Chirurgia dell’anima

L’altro giorno tra un profluvio verbale e una lagna, ero giunta alla conclusione che il seme di quello che saremo è dentro di noi fin dalla nascita e che evolverà in una direzione o in un’altra, ma che comunque noi ci svilupperemo intorno a quello, in barba a tutte le teorie psicologiche.
Ma oggi mi chiedo come questa epifania dovrebbe aiutarci o consentitemi l’arroganza, aiutarmi.

Insomma, sono quel che sono nata per essere, assodato. Ma io non voglio essere questo. Io sono qui perchè voglio combiare me stessa e la mia vita. Quindi come dovrei fare? A meno che non esista una farina magica che ingerita in giuste proporzioni mi cambi o una forma di chiururgia in grado di riassemblare i connotatoi della nostra anima e della nostra mente e sì, diciamolo, anche del nostro cuore, temo sia impossibile.
Chissà se funzionerebbe una chirurgia per la nostra testa… è un’idea affascinante e spaventosa, tanto quanto le scuole di correzione per ragazzi complicati che tanto in voga andavano (vanno?) nella civilissima società del alto-borghese americana.

Comunque sarebbe più semplice e affascinante del doversi mettere sotto e farsi un culo così. Io guardo questi libroni che mi spiovano addosso e l’unica cosa che penso è che devo combatterli e vincerli per poter dare una scossa a tutto questo ammorbante schifo. Ma anche così, non credo cambierebbe molto, purtroppo. Io resterei io, con tutte le magagne pronte a riaffiorare a bloccarmi in ogni momento decisivo.

Lo so, non è bello da dire, e non è giusto nei confronti della me stessa che tanto ho fatto per costruire con tutte le sue pecche, ma mi devo cambiare. Un poco ma devo farlo.
Ciminciando dallo studio: Calipso si blocca e studia all’ultimo secondo rosicando quel che viene e accettandolo con la croce della sconfitta? Allora devo ribaltare questo vizio e renderlo virtù: ho dieci giorni per recuperare questi due esami, sono pochi giorni ma neanche è troppo tardi. Studiare come non fossi io, studiare come fossi una retta, perfetta, meravigliosa ragazza in corso e senza blocchi esistenziali perenni. Studiare come fossi ingamba, come avessi armi e bagagli per mangiarmi il mondo.
Dunque è questo che si vedrà nella mia stanza questo pomeriggio: io che divento un’altra, una in gamba, una che studia e che vince, una giusta.

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Se io non sono io

“Manca un mese e poi ci vedremo”.
Quanto può essere gustosa, palpitante, esplosiva una frase del genere se a dirla è il ragazzo di cui sei irrazionalmente innamorata e che non hai mai ancora potuto incontrare?
Gustosa come una torta alla doppia panna, crema e caramello; palpitante come dopo una maratona di 50 kilometri; esplosiva come mille spettacoli pirotecnici concentrati in uno.
Per una persona normale e SANA. Quindi non per me.

Ieri sera Odisseo mi ha detto questa splendida, meravigliosa frase e invece di godermi questo momento così bello, questo regalo alla mia vita, considerata anche la penuria di questi momenti nel corso della mia storia, ho iniziato a sprofondare in un abisso di disperazione e insicurezza, che ha toccato il fondo nella notte insonne (alle ore 3 e 17 minuti, per gli amanti della precisione) quando ho dato ormai per certa e scontata la tragedia imminente.
Le cause che porteranno a questa sono, neanche a dirlo, sempre le stesse: sono inadeguata, mi blocco, sarò sicuramente una stupida cretina imbecille e lui, così meraviglioso e perfetto, non potrà amarmi perchè nessuno al mondo può amarmi, visto che finora è sempre stato così, e visto che non combino mai niente di buono.
E sono grassa. E come diavolo dovrei perdere almeno 15 chili in un mese? Ora, chiunque legga queste righe e non ha mai avuto a che fare con obesità o disturbi alimentari, non capirà una mazza. Quelli più superficiali potrebbero addirittura pensare che sia un problema estetico e che io mi affranga perchè non ho occasione di indossare una minigonna e fare la vamp. E credetimi, quanto vorrei che il problema fosse questo! Pure a costo di essere una di quelle cretine sempre alla ricerca della borsa griffata, sarebbe comunque meglio del vero problema.

