Donna che scandisce il tempo

00.13 del 28 febbraio 2013: Ho appena finito di interrogarmi sul perchè mi sia messa solo l’ultimo giorno a leggere qualcosa in un disperato tentativo di avere una riga da scrivere e non fare la pietosa figura di merda nel non scrivere proprio un cavolo per due ore mentre quelle persone decenti scrivono forsennatamente.
Ah sì, perchè sono scema. E per le crisi d’ansia, già, anche quelle.

1.08: si muore dal freddo, ma sono troppo pigra per alzarmi quindi mi arrotolo nel pail come un burritos fucsia e blu o una vecchia bacucca a seconda dei casi.

 

1.56: Faccio il caffè che sennò dormo e ci metto pure il latte perchè sono gentile con me stessa, all’1.56 tutti dovrebbero essere gentili con se stessi.

2.42: Infioritura rosso ciliegia e dolore lancinanti alle ovaie, certo, come da copione, i due giorni di ritardo non potevano diventare tre, e risparmiarmi almeno il dolore fisico, no. Quindi mi toccherà fare un concorso che non merito, senza sapere niente, andando fin lì e tornando a casa sconfitta e disperata, conversando amabilmente con gli altri concorsisti in auto, che mica posso fare lo yeti, nel primo giorno di ciclo, dopo una notte completamente insonne. Mi serve altro caffè. Decisamente.

2.43: Faccio altro caffè.

3.14: accendo video su youtube, il monotono sproloquiare di qualcheduna riempe la camera e mi mantiene in uno statp catatonico più che sveglio, mentre confondo ulteriormente le poche nozioni che ho;

3.35: Non ho più nozioni perchè non capisco una mazzaafionda di niente, ma devo almeno ripetere questa cazzo di Costituzione e tanto tra un’ora devo alzarmi inutile dormire ora che poi non mi sveglio.

3.59: Se chiudo gli occhi posso vedere la vita di una me parallela, una me che vive rettamente e che non si ritrova a studiare la notte prima dell’esame, inutilmente.

4.21: Non capisco più una mazza di niente, quindi chiudo tutto e mi guardo un film.

5.00: E’ che io proprio non ci voglio andare…

5.10: Che cosa ci si mette per andare a fare un esame che non sei in grado di fare? Leggins grigi e vestito di lanina verde e anfibi? Sì, direi di sì.

Continua prossimamente…

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Non sia mai che mi scemi la tragedia

Studio anche se è troppo tardi per rimediare granchè e Odisseo, il mio Odisseo, quello sveglio e bello non quello tardo e brutto dell’Odissea, non lo sento da 36 ore e mezza. 36 ore e mezza, capite? No, aspè che lo ripeto: TRENTASEI ORE E MEZZA!
Prima volta in cinque mesi. Il solito buco nel mio petto è diventato una voragine putrescente. Almeno lui si evolve…

Solite tragedie, non fosse che abbiamo finito il gas e non ci hanno ancora riempito il bombolone. Quindi stamattina la tragedia si è colorita inaspettatamente di dettagli  più vividi (irrichiesti!).
Primo dettaglio vivido: non sono riuscita a farmi la doccia! Così… tanto per calarci al meglio nel contesto elisabettiano classico e dar man forte alla tragedia in atto (29.950esimo atto) sennò, poverina, la tragedia scema e non sia mai che mi scemi la tragedia, e siccome nell’elisabettiano classico, puzzavano tutti, via, ora niente doccia.
Lavarsi in febbraio con l’acqua fredda, credetemi, non lo auguro a nessuno a meno che non viviate a Johannesburg: manterrà pure giovani, scaccerà le cellule morte, aprirà i pori, renderà belli ma s’attaccasse pure, io preferisco di gran lunga essere brutta e vecchia, piuttosto che sorbirmi sta tortura medioevale, anzi no, elisabettiana!
Una almeno sa che se la giornata sarà una merda, che se la sua vita è una zozzura, almeno può farsi una fottuta doccia!
Invece no, no, non può e neanche accendere i termosifoni quindi aggiungetici anche un bel po’ di membra gelate elisabettiane, sempre della serie “vividi dettagli da tragedia“. Ora comincio a imbrattarmi le mani con inchiostro e a scrivere col pennino e siamo apposto. (Ce li ho, eh! Ho vari pennini con varie punte intercambiabili, la piuma verde giada come gli occhi di Odisseo – sigh -, tre tipi di inchiostri nelle boccettine arzigogolate, un timbro e delle stecche di ceralacca e un calamaio di cristallo. So’ figa eh!?)

Ma nonostante questo sia un dramma, non è il peggio: il peggio è che non posso farmi il caffè! Si è rotta la macchina per caffè americano quindi avevo optato per quello solubile, ma ora? Come faccio io ora senza caffè?! Non posso passare una giornata del genere senza caffè! Io ho bisogno del caffè, mi piace troppo il caffè e anche il caffè, ha bisogno di me! Chiedeteglielo, avanti…
Una almeno sa che se la giornata sarà merda…. {…vedi lagna sopra e sostituisci “doccia” con “caffè”…].
E invece NO!

Ho provato a far bollire l’acqua nel microonde, ma è rimasta semifredda,  semistantia, semiposticcia, non ha il fervore che solo il fuoco le concende con grazia e benevolenza.
E il mio caffè, il mio buonissimo, bellissimo, vellutato caffè, sembra una brodaglia immonda, scialacquata, mi guarda triste dalla tazza, tumido e timido, sembra dirmi: “Mi spiace bellezza, oggi è una merda, prendi e porta a casa e se sopravvivi ci vediamo domani”.
Ok, quindi se sopravvivo ci vediamo domani.

Aggiornamenti dal fronte

Io mi massacro sui libri senza riuscire a studiare. Credo che non farò l’esame.
Ho scritto a Odisseo visto che non mi ha nè mandato sms nè chiamata dopo la disastrosa serata di ieri e mi ha detto che non ha voglia di parlare perchè è nervoso. Al che gli ho detto che mi manca e lui non mi ha risposto.
Direi che posso considerare morta e sepolta la storia. Non si è neanche fatto vivo senza che lo contattassi io, che in termini testosteronici significa: “Non me ne fotte un cazzo di te”.

