Io partirei col descrivere il cielo

Io partirei col descrivere il cielo.
Perchè il cielo è fondamentale ora che ci penso, in ogni storia bella brutta mediocre o favolosa, il cielo c’è. Si potrebbe anche dire che ce l’abbiamo sopra la testa, a rompere perenne i cosiddetti, per cui, volenti o meno, c’è. Ma proprio perchè c’è, non dovrebbe esserci, no? Voglio dire, dovrebbe essere qualcosa di scontato, ricorsivo, forzato, autocitato nel contest stesso della storia. E invece pare assurga a ruolo di coprotagonista e resti lì piantato fino alla fine. Nelle grandi storie, almeno.

Il cielo sotto il quale mi sono incamminata verso l’Università, ieri (la necessaria prefazione: https://webcamaccesa.wordpress.com/2013/05/22/scendere-in-guerra-armata-di-moleskine-capossela-e-un-libro/),  era un bel cielo, dove per “bello” si intende “vellutato come la cenere”, “ambiguo come Satana” e “spaventoso come Dio”. Accertato ciò, torni a farti abbastanza i cazzi tuoi, ma devi guardare in alto di nuovo quando ti accorgi che quello che ti inquieta è la mancanza del sole. Quindi o dai per accertato che è tipo arrivata l’Apocalisse, o devi considerare che quella cosa densa là sopra, liscia e senza sbuffi, non è mica cielo, ma una coltre di nuvole così compatta da sembrare cielo.
Saranno nuvole levigate dal vento assurdo che strapazza il tuo Burundi da settimane, ma di certo è una cosa che non hai mai visto e se di prasagio si tratta, è certamente presagio di sventure. Ecco quindi il cielo perfetto.
Perfetto per l’Università, per il tuo stato d’animo mentre ci vai e per la storia della tua vita tutta. E siccome i cieli perfetti sono quelli delle grandi storie, pensi che non hai dubbi ormai e che la tua è una grande storia. E ti ci monti pure la testa. O aspetti a montartela, almeno fino a domani, che oggi stai andando all’Università, e a pagare tasse per di più, che cazzo di grande storia di merda sarebbe? Quindi aspetti, ma sul fatto che è una grande storia non ci piove ormai, sennò non ci sarebbe stato quel popò di cielo lassù.
Infatti non piove fin quando non torno la sera a casa, dopo esserci finalmente riuscita, ad arrancare fino alla segreteria universitaria e affrontare questo benedetto problema di tasse. Resta aperta la questione “tesi”, ma è secondaria al momento.

L’Università era semi-vuota e questo è abbastanza strano, visto che siamo a fine maggio e alla mia epoca – dove per “mia epoca” si intende “il periodo in cui frequentavo e non mi ero ancora data alla latitanza” -, “fine maggio” significava: “corsa verso gli esami e gli ultimi giorni di corsi”, che tradotto in termini paesaggistici sarebbe: “brulicamento di formiche affannate in ogni settore del campus“.
Invece ieri c’era una calma sonnolenta, solo quache formichina stagnava qui e là senza soluzione di causa, neanche si nascondessero tutti dall’ Enorme Formicaio Famelico che fa fuori gli studenti ligi al dovere. Ma poi ho guardato il cielo di nuovo e il tutto si è andato ad accomodare nel posto che gli spetta: un cielo cinereo e ambiguo in una storia cinerea e ambigua, prevede una desolazione nebbiosa, cinerea e ambigua. Quindi eccola, cos’è che ti sorprende?
Niente.
Grazie al cielo ambiguo, dunque tutto è filato liscio e rapido più del previsto: non ho dovuto fare file, non ho dovuto pensare molto, non ho dovuto cercare modi per mettere in stand by i miei pensieri omicidi/suicidi, è bastata Janis Joplin nelle orecchie e qualche frase secca e pronta per pagare la prima rata, evitare la prima mora, compilare il doveroso, soffocare una botta nel petto quando mi hanno dato l’esosa seconda rata (molto esosa visto la mora qui inevitabile), e scappar via da lì affinchè l’Università potesse tornare a rivestire il ruolo di brulicante formicaio che la natura gli ha assegnato. Mi resta la convinzione, per carità, di aver sbagliato qualcosa, ma sono impossibilitata a porvi rimedio per il momento, a causa della mancata reperibilità di documenti. E comunque questo dubbio è di gran lunga tollerabile, considerato il resto del casino che ho sbrogliato. Quindi per ora mi ritrovo a dover pagare un bel po’, ma comunque ad aver risolto i guai peggiori. Per ora.
Perciò, cielo inquietante o no sopra di me, è con una leggerezza che da troppo avevo scordato che mi sono ritrovata nell’autobus deserto del martedì, a tornare a casa, con Odisseo a ripetermi che era fiero per quello (stupido) piccolo passo che ero riuscita a fare. Questo gesto potrebbe sembrare una cazzata a chi è abituato ai grandi e portentosi gesti da parte di chi ama, ma il fatto che lui sia  “Mr. 30 e lode perenne”, e che sia in grado di capire quanto e perchè possa essere atroce un passo del genere per me, “Miss che terrore l’Università“, lo rende un gesto enorme per me e mi fa ricordare perchè mi sono innamorata di lui.

Non ho nessuna voglia di rivivere la burrasca che invece ho trovato ad accogliermi da parte di mia madre una volta a casa, tanto c’era quel cielo terribile a proteggerm, insieme alla certezza di averlo fatto comunque un piccolo passo e tutto mi è sciovolato placidamente addosso.
Mi sono quindi tuffata a letto, a spurgare tensioni e disagi e ad aspettare che il cielo li cumulasse e li traducesse in una  rapsodia di vento e tuoni, perfetti per la storia perfetta.
E poi me li sono goduti.

Ho visto due moscerini della frutta fornicare

Ho visto due moscerini della frutta fornicare e tutto quello che sono riuscita a pensare è: qui fornicano tutti tranne me.
Che poi non è questo grand’evento il fornicamento, pare, questa cosa rara e speciale e difficile da attuare, dal momento che riesce a farlo anche un moscerino della frutta!
Intendo proprio tutta la trafila: trovare un compagno giusto, inseguirlo come un cagnetto scodinzolante e darci sotto una volta raggiunto, e in tutto questo, continuare immancabilmente a essere un moscerino della frutta che rompe i maroni alla frutta e alla gente che la compra. Per esempio a me li hanno rotti i maroni, tantissimo li hanno rotti, dal momento che hanno sciamato dentro fuori e intorno alla cesta della frutta, al punto da costringermi a spostare le mele nel balcone, dove sono maturate troppo presto e tanti saluti al risotto alle mele che volevo cucinare oggi! E che è anche il mio risotto preferito… così, tanto per dire.
E in tutto questo hanno avuto “il tempo” di fornicare allegramente, “il tempo”! Loro hanno trovarto “il tempo”, voglio dire quanto vive un moscerino della frutta? 30 secondi? Eppure lui fornicava e io no e sì che io ho avuto trant’anni per farlo, che sono giusto quel tantinello in più di 30 secondi, ma no, no, no, troppo complicato. La cosa più naturale del mondo è per me la più complicata.

Ecco quindi che un’ epifania mi si è disvelata: non appartengo all’ordine naturale delle cose, vi sono fuori, la mia fatica a inserirmi nella vita come si deve deriva da questa empasse.
Quando prende corpo un pensiero con una qualche sostanza e con una certa pretesa di validità, la nostra mente si mette in moto automaticamente e va a scovare immagini o eventi passati che si legano in quel processo deduttivo atto ad avvalorare e confermare l’epifanica ipotesi. Il tutto mentre i due svergognati moscerini della frutta fornicano davanti ai vostri occhi.
Ora non sto qui  a elencare tutti i momenti della mia esistenza che hanno avvolarato questa la tesi. Basterebbe pensare alla mia difficoltà a incastrarmi in un sistema rigido come quello universitario; al mio sentirmi fuori luogo fin da bambina in ogni ambiente socialmente corretto in cui mi sono ritrovata nei vari momenti della mia crescita; ai pochi amici che sono riuscita ad avere dalle mie parti e quelli lontani che comunque alla fine sono scappati via come avessero una fiocina nel culo; alla mia incapacità di innamorarmi di qualcuno che sia di queste parti; a tutte le situazioni complicate che mi sono creata e che mi hanno incasinato sempre più mente, idee e vita eccetera, eccetera, eccetera.
Neanche ripercorrere la mia vita in tutta la sua ampiezza è necessario, giacchè basta riportare un paio di situazioni risalenti a non più tardi di ventiquatt’ore fa, per averne conferma.

