non è più il caso di perdere tempo, è questo uno degli obiettivi del blog, quello di rimediare all’infinita trafela di giorni inutili, giorni senza un senso, acromatici. Il desiderio di vedere un po’ di colore, tenero timido e pastello magari, o anche un blando grigio come queste giornate di tempeste e d’inverno ma che importa? E’ comunque colore, no? E’ comunque un giorno sensato, un giorno non buttato, un giorno vissuto.

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Uno degli obiettivi di questo blog è quindi, come dicevo quello di scoprire il valore di ogni singolo giorno, cercarlo, assuefarmi al bisogno di vivere in termini di senso, di pratica, di essere vero e proprio e siccome comincio l’anno con un po’ di ritardo, sfrutto l’occasione per allenarmi un po’ e ricerco quanto di buono ogni giorno può avermi regalato. Se me lo ha regalato. Proviamo:

  1. GENNAIO: io e il capodanno non andiamo generalmente d’accordo perchè è momento di bilancio e il mio bilancio è sempre gramo anzi, completamente privo di voci. Ma quest’anno ho deciso di viverlo in maniera diversa, già impostata nell’ottica di dare una svolta, di camminare seriamente. Avevo intenzione di costruire questo blog la notte di capodanno per imprimergli la carica quasi magica della rinascita e del nuovo inizio, ma ho passato la serata a dedicarmi al mio “Capodanno anomalo”. Il Capodanno anomalo non è niente di particolare, consisete semplicemente nel decidere da te come vivere questo giorno speciale senza lasciarsi trascinare dal vortice del dover fare sempre e solo nel modo dettato dagli altri. Che in realtà, nel bene o nel male è la mia impostazione di vita. Ma se gli altri anni vivevo  la sera di capodanno come il sunto di una vita scevra di fatti ed emozioni – complici anche le persone tutte che continuiavanoa  lanciarmi occhiate oblique per non uscire la notte di capodanno -, quest’anno ho vissuto tutto con uan serenità e una dolcezza decisamente anomali. Trattasi per questo di una notte di Capodanno doppiamente anomala: ho passato la sera a mangiare serena senza sensi di colpa (mai successo prima d’ora), essendo senza parenti aggiunti come le altre feste abbiamo cucinato e mangiato cose che a me piacciono; ho guardato i Griffin; ho provocatoriame sbefeggiato e ignorato i fuochi d’artifico che fiorivano a bizzeffe attorno casa mia allo scoccare della mezzanotte, pacchiani e anonimi, desiderosi di attenzioni, mentre la mia di attenzione era dedicata tutta al libro della Rowling The casual vacancy che tenevo in serbo da mesi per poterlo leggere in un’atmosfera speciale e che avevo iniziato qualche ora prima cucinando per il cenone, quindi leggevo la mia Rowling e sorseggiavo spumante, fermandomi solo 30 secondi per brindare con i miei e per addentare il panettone alla crema e amarena col croccantino di cioccolata e biscotto sopra che ho scelto per l’evenzienza e poi riallacciarmi al piacere vezzoso e completo, palpitante e MIO della lettura; e ho continuato a leggere mentre i miei biscotti allo zenzero e cannella cuocevano e improfumavano la notte del mio capodanno anonimo; poi mi sono connessa e ho aspettato un paio d’ore una mia amica su internt, lei era sola a Milano, avevamo chiacchierato la sera, tra una portata e l’altra (appunto: anomalo!) e volevamo scrivere un racconto  due mani, e ho scribacchiato un po’ sulla mia moleskine, preparando l’eggnog; infine l’ultima parte della mia notte anomala, ho aspettato l’alba del primo giorno dell’anno con le lucine ghiaccio e bianche del mio albero di natale a illuminare la notte mai silente dell’1, ignorando ancora gli orridi botti che riverberavano sui vetri, leggendo il secondo libro che avevo messo da parte 1Q84 di Murakami (quanto contano per me i libri e la lettura e la scrittura, immagino sia chiaro da queste righe) spiluccando omini di pan di zenzero ancora caldi e lasciandmi coccolare dalla fragranza tutta natalizia dell’eggnog che caldo scendeva nella gola e ammorbidiva me la mia tensione e lo stesso pail in cui ero avvolta. Cosa salvo dell’1 Gennaio? Tutto questo, tutta la forza che ho messo nel dimenticare d’esser qui e sola, nel dimenticare che non ho molto, che il 2012 mi ha lasciato poco, ritagliandomi il mio sereno e profumato Capodanno anomalo.