Bene.
No, non è vero, male. Malissimo. Una tragedia.
Quindi?
Quindi mi guardo gli Instant poll, seguo lo spoglio e le proiezioni sul canale de la Repubblica (su internet o canal 50 del digitale se non lo sapeste) e vedo se magari la Annunziata sa come non farmi pensare alla sua voce.

Fuori dal sacco fa tanto freddo

Sto di nuovo in rotta con l’Universo e sì sì lo so, me lo merito, me la sono cercata, l’Universo concede, ma non perdona bla bla bla.
E vabbuò, anima e coraggio e vediamo di superare anche questa. Anzi essere tornata al posto che mi compete, quello della lotta perenne col mondo, mi reca un qualcerto, malevolo, sentore di serenità: felice o meno, il mio posto e quello e le mie cicciose membra, ci si accomodano ben bene nel cantuccio riservatomi.

In primis, studio ma per forza di inerzia, non ho combinato molto gli ultimi giorni e chiaramente non sono in grado di affrontare con successo un esame così difficile, ma non importa, perchè preoccuparsi? E’ la normalità!
Sono io quindi prendi, accetta, prova e stop.

Odisseo, il mio cavalier rampante, servente,  etc, mi ha resa partecipe di una straordinaria illuminazione ieri sera, certo non alla stregua della serenata che tanto sognavo a occhi aperti che mi facesse (no, no, per carità) e di cui parlo con giubilo speranzoso qui: https://webcamaccesa.wordpress.com/2013/02/11/perfetto-dal-dolore-perfetto-dal-suo-cuore-perfetto-dal-dono-che-fa-di-se/  .
Dicevo, no, no no, niente serenata. Mi ha però fatto sapere che, considerata la scarsa percezione di campo del suo nuovo cellulare nel suo attuale appartamento, se dopo la fatidica data dell’incontro non troviamo una soluzione, chiudiamo tutto e tra noi è finita.
Ah… una vera epifania! Il cellulare non funziona? Mannaggia allora ciao ciao all’amore tanto spampinato finora, insomma vuoi mettere? E’ IL CELLULARE, mica cotica qui! Conoscete una ragione più corposa e fondata per mandare all’aria una storia o la possibilità di questa? No?! Be’ neanche io!
Ma certo un cellulare si può cambiare o si può cambiare la scheda o si può cambiare l’appartamento che comunque cambierebbe a breve lo stesso, o si può comunicare in altri mille modi, ma non importa, stiamo parlando del cellulare che non prende bene, quindi finisce tutto.

Io avevo osato innamorami e sperare di essere ricambiata, almeno un po’, almeno in parte, almeno una volta, e il caro Universo mi ha rimesso in carreggiata.
Grazie Universo, stavo togliendo la testa fuori dal sacco e fuori dal sacco fa tanto freddo.

Chiedi alla polvere e polvere ti sarà data

“E c’è una ragazza ingannata dall’idea che felici fossero quelli che si affannavano, e voleva essere dei loro”

Mi sono svegliata con la voce di Gaber nelle orecchie che diceva che non piove mai quando ci sono le elezioni, per scoprire che non solo piove, ma piove polvere.  La polvere fina e nera, pura e impalpabile del deserto o dei vulcani, non lo so, ma potrebbero essere entrambe.
Certo è che non sto in Sicilia col suo Etna eruttante, nè nell’Africa del Sahara, ma io l’ho chiesta la polvere e mi è stata data.
Ho dormito col pc acceso, il suono della ventola graffia ormai nella mia testa come il più dolce dei balsami. Ho tenuto acceso youtube, neanche un telefilm, perchè il telefilm sarebbe finito e io avevo bisogno che qualcuno parlasse ininterrottamente, mi tenesse compagnia senza chiedere niente in cambio da parte mia.
Ho caricato una serie di video in rotazione e no, non c’era Gaber tra questi, ma una ragazza che faceva recensioni di libri, recensioni piene di frasi sceme e salamelecchi così inutili da fare accopponare la pelle a un bambino di quattro anni. Ma mi rilassa, vedere quanto possa essere facile la vita, senza pensieri troppo profondi o ragionati, lei che non si vergogna di essere esattamente quello che è, la placidità della sua stanza mentre risponde alle domande cretine che pare si passino tutti questi videomaker della letteratura yotubbiana.
Ha funzionato perchè il mio cuore si è calmato e ho dormito un po’.

Poi Gaber e sono andata sul balcone della mia stanza, alle 6, in pigiama, per vedere se avesse ragione e dirglielo. Ma il cielo è grigio, oggi, e l’unica nota di colore sono i fiori fosforescenti che fiocchettano il prato davanti casa, in una primavera stentata e ancora troppo vergine per imporsi alle nuvole. C’era un velo tra me e il mondo e c’ho messo un po’ a capire che era polvere, quel velo. Polvere nera che copriva tutto, copriva l’aria il balcone il prato le auto i lampioni, s’intrappolava nelle trame di pail del mio pigiama, come se il beige e il rosa fossero troppo teneri per poter essere miei, non appartenenti a un mondo che odia i colori pastello tanto quanto odia me che li vesto.
No,  il nero delle eruzioni e dei vulcani, la polvere del deserto e del fuoco, del centro della terra e del buio, è  il colore di questo Mondo, la polvere che ottunde la testa e si incastra nei polmoni per non farti respirare mai completamente libera, ma solo  quanto basta, costringendoti a essere quel che serve e nient’altro.
Se vuoi viverci in questo Mondo, è di quel nero che devi vestirti, giusto, polveroso nero, acromatico, ctonio, di fuochi ormai spenti. La polvere mi ricopriva piano, come avesse tutto il tempo del mondo per imporsi lei, non deve correre e affannarsi, lei, e io guardavo ogni granello scendere e velarmi, rendermi uguale alle auto ai fiori gialli al prato e ai lampioni.
Sono stata lì per venti minuti a concederle di coprirmi, senza pensare al freddo grigio delle albe di febbraio e al silenzio vuoto della domenica mattina. Perchè quella polvere, questa polvere, è la risposta alla mia preghiera. E’ la polvere che io ho chiesto.

