Seguito da molto dolore e molta disperazione

E no, stavolta non c’entra il povero Odisseo.
C’entro solo io, io, e io e il mio passato, e i miei blocchi e me stessa e il mio perenne incasinarmi la vita, cacciarmi nei guai, seguiti da molto dolore e molta disperazione, non rimediarvi immediatamente e quindi finire in guai ancora più fondi, finchè non so più come uscirne.
Ecco, adesso non so più come uscirne.

Premetto che questo doveva essere un bellissimo post sulla speranza e i primi passi per risalire (di nuovo) la china, dal momento che nel mio indefesso tentativo di trovare un qualsivoglia lavoretto che mi mantenga fuori da questa stanza e da questo paese di trichechi burundiani, qualcuno ha risposto e quantomeno mi chiede un colloquio e una selezione. E me la chiede a Roma, il centro del mondo, la culla della civiltà occidentale, il grande impero. Seh vabbè…. ma comunque per me lo è: rispetto all’ameno paesucolo burundiano in cui sono relegata, tutto lo è, figurarsi la Capitale! Sono ben conscia che essere chiamata per un colloquio non significa niente, che c’è una possibilità su un milione che io venga assunta, ma sono del parere che vista la situazione italiana generale e vista la mia particolare, non posso prendermi il lusso di non considerare con positività, qualsivoglia offerta di lavoro semi-decente bussi alla mia porta. E francamente, modestamente e con pizzico di arroganza, mi permetto di credere che nessuno possa farlo, rinunciare con sfrontatezza a un posto di lavoro intendo, che non ce n’è in giro di lavoro, non assumono, licenziano e basta è una situazione brutta brutta brutta. A meno che non si tratti di ingegneri, intendiamoci, che gli ingegneri trovano lavoro a iosa (un tipo con cui sono uscita un paio di volte l’anno scorso, è ingegnere e stava cambiando lavoro mentre lo frequentavo e c’aveva le ditte ai piedi che gli facevano la corte, e un mio amico, altro ingegnere, lavora da prima che finisse di studiare al Politecnico di Torino) e molto spesso non capiscono che per gli altri non è così facile, ma neanche un po’ (forse lo è per i medici anche? Ma non ne sarei così sicura)!
Qualora avessi la grande fortuna di esser presa, si tratterebbe di un part time da segretaria in un ambulatorio medico e per una che ha fatto call centerista, cassiera, repartista in un supermercato e volantinaggio (solo una settimana questo, e chi regge di più!) e che si era rassegnata all’idea di una tremenda estate da cameriera o peggio, credetemi, sarebbe più che una manna da cielo come lavoro! Non mi manterrebbe a Roma, imagino, ma da lì ad arrangiarmi e trovare qualche altra cosa il passo sarebbe breve. Anche perchè andrei via da qui e Dio solo sa quanto io abbia un disperato bisogno di andare via da qui.
Ma sono tutte speculazioni, il colloquio è dopodomani e non ho idea su cosa verterà e cosa mi verrà richiesto. Vado alla cieca e confido in quel po’ di fortuna che non ho mai avuto finora.

Siccome in realtà a me basta poco per farmi dare una spintarella, in beata contemplazione di quell’1% di probabilità che mi prendano a Roma, mi sono fiondata in Università a fare fotocopie, restituire libri in biblioteca, comprare una sciarpa mimetica (no, questo non c’entra con l’Università, se non che la bancarella che le vende e prezzi irrisori è all’interno del campus) e riuscire a racimulare il coraggio bastevole per entrare in segreteria e informarmi sulla mia situazione burocratica universitaria. E non è poco il coraggio bastevole.

Bisogna capire, anche se non è facile da capire nè da spiegare, che per me qualsiasi cosa legata all’Università è motivo di blocco, attacchi di panico e conseguente fuga, il tutto seguito da molto dolore e molta disperazione. Ne ho parlato in un altro post e non tocco l’argomento volentieri, ecco quindi che non mi dilungherò neanche questa volta se non per ragioni di cronaca tout court: l’Università mi ha ammazzata, ho fatto una fatica boia a trovare il coraggio di dare esami (non di superarli, ma proprio di andarci, di sedermi), e ora non solo non riesco a scrivere la tesi, ma mi viene la nausea e mi manca il respiro quando qualcuno me la cita l’Unieversità, anche solo lontanamente. Figurarsi dover andarci proprio! Una tragedia, non scherzo.
Non per niente scelgo giorni “piatti” per andare, tipo i week end o i ponti o il giorno prima della chiusura per le grandi vacanze. Semivuota mi par meno “Università” e posso respirare un tantinino di più che durante il fervore degli altri giorni, in cui è vissuta dagli altri tanto bene, tanto serenamente. Non sono mai riuscita a viverla davvero – forse solo il primo anno, ma mal me la cavavo comunque-, non so come si fa. Probabilmente non so come si fa a vivere niente.
A volte il raziocinio ha la meglio sulle coltellate e l’autoflagellazione perenne e mi par chiaro che esser cresciuta come sono cresciuta io, che avere i miei disturbi, avere a che fare con una mancata elaborazione del lutto, una madre che ti massacra e la depressione che ne consegue, non consente di uscire viva da tutto questo e di incanalarti in un percorso di studio sereno e brillante (vedi testi di psicologia sui disturbi che colpiscono i bambini nei periodo critici della crescita e non si risolvolno), tant’è che in egual modo è capitato a persone con un percorso di vita a me simile. Mi piacerebbe poter credere che sia solo questo e che dopotutto mi manca solo la tesi, che nonostante tutto ce l’ho in qualche modo quasi fatta.
Il problema è che mi paiono scusanti e neanche tanto solide: è colpa mia se non mi do una mossa, è colpa mia se non trovo il coraggio di fare una cosa semplice come pagare una tassa, è colpa mia se finisco in situazioni difficili da risolvere. Seguite da molto dolore e molta disperazione.

Ora sono nei casini fin sopra i capelli, sto affogando nella melma universitaria più rancida.
Non ho pagato le tasse perchè avevo finito gli esami entro dicembre e che quindi non dovevo pagare. Invece è uscito fuori che, se non mi laureo entro maggio – e io non mi laureo entro maggio-, devo pagarle. Prima rata, seconda rata, più more.
Non ho idea di come fare.
In altre occasioni avevo lavorato e me la sono cavata da sola. Stavolta ho poco o niente da parte.
Come faccio a chiedere a mia madre i soldi per la tassa?
Non ne ho idea.
Ho paura di aprire la pagina e vedere a quanto ammonta.
Qualora avessi questo lavoretto potrei stare più tranquilla che mi gestirei io la cosa, se con tempi più lunghi amen, ma davvero, figurarsi se lo danno a me!
Quindi domani parto con un miserrimo briciolo di speranza, che è diminuito parecchio nelle ultime ore e che sarà seguito, già lo so, già mi preparo, da molto altro dolore e molta altra disperazione.

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Sto bruciando un sole solo per dirti addio

Si è conclusa con la morte di Dorothy Parker la settimana decisiva mia e di Odisseo, si è conclusa con la morte nel cuore e anche a una persona meno simbolista di me, questo darebbe da pensare (è morta a mezzogiorno, mentre le leggevo poesie di Emily Dickinson ed Edgar Lee Master sulla morte come rinascita, la zampina fremente come una foglia al vento ma solo per un paio di secondi, poi niente più, che abbia sofferto solo quei due secondi? L’ho lasciata lì tutto il giorno, nell’oasi di acqua sull’isolotto con le palme, in cui ha scelto di morire. Ho pulito una scatoletta di formaggio cremoso con coperchio trasparente (volevo fare una foto ma no, è troppo triste) e ora l’ho messa lì, è la sua bara, andrò a tumularla sulle sponde di un un fiumiciattolo vicino casa mia).

Il resto del giorno è stato un continuo, costante, lento flusso di epifanie, neanche serva la morte per disvelare ciò che il furioso anelito alla vita nasconde. O è proprio così? La morte, anche nella forma minuscola di una tartarughina, fa aprire gli occhi?
Epifanie dunque, arrivate irrichieste mentre pranzavo con parenti o mentre ero fuori sotto il sole troppo caldo di Aprile o mentre provavo una giacca nera da indossare per un colloquio di lavoro (ne parlerò domani), ma soprattutto, mentre finivo di leggere “Le ore” di Cunningham. In questo caso in realtà è stato un bombardamento e sì che è un libro abbastanza noioso e non mi è piaciuto granchè! Nonostante ciò ognuna delle ultime pagine ha iniziato a svelare riferimenti a me diretti, risoluzioni drastiche di pensieri inquieti, verità che là erano, ma che non avevo la forza di accettare.
Si potrebbe azzardare la romantica ipotesi che il Destino abbia preso voce e sia voluto arrivare a me tramite le parole di un libro, o che la svolta cui anela la mia vita sia così carica di energie, da essere in grado di visualizzare vaticinii e profezie tra le trame dell’Universo di cui, volenti o nolenti anche questa palla di libro fa parte.
Tornando coi piedi saldamente piantati nel terreno, direi che più realisticamente sia stata la mia testa, annebbiata da una vita di letture, a romanzare il tutto, la mia coriacea tendenza a costruire sensi, connessioni e trame ovunque, a cercare segni sul percorso, a suggerirmi significati profetici laddove non c’è un’acca di niente.
E immagino che anche l’affascinante costruzione metanarrativa del libro abbia avuto la sua parte, queste cose stuzzicano e suggestionano abbastanza la mia testa già portata ai voli pindarici. Per dovere di critica: a parte la fascinazione della struttura della trama (Virginia Woolf che scrive “La signora Dalloway” e influenza così le mosse di donne lontane da lei nello spazio-tempo) e a parte che io adoro Virginia Woolf, questo libro ha uno stile stucchevole e vomitosamente femmineo (considerando anche che è stato scritto da un uomo), snocciale frasi pompose e racconta di cose inutili, il tutto in un urticante e prenne tono declamativo che no, proprio non mi piace, ma che gli ha reso un premio Pulitzer, quindi chi sono io per contestare?
Il percorso epifanico:

“Bene, allora. Vediamo. Stanza 19.”
Stanza 19 = Binario 19, il binario dove ho aspettato Odisseo e ci siamo visti per la prima volta e che il giorno prima mi aveva citato lui stesso, giacchè il treno che stava per prendere partiva appunto, da quello stesso binario 19. Mi ha mandato un messaggio, lui era lì e non poteva evitare di pensarmi e di pensare a quel nostro inizio numero due, a quei cinque giorni. Quei cinque giorni che hanno improvvisamente un sapore troppo esotico per essere associato al quotidiano che una storia d’amore vera e continuativa, forse anche banale nella sua routine, destinata a cristallizzarsi e a spegnere l’amore potente, non può avere. Al binario 19 mi ha lasciata quando sono ripartita da Napoli, quei cinque giorni sono un circolo che si apre e si chiude, dunque, non l’avevo capito finora, per me erano un inizio, l’incipit della storia. Il binario è una strada che porta lontano da lì, che può riportare indietro sì, ma quanti altri binari ci sono, quante deviazioni e stazioni e altri binari 19 da confondere con quello vero, unico e autentico? E anche tu che leggi, sei sicuro di non aver confuso il tuo binario 19 col  tuo VERO, AUTENTICO, UNICO binario 19, che non ti sia scelto un ripiego facendo finta che sia quello originale? No, perdersi sembra l’unica possibilità.

“Il corpo del tordo è ancora lì, minuscolo anche per essere un uccello, così totalmente privo di vita, qui al buio,come un guanto perso, questo piccolo vuoto mucchietto di morte. E’ spazzatura adesso.”
La mia tartarughina era morta appena appna, ed era lì davanti a me e queste parole erano sovrapponibili a me e a lei. La vita occupa spazio e poi diventa spazzatura. Tutta la vita è spazzatura quando è morte, tutte le cose morte sono spazzatura. Spazzatura viva in vita, solo spazzatura da morta. Esserci accende un fuoco che il non esserci estingue. Qualsiasi cosa ci fosse con Odisseo c’era e palpitava si sentiva, si allargava, mangiava spazio, prendeva posto nelle nostre vite. Ora c’è solo un residuo, come fosse morto, come spazzatura.

Va tutto bene, non abbiate paura. Tutto ciò che dovete fare è lasciarlo morire.
E’ tutto ciò che devo fare, lasciare morire questo sentimento che ancora è così vivo, che ancora occupa così tanto spazio in me? Come si fa a non morire sempre un po’ di più, a non far morire un po’ di noi ogni volta che dobbiamo far soccombere quella parte di noi che è nata e ha vissuto perchè legata a qualcuno, e questo qualcuno la strappa via e ci dice improvvisamente che no, deve morire, l’ho già fatto in passato e non c’è modo di uscirne se non ammazzando una parte di se stessi, come questa che è nata e vive grazie a tutto quell’ammasso di portentose sensazioni ed emozioni che sono solo mie e di Odisseo, che abbiamo generato noi e che nessuno assaporerà mai. Devo staccarmi da questo pezzo di me e metterlo in una scatola pulita di formaggio cremoso, come per Dorothy, fargli un funerale, degno di un eroe nordico, regalare la bara al fiumiciattolo finchè la piccola cascatella non la inghiotte. “Tutto ciò che devo fare è lasciare morire” me e Odisseo e fare il funerale che merita, degno di un eroe, alla parte migliore di me che sta morendo?

“I’m burning up a sun just to say goodbye”
“Sto bruciando un sole solo per dirti addio
E’ una citazione dal Doctor Who, è quello che ho provato, davvero, quando ho iniziato a dire addio davvero a “me e Odissseo”. La dice il Dottore quando apre un portale per una dimensione parallela, ma ha bisogno di un’energia tale che solo una supernova può dargli e fa quindi esplodere un sole per poter tenere il portale aperto il tempo appena bastevole per dire addio alla donna che ama, bloccata in irrimediabilmente in quell’ universo parallelo.
Ed è quello che sto facendo con Odisseo.

Dorothy Parker sta morendo

La mia tartarughina non si muove quasi più ormai e non mangia da giorni.
Non vederla zampettare furiosamente e alzare la testina con gli occhini neri neri brillanti ogni volta che mi avvicino, è di una tristezza assurda.
Ce l’ho messa tutta: ho chiesto pareri ad esperti, ho preso un termometro per misurare la temperatura dell’acqua che i rettili non producono calore e l’acqua deve essere ta i 15 e 28 gradi, le ho dato le vitamine, ho scelto il cibo migliore e più fresco possobile da intervallare al mangime per tartarughe, ma niente è servito.
Ha iniziato a cercar aria allungando la testa e starnutiva sempre e questo è sintomo di raffreddore se non polmonite. Qui nel Burundi non ci sono veterinari per rettili e comunque non resisterà fino a domani.
Devo aver fatto qualcosa di sbagliato all’inizio, ma era così viva, così bella che non ho pensato alla morte per un secondo. E invece le cose vive e belle muoiono sempre, anzi muoiono presto.
Forse le ho messo acqua troppo fredda, forse non l’ho tenuta abbastanza al sole, le ho cambiato spesso l’acqua, le ho dato da mangiare troppo o qualcosa di sbagliato.
Neanche dieci giorni interi sono riuscita a farla star bene.

Ormai credo manchi poco. Non so più che fare, sono completamente inutile. Posso solo stare seduta vicino a lei e parlare, forse si sentirà un po’ meno sola mentre se ne va.

Il 100% che non può accontentarsi del 70% in cambio

Questa che si accinge a finire in un tripudio di ponti e parenti scesi per il ponte e cose che la gente si prospetta di fare per il ponte (la gente, non io, io non prospetto, non sono gente, non ho ponti), assume sempre più i contorni di una di quelle fatidiche e inflazionate “settimane decisive“.
La mia settimana decisiva, ha la portata, diciamo, di un calcio nello stinco e quel che è bello è che si prospetta solo come il primo, di una serie di calci nello stinco.
Che poi, e qui mi parte la riflessione filosofica, se ci pensate, la maggior parte di quelle che vengono indicate come “settimane decisive“, si concludono quasi sempre con un ritorno allo status quo o a un nulla di fatto, il che le rende decisive come un cremino sciolto a bordo strada. Ma non importa, credo che ciò che importi come in molte cose, non è quello che effettivamente è, ma lo status di importanza e luccicanza che le si attribuisce, alla settimana decisiva, intendo. E’ come se tutti avessimo bisogno di qualcosa di importante per deturpare la noia e il piattume e lo statico di un’esistenza che non ci soddisfa mai del tutto e allora che facciamo? Creiamo le settimane decisive, così tutto acquista un valore più definitivo, come in un thriller in cui ci si aspetta per forza un qualche climax di eventi, oppure usiamo altri inveterati mezzi di illusione: vediamo significati che non ci sono o ci beiamo di una bellezza che non esiste o infioriamo un progetto per renderlo più ammiccante.

Vabbè, ma chi cazzo se ne frega di tutto questo?
Nessuno, me compresa.

Quel che a me frega, è invece che io e Odisseo continueremo a sentirci. E dopo tutto quello che è successo, se questo non risulterà essere il responso più significativo e importante di questa “settimana decisiva“, vado e mi mangio quel cremino sciolto a bordo strada.
Intendiamoci. Le cose successe restano, le parole che ha detto sono qui piantate nella mia testa come lame di un rasoio e continuano a far un male boia. Ma adesso almeno hanno una spiegazione, che è il primo passo verso la risoluzione.
Per farla molto breve (abbiamo parlato fino allo sfinimento e discusso fino alla nausea), il suo infelice “sono innamorato di te al 70%“, sarebbe solo una sfortunata uscita dovuta alla mia incalzante domanda “Ma sei ancora sicuro di essere innamorato di me come mi avevi detto di essere?“: volendo farmi intendere che è innamorato, ma non ci considera ancora una coppia di fatto, si è buttato disperatamente sulle percentuali.
La conclusione cui siamo arrivati, è che lo stato di alterazione che abbiamo raggiunto in questi giorni, sia derivato da una sorta di incomunicabilità che si è creata tra noi la settimana precedente, dove vuoi per stanchezza, vuoi perchè stavamo ancora ricercando le misure giuste tra noi dopo i cinque giorni insieme a Napoli, vuoi il periodo assurdo che sia io che lui per diverse ragioni stiamo attraversando, hanno portato entrambi a credere che qualcosa da mettere in discussione ci sia.
Lui dice che non ha fatto passi indietro. Lui dice che è ancora del tutto dentro questa storia e che si è incazzato ed espresso male, non voleva farmi credere che non provasse più per me quello che provava prima, perchè non è vero. Solo che stiamo conoscendoci e ci sono “cose di me che non gli sono piaciute”. Ora, passi che poi abbiamo risolto perchè appunto queste cose che non gli sono piaciute erano figlie dall’incomunicabilità e del fraintendimento, ma per quanto mi riguarda questa frase pesa come un macigno, tanto quanto quel 70% e non sono disposta a dimenticarla.
Mi dice che non tutto del carattere di qualcuno deve sempre piacere delle altre persone e che è normale e non pregiudica necessariamente il rapporto e il sentimento e questo è il suo caso, lui dice. Il problema è che neanche a me piacciono molte cose del suo carattere, è più duro di un diamante a volte e scatta per un nonnulla, solo che cerco di andargli incontro, di capire, di chiarire e poi di accettare. Non si fa così se si vuol bene/ami qualcuno? Se poi quel che vedi non ti piace proprio vuol dire che la persona non ti piace, ma se è un difetto che non pregiudica i tuoi sentimenti, lo si affronta!
Questo non vuol dire che io sia disposta ad accettare tutto, ma finchè questi aspetti non intaccano quello che provo per lui, allora cerco di capirlo e imparo a gestirli. E’ quello che ho fatto in questi quasi 7 mesi e non sempre è stato facile.
Ma se lui alla prima mia empasse, per giunta generata da quello che lui stesso ha ammesso, una sua incomprensione, mi viene a dire che queste cose gli fanno mettere in dubbio il nostro ipotetico futuro e che riduce del 30% quello che mi aveva detto di provare al 1000 per 1000, a me non va bene e io dubito che io gli piaccia davvero.