Ho passato la giornata fuori alla ricerca di cose da comprare e di cose da risovere prima della mia partenza per Roma, giacchè ormai mancano giusto giusto sette giorni e sto in alto mare, come da copione.
Nella fattispecie ero in un negozio di abbigliameto, sapete quelli trendy di scarpe, borse e gingilli vari, in attesa che mia madre ucisse dal camerino dopo esserci stata io stessa, e c’era un tale cicaleccio intorno a me ed ero così annoiata che ho tirato fuori un libro. Anche se tiro ovunque fuori libri non mi era mai capitato di doverlo fare in un negozio, ma non me ne sono neanche accorta in verità, è stato una specie di gesto meccanico e già questo basterebbe a fare di me una outsider delle cose del mondo, che tirar fuori così un libro, in un negozio pieno zeppo di gente, mentre sosto davanti al camerino di mia madre, con una canotta  merlettata e un paio di pantaloni a stampa mimetica sotto braccio, non è normale neanche per finta. Soprattutto perchè il libro tirato fuori era “Niente di nuovo sul fronte occidentale” di Remarque, uno dei libri più meravigliosi che siano mai stati scritti, uno dei classici moderni più importanti della storia dell’uomo, una delle cronache più strazianti della guerra, tutto quello che volete, ma di certo non  ti aspetti che ti venga meccanicamente voglia di tirarlo fuori nel negoziuccio pieno di scene da “arrivano i saldi”.
Io non c’ho pensato, mi sono messa a leggere e basta. Neanche ho colto l’inquieto silenzio che mi si è assiepato attorno, nella mia arroganza me ne sono semplicemente beata come fosse cosa dovuta.
Dopo qualche paragrafo alzo lo sguardo e vedo una mezza luna di donne dalle età più disparate, intenta a fissami con bovina sorpresa, una cercava addirittura di spiare il titolo del libro che stavo leggendo, forse gelosa del portento di letteratura che mi teneva avvinghiata così alle pagine, per poter così leggerlo anche lei. Forse.
Il punto comunque, non è questo. Il punto è quello che stavo leggendo in quel momento e che alla visione del fornicamento dei moscerini mi è tornato alla mente.

Il protagonista, ovvero lo scrittore stesso, racconta in forma diaristica gli orrori della vita di trincea durante la prima guerra mondiale che egli stesso ha provato sulla sua pelle. A un certo punto il protagonista viene mandato in licenza per qualche giorno, ma piuttosto che esserne felice si sente fuori luogo, legato più a quell’ambiente di morte e sciagura, di dolore fisico a e annichilimento totale dell’esistenza, piuttosto che alla vita normale: pur desiderando ardentemente la vita, sa di non poterne più fare parte:
“Quando li vedo nelle loro stanze, nei loro uffici, nelle loro prefessioni, mi sento irresistibilmente attratto, vorrei essere anch’io uno di loro, dimenticare la guerra: ma nel contempo qualcosa mi respinge indietro, il loro mondo mi sembra così agusto, mi pare impossibile che possa riempire una vita; mi sembra che si dovrebbe buttar sossopra ogni cosa. Come mai tutto ciò può esistere, mentre laggiù le schegge sibilano sui camminamenti e i razzi solcano il cielo, e i feriti sono portati via sui teli da tenda e i compagni si rannicchiano nelle trincee! Gli uomini qui sono diversi, io non li posso capire, li invidio e insieme li disprezzo”.

Escludendo l’inescludibile dato di fatto – ovvero che nel suo caso non solo è un pensiero legittimo, ma sacrosanto, e vero oggi più di allora, perchè continuiamo a farci i cazzi nostri mentre a un tiro di scoppio da noi vengono fatti saltare in aria teste di bambini e che il nostro non è il miglior mondo possibile, ma solo l’unico mondo possibile e qui la chiudo-, ecco quello che sono io e che penso io, esattamente, parola per parola a parte le parole sulla guerra che poi sono quelle che rendono quello stato, quell’uomo, quella vita, quel pensiero terribile, tanto vero e giusto nel suo caso, quanto terribile e sbagliato, invece, nel mio caso.

Morale della favola: non spiate i moscerini della frutta mentre fornicano, il mondo può rivoltarvisi addosso e inghiottirvi per punizione.

Benvenuti nell’istante inesistente

La ventola del mio pc gracchia affannata, la pioggia cigola lì fuori, il caffè americano spande aromi vischiosi e io avrei dovuto essere su un autobus direzione “Fottuta Università“, quindi questo istante non doveva esistere. Invece esiste, perchè non ci sono andata all’Università.
Lo so che visti i miei precedenti a questo punto della lettura, una buona percentuale di persone potrebbe pensare “lurida codarda blasfema” e col giusto credito anche, ma stavolta alzo una mano a mia discolpa e non è che io mi discolpi spesso, quindi è un gesto che ha un suo perchè.
In pratica mi serve un un numero – il reddito del 2011 perchè mi calcolino la mora e la seconda rata – e non posso averlo, quindi devo aspettare che mia madre se lo procuri e spero vi riesca presto, sennò so’ cazzi cavoli amari. Nonostante ciò mi ero svegliata vestita lavata pettinata e inghiottito il nodo di ferro che mi si pianta in gola ogni volta che devo salire all’Università, ed ero pronta ad andarci lo stesso, ma siccome diluvia che dio la manda e siccome mia madre dormiva e non potevo giungere alla fermata senza passaggio e poi comunque sarei dovuta risalire per tutto il resto una volta avuto quel numero e sarebbero stati altri dieci euro di biglietto dell’autobus… insomma sì, sono una codarda.
Non ce la farò mai.
Ma questo non vuol dire che non ci proverò. Quindi nell’attesa/speranza che mia madre mi procuri quel numeretto in fretta, come scocca ora umana mi attacco al telefono e alla segreteria dell’Università e cerco di capire quali sono i “cento passi” che dovrò fare una volta arrivata là per risolvere questo casino, vedi mai che sapere esattamente le mosse da fare e dove andare, non mi faccia brancolare una volta lì, come una sperdura sparuta ragazza spaurita.

Un altro istante che non sarebbe dovuto esistere, è quello di ieri sera con Odisseo.
Non che sia successo chissacchè, in realtà si è fatta una tempesta in un bicchiere d’acqua e proprio per questo mi brucia e duole ancora di più. Intendiamoci, le cose tra di noi non vanno malaccio in questi giorni, abbiamo ripreso a sentirci con continuità e lui mi cerca e lui mi chiama e lui mi racconta tutto e di più della sua vita. Inoltre nei momenti di maggior serenità, quando siamo presi dalla conversazione e si dimentica che ha deciso che deve controllarsi e rallentare le cose tra noi, si lascia andare anche a piccoli flirt e tenerezze, niente rispetto al fiume in piena che era prima, ma è molto bello lo stesso e mi rende felice.
Ieri pomeriggio avevamo addirittura parlato per un’ora e mezzo senza accorgercene come i vecchi tempi, per questo ieri sera non volevo lasciarlo fino all’indomani con una stupida, piccola discussione appesa, e l’ho richiamato solo per dargli la buonanotte come si deve. Ma lui non ha sentito ragioni.
Non abbiamo litigato o che, ci sentiremo oggi come niente fosse, ma il fatto che abbia voluto imperterrito mantenere questa posizione, puntare i piedi, egoisticamente non accettare neanche il mio proposito di lasciarci serenamente, mi ha fatto un male cane, soprattutto dal momento che sapeva quanto oggi sarebbe stato un giorno duro per me (ho deciso solo stamane di non andare all’Università) e per una volta poteva quantomeno avere l’accortezza non dico di desistere dalla sua posizione, ma di non puntare i piedi e consentire che il mio intento di non lasciarci con recriminazioni aperte, andasse a buon fine.
Ora sto morendo dalla voglia di aggiornarlo e dirgli che non ci sono andata all’Università e sentirlo prima che vada a lavorare, ma non lo chiamo, aspetto che sia lui a fare il primo passo.

Alla faccia dell’istante che non doveva esistere, è dalle 5.30 circa di questa mattina che ho aperto il post (il primo istante al mondo di tre ore e mezza) e nel frattempo mi sono sparata una tazzona di caffè americano e un’altra di caffelatte, ho scritto mezza pagina di un racconto, ho risposto a una mail e scritta un’altra a una mia amica e considerato che sono quasi le 9.00 mi pare il caso di chiuderlo questo istante inesistente. E attaccarmi al telefono con Madama Università a fare le cose che vanno fatte per poi fare le cose che non vanno fatte, come scrivere finchè ogni senso, idea e impulso non venga cancellato del tutto dal mio cervello e trasferito su una pagina bianca.

Scendere in guerra armata di Moleskine, Capossela e un libro

Stavo pensando a cose serie, quindi ora scrivo di cose facete. E cosa c’è di più faceto dell’Università? Niente. Quindi parliamo di Università.