A parte tutti i disagi estetici che l’esser cicciottelle comporta, e la discriminazione e la tristezza ecc…oltre quelli ce n’è uno fondamentale che si frappone tra me e questa speranza di un amore nella mia vita, tanto bella quanto lontana: l’incapacità di essere me stessa. Perder qualche chilo non vuol dire potersi mettere la minigonna, vuol dire avere la possibilità di essere.
Con Odisseo sono stata me stessa perchè mi sono celata dietro una foto sfocata, dietro uno schermo, dietro un cellulare. Dal vivo queste barriere non mi proteggeranno, io sarò nuda in tutta la mia inadeguatezza e non riuscirò a spiccicar parola. E’ così perchè mi è successo mille volte perciò mi rintano entro le mura di questa stupida stanza, perchè qui SONO. Sono io in tutte le mie sciocchezzuole e blablaate, ma sono io. Fuori di qui io non sono io, sono un essere esposto e indeciso, che parla di niente e che sembra scema. Certo che con quelle due anime al mondo con cui sto bene non è così. Ma mettetici tutta l’agitazione dell’incontro con Odisseo e saprete perchè sarà un disastro. E come posso piacergli così? E non fraintendetemi: io non vedo l’ora di vederlo, non vedo l’ora di parlargli dal vivo, non vedlo l’ora di baciarlo. Perchè anche se siamo ancora così limitati io provo qualcosa di grande comeil mondo per lui, qualsiasi cosa sia. Ma non sono in grado di essere, e questo ammazza qualsiasi desiderio di vivere.
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Perciò io non posso incontrarlo entro un mese, non posso non posso non posso! Non riesco. Ho bisogno di qualche girno in più che non cambierà niente ma fungerà da cuscinetto. Procrastinando l’incontro però, lui non vorrà più aspettarmi. E io lo perderò e mi dilanierò per non averci neanche provato.
Quindi me ne starò qui, senza far niente, aspettando che il mondo mi crolli addosso per la miliardesima volta.

Ammettere tutto questo non è facile. Quando ho aperto questo blog mi sono ripromessa di non celare niente, per sradicare qualsiasi nefandezza e provare a scioglierla. Ma questo non significa che io non mi vergogni di questi pensieri esposti, di ciò che comportano, di me stessa…

 

Colei che guarda la pioggia negli occhi

Ieri, mezzanotte circa.
Me ne stavo abbarbicata nella mia camera, come al solito e riflettevo sui massimi sistemi, mentre l’aria gelida imperversava da dietro le imposte e una pioggia di neve tinniva sulle ringhiere dettando il ritmo ai miei pensieri.

Allora mi sono alzata, ho preso una a caso delle mie 50 sciarpe, ho messo su il cappotto al volo e sono scesa in strada. Se vi state chiedendo “E dove va mo’ questa, un lunedì notte di fine Gennaio, piovoso e insolitamente gelido per le sue latitudini mediterranee?”, è giusto che sappiate che me lo stavo chiedendo anche io. E la risposta è la stessa che ho dato stanotte a me stessa: “Vado a pensare”.
E immagino che i più perfezionisti e scassacazzo tra di voi stiano ora chiedendosi “E che cavolo di pensiero è quello che richiede il gelo della mezzanotte di gennaio come contesto?”.
E lo chiedete a me? E io che dovrei saperne? Il punto di questo blog è la telecamera puntata sulla mia stupida vita, io mi limito a trasmetterne le immagini, come una televisione stonata.
Ecco quindi che io non so proprio niente se non che intorno alla mezzanotte del 28 Gennaio 2013, me stavo lì piantata in mezzo alla strada, con l’acqua neve che mi infradiciava le ossa, in una bolla slavata di lampione e circondata dal nero-buio senza stelle dell’inverno.

E’ la pazzia galoppante che …. be’ galoppa e mi strafrigge le ultime sinapsi sane.
Oppure ho improvvisamente stabilito un etereo contatto con una qualche fichissima creatura dello spazio che ha intercettato le mie anomale e vibranti onde cerebrali e mi stava chiamando a sè per attirarmi col raggio antigravità della sua astronave e portarmi via da questa odiosa Terra in cui pare non ci sia  un posto per me.
A un certo punto ho anche guardato verso il cielo aspettandomi di veder nascere dal nero  qualche traccia aliena. Ma vedevo solo trasudare pulviscoli di pioggia dal panno della notte, che mi finivano negli occhi e gelavano le labbra, allora ho abbassato la testa e ripreso a guardare intorno a me. Bo’ forse l’alieno s’è perso in tutto quel buio…

Dovevo essere proprio una grama figura e meno male che era mezza notte e la gente sana  (o pseudo tale) del mio quartiere, dormiva il sonno dei giusti ( o pseudo tali), altrimenti avrebbero arricchito il manuale volumetrico delle Stramberie di codesta alienata di un nuovo avvincente capitolo: Colei che guarda la pioggia negli occhi.
E la guarda per una ventina di minuti circa, perchè se stai solo qualche secondo sotto la pioggia mica ti infradici fin nelle ossa! Inoltre non sei pazza, sei solo leggermente malata, ma qui, oh no, qui alti livelli di follia e infradicimento.