Quindi se per lui ora tutto è come prima, per me no, decisamente no. Comincio a domandarmi anche io quanti di questi difetti che avevo accettato di lui, sono ora disposta a tollerare dopo le sue ultime uscite.
Intendiamoci di nuovo. Sono innamorata di lui, poco ma sicuro, e non si è ridotto quel che provo. Ma proprio per questo devo tutelarmi. Sto conoscendolo ancora e mi rendo conto che non è una novità, anche persone che stanno sempre appiccicate per trent’anni non possono dire di conoscersi del tutto, tutte le coppie che iniziano a stare insieme continuano a  conoscersi giorno per giorno, mica danno tutto per scontato dell’altro!
Ma anche in questa situazione di normalità, niente mi vieta di pensare realisticamente che tutto possa finire da un giorno all’altro, che lui abbia altre reazioni di questo tipo e che io non potrò più accettarlo. O che lui decida di troncare tutto improvvisamente. Non dico che lo farebbe, non dico che penso che lui non sia più preso, anche perchè in realtà mi ha dimostrato ben altro dopo la discussione, dico solo che devo proteggermi ed essere pronta a valutare Odisseo e la nostra storia più criticamente.
Poi mi ha chiesto lui stesso se voglio che continui a considerarmi legata a lui come in un principio di qualcosa, se non ancora come coppia vera, se voglio ancora che continuiamo a  frequentarci, perchè lui sì vuole, tanto quanto prima.
Perchè io avevo chiuso.
Avevo deciso di non sentirlo più, di non poter accettare il 70% e lui aveva detto che avrebbe rispettato la mia decisione anche se non era d’accordo.
Quella stessa notte mi ha chiamata, sapeva che non dormivo, non dormiva neanche lui. Mi ha detto che forse non era disposto, dopotutto, ad accettare passivamente la cosa, che era ridicolo chiudere tutto per una discussione nata da un fraintendimento e che non voleva chiudere un bel niente perchè per lui era tutto aperto. Che vuole ancora sentirmi, che vuole provare a stare con me. E io voglio provare a stare con lui ecco perchè ci sentiamo ancora.
Quel che mi preme capire ora è quanto di quel 30% che gli manca sia legato alla situazione e all’incertezza sul nostro futuro di coppia, o se invece per il 30% non gli piaccio e per il 30% non è davvero innamorato di me. Se in queste settimane dovessi realizzare che quest’ultima è la motivazione vera, rompo tutto e di corsa: passi l’incertezza dovuta alla distanza e ai dubbi su un futuro di coppia o meno, ma non accetto incertezze sul sentimento che ci sta alla base, io do il 100% da quel punto di vista e non mi accontento del 70% in cambio.

Settimane decisive, appunto, da qui fino al nostro prossimo incontro. Tutto dipende dalla verità su quel 30%. Odisseo mi ha assicurato che non compromette realmenente quel che ha sempre provato per me. Il problema è che c’è una pallina di piombo nel mio cuore che mi impedisce di crederci del tutto. Per me la prospettiva è cambiata con quel 70%.
Ora i momenti che passiamo a chiacchierare sono di nuovo belli come non potrei descrivere e io ho intenzioni di vivermeli appieno, sono felice che abbia lottato per continuare, per impedirmi di chiudere tutto.
Ma è con meno speranza sul futuro che mi accingo a vivere il mio Odisseo nelle prossime (decisive?) settimane. Però, quanto è dolce poter ancora dire, nonostante tutto, “il mio Odisseo“?

La rivoluzione comincia (sempre) da un libro

Ebbene sì, l’ho fatto.
Come avevo detto e come avevo quasi ingiunto alle mie amiche M&M, dopo le loro pretese di rivoluzionare il palinsesto di Trenitalia per adeguarlo ai loro rigidi orari da cinquantenni divorziate: ho preso il treno e me ne sono andata a zonzo per la cittadina gremita di gente del 25 Aprile e l’ho fatto, senti senti, tutta da sola. Ohibò che anacronistica sfacciataggine! Una tipa in leggins simil pelle, trench e anfibi borchiati che va in giro da sola; si spara da sola un super gelato in quella mega-gelateria-famosa che fa un gelato artigianale coi contro, enorme a solo un euro e venti centesimi, con la cialda caramellata; cammina sul lungomare con i Pearl Jam e Capossela nelle orecchie da sola, finchè non si ferma e guarda te se non va a generare, a questo punto, il più eclatante degli sbalordimenti.
Dico io, proprio nella cittadina santa, sul lungomare, in un giorno di festa, con tutti i bambini a guardarla e a nutrirsi del suo cattivo esempio! E’ una vergogna, siamo nel 2013 qui nel Burundi, per certe cose uno si aspetta almeno il 5073! Ma ella non sembra pensare ai poveri bambini del Burundi che la prendono a funesto esempio. Ella è tutta presa a precorrere i tempi.
E’ con grande stizza e disappunto del Tempo stesso, che sale con noncurante eleganza sulla mezzaluna di panchine che tanto le piacciono, perchè slabbrano il lungomare a mo di anfiteatro, spostando così la ribalta dalla passegguata agli spalti e rubandola al mar d’acciaio di fine Aprile. Poi, in cima, si ferma, le mani nella capiente tracolla jeansata non lasciano presagire niente di buono, l’ansia tutta del momento congelata, come fosse una diva capricciosa che fa attendere il suo pubblico e il Tempo stesso, finchè non si scongela , e tra le sue mani vede la luce dei riflettori, finalmente, Il libro.
Ella si siede e legge sul lungomare della cittadina nel pieno disappunto di Tempo Medioevale e Cazzoni del Burundi.
Fine
Ps: il libro sotto i riflettori è “Le ore” di Micheal Cunningham, particolarmente affascinante paraltro e, qui c’è la maestria del Fato a metterci il tocco d’artista finale, racconta di tre donne collocate su tre diversi piani del tempo (reale e narrativo). Le tre donne compiono i loro gesti come legate da un filo di pensieri e azioni incredibilmente conseguenziale, che si snocciola e ha modo di esistere man mano/grazie al fatto che una delle tre donne, la scrittrice Virginia Woolf, sta scrivendo uno dei suoi libri più famosi, le cui parole a distanza di decenni, muoveranno vite e pensieri delle altre due donne che lo leggono (una delle due) o lo vivono in altri modi(l’altra), ma sempre seguendo il rintocco della sua scrittura e lo sviluppo della stesura del romanzo. E qui la chiudo.

In realtà non è stato tutto rose e fiori.
Forte anche del momento più-di-là-che-di-qua che sto passando con Odisseo, la solitudine si è fatta sentire quasi come nel periodo delle scuole. E poi sono stata abbordata disgustosamente da due tipi loschi alla stazione, tenuta d’occhio e seguita, solito seccante problema dell’andare in giro sola.
M&M mi hanno chiamata come mi avevano detto che avrebbero fatto, per vedere se riuscivamo almeno a vederci un po’. Non fosse che sembravano più interessate – una curiosità malcelata, bovina- a sapere cosa avessi mai potuto fare DA SOLA in giro per la cittadina e che posti avessi bazzicato nello specificio, piuttosto che essere seriamente interessate a vedermi.
Loro stanno sempre in due, almeno in due, non sanno che vuol dire proprio “uscire da soli”, non hanno una struttura mentale tale da permetter loro di capire una cosa così semplice, e per loro è sconveniente farsi vedere sole in questi casi. Le invidio comunque: l’una ha sempre l’altra, non sono mai sole da quasi due decenni, e siccome pensano, mangiano, parlano e vestono in esatto modo, non si annoiano mai, sanno sempre esattamente cosa fare, quando e sopratto con chi. L’una non risponde a un messaggio se prima non ha discusso con l’altra e concordato cosa dire. Lo fanno su Facebook anche, nelle conversazioni a tre, se dico o propongo qualcosa, rispondono insieme, una dopo l’altra e la stessa cosa nello stesso momento. Abbastanza inquietante.
Il problema è che mi hanno chiamata alla 18.30, quando sapevano che il mio treno era alle 19.00 e quindi non ho potuto raggiungerle, lo avrei perso. Potevano fare un salto loro alla stazione con l’auto, ma no, hanno la loro passeggiata cronometrata da fare e devono trovarsi nei posti giusti all’ora giusta qualsiasi siano questi e qualsiasi sia la NON ragione per andarci (non hanno una ragione, se la creano senza darle comunque senso, non so se mi spiego), quindi io ero un diversivo che non è contemplato nel manuale della perfetta cittadinotta burundiana. Sorvolabilissimo.
E poi, sospetto, temevano che qualcuno potesse riconoscermi come la “vergognosa lettrice di libri del lungomare” ed associarmi a loro.
Come si fa a non sentirsi soli vivendo in mezzo a cotanta marea di stronzate?

Due appunti finali:
Appunto uno: se uscite fuori per un pomeriggio solitario all’insegna di voi stessi e della lettura e avete velleità narrative e magari vi portata anche la Moleskine appresso per appuntavi le cose in caso di colpo di genio e perchè fa figo andare in giro con la Moleskine, magari ricordatevi di portare con voi anche una penna, giacchè senza, per quanto figa possa essere, la Moleskine è inutile e le vostre idee andranno in pasta al vento, che non sa che farsene per giunta.
Appunto due: non è che non è successo altro con Odisseo e non si è parlato a cascata di tutto e di noi e delle cose successe, è solo che sto tergiversando piuttosto che mettermi a scrivere di lui, che scriverne significa cadenzare i pensieri e i battiti di cuore, e ho paura di farlo. Ecco quindi che tergiverso scrivendo le stronzate della mia vita non amorosa.

Vuoi uscire con noi? Cambia l’orario dei treni o nisba.

M#1: “Caly dai vieni oggi pomeriggio che è festa e noi usciamo e così stiamo insieme!”
M#2: “Sì, dai così ci dici anche del casino che è successo in questi giorni con Odisseo e ti distrai un po’”
Calipso: “Certo che vengo! Ne avevamo già parlato, vi devo aggiornare e anche tu M#1 devi raccontarmi che è successo sabato scorso, quando sono andata via!”
M#1: “Sì sì, ma solita roba non credere. Poi così te ne puoi andare con tuo fratello”
Calipso: “No be’ mio fratello fa chiusura oggi, quindi non esce da lavoro prima delle 122.00 e voi mi par di ricordare che rientrate prima quando non cenata fuori, giusto?”
M#2: “Ma non chiudono alle 21.00 i negozi? Perchè finisce alle 22.00?”
Calipso: “Perchè chiude alle 21.00 il negozio, ma poi loro devono sbrigarsi cose dentro e fanno le 22.00”
M#1: “Eh no, noi possiamo restare fino alle 21.00 poi torniamo a casa.”
Calipso: “Eh sì, ricordavo, ma tranquille faccio come al solito in questi casi, prendo l’ultimo treno alle 19.00 e anche se vado via prima non importa, almeno stiamo insieme qualche ora, no?”
M#1: “Ma non puoi prendere un altro treno, tipo alle 20.00?”
Calipso: “Ehm no… è l’ultimo treno, appunto, quello delle 19.00, vuol dire che poi non ce ne sono più.”
M#2: “Vabbè come l’altra volta… e a che ora arrivi qui?”
Calipso: “Direi verso le 16.00, che l’altro treno poi è alle 18 e sarebbe troppo tardi”
M#1: “Alle 16.00! Ma troppo presto, noi non usciamo così presto”
M#2: “Non puoi venire con tuo fratello?”
Calipso: “No, mio fratello sta già lavorando altrimenti sarei venuta con lui”
M#1: “E non puoi prendere un treno più tardi?”
Calipso: “Non decido io gli orari dei treni, ma se vengo più tardi che senso ha? Devo andar via alle 19 poi!”
M#2: “Ma noi non usciamo così presto”
Calipso: “Sì, ho capito, tranquille ci possiamo vedere verso le 17.00 se per voi è più comodo, mi porto un libro e leggo intanto, sapete che non è mai stato un problema…”
M#1: “No, noi usciamo verso le 18.00 e torniamo a casa verso per le 21.00”
Calipso: “Ma dovete fare una passeggiata, non timbrare il cartellino! Non hai orari di  lavoro oggi M#1, se per una volta uscite un’ora prima, che cambia?”
M#2: “Ma non ti può accompagnare qualcun’altro o vieni col pullman?”
Calipso: “E’ festivo oggi, i pullman non ci sono. Ma se è un problema lasciamo stare…”
M#1: “Sì lasciamo stare per stavolta. Ma tuo fratello non poteva lavorare pomeriggio?”
Calipso: “Eh no sai, non decide lui i turni, ma ho solo il treno a disposizione, quindi devo arrangiarmi con quello che ho”
M#2: “Caly, dai lascia stare se non puoi venire oggi! Però non essere giù per Odisseo!”
Calipso: “Ma io posso venire oggi, e infatti vengo lo stesso anche se non esco con voi, che di stare in casa non c’ho voglia. Voi uscite quando vi pare, al massimo ci sentiamo e ci becchiamo un po’”
M#1: “E che fai qua se noi non siamo ancora uscite?”
Calipso: “Mi faccio un giro, mi sparo un frappè alla nocciola, vado in libreria, mi leggo un libro sul lungomare…”
M#1: “Non si leggono i libri sul lungomare, che dopo ti vedono tutti che leggi sul lungomare!”
Calipso: “…”
M#2: “Vabbè dai allora ci sentiamo e se sei ancora qui quando usciamo ci incontriamo”
Calipso: “Ok. A dopo”.

Addio, Odisseo e addio al 70% del tuo amore

Che poi lo avevo capito che le cose non andavano, che Odisseo era distante e strano, che ho le cazzo di impressioni e non sbagliano mai, fanno trillare i campanelli e danno una limpida schermata di quel che è, così, esattamente com’è. Magari serve loro un po’ per realizzarsi, ma alla fine si realizzano sempre, le cornute…

Odisseo mi ha detto che qualcosa è cambiato per lui negli ultimi tre giorni e l’amore senza dubbi che professa da 5 mesi nei miei confronti, è diventanto “sono innamorato di te al 70%“, fedeli parole.
Dice che ci sono certe cose di me che gli “danno da pensare“, soprattutto in questi giorni che sono stata “strana e pesante” e che questo, più gli altri problemi legati alla nostra situazione, non gli consentono di pensare a noi come a una coppia di fatto e a me come a una sua compagna per il futuro. Secondo il suo pensiero questo in realtà cambia ben poco della nostra situazione: avevamo deciso di vedere come andava questo mese e mezzo che ci separa dal nostro prossimo incontro e così lui ha intenzione di fare, d’altronde mi ama al 70%, mica cotica qui! Il 70%… fiuuuu è tantissimo, guarda… dovrei anche esserne grata mica è il 50% o peggio il 30%!
No, il 30% è quanto in tre giorni è riuscito a scrollarsi di dosso del suo forte forte moltissimo forte sentimento per me. Se la matematica non è un opinione e visto che qui valutiamo sentimenti potenti come l’amore matematicamente (e non per mia scelta), tra una settimana il restante 70% del portentoso amore che provava per me, se ne sarà andato a catafottersi laddove si catofottono solitamente i portentosi amori.

Per chi, come me, non è in grado di estrapolare un quantitativo sentimentale da una percentuale matematica, sappiate che “sono innamorato di te al 70%” equivale a “Sono attratto da te e sei decisamente più che un’amica“, che poi sarebbe la base che fornisce Odisseo per il nostro incontro futuro e il nostro prossimo mese al telefono.
Ma io non sono sicura di voler affrontare tutto questo, perchè:
a) non esiste 70% per me, o ami o no, o ti piace qualcuno o no, o vuoi stare con qualcuno o no, quindi per me il suo 70% correlato da discorsi del cazzo, significa solo una cosa: non ti amo più, non voglio stare con te;
b) se sono stata “strana e pensante” in questi giorni è perchè sono successe un sacco di cose al punto che pare lascerò casa nel prossimo mese, destinazione ignota, ma il punto non è questo: lui era distante, gli ho lasciato spazio e ho aspettato fosse lui, per una volta, a prendere le redini della cosa e gestirla a modo suo e mi sono trovata sommersa dai rimbrotti. Per quanto riguarda la pesantezza non c’è neanche da parlarne perchè, pur accettando che lo sia stata, non mi aspetto di vivere una vita a mille tutti i giorni e anche i momenti bui di una persona vanno accettati, ma soprattutto, non c’è da parlarne perchè lui è il signor “se si fa così sclero”, “se si dice questo m’incazzo”, “non mi puoi chiamare “bimbo””, “non puoi citare Pollicino quando parliamo di Dante”, “mi si è sfasata la giornata e ora sono nervoso”, “stare qui mi rende nervoso”, “sentire ripetere le stesse cose mi rende nervoso”: lui è il Signor Pesantezza, l’ha inventata lui la Pesantezza, può essere pesante per giorni interi, per mesi anche, ma una persona che è innamorata di qualcuno accetta ogni cosa del suo carattere, così almeno ho fatto io che ho cercato di capire e rispettare le sue insofferenze. Ecco quindi perchè non è il caso di considerare questa cosa ed ecco perchè se in tre giorni può farti rivedere un sentimento a tua detta tanto grande, credo ci siano ben poche speranze che regga questo gli urti della vita in futuro;
c) questa situazione non la so gestire, coppia o no eravamo legati e in intimità e ora come dovrei pormi? Dovrei aspettare che incontri un’altra e si scolli del tutto con tante scuse (come fanno tutti, un film dei più beceri, visto e rivisto, giusto la settimana scorsa è successo a una mia amica) e che ne sarà di me a quel punto?