«Cosí l’ho intitolato Chiedi alla polvere, perché in quelle strade c’è la polvere dell’Est e del Middle West, ed è una polvere da cui non cresce nulla, una cultura senza radici, una frenetica ricerca di un riparo, la furia cieca di un popolo perso e senza speranza alle prese con la ricerca affannosa di una pace che non potrà mai raggiungere.
E c’è una ragazza ingannata dall’idea che felici fossero quelli che si affannavano, e voleva essere dei loro». – Chiedi alla polvere, prefazione, John Fante

Video

Quello che non avrei voluto scrivere su me

Comincio col dire che avrei mille cose da dire, ma che non posso dire perchè devo studiare (sì, lo so sono ripetitiva). Il punto però non è che devo studiare, il punto è che mi spacco il culo per studiare, ma non ci riesco.
Poco da fare: studiare è bello e mi piace, ma non riesco più a farlo. E c’è di peggio: gli attacchi d’ansia sono tornati a livelli che non ricordavo neanche più, visto che li avevo lasciati con tutto un groviglio di cose belle e brutte, nella mia camera universitaria quando sono tornata a casa per scrivere la famigerata tesi che ancora non ho scritto.
Disastro, eh? Sì, lo so: disastro.
L’ansia più becera, perchè non si ferma più agli attacchi di panico e depressione, ma ha ripreso a pulsarmi in testa e nel petto e davvero mi sono spaventata visto che non mi succedeva da così tanto tempo.
Mi facevano così male cuore e petto che sono rimasta bloccata per terra per qualche minuto e davvero ho avuto timore fosse qualcosa di serio.

Gli incubi mi perseguitano e son spesso trafile di parole, elenchi dei miei guai scritti che mi scorrono dietro, luci verde-film-di-Burton, e suoni costanti lugubri e lontani. Mai fatti in vita mia sogni del genere. Non so che cavolo dovrebbero significare, ma forse non significano una mazza e sono solo la rappresentazione visivo-inconscia dell’ansia quotidiana e perenne. Bella cagata di simbolismo!
E’ che la mia vita tutta è concentrata nel prossimo mese e mezzo, male questo, perdo le redini e sono guai e siccome sta andando malissimo, sono veramente nella cacca.

QUindi poco altro da dire. Pur di far riprendere il ritmo costante al mio cuore, mi sono connessa e leggo qualcosa e guardo dei patetici video di gente che fa recensioni letterarie e cinematografiche non scritte ma parlate (mah) e sono molte stupide e banali quasi tutte e la stupidità e la banalità mi riempiono sempre di grande allegria. Quindi ci provo anche oggi. Finora non ha funzionato.

Ho riletto quello che ho scritto e volevo scrivere tutt’altro ma non funzionano le mie mani nè la mia testa. Quindi la smetto qui.

Faccio dolci e lo studio va a catafottersi

Faccio dolci e lo studio va a catafottersi

 

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Ho paura di fallire.

Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire.Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire.Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire.Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire.Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire.Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire.Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire.Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire.Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire.Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire.Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire.Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire.Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire.Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire.Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire.Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire. Ho paura di fallire.

Sto fallendo.

Il mio nuovo amante

Il mio nuovo amante

Non mi è concesso uscire di casa, avere una storia d’amore decente, mangiare muffins triplo cioccolato, fare niente che non sia studiare e morire di fame, ormai la mia vita relazionale include solo il tè, questa variante ha vinto e quindi mi faccio “penetrare” quotidianamente da ettolitri di tal popò di nero indiano. Ma il bello viene domani quando metterò in infusione contemporaneamente questa miscela zenzero e limone, più quella alla vaniglia, più quella melograno e cranberry. Tutta vita! Continuando a studiare, ovviamente. No, proprio nel senso che non staccherò neanche un secondo gli occhi dal libro, che ormai mi porto pure al cesso, metterò l’acqua a bollire leggendo e porterò la tazza bollente in camera sempre ripetendo. Si studia qui, inutilmente, ma si studia.

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Malascrittura, imboniture per allocchi e viscere deturpate

Non ce la faccio, non sono brava a reggere l’ansia dello studio, mi serve tempo tempo tempo: tempo per imparare a gestuirla, tempo per abbandonare gli attacchi di panico, tempo per ripetere per bene schematizzare rileggere pianificare. Mi serve tempo e tempo non ho.
E’ dalle 6 della mattina che studio come una forsennata e ora la mia testa sembra una nuvola pronta a esplodere rigurgitamenti vari.
Allora mi sono messa a leggere qualcosa su internet, qualche blog, qualche sito, qualche stronzata facebookiana, qualche racconto. Mi distrae, mi ricarica, mi fa respirare. Anche perchè sono stata costretta a diminuire il caffè visto che arrivavo a mezzogiorno con tanta di quella caffeina in corpo da non riuscire a reggermi in piedi. E ora ho comprato tipo una decina di varianti di tè, quindi se non mi drogo di caffeina alla fine mi drogo di tèina, sempre drogata sono! Ma forse la tèina è leggermente meno invasiva e deleteria per organo caridaco e nervi. Forse.

Ho tempo. Calma. Ho tempo.
Posso studiare senza forsennamenti e ripetere come si deve.
Posso respirare quando gli attacchi di ansia, panico e depressione mi assalgono come lascivi putridi lucertoloni infetti.
Posso.