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Comunque sono stata lì, ho guardato la strada del fiume, buia come il niente più becero (e meno male che non mi è saltato lo sghimbescio di andare a fare un giro in mezzo a quel nero, che il fiumiciattolo sarà bello che in piena e incazzato in questo periodo!); poi ho guardato verso la stada che interseca quella del mio quartiere, illuminata a rancido e ho ascoltato il beccare delle gocce sugli alberi del prato che avevo alla destra (casa mia, alla mia sinistra).

E ho pensato, credo, con quel canto di pioggia nelle orecchie e il freddo, freddo, freddissimo in tutto il resto del mio corpo. Ho pensato come non ho mai pensato, mi sono sbriciolata nell’aria bagnata e nel rumore della pioggia.
E guarda guarda: sono al mondo! Un piccolo pezzo inutile e bruttarello di mondo, ma sono al mondo. Ho delle strade, ho delle traiettorie o posso inventarmele:
Ho il cielo buio e l’odore della pioggia:
Ho il freddo dell’inverno!
Capite?! Io, questo pulviscolo di niente, ha il freddo dell’inverno e il rancido dei lampioni e il ritmo della pioggia di neve che cade nei prati, ma l’avete mai sentito il ritmo della pioggia di neve che cade nei prati? E io ce l’ho!
Non so perchè proprio io dovevo nascere e averlo, ma io sono nata e io ce l’ho.
Come può esistere un punto di partenza più significativo?

Devo essermi tolta i vestiti e asciugata sommariamente, prima di coricarmi.
Quel freddo me lo porto tutt’ora addosso. Quel ritmo di gocce e pensieri tutt’ora in testa.
La pioggia neve che fiorisce dal buio, tutt’ora negli occhi.
E’ che io ce li ho.
Capite?

L’abisso tra il colore e il bianco e nero

Il pail dai colori vivaci compensava il bianco e nero della ragazza, avvolgendola come in un bozzolo impressionista. O era un sudario futurista?
No, non era un sudario. Non era morta, non ancora, perchè quando il cellulare smise di gracchiare e attese, speranzoso e silenzioso, una risposta, la ragazza rantolò un “Mmh mmh” di diplomatico assenso. Era rivolto più al soffitto che al cellulare, ma siccome la voce non poteva vederla, riprese soddisfatta il suo gracchìo: “…gracchi gracchi gracchi e tua mamma mi ha detto che stai sempre chiusa e non combini mai niente, quindi ti ho chiamata perchè gracchi gracchi gracchi…”.
“Mmh mmh” annuì la ragazza al soffitto e si chiese come potesse farle così male la mano, stringendo solo del morbido pail. Staccò gli occhi dal soffitto, che tanto il soffitto non poteva vederla, e guardò le dita danzare fameliche sui colori per non lasciarli scappare via.

Tua madre ha detto che non combini mai niente” sentiva la ragazza, al posto dei gracchii.
Allora posò il cellulare, che tanto la voce non peteva vederla, afferrò On writing di Stephen King e rilesse quelle righe: “Il suo sostegno fu costante, una delle poche cose buone che posso considerare gratuite …Scrivere è un’occupazione solitaria. Avere qualcuno che crede in te fa una grande differenza”.

La ragazza pensò all’abisso che separava “Tua madre ha detto che non combini mai niente” da “Il suo sostegno fu costante, una delle poche cose buone che posso considerare gratuite …Scrivere è un’occupazione solitaria. Avere qualcuno che crede in te fa una grande differenza”, e lasciò scivolare Stephen King nell’abisso, per vedere quanto questo fosse profondo. “Tanto quanto i colori sono lontani dal bianco e nero” constatò, mentre la voce gracchiava ancora, ma siccome quella non poteva vederla, la ragazza disse solo: “Mmh mhh”.
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C’ero una volta io…

Ieri non ho scritto sul blog, prima volta da quando l’ho aperto e la necessità di ottemperare a tale mancanza mi brucia sulle dita come il prurito dello scrittore quando troppe idee e sensazioni gli lievitano dentro e deve vomitarle fuori, articolarle in parole prima che diventino plutonio radiattivo e gli ammorbino sangue e ossa irrimediabilmente.
E la cosa mi piace. Molto
Mi fa sentire tremendamente simil-scrittrice e quindi tremendamente figa e a chi non piace sentirsi tremendamente figa?
E poi mi piace perchè qusto blog cresce, perchè il mio progetto per rinascere continua a essere in auge e anche se stenta e latita in altri settori, qui continua a perdurare e se perdura da qualche parte c’è speranza che contamini gli altri settori-della-mia-vita.