La mia prima reazione a tutto questo bel papello di virtude e amore, è stata quella di rompere la nostra storia e basta, di non sentirlo più, di eliminarlo piano piano dalla mia vita, giacchè a lui è stato così semplice spurgare il 30% di me, mentre per me ci vorrà molto tempo, conoscendomi, senza contare che non credo che lui provi quel 70% che dice, sono certa che ieri la nostra storia o quello che è stata, sia finita.
Neanche 15 giorni fa mi guardava negli occhi infuocati e mi diceva che era innamorato di me, che era si-cu-ro, che voleva affrontare le tempeste per me, che dovevo promettergli di essere forte e di affrontare i problemi che ci sarebbero stati, che sì era certo di questo, che l’aveva detto e quindi non sarebbe tornato indietro e mi ha baciata appassionatamente alla stazione poco prima che il mio treno partisse. E dopo 13 giorni è tornato indietro del 30%, 13 giorni, non 5 anni, quindi realisticamente tornerà indietro ancora (?).

Io francamente non vorrei continuare per queste ragioni, ed è questo che sono tentata di dirgli pomeriggio, quando ci sentiremo, ammesso e non concesso che il mio intestino aggrovigliato al cuore me lo consenta.
Ma prima di tutto non sono così forte da chiudere definitivamente in un pomeriggio con qualcuno che ha fatto parte della mia vita così profondamente (e teneramente) per 7 mesi, che mi ha fatto amare, sperare e sognare. So già che non ne sono in grado.
E poi non sono sicura sia la mossa giusta, d’altronde una settimana fa io ho passato un periodo di confusione che mi ha fatto rivedere diverse cose su me e lui, solo che ho avuto il buon senso di capirla e non vomitargliela addosso prima di schiarirla del tutto e ora l’ho schiarita, potrebbe essere anche lui nella stessa confusione e io potrei pentirmi di non aver, quantomeno, aspettato qualche giorno prima di chiudere.
Inoltre non chiudo con le persone che amo, se le amo, di qualsiasi tipo di amore/affetto si tratti, una ragione c’è, non li cago via al primo intoppo o quando diventano difficili da gestire. Si chiama appunto “amare“, questo, ed è una fottuta seccatura, ma regala anche qualche fior fiore di emozione di tanto in tanto e un certo rigoglìo interiore ed esteriore tremendamente difficile da arginare, che se diventassi una che caga via la gente così, perderei per sempre ed è inutile dire che no, non è vero (che chi lo dice è chi ha cagato via persone a cui “voleva bene”, guarda caso, perciò manco sa di che parla in realtà), è così punto.

Quindi non so che dire pomeriggio a Odisseo.

Sono distrutta.
Sono frantumata.
Sono a pezzi.
Ho vomitato tutta la notte e continuo a piangere come un’imbecille.
Non ho mai desiderato tanto un suo abbraccio come ora.
E invece devo fare i conti con quella realtà che mi trafigge il petto a ogni respiro, la realtà che è tutto finito, che non ci sono più baci di fuoco e abbracci stretti, che non c’è la giada dei suoi occhi, nè più speranza.
Che ho perso Odisseo.

La Regina degli Incubi, sogno#1#2#3

Io sono la Regina degli Incubi. Sì, esiste anche lei. C’è la Regina di Cuori, la Regina d’Inverno, la Regina di Fantàsia e la Regina degli elfi di Lorìen, non vedo proprio perchè non debba esistere la Regina degli Incubi, che non è figa come la Regina di Cuori, ma sono io, dunque non c’aspettiamo granchè.
La corona di Regina degli Incubi non si sceglie, si ottiene volenti o nolenti: se produci gli incubi più intensi, simbolici, romanzati o privi di nesso, bislacchi o realistici, e la media di produzione supera di gran lunga il numero dei tuoi anni di vita, ecco qui che diventi la Regina degli Incubi.
Io sforno incubi con la stessa frequenza e naturalezza con cui una lumaca produce la sua  bava. Scordatevi abnormi piovre che ti stritolano le ossa e divorano in eterno le carni o di restar bloccati in angusti frazioni dello spazio-tempo soli per sempre e senza via di uscita, Lovecraft era un pivello in confronto a me.
Gli incubi veri sono molto più sottili e psicologici, un po’ come le torture perpretate dall’Inquisizione di Toledo che portavano il povero inquisito sull’orlo della follia al punto da fargli desiderare la brutale morte piuttosto che il perpetuardi di quella tortura psicologica.
Quindi incubi su incubi per me, soprattutto nei periodi più brutti, quando le notti diventano un incubo, appunto, e l’insonnia fa la spola tra pensieri funesti, demoni e sogni nefandi.

Ora, non sono assolutamente in uno dei più brutti periodi della mia vita, ma questi ultimi giorni i pensieri, la speranza che si assottiglia, un certo grillo in testa che mi ripete una cosa a cui non riesco a credere, l’alimentazione pesante cui non sono abituata, Odisseo che sento lontano, la fase premestruale acuta, il cambio di stagione, hanno richiamato un bel po’ di demoni e pensieri e qualche incubo errabondo ha insudiciato le mie notti.
Ma non sono qui a parlare delle mie notti, dei miei demoni, dei mie incubi frequenti, di zii morti che tornano in fila dall’aldilà a lasciarmi messaggi criptici, o della mia vita che si rivela essere una farsa e che io non esista per nessuno delle persone che ho amato. Non riuscirei neanche a trovare le parole per descrivere certi stati di cose e d’animo, insomma questo genere di incubo non può essere strappato alla notte e materializzato tramite le cose del giorno, come le parole.
Posso invece, senza dubbio, raccontare dei sogni di stanotte giacchè non si tratta di incubi, ma di sogni appunto, assurdi e perfettamente lineari allo stesso tempo, che non riesco a comprendere, non so da dove escano fuori, e perciò li scrivo prima di dimenticare tutto con la velocità della luce, come di solito accade.

Ho fatto tre sogni diversi e stranamente li ricordo tutti e tre, dettagli brumosi per carità, ma posso ricostruirne le linee generali. Forse perchè ho dormito davvero pochissimo, tre ore in tutto, ma intervallate da stati di veglia, di insonnia, di svestirsi per poi rivestirsi, di libri aperti e abbandonati, di sortite per la casa per tracannare acqua e fare pipì, di poesie di Percy Shelly lette con i piedi sul muro e la testa penzoloni dal letto. Le mie notti indemoniate nascondono fascinazioni incomprensibili ai più.
Si sappia solo che non stavo leggendo o pensando a niente in questi giorni che possa aver solleciatato il mio inconscio a generare questa roba e che possa quindi giustificare tali sogni. Il che contribuisce a renderli ancora più affascinanti (e a rendere affascinante me, of course) e contribuisce anche a renderli più stupidi, in verità (come sopra).

Sogno#1
La mia amica, che chiameremo Cloudy, cercava di raggiungere una carica di qualche tipo, politica credo, non ne sono sicura del tutto, per la quale io la reputavo estremamente portata ed ero ben felice di aiutarla a perseguire il suo obiettivo. Ce ne andavamo dunque in giro per questo palazzo bianco tutto avviluppato attorno a un quadrato e fatto solo di corrodoi, pianificando strategie e progetti per farle ottenere la carica ambita. Ad un certo punto ci accorgiamo che uno dei nostri piani meglio congeniati è stato compromesso. Tale piano mirava a ristabilire le sorti dell’economia italiana riportando in auge lo scambio epistolare cartaceo, promuovendo quindi la produzione di carta da lettere e lettere di vario tipo, con contrassegni e poste differenti per ogni tipo di lettara da quella d’amore (che doveva essere catalogata come tale) alla cartolina e ne illustravamo tutti i pro e i contro in un manoscritto enorme pubblicato sulla bacheca ufficiale del palazzo quadrato. Salvo poi scoprire che la mia vicina di casa, la chiamerò Piumilo, si era appropriata del nostro manoscritto e della nostra idea e l’aveva spacciata per sua per ottenere, ovviamente, la carica che spettava a Cloudy. Dovunque andavamo ce la trovavamo davanti e qualsiasi nostra mossa era copiata e anticipata dalla sua, finchè non abbiamo deciso di accedere al piano B, spettacolare, pericoloso piano B, elaborato da noi stesse in tempi antichi e scritto su una carolina cremisi e oro. Ma Piumilo ci aveva anticipato anche stavolta e trovammo così la cartolina strappata, appuntata sulla bacheca, mentre lei, con degli orridi pantaloni colori cachi come i suoi capelli, stringeva la mano al Presidente  della Repubblica (donna nel sogno, e magari!) e fregava la carica definitivamente alla povera Cloudy.

Sogno#2
Altra amica realmente esistente, Miyu, ha i biglietti per il concerto dei concerti (non ho idea di chi sia il concerto in questione) a Torino e mi invita a raggiungerla. Quindi io mi metto dei leggins blu elettrico (mmh…) su una gonna velata nera con stelle di pelle nera (mmh….), mi faccio due piccole codine e lascio il resto dei capelli liberi dietro (mmh…) perchè così risalta il loro bel colore rosa (mmh…) e sopra ci metto un chiodo nero e blu (ah questo ce l’ho davvero!) e salgo su un treno per raggiungerla, tutto pieno di gente che va a questo concerto e io sono felice come una colomba il giorno di Pasqua perchè potevo passare il lungo viaggio a socializzare con gente con i miei gusti una votla tanto, ma prima che il treno parta Miyu mi chiama per dirmi che non possiamo andare al concerto perchè il figlio segreto di Severus Piton (mmh…) vuole governare il mondo (mmh…) e imporre a tutti capelli unti e tonache nere quindi noi dobbiamo fermarlo e io mio malgrado scendo dal treno e mi ritrovo in un ascensore dalle parteti strettissime, improvvisamnete nuda e col mio colore naturale di capelli. L’ascendore si blocca e dal microfono parla qualcuno, e la voce la conosco nella realtà, mi ricoroda qualcuno ma non ho capito ancora chi e mi dice che mi tiene d’occhio, che mi vede come nessun altro mi vede, che ha capito chi sono e che ruolo ho nel mondo e quindi mi deve arginare, che per lui sono nuda sempre come adesso e che mi guarda semrpe come adesso e che non ho via di scampo, che non esiste nessun figlio di Piton ovviamente, che tutto era orchestrato per farmi entrare in quell’ascensore e mettermi al corrente di chi sono e che lui esiste e mi guarda. E io cerco di spiegarmi di assecondarlo, tutto pur di uscire da lì e rivestirmi, ma lui ride e mi dice che non potrò vestirmi, che non serve, che anche vestita sarò nuda per sempre.

Sogno#3
Non consoco nessuno delle persone coinvolte nel sogno stavolta, tranne me. E’ una stanza piena di spade di tutti i tipi e dimensioni e oltre le spade c’è un letto matrimoniale dove io, un ragazzo, una ragazza e una bambina stiamo per coricarci stretti stretti e prendere una fiala con veleno, giacchè una tipa vuole ucciderci e l’unico modo per non morire è farle credere che siamo già morti. La fiala contiene un veleno che fa morire, ma solo per qualche ora, quindi noi ci approssimiamo a morire consapevoli che questa specie di strega verrà a controllare che siamo morti, e non sapremo che farà. Dolori tremendi precedono la morte e poi sovviene e mi ritrovo in un posto che è solo buio, nè aldilà nè aldiqua, dove scopro che il ragazzo stava facendo il doppio gioco, che è vero che la strega ci vuole morti, ma lui aveva bisogno che morissimo così per un qualche suo progetto e io squarcio il buio con una spada verde e faccio scappare gli altri, ma io non riesco a uscire e resto lì, col ragazzo malefico e la spada verde.

100esimo post, 100 cose da fare, 100 incubi che tornano

Questo è il Centesimo post che scrivo su questo blog e tantiauguriamme, giusto per non perdere il vizio dei festeggiamenti inutili a una settimana esatta dal mio compleanno.
In realtà, avendo aperto il blog il 15 Gennaio e scrivendo quasi tutti i giorni (e un paio di volte pubblicando due post al giorno) è anche abbastanza naturale che sia arrivata a 100 così velocemente. Mi sembrava comunque il caso di celebrarlo in un qualche modo, soprattutto alla luce di quanto successo ieri.
Ieri il mio cpc si è improvvisamente spento per non riaccendersi più e a me è venuta una sincope e un colpo apoplettico insieme, cosa che mi ha illuminata su quanto sia legata al computer, su quanto la mia triste vita ci ruoti attorno (per scrivere il post di ieri ho usato lo sgangherato pc di mio fratello, e sai che spasso scrivere con la metà dei tasti che non funzionano!).
E la prima cosa che ho pensato, è che senza pc, non avrei potuto scrivere su questo blog per un bel po’ di tempo, con molto cordoglio e panico disperato a seguire. Sarà che oramai è un meccanismo naturale quello di scrivere qui, come fosse un diario che pretende la sua dose giornaliera di cagate, sarà che forse, e ripeto, forse, in piccolissima microscopica parte, il fatto di usare la scrittura come catarsi, di raccontarmi, di scrivere un sacco di cazzate qua sopra, mi ha aiutata a ricrearmi e riprendermi un po’, sarà quel che è, ma è questa la prima cosa che ho pensato.
Una persona normale, giusta e retta avrebbe dovuto pensare che senza pc, la tesi (già ferma) sarebbe destinata a star ferma ancora a lungo, con tutte le sciagure che ne conseguono, ma è stata solo la seconda cosa che ho pensato, non la prima, che devo dirvi?
Stamattina poi si è riacceso, ma è una cosa momentanea dovrò comunque portarlo assolutamente a riparare prima che diventi un problema irrosolvibile, giacchè diventa bollente immediatamente,  la ventola fa dei rumori atroci e si spegne di tanto in tanto.

100 è un numero considerevole, 100 giorni possono cambiare la vita di qualcuno. Non è stato il mio caso, ma è realistico che accada. E’ un grande numero, tondo e importante che diventa spaventoso se associato alle cose che devi fare. E anche questo è il mio caso.
La mia priorità – a prescindere da Odisseo e dalla possibilità o meno che il Destino decida di darmi di vivere una storia d’amore con i controcavoli – è quella di andarmene via da qui, di fuggire da questa casa e da questo paese. Non so dove andrò o cosa farò, ma certo è che devo scappare. E per farlo devo riuscire:
a) a vincere i miei 100 blocchi mentali;
b) a concludere finalmente, le 100 cose da fare per poter scappare via.
Il 100 che torna, ancora e ancora.
Sono una fatalista, in un altro caso avrei detto di essere io causa della costruzione di questa ragnatela di simboli e connessioni che vedo ovunque e di tutte le begole mentali conseguenti, ma stavolta no: ho davvero 100 problemi da risolvere e 100 cose da fare da sola (tesi, sbloccare la mia incapacità di avvicinarmi all’Università, pagare la tassa, capire come destreggiarmi e risolvere certi guai che mi creo per complicarmi ulterioremente la vita, cercare un lavoro estivo nonostante i miei problemi col paese, riprendere la dieta, ricominciare a correre, ecc.. ecc…). Il “da sola” mi preoccupa tantissimo. Non riesco a respirare da sola, se ci fosse qualcuno qui vicino a me a prendermi per mano potrei farcela, ma da sola, non credo…

100 sono anche le cose che ho mangiato questa settimana e che non avrei dovuto mangiare, che mi fanno sentire gonfia come 100 mongolfiere e 100 sono le volte il cui negli ultimi giorni, ho sentito il rancido bisogno di abbuffarmi e vomitare.
Non l’ho fatto.
Stavo per farlo, ma non l’ho fatto. Ho mangiato malamente, ma non credo di essere ricaduta in qualche pericoloso meccanismo passato. Sono successe un sacco di cose questi giorni e ho perso la speranza di farcela, d’improvviso, e non ho retto.
Sono tornati, attesissimi, anche i 100 demoni che mi assillano da una vita e si sono portati via il sonno, lasciandomi un pugno di minuti di riposo a notte, dilaniato dagli incubi peggiori, i soliti che tornano in circolo.

Per questo celebro i 100 post: è un 100 che non spaventa questo, merita di essere salutato a dovere.
E ora immagino dovrei andare e iniziare a fare qualcuna di quelle 100 cose, completate le quali potrò andar via da qui.
Tipo respirare…

Il paradosso della (mia) normalità

Sono in ritardo sulla tabella di marcia, ma.
C’è un “ma“, anzi non è un “ma“, ci sono già troppi “ma” nella mia vita consueta, per una volta che non si tratta di “ma” in quanto particella avversativa e posso trasmutarla offrendole un senso controverso minore con cui fare i conti, sfruttare la cosa è d’obbligo.
Non c’è un “ma“, dunque, ma (!) una ragione per questo ritardo.

Ieri, ovvero S-a-b-a-t-o-S-e-r-a, sono uscita come da copione (cosa che in realtà avviene con una qualcerta, usuale frequenza di recente), sono rientrata tardi come da copione e mi sono svegliata tardi Domenica mattina. Come da copione. E quindi tardi il cappuccino, tardi il passaggio obbligato sul blog, postposte tutte le abituali mosse quotidiane, sfasate dalla semi-normalità che interpreto negli ultimi tempi. Con esiti abbastanza patetici, in realtà, ma basta il pensiero.
Uscire il sabato, frequentare personaggi e scene da sabato, tutto questo mi fa sembrare/sentire/mi rende normale. Mi correggo: “mi fa sembrare/sentire/mi rende normale agli occhi degli altri”. La realtà è ben altra, giacchè si innescano una serie di paradossi atavici sulla mia persona, che si sommano a quelli quotidianamente preesistenti. La pretesa di normalità (qui si parla del senso più spicciolo e formale del termine,ok?) cui so di non poter realmente ambire, che cerco di rosicchiare nonostate tutto e di cui, in tutta verità, NON ME NE FREGHI UN CAZZO, è un salvagente di cui ho bisogno a volte e seppur tollerandola in pochissime dosi, devo ricercarla e assumerla per poter andare avanti.
Il complesso punto è questo: io non sono “normale“, ovvero non lo sono per i canoni, le abitudini e le persone che vivono a stretto contatto con me in questo paese e in quelli limitrofi, non sono come loro e come loro si aspettano che io sia /che io debba comportarmi, non lo sono mai stata. Ho provato a vestirli un sacco di volte gli abiti della ragazza in riga con le cose del suo mondo, ma non mi appartengono, faccio fatica a entrarci, mi risultano troppo stretti, come la spiacevole sensazione di indossare dei vecchi jeans se hai messo su qualche chilo. Sono abiti carini, smerigliarti di colori pagliacceschi, troppo per me, mi rendono goffa e mi soffocano.