Dicevo, che mi sono distratta un po’ e me ne sono andata a zonzo per il web smollettando qualche lucertolone infetto lungo la strada, a leggere di cose che mi piacciono e anche di cose che non mi paicciono.
Perchè io, come molta altra gente competente o meno, ho la fissa della scrittura e il sogno “del diventare scrittrice”, perchè scrivere è la mia catarsi, perchè narrare è il mio credo, perchè comporre storie è  la mia sintesi… bla bla insomma le solite cagate che ripetono tutti gli aspiranti scrittori prima di rendersi conto che non sono scrittori tanto da non poter definirsi neanche lontanamente “aspiranti”. Pensa pensa il destino di crudele disincanto che ci attende. Almeno al 98,5% di tale matassa di scribacchini, a volte mi chiedo chi ce lo faccia fare.
Detto ciò mi piace leggere di storie e racconti e anche di blog e diari, anche perchè è una forma di allenamento oltre a essere (spesso) piacevole. Ma in realtà, mi risulta piacevole leggere anche di roba malscritta. Prima di tutto perchè, come dice quel guru di Stehen King: “Un brutto libro, una storia scritta male, è una lezione per lo scrittore in erba, migliore di quanto possano esserlo sei mesi in una buona scuola di scrittura”. E io sono d’accordo. Se leggi e non ti piace, noti cosa e perchè è scritto male e automaticamente scrivi meglio o comunque elimini quell’errore che hai riscontrato molto più facilmente di quanto non lo faresti se ti dicessero solo teoricamente che è un errore. E siccome il web abbonda di gente che ha velleità da scrittore e che magari ha già pubblicato dei romanzi, ma che scrive davvero davvero male, è un ottimo modo per imparare e non spender troppo tempo e troppi soldi buttati in libri pessimi (che comunque servono anche). Quindi, se passi di qui, scrittore in erba, prendi nota.
Così oggi, dopo aver letto i miei siti e blog preferiti scritti da gente competente e interessante, ho fatto un salto anche in quegl’altri che non frequentavo da giorni causa studio. E mi sono resa conto che, a parte i fini educativo-letterari, è anche molto divertente, capire cosa non va e smantellare le virtù presunte di qualche scrittore che si crede dio in terra.
Non c’ho tempo, quindi ho letto solo un estratto da un libro pubblicato di recente, e visto che mi sono ritrovata qui a scrivere questa tiritera inutile, almeno inserisco l’elenco delle “malescritture” ovvero quei sotterfugi tipici e riproposti a iosa, che denotano la pessima scrittura e che molto scrittori usano ricorrentemente per imperlare i loro papiri di stratagemmi che colmano il vuoto argomentativo con imboniture per allocchi. Perchè li riporto? Perchè mi serve, perchè mi piace, perchè è il mio blog, perchè mi diverto così, perchè ho bisogno di un po’ di cinismo, perchè leggere quella roba, utile o no, mi ha deturpato le viscere e devo dirlo a qualcuno che ho le viscere deturpate e perchè poi devo tornare a studiare, abbiate pietà di me.

  • “i denti aguzzi cozzavano contro la rotondità delle sue rosse labbra. Ma per lei la perfezione del mondo non valeva tanto quanto quell’imperfezione cozzante“, no comment, troppi cozzamenti cozzanti per me;
  • “le vecchie sono stanche e adagiate su sedie logore”, tutte le vecchie, sempre! Mai una volta che la vecchia non sia “adagiata” su qualche sedia logora o che non sia stanca. Che so io, non potrebbe essere poggiata a un palo rugginoso o seduta su un divano tarlato, così, tanto per cambiare? Nah, non può. Tutte “adagiate sulla sedie logore”;
  • le sue labbra violentavano la sigaretta”, “le dita violentavano la cicca”, “i polpastrelli violentavano le chitarre” , “lei fumava” ci vuole tanto a scriverlo? Tutta sta violenza per far intendere che è nervosa la tizia? E allora scrivi che è nervosa non che è arrapata e violenta ogni cosa dall’aspetto vagamente fallico che ha la pessima idea di finirle tra le mani!
  • il cielo candido si  sporcava di nuvole violente“, io odio queste note di colore mi fanno venire i nervi per non parlare degli aggettivi ripetuti, anche quelli mi fanno venire i nervi, c’è un sacco di roba che mi fa venire i nervi ma gli aggettivi più che mai!;
  • “si spensero e mischiarono violentemente coi sensi che inebriavano i pensieri di un amore stanco e annoiato”, questa roba è stata pubblicata eh, dico davvero!
  • lui guardava quel ben fatto corpo” ma a parte la banalità, almeno metti il “ben fatto” dopo “corpo”!

Basta! Insomma potrei andare avanti, ma mi serve conservare qualche goccia di cinismo per “il resto di questo penultimo e piovoso martedì di un rocambolesco febbraio!”
Ah… visto che so essere poetica anche io? Ora sì che sono una scrittrrrrrice!

Declinare “continuare” e non “ricominciare”

Che poi “Continuare” sarebbe un verbo decisamente più bello di “Ricominciare“, è solo che io non lo so declinare.
E se non sai declinare un’azione, come fai a farla?
Te lo dico io come: NON PUOI.
So declinare “ricominciare”, quindi ricomincio come ricominciai quando avrei ricominciato se solo avessi potuto ricominciare ed è perciò che ricomincerò.
Se solo sapessi “continuare”, non avrei bisogno di “ricominciare”. Ma a continuare non lo insegnano a scuola, a ricominciare lo impari da sola, giusto perchè sennò crepi.

Dei sabato sera, ovvero de la gente che sta in piedi senza i libri di Tom Wolfe (in un pub)

Ieri sera sono uscita e mi sono ricordata perchè non esco mai da queste parti.
Ok, passare un po’ di tempo con le mie amiche non mi dispiace mai, il problema è il contesto privo di qualsivoglia scintilla in grado di accendere qualsivoglia neurone. E con qualsivoglia neurone intendo “uno-a-caso-dei-miei-neuroni”, perchè quelli dell’altrui gente paiono accendersi benissimo e rifulgere inestinguibilmente.

Da ragazzina  pensavo che crescendo le cose sarebbero cambiate, ma questo non mi ha mai impedito di sentirmi una stupida non in grado di essere me stessa di divertirmi lì con tutti, e in definitiva di sentirmi un’asociale.
Bello constatare che alla soglia dei 30 anni le cose non sono cambiate, proprio bello, ma proprio proprio bello! Che sono la stessa asociale complessata di allora, ah …non sapete quanto sia stato bello e speciale sentirmi dannatamente fuori posto! Strano però che questo pensiero affiori solo quando esco da queste parti: perchè il mio paese e le cittadine della mia adolescenza mi fanno sentire una minorata, davvero non lo so, al punto che non posso neanche più lavorarci qui! Uno psicologo ci farebbe i soldi con me…

Ma tutte queste sono spleculazioni tratte dal mio punto di vista e potrebbero essere falsate, per stabilire se sono solo scema o un’asociale vera o se sono tutti pallosi, dobbiamo far un rapido elenco dei fatti. Rapido, che domenica o no, asociale o meno, Calipso qui deve studiare.