Domani devo recarmi in Università a cercare di risolvere il casino in cui mi trovo con le tasse arretrate. Non ho la minima idea di quello che dovrò fare, di quanto dovrò pagare, degli uffici dove andare, dell’umiliazione a cui dovrò sottopormi. Se non avessi solo la tesi ormai da scrivere e dovessi dare ancora esami, giuro che mollerei tutto.
Il punto è che tutto questo presuppone un qualcerto movimento, di testa, di gesti, e soprattutto di anche. Quindi la prima cosa su cui mi devo concentrare, è come riuscire a muovere le anche, che dovrebbe essere un impulso abbastanza istintivo, ma stranamente, quando arrivo davanti all’università, retrocedo a una fase embrianale e primitiva, così cogliona da non riuscire neanche a ricordare come si muovono le gambe nella semplice deambulazione.
Dunque, come faccio a risolverla questa cosa? E risolvere tutto il resto delle cose senza piantarmi nel bel mezzo di quell’orrido ponte, accasciarmi al suolo e restare lì, concentrando tutti i miei sforzi nel disperato tentativo di fare entrare ossigeno nei polmoni?
Non posso neanche stare attaccata al telefono con Odisseo che lui lavora domani, mica è un idioata, lui!
Qualcosa per distrarmi, che mi faccia respirare, e riprendere la marcia, piano piano, anche se so che non riuscirò a portarla a termine domani la marcia, ma almeno iniziarla… i libri!
Sì, i libri sono sempre la risposta, ma non posso camminare leggendo stile Belle de La Bella e la Bestia, cioè l’ho fatto un sacco di volte, ma domani non mi sembra il caso, voglio dire, sarò all’Università, se vedono qualcuno che legge cadono tutti come tordi stecchiti per l’anomalia della scena. Ci manca solo che mi accusino di aver causato una moria di studenti, i cervelli a cui è affidato l’avvenire della nostra patria, no no, non mi prendo anche questa responsabilità.

Ok, mi attacco all’mp3 e ciuccio musica come i sali da una flebo, come se ne andasse della mia stessa vita, ma non sono certa che la musica sia bastevole e combattere contro l’Università, forse De Andrè e Capossela i soli che possano provarci, ma se poi non funziona? Che cavolo faccio?
Mi segrego in biblioteca e non ne esco più, vivrò lì come il Barone rampante viveva sugli alberi e tutti dovranno farsene una ragione.

E se scrivessi? Anche scrivere è una cosa che funziona abbastanza, ho la Moleskine io, a che cavolo serve una Moleskine se non a pararti il culo all’Università?
Certo non posso scrivere di continuo, ma mentre sono ferma e faccio le chilometriche file, tradizionali e tipiche quanto un prodotto certificato D.O.C., posso scrivere, e posso scrivere anche sull’autobus o posso pensare a cosa scrivere e quindi…

E quindi tutto questo è molto patetico, quindi la pianto qui e vado a cercare un modo per non pensare a come non pensare domani.
La mia vita è uno spasso, dovrebbero farci su un telefilm, sfonderebbe lo share e avrebbe più stagioni del Doctor Who. Alti livelli, altissimi livelli, qui…

Nera come la più bianca delle notti

La terminologia “notte bianca” non è mai stata meno circonfusa di pathos e di fascinose ripercussioni come nel mio caso.
Niente a che vedere con amori russi e dostoevsckijani, perduti nei ranghi del tempo e della letteratura, niente con le cantate capolessiane di rose donate non bianche come le amari notti, ma rosse come il fulgore dell’alba, niente incipit da grande storia che cominci con la notte insonne, niente di romantico, niente di produttivo, niente di magico, niente.
Solo io e i miei demoni, e una caterva di soluzioni più o meno attempate, più o meno lungimiranti per provare a combattere i demoni e riempire la notte bianca di un qualche accenno di colore, tutto purchè quell’orrido tripudio acromatico di opposti notturni “nera come la più bianca delle notti“, possa aver fine presto.

Un’anima dannata e un’anima in pena sono la stessa cosa?
No, sì, be’ non importa, tanto le ho rivestite entrambe stanotte, e mi calzavano a pennello neanche le avessi trovate ai saldi, cucite su misura per me,”due al prezzo di una signorina, non vorrà farsi scappare un’anima così bell’e pronta?! Che le anime scarseggiano oggigiorno, ne approfitti!
L’anima in pena era dedicata tutta a Odisseo, in tutto il suo tripudio di indecisioni: mi ama non mi ama, è giusto mollare come una capra, è più giusto continuare e lottare per chi si ama, perchè non può amarmi? perchè anche lui non può amarmi? perchè nessuno può amarmi? perchè io lo amo? perchè amo sempre? perchè non posso smettere di amare?
E io che ne so? E siccome non sapevo niente, meglio eliminare qualsiasi arrovellamento mentale e mettersia  leggere Emma, di Jane Austen, niente è meglio del chiacchiericcio di spiumate dame ottocentesche, inutile quanto splendidamente scritto, nelle notti bianche. Ma non bastevole ahimè, a distogliere l’attenzione da Odisseo, che Odisseo è rognoso, quindi meglio accompagnarlo a un bell’horror, l’ultima versione cinematografica de “La casa” bell’e pronta sul pc. Siccome Jane Austen e i film horror s’accoppiano divinamente, tanto quanto i cavoli imbionditi più bionda birra a merenda, ho iniziato a guardare il film e leggere contemporaneamente Emma, che i film horror non sono in grado di coinvolgermi mai del tutto e servono le pagine di un libro da inframezzare qua e là, per impedire alla mia testa di macinar continuamente pensieri infausti.
Voi ce l’avete la testa che macina pensieri continuamente, e non si ferma neanche la notte, neanche se gli dai una botta in testa col più enorme, preziso e orrido dei vasi Ming esistenti? Io sì, è una seccatura, tanto quanto quella di amare sempre così tanto da non poter spegnere il sentimento come ci fosse un interruttore da premere, zac, tanti saluti e che si faccia avanti il prossimo.

Ma neanche il connubio horror/Jane Austen pareva bastevole, stanotte, allora l’ho accompagnato a una camomilla alla fragola e a un più vezzeggiato e meno intellettuale archetipo femminile, ovvero quello di ammirare e organizzare i monili, gli ultimi orecchini che ho acquistato al prezzo di un euro l’uno, perchè sono un genio nel trovare orecchini a poco prezzo.
Jane Austen – film horror- orecchini nuovi – camomilla alla fragola – rotta le palle del film horror – ultime due puntate della stagione di Revenge. E queste hanno vinto, mi hanno assorbita del tutto, viva sempre i telefilm intelligenti e ora che Revenge è finito, Breaking bad è finito, Once upon a time è finito, The big bang theory è all’ultimo episodio e Sherlock non accenna a ricominciare, io vorrei tanto sapere cosa mi dovrei guardare nelle notti nere passate in bianco, se qualcuno fosse così carino da dirmelo, grazie (ps. rivedere Casablanca per la settecentesima volta, non vale).

Effetto camomilla alla fragola + Revenge finito, ecco che ha tutto agio di subentrare a quella in pena, l’anima dannata, dà il cinque alla collega e mi tormenta con l’università che non riesco ad affrontare, i miei fallimenti che non riesco ad affrontare, il casino da pagare che devo affrontare e che non riesco ad affrontare, tutto il mondo che mi sputa e mi odia per non essere alla sua altezza, mio zio che mi schifa, mio padre che se fosse vivo mi odierebbe, mia madre che mi odia in sua vece e vecchi e cari amici che mi odiano al punto da fuggir via senza neache un decente “ciao“.
Jane Austen non è all’altezza qui, vado allora a cercarmi uno di quei libri trash – tremendamente idioti per persone tremendamente idiote – che tengo in libreria buoni buoni, da tirar fuori alla bisogna, quando necessita una risata di cuore, il desiderio di sentirmi tremendamente autocompiaciuta e di soddisfare il mio bisogno di trash, appunto.
Inizio quindi I diari del vampiro, ma c’è un limite anche al trash e quel libro lo supera, quindi scelgo un libro decente come suo sostituto, ma me l’ha regalato Odisseo e non devo pensare a lui, poso il libro e vado a farmi una tisana alle erbe e metto su gli episodi di Gilmore girls che so a memoria, ma che assolvono sempre straordinariamente al compito di non farmi pensare quando tutto il resto fallisce. E mi addormento.

Dormo tipo mezz’ora, il tempo di sognare mio padre da giovane che lavora in aeroporto (mai successa ‘sta cosa) e io che mi affanno a raggiungerlo per dirgli che deve farsi le analisi subito, in modo che il cancro venga diagnosticato per tempo, di correre, correre, correre senza indugio a farlo, e lui mi guarda con occhi uguali ai miei e mi dice “Se vado ora tu non nasci” e io dico “E chissenefraga?!” e lui dice “Va bene, vado“, e io tiro un sospiro di sollievo, che dura un attimo perchè lui si gira e vedo la mezzaluna dell’operazione e so che sono arrivata troppo tardi e mi sveglio.
Sono le cinque punto zero-cinque della mattina, fuori c’è quel delizioso cielo bigio e il profumo di fiori e pioggia primaverile caduta sui boccioli che adoro, quindi spalanco il balcone, sposto la poltrona davanti al balcone spalancato e alla pioggia, mi avvolgo nel pail, con un ennesimo libro, una tazzona di latte alla cannella e miele e una bustona di Gocciole pavesi.
E vaffanculo alle notti bianche, bianconere, nere perchè bianche, bianche in quanto nere, amare come il nero, vuote come il bianco… Vaffanculo e basta.