  2. –  5. GENNAIO: c’è molto da salvare in questi 5 giorni, capeggiati dal 2 gennaio quando sono andata a spedire il pacco che avevo preparato per Odisseo (parlerò di lui i prossimi giorni), con cuore che perdeva un rintoco ogni passo che facevo verso la posta, e tornando cosa trovoa  casa se non un pacchetto che lui aveva spedito a me per natale, senza neanche parlarne, così, lo stesso giorno lo stesso pensiero? L’emozione travolgente e per me anomala del sentirmi amata, e desiderata anche se da lontano visto che non ci siamo mai ancora visti, il raccontarglielo e aspettare fremente che mi chiamasse il 3 gennaio sapendo che aveva trovato il pacco a aspettarlo com’era successo a me. Salvo Odisseo, le emozioni in cui mi sono cullata quei giorni, così forti, così belle, così niente in confronto a chi ama ed è amato e sa di piacere davvero a qualcuno e non los ente solo per telefono, ma che mi danno un briciolo di speranza, precaria, tremula speranza;
  3. vedi 2 gennaio
  4. è il giorno della mia ultima abbuffata, il giorno in cui ho lasciato prevalere la Calipso Nera, il giorno di cui parlo qui https://webcamaccesa.wordpress.com/2013/01/15/epifania-lultima-abbuffata-si-porta-via/ . Potrei salvare quel senso estatico fi piccola gioia e batticuire, di sicurezza e quell’ombra di felicità che lì descrivo, ma sono abbastanza consapevole della falsità, della metificità di questa ombra di sta bene da non considerarla un bene. Perchè quel senso di sazietà è negletto e mortifero, riempie per svuotare ulteriormente, come fa la droga che ti fa pagare a caro prezzo un memento di estasi. Be’ il cibo è la mia droga. Quindi non salvo niente di quel girono, consapevole di averlo gettato alle ortiche, irrecuperabile perso come i giornia  avenire fino al 15 Gennaio, giorni il cui ho mangiato ancora, tanta è l’assuefazione alla droga, giorni che non ho vissuto, pensato, fatto perchè io, Calipso la Liberidea non esisteva, la Calipso Nera suggeva da me tutta la vita che avrei dovuto avere e mi lasciava solo e sola, la depressione più nera e profonda.
  5. vedi 6 Gennaio.
  6. GENNAIO è il giorno in cui ho aperto gli occhi e mi sono fatta coraggio. Calipso la Liberidea ha visto lo snodo insito in se stessa e ha dato un pugno alla Calipso Nera, per stordirla e riprendersi lo spazio ch’ella le aveva tolto. Ho passato la giornata a capire come combatterla e avere una speranza di vincere. Ho pasato il 15 gennaio 2013 a costruire questo blog, a progettarlo, a capire cosa e come impostarlo, a capire che avevo bisogno di mettermi completamente a nudo per non mentire a me stessa, di scrivermi per potermi riscrivere e rinascere. Salvo questo blog e il ruolo che avrà nella mia vita in questo 2013, le persone che sto già cominciando a consocere e che leggeranno quel che sono, da cui imparerò e di cui mi soprenderò condivuidendo le loro giornate, i loro successi, la loro vita. Salvo Calipso la Liberidea e lo snodo vitale in cui ha iniziato a vivere.

Epifania, l’ultima abbuffata si porta via

L’ultimo giorno che ho ceduto e mi sono abbuffata, è stato il 6 gennaio. Certo che non doveva succedere, risparmiamoci le frasi fatte e i moniti da quattro soldi, che in queste situazioni lasciano il tempo che trovano. Il mio non doveva succedere, non ha il valore di un monito da “cosa buona e giusta”, ma quello che si fa una ragazza (posso ancora definirmi ragazza se tra tre mesi da oggi avrò 30’anni?) che ha promesso a se stessa, al mondo e agli astri di cominciare a vivere un po’.