Uno di questi Settori-della-mia-vita è quello delle recensioni. Ne ho due arretrate, assegnatemi da un sito letterario con cui collarboro e ancora non sono riuscita a scriverle. Odio questi blocchi perchè sono così simili a quelli che subentrano con lo studio e l’università: prendo il libro da studiare, il tempo di leggere qualche riga e la vista si annebbia, le voci di accuse e gli insulti di inadeguatezze si rincorrono nella mia testa, l’aria gratta contro la mia gola finchè questà si occlude per proteggersi e io fatico a respirare. Solo staccarsi da quei dannati libri e fare qualcosa che distragga completamente la mia testa da questi pensieri tenebrosi, riesce a chetare i demoni ulranti e graffianti. E per farlo devo concentrare completamente, ossessivamente quasi, la mia mente su qualcosa di totalitario e potente, che non lasci spiragli altrimenti i demoni imperversano e io finisco col ricadere nei soliti atti autolesionsisti. Quindi leggo o scrivo o mi metto a imparare una lingua o vedo un film o mi distraggo leggendo blog e storie di persone interessanti.
La psicologa, a suo tempo, mi disse che questo capita perchè l’ansia e i pensieri brutti, tendono a essere preponderanti rispetto a tutto il resto e siccome la nostra testa riesce a concentrarsi per bene solo su una cosa alla volta, questi mi impediscono di studiare, respirare e vivere. Bello. Molto bello.

No, scherzo, non è una bella situazione perchè oltre allo stato di malessere che è uno schifo proprio, non mi consente di andare avanti nè di fare un beneamato cavolo.
Il problema come dicevo è che ha coinvolto anche altri aspetti oltre allo studio, come lo scrivere recensioni e questo non è che mi secca, mi fa proprio incazzare di brutto! Devo porvi rimedio e l’unico modo che ho trovato per tentare di sbloccare questo aspetto e di isolarlo dagli attacchi di…. non-respiro, è quello di rispolverare la mia vena critica su scrittura e sulla narrativa.

Una nuova parte di Calipso questa – Calipso la Critica- che ancora non avevo avuto modo di affrontare da queste parti.
Tutto parte dalla mia passione per libri, scrittura, parole, che altro non è sono se non un’estremizzazione del mio desiderio di vivere sensazioni sempre forti e varie che ben si connubia con la mia passione per le belle storie, e cosa può soddisfare questa fame di emozioni e storie meglio dei libri? Niente.
Per questo leggo come una dannata fin da quando ho imparato a leggere. Non ero consapevole allora, che questa tendenza era sintomo di una mia latente diversità rispetto ai miei coetanei-compaesani, era solo uno dei tanti modi che avevo ideato per sognare, per avere sempre più elementi per poter sempre più sognare, insieme ad altri strumenti che usavo per ottemperare a queste necessità, come i giochi di ruolo, come i fumetti, come i cartoni animati, come lo stare a fissare un’immagine per ore per cogliere tutti e dettagli e riviverli nella mia immaginazione, come la fissa di farmi raccontare le vite degli adulti che reputavo più interessanti bombardandoli di domande per ricostruire le loro storie e potermi calare nei loro panni, come l’andare per prati a cercare tracce di fate e gnomi o risalire i fiumiciattoli con quei poveri malcapitati di bambini che giocavano cone me, etcetera etcetera.
Sì, ero una bambina anomala e un po’ matta, e sapete cosa ho realizzato or ora raccontando queste anomalie? Che io ero da bambina, in potenza e in minima parte quello che sono ora, nel bene e nel male, a tutto tondo!
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Comincio a credere che quel che siamo, nasca inevitabilemnte con noi e si formi con noi. Può essere incrementato o stroncato, può essere nutrito o snobbato, ma siamo quel che dobbiamo essere e quello diventeremo: per quanto la vita possa vomitarci merda addosso o farci modificare la rotta, molto di quelc he siamo è già dentro di noi quando nasciamo e si può notare fin dal bozzolo tenero e rosato di dell’espressione “tutta la vita davanti”. Che questa rivelazione sia un conforto o una minaccia, non saprei dirlo.