Ultimatum da Odisseo

Odisseo vuole sapere entro stasera cosa voglio fare, se voglio continuare a sentirlo così o se non voglio sentirlo più, dove per “così” si intende con lui che non si sbilancia, che ha fatto dei passi indietro rispetto a fine aprile e a tutto quello che è successo, che non mi dice niente che non direbbe a una casta amica, completamente diverso rispetto a prima, col costante dubbio da parte mia che lui per me, non provi più niente di niente, dubbio che deve rimanere tale almeno finchè non ci rivedremo di nuovo. Se ci rivedremo.
Mi ha detto chiaro chiaro, “O così o niente“.
E stasera vuole una risposta.
Ma io la risposta non ce l’ho.
Ho la testa piena di lacrime che stanno straripando fiori senza criterio, lacrimo tanto che sembro la madonna di coso lì, quella statua che piangeva sangue, e non so cosa fare. Quindi se qualcuno passasse di qui e mi potesse dare un consiglio di qualsiasi tipo, anche su come tagliare le cipolle alla julienne, gliene sarei grata.

Intanto continuo a lacrimare fino a prosciugarmi.

La tizia sbagliata nella storia giusta (con moto e centauro)

E’ stata un po’ come la scena di un film, uno di quei bei film, d’amore senza barriere, di ribellione e magia.
E’ stato come se fossi stata catapultata in Sons of anarchy e il Burundi si fosse trasformato in Charming town (anche se serve moooolta immaginazione per trasformare il Burundi in Charmin town).
E’ stato come se fossi in una bella storia, che non è la mia storia, in cui mi sono trovata per sbaglio, usurpando il trono della tizia giusta.
E’ stato come la tizia sbagliata nella storia giusta. Che è sempre un bene.
E’ stato come un gran niente capitato in una giornata orrenda e quindi trasformato in un gran tanto per compensare.

E’ stato che me ne andavo per Burundi town fin dall 9.00 della mattina, ieri, per sbrigare faccende non mie, come fare delle ricette dal dottore per mia sorella la quale è stata disarcinata dalla bici da una macchina e ora ha caviglia ingessata, andare a fare servizi per mia madre da una sua amica e fare la spesa, cose così, che mi hanno portato a fare il giro intero del Burundi. Ullallà, il grio intero del Burundi, pensa! Tredici minuti e mezzo a passo svelto e ti ritrovi al punto di partenza.
Stavo a un tiro di schippo da casa con due bustone della spesa e un tipp mi suona a un incrocio. Stava a cavallo di una moto gigante, di grossa cilindrata (si dice così?), bella, nera e metallo, fiammante, di quelle che bruciano l’aria quando passano e lasciano una scia di tuoni e rombi che anche se ne hai viste mille, anche se te ne frega delle moto quanto delle esperienze sessuali di uno scarabeo stercorario, ti giri comunque a guardarla sfrecciare. Pensavo stesse rivolgendosi a qualcun’altro, ma c’ero solo io, insomma a Burundi town non c’è molta gente in giro, e allora mi sono girata. Ho cercato di capire se lo conoscessi o cosa, ma ho già difficoltà a riconoscere la maggior parte della gente che mi saluta nel Burundi, figurarsi questo col casco integrale, il chiodo e la moto gigante.
No, non stava cagando me, quindi io proseguo convinta delle mie ragioni e quello suona di nuovo il clacson (si dice così?). Stavolta non ho dubbi visto che fissa me, ce l’ha con me, forse è un tipo che mi consoce, quindi faccio un rapido cenno di saluto e proseguo con i Pearl Jam nelle orecchie, mentre il signor centauro sparisce all’orizzonte con un rombo di tuono.
Il tempo di girare l’angolo chi ti ritrovo parcheggiato alla fine del marciapiede che stavo percorrendo? Sì,il centauro di prima, deve aver fatto il giro del paese per tornare indietro, ovvero 80 secondi con la moto. Ha un piede sul marciapiede, il motore acceso sputa un rumore sordo, la visierina del casco (si dice così?) alzata, gli occhi ramati, le sopracciglia folte e nere come la moto, un “Ciao” possente, di chi ha le corde vocali abituate a superare il frastuono del motore, possibilità che lo conosca 0,1%, possibilità che sia di Burundi town 0%.
A questo punto è necessaria la colonna sonora giusta: http://www.youtube.com/watch?v=PZ4mo3LCkvQ

E mo’ questo che vuole“, il tempo di pensarlo che mi risponde “Monta che ti do uno strappo“. Vuole darmi uno strappo, dunque.
La prima cosa che penso è che io lo strappo dal centauro, io lo voglio.
La seconda cosa che penso è che l’ultima volta che ho accettato un passaggio da uno sconosciuto, stavano per violentarmi (per approfondimenti macabri: https://webcamaccesa.wordpress.com/2013/03/31/il-mal-dovaie-a-pasqua-ti-mette-nei-guai/).
La terza cosa che penso è “Fico, è come stare in Sons of Anarchy“.
Quello che dico invece è: “Sulla tua moto c’è un porta-buste-della-spesa?
Il centauro sorride con gli occhi, che la bocca non la vedo ma credo sorrida anche con quella, credo, e dice che “Ah già… be’ buttale via!
La domanda che a questo punto il mondo si pone è: ma perchè cazzo non l’ho fatto?! Perchè non ho buttato via le dannate buste e non sono dietro al tipo col chiodo nero alla Sons of Anarchy e me ne non sono scomparsa all’orizzonte con tanti saluti a università del terrore, a Odisseo che fa il prezioso e alla vita di merda correlata? Perchè?! Per le buste della spesa?! No, probailmente perchè sono una cazzona, ecco perchè.
Gli ho detto di non tentarmi, che giusto ora stavo ascoltando una tristissima canzone dei Pearl Jam in cui un ragazzo e una ragazza hanno un incidente e lei muore e lui la perde per sempre. E lui ha risposto “Ahi, va bene allora non insisto, ma passo di qui spesso, ci becchiamo“. Mi fa l’occhiolino, taglia la strada, fa un cenno di saluto, imbocca la corsia e  ingranana e se ne va, scompare all’orizzonte senza di me, con House of the Rising Sun (versione The White Buffalo, precisiamo) come sottofondo.

E io sono tornata alla mia triste giornata tremenda, con le buste idiote della spesa. Giuro che se lo ribecco, me ne vado con lui per sempre, chiunque egli sia, c’è gente che si è innamorata per molto meno, no?
Lo giuro.

Un pinguino senza Madagascar, un Gratta e Vinci senza vinci.

Non ho chiamato Odisseo tutto il giorno, l’ho detto, l’ho fatto. Non gli ho neanche risposto ai messaggi che mi ha inviato. Mi ha chiamata lui, ma mi sono intrattenuta pochissimo e non sono stata per niente carina e propositiva. L’ho fatto, non posso ancora crederci di esserci riuscita. L’ho fatto e ora chiaramente sto in panico totale.
Credevi fosse il grande amore, cara Calipso, invece è un grande ammasso di corbellerie“, per questo non l’ho chiamato, per questa frase, che continuava a tamburellarmi in ogni dove, come la più arcigna delle ossessioni, e non parlargli mi sembrava la soluzione più naturale, perchè sono abbattuta e perchè non avevo molta voglia di sentirlo per portare davanti da sola questa pantomima.
Non potevo non farlo.
Nell’ultima settimana mi ha completamente spompata. Avrò buttato lì mille momenti carini, mille situazioni tenere e lui non ne ha colto una e ha stroncato il resto. Sono come un fagiolo messicano senza Messico, come un Gratta e Vinci senza “vinci” e col solo “gratta”, come i pinguini di Madagascar senza “Madagascar”, che i fagioli senza Messico sono solo anonimi fagioli e del solo gratta non sa che farsene nessuno, e che poi i pinguini di Madagascar sono effettivamente senza Madagascar perchè non sono in Madagascar e non lo raggiungeranno in nessuno dei quattro film il Madagascar e ho anche spoilrerato il finale di tutta la saga, ma il punto è e resta sempre Odisseo e io che sono nel panico perchè non chiama e io ora non so cosa fare, che domani e dopodomani non saprò cosa fare, che non ci capisco più niente.
Ora ho in mano un cellare derubato dei suoi accenti francesi, ricco solo di sterili codici numerici, quelli del biglietto di Trenitalia che domani mi ricondurrà nel Burundi (cosa c’è di più sterile di un codice di biglietto di treno che ti riporta nel Burundi?) per questa seconda metà di maggio, dove dovrò affrontare fallimeni, Università, tasse, parenti serpenti, burundiani in astinenza di succulente news.
E il panico dilaga….

“Vedremo se mi sei mancata”

Facciamo il punto della situazione con Odisseo.
Questo mi sono detta ieri, tutta bella arzilla, che avere una meta precisa come lo stage e il colloquio di domani per definirlo, mi rende meno appesa a un filo di ragnatela, quindi meno propensa alla depressione e alla malinconia becera. Ecco quindi che a fine serata ero di nuovo depressa e assalita dalla malinconia becera.
Ho una teoria carina e supportata da esperimenti, su comel’Universo tenda a ristabilire sempre un certo equilibrio, magari un giorno la illustro.