Ho rispettato il copione, sono uscita di sabato. Segue tra parentesi un sunto breve e sorvolabilissimo della serata di ieri.
(Sono uscita con le mie amiche della cittadina vicina, M&M, anche se non ero propio in vena, ieri. Rispettavo il copione alla  ricerca di normalità e di distrazione, certo, ma la vera ragione è quella tradizione, che vede me e una delle M, festeggiare insieme il compleanno oramai da 15 anni, dal momento che siamo nate nello stesso ospedale a 4 giorni di distanza l’una dall’altra. Con loro sto bene, sono mie amiche non è qui che sta il problema, voglio loro bene, passo delle ore piacevoli in loro compagnia, non sempre mi diverto, ma la mia idea di divertimento è conseguenza della mia persona, che non avendo gusti comuni alla più alta percentuale di coetaeni di queste parti, ne consegue per forza una riduzione forzata delle mie possibilità di divertimento.
Siamo andate a cena in un pub nuovo fuori città, molto carino, pieno di gente, si mangia bene e la birra è ottima, di matrice tedesca, cruda e non molto forte, meno male che  basta una coppa piccola e la testa comincia a girarmi.
Ci siamo aggiornate.
Abbiamo scherzato.
Abbiamo riso.
Ci siamo truccate scambiandoci gli ombretti perlescenti, come bimbette di 12 anni.
Ci siamo scambiate i regali, e mi hanno regalato un profumo con i controcazzi, il Guilty di Gucci che io adoro, ma costando 56 euro la boccetta da 50ml, non l’ho mai acquistato direttamente, solo un’altra volta mi era stato regalato e loro sapevano che l’avevo finito.
Io ho regalato a M un set dell’Acquolina composto da me con profumo alla fragola e panna, acqua corpo alla rosa e violetta, crema scrub corpo e mousse bagno Pink Sugar, neanche lontanamente vicino al prezzo del Gucci, ma è anche vero che loro erano in due. In più ho portato alla M numero due, degli orecchini ricamati fatti da mia madre, affinchè potesse avere anche lei un pensierino sennò aprivamo tutte regali tranne lei ed è una cosa triste. Credo.
Poi siamo andate nel solito pseudo pub ballereccio che piace loro così tanto (e a me manco per finta mi piace, l’ho detto loro che mi fa cagare), che c’è il tipo cui è interessata una delle M e che è un mezzo imbecille a cui non so mai che cavolo dire, ma meno scemo della percentuale delle precedenti fiamme di entrambe e qui la chiudo altrimenti dovrei aprire un capitolo immenso sui metodi infantili e stupidi di corteggiamento e di scelta e avvicinamento del maschio che M&M si intestardiscono a usare da anni e che io non condivido e non comprendo proprio.)

Col fatto che sono vincolata con gli orari visto che non ho un auto, sono dovuta andar via relativamente presto dal pub ballereccio e questa mossa, che potrebbe essere considerata scomoda (e giustamente) dai più, io la accolgo sempre con un certo sollievo.
E qui cominciamo con i paradossi.
Il primo paradosso: sono felice di uscire con M&M, ma a piccole dosi: a un certo punto mi annoio o comincio a sentirmi a disagio e non c’è niente di peggio del disagio fuori, nei pub ballerecci, il sabato sera.
Secondo angusto paradosso: sì, uscire mi rende serena, perchè esco di casa e respiro, ma nello stesso tempo devo fare uno sforzo e adattarmi a locali e cose da fare che questi luoghi mettono a disposizione e che non mi piacciono quasi mai e mi annoiano quasi sempre.
Terzo paradosso: ho bisogno comunqnue di queste sortite mondane, perchè mi fanno sentire “normale“, dove per “sentirsi normale” si intende: essere vista come una che non trova noioso e inutile frequentare certi locali DEL Sabato sera, e poter dire di essere uscita così non mi rompono le palle e a me mi rompono le palle da 20’anni.
Ora, questa cosa la maggior parte della gente non la capisce e dice cose come “ma fai quel che vuoi, se non vuoi non uscire e fregatene degli altri e di quel che pensano e dicono”. Si tratta di persone  che nella maggior parte dei casi, non sono abituate a vivere in un ristrettissimo paese senza niente da fare, e che hanno la possobilità di frequentare e fare ciò che meglio gli aggrada senza avere persone a loro stessa molto care, che la trattano come una menomata mentale se non esce la sera. Non è che non sia buon per loro, solo che queste persone, generalmente, non riescono a capire la mia situazione. Il paradosso sta nel fatto che in effetti, io faccio esattamente così, faccio quel che mi aggrada e “normale non mi ci sento neanche quando faccio di tutto per esserlo. Ma farlo mi aiuta, prima di tutto perchè esco comunque e se non hai alternative devi uscire in qualche modo, e poi perchè mi permette di non essere angustiata e di non vedere la gente che amo guardarmi con occhi perplessi e pietosi, come fossi una pazza da rinnegare che necessita di cure psichiche profonde.
Quarto paradosso: devo uscire ogni tanto per non sclerare, ma quando non sono a mio agio non parlo, la qual cosa potrebbe essere scambiata per timidezza e forse un po’ lo è, ma per lo più è dissacrata noia che spinge la mia testa a pensare ad altro ignorando tutti e tutto.

Chiaro?
Probilmente non è chiaro per niente, ma non so essere più chiara sull’argomento perchè non è molto chiaro neanche a me, nonostante siano anni che cerco di trovare un compromesso che mi renda gli alambicchi sociali forzati, meno traumatici.
Non sono semplice io.
In compenso sono marchiata. Mi hanno marchiato come una vacca, ieri sera al pub ballereccio e non è ancora andato via. Poco male, per oggi sono normale, lo dice anche il marchio, è garanzia di normalità il marchio da pub ballereccio.
Vi sfido a trovare  qualcosa che sia garante di normalità più del pub ballereccio del Sabato sera! E’ come andare in giro con un cartello piantato sul petto che attesta: “Accettabile, nella norma, si comporta come previsto. Vietato scassarle i maroni“.
E questo signori miei, è grasso che cola.

Della bolla che va in frantumi e di Dorothy Parker

Tutta presa dalla necessità di uscire dalla bolla o dalla scelta di restarci nella bolla e allargare questa alla vita sua tutta, la ragazza si è distratta dalle cose grette e reali del mondo. E così che queste hanno rivendicato violentemente la sua attenzione, prima con qualche timido barbaglio, che non ha funzionato perchè la ragazza è nella settimana del suo compleanno e ha ancora il fuoco dei baci di Odisseo sulle labbra e sul collo e altrove e tanto basta a distrarla dalle cose del suo solito, gretto mondo.
Allora queste hanno iniziato a infilarsi come serpi viscide in ogni anfratto scoperto della bolla, ma la ragazza resisteva ancora e ancora. E’ a questo punto che si sono organizzate e non c’è niente di più deleterio delle cose del vecchio mondo si accorpano per distruggerti, perchè sono tante e conoscendo ognuna un tuo punto debole, sanno dove colpire.
Un’eruzione di lapilli acuminati è stata e come può sopravvivere a questa, una tenera bolla? Non può, infatti è andata in mille pezzi e la ragazza è di nuovo scoperta e per di più con la pelle nuova di zecca della rinascita primaverile, che è ancora vergine, troppo sottile e troppo inesperta per affrontare il sole che cuoce.

Sono abituata ai parenti che mi attaccano, a tutti che mi rompono, a mia madre che non mi considera e mi vomita addosso un sacco di letame, davvero. Mi tange e spesso anche tanto, ma li gestisco, dopo trent’anni ormai, posso affrontarlo.
E’ che tutto è successo in due giorni, un bombardamento continuo e ho parato quanti più colpi possibili, ma poi ci si è messo anche Odisseo e no, Odisseo proprio no, e le redini mi sono scivolate via del tutto.
Era strano da giorni, Odisseo, silenzioso, taciturno, nervoso. Poco male se passi tempo insieme, ma se comunichi solo tramite parole, diventa un ostacolo non da poco il silenzio perenne.
So che è stanco, so che è stressato, so che ha la tesi complessa da scrivere, il trasloco, i mille lavori che fa, il giornale a cui pensare, lo stage da iniziare, gli ultimi esami da preparare, la campagna elettorale del fratello in cui viene suo malgrado risucchiato. Lo so,ok? Per questo sono stata accomodante e ho passato gli ultimi giorni a parlare io sola a spron battuto, a non fargi pesare il suo silenzio, a portarne il peso da sola. Ma pesa, per essere un mucchio di niente pesa dannatamente il suo silenzio!
Giovedì mi ha chiamata solo una volta e quando l’ho chiamato io alle 18.00 mi ha detto che non aveva molto da dirmi, che era molto stanco e “Ci sentiamo domani”. Questo è troppo anche per me. Gli ho detto che non deve sentirsi obbligato a chiamarmi e se non ha niente da dirmi o non gli va di parlarmi non è costretto a chiamarmi tutti i giorni, può farlo quando e se vuole.
Il punto è che io leggo questi suoi silenzi come una confusione incipiente anche da parte sua. Lo so che dobbiamo ancora riassestarci: non è più come prima di vederci e non è neanche come quando stavamo appiccicati tutto il giorno. Non so neanche io ancora com’è, stiamo cercando una nuova dimensione nella quale muoverci il più comodamente possibile e non sarà neanche quella definitiva. Ma a parte questo ho la pessima sensazione che lui sia stanco non solo per il suo attuale periodo sfiancante, ma anche della nostra situazione e se è già stanco dopo dieci giorni dal nostro incontro…
Io ne ho molte di sensazioni e impressioni, ne vengo bombardata continuamente, praticamente vivo di quelle, ma questa proprio non la voglio avere, non la so comprendere, non la posso accettare e NON VOGLIO IMPARARE A GESTIRLA.
Il pensiero che Odisseo possa non essere convinto, mi dissesta, completamente.
Non è quello che mi ha detto, le sue parole sono state esattamente: “Provavo qualcosa di molto forte per te già da prima di vederti e ora che ti ho vissuta sono certo di essere innamorato di te e voglio andare avanti pur restando i problemi, li voglio affrontare e sconfiggere. Perchè questo che c’è è la cosa più bella del mondo, perchè TU ne vali la pena”. Questo, questo mi ha detto! Era solo esito dello stravolgimento di sensi di quei cinque giorni? Ora che le cose iniziano a snebbiarsi, ora che è il momento di capire da qui al prossimo incontro, cosa veramente proviamo e vogliamo, le cose per lui sono cambiate?
L’ho provata sulla mia pelle la confusione anche se inizio a capirla e snebbiarla, ma non è detto che lui sia arrivato adesso al mio stesso punto. La mia impressione però, è che lui si stia legando a quel bel sentimento che c’era prima e c’è stato quei cinque giorni, ma che non sia convinto di quello che provi per me e di quanto voglia affrontare davvero la distanza, che se ne autoconvinca per non perdere me o quel sentimento, perchè è bello e fa star bene.
E ho paura di questo. Ho paura della statistica di esattezza delle mie impressioni. E se Odisseo si sta accontentando di questa situazione?
Ho bisogno di capirlo perciò gli ho chiesto di chiamarmi quando vuole, di prendersi qualche giorno se è stanco e non vuole parlare, così almeno posso capire se sente la mia mancanza.
Come può dirmi: “Non ho niente da dirti” e aspettarsi che non abbia l’effetto di una pugnalata su di me? Puoi essere stanco, può non succederti niente di che se studi tutto il giorno, ma a me viene comunque voglia di chiamarlo e salutarlo anche per due minuti senza dover dar vita alla conversazione del secolo! Ma a lui a quanto pare no. Mentre parlavo gli ho anche chiesto se lo stavo annoiando e lui ha risposto:  “Francamente sì“, scherzando per carità, ma non mi piace, non mi piace come mi fa sentire scomoda questo suo atteggiamento, non mi piace pensare di essere di troppo e di costringerlo a parlarmi.

E’ questo che ha frantumato la bolla: parentado malefico e paese ignobile passi, a mia madre ci sono abituata, ma anche Odisseo no, non poteva reggere contro Odisseo.
Nel giro di qualche ora mi sono sentita sola e triste e senza punti di riferimento come in passato, con quel buco nel petto che si riapre e urla straziato per la perdita e per le parole che ammazzano e per la sconfitta, non avevo voglia di parlare con nessuno, nè di leggere nè di scrivere. Mi sono chiusa in stanza al buio, ho messo su una serie di stupide commedie romantiche strappalacrime e mi sono sparata una busta enorme di patatine alla paprika. Non mi sono abbuffata, almeno. Temevo di cedere come d’abitudine dopo le sfuriate di mia madre, ma mi sono limitata alle patatine e alla notte insonne (tipica anche questa). Ma non sono più abituata al troppo sale, o almeno credo sia stato quello, e ieri sono stata malissimo tutto il giorno, non ho mangiato niente.

Alle 6.00 del mattino ero stanca dell’insonnia, dei demoni tornati a mordermi e delle commedie romantiche e sono uscita senza sapere dove andare, ma sicura di voler scappare dal paese. Ho preso un paio di libro, mi sono ficcata Capossela nelle orecchie e sono salita sul primo autobus che s’è fermato. Sono scesa al capolinea, un paesello che conoscevo solo di nome, non c’ero mai stata (mi sono informata sul pullman del ritorno, all’avventura sì, ma fino a un certo punto). Sono stata in giro tutto la mattinata, mi sono comprata una canotta militare con pizzo (sia il pizzo sia il militare fanno parte del mio stile) al mercato del paesello, mi sono presa un tè caldo ai frutti di bosco che lo stomaco urlava e mi sono messa a leggere su una panchina sotto un salice piangente bellissimo ed enorme, vicino a un (molto bel) ragazzo che vendeva animaletti.
C’erano pesci rossi di tutte le dimensioni, pulcini di vari colori, criceti, coniglietti e tartarughine. E c’era questa bambina odiosa, ma odiosa davvero per avere soli due anni (più o meno), odiosa almeno quanto la madre che rideva come una scimunita dei capricci della figlia. Povera bambina, è destinata a diventare scimunita come la madre, pensavo mentre questa bimbetta era lasciata libera di martoriare i poveri cuccioli con grande desolazione del (molto bel) ragazzo che non riusciva a limitarne del tutto la furia, giacchè la scimunita della madre, invece che controllare i capricci della figlia, le dava corda e cinguettava che la sua bambina è un angelo e non faceva niente di male agli animaletti. La signora è una capra decerebrata (e cotonata), ovviamente, così la bambina è stata libera di spiumare i pigolanti pulcini e lanciare  tartarughine per aria.
Al che sono andata ad aiutare il povero, sconsolato (molto bel) ragazzo a cercare la tartarugina lanciata nel prato e a rimetterla nella vaschetta, mentre la scimutita portava via la sua prole altrettanto scimunita. Sono poi rimasta lì col (molto bel) ragazzo che sacramentava contro gli imbecilli e che mi ha raccontato di altra gente scimunita e altre vicende assurde di cui è stato spettatore forzato, mentre ci assicuravamo che la tartarughina non morisse dopo essere stata usata come giavellotto. E io parlavo con (molto bel) ragazzo e la tartarughina mi guardava continuamente, con gli occhietti neri neri spalancati e il collo che si girava per seguirmi. Il (molto bel) ragazzo ha detto che era buon segno, che stava bene e io mi ci sono affezionata così tanto che l’ho comprata, anche perchè il (molto bel) ragazzo me l’ha venduta a 5 euro invece di 10 (per ringraziarmi di avergli tenuto compagnia), comprensivi di bacinella color salmone con palme finte e gamberetti per sfamarla.

E così che Dorothy Parker è entrata a far parte della mia vita. Purtroppo non sono così sicura che ci abbia trovato Odisseo nella mia vita, ci siamo sentiti ma è stato tutto abbastanza rapido e freddo.
Non lo non lo so non lo so e non lo voglio sapere al momento: stasera festeggio il compleanno (mio e di una delle due M) con le mie amiche M&M e non voglio rovinarmi la serata, quindi evito almeno di ragionarci su.
Aspetto che arrivi domani per capire se devo dirgli addio. Con tutto quello che ne consegue.

Se metà del paese ti odia e litighi con Odisseo, va’ in giro senza meta, perditi, parla con una tartarughina e poi portatela a casa.

Blog, questa è Dorothy Parker.
Dorothy Parker questo è il blog.

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Mondezzolo e Cincillacchero

Il mio paese sembra uscito da uno dei racconti di Edgar A. Poe.
Eppure a prima vista non si direbbe, come nelle migliori tradizioni dell’orrore, sembra un paesello pennellato alla Stephen King: caruccetto, alle pendici delle colline più morbide e più gialle in questo periodo per via delle ginestre, con i pieidi nel mare più blu del fuoco, le gambe sulle dorate spiagge e il culo che profuma di fiori d’arancio, di limoni e di mandarini. Ah quasi dimenticavo l’attributo “ridente”, chissà perchè i paeselli sono sempre ridenti. Forse perchè così il distacco dalla beltà all’orrore è più drammatico e quando realizzi che da ridere proprio non c’è niente, l’urlo ti esce fuori bello bello disincarnato.
E’ una questione di dettagli, i dettagli sono fondamentali quando si racconta una storia, l’ho sempre sostenuto.

Dunque ‘sto cazzo di paese.
Niente al mondo è in grado di dilaniarmi l’anima e il fegato come il paese in cui ho vissuta fin dalla nascita (salvo parentesi universitaria) e in cui mio malgrado, vivo tutt’ora. Forse forse ci si avvicina il paese dei miei genitori e dove prega mangia ama (e spettegola) tutto il parentado paterno, paese che chiameremo “Mondezzolo“, mentre il mio lo chiamiamo “Cincillacchero“, penso proprio che ci ricapiterà di incontrarli lunga la via.
Ma non voglio soffermarmici troppo, ora. Basti sapere che non riesco neanche a uscire fuori e stare serena a farmi un giro nel paesucolo, tanto ne ho fin sopra i capelli, ormai, primo perchè tutti mi conoscono e mi fissano continuamente e malamente (che gli avrò mai fatto per meritare quelle occhiate? Sarà come mi vesto…), e poi perchè puntualmente  arriva sempre una qualche anima che mi ferma per salutarmi e parlarmi. Ora, raramente capita che becchi un’anima che mi piace e che saluto volentieri, ma considerato che sono tipo tre nel mio paese, capita sovente che l’anima che frigge dalla necessità di comunicare con me, appartenga a una di queste tre tipologie di anime:

  1. Anima pia“, quella con intenti santi e salvifici che vuole rincondurmi sulla retta e smarrita via;
  2. Anima saggia“, che sente il bisogno di capire perchè non esca troppo spesso da queste parti e non frequenti i seppur pochi luoghi accettati del paesucolo ovvero il bar della stazione, l’oratorio, il pub che funziona solo d’estate, l’annesso alla Chiesa, il gruppo “canti della Chiesa”, la Chiesa;
  3. Anima beghina“, altrimenti detta “Anima ciarliera” o più precisamente “Anima pettegola“, ovvero gente che non sa farsi i cazzi suoi, fondamentalmente perchè non ha cazzi e la carenza di cazzi spinge a interessarsi ai cazzi altrui.