Dunque, prima siamo andate a mangiare la pizza in un pub bellino ma angusto, e per angusto intendo che è più grande la mia stanza nonostante quello sia stipato di bancone e tavoli e senti senti, televisioni. Mi sono chiesta a che diavolo servano quattro televisioni in una stanza grande quanto un bagno, e un millesimo di secondo dopo, le urla belluine mi hanno illuminata: partite. Quel pub bellino è un ritrovo per partitari.
No, mi correggo: tutti i pub bellini o bruttini, piccini o picciò, pizzerie, rosticcerie, messicani, arabi e neozelandesi, tutti sono stramaledetti ritrovi per partitari, qui. Ed ecco quindi cena più spettacolo, uno spettacolo rivisto mille e mille volte e condito dei più tradizionali e beceri clichè del folclore partitaro:
– alla mia destra un paio di buzzurri che rovesciavano boccali di birra ogni volta che la palla rotolava;
– alla sinistra la créme della créme: ex compagno di liceo (e pensare che l’avevo sognato ieri notte!) che mi fissa come allocco e sciorina frasi fatte una dopo l’altra insieme al suo gruppo di cicisbei, e fa il gallo cedrone con le galline del cicisbeiato, del tipo “ha fatto la cresta al palo”, “oh se io dico che vince, vince”, “eh…mi dicono tutti che potrei fare il filosofo, mi chiamano Zarathustra!”. E io che cercavo di ignorarli con le mie di chiacchiere che non vinceranno l’oscar, ma il cicisbeiato lo surclasso. Non fosse che eravamo appiccicati tutti insieme come in una grande orgia…;
– dietro di me le puledrine anti-juventus, (il che significa milaniste o interiste non vi pensata a niente che denoti una forma anfibia di personalità), che urlavano gaianti a ogni goal dell’altra squadra (ammesso che goal ci siano stati perchè non ho alzato lo sguardo verso lo schermo neanche una volta, quindi possono essersi aggrovigliati tutti in un’amplesso collettivo per quel che ne so…), insomma un vero attentato in acuti al mio padiglione auricolare e da lì al sistema nervoso centrale tutto. Il che mi ha fatto pensare, come se pensare fosse lo scudo anti-cazzate-strillate, e una teoria affascinante sul perchè io non mi sono mai trovata bene con nessuno qui, ha iniziato a formarsi: “siccome vivere continuamente in questo delirio di cazzate ti rende cazzone, poverini, non hanno scelta su cosa essere “. La conclusione della brillante teoria: “quindi sono tutti stupidi tranne me“. Mi piace ovviemente, io ne esco bene e  non capita in nessun’altra teoria, che io ne esca bene;
– davanti a me il gruppo dei sofisticati borghesi in cravatta (in un pub) con puzza elegantemente sotto al naso (in un pub) e atteggiamento da uomini e donne vissuti e vissuti con classe (in un pub) a guardare attenti e silenti lo schermo per poi commentare con sussiegosa competenza qualsiasi sbarbamento abbiano visto sullo schermo, seguito da risolino compresso alla battuta composta (in un pub).

In realtà tutto questo l’ho immagazzinato, ma c’ho prestato ben poca attenzione perchè non vedevo le mie amiche da Natale e ci siamo divertite. Finchè non siamo andate nel “pub” numero due, che tutti continuano a chiamare “pub”, ma se quello è un pub io sono Reese Witherspoon. E io non sono affatto Reese Witherspoon.
A me dispiace, le mie amiche volevano che mi divertissi e volevano farmi conoscere i tipi che piacciono loro, ma andare in un posto in cui non si può parlare perchè la musica da discoteca (in un pub) è troppo alta e devi strillare, e in cui ti mettono il timbro sulla mano quando esci per consentirti di rientrare come fossi una marca da bollo (in un pub), non è il genere di posto che io chiamo “pub” e che mi piace. E’ invece il genere di posto in cui mi trovo tremendamente fuori luogo e rimpiango i libri Tom Wolfe (non so perchè proprio Tom Wolfe, ma quando finisco in questo genere di posti, mi trovo a dannarmi l’anima per non essermi portata dietro un libro di Tom Wolfe).
Funziona così nel “pub” numero due: prima si sta tutti compressi su due poltrone, uniche nella sala, si parla di scommesse e di calcio, poi si passa nell’altra stanza a sentire qualcuno parlare di scommesse e di calcio, poi tolgono anche le due poltrone e alzano la musica cosicchè tutti possano stare in piedi col cocktailno in mano e non si sentano più a vicenda qualora venisse loro un’improvvisa necessità di parlare di scommesse e di calcio, ma tanto c’è il televisore che non si sente e che parla di scommesse e di calcio, l’apice arriva quando si fa la fila in bagno e la finta ragazzina (avrà avuto 35 anni) salta la fila per il bagno delle femminucce e va in quello dei maschietti, salvo trovare la porta chiusa perchè occupato, il che scatena forsennate risa da parte degli astanti; poi si torna di là dove il precedente branco di cretini (in piedi) ha iniziato a dimenarsi come cazzoni (in piedi).
A quel punto sono andata a farmi una birra e a rimpiagere Tom Wolfe in un angolo, salvo poi pensare alle mie amiche contrite a causa della mie stranezze, che comprendono il non voler parlare di scommesse e di calcio e il voler stare seduta, pensa pensa, il che mi ha fatto sentire (giustamente) un’acida zitella asociale e sono tornata lì, in piedi, nel branco di gente in piedi a essere una cretina che tanto tutto fa brodo e l’uomo non è un’isola (ma la donna sì, visto che “isola” è femminile, ma lasciamo perdere) ecc ecc…
Sì, uscire il sabato sera è fenomenale, mi chiedo perchè non lo faccia più spesso.
Però, per essere un’acida zitella asociale sono simpatica, perchè quando stavo andando via (c’è un limite di sopportazione quando stai in piedi a non fare niente, sappiatelo), ho detto al tipo col timbro all’uscita che mi aveva già marchiata come una mucca e tutti si sono sganasciati dalle risate. Boh. Non volevo fare dell’ironia, ma contenti loro, almeno ridono…

Mi spiace di essere così, ma sono così e io lì dentro non ci torno più.
Se poi mi passano sotto banco un libro Tom Wolfe

Infila le mani dentro la rabbia

Sono sveglia dalle sette e mi rigiro nel letto da allora come una marmotta con la girellite.
E’ stata una notte strana, che ha visto il passato tornare sotto veste d’incubo, col dichiarato intento di fare di tutto e di più per dissestarmi, gettar giù quelle fondamenta che non saranno solide, ma che ho costruito a fatica, tutta sola. Quegli incubi che scavano nei recessi del passato più torbido alla ricerca di sensazioni e situazioni tristi, dolorose, le più nefaste che non sei ancora in grado di controllare, che ti hanno marchiata e quel marchio brucia ancora se ci soffi sopra.