Dopo il suo fatidico “Ti amo“, seguito a un tiro di schioppo dall’altrettando fatidico “Ti amo al 70%“, il rapporto tra me e Odisseo, ha attraversato la burrasca, la quasi totale rottura, la tragedia che ne consegue e ora si è accomodato in una sorta di chiacchiericcio morbido e sereno con fini esplicitamante conoscitivi, ma privo di qualsivoglia allusione, “flirtamento” o tenerezza spicciola tra noi. Siccome io non lo amo al 70%, ma lo amo punto, la qual cosa mi fa brancolare abbastanza nelle nebbie dell’incertezza.
Ringalluzzita dagli ultimi eventi non così eccezionali, ma abbastanza da sconvolgere la mia piatta vita, ho deciso di gettare lì una piccola provocazione per vedere se abboccava, senza essere troppo esplicita però, che non voglio trattare l’argomento “Noi” (titolo dell’ultimo libro che gli ho ragalato, per giunta) direttamente, anzi non credo lo farò mai più a meno che non sia lui a prendere l’iniziativa.
Quindi l’ho buttata sulla più limpida e scontata delle battutine senza impegno e avendolo sentito poco per impegni vari in questi giorni, ho esordito chiedendogli disincantata: “Dunque riusciamo a sentirci infine, scommetto che ti sono mancata“, e lui risponde che gli è mancato il mondo giacchè è rimasto segregato nell’Università per ore e l’Università, si sa, esclude sdegnodamente il mondo al di fuori delle sue mura. E poi segue questa roba qui:
Caly: “Che me frega del mondo? Voglio sapere se IO ti sono mancata, mica il mondo!”
Ody: ” Tu non sei parte del mondo?”
Caly: ” Nah, io sono fuori dal mondo, come le termiti”
Ody: “Le termiti sono fuori dal mondo?”
Caly: “Sì”.
Ody: “Ah ok. Buono a sapersi”.
Caly: “Quindi il mondo ti è mancato, assodato, io invece?”
Ody: “Vedremo”
Caly: “Mmh… E le termiti?”
Ody: “Vedremo anche loro”.

Facciamo finta che non so cosa voglia dire questa sua risposta, va bene?
Dopodichè abbiamo parlato tranquillamente, ma c’ho rimuginato tutta la sera con un notevole malessere crescente che non mi piace neanche un po’. E adesso francamente non so cosa fare, se parlarci come niente fosse o sentirlo di meno o non sentirlo per vedere se gli manco io o il fottuto mondo o le termiti o entrambi o che cazzo ne so, o dire tutto quel che penso nella prossima telefonata, ma non ho voglia di discutere o di aprire la questione anche perchè domani ho il colloquio e vorrei stare il più serena possibile. Quindi alla fine ci parlerò come niente fosse, temo, ma con un groppo in gola, temo, e non sarò per niente comunicativa, temo, ma piuttosto triste e di questo ne sono sicura.

Ammesso e non concesso che non mi perda per Roma, che tra un po’ vado a fare un giretto per trovare via e percorso esatti così domani vado più tranquilla e non perdo tempo, dal momento che il colloquio è alle 10.30. Mio cugino dice che non è distante da Termini la zona in questione e che ci arriverò facilmente a piedi, ma siccome io ho il senso dell’orienatamento di un sottomarino russo senza radar, sarà una giornata lunga e faticosa. Almeno finchè non vado a flirtare col Mosè di Michelangelo e vaffanculo a Odisseo.

 

Passi indietro e Zeta

Sto facendo una serie di passi indietro che non posso permettermi di fare e li sto facendo in ogni settore della mia vita. E quel che è peggio, a pochi giorni dalla rinascita, nell’esatto momento in cui tutto prendeva una piega leggermetne più positiva rispetto a il resto tutto della mia vita:

la dieta: mille passi indietro! Tutto quello che ho perso tanto faticosamente credo di averlo recuperato, se non del tutto, poco ci manca. Sto reingrassando a vista d’occhio e la dispensa piena di nutella e cioccolata e merendine e brownies e ciambelloni e pastiere e dolciumi vari dei miei cugini, di certo non aiuta la mia depressione incanlzante. Il fatto di stare a casa degli zii, poi, mi impedisce di mangiare come voglio, di correre e di riprendere un ritmo a me più consono.
i demoni: sto per tornare ai minimi storici di depressione, non riesco a dormire e non sono neanche nella mia stanza dove risiedono le armi per combattere contro i demoni, quindi loro arrivano e possono fare quanto più gli aggrada.
– l’università: non solo è ferma, ma è anche più che ferma, è anchilosata, cementificata. Con tutte quelle tasse da pagare che non so come pagare, la tesi da scrivere , la professoressa della tesi che non sento da un’eternità, un disastro da cui non so come uscire.
Odisseo: è in stand by, Odisseo. Ci sentiamo e basta, giorno per giorno e giorno per giorno affrontiamo le magagne che ci si prensentano e sono tante. Però oggi è stato un amore: abbiamo parlato per un’ora, solo io e lui, nell’enorme terrazzo di zio, mentre tutti erano a scuola, a lavoro o dormivano, e io ho sorriso tutto il tempo sentendolo rilassarsi via  via e stiracchiarsi come un ghiro, dopo le giornatacce che ha passato. Il suo periodo forsennato si è in parte concluso e possiamo tirare un sospiro di sollievo. E’ stato tenero e gentile tutta la mattina e mi ha detto che aveva pensato di venire a Roma per vedermi, ma ha controllato e con poco preavviso il biglietto costa un bel po’ anche se il tragitto Napoli-Roma è breve e ora che ha fatto il trasloco, dato l’affitto di 3 mesi in anticipo, comprato un sacco di roba, non c’ha proprio una lira, e lo capisco, ma mi a fatto piacere che l’abbia pensato, ci abbia provato e me l’abbia detto. Sicuramente ci sono stato passi indietro anche con Odisseo dal momento che non siamo legati sentimentalmente come prima, ma per ora diciamo che stiamo in stand by.
il lavoro: qui mi sa proprio che è un nulla di fatto e io ci ho creduto troppo in questo colloquio romano. In realtà non ero ottimista, non credevo sul serio che mi avrebbero presa, ma era una ventata di aria fresca per problemi e depressione, la prospettiva di iniziare qualcosa, di non sentirmi più un’ameba inutile e soprattutto di uscire da quella stanza per sempre, una prospettiva così bella, che mi ci sono lasciata conquistare e coinvolgere troppo. E ora dovrò trovare qualcosa di orribile e schifoso nel Burundi per l’estate, tremo al solo pensiero.
autostima: a zero, proprio. Sto cercando di seguire i consigli di persone più navigate e intelligenti di me – e siete soprattutto sul blog quindi forse leggerete questo commento e vi ci ritroverete, avete notato la sottile lusinga, sì?-, ovvero di ripetermi che io sono giusta e non sbagliata, che sono quel che sono e va bene così, per provare a vincere blocchi, guai o timidezza o quantomeno vivere le mie mosse, le mie giornate, in maniera più serena. Vedremo, ma non è facile come sembra.
Zeta: sì ho fattoi dei passi indietro anche con Zeta, ma questo merita un capitolo a parte.

Zeta (in pillole).
Zeta (sì, come quello di Men in black) è un mio ex amico di cui non ho mai parlato perchè l’anno scorso è uscito/ha voluto uscire violentemente dalla mia vita e io ho sofferto come una piccola pecora eviscerata per questo. Ci ho messo secoli a estirpare ogni ganglio della sua presenza dalla mia vita e non ci sono ancora riuscita del tutto, ma evito comunque di pensare a lui e di scontrarmi nel corso delle giornate con cose che me lo fanno tornare alla mente. E’ una delle persone che mi ha conosciuta meglio, credo, forse l’unico, con lui sono stata bene come con nessuno anche se a distanza (le mie amicizie importanti sono semrpe a distanza), e avevo l’arroganza di credere di avergli lasciato anche io qualcosa di importante. Ma un anno e un mese e mezzo fa, ha deciso che dovevo scomparire dalla sua vita e senza darmi una reale spiegazione mi ha bloccata su facebook e sul cellulare e ha smesso di rispondere alle mie mail, insomma si è staccato. Era già un brutto periodo ma con la perdita di Zeta è diventato un inferno.
Questo per un molto breve sunto. Sono riuscita a relegarlo in un angolino della mente dove non passo spesso, ho dovuto farlo, mi stava schiantando il cuore il suo ricordo, e da luglio scorso ho smesso anche di provare a contattarlo, tanto se non sente più desiderio di sentirmi o parlarmi è inutile. Recentemente sono finita per sbaglio sulla sua pagina anobii, ma ho chiuso immediatamente per tema che le radici dei ricordi mi stritolassero.
L’ho amato? Oh sì, in tutti i modi in cui una persona può amare io ho amato Zeta tanto che nonostante tutto il male che mi ha fatto, nonostante si sia comportato in una maniera indegna di lui, non riuscirò mai a odiarlo del tutto (e c’ho provato a odiarlo, cristo se c’ho provato!), e una piccola parte di me gli vorrà sempre un gran bene e gli augurerà sempre il meglio del meglio che la felicità e il mondo possano offrire. A meno che non riesca a dimenticarlo del tutto un giorno, e francamente, lo spero, visto che per quel che ne so lui può essere su Marte al momento, e le possibilità che ci risentiremo sono più rare di quelle che io diventi la scrittrice più figa del mondo.
Tutto questo preambolo per dire che ieri ho fatto un passo indietro anche riguardo a Zeta e stanotte mi è improvvisamene balenato in mente. Sarà che era una ricorrenza particolare e legata a lui, ma l’avevo escluso dalla mia vita del tutto negli ultimi mesi! Anche i disegni che avevo fatto per lui – per farla breve volevo inviargli dei disegni con di alcune scene a noi familiari e per me (noi?) importanti-, li avevo oramai relegati in fondo al cassetto meno visitato della stanza.
E ieri è tornato il desiderio di poter sapere almeno se sta bene o cosa fa o come va la sua vita, la sua storia d’amore, la sua nipotina, il suo lavoro, lui. Di poter sentire solo una sua parola, che lui sapeva meglio di chiunque trovare quelle più giuste, non solo da dire a me, quelle più giuste nel mucchio di parole esistenti nella storia dell’umanità. Come faceva è un mistero per me. Io ne uso a iosa di parole ma non le governo con lasua abilità.
Ora me lo scrollerò di nuovo di dosso, devo farlo, e spero di riuscirci con più agio lasciandolo scritto qui, su questo blog, come fosse una parte della mia vita da mettere in una bottiglia e lasciar andar via per sempre verso una vita migliore lontano da me. Ma non prima di avergli dedicato un ultimo pensiero, un ultimo bacio e di avergli detto per l’ultima volta “Tanti auguri di buon compleanno, mio piccolo, Zeta”.