Detto ciò, questo post doveva essere un esempio della mia passione per al critica letteraria e di come questa mi riesca discretamente rispetto a ogni altro aspetto della mia vita – forse perchè si accomuna perfettamente alla mia lingua tagliente, alla mia sincerità e al mio discreto gusto letterario-, nonchè un patetico tentativo di trovare la spinta a scrivere le mie recensioni. Un bellissimo progetto di post in cui avrei citato frammenti di letteratura/scrittura che non mi sono piaciuti e li avrei massacrati per sollazzo. Invece, niente di tutto ciò è stato, mi ritrovo per le mani uno spaccato della mia esistenza, ma chi sono io per impedire a un post di essere quello che vuole?
Nessuno.
Quindi per ora vi beccate questo, poi torno e me la spasso un po’ ad analizzare e fare a pezzi qualche malcapitato scritto/scrittore o presunto tale.
Buon appetito

Il più grande romanzo è un blog

Che il mio solito post mattutino sia mancato, oggi, potrebbe significare – certo che potrebbe – che ho passato la mia giornata profusa in studio e impegni da ragazza-non-interrotta. Potrebbe.
Se la ragazza in questione non fosse quetsa che scrive, però.
Io sono la Regina delle Zappe sui Piedi; la Nemica numero uno di se stessa; La Buoni Propositi Mai Realizzati numero 1. Eccetera.
Questo incipit lagnoseggiante per assicurare tutti che no, l’inversione di marcia sperata e strombazzata ai sette venti, dieci giorni fa quando questo blog nasceva, non si è realizzata improvvisamente. Anche se devo dire che non considero la girnata di oggi completamente persa.

Prima di tutto: 10 giorni di blog. Ok, non è chissà che traguardo, neanche avessi detto “10 anni di blog” e anche in quel caso non sono sicura possa definirsi “traguardo”. Ma considerato che ho la stessa costanza che ha un maiale nel ripulire il suo giaciglio dalla sbobba, e che vedo un successo e una ragione di alzarsi la mattina ogni morte di papa, non starei qui a far tanto la reticente. 1
0 giorni di blog sono 10 giorni di blog, e alla fine dell’anno devono esserci 365 post qui. Se poi questi post conterranno una mia evoluzione e non un detrimento ulteriore o peggio la staticità in cui verso da anni, è un altro discorso. Per ora prendo i 10 giorni e metto in sacoccia che qui non possiamo fare troppo i preziosi.
Detto ciò, questa cosa del blog comincia a prendere una forma un tantino diversa da quella che gli avevo costruito sopra nelle intenzioni. Prima di tutto, mai avrei creduto di poter trovare subito persone a me tanto simili e che seguire i loro blog mi avrebbe stimolato interesse e profuso insegnamenti oltre che intrattenuto semplicemente.
Secondo comincio a credere che stia diventando terapeutico e indispensabile scrivere qui, tant’è che non sono riuscita a chiudere il pc prima di lasciare il resoconto di un’altra giornata. Nasce da qui il desiderio di approfondire queste pagine di ogni sfaccettatura della mia vita e non dei soliti lamenti e autodenigrazioni cui l’ho sottoposto.

Necessità che è figlia dei blog ho letto oggi. Sì, ho passato mezza giornata su wordpress e blogspot a leggere qualche post e approfondire laddove trovavo motivo per farlo, o spulciare in quelli che avevo già trovato nei giorni scorsi e unito alla mia lista dei blog da seguire. Certo con tutte le cose che ho da fare questa potrebbe sembrare una perdita di tempo e una scusa per non mettermi sotto, e in parte lo è.
D’altro canto ho capito quanto un blog sia potente e intrigante, lo sapevo perchè ne ho già gestiti un paio in passato, ma non credo di aver capito bene come usare questo mezzo appieno.

Leggere un blog è come leggere una biografia della persona che scrive, come un libro che però non finisce, in cui succede di tutto e cambiano le modalità sensitive di chi scrive a secondo di cosa succede a questa persona quotidianamente e cambia genere e cambia colori a seconda del tipo di post e di argomento e cambia registro e intonazione a seconda della rotta che la sua vita imbocca.
E si può costruire la storia, la personalità, il percorso di vita, i pensieri e le delusioni, ma anche i sogni e le speranze di chi scrive, svelandole passo passo come in un dipinto simbolista, i cui elementi sono evidenti ma nascondono dei significati celati che devi scoprire pian piano e solo pian piano il dipinto delineerà la persona che lo scrive. Sembriamo tutti eroi ed eroine qui, come nei romanzi dell’800, solo che questo libro, queste pagine di pixel e lettere, sono la nostra vita e non una storia inventata.
E’ affascinte. Si può imapare molto da questo e io ho imparato molto da quel che ho letto oggi.
Farò tesoro di quanto della loro vita le persone di cui seguo i blog hanno voluto così generosamente condividere, più di quanto loro si avrebbero potuto sospettare mentre lo scrivevano. E renderò questo blog più completo e connesso che posso alla mia vita. Perchè potrebbe essere veramente la soluzione, raccontare di me. E se poi qualcuno vorrà leggerlo, vorrà capire chi sono e che ne sarà di me, e riuscirà magari a imparare qualcosa da me come io sto facendo dagli altri blog, sarà  un regalo insperato e bello oltre ogni dire e oltre ogni mia previsione.