Era il primo anno di liceo, prima che io lasciassi quella scuola di galline e nazi-teachers per una scuola degna di questo nome, quando prendevo le cassette dei Sex Pistols  i libri di Goethe e  mi chiudevo nei bagni saturi di fumo pur di non entrare in classe. Ritrovarsi lì, di nuovo, e ritrovare ad aspettarti lo stesso sconforto di 15 anni fa, riconoscerlo con un rantolo, riacoltare la te adolescente: “mi hanno messo qui, non gli frega se ci sto di merda e se non sono parte di questo lordume, loro mi hanno messo qui”.
Insomma ero di nuovo lì, a dover fare una specie di test nazionale, e io ero pessima, la peggiore, mentre i miei compagni, quelli più odiosi, lo superavano brillantemente. Un senso di fallimento e impotenza che ha alimentanto le mie fobie per anni. Salvo poi riscattarmi nell’altra scuola, ma anche con l’università, se è ritornato, di certo non ha preso la forma perforante di un’alabarda come quello dei miei 14 anni.
E stanotte…. be’ stanotte io, e i miei 14 anni.

Se è stato un bene o se è stato un male questo sogno non lo so, so solo che è mio precipuo intento fare in modo che quell’alabarda acuminata non perfori più le mie viscere, fare in modo di non essere più quella ragazzina che si richiudeva a leggere o ascoltare musica nei bagni del liceo, pur di fuggire ad angherie e all’umiliazione di sembrare una stupida e non studiosa, cosa che non ero perchè studiavo come una matta, salvo non riuscire a dimostrarlo in una scuola bigotta e repressiva.
Con sdegno, qualcuno alla fine del sogno mi ha messo nella mano il risultato dell’esame fallito, ed eccomi ripiombare lì in quel pozzo troppo buio per vederne le pareti scivolose, a dover riaffrontare di nuovo la scalata da sola e io che pansavo di essermele lasciate alle spalle per sempre quelle pareti…

Ora che i fumi dell’incubo si stanno dissiepando, mi riapproprio della realtà, e  l’unica cosa a cui riesco a pensare è a non tornare dentro quel pozzo. Rabbia e frustrazione e tristezza e disperazione, il sogno le ha risvegliate e la mia intenzione non è di subirle, ma di usarle, tutte, a mio favore stavolta, affondarvi le mani e forgiare uno scudo contro l’alabarda. Ora che è così importante che studi, quando subentrano gli stati d’ansia e i blocchi che conosco bene, usarle come una medicina e sbaragliare ogni demone a forza di studio.
Forse mi serviva questo dannato sogno, proprio ora, a ricordarmi da cosa – DA SOLA – sono riuscita a fuggire.

Io non sarò mai più quella ragazzina nel pozzo.

E se stiamo facendo qualcosa che invita chiaramente il karma a morderci il culo?

Ok, non ho tempo per scrivere qui, eppure eccomi col mio tazzone di caffè americano, a scrivere qui. Di tutte le abitudini più o meno nefande che ho preso a ripetere ciclicamente, questa del blog proprio non voglio perderla: 365 dovranno essere alla fine i post, che saranno più post di fallimenti o di redenzione, solo la storia ce lo dirà.
Ora, non è che in un mese questo blog mi abbia risolto tutti i problemi, ma è molto più che un diario o una manifestazione di intenti, è un’azione e le conseguenze, è far pace con se stessi o autro-accusarsi per poi comuqnue, far pace con se stessi, è una terapia risolutiva e un coacervo di iniziazioni insieme.Non è che sto facendo questo sproloquio pro blog perchè sono pazza, è che oggi ricorre il primo mesiversario di questo blog. Un mese fa, a inizio giornata stavo decidendo di aprire questo blog e a fine giornata il post era già scritto.
E mentre pensavo a questo, mi sono ritrovata a trarre una conclusione cosmica, sapete, di quelle epifanie che ti colgono e devi fissarle altrimenti si perdono di nuovo nel cosmo da cui provengono. Segue l’epifania:

Possiamo menarcela quanto vogliamo con sfortuna e lamentele a seguito, ma la verità è che il karma è equo, che tutto torna, quindi se il karma di qualcuno è più negativo che positivo, questo qualcuno dovrebbe star lì a fare quattro chiacchiere con l’anima sua e tirar giù le dovute somme. D’ora in poi mi farò questa frase ogniqualvolta mi sorgerà un dubbio amletico: sto facendo qualcosa che invita chiaramente il karma a mordermi il culo?

E se la risposta sarà “sì”, be’… credo che continuerò comunque a farla.

Cioccolatini Rossi contro Cieli Grigi

Cominciamo col dire che ieri ho avuto una crisi di quelle portentose, e qui la finiamo.
Non voglio parlare della crisi e dei momenti di depressione e sconforto totali, non voglio soffermarmici più del dovuto, voglio solo buttarmele alle spalle così da poter credere che si sia trattato solo di uno sparuto momento nel percorso della mia corsa alla vita, che non sia importante, ma scolorito e passabile, che non lasci impronte nè nello studio nè nella dieta  e se ne vada a quel paese benedetto.

Ho una voglia matta e disperata di leggere e scrivere che non ne avete idea, ho voglia di purgarmi con nuove immagini, nettare i miei pensieri e vederli prendere vita nelle mie mani ma quel che DEVO fare è invece studiare studiare studiare etc.
Lo sa il cielo se devo e lo sa l’universo. Quando mi è capitata quella botta di culo immensa che ha spostato l’esame, gliel’ho promesso all’universo che stavolta non avrei fallito. E invece mi sa che sto fallendo. Siccome OGGI sono ancora in tempo, OGGI non devo fallire. Se si incazza l’Universo sono tormenti.