Calipso fuori dalla stanza

… si sta cagando sotto per la strizza del colloquio di domani.
Colorita-nota-di-colore a parte, è il primo post che scrivo lontana dalle quattro, nebulose mura della mia stanza, a sud-est della mia casa, fossilizzata tra colline e spiagge nell’ameno paesucolo, Burundi, Italia.

Ha un colore diverso questo post?
Per voi no di certo, a me par di sì, però. Di certo ce l’hanno diverso le pareti della stanza dove scrivo, in casa dei miei zii a Roma: tanta luce, tanta spettacolare vita in ogni angolo, tanta tenerezza, nessun gelo lasciato lì a fermentare fino a diventare un iceberg. Sembra il paradiso.
Sembrerebbe il paradiso, se non fosse che c’è sempre quella complicata e ammuffita parte di me che non ci sta bene qui, non per questi miei zii e cugini che sono meravogliosi – niente a che vedere coi parenti paterni del Burundi-, ma perchè io e i miei demoni qui, c’entriamo molto poco.
Non mi incastro bene tra la luce e la potenza della vita vera, della famiglia vera, delle girnnate che scorrono BELLE, non piene di dubbi e drammi, di carenze e perdite, no, giuste, lineari, vive. Non riesco a trovare un aggettivo più azzeccato di “vive”. Sono vive, punto.

Ma io non lo sono, anche se mi affanno per esserlo, la mia resta sempre una affassonata pantomima di sopravvivenza. E sono in difetto.
In difetto per il mio essere diversa, in difetto per il mio non essere laureata, in difetto verso queste persone meravigliose che lo sono, sì, sono meravigliosi, perchè io non lo sono, sono solo qui, e sono sola, loro una famiglia che segue la linea dritta della vita, io no.

Non ho molto tempo nè modo di scrivere, ma proverò comunque a lasciare traccia di questi giorni anche se in maniera accennata o succinta. Quel che sarà di me nei prossimi giorni davvero non lo so, dipende tutto da domani, dal colloquio, non voglio pensare ora a quel che mi aspetta se, come sarà non lo passo, o anche a cosa fare se lo passo. Ma buona parte della mia futura vita potrebbe decidersi in una manciata di ore da qui a domani alla stessa ora, probabilmente lo saprò.

Dovrà accompagnarmi mio zio domani a Roma che io non so muovermi e siccome conosce qualcuno che potrebbe conoscere qualcuno in quel posto dove fanno il colloquio, lui sarà per forza di cose coinvolto e io non solo mi troverò ad essere nervosa per il colloquio,ma anche perchè lui è coinvolto, ora, in prima persona (anche se il colloquio e la selezione difficilmente dipenderà da questo suo amico, ma comunque è coivolto) e io dovrò anche conoscere il suo amico domani e sono assolutamente impreparata a tutto ciò. Me li gestisco io colloqui et similia, solitamente, malissimo, ma me li gestisco sola, e ora non potrò farlo e mi sento come se non guidassi io la mia nave, non avessi più la possibilitòà di frantumarmi sulle onde.
Quindi paura.
Paura di veder spegnersi quest’ennesima speranza ancor prima che brilli.
Paura di deludere ancora di più mio zio, forse l’unico che mi ha sempre voluto bene incondizionatamente, nonostante non mi apprezzi nè condivida chi/cosa sono.
Paura di dover tornare troppo presto nel Burundi e dover affrontare l’Università del terrore.
Paura di essere ricacciata a pedate nella mia stanza dal mondo vero.
Paura di non meritare di far parte, anche solo per un po’, della vita vera.

Seguito da molto dolore e molta disperazione

E no, stavolta non c’entra il povero Odisseo.
C’entro solo io, io, e io e il mio passato, e i miei blocchi e me stessa e il mio perenne incasinarmi la vita, cacciarmi nei guai, seguiti da molto dolore e molta disperazione, non rimediarvi immediatamente e quindi finire in guai ancora più fondi, finchè non so più come uscirne.
Ecco, adesso non so più come uscirne.

Premetto che questo doveva essere un bellissimo post sulla speranza e i primi passi per risalire (di nuovo) la china, dal momento che nel mio indefesso tentativo di trovare un qualsivoglia lavoretto che mi mantenga fuori da questa stanza e da questo paese di trichechi burundiani, qualcuno ha risposto e quantomeno mi chiede un colloquio e una selezione. E me la chiede a Roma, il centro del mondo, la culla della civiltà occidentale, il grande impero. Seh vabbè…. ma comunque per me lo è: rispetto all’ameno paesucolo burundiano in cui sono relegata, tutto lo è, figurarsi la Capitale! Sono ben conscia che essere chiamata per un colloquio non significa niente, che c’è una possibilità su un milione che io venga assunta, ma sono del parere che vista la situazione italiana generale e vista la mia particolare, non posso prendermi il lusso di non considerare con positività, qualsivoglia offerta di lavoro semi-decente bussi alla mia porta. E francamente, modestamente e con pizzico di arroganza, mi permetto di credere che nessuno possa farlo, rinunciare con sfrontatezza a un posto di lavoro intendo, che non ce n’è in giro di lavoro, non assumono, licenziano e basta è una situazione brutta brutta brutta. A meno che non si tratti di ingegneri, intendiamoci, che gli ingegneri trovano lavoro a iosa (un tipo con cui sono uscita un paio di volte l’anno scorso, è ingegnere e stava cambiando lavoro mentre lo frequentavo e c’aveva le ditte ai piedi che gli facevano la corte, e un mio amico, altro ingegnere, lavora da prima che finisse di studiare al Politecnico di Torino) e molto spesso non capiscono che per gli altri non è così facile, ma neanche un po’ (forse lo è per i medici anche? Ma non ne sarei così sicura)!
Qualora avessi la grande fortuna di esser presa, si tratterebbe di un part time da segretaria in un ambulatorio medico e per una che ha fatto call centerista, cassiera, repartista in un supermercato e volantinaggio (solo una settimana questo, e chi regge di più!) e che si era rassegnata all’idea di una tremenda estate da cameriera o peggio, credetemi, sarebbe più che una manna da cielo come lavoro! Non mi manterrebbe a Roma, imagino, ma da lì ad arrangiarmi e trovare qualche altra cosa il passo sarebbe breve. Anche perchè andrei via da qui e Dio solo sa quanto io abbia un disperato bisogno di andare via da qui.
Ma sono tutte speculazioni, il colloquio è dopodomani e non ho idea su cosa verterà e cosa mi verrà richiesto. Vado alla cieca e confido in quel po’ di fortuna che non ho mai avuto finora.

Siccome in realtà a me basta poco per farmi dare una spintarella, in beata contemplazione di quell’1% di probabilità che mi prendano a Roma, mi sono fiondata in Università a fare fotocopie, restituire libri in biblioteca, comprare una sciarpa mimetica (no, questo non c’entra con l’Università, se non che la bancarella che le vende e prezzi irrisori è all’interno del campus) e riuscire a racimulare il coraggio bastevole per entrare in segreteria e informarmi sulla mia situazione burocratica universitaria. E non è poco il coraggio bastevole.