Per farla molto breve, tutto questo, i molti eventi della mia adolescenza e giovinezza, più la noia ancestrale dovuta al fatto che non c’è una mazza da fare che mi interessi o qualcuno da frequentare che mi interessi, mi hanno portata a vivere malissimo da queste parti al punto da sviluppare anche difficoltà nel trovare un lavoretto, visto che è già successo che abbia vissuto malissimo la cosa.
Quindi, se prendo in considerazione una qualche tipo di sforzo, di impegno, non posso non fare i conti col paesucolo di cui mi ero scordata in realtà, o meglio ero stata talmente presa d’altro da non considerarlo come relisticamente portante nell’equazione che dovrebbe aiutarmi a rinascere e a scappare da qui, con grande sollievo mio e del paesucolo stesso, immagino, che proprio no, non ci prendiamo. Se il perchè è che sono io quella sbagliata, che sono loro intolleranti a qualcuno di leggermente diverso, che sono stata sostituita nella culla e appartengo a ben altri reami, non lo so ancora dire.

Poi ieri la variabile “paesucolo” è tornata perentoriamente a farsi largo, associata alla sua compagna, la variabile “parentado malefico” e con la solita grazia – più che illuminarmi, mi hanno proprio abbacinato la retina-,  hanno riaffermato i loro diritti sulla mia vita.
Non avevo voglia di starmene chiusa in casa e questo ha dato modo a una processione di flagellatori, di farsi avanti e recuperare in tempo perso e come se non fosse sufficiente, tornata a casa ho trovato un nutrito gruppo di parenti scesi da Mondezzolo solo per farmi gli auguri di buon compleanno.
Che cari.
No, davvero, all’inizio ero intenerita: venire qui, solo per me, non me lo merito. E infatti non me lo meritavo tant’è che hanno iniziato con la solita solfa sull’università, sul fatto che non mi laureo e che non lavoro, sul fatto che gli jeans di mio fratello erano sulla sedia (in qualche modo il fatto che jeans di mio fratello fossero sulla sedia mi rende una cacchina sporca, non ho capito bene perchè, ma qui siamo oltre la comprensione), e dulcis in fundo, sul fatto che non ho amici e che non esca.
Ora, quel che è necessario capire è che loro non sanno un’emerita cippa di me. Si sono costruiti nel corso degli anni, una me bislacca e sbilenca, affassonata alla bene e meglio con ritagli di informazioni passati di bocca in bocca e storpiati fin da quando avevo 10 anni (ovvero da quando è morto mio padre, ma la connessione tra le due cose potrebbe essere solo dovuta a coincidenze e tempistiche malefiche, non legate tra loro), sapete, come i giochi di lingue delle scuole in cui si dice una frase in inglese e si passa di bambino in bambino, finchè non si arriva alla fine della catena e della frase iniziale non ne è rimasta nè una sillaba, nè un briciolo di senso riconosciuto da essere umano di qualsiasi nazionalità e madrelingua.
Io, stessa cosa.
Il risultato è una me dai tratti dislocati come quelli di un fantoccio di fango che sta sciogliendosi (come quello biblico, della cultura ebraica, non ricordo il nome…) e che col tempo ha finito per cristallizzarsi nell’idea che Mondezzolo e Cincillacchero si sono voluti fare di me.
Solo alcune informazioni sono vere, come quella che mi vuole un’eretica blasfema e peccatrice incallita, altre sono completamente inventate, altre ancora sono mezze verità come il fatto che non esca molto da queste parti. Il punto è che loro, verità o meno che siano, non le sanno, non le consocono, le hanno costruite su mozziconi di insulti e di pettelezzi sul mio conto. Quindi se passate dalle parti di Mondezzolo o Cincillacchero e sentite parlare di un grumo informe e nefando di vizi e inadempienze, sappiate che sono io.

E’ una cosa da cui non riesco a slegarmi del tutto. Alla fine mi sento in colpa io per essere così, anche se non sono così, o forse lo sono, non lo so. Visto? Sono già in confusione! Non è una cosa razionale, sono disagi che hanno formato e tormentato la me ragazzina e che si riaccendono puntualmente ogni volta che subentrano queste situazioni, questi paesucoli, questa fetta di parentado.
Il problema è che vanno a ostacolare tutti i miei disperati tentativi di forza e rinascita e coraggio e vita. Perchè come si fa a rinascere se non si ha ben chiaro cosa e quanto di se stessi debba sopravvivere e cosa di debbe invece crepare per sempre?

Rompendo la bolla

In queste due prime settimane di Aprile, mi sono quasi scordata di essere me. Non sono sicura di poter dire che sia una cosa bella o che sia una cosa non auspicabile. In realtà credo un po’ entrambe le cose, ma è un ragionamento che vale solo nel mio caso, è una di quelle cose che va applicata alla persona in particolare dalla persona particolare stessa, per poter trarne un cavolo di responso particolare.

Io non sono stata mai felice di essere me. Insomma che cavolo c’è da essere felice?
Quello che sono non è mai stato bene alla stragrande maggiornaza della gente da me conosciuta, al punto che fin da piccola hanno cercato di soffocarmi ben bene con la creta e riplasmarmi. E in alcuni momenti della mia vita ci si sono messi anche d’impegno.
Io, ostica, ho perseguito la mia strada e questa sarebbe una virtù se non fosse che la mia strada non mi ha ancora portata da nessuna parte. E dico “ancora” nella speranza di vederlo il miraggio finale e raggiungerlo, un giorno, ma non escludo che non esista.
Non sto qui a rivangare il come e il perchè di tutto questo, sia perchè e non ne ho voglia, sia perchè è inutile. Ma è giusto sapere che tant’è.

Ecco quindi che queste settimane di sconvolgimenti sentimentali, vitali, ormonali, sono stati un ciclone e se devo essere sincera, qualche volta mi è capitato di guardarmi dall’esterno in questi giorni, come fossi staccata da me e apprezzassi un pochino, pochino di più quello che vedevo.
E’ come se avessi vissuto in una bolla: Odisseo, i baci (non c’è niente che mi manchi più dei suoi baci), dormire con le mani strette, i castelli, i musei, i pub, le risate, il mangiare senza sensi di colpa, le carezze, i fiaschi a letto (che comunque sono qualcosa, un inizio,un provarci, un vivere), le promesse, l’inizio di qualcosa di (forse) grande, il compleanno, i dolci da sperimentare, i tanti messaggi e chiamate di auguri che non mi aspettavo, i regali che non mi aspettavo, la quotidianeità senza il perenne timore di essere ignorata o insultata, e la confusione, soprattutto la confusione, quella che è seguita ai 5 giorni con Odisseo.
Perchè “confusione” significa che hai cuore, mente e petto satolli al punto che devi mettertici d’impegno per capire quale scintilla, quale emozione, vale più dell’altra e per leggere la trama elettrica che lega tutto e che non si può interpretare immediatamente perchè tutto questo, quel genere di emozione, generata esattamente da quella situazione precisa, ti è completamente sconosciuta.
E allora come fai a capire subito che significa?
Ora comincio a capire, ora comincia a snebbiarsi, ora che quelle emozioni si ripetono, rinascono puntualmente in situazioni precise, anche se ancora non riesco a cavalcarle e dominarle come si deve, hanno troppa verve o io troppa poca. O io ne ho troppa perchè comunque sono IO che le ho generate quelle emozioni, anche se non le capisco ancora del tutto, anche se non le domo ancora del tutto, anche se hanno vita propria.
E così, ora che la confusione pian piano si dirada, sono felice che ci sia stata, ne colgo tutte le sue ragioni e i suoi effetti benefici e la genesi sana da cui è scaturita.
Ma per ora non mi spingo oltre, non mi apro ancora a valutazioni definitive. Mi prendo altro tempo per svelare altre connessioni, per  sentire quella puntura elettrica ogni volta che le rivaluto.

Ma significa anche che la bolla in cui ho vissuto in queste due settimane si è rotta, ormai o che comunque sta per rompersi. Che devo tornare a fare i conti con la mia vita e la me di sempre, non quella in potenza che ho rimirato bellamente in questi giorni.
Significa ricominciare a impegnarsi per combattere i propri demoni, significa togliersi il velo colorato dagli occhi e tornare a guardare senza filtri dove sono, dove vivo e chi sono. E cercare di fare in modo di sfondare i miei blocchi, uscire fuori da tutto quello che mi ha soffocata in questi anni e in quelli precedenti, e riprendermi quella vita in potenza, quella me in potenza che ora ho visto e che so che esiste/può esistere.
Dunque, quello che farò oggi:

  •  rompere la bolla;
  • frugare nella nebbia e snebbiare un altro po’ di confusione;
  • riprendere la mia vita in mano e dirigerla dove so che voglio che vada;
  • richiamare qualche demone sopito dai baci (di Odisseo) e i dolci (miei) di questi giorni;
  • non pensare che possa ricominciare a mancarmi aria e respiro e che possano succedere ancora quelle cose che succedono in quei momenti;
  • capire come uscire dall’università, da sola, che è inquitantemente urgente come obiettivo;
  • fare un piccolo, misero passo verso la me in potenza.

Auguri+Dolci+Regali*Odisseo=A new thirty me

Io non sono abituata a essere viziata. Sono quasi totalmente bistrattata da tutto e tutti, per lo più vivo segregata in casa da quando sono tornata dall’università e anche se esco a fare un giro nel mio paese, sono quasi sempre sola. Potete dunque darmi torto se il giorno del mio compleanno sono felice e contenta di essere considerata un tantino di più?
Dovrebbe essere la norma immagino, sentirsi importanti, fondamentali per qualcuno, anche la propria madre o la famiglia, eh… non parlo per forza di un moroso o di un amicizia da HarryRonHermione, no, parlo di qualcuno, chiunque, a cui tu vuoi molto bene e che consideri fondamentale per il mondo e per la tua vita e che ricambi in egual modo.
Insomma non ci sono abituata, se mai mi è capitato di legarmi molto a qualcuno e di pensare che fosse ricambiato, sono stata costretta, quasi sempre a dovermi ricredere e quasi sempre a dovermi ricredere violentemente.

Per questo, anche se di certo il mio non è stato (e non sarà mai) un compleanno da  star, con millemila amici e millemila feste – non sarebbe, comunque, da me, non credo nei millemila amici e sicuramente non credo nelle feste da millemila amici -, per questo dicevo,  a me è piaciuto il giorno del mio compleanno. Anche se devo annoverare l’ennesimo disastro/tragedia del 15 Aprile visto il bombardamento alla maratona di Boston, di cui sto leggendo la notizia or ora su Repubblica e Times. Vabbè insomma, bombardare una maratona, stanno diventando patetici anche gli attentati in America. E qui chiudo.

Decisamente sono molti, dicevo ieri, i passi avanti che ho fatto rispetto il 15 Aprile 2012, che in realtà non è stato un brutto giorno, ma perchè ho fatto di tutto per scappare via, non pensare a niente e allora cosa ho fatto? Mi sono rinchiusa in un Bed & Breakfast molto bello e caratteristico per carità, sui monti calabresi, con un uomo, o quello che poi si dimostrerà un tipo-uomo (per non dire mezzo-uomo che offendo gli hobbit), mentre fuori imperversavala tempesta perfetta da due giorni. C’è mancato poco che non mi svendessi come la più macilenta delle vacche a un concorso texano per vacche. Ma questa è un’altra storia.

Quest’anno ho forse maggiore consapevolezza, un tocco seppur minimo di grinta in più e la speranza – Cristo quant’è importante la speranza – che ci sia vita anche per me. Il tutto sempre molto precario e il tutto ancora solo al principio, ma c’è e per molti anni non c’è stato. C’è stato altro in questi anni, terribile e anche qualcosa di bello, ma no, la serenità proprio no, neanche un briciolo, neanche un principio.
Devo ringraziare Odisseo per questo? Sì, devo ringraziare Odisseo e me stessa, ma prima di tutto Odisseo. Quanto sia stato tanto e importante per me. come mi ha tirata fuori dalla melma in cui affondavo, come mi ha fatta sentire in questi mesi dopo il disastro dei precedenti, è stata davvero una rinascita.
Ora non sto qui a dilungarmi più di tanto, ma se sono arrivata ai 30 anni senza i bisogni  impellenti di autolesionismo dell’anno scorso (e credetimi, mi sono davvero violentata, corpo e anima, l’anno scorso, di questi tempi, ero sull’orlo di un vulcano), per me è grasso che cola e cola dalla braccia di Odisseo, che non sembra bellissimo detto così, ma è comunque così.

E ieri mi ha trattata davvero come una principessa, lo aveva fatto anche a Napoli, ma ieri ogni parola era una carezza. Anche a distanza, anche senza vederci, l’avevo già sperimentato in passato, ma mai in modo così definitivo e certo, stare con lui è un perenne senso di gioia-conforto-eccitazione-serenità. Non so spiegarlo, è una cosa diversa da quella che si struttura nel vivere quotidiano, una forma di intimità profonda e fatta della te (e del lui) spogliati dalle maschere e dalle necessità sociali, è puro spirito che s’intreccia all’altro, no, se non l’hai mai provato non te lo posso spiegare.
A parte che mi ha chiamata ogni minuto libero che aveva, ieri, mi ha coccoalata anche “materialmente” col regalo che mi sono portata incartato da Napoli e che aprire è stato uno scoppio pirotecnico continuo nel petto.
Inserisco le foto, ma solo una parte di questi regali saranno comprensibili, gli altri sono estremamente simbolici e ne spiegherò il significato solo in parte. Il senso di questo blog è quello di non avere segreti e raccontarmi senza censure, ma questa cosa riguarda anche lui e devo rispettarlo. Per il resto mi par giusto fare una cronaca fotografica del mio 15 Aprile piuttosto che star qui a sciorinare altre lagnosità romantiche sulla tenerezza e gratitudine che mi traboccano il cuore per cose così naturali.
Prima di andare avanti preciso che la pessima risoluzione della fotocamera del mio cellulare combinata all’illuminazione altrettanto pessima, rende le foto e protagonisti delle foto molto più scuri di quanto non siano e spiacevolmente aranciati. Davvero non so come eliminare quest’effetto.

Ho dimenticato di fare la foto al pacchetto del regalo di Odisseo, che era bellissimo, ma mi batteva il cuore e lo avevo appena sentito quindi mi sono completamente distratta. Comunque questo è linvolucro che è di quella stoffa semitrasparente e morbida usata per i regali (non so che tessuto è), è color magenta e il nastro è di raso rosa col fiocco a strisce di velo e brillantini rosa antico, ma qui sembra tutto viola eccheppalle. Comunque vi assicuro che è rosa. In più c’era un fiore essiccato e profuato, rosa e con brlinnatini argento ma si è sbriciolato quanto l’ho aperto e non l’ho fotografato che erano pezzi irriconoscibili. Insomma un pacchetto meraviglioso che non so come abbia fatto a fare visto che ha aggiunto anche una scatoletta composta da lui oltre al regalo principale. Ecco involcucro, fiocco e scatoletta (e sullo sfondo la mia sciarpa tartan rosa e grigia e il copriletto patchwork di lana del letto di mia sorella, per gli amanti dei dettagli!):Immagine
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Il regalo principale consiste in sdu ue libri. Precisazione: io adoro ricevere libri in regalo soprattutto da chi è un lettore intelligente e conosce i miei gusti. In realtà questi erano i libri che io avrei dovuto iniziare a leggere il mese scorso se non mi si fosse rotto (nextly!) l’e-book reader e mi disperavo grandemente per non poterlo fare. Allora, piuttosto che farmi aspettare ancora prima di leggerli e, azzardo io, piuttosto che doversi sorbire ancora le mie lagne su quanto sia tapina e persa senza il mio reader, me li ha regalati lui (mi aveva già regalato un altro libro per Natale, ma quello lo aveva preso dalla sua libreria e aveva una storia e un percorso particolare e significativo, siamo molto simbolisti, entrambi, e quindi vale oro quel libro anche perchè è piuttosto affezionato alla sua libreria per una questione di affetto filiale e promessa fatta al papà quando era in vita. No, mi correggi, non ale oro quel libro, vale miniere di diamanti, proprio!).
Questi i libri ricevuto ieri.
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Nel pacchetto composto da lui c’erano prima di tutto degli orecchini (ve l’ho detto che mi ha viziata!) che aveva fatto comporre un mesetto fa con i ciondoli della Pandora avete presente? Quelli per fare i braccialetti personalizzati, ma li ha fatti comporre in orecchini con la catenina nera che sa che ho la fissa degli orecchini: sono due cuori con brillantini rosa, trafitti da freccia, ed erano in un sacchetto di velo color panna:
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Il resto dei regali sono simboli, ve l’ho detto che siamo simbolisti! Sono:
1) La mia confezione di tic tac alla ciliegia e frutto della passione che abbiamo diviso alle pendici di un castello, quella domenica di tenerezza e tristezza in cui credevamo che fosse tutto finito e non sapevamo che stava riaccendendosi qualcos’altro, e lui ha mangiato solo le tic tac gialle al passion fruit che a me non piacevano lasciandomi quelle rosse alla ciliegia. Ho dimenticato l’astuccio vuoto sulla panchina mentre davo da mangiare il caramello alla formichina e gliel’ho detto e lui mi ha confessato, ieri, che è andato a recuperarlo correndo come un matto mentre io ero in un negozio di vestiti, quello della mia marca preferita che a Napoli è immenso e qui me lo scordo così grande anche perchè ce n’è uno solo in tutta la Calabria. Ok, questo non c’entra niente, ma libromaniaca o no, sono pur sempre una donna e ho il Calipso-style da portare avanti orgogliosamente;
2) Un bicchiere con coperchio di quelli usa e getta per caffè americano che io adoro e che lui ha richiesto pulito nella caffetteria perchè volevo portarmi quello usato a casa;
3) Un cordino con gancetto da usare per collana con qualche ciondolo, doppio e rosa, che ovviamente non serve come collana è uno di quegli oggetti simbolici che rimanda a un evento e a una cosa di cui abbiamo parlato e francamente non so come abbia fatto a trovarlo così dal nulla;
4) Una candela sbrilluccicosa al profumo di lampone, anch’essa un riferimento a qualcosa e in più io adoro i lamponi che sono una specie di simbolo (un altro!) per me;
5) Una calamita con riproduzione in ceramica del castello in cui mi ha portata, dove abbiamo sforato nelle zone proibite, ci siamo baciati sulla torre più alta e mi ha raccontato la storia della principessa segregata, rapita dal pirata con gli occhi verdi.
(Sempre per gli amanti dei dettagli, sullo sfondo è possibile qui notare il caos della mia scrivania in cui è possibile intravedere l’astuccio di Sailor Moon che mi trascino dalle scuole medie; un portacandela con dentro rimasugli di candele profumate al lime e vaniglia e zucchero e cannella, mi pare; un’altra candela su un piattino al miele, reduce dal Natale infatti è a forma d’albero (sì, le candele sono un’altra fissa ho la stanza piena di portacandele vari); burrocacao al cioccolato; parte del pc; penne e matite varie; il mio povero, secondo reader rosa e distrutto, li ho chiamati Antonio e Cleopatra i miei reader, perchè erano uno azzurro e uno rosa: il primo è stato schiacciato e ucciso a tradimento, l’altro s’è suicidato proprio):
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Per il resto sono passati a farmi gli auguri ieri, un paio di cugini e un’amica di mia madre con figlio, che è il migliore amico di mio fratello e ragazza del figlio. Siamo piuttosto legati e abitiamo vicini quindi ci vediamo sempre, li conosco e mi consocono da quando sono nata. Ci siamo messi a parlare per ore e si è fatta sera tardi e hanno gradito molto i miei dolci, (anche i parenti li hanno graditi e fatto il bis!) il che mi rende felicissima perchè i cupcakes al caramello me li sono completamente inventati e la red velvet cake è parecchio difficile e la crema è anche di mia invenzione (mi sa che metto da parte i soldi e faccio un corso di pasticceria, non scherzo che come cuoco e pasticcere si trova lavoro ovunque).
Non ne è rimasta neanche un pezzo di torta (e giusto tre cupcakes che sono volati via stamattina a colazione), anche perchè ne ho data un po’ da portar via a tutti e sono riuscita a fare due foto al volo tra una chiacchiera e l’altra ieri sera. Non sono riuscita a fare i fiori per decorarla, ho messo solo panna alla bene e meglio, ho bisogno di tempo per fare quelli e ieri non ne avevo.
Solito problema: essendo red velvet, la torta dentro è rossa anche se qui sembra brown velvet. E’ una ricetta molto particolare, americana che io vado per i dolci americani e molto difficile da fare e ha davvero una consistenza vellutata e compatta se esce bene. La crema è alla vaniglia e mascarpone e pochissimo zucchero, l’ho inventata io che quella ufficiale voleva una crema al burro e non mi piace usare tutto quel burro che usano gli americani nei dolci, che intasa le arterie, quindi mi invento le varianti. E gli unici cupcakes al ducle de leche superstiti con la crema e la decorazione ormai smoscia che ce li siamo scordati fuori frigo e sotto la luce per ore e ore, ma erano buoni uguali e sono riuscita a ottenere il cuore di caramello sciolto al centro dell’impasto come nelle intenzioni. Vi dico che sono un genio con i dolci! Una cosa che non so fare per niente, invece, sono le foto come potete notare:Immagine