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Requiem for a life

Non so perchè oggi è una brutta giornata, ma sento come una catastrofe vicina.
Il cedimento di ogni diga? La perdita di ogni speranza? La perdita di … lui?
Sarà per la giornata di ieri, che piena di peccati e cedimenti e fallimenti, non può essersi conclusa senza conseguenze profonde, come un preambolo al peggio.

Ho paura.
Mi aggrappo con un misero filo a quella voce, flebile,sempre più flebile, che mi dice che andrà tutto bene, che mi devo impegnare, che la capacità e la forza per impegnarmi le ho, devo dolo spolverarle. Che posso essere amata che lui li mi ama ancora, come mi aveva soprandentemente detto, anche se non è il mio ragazzo.

Scrivo presto oggi sul blog, più presto del solito, perchè ho come l’impressione che il tempo si comprimi, e che oggi più che mai io abbia bisogno di ogni secondo disponibile in più, per provarci con ogni fibra del mio corpo, provarci e riprovarci e riprovarci ancora e ancora, finchè non mi riesce di scrivere e studiare e dimagrire ed essere.
Perchè avrò bisogno a fine giornata di aggrapparmi a piccolo traguardo, quasi un compensativo per attutire la caduta kilometrica della catastrofe?
Spero di no. Spero.
Ma nè le candele profumate, nè le varianti caffè e cappuccino, nè il cielo, con quella giusta intonazione di grigio che solitamente s’accosta splendidamente alla mia malinconia e mi rende serena, riescono a scalfire il presentimento.
Sembrano piuttosto lo scenario adatto al presagio maledetto.

Mia madre mi è passata accanto senza rivolgermi sguardo o parola. Credo le faccia oramai, inevitabilmente repulsione. In compenso, la bustona di Pan di stelle mi fissa benevola e sorniona dal tavolo della colazione, con la falsa, melliflua, promessa di compensare a ogni carenza ambientale e sentimentale.
Gli articoli da scrivere sono aperti da ieri, bianchi come un sudario senza segni nelle rispettive pagine word. Morti perchè non sono nati quando avrebbero dovuto.
La catasta dei libri da studiare mi guarda ghignante nella luce vinaccia che ha deciso di assumere stamane, la mia camera.
Le voci della vita arrivano attutite dall’umidità dell’aria.
L’attesta della tempesta che si prepara fuori, grava sulla mia stanza come in quella di Noè, in archetipica connessione.
Il cellulare non squilla, lui non mi sente e non mi vuole parlare, ma perchè dovrebbe.

Catastrofe.
Una labile e incerta preghiera,è tutto ciò che posso imbastire:
Che stia lontana, un altro po’. Che mi dia il tempo di raggranellare qualche sorso di vita prima di soccombermi.
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L’estrazione dell’anti-vita

Le cose di cui ho paura si sprecano.
Eppure non può essere una giustificazione a una vita ferma da 10 anni.
Perchè mi guardo intorno e vedo gente gente e gente che fa e fa e fa e fa e fare = vivere.
Come posso sbloccarmi e conoscermi se non riesco a capire dov’è lo scoglio da superare?
Be’, avrei iniziato a scrivere questo blog per capirlo in teoria, ma oggi ne abbiamo 23 e non sono ancora riuscita a capire una beneamata mazza.
Anche ora, io cerco di visualizzare il problema ma questo si sfalda in mille e mille problemi e angosce e non riesco a coglierlo e definirlo del tutto.
Ma devo pur partire da qualche parte, e allora, oltre alla dieta che spero finalmente di essere riuscita a cominciare, stilerò una classifica di problemi che dovrebbero stare alla base dei miei blocchi, della mia anti-vita, e proverò a inventarmi qualcosa un po’ tutti i giorni del 2013, per risolverli, passo per passo.
Anzi, come faccio a risolverli tutti insieme che non riesco a visualizzarli tutti insieme?!
No, non funziona mai mettere troppa carne al fuoco, soprattutto con me, devo sceglierne uno, a caso, e iniziare da quello, concentrarmi su quello e rosicchiarlo piano piano.  Dunque.