Bisogna capire, anche se non è facile da capire nè da spiegare, che per me qualsiasi cosa legata all’Università è motivo di blocco, attacchi di panico e conseguente fuga, il tutto seguito da molto dolore e molta disperazione. Ne ho parlato in un altro post e non tocco l’argomento volentieri, ecco quindi che non mi dilungherò neanche questa volta se non per ragioni di cronaca tout court: l’Università mi ha ammazzata, ho fatto una fatica boia a trovare il coraggio di dare esami (non di superarli, ma proprio di andarci, di sedermi), e ora non solo non riesco a scrivere la tesi, ma mi viene la nausea e mi manca il respiro quando qualcuno me la cita l’Unieversità, anche solo lontanamente. Figurarsi dover andarci proprio! Una tragedia, non scherzo.
Non per niente scelgo giorni “piatti” per andare, tipo i week end o i ponti o il giorno prima della chiusura per le grandi vacanze. Semivuota mi par meno “Università” e posso respirare un tantinino di più che durante il fervore degli altri giorni, in cui è vissuta dagli altri tanto bene, tanto serenamente. Non sono mai riuscita a viverla davvero – forse solo il primo anno, ma mal me la cavavo comunque-, non so come si fa. Probabilmente non so come si fa a vivere niente.
A volte il raziocinio ha la meglio sulle coltellate e l’autoflagellazione perenne e mi par chiaro che esser cresciuta come sono cresciuta io, che avere i miei disturbi, avere a che fare con una mancata elaborazione del lutto, una madre che ti massacra e la depressione che ne consegue, non consente di uscire viva da tutto questo e di incanalarti in un percorso di studio sereno e brillante (vedi testi di psicologia sui disturbi che colpiscono i bambini nei periodo critici della crescita e non si risolvolno), tant’è che in egual modo è capitato a persone con un percorso di vita a me simile. Mi piacerebbe poter credere che sia solo questo e che dopotutto mi manca solo la tesi, che nonostante tutto ce l’ho in qualche modo quasi fatta.
Il problema è che mi paiono scusanti e neanche tanto solide: è colpa mia se non mi do una mossa, è colpa mia se non trovo il coraggio di fare una cosa semplice come pagare una tassa, è colpa mia se finisco in situazioni difficili da risolvere. Seguite da molto dolore e molta disperazione.

Ora sono nei casini fin sopra i capelli, sto affogando nella melma universitaria più rancida.
Non ho pagato le tasse perchè avevo finito gli esami entro dicembre e che quindi non dovevo pagare. Invece è uscito fuori che, se non mi laureo entro maggio – e io non mi laureo entro maggio-, devo pagarle. Prima rata, seconda rata, più more.
Non ho idea di come fare.
In altre occasioni avevo lavorato e me la sono cavata da sola. Stavolta ho poco o niente da parte.
Come faccio a chiedere a mia madre i soldi per la tassa?
Non ne ho idea.
Ho paura di aprire la pagina e vedere a quanto ammonta.
Qualora avessi questo lavoretto potrei stare più tranquilla che mi gestirei io la cosa, se con tempi più lunghi amen, ma davvero, figurarsi se lo danno a me!
Quindi domani parto con un miserrimo briciolo di speranza, che è diminuito parecchio nelle ultime ore e che sarà seguito, già lo so, già mi preparo, da molto altro dolore e molta altra disperazione.

Sto bruciando un sole solo per dirti addio

Si è conclusa con la morte di Dorothy Parker la settimana decisiva mia e di Odisseo, si è conclusa con la morte nel cuore e anche a una persona meno simbolista di me, questo darebbe da pensare (è morta a mezzogiorno, mentre le leggevo poesie di Emily Dickinson ed Edgar Lee Master sulla morte come rinascita, la zampina fremente come una foglia al vento ma solo per un paio di secondi, poi niente più, che abbia sofferto solo quei due secondi? L’ho lasciata lì tutto il giorno, nell’oasi di acqua sull’isolotto con le palme, in cui ha scelto di morire. Ho pulito una scatoletta di formaggio cremoso con coperchio trasparente (volevo fare una foto ma no, è troppo triste) e ora l’ho messa lì, è la sua bara, andrò a tumularla sulle sponde di un un fiumiciattolo vicino casa mia).

Il resto del giorno è stato un continuo, costante, lento flusso di epifanie, neanche serva la morte per disvelare ciò che il furioso anelito alla vita nasconde. O è proprio così? La morte, anche nella forma minuscola di una tartarughina, fa aprire gli occhi?
Epifanie dunque, arrivate irrichieste mentre pranzavo con parenti o mentre ero fuori sotto il sole troppo caldo di Aprile o mentre provavo una giacca nera da indossare per un colloquio di lavoro (ne parlerò domani), ma soprattutto, mentre finivo di leggere “Le ore” di Cunningham. In questo caso in realtà è stato un bombardamento e sì che è un libro abbastanza noioso e non mi è piaciuto granchè! Nonostante ciò ognuna delle ultime pagine ha iniziato a svelare riferimenti a me diretti, risoluzioni drastiche di pensieri inquieti, verità che là erano, ma che non avevo la forza di accettare.
Si potrebbe azzardare la romantica ipotesi che il Destino abbia preso voce e sia voluto arrivare a me tramite le parole di un libro, o che la svolta cui anela la mia vita sia così carica di energie, da essere in grado di visualizzare vaticinii e profezie tra le trame dell’Universo di cui, volenti o nolenti anche questa palla di libro fa parte.
Tornando coi piedi saldamente piantati nel terreno, direi che più realisticamente sia stata la mia testa, annebbiata da una vita di letture, a romanzare il tutto, la mia coriacea tendenza a costruire sensi, connessioni e trame ovunque, a cercare segni sul percorso, a suggerirmi significati profetici laddove non c’è un’acca di niente.
E immagino che anche l’affascinante costruzione metanarrativa del libro abbia avuto la sua parte, queste cose stuzzicano e suggestionano abbastanza la mia testa già portata ai voli pindarici. Per dovere di critica: a parte la fascinazione della struttura della trama (Virginia Woolf che scrive “La signora Dalloway” e influenza così le mosse di donne lontane da lei nello spazio-tempo) e a parte che io adoro Virginia Woolf, questo libro ha uno stile stucchevole e vomitosamente femmineo (considerando anche che è stato scritto da un uomo), snocciale frasi pompose e racconta di cose inutili, il tutto in un urticante e prenne tono declamativo che no, proprio non mi piace, ma che gli ha reso un premio Pulitzer, quindi chi sono io per contestare?
Il percorso epifanico:

“Bene, allora. Vediamo. Stanza 19.”
Stanza 19 = Binario 19, il binario dove ho aspettato Odisseo e ci siamo visti per la prima volta e che il giorno prima mi aveva citato lui stesso, giacchè il treno che stava per prendere partiva appunto, da quello stesso binario 19. Mi ha mandato un messaggio, lui era lì e non poteva evitare di pensarmi e di pensare a quel nostro inizio numero due, a quei cinque giorni. Quei cinque giorni che hanno improvvisamente un sapore troppo esotico per essere associato al quotidiano che una storia d’amore vera e continuativa, forse anche banale nella sua routine, destinata a cristallizzarsi e a spegnere l’amore potente, non può avere. Al binario 19 mi ha lasciata quando sono ripartita da Napoli, quei cinque giorni sono un circolo che si apre e si chiude, dunque, non l’avevo capito finora, per me erano un inizio, l’incipit della storia. Il binario è una strada che porta lontano da lì, che può riportare indietro sì, ma quanti altri binari ci sono, quante deviazioni e stazioni e altri binari 19 da confondere con quello vero, unico e autentico? E anche tu che leggi, sei sicuro di non aver confuso il tuo binario 19 col  tuo VERO, AUTENTICO, UNICO binario 19, che non ti sia scelto un ripiego facendo finta che sia quello originale? No, perdersi sembra l’unica possibilità.

“Il corpo del tordo è ancora lì, minuscolo anche per essere un uccello, così totalmente privo di vita, qui al buio,come un guanto perso, questo piccolo vuoto mucchietto di morte. E’ spazzatura adesso.”
La mia tartarughina era morta appena appna, ed era lì davanti a me e queste parole erano sovrapponibili a me e a lei. La vita occupa spazio e poi diventa spazzatura. Tutta la vita è spazzatura quando è morte, tutte le cose morte sono spazzatura. Spazzatura viva in vita, solo spazzatura da morta. Esserci accende un fuoco che il non esserci estingue. Qualsiasi cosa ci fosse con Odisseo c’era e palpitava si sentiva, si allargava, mangiava spazio, prendeva posto nelle nostre vite. Ora c’è solo un residuo, come fosse morto, come spazzatura.

Va tutto bene, non abbiate paura. Tutto ciò che dovete fare è lasciarlo morire.
E’ tutto ciò che devo fare, lasciare morire questo sentimento che ancora è così vivo, che ancora occupa così tanto spazio in me? Come si fa a non morire sempre un po’ di più, a non far morire un po’ di noi ogni volta che dobbiamo far soccombere quella parte di noi che è nata e ha vissuto perchè legata a qualcuno, e questo qualcuno la strappa via e ci dice improvvisamente che no, deve morire, l’ho già fatto in passato e non c’è modo di uscirne se non ammazzando una parte di se stessi, come questa che è nata e vive grazie a tutto quell’ammasso di portentose sensazioni ed emozioni che sono solo mie e di Odisseo, che abbiamo generato noi e che nessuno assaporerà mai. Devo staccarmi da questo pezzo di me e metterlo in una scatola pulita di formaggio cremoso, come per Dorothy, fargli un funerale, degno di un eroe nordico, regalare la bara al fiumiciattolo finchè la piccola cascatella non la inghiotte. “Tutto ciò che devo fare è lasciare morire” me e Odisseo e fare il funerale che merita, degno di un eroe, alla parte migliore di me che sta morendo?