Quindi smetto di leggere di vite e pensieri altrui nei blog e di scrivere nel mio e me ne vado a studiare punto. Avrei bisogno di qualcuno che mi dicesse “Vai, Calipso, sei in gamba ce la puoi fare, auto-flagellarti non serve a nulla”, ma mia madre neanche ci pensa a dirmi una cosa del genere, ho provato a buttar lì il discorso ma si è girata dall’altra parte. Quindi cercherò di dirmelo da sola, il che è un po’ patetico ma i rimedi estremi non sempre sono un male, no?

E poi c’è una nota positiva, che stride in questa giornata, come un cioccolatino a forma di cuore in un involucro rosso sangue contro il grigiore saturo di lacrime (o di pioggia che è lo stesso), del cielo di questo 14 febbraio: Odisseo che mi chiama alle 8 di mattina per raccontarmi il gesto di affetto che ha avuto in mio onore il giorno degli innamorati. Una cosa del genere – anche se non è il mio ragazzo, anche se non ci siamo ancora visti, anche se tutti gli altri “anche” del mondo – quanti ciccolatini rossi vale? Bastevoli a far diventare rosso cuore quel cielo grigio pioggia?

Di Odisseo, del dribbling tra i fulmini, di quanto Trenitalia scassi

Ce li ho, qui davanti a me. Fulgidi e corposi come nessun biglietto del treno fu mai.
I biglietti per andare da Odisseo, di quelli parlo.
Sono il punto di non ritorno quei biglietti, non posso più tornare indietro: ora c’è una data, tra un mese e mezzo vedrò Odisseo, a casa sua, per cinque giorni e la gioia e il terrore si accavallano, ingrovigliano, marcicano nel mio cuore, al punto che se continuo così tra un mese e mezzo scoppierà e del mio organo cardiaco resteranno solo brandelli di carne asfitti.
Trovarmi tra le sue braccia, sentire il suo profumo, vederlo cucinare, vederlo muoversi, vederlo parlare, vederlo, guardarlo negli occhi, finora tutto questo ha avuto il retrogusto dolciamaro di un sogno, dai bordi fumosi e senza conseguenze nefande o meno, senza chiedersi cosa come e quanto, solo vivere il momento come in una bolla. Come nei sogni, appunto.
Ora è tutto vero è tutto possibile tanto quanto è impossibile e tutto ha una scadenza.
Ha una scadenza il giorno in cui potrei perderlo.
Ha una scadenza il giorno entro cui devo perdere almeno 10 chili.
Ha una scadenza la mia possibilità di vivere finalmente un sentimento vero o di morire definitivamente senza poter mai assaggiare l’amore.

Come tutte le cose belle, quei dannati biglietti mi hanno fatto penare prima di avere il lusso di stare qui, tra le mie tozze mani e le mie tazze di caffè e le mie candele smozzicate.
Avevamo visto una promozione su trenitalia per cui quei biglietti costavano 9 euro l’uno, andata e ritorno. Perfetto, non riuscivo a pensare di aver avuto tanta fortuna, sembrava il destino mi spianasse la strada, e quando sembra che il destino ti spiani la strada, non può andare male, no? Sennò quel cavolo di destino mica s’impegnerebbe tanto! C’ha altro da fare, io presumo, piuttosto che impegnarsi a spianare le strade inutilmente:..

“Scade ogni due mesi la promozione”, mi assicurò trenitalia e invece, col cavolo: due giorni dopo li biglietto d’andata già costava 50 euro! E tanti saluti al destino…
Siccome quello del giorno dopo era aumentato solo di 10 euro e complice il fatto che finalmente ho una data dell’esame spostato e mi sono potuta muovere con serenità, mi sono fiondata in stazione per recuperare i biglietti (ho la postpay scarica, il destino dava segni di cedimento sempre peggiori).
Arrivata in stazione tutta trepidante, ho immediatamente smesso di trepidare: i cari trenitalioti hanno ben pensato di chiudere la biglietteria tutti i pomeriggi da qua alla fine della settimana. Troppa pioggia per lavorare poverini, si bagnano. E io facevo ciao ciao con la manina ormai, alla speranza di un destino verso e non avverso, alla speranza che tutto vada bene perchè scritto da qualche parte là, dove vive il destino.

Se trenitalia e i suoi sgherri non si bagnano, qualcuno che si bagna a causa loro c’è sempre: appena uscita dalla stazione, a coronamento perfetto di un’atmosfera da tregenda, nel mentre trafelavo verso l’altra stazione nella città più vicina, è scoppiato il peggiore dei nubifragi con grandini grosse come palline da ping pong e fulmini che cadevano ovunque tutt’intorno, neanche fossimo sulla torre del dottor Frankenstein. Grazie a chissà quale cielo, nonostante la pioggia, senti senti, nell’altra stazione una su cinque delle biglietterie era aperta e ho preso l’ultimo biglietto disponibile, perchè dal giorno dopo sarebbero saliti a 50 pure quelli. Una botta di culo e il destino che mi fa l’occhilino dopo la linguaccia.

Che dopo sia dovuta rimanere bagnata fradicia in stanzione a congelarmi fino all’arrivo del treno che mi avrebbe riportata al mio paese; che ho studiato poco ripetendo cose al volo tra un tuono e una burrasca di pioggia; che ieri mattina mi sono pesata e in dieci giorni di dieta tosta non sono riuscita a perdere un chilo che sia uno e che non so proprio come farò a perderne 10 in un mese e mezzo e sono caduta nella più atroce disperazione, erano solo dettagli:
Avevo il biglietto in mano….

Deliri coffee-studio-camerali

Deliri coffee-studio-camerali

Non c’è altro che faccia tutto il giorno, che sia santo, dannato, bello o piovoso.
Prego notare bene la penna con inchiostro finito indice di furiosi grafismi, i post-it sparsi ovunque per scrivere checchessia di studio o di delirio calipsonesco, la candela al miele semiconsumata, l’invasione di tazze e confezioni di caffè che fanno tanto Gilmor girls.