LISTA DEI MIEI ANTI-VITA

  1. Mi sento inadeguata al mondo e alle persone;
  2. Ho continui sensi di colpa per quello che sono;
  3. Ho continui sensi di colpa per quello che sono stata;
  4. Ho continui sensi di colpa per quello che non sono;
  5. Mi blocco spesso nelle situazioni e sparo cazzate che non sono inerenti alla mia persona;
  6. Quando sono particolarmente a disagio sto zitta e risulto strana;
  7. Non riesco a essere sempre me stessa perchè sono spesso stata percepita come fuori luogo e sbagliata;
  8. Penso sia ridicolo e sbagliato qualcisasi cosa dico (se non con quelle due persone con cui sto bene);
  9. Non sono in grado di essere amata;
  10. Sono inetta e non so fare niente;
  11. Non sono in grado di costruirmi una vita perchè non ho basi da cui partire;
  12. Il fatto che tutti mi giudichino mi sparlino dietro e mi considerino un’inetta mi impedisce di esser serena;
  13. Mangio complulsivamente quando ogni qualvolta mi succeda qualcosa di brutto o cado in depressione;
  14. Mi girano in testa le parole di persne che mi hannod etto che sono sbagliata o “una morta vivente”.

    Basta.
    Insomma potrei andare avanti e continuare, ma che senso ha?
    Se riesco ad affrontare anche solo uno di questi punti è grasso che cola.
    Come lo scelgo? Uno vale l’altro…
    Ok… li scriverò su pezzetti di carta e li metterò in un cappello per estrarne un’anti-vita alla volta. Ciò che uscirà sarà il primo problema da risolvere del 2013.
    Come farò a risolverlo è un altro paio di maniche…

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Sensazioni cercasi

Avete mai provato a fare un cappuccino mettendo oltre al caffè normale anche un cucchiaino di caffè istantaneo? No? be’ allora siete più saggi di me.
Io l’ho appena fatto. Ma senza doppi fini, dico sul serio. Solo con l’ingenuo, immacolato tentativo di dare al solito cappuccino una variante di gusto alternativa e nuova. Lo faccio spesso, ci metto spezie, zenzero, cannella, baccelli di vaniglia, panna, insomma qualsiasi cosa possa stimolare recessi di gusto ancora silenti.

Io cerco di stimolare me stessa in tutti i modi. Il piattume mi annoia in tutte le sue forme e le sensazioni variagate, le emozioni diverse, forti e vere, sono il mio tesoro, sono quello che cerco.
Ora, non so dirvi se è una mia caratteristica, o invece solo il surrogato di una vita tarpata, a metà, che non trova il suo spazio per iniziare il decollo, noiosa, boriosa, buia.
O forse sono entrambe le cose. Perchè mi caratterizza fin da bambina, fin da prima che iniziasse la mia odissea, quando il senso di colpa e di inadeguatezza erano solo germogli che trovavano un cuneo caldo di terra dove metter radici.
Anche un muro spoglio da bambina diventava un ponte di passaggio per un altro mondo, le cose anonime le rivestivo per dargli personalità, una semplice sacca di tela doveva per forza nascondere qualcosa che rivelava storie e grandi sogni.
In realtà non sono cambiata molto. E forse questo è il guaio, a quasi 30 anni dovrei essere cresciuta, le mie esperienze dovrebbero essere quelle di una donna giovane, ma adulta e non la risacca di una vita in potenza, il tormento di quanto c’è di Bello che io non posso toccare perchè da sola non ci arrivo.

Ecco quindi che sfrutto qualsiasi cosa per sentire un’emozione. Le varianti di cappuccino non sono che un esempio. La passione per i dolci belli e nuovi da scoprire un altro. Le mille candele che puntellano come lucciole profumate la mia camera un altro ancora. La lampada a cui cambio ogni giorno paralume per conferire al mio piccolo mondo un aspetto ora romantico, ora retrò, ora settecentesco, ora futuristico, un altro. Insomma mica posso elencarveli tutti!
Per spiegare quel che ho già alencato, oggi ho acceso tre candela in camera e i loro effluvi si stanno mescendo in sentori di Orienti sconosciuti, perchè è un odore mai sentito, capite? E mi sta regalando una qualche sensazione mai provata, capite? Non basta, è solo un surrogato di vita, ma è qualcosa. (Se proprio siete curiosi di saperlo ho acceso il residuo di una candela di Natale ai fiori di loto, più una candela al miele, più una lime e vaniglia. Riuscite a immaginare il sapore della mia camera?)

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Per questo non ho messo il solito patchwork di spezie dolci nel cappuccino, perchè già l’aria è intrisa di profumi forti e speziati. Allora ho mischiato due tipi di caffè nella speranza di trovare un barlume di sapore nuovo, ma inaspettatamente il primo sorso mi ha intontita, la testa ha iniziato a girare e mi sentivo leggera, coi sensi sincopati, neanche avessi fumato una canna. Troppa caffeina concentrata?
Mi sono messa a scrivere questo post e ho smesso di bere, ma il cappuccino è ancora qui sotto, con i riflessi delle candele che ballano sulla sua superficie ramata, gorgheggia invitante. E io non posso fare a meno di pensare a come mi sentirei se lo bevessi tutto, visto quel che ha fatto un piccolo sorso.
Quindi ora chiudo, mi bevo il mio cappuccino magico nella mia stanza d’Orienti speziati e fisso il muro.