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Oltre a 50 euro dei parenti, mi hanno poi regalato:
1) crema corpo dell’Erbolario all’Iris da parte dell’amica di mia madre, che mi consoce, sa che adoro l’Iris tant’è che uso sempre l’acqua per il corpo e il profumo della stessa marca all’Iris, anche perchè sono naturali e non chimici che fanno un male boia quelli chimici e poi sono buonissimi e sono belle anche le confezioni regalo dell’erbolario, con libretto di consigli naturali di bellezza e calendario con descrizioni e disegni di fiori ed erbe che io adoro;
2) i ragazzi mi hanno regalato l’acqua di profumo, ma hanno sbagliato invece di prenderla all’Iris come la madre, l’hanno preso ai fiori di Tiare, ma a me piace molto lo stesso tant’è che ce l’avevo già (foto sfocata, so sorry,);
3) gli anfibi primaverili con le borchie da parte di mia madre, che io amo e ne consumo a iosa, li uso sempre soprattutto sotto le gonne in primavera;
4) un braccialetto inatteso assolutamente da parte di mia sorella con carinelle acciaio e fucsia;
5) una crema corpo dell’acquolina al Gianduia che sembra cioccolata fusa davvero da parte di una mia cugina;
6) degli orecchini fatti alluncinetto da un’altra amcia di mia madre, che mia madre s’è fregata per farli vedere a una tipa in un incontro “uncinettesco” che faranno oggi e quindi non ho potuto fotografarli, ma se le mie amiche mi regalano qualcosa sabato, li fotografo poi e li metto, tanto per onore alla completezza.
(Dettagli:la mia felpona con teschio e stelle di metallo dorato sotto la crema; una trousse a forma di margherita, la mia tazza da cappuccino delle gocciole con la lavagnetta sopra su cui scrivere, un frammento delle offerte del McDonald’s cui spero di resistere nella foto sfocata dell’acqua profumo; un pezzo del mio letto e del mio comodino nella foto anfibi; il caos di libri, cd e dvd ai piedi della scrivania cui devo trovare posto nuovo che sono stati spodestati mio malgrado da quello che avevano):
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Mmh… non credo di essere stata molto chiara, il caos di questo post ben riflette quello che regna nella mia camera, il che conferisce un qual certo realismo alla pretesa della webcam accesa. Inoltre, credo di avere in circolo un quantativo di zuccheri cui non sono abituata che mi impedisce di star seduta troppo a lungo, quindi esco che devo comprare  un regalino alla mi amica M, che compie gli anni dopodomani, che c’è il sole, che sono una trent’enne fresca ecc…

Thirty years ago…

… nascevo io e secondo il doodle di Google di oggi, nasceva anche Eulero, che tra tutte le persone importanti nate oggi e che religiosamente tratto da miei fratelli da quando avevo tipo 8 anni, lui proprio mi mancava, ma insomma dopo aver scoperto di avere i natali lo stesso giorno di Leonardo Da Vinci, difficilmente si può fare di meglio.

Trent’anni.
Che poi in effetti, non ero ancora nata trent’anni fa, dal momento che sono nata alle 11.45, ecco perchè non posso ancora aprire il regalo di Odisseo che mi occhieggia nell’involucro magenta col nastro di seta rosa antico e il fiore d’argento (sceglie sempre carte rosa per i miei regali, perchè è il mio colore preferito, anche per Natale è andato alla disperata ricerca di una carta natalizia rosa, e l’ha trovata, bellissima per giunta!), sulla sedia dietro le mie spalle, così non lo vedo mentre scrivo e non sono tentata. Me l’ha fatto promettere: “Aprilo nel momento esatto in cui trent’anni fa, venivi alla luce”, e io l’ho promesso e ora sono fregata.

Trent’anni.
Dovevo nascere Toro, ma sono nata con più di due settimane d’anticipo, Ariete fino al midollo, sono stata in incubatrice per un sacco di tempo e mia madre e mio padre se ne andarono e mi lasciarono lì. Da bambina fantasticavo su tutto, ma proprio tutto, anche una scanalatura del muro poteva aprirmi a mondi altri, e notando la mia alienazione crescente, il mio essere diversa da chiunque e comunque della famiglia e del paese con maggiore insistenza ogni anno che passava, avevo creato una storia abbastanza credibile in realtà, di una me-Anastacia, ovvero principessina di un’altra epoca, scambiata alla nascita all’insaputa di tutti, e francamente anche ora non mi ha abbandonata questa bislacca teoria. Se solo sapeste quanto io sia davvero, davvero lontana da tutta la mia nutrita famiglia, da tutto e tutti qui, lo pensereste anche voi.

Trent’anni.
Tutte quelle cagate su se e quanto si senta il peso e la responsabilità di quest’età, me le risparmio a domani o all’anno prossimo che mi sembra anche più sensato.
L’elenco degli iati – enormi – che dividono la me di oggi e la me del 15 Aprile 2012, lo rimando anche. Ho mille cose da fare prima di uscire e pomeriggio passano un paio di persone quindi devo finire di decorare cupcakes e torta red velvet.
Ora leggo i blog che mi piacciono sorbendo lo speciale cappuccino di compleanno, al dulche de leche e cannella (cioè, se me lo vendo divento ricca tant’è buono!); ri-leggo gli sms di auguri di mie tre amiche che, cazzo, ti si scalda il cuore quando vedi che qualcuno a cui vuoi bene TI PENSA, aspetta la mezzanotte per scriverti o ti fa gli auguri all’alba, prima di andare a lavoro; mi sparo un cupcakes al dulche de leche; mi godo il profumo dei miei capelli ai fiori di ciliegio; mi spalmo la crema corpo ai fiori di ciliegio prima di uscire; faccio fiori di ciliegio di pasta di zucchero per la mia torta; finisco di decorare casa con fiori di ciliegio per oggi pomeriggio, e plasmo un mondo di fiori di ciliegio, solo per oggi.

E sempre solo per oggi, magari, qualche minuto per questa me bistrattata me lo prendo, e anche un altro paio in più per cercare di essere felice, dopotutto e nonostante tutto, per esserci cascata in qualche modo in questo mondo, principessina o no, scambiata alla nascita o no, Ariete che sono o Toro che dovevo essere, ma sicuramente per sbaglio, da (quasi) trent’anni.

Il mio ultimo giorno da ventenne

Oggi è l’ultimo giorno dei miei ventinove anni, da domani sarò ufficialmente una trentenne.
Mi rendo che in realtà è una condizione che ti si pianta addosso già finiti i 27: dai 27 (ai 33 anni direi, altro step) hai teoricamente 30’anni. Ma compierli è un’altra cosa.
Compiere trent’anni è entrare definitivamente nella giovinezza-adulta, abbandonare la possibilità di “so’ ragazzi, cercano ancora la strada e sbagliano”. E’ una linea di demarcazione, credo, se nel decennio dei 20 sbagliare è consentito, quasi un obbligo e rimediabile perchè “c’è tempo”, compiuti i 30 tutto diventa più incalzante e perentorio, lo sbaglio è guardato con deprecazione, come se ti spalmassero una crema al peperoncino sul culo e tu debba per forza saltabellare come un grillo monco da una parte all’altra, nell’urgenza di fare e concludere qualcosa senza errori non consentiti. Soprattutto se sei donna che le donne hanno quel pallino dell’orologio biologico a ticchettare incessantemente e ossessionarle, ma anche quello si attiva a 27 anni, quindi anche in questo caso non cambia poi molto.
Perchè in realtà non cambia un cazzo eh, ma quel “3” davanti la parola “anni”, comunque un certo effetto lo fa.

Io non sono una di quelle ossessionate dall’età. Prima di tutto perchè ho già tante di quelle fisime, magagne e ossessioni che non sento il bisogno di frantumarmi le meningi con un’ennesima.
Secondo, perchè la trovo una cosa dannatamente stupida: perchè perder tempo a dire banalità dovute sull’età che passa, quando tanto passa per tutti e allo stesso modo, non è un tuo pregio o difetto: se non crepa prima chiunque abbia 10 anni oggi, ne avrà trenta un giorno. Si può dire che magari ha realizzato chissà che nel frattempo, ma anche qui è decisamente secondario, perchè magari poi si ferma, perchè magari ha avuto un bel po’ di spinte e agevolazioni che tu non hai, e comunque è soggetto al tuo stesso destino.
E inoltre perchè una persona dovrebbe perder tempo a lagnarsi di aver compiuto trent’anni e di non averne più venti, per poi doversi dannare a quarant’anni per non averne più trenta? Non è più conveniente godersi i trent’anni e se proprio si deve pensare, si pensi di non averne ancora cinquanta, invece che pentirsi poi di aver rinnegato i trenta e dover rimpiangerli?
Davvero sono cose che non capisco e che vedo di continuo quest’anno perchè molte sono le persone che mi stanno intorno che hanno compiuto 30’anni o 31 o 29 (che è la stessa cosa, in pratica) in questi mesi o li compieranno nel corso di quest’anno.
E’ proprio una delle questioni che abbiamo trattato ieri sera/notte con le mie amiche M&M, che sono mie coetanee (eravamo compagne di classe alle superiori) e una delle due M compie gli anni 4 giorni dopo di me, siamo quindi solite festeggiarlo insieme da ormai 15 anni (lo abbiamo fatto per metà della nostra vita, fa impressione pensarlo) e così faremo anche sabato prossimo. Non fosse che lei, come da manuale da queste parti, è ossessionata dall’aver raggiunto quest’età e non avere ancora, non tanto una famiglia allargata che in queste condizioni non è facile avere alla nostra età, ma almeno un compagno fisso con cui costruire qualcosa. Ne è così ossessionata che quest’anno ci ha proibito di farle gli auguri e festeggiarla, quindi sabato prossimo festeggeremo solo me (dove per festeggiare si intende mangiare in un locale particolare, spararci un dolce nella pasticceria/gelateria più buona della città, bere un po’ di più e andare in giro a ridere come sguaiate, niente di che eh, ma è una tradizione).
E’ un atteggiamento che davvero, davvero non capisco. Non ci trovo proprio senso.

A me piace da matti il giorno del mio compleanno! Lo sparaflescio ai quattro venti che è il mio compleanno (come si è notato su questo blog, ndr), tranne che su facebook, lì l’ho tolto che quegli auguri robotici e omologati proprio non riesco a tollerarli, mi trasmettono una gran tristezza sullo stato del mondo, non so bene perchè, ma comunque ho tolto la data del mio compleanno, meglio non ricevere auguri che riceverli in quel modo.
Dicevo che fin da bambina mi piace il mio compleanno, mi sento una principessa quel giorno, è il mio giorno, attesta che sono nata e volente o meno, meritevole o meno, sono viva, e fin quando questo stato permane, qualcosa può succedermi, qualche traccia posso lasciarla, qualche sorso di vita posso berlo, qualche vita posso intrecciarla alla mia, e poi magari perderla, ma godermela e amarla nel frattempo.
Mi piace anche la data, il 15 Aprile, ultimo giorno della fioritura dei ciliegi, mi piace che sia lo stesso giorno di nascita di Leonardo da Vinci, di Henry James (lo scrittore, non il presidente americano), di Claudia Cardinale e anche di Emma Watson, perchè è Hermione, mica per lei!
Mi piace, anche se sono successe tragedie immani il 15 Aprile, come l’affondamento del Titanic o l’omicidio di Abraham Lincoln o l’esplosione del reattore nucleare a Chernobyl (anche se era notte e mi sa che fosse scoccato il 16 Aprile ormai, quindi “me ne lavo le mani” da questo disastro, almeno).
Insomma, mi piace.

Ieri ho anche avuto l’opportunità di dire che ho 29 anni per l’ultima volta, credo.
Ero in treno, stavo raggiungendo le mie amiche in città e mi si è avvicinato il solito controllore marpione che mi ha già dato noia in passato, ma non si ricorda mai e ricomincia puntualmente quando il treno è vuoto. Una volta mi disse che “prendi di certo gli uomini di petto” mentre mi fissava le tette senza riserbo e un’altra volta, be’ fu decisamente più pesante e io ero ragazzina, ma lasciamo stare.
Stavolta il percorso era breve e ha iniziato con la solita trafila di frasi fatte su quanto i giovani facciano sesso troppo presto e voleva sapere di me “perchè sicuramente hai esperienza, visto che sei carina” e considerato che me l’ha detto a una settimana esatta dalla notte forzatamente bianca con Odisseo, avrei voluto rispondergli “no cazzo, non ho esperienza e c’ho una voglia matta di stare con un ragazzo che adoro, ma non mi funziona qualcosa, sai come posso sbloccarmi?”, e chissà che avrebbe risposto!
Invece ho detto solo “Eh, sì” e poi ho cambiato argomento che cominciava a farsi pesante. Però quando mi ha chiesto l’età mi sono goduta i suoi occhi incerti e la solita frase “Ma non è possibile, sei una bambina!”
Il che la dice lunga sul tipo di uomo (me lo dicono sempre che sembro ragazzina, e la cosa non mi fa particolare piacere) visto che credeva di parlare di certe cose con una fanciullina.

Tornando a noi, cosa si fa nell’ultimo giorno dei propri vent’anni?
Non ho grossi progetti, sono contenta di essere uscita ieri, mi sono davvero divertita e sono stata bene, ma oggi è una tranquilla domenica in solitudine, quindi a parte il virtuosismo da pasticcera che credo proprio mi investirà in serata, visto che voglio sbizzarrirmi e fare qualche dolce nuovo e creativo per domani, non ho particolari idee o voglia di fare chissà che.
Ma qualcosa mi inventerò, dopotutto non capita tutti i giorni di avere 29 anni per l’ultima volta, no?

Cambiamenti fantasma

Perchè, di cambiamenti sostanziali, la mia vita non ne ha subiti.
Sì, ho ancora nel sangue l’adrenalina per quel rush di vita che ho accumulato forsennatamente e che mi ha lasciato senza fiato e con le idee e i sentimenti in subbuglio. Non parlo solo di quei cinque giorni con Odisseo, ma anche di tutto il mese precedente, di tutti i pensieri, i battiti e la fatica accumulati. Una botta di sensazioni, emozioni, speranze, baci e vita cui la mia esistenza apatica non è abituata.
Ma in definitiva sono ancora qui, come prima, sempre tra le quattro ombrose mura della mia stanza, la mattina, sveglia già alle cinque, col cappuccino fumoso e schiumante sotto le nari, a scrivere su questo blog e a cercare un modo per incastrare i pezzi che mi si sono rotti e ripartire.
La vita vuole altra vita, una volta che ci si abitua al suo sapore è difficile rinunciarci e tornarsene in gabbia in questa casa, in questo paese bigotto e statico. Ma non ce n’è di nuova vita. L’energia accumulata è bastevole solo per lo sprint iniziale, non per consentirmi di superare gli ostacoli che hanno sempre contribuito a fermarla la mia vita in questi (troppi) anni.