“I’m burning up a sun just to say goodbye”
“Sto bruciando un sole solo per dirti addio
E’ una citazione dal Doctor Who, è quello che ho provato, davvero, quando ho iniziato a dire addio davvero a “me e Odissseo”. La dice il Dottore quando apre un portale per una dimensione parallela, ma ha bisogno di un’energia tale che solo una supernova può dargli e fa quindi esplodere un sole per poter tenere il portale aperto il tempo appena bastevole per dire addio alla donna che ama, bloccata in irrimediabilmente in quell’ universo parallelo.
Ed è quello che sto facendo con Odisseo.

Dorothy Parker sta morendo

La mia tartarughina non si muove quasi più ormai e non mangia da giorni.
Non vederla zampettare furiosamente e alzare la testina con gli occhini neri neri brillanti ogni volta che mi avvicino, è di una tristezza assurda.
Ce l’ho messa tutta: ho chiesto pareri ad esperti, ho preso un termometro per misurare la temperatura dell’acqua che i rettili non producono calore e l’acqua deve essere ta i 15 e 28 gradi, le ho dato le vitamine, ho scelto il cibo migliore e più fresco possobile da intervallare al mangime per tartarughe, ma niente è servito.
Ha iniziato a cercar aria allungando la testa e starnutiva sempre e questo è sintomo di raffreddore se non polmonite. Qui nel Burundi non ci sono veterinari per rettili e comunque non resisterà fino a domani.
Devo aver fatto qualcosa di sbagliato all’inizio, ma era così viva, così bella che non ho pensato alla morte per un secondo. E invece le cose vive e belle muoiono sempre, anzi muoiono presto.
Forse le ho messo acqua troppo fredda, forse non l’ho tenuta abbastanza al sole, le ho cambiato spesso l’acqua, le ho dato da mangiare troppo o qualcosa di sbagliato.
Neanche dieci giorni interi sono riuscita a farla star bene.

Ormai credo manchi poco. Non so più che fare, sono completamente inutile. Posso solo stare seduta vicino a lei e parlare, forse si sentirà un po’ meno sola mentre se ne va.

Addio, Odisseo e addio al 70% del tuo amore

Che poi lo avevo capito che le cose non andavano, che Odisseo era distante e strano, che ho le cazzo di impressioni e non sbagliano mai, fanno trillare i campanelli e danno una limpida schermata di quel che è, così, esattamente com’è. Magari serve loro un po’ per realizzarsi, ma alla fine si realizzano sempre, le cornute…

Odisseo mi ha detto che qualcosa è cambiato per lui negli ultimi tre giorni e l’amore senza dubbi che professa da 5 mesi nei miei confronti, è diventanto “sono innamorato di te al 70%“, fedeli parole.
Dice che ci sono certe cose di me che gli “danno da pensare“, soprattutto in questi giorni che sono stata “strana e pesante” e che questo, più gli altri problemi legati alla nostra situazione, non gli consentono di pensare a noi come a una coppia di fatto e a me come a una sua compagna per il futuro. Secondo il suo pensiero questo in realtà cambia ben poco della nostra situazione: avevamo deciso di vedere come andava questo mese e mezzo che ci separa dal nostro prossimo incontro e così lui ha intenzione di fare, d’altronde mi ama al 70%, mica cotica qui! Il 70%… fiuuuu è tantissimo, guarda… dovrei anche esserne grata mica è il 50% o peggio il 30%!
No, il 30% è quanto in tre giorni è riuscito a scrollarsi di dosso del suo forte forte moltissimo forte sentimento per me. Se la matematica non è un opinione e visto che qui valutiamo sentimenti potenti come l’amore matematicamente (e non per mia scelta), tra una settimana il restante 70% del portentoso amore che provava per me, se ne sarà andato a catafottersi laddove si catofottono solitamente i portentosi amori.

Per chi, come me, non è in grado di estrapolare un quantitativo sentimentale da una percentuale matematica, sappiate che “sono innamorato di te al 70%” equivale a “Sono attratto da te e sei decisamente più che un’amica“, che poi sarebbe la base che fornisce Odisseo per il nostro incontro futuro e il nostro prossimo mese al telefono.
Ma io non sono sicura di voler affrontare tutto questo, perchè:
a) non esiste 70% per me, o ami o no, o ti piace qualcuno o no, o vuoi stare con qualcuno o no, quindi per me il suo 70% correlato da discorsi del cazzo, significa solo una cosa: non ti amo più, non voglio stare con te;
b) se sono stata “strana e pensante” in questi giorni è perchè sono successe un sacco di cose al punto che pare lascerò casa nel prossimo mese, destinazione ignota, ma il punto non è questo: lui era distante, gli ho lasciato spazio e ho aspettato fosse lui, per una volta, a prendere le redini della cosa e gestirla a modo suo e mi sono trovata sommersa dai rimbrotti. Per quanto riguarda la pesantezza non c’è neanche da parlarne perchè, pur accettando che lo sia stata, non mi aspetto di vivere una vita a mille tutti i giorni e anche i momenti bui di una persona vanno accettati, ma soprattutto, non c’è da parlarne perchè lui è il signor “se si fa così sclero”, “se si dice questo m’incazzo”, “non mi puoi chiamare “bimbo””, “non puoi citare Pollicino quando parliamo di Dante”, “mi si è sfasata la giornata e ora sono nervoso”, “stare qui mi rende nervoso”, “sentire ripetere le stesse cose mi rende nervoso”: lui è il Signor Pesantezza, l’ha inventata lui la Pesantezza, può essere pesante per giorni interi, per mesi anche, ma una persona che è innamorata di qualcuno accetta ogni cosa del suo carattere, così almeno ho fatto io che ho cercato di capire e rispettare le sue insofferenze. Ecco quindi perchè non è il caso di considerare questa cosa ed ecco perchè se in tre giorni può farti rivedere un sentimento a tua detta tanto grande, credo ci siano ben poche speranze che regga questo gli urti della vita in futuro;
c) questa situazione non la so gestire, coppia o no eravamo legati e in intimità e ora come dovrei pormi? Dovrei aspettare che incontri un’altra e si scolli del tutto con tante scuse (come fanno tutti, un film dei più beceri, visto e rivisto, giusto la settimana scorsa è successo a una mia amica) e che ne sarà di me a quel punto?

La mia prima reazione a tutto questo bel papello di virtude e amore, è stata quella di rompere la nostra storia e basta, di non sentirlo più, di eliminarlo piano piano dalla mia vita, giacchè a lui è stato così semplice spurgare il 30% di me, mentre per me ci vorrà molto tempo, conoscendomi, senza contare che non credo che lui provi quel 70% che dice, sono certa che ieri la nostra storia o quello che è stata, sia finita.
Neanche 15 giorni fa mi guardava negli occhi infuocati e mi diceva che era innamorato di me, che era si-cu-ro, che voleva affrontare le tempeste per me, che dovevo promettergli di essere forte e di affrontare i problemi che ci sarebbero stati, che sì era certo di questo, che l’aveva detto e quindi non sarebbe tornato indietro e mi ha baciata appassionatamente alla stazione poco prima che il mio treno partisse. E dopo 13 giorni è tornato indietro del 30%, 13 giorni, non 5 anni, quindi realisticamente tornerà indietro ancora (?).

Io francamente non vorrei continuare per queste ragioni, ed è questo che sono tentata di dirgli pomeriggio, quando ci sentiremo, ammesso e non concesso che il mio intestino aggrovigliato al cuore me lo consenta.
Ma prima di tutto non sono così forte da chiudere definitivamente in un pomeriggio con qualcuno che ha fatto parte della mia vita così profondamente (e teneramente) per 7 mesi, che mi ha fatto amare, sperare e sognare. So già che non ne sono in grado.
E poi non sono sicura sia la mossa giusta, d’altronde una settimana fa io ho passato un periodo di confusione che mi ha fatto rivedere diverse cose su me e lui, solo che ho avuto il buon senso di capirla e non vomitargliela addosso prima di schiarirla del tutto e ora l’ho schiarita, potrebbe essere anche lui nella stessa confusione e io potrei pentirmi di non aver, quantomeno, aspettato qualche giorno prima di chiudere.
Inoltre non chiudo con le persone che amo, se le amo, di qualsiasi tipo di amore/affetto si tratti, una ragione c’è, non li cago via al primo intoppo o quando diventano difficili da gestire. Si chiama appunto “amare“, questo, ed è una fottuta seccatura, ma regala anche qualche fior fiore di emozione di tanto in tanto e un certo rigoglìo interiore ed esteriore tremendamente difficile da arginare, che se diventassi una che caga via la gente così, perderei per sempre ed è inutile dire che no, non è vero (che chi lo dice è chi ha cagato via persone a cui “voleva bene”, guarda caso, perciò manco sa di che parla in realtà), è così punto.

Quindi non so che dire pomeriggio a Odisseo.

Sono distrutta.
Sono frantumata.
Sono a pezzi.
Ho vomitato tutta la notte e continuo a piangere come un’imbecille.
Non ho mai desiderato tanto un suo abbraccio come ora.
E invece devo fare i conti con quella realtà che mi trafigge il petto a ogni respiro, la realtà che è tutto finito, che non ci sono più baci di fuoco e abbracci stretti, che non c’è la giada dei suoi occhi, nè più speranza.
Che ho perso Odisseo.

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