Immagine

Perfetto dal dono che fa di sè

Sono stanca, sono troppo, stanca per tutto.
Stanca per il sonno perso,
stanca per la tensione dell’esame,
stanca per tutto questo studio disperato,
stanca per i problemi con Odisseo,
stanca per le incertezze sulla nostra storia,
stanca di dover sempre essere in dubbio su quello che prova per me,
stanca di dover stempre accontentarmi delle briciole,
stanca delle 6 mura della mia stanza,
stanca di questa luce di neon e lampade e delle sue ombre grottesce,
stanca di dover controllare la mia personalità dirompete,
stanca di dover tenere a bada i miei demoni,
stanca di stare a dieta mentre nell’altra stanza tutti si abbuffano di chiacchiere e castagnole e gnocchi fritti e dei nidi col miele e gli zuccherini che non so come si chiamino,
stanca di dover cercare modi di amarmi,
stanca di dovermi inventare l’affetto e l’amore,
stanca di verdure e niente cioccolata,
stanca delle “lacrime di cristallo l’hanno bagnata, goccia su goccia le hanno asciugato il cuore”,
stanca di tutto.

Quel che vorrei è che proprio ora, mentre pubblico questo post, la mia attenzione venga  distrattra da accordi di chitarre e mandolini; che mi affacci e veda sotto il mio balcone Odisseo “con una rosa venuto a me” in calzamaglia e calzoncini a sbuffo, un gruppo di raminghi che suonano, e  lui che canta “Con una rosa hai detto vienimi a cercare … io per te, muoio per te, con una rosa sono venuto a te … portami il più bel fiore, quello che duri più dell’amor per sè, il fiore che da solo non specchia il rovo, perfetto dal dolore, perfetto dal suo cuore, perfetto dal dono che fa di sè”.

Ok, ora pubblico il post e succede tutto questo, vedrete…

Gli accordi presi con l’Universo

La neve mi ha graziata.
Viste le previsioni nefaste della protezione civile e le allerte in tutt’Italia, tutto è stato religiosamente fermato e rimandato, esami, università, scuole e concorsi.
Ora, il fatto che dalle mie parti non si veda un fiocco di neve a pagarlo a peso d’oro, mi pare una considerazione del tutto superflua: è prevista bufera, punto. L’università e le scuole sono irrangiungibili e a menochè non si voglia invitare qualcuno a spezzarsi l’osso del capocollo sulla strada ghiacciata o farlo morire annegato/assiderato, tutto si deve fermare e doviziosamente rimandare.
Dio benedica il fronte siberiano.
E me, che respiro un po’.

Davvero non so come sarei riuscita a passare indenne questi giorni, senza dormire per tre notti di fila, nutrita solo di caffè, uno dopo l’altro, al punto che ieri sentivo la testa fluttare come una medusa pompante e snocciolante nozioni, finchè il mio organismo si è autoprotetto da una catalessi sicura e non sono riuscita a sorbirne più neanche una goccia.
Ma ne avevo bevuto talmente tanto che non ho preso sonno subito, nonostante la stanchezza, nonostante il sollievo per aver qualche giorno in più per studiare e nonostante abbia potuto ficcarmi in un letto senza sensi di colpa.
E credeteci o meno, è incredibile quanto possa essere infinitamente bello ficcarsi in un letto senza sensi di colpa. (I doppisensi sessuali sono del tutto involontari e infodati visto che l’unico essere vagamente stimolante nel mio letto, questa notte, era il peluche di un lupacchiotto battezzato da me col nome di “Pollo“, tutto erotico come un brodino annacquato con le bucce di patate a galleggiarci dentro).

Quindi sono rimasta una buona ora a guardare il soffitto, troppo stanca per fare qualsiasi cosa e la mia testa, come la medusa di cui sopra, ha esporato pulsante, immota e gelatinante, un pensiero mai accarezzato prima in questi miei profondi e tenebrosi mar,i seguito da una specie di preghiera-buoni propositi che qui riporto, così come si sono rivelati a me:

“Che l’Universo non mi odi più? Be’… quantomeno pare non odiarmi più, e mi sorride benevolo versando sassolini luminosi sulla mia strada: prima Odisseo, ora, addirittura, nubi e tempeste di matrice siberiana, vengono scomodate dalla steppa natale per muovere verso l’Africa, come grossi Titani verso l’Olimpo, in perfetto sincrono con le mie mancanze, come a voler metterci un tappo loro o a concendere a me il privilegio di non essere una perdente, per una volta.
Se mi senti, grazie Universo, stavolta non mi farò fregare, te lo prometto, non so quanto tempo avrò, ma sfrutterò ogni secondo, sarò diligente, curiosa, preparata oltre ogni dire, sarò tutto quello che non sono mai stata, sarò come quella di quel dipinto “La ragazza era brava e aveva un cervello”.
(nb: Il dipinto citato può non esistere ed essere conseguenza dei fumi causati da ettolitri di caffeina, studi improbi, sonni sconnessi.)”

Buona domenica al mondo, che io me ne vado a rispettare gli accordi presi con l’Universo…

Inutile piangere prima di versare il latte

Inutile piangere prima di versare il latte” è la mia nuova filosofia.
Che è tanto una cosa tipo “la scoperta dell’acqua calda“. Ma se ci si presta la relativa attezione, ci si accorge che non è affatto così scontato, visto che tutti stanno a ripetere che “Non si piange sul latte versato”, e chi l’avrà mai detto poi. Io c piango eccome sul latte versato, non vedo perchè non dovrei, dopotutto l’ho versato, un piantino lo meriterà pure, poi basta ma un piantino te lo puoi anche fare.
Il punto è che non serve piangere prima di versarlo! Sennò sai che succede?
Che ti ritrovi a piangere nella prospettiva di poterlo versare, a piangere mentre lo versi, a piangere dopo che l’hai versato, e ti passi la vita piangendo.
Non ne vale la pena. Per questo urge una nuova filosofia, soprattutto oggi. Insomma io non ce la farò a finire il programma e ripeterlo a dovere, quindi non supererò st’esame, ma piangerò dopo, una volta che è morto e sepolto insieme alla mia fatica e alle mie speranze. Esame, fatiche e sparanze morte valgono un bel pianto. Soprattutto perchè sono mie e quindi sono le ennesime schiattate violentemente. Una carneficina sulla via di Damasco.

Quindi ora mi faccio settecento cups of american coffee e mi rimetto a studiare e quel che sarà si vedrà.
Il punto sapete qual è?
Che comunque, per ora, non piango.

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