Per esempio ieri sera, parlando con una mia amica ed ex coinquilina dei tempi dell’università vissuta, avevamo deciso di passare il fine settimana insieme a casa sua, nella cittadina universitaria dove sono stata fino a due anni fa e che mi manca da matti. Era tanto che lo progettavamo, ma abbiamo sempre rimandato e siccome smaniamo dalla voglia di passare un po’ di tempo insieme (con lei e altre due persone che non vedo da un po’), ero decisa a mettere due cose nello Jansport e andarci a occhi chiusi, senza stare a pensarci troppo. Ma alla fine, ecco: la mia solita esistenza riprendere il sopravvento, con i problemi logistici di sorta – avremmo avuto solo una notte la casa libera perchè poi sarebbe tornata la sua coinquilina e quindi sarei dovuta rientrare di domenica, ma non ci sono autobus e avrei dovuto cambiare quattro stazioni (deserte) e quattro treni per coprire il viaggio di un’ora e mezza in auto, e davvero non me la sento a tre giorni dal rientro da Napoli – e non se n’è fatto niente. In teoria abbiamo rimandato il tutto al ponte del 25 aprile che è più elastico, ma non ci spero troppo.
Non ho nessuna intenzione di stare in casa il sabato sera, comunque. Da qualche parte quest’energia la devo investire, quindi stasera uscirò con M & M, le due amiche con cui ho trascorso insieme la pasquetta (parlo di loro qui: https://webcamaccesa.wordpress.com/2013/04/02/3-giorni-a-odisseo-pasquetta-lunico-ostacolo/; e qui:https://webcamaccesa.wordpress.com/2013/02/17/in-piedi-come-cretini-a-dimenarsi-come-cazzoni/), per intenderci. Stanno anche morendo dalla curiosità, perchè non ho avuto ancora modo di dir loro molto sull’incontrop con Odisseo e devo dargli anche dei regalini che ho preso a Napoli per loro, ma ci sarei uscita lo stesso, anche se alla fine dovrò adeguarmi ai locali (e alle persone) scemi che spesso frequentano. Non posso stare in casa, non in questi giorni, non questo mese.

Non è cambiato niente, dicevo. E che ti aspettavi? potreste giustamente rimbrottare.
Eh… credo proprio che stavolta, mi aspettassi qualcosa. Non un cambiamente radicato  nella mia vita, non sono così scema, ma nella mia voglia di vivere, nella forza necessaria che serve a riprendere a vivere, quello sì, me lo aspettavo.
Invece sto ancora qui a boccheggiare e bloccarmi, a far fatica ad aprire la pagina dell’università per pagare quella stupida tassa di fine corso e contattare la professoressa della tesi. Ma anche a riprendere a correre, a rimettermi seriamente a dieta, a organizzare qualcosa di sciocco per il mio compleanno, a stabilire un percorso da seguire, a riprendere a scrivere seriamente quella storia che ormai ho talmente tanto in testa da sentirla pulsare con più vita di quanta non ne abbia io stessa, a sognarmela ogni notte, ma non mi ci metto a scriverla!

Mi sento diversa, ok? Sono diversa, c’è qualcosa che è cambiato, ma non riesco a individuarlo e non so come sfruttarlo. Ho bisogno di questa energia, ne ho bisogno per neutralizzare i demoni e temo di vanificarla inutilmente così, di disperderla al vento.
Perchè sto ancora in incubazione pensando a Odisseo?
Ho pensato di tutto, ho riflettuto su tutti i pareri e consigli che mi sono stati dati, vagliandoli uno a uno, sempre conscia che la soluzione sta da qualche parte e spetta solo a me trovarla. Ho pensato anche che possa essere confusa perchè in realtà io voglio che le cose vadano bene con Odisseo, perchè sono anche io come la maggior parte della gente, che fa occhi da mercante e pensa solo a sistemarsi con qualcuno e a dar sfogo ai legittimi e bestiali desideri di riproduzione, scambiando il tutto per amore perchè lo vuole, o come quella ragazza con cui ho parlato a Pasqua, rimasta incinta all’età di 22 anni che si è autoconvinta che la sua è una grande storia d’amore, nonostante sappia che il tipo le mette spudoratamente le corna e che stiano insieme solo per la questione “bambino”. Piccola parentesi: in questi mesi mi sono davvero resa conto di quanto la mente sia l’arma più grande e potente che l’uomo ha, e parlo di “arma” intesa sia in modalità di difesa/attacco sia in quella di autoflagellamento: possiamo salvarci o illuderci o ammazzarci, grazie al solo rumorìo della nostra mente. Parentesi chiusa.
Dicevo, ho vagliato tutte le ipotesi con Odisseo e lo so che molta gente pensa che questa mia confusione sia uno specchietto per le allodole perchè non voglio accettare che non mi piaccia, ma io non credo sia così. Credo ci sia qualcosa che non mi convince in noi, ma non che non mi piaccia.

Alla fine, questo profumo di cambiamento, potrebbe non essere altro che il solito movimento vitale che si realizza in me ogni aprile, puntuale come i famigerati treni d’epoca fascista (nah, non quelli d’oggi). Aprile è il mio mese, non so se dipenda esclusivamente dal fatto che in aprile io ci sono nata e proprio nel cuore di Aprile, o se c’è una qualche connessione particolare per cui la primavera mi stravolge e mi rigenera. Sta di fatto che come fioriscono i ciliegi io rinasco, getto via la vecchia carcassa e mi rialzo conscia di una nuova missione da perseguire e di avere di nuovo accesso al fuoco che mi arde qui, da qualche parte, e che il resto dell’anno se ne sta in ostaggio di qualche demone fellone.
Ma questa rinascita, ogni anno, resta fine a se stessa. E’ preceduta da grande dolore e grandi fatiche, ma poi il fuoco me lo perdo di nuovo e anche la nuova pelle di fiori di ciliegio. E’ come scartabellare e scartabellare fino a sanguinare, e finalmente respirare un po’ per essere nuovamente ricoperta di cellule morte due secondi dopo.

E’ così anche questa volta?
Questi cambiamenti che soffiano ovunque sono ancora cambiamenti fantasma?
Quanto cavolo dipende da me, adesso, piuttosto che dallo stupido mondo in cui sono relegata?
E se compiuti i trent’anni non riuscissi più a rinascere come i fiori di ciliegio?

Cronache odissee – parte seconda (Castelli&Caramello)

Io lo sapevo che non sarebbe stata una cosa facile con Odisseo.
Sapevo che le leggi delle cose e del mondo erano contro di noi. Incontrare qualcuno su internet, conoscerlo solo tramite parole e voci e racconti di lui che si intrecciano ai tuoi, no no, non è possibile, non è “NORMALE”. Mi è stato detto che i ricordi, gli affetti, i sentimenti, sono ben altri. Mi è stato detto che non è possibile provare qualcosa così, che tutte le persone che ho conosciuto e amato in questi anni, sono solo illusioni, anche se mi hanno salvato la vita, anche se mi hanno formata e anche se li ho amati oltre ogni dire. Anche se mi hanno poi delusa, o ferita, o bistrattata, o mentito, o persa.
No, il mondo ha catalogato le relazioni tramite cellulare e/o internet come “impossibili”, quindi il mondo si deve adeguare tutto, anche quella parte che sfugge a questa omologazione.
Nei mesi che mi hanno legata a Odisseo, tutto questo lo avevo presente, ero conscia delle ambiguità e dei pericoli cui una relazione del genere poteva dar adito. E me ne sono bellamente fregata.
In altre occasioni ci sono andata cauta, per terrore di far del male all’altra persona, per l’impossibilità di gestire una distanza troppo grande, per incertezze che il troppo amare, in questi frangenti, comporta. Ma non questa volta, questa volta mi sono solo lasciata trasportare dalla forza di Odisseo e forse anche un po’ dalle delusioni trascorse.
E poi, quel 5 aprile tutto mi si è riversato sulle spalle, la possibilità e l’impossibilità, la necessità virulenta di dover capire quanta illusione si può celare nelle parole e quanto amore invece ci è dato di estrapolare da esse.

Il mattino dopo la “terribile notte” era la prima domenica di Aprile a Napoli. Il sole era incerto sul suo ruolo (come tutti i nati in aprile) e soffiava vento freddo, mentre il calore sembrava spandersi al contrario dalla terra, dalle cornetterie, dalle piazze che carpivano ogni riflesso di luce e vento e lo imprigionavano.
Tra me e Odisseo quella domenica mattina era tutto finito. Ne eravamo entrambi consapevoli. E tristi.
Nonostante ciò, è stata una delle giornate più belle della mia vita.
Forse la stessa tristezza nostalgica che aleggiava tra noi due, le lacrime che c’erano sfuggite troppe e senza pudore, le parole di quella notte sganciate da ogni remora e regola, le conclusioni che era troppo quello contro cui combattere e poche le nostre armi per costruire un amore da una fiammella troppo vergine, forse i suoi occhi. Dio con che occhi mi guardava, verdi come il mare più invernale, dolci come quelli di un bambino spaurito.
Siamo stati tutto il giorno con mani e occhi intrecciati e le parole, quelle stranamente poche, come fossero ormai finite. Mi ha portata in un bar-pasticceria americano perchè sa quanto mi piacciono quelle sciocchezzuole americane, mi ha comprato un caffè americano e lui si è preso un hotpuccino alla panna e doppio caramello, solo perchè sa che a me piace da matti il caramello, a lui non molto in realtà. Siamo andati in un immenso parco antistante il Maschio Angioino, ha scelto una zona riparata dal vento e dagli sguardi altrui se non quelli dei gabbiani di Napoli che sono straordinariamente audaci e si spingono ben oltre la cinta della costa, cosa che da me non succede mai. Mi ha fatto bere parte del suo cappuccino, ha raccolto lo strato di caramello sul fondo del bicchiere per farmelo mangiare col cucchiaino dalle sue mani, ha criticato ostentatamente “quella brodaglia piscettata americana che tu scambi per caffè“, ha riso mentre gli raccontavo della mia infazia spesa a immaginarmi principessa segregata tra le stanze di un castello bello come quello che avevamo davanti, mi ha ascoltata, mi ha coccolata, mi ha coperta col suo corpo dal vento, mi ha accarezzata in tutti modi possibili, ha salvato la formica scema che stava per essere triturata e le ha dato da mangiare il resto del caramello solo per far felice me.
Siamo andati a fare la spesa e ha cucinato per me risotto ai funghi perchè sa che è uno dei miei piatti preferiti, ha usato lo speck al posto del bacon che a me non piace e ha scritto il mio nome con una strisciolina di speck, ha scaricato Django Unchained in inglese solo perchè sa quanto io ami quel film e quanto volessi vederlo in lingua, ha preso un dolce al caramello e cioccolato senza che io ne sapessi niente e mi ha fatto mangiare tutto il cioccolato della sua porzione, pomeriggio, mentre guardavamo il film sul letto, con le gambe e le braccia aggrovigliate.

E’ stata una giornata così strana, senza dubbio dominata dalla malinconia e da un senso di perdita pressante. E’ stato come aver detto “addio” a tutto quello che di bello c’è stato prima, in quei sei mesi e due giorni forsennati e pieni di passioni irrisolte. E’ stato un colpo di spugna doloroso e un ricominciare timido.
Non ce l’aspettavamo, forse, nessuno dei due, ma la sera ci siamo ritrovati a baciarci senza pensare a nient’altro. Lui non è andato oltre qualche carezza, credo fosse ancora incerto e si fosse pentito per aver chiesto troppo ed essersi lasciato andare i giorni precedenti. E’ stato tutto molto naturale e tenero, non ricordo come ci siamo addormentati, ricordo che la mattina dopo le cose erano diverse senza che nessuno dei due abbia fatto realisticamente niente per renderle tali.
Non abbiamo parlato di niente, camminavamo, prendevamo in giro la gente scema e ci baciavamo, tanto. Castelli e baci al caramello, questi sono stati i nostri ultimi due giorni insieme.
Lui che mi dava lezioni di pugilato, su come parare e attaccare (figurarsi, sono debole come un grillo!), che mi intrappolava tre le sue braccia forti e mi spronava a slacciarmi, che mi sollevava in barba alle mie preoccupazioni sull’essere troppo pesante, o che mi impartiva lezioni di tango o lezioni di musica e di disegno (dipenge anche ed è bravissimo!), ha disegnato per me Wolverine perchè io chiamo così lui, visto che è identico a Logan Wolverine! Bassino, spalle larghe e muscoloso, con le sopracciglia che si uniscono quando è pensieroso e la tendenza a fare a pugni se non si controlla, con l’anima da intellettuale oramai, che lo lega alla scrivania invece che al ring e alla vita da ribelle del suo passato. Come Wolverine, appunto!
Mi ha portata in giro per le vie di Napoli, quelle più belle e speciali, mi ha comprato le migliori sfogliatelle calde per la colazione e la pizza più buona (cavoli se è buona!) siamo andati a mangiarla in uno dei locali più rinomati, per cena prendendo due gusti diversi e facendo a metà; siamo stati al museo archeologico e da bravo archeologo qual è mi ha illustrato e raccontato genesi e storie delle opere più belle, con immensa invidia di chi ascoltava e ci seguiva per saperne di più; siamo andati a caccia di epigrafi greche e latine (ce ne sono 6.000 tra musei e il resto) su cui lui sta facendo la tesi magistrale, solo per farmi comprendere la rarità e bellezza di queste e quante storie raccontano di un passato lontano, ma fatto di persone e amori non diversi dai nostri, sa quanto mi piace andare a caccia di storie, soprattutto se reali e appartenenti a un passato esotico e affascinante come quello dell’antica Roma; mi ha fatto lunghi ed erotici massaggi a schiena, piedi e gambe; mi ha portata in un ristorante giapponese in cui si può mangiare quanto si vuole a prezzo fisso e mi ha fatto mangiare sushi e maki dalle sue bacchette perchè io non ero in grado di usare le mie e mi si spezzava il sushi quando lo intingevo nella salsa di soya, e ha chiesto la forchetta per me con grande disgusto dei poveri giapponesi che gestiscono il locale (bellissimo, soffuso, orientale dalle luci alle illustrazioni, ai tavolini infossati per terra, ai bagni!), ha lasciato i ravioli a me perchè cavoli se erano buoni e mi ha preso in giro tutto il tempo perchè facevo dei bocconi piccoli senza riuscire a infilare tutto in bocca, ha lasciato il salmone a me perchè era il più buono e mi ha comprato delle bacchette giapponesi per esercitarmi.
Mi ha portata dentro Castel Dell’Ovoper fare la principessa” come sognavo da bambina e mi ha assicurato che in quelle stanze in passato, una principessa col mio nome e il mio volto viveva sottoposta alle dovizie di corte, finchè un pirata dagli occhi verdi non è venuto dal mare a rapirla e portarla lontano per sempre, da un mondo che le stava stretto a uno a sua misura, poi ha buttato giù le transenne verso una torre cui era impedito l’accesso, per allontanarci da tutti gli altri e siamo saliti, soli, sulla torre più alta e “proibita” del castello, tra baci sferzati dal vento, abbracci strettissimi per contrastare le raffiche alla salsedine davvero forti lassù, e circondati dalle onde molto più in basso, che si frangevanono senza tregua sulle rocce dell’isolotto in mezzo al mare su cui Castel dell’Ovo è stato costruito nel VII secolo a. C. e davanti a noi solo mare, l’isola d’Elba all’orizzonte e il Vesuvio smozzato ancora dalla grande eruzione che distrusse Pompei ed Ercolano e che capeggia sulla città.

Non sono mancati anche momenti di stanchezza in questi giorni, stare insieme 5 giorni su 5, senza tregua è stato difficile, è andato a comprarmi il regalo per il compleanno di nascosto (gli ho promesso che lo avrei aperto solo il giorno del mio compleanno, quindi sta ancora impacchettato), ma ce la siamo cavata divinamente, considerati anche le dimensioni ridotte del suo appartamento che grazie al cielo ora cambierà perchè è davvero piccolo questo. Lui più che altro è abituato a ritmi da lupo solitario e li ha completamente stravolti per me. E’ andato a dormire quando io ero stanca, mangiava quando io avevo fame e se si svegliava la mattina, non si alzava per non svegliare me e questo l’ha un po’ destabilizzato, e anche me in realtà, ma la tenerezza di quei due giorni credo valga davvero la candela.
E’ stato bello e io non sono abituata al bello. Mi ha coccolata con una tenerezza e una serie di attenzioni per me assolutamente inedite. E credo di averlo fatto anche io: ha adorato i miei brownies (eh vabbè lo so, fanno questo effetto i miei dolci, non saprò fare una mazza ma i dolci mi escono drammaticamente bene!) e mi ha scongiurato di dargli la ricetta, ma non gliela dò, se li vuole deve mangiarli solo fatti da me, la mattina a letto, tra un bacio e l’altro al sapore di cioccolato; gli ho regalato un libro che adoro e il cui titolo “Noi“, non lascia dubbi sul senso del messaggio; gli ho portato ‘ndujia e preparati bomba al peperoncino calabrese che lui adora; l’ho accarezzato quanto mai nessuno ha fatto, abbiamo dormito con le mani intrecciate, sempre.

Abbiamo parlato di “noi” solo quando mancavano ormai un pugno di ore alla mia partenza. Credo nessuno dei due volesse affrontare l’argomento perchè significava scontrarsi con problemi e realtà troppo vasti per dar loro una soluzione. Mi ha fatto mangiare l’amarena del suo croissant e mi ha detto tutto quello che pensava, con una vocina flebile e gli occhi rivolti verso il basso.
Ha detto che lui prova qualcosa di molto forte per me, che se aveva bisogno di vedermi e di passare del tempo con me per capire se quello che era nato in questi mesi fosse sostanza, lo aveva abbondantemente capito e non aveva dubbi su questo. Tuttavia la distanza incrementa i piccoli problemi che ci sono (tipo l’intoppo a letto) e che non sarebbero un ostacolo se la frequentazione fosse quotidiana e “normale”, ma così, con la possibilità di vederci sporadicamente, possono diventare seri e insormontabili. Questo non significa che lui non ha intenzione di provarci e mettersi in gioco dal momento che ritiene che io e tutto questo ne valga la pena, ma lascia decidere a me se sono in grado di affrontare tutto e le eventuali ripercussioni negative e se penso anche solo lontanamente che la distanza e l’esacerbare questa situazione possa farmi più male che bene, se decido di fermarmi qui, accetta la mia decisione.
E io?
Io non lo so. Francamente, non lo so. Ci sono troppe cose in sospeso e troppe cose che non capisco bene. Sono molto, molto confusa, soprattutto ora che posso rileggere quei cinque giorni a freddo. Non solo le ambiguità nel suo comportamento che crozzano con quanto mi aveva detto di se stesso, ma anche piccole cose come il fatto di non essere voluto andare a una conferenza perchè c’erano i suoi amici e io mi sono sentita come una bolla staccata dalla sua vita, che non fa parte di questa finchè non supera la prova. Cerco di non pensarci, ma non ci riesco. Lui ha messo in chiaro che no, non stiamo insieme, non ci sono ancora i presupposti per definirci una coppia, e io sono d’accordo, ma questo suo ripeterlo e sottolinearlo, mi fa sentire ancora più incerta e confusa.
Gli ho detto che l’affetto che provo per lui è indiscutibile, e sono stata bene, ma le sue incertezze mi confondono. L’unica cosa che possiamo tentare è vedere ora quanto sentiamo l’uno la mancanza dell’altro in questo mese e mezzo che ci separa dal prossimo incontro e vedere come saranno i prossimi giorni che passeremo insieme, che secondo me potrebbero seriamente essere quelli decisivi.
Sperando che questa confusione si lenisca un po’.
Provo qualcosa di forte per lui, ma tutti i dubbi e le ambiguità che mi ha messo in testa non mi fanno scorgere lucidamente cos’è che provo. Se un affetto legato a quello che c’è stato nei sei mesi scorsi o se davvero è nato altro in questi giorni.
Non riesco a capirlo. Un attimo mi manca a bestia e sono certa di esserne innamorata, l’attimo dopo torno a incazzarmi per qualcosa che ha fatto o non fatto, detto o non detto. Il che, mi rendo conto, è abbastanza naturale in qualsiasi relazione. Ma la dinamica obbligata della nostra rende tutto più confuso. 5 giorni di solo lui e poi mesi di solo cellulare e skype.
Spero di capire, dopotutto è passato solo un giorno ancora, da quando sono rientrata.
Vorrei che andasse bene, vorrei avere il mio amore speciale, ma ho paura che questo mio desiderio mi obnubili e non veda che in realtà non è lui. O al contrario, che invece è lui, ma che questa situazione precaria non mi permetta di capirlo appieno, di prendere tutti quei castelli e quel caramello e fare di questi il nuovo, dolce, magico e bello, contesto della mia vita.