Non doveva succedere perchè come ognuno di voi, anche per me ogni inizio dell’anno è foriero di buoni propositi e cambi di vita, ma in realtà io ambisco all’inizio di una vita, a un parto nuovo di zecca quindi cedere ha un doppio sapore di sconfitta.

Non doveva succedere perchè i giorni dal 2 al 5 gennaio non erano stati poi male, anzi mi avevano riservato cotanti palpiti ed emozioni da farmi sentire viva, un po’…diciamo viva sulla carta, cosa che comunque non mi è familiare.

Non doveva succedere perchè per nascere serve tanto impegno e se io mi abbuffo non solo viene meno l’impegno, ma io smetto di esistere, non agisco, a mala pena respiro, non faccio niente nè mi importa di niente, attontisco la Calipso reale, effettiva, il dottor Jekill e lascio imperversare quella menefreghista e scellerata che si autopunisce, godendo.

Perchè le abbuffate sono l’espletazione più manifesta del mio snodo: servono per autoflagellarmi e per salvarmi. Io ne ho bisogno. E’ vero che le ho limitate, è vero che non metto in atto sistemi di recupero quali vomitare, è vero che capitano raramente se non cado nei periodi depressivi, ma comunque sono una aprte della mia vita, sono cucita nella trama stessa di questa e purtroppo, la governa,o. Anche se riesco a metterle a tacere per un po’ non scompaiono mai, io le volio, io le cerco, io le prospetto e anche quando riesco a gestirle. Sapete che penso? Aspiro al momento in cui potrò farlo, lo progetto proprio nel dettaglio, il momento il cui lascerò libera la  Calipso di merda e mi coccolerò nell’unico modo concessomi, riempendo la voragine di niente che mi dà precaria forma.Ma tutte queste cose le ho ampiamente capite da anni. Il pensiero nuovo, inambito quanto irrecusabile, che mi ha folgorato il giorno dell’epifania 2013, è che alcuni tratti del comportamento che attuo – abbastanza codificato e cristallizzato ormai- ha lo stesso valore salvifico/autolesionistico dell’abbuffamento stesso. Mentre tornavo dal supermercato con la borsa oiena di schifezze, io ero felice. Mentre camminavo per il boschetto buio e pericoloso che mi consente di arrivaree a casa senza essere vista, io gioivo. Io resisto quando so che posso abbuffarmi. Quando non ho questo conforto, io mi richiudo, mi affloscio, vengo punta sul carne viva, sanguino e muio sempre un po’. Ma quella torta profumosa è dura come un’armatura di bronzo sulla mia pelle; quel cartoccio del panino del McDonalds, quell’involucro di anelli di cipolla del Burger king, sono la mia spada, e il mio scudo. Io posso farcela ad affrontare le cose perchè loro mi danno un po’ d’amore in un mondo in cui nessuno me lo ha mai dato.
Per questo McDonald e Burger king sono immancabili nelle abbuffate, non perchè mi piacciono! Ma per il ruolo che svolgonoi e io questo non lo avevo mai capito. Non avevo ma capito quanto mi paice, quanto è dolce, quanto è bello vedere quelle decorazioni brillanti dei, quei simboli conosciuti in tutto il mondo, quell’odore di america e di vita. Credevo che fosse solo l’aspetto conviviale cui innescano che mi paicesse: vedere una busta del Mac abbandonata sugli scalini della villa sul lago, mi fa sempre un certo effetto, al punto che vado a vedere cosa le persone che l’hanno abbandonato hanno scelto di mangiare: “Un panino al bacon? Un gelato ai wafer? Che persona può essere? Un gruppo di amici che si divertivano e li gustaano spensierati e senza sensi di colpa senza dubbio…”. Ho semrpe pensato fosse la dimensione sbarazzina ed amicale cui rimandano a farmeliamare così tanto. Invece devo rivcedere il tutto: li amo perchè posso amarmi senza sentirmi orrida e putrida, per un po, quando li compro, quando li guardo, quando li mangio.

E quanto è patetico farsi amare da un cartoccio bisunto di patatine?Immagine

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