Cronache odissee – parte prima (V.M.18 anni)

Esordisco con un commosso “grazie”.
La seconda cosa che ho fatto ieri sera, appena tornata dall’incontro con Odisseo, è stata accendere il pc e guardare il mio blog; la prima cosa ce feci, invece, è stata una doccia di mezz’ora, che trenitalia non solo dà un servizio scadente al punto da farmi passare per tre treni e tre stazioni prima di arrivare a casa, ma puzza anche da matti.
Sono dunque entrata nel blog in maniera automatica, non so se per ricercare quel senso di equilibrio che questo blog è riuscito a darmi in questi mesi o per il bisogno di mettere nero su bianco tutto il popò di cose che sono successe con il manifesto intento di riuscire a decifrarle e ripartire da queste, perchè tutto ho tranne che le idee chiare su com’ è effettivamente andata. E poi mi sono ritrovata un sacco di messaggi di augurio e di attesa e di speranza nell’esito dell’incontro e mi sono commossa oltre ogni dire e per questo, a coloro che mi hanno seguito in questa prima parte del percorso verso Odisseo, che ho imparato a seguire e conoscere, ma anche a chi è passato solo per leggere sporadicamente dico Grazie, con la “G” maiuscola e con una eco di affetto infinita.
Grazie.

Mi sembra giusto cominciare con una premessa che conclude ed esclude ormai definitivamente la mia preoccupazione principale dei mesi scorsi, ovvero quella dell’aspetto fisico. Lo so che me lo avevate detto in tanti, che non conta, che è un aspetto della condizione sentimentale, che non preclude niente se c’è dell’altro a sostenerlo. Ma io non riuscivo a capire come potesse essere così secondario e non perchè fossi un’esteta, non lo sono (sono dell’ariete, dopotutto, gli arieti non sono esteti, sono sanguigni).
Come poteva il mio aspetto fisico non essere fondamentale vista la situazione particolare che legava me e Odisseo? Non ci eravamo mai visti se non per sfocate fotografie e le foto possono essere ambigue e controverse, conferire un’idea fasulla di una persona, quanto niente altro è in grado di fare.
In questa situazione, per me l’impatto fisico-visivo rappresentava l’ostacolo più grande, superato il quale, se non si prospettava una discesa, ci si andava vicino. Invece, a smentirmi e ridimensionare completamente le mie pretese di competenza sui rapporti uomo-donna, quello dell’impatto visivo tra me e Odisseo non è stato un ostacolo, non è stato un bel niente.
Mi ha riconosciuta immediatamente e pare gli sia anche piaciuta immediatamente, così mi ha detto almeno, e francamente ho avuto modo di eppurarlo nelle ore immediatamente successive all’incontro. Per quanto mi riguarda ho fatto un po’ più fatica. Non che non mi piaccia, per carità, mi piace molto, ma non riuscivo a riconoscerlo. Era più basso di quanto mi aspettassi e avevo un modi di camminare che non ha niente di strano ma che non mi faceva vedere in lui l’Odisseo che conosco. Quindi il mio iniziale senso di spesamento non si è attaccato all’aspetto fisico ma a dettagli probabilmente superflui.

Non gli ho detto l’orario effettivo dell’arrivo del mio treno alla stazione, perchè volevo avere il tempo di calmare i battiti e rifiatare. Non è stata una mossa saggia perchè la stazione di Napoli Centrale è tremenda, al punto che poco prima dell’incontro con Odisseo la mia preoccupazione principale non era lui, ma non venire scippata o peggio da due tizi che si sono fermati davanti a me e hanno preso a fissarmi senza tregua.
L’ho aspettato davanti all’inizio del binario 19, perchè era chiuso e la ressa minore, ho finito una scatoletta di tictac ai frutti di bosco tanto ero nervosa, ma non sono riuscita a riconoscerlo lo stesso. Mi ha vista lui per primo e si è avvicinato.
E’ qui c’è stato il primo problema per quanto mi riguarda. Che mi permetto di sottolinearlo nuovamente, non è prettamente legato all’aspetto esteriore. Tanto più invece alla necessità di ritrovare la persona che tanto bene ho conosciuto e amato per sei mesi, in quella in carne e ossa davanti a me. Ho fatto una fatica boia e ci ho messo quasi un giorno intero prima di riuscirci.
Il primo impatto, da questo punto di vista, è stato strano, stranissimo per me. Tutto quello che pensavo era che non consocevo quella persona e che Odisseo, il suo pensiero, le sue parole, la costruzione di Odisseo nella mia mente, stava sfumando velocemente perchè non riuscivo a radicarlo in pianta stabile in quella persona che avevo davanti. Cercavo qualche dettaglio, ripetutamente, che mi potesse illuminare, un gesto, un guizzo dello sguardo, il colore di giada torbida dei suoi occhi, ma nonostante lo avessi lì, non le vedevo. L’unica cosa che vedevo era la sua camminata che mi sembrava così assurda perchè non riuscivo a legarla al mio Odisseo, e il suo aspetto, anch’esso strano, a prescindere da quanto mi piacesse o meno, era solo strano. Ho temuto seriamente che le cose non fossero andate, che era impossibile perchè il mio Odisseo non era lui, non esisteva e avevo un groppo in gola che non riuscivo a ingoiare o isolare. L’avevo perso? Di già?
Arrivati a casa gliel’ho detto, subito che avevo difficoltà nel riconoscerlo. Ed è qui che ho, paradossalmente, iniziato a vederlo davvero.

Si è dimostrato la persona intuitiva, intellignete e straordinariamente empatica che mi aveva ammaliata nel corso dei 6 mesi e una settimana precedenti. Mi ha messa completamente a mio agio, ha detto che era assolutamente normale e che questo incontro per noi significava conoscerci d’accapo, non partire da zero, ma accedere a un substrato di intesa e complicità quotidiane e concrete, che finora c’era mancata. E il suo modo di mettermi a mio agio è stato quello di farmi mangiare un panino alle polpette buonissimo e di magiarlo in casa per poter stare più sereni e mettermi a mio agio.
E poi mi ha abbraciata.
E poi mi ha accarezzata, ripetutamente.
Devo dire che nonostante la mia timidezza e la situazione piena di pathos e così particolare, mi sono trovata a mio agio subito e questo anche grazie a me stessa: mi ero ripromessa di non crearmi grossi problemi di intimità perchè passare 5 giorni insieme a qualcuno che, per quanto conosci e sia importante per te, non hai mai visto, non sarebbe stata una cazzata. Dormire insieme, stare appiccicati insieme, passare dal niente al tutto, conoscerci in questo modo, in una quotidianeità resa stretta dal limitare dei movimenti, insomma o lo vivi dal giusto punto di vista ovvero senza dargli troppo peso, o la rendi una cosa troppo grande da superare.
Quindi un po’ grazie a lui, un po’ grazie a me, ci siamo sciolti subito. Anche troppo, perchè francamente a questo punto io avrei volentieri rallentato un po’.

E invece lui ha iniziato a baciarmi, a trascinarmi a letto e a toccarmi e a spogliarmi e io non credo proprio, di essere a quel punto, ancora pronta a quello. Ero ancora nervosa, ero in fase di assestamento non solo riguardo ai miei sentimenti per lui (Mi piace? Non mi piace? Lo riconosco? Lo voglio? Ci voglio stare insieme? Ci voglio fare qualcosa? Sono innamorata o no di lui?), ma anche riguardo a una situazione troppo precaria: c’eravamo visti da due ore e cominciavo appena appena a riconoscerlo, avevo bisogno di tempo. E inoltre non ho la benchè minima esperienza di cose del genere e lui lo sapeva.
Ma d’altro canto, mi piaceva.
Mi piacevano i suoi baci, mi piacevano le sue mani ovunque, mi piaceva piacergli così tanto da non riuscire a farmarsi, soprattutto dopo tutti i dubbi e le titubanze incanalate nelle ultime settimane. Mi rendo conto, inoltre, che sia io che lui avevamo accumulato tanta di quella voglia di stare insieme, che lui si è lasciato andare e io l’ho lasciato fare, primo perchè lo volevo, secondo perchè speravo mi snebbiasse il cuore e la mente.
Non fosse che mi sono ritrovata a pensare di essere una cazzo di frigida, perchè se mentalmente ero eccitata e mi piaceva e volevo che continuasse, dall’altra non sono sicura che volessi andare così veloce. O almeno spero sia questa la ragione dei miei intoppi. Perchè altrimenti vuol dire che sono una stupida, grassa, frigida pezzo di legno.
Il punto è che non sentivo niente, non sentivo le sue mani e la sua bocca. La percepivo e mentalmente lo sapevo e mi piaceva, ma fisicamente ad un certo punto, ho smesso di sentirlo. Non so che cazzo vuol dire questa cosa, e sono francamente preoccuapata perchè è una delle cose che non abbiamo risolto, ma che ha anche dato il via al momento più brutto, la nostra seconda notte insieme.
Non sapevo cosa fare e lui percepiva che c’era qualcosa che non andava, chiaramente, perchè ha molta esperienza da quel punto di vista. Ma non è stato un grosso problema all’inizio perchè gli ho chiesto di andar piano e lui ha rivisto il tiro delle sue intensioni, e siamo usciti, ci siamo divertiti, mi ha comprato dei taralli alle mandorle e spezie buonissimi, insomma mi ha viziata, davvero, non solo il primo, ma per tutti e cinque i giorni.
Di buono c’era che mi ero sciolta, che mi aveva detto che gli piacevo molto, che il contatto fisico non è stato un problema vista che dopo due ore eravamo già nudi a letto, e francamente non credevo di avere problemi dal punto di vista sessuale vista a) la mia voglia illimitata di stare con lui; b) la mia voglia di fare sesso che credetemi mi porto ancora appresso, ho gli ormoni a mille; c) la mia assenza di tabù di sorta riguardo queste cose e la mia curiosità anche nello sperimentarli senza limiti alcuni.
La prima notte è stata molto bella, lui sorrideva in maniera tale e i suoi occhi erano così verdi che non avevo più dubbi su me e lui, sull’averlo finalmente ritrovato, su quanto, forse, incredibilmente, meravigliosamente, poteva andare tutto bene.
Anche il secondo giorno è stato bello, a correre per Napoli e salire e scendere dai castelli bellissimi di quella strana città; a mangiare al ristorante giapponese; allo scherzare sulla mia gonna corta per attirare il beneplacido di un ipotetico George Clooney in giro per Napoli; a prendere in giro i napoletani rozzi; a mangiare un sacco di bontà locali.
Non sapevo ancora che mi aspettava una delle notti più brutte della mia vita.

Mi sentivo francamente più libera da un punto di vista prettamente sessuale, nonostante non sapessi dove fosse l’intoppo e non sapessi cosa diavolo fare, al punto che gli ho chiesto di guidarmi, ma non l’ha fatto e non capisco perchè. Si è ributtato di nuovo a pesce e stavolta ha cercato di penetrare e dio, credo mi abbia fatto davvero, davvero male. Non so se ho urlato, ma credo di sì perchè uscito subito.
Tra il fatto che la proporzione “Uomo basso – grande pene” è ufficilamente rispettata oramai, tra il fatto che io pare non riuscissi ad “aprirmi” (parole sue), alla fine lui si è fermato. Ce l’ho messa tutta, non sapevo cosa fare, abbiamo provato anche col sesso orale e credetemi, anche in quel caso non sapevo cosa fare. Gli ho chiesto di fare qualcosa senza concludere subito, ma lui ha detto che quelli erano solo preliminari e che per concludere aveva bisogno di altro, che così non era eccitato abbastanza.
Credo che difficilmente in vita mia mi sia sentita più umiliata. Insomma ero nuda, senza esperienza, mi ero lasciata completamentene andare nonostante gli avessi chiesto di andarci piano e lui mi dice che non era eccitato abbastanza. Be’ mi sono rivestita e basta. E lui l’ha presa male.
Mi ha detto che c’era qualche problema che non dipendeva da me, ma mi bloccavo e a un certo punto mi ritraevo là sotto e che lui non voleva rischiare di farmi male perchè così sembrava uno stupro. Che vuol dire? Non lo so, non lo capisco, perchè io ero eccitata, ma non abbastanza e davvero non sapevo che cazzo fare. Gli ho detto che per questo gli avevo chiesto di andarci piano, sperando francamente che il problema fosse solo questo, ma non lo so, lo scrivo qui con molta vergogna e senza comunque limitazioni, non so quale sia il problema. Non sos e effettivamente dipenda dal fatto che abbiamo corso molto.
Lui ha detto di aver sbagliato, che preso dalla foga di ritrovare la nostra intimità e di soddisfare anche il desiderio che aveva accumulato in questi sei mesi, ha pensato di poterlo fare in un giorno da quando ci siamo visti, ma che è una situazione che non richiede 5 giorni per essere affrontata, ma molto più tempo e una quotidianeità che non abbiamo e che aggiunta al computo di tutti gli altri nostri problemi, viste tutte le incognite e le difficiotà dovute alla mancanza di tempo da passar insieme e alla lontananza, non vedeva come possibile riuscire a stabilire qualcosa tra noi, perchè questo dell’intesa sessuale era francamente un grosso ostacolo, e il tempo e il modo per affrontarlo non ce l’avevamo.

Io ho letto queste come un “No, sei una frigida del cazzo, un pezzo di legno, non vedo perchè dovrei sottopormi allo stillicidio di menate che deriverebbero dallo stare con te, anche in questa situazione“. Il che era una delle considerazioni ovvie e delle probabilità di esisto della cosa, che avevo considerato. Non avevo considerato invece che a rovinare tutto sarebbe stata la mancanza da parte mia di una risposta sessuale, che ancora fatico a  capire. Io non so cos’è successo, non mi conosco sessualmente parlando, lo so che era la prima volta e che tutto era troppo rapido e io troppo inerme a confronto, ma se non fosse questa la spiegazione? Spero e sottolineo SPERO, fosse solo dovuto alla peculiarità del momento, al fatto che come lui stesso ha detto, ha corso molto e ha sbagliato a correre. Ma non lo so.

Sta di fatto che in quel momento è stato un bruttissimo colpo. Gli ho detto che non sarei stata in grado di continuare qualcosa in quei termini disastrosi che mi aveva illustrato: che ci sono pochi presupposti che non vada bene, che la lontananza è già dura di per sè e ora lo è il doppio visti tutti questi problemi da sbloccare, che sarebbe stata dura se non impossibili andare avanti. Non puoi pretendere di dirmi una cosa del genere e di aspettarsi che io gli dica “Eh vabbè, non sono in grado di eccitarti abbastanza ma continuiamo, suvvia!”
No. Ero ferita oltre ogni dire e gli ho detto che mi sembrerebbe di combattere da sola per qualcosa che lui reputa senza speranza e che in questi termini non me la sentivo di continuare. E lui ha risposto “Lo capisco e c’è poco altro da fare”. E io l’ho presa come una sua definitiva rottura.

Tutto quello che riuscivo a pensare era voglioandareviavoglioandareviavoglioandarevia. Non volevo piangere ma non ce l’ho fatta e lui è stato carino mi ha accarezzata, ma non volevo essere accarezzata in quel modo, con pietà. Mi sono ritratta e gliel’ho detto, che volevo andarmene come spuntava il sole.
Credo che non mi si sia stretto mai così tanto il cuore come nei minuti successivi.
Lui è stato zitto per un po’ e sono riuscita a snebbiare la vista dalle lacrime quel tanto per vedere il suo sguardo carico di una tristezza infinita, con quegli occhi verdi divenuti così chiari da essere diafani e lasciar trasparire solo dolore. Ha farfugliato qualcosa ma era sconnesso, ricordo solo che ha detto che se voglio possiamo continuare magari a sentirci, che a lui piacerebbe tanto sentirci ancora ma dipenderà da me, che si era ripromesso di non farmi soffrire, dalla prima frase che gli ho scritto aveva capito quanto avessi sofferto nella mia vita e che in questi sei mesi gli ho ridato la vita e ha vissuto anche lui pensando a me come a una parte di sè, facendo qualsiasi cosa per venire a raccontarla a me e che non c’era niente di peggio per lui che vedermi piangere così e avermi portato a voler andar via dopo un giorno mezzo dal tanto agognato incontro.
Quando l’ho visto piangere non so davvero cosa ho pensato.
Lui non piange mai, non piangeva così forte da quando, a 13 anni, perse suo padre e come capita quando non si piange mai, una volta innescata la cosa dà fondo a tutte le tristezze sopite e inespresse che non hanno trovato sfoghi.
Ho dovuto costringermi a calmarmi per stargli vicino, perhè vederlo in quel modo e sentire le cattiverie e che diceva verso se stesso, mi ammazzava.
Abbiamo passato una notte tremenda, ma che paradossalmente credo sia servita a molto. Io credevo che fosse tutto finito, e lui anche, credo e vedere che questo esserci persi l’un l’altro, questo aver lasciato che le cose finissero prima di inziare, ci ha distrutti visto il legame che si era creato, quell’assurdo legame così profondo e simbiotico, tanto bello, quanto tanto deleterio.
Ci siamo addormentati alle cinque, sfiniti e con la promessa da parte mia che non sarei andata via al momento e non perchè ero preoccupata per lui, ma perchè volevo francamente restare.
Ma davvero al mio risveglio, avevo dato tutto per perso e finito e solo un bozzolo di tristezza e tenerezza nei suoi confronti mi ha aiutata ad alzarmi e affrontare la giornata difficile che si prospettava.

FINE PRIMA PARTE

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