Che magari si apre finalmente quella porta che cerco fin da bambina, che mi porti via di qua. Che magari non lo spreco, quest’ennesimo giorno, del primo mese, del 2013.

Che la foto parli da sola. Non ci sono più parole.

Lascerò che la foto parli da sola in tutta la sua drammaticità

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Come una Fenice

La vita mi ha insegnato solo a rinascere. E non c’è niente di poetico in questo, solo cruda e nuda necessità. Perchè lo sai che cadi, che cadi di continuo fin da quando sei bambino e le cadute erano dalla bicicletta o dai pattini, adesso invece le cadute sono dalla vita. Veri e proprii inciampi, magari c’è chi ha più equilibrio, magari chi è sostenuto da altri, o chi invece cade più spesso, come me che faccio parte di quella categoria di persone che hanno le gambe di ricotta proprio e cadono di continuo.

La mia vita è un’immensa, ripetuta, continua caduta. Non c’è altro che so della vita se non che si cade. E so che esistono una decina di modi per rialzarsi e tanto quanto impara il bambino a farlo mentre impara a camminare, così deve imparare l’adulto. E se non lo fa?
Eh…so’ cazzi! In generale sono tre le soluzioni che comprendono tre tipologie di individui anche:

  1. C’è chi viene aiutato ad alzarsi perchè ha un nugolo di persone che lo amano attorno, che lo rialzano. Sono le persone più fortunate secondo me perchè, essendo sostenute da così tanta gente, cadono poco, cadono semrpe meno, imparano infine a non cadere;
  2. C’è chi invece cade spesso e deve imparare da solo ad alzarsi, e si sbuccia le ginocchia tante di quelle volte che le cicatrici restano indelebili per tutta la vita, e che nei casi più fortunati, arriva a capire come cadere un po’ meno spesso, o comunque cercando di non farsi troppo male.
  3. E poi c’è chi ha difficoltà ad alzarsi, chi cade ed è schiacciato da un peso tale che ha bisogno di tempo per raggranellare le forze bastevoli a scollarselo di dosso o a imparare a camminare con questo sul groppone. E ne frattempo arranca e striscia come può.

Io appartengo alla terza categoria, e sto cercando di imparare a salire verso la seconda, un po’ come vengono scontati i peccati nel purgatorio e si scalano i gironi.Sono caduta tante di quelle volte che ormai non mi pesa tanto la caduta, ma solleversi è sempre più difficile. Ho strisciato tanto, nascondendomi a un mondo che mi rispecchiava solo nei termini della mia inadeguatezza.
Il punto è che mi sono sempre rialzata. A volte dopo anni, a volte sono caduta cinque minuti dopo, ma mi sono sempre rialzata.
E ho imparato che rinascere è bello, che scrollarsi le ceneri del passato è sano, che il falò che ti consuma prima della rinascita brucia e fa male, ma è purificatorio.
Rieccomi pronta a bruciare, a farmi male, a scrollarmi la cenere delle stronzate passate di dosso, e a rinascere di nuovo.
Come una Fenice.

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Due mele per me e Anne Hathaway

Diciamolo in tutta franchezza: io e Anne Hathaway non abbiamo niente in comune, figurarsi!
Lei un po’ più grande di me, attrice rinomata, donna in carriera, bellissima, ricchissima, sposatissima, con una vita interessante e piena, forte personalità, sicura di sè e del suo essere giusta e bella. Io sono abbastanza il contrario. No, sono totalmente il contrario.
Ma.
Come ogni brava attrice che si rispetti, anche la Hathaway ha dovuto infine modificare le proporzioni del suo corpo e il suo peso per interpretare fedelmente un personaggo. Nella fattispecie “Fantine”, la prostituta deperita de “Les miserables”, che per giunta le è valsa anche la nomination agli Oscar come miglior attrice non protagonista (insieme alla decina di nomination che ha raggranellato il film tutto, giusto per dare qualche notizia che valga la pena esser letta).
Essendo lei già filiforme di suo, perdere tutti quei chili deve essere stato molto difficile, così io ho pensato vedendo qualche fotogramma del film mandato in onda per i Golden Globe. Perchè come sapranno tutti quei poveri dannati come me che per tutta la vita hanno dovuto lottare con la bilancia e i chili di stratroppo, più sei vicina al tuo peso forma, più paradossalmente tendi ad avere difficolatà a perder peso, perchè il grasso in eccesso è poco e il corpo se lo tiene stretto, st’infame.
Mi sono dunque informata e senti senti: la cara Anne ha perso 9 chili in meno di due settimane! Come? Mangiando due mele al giorno + un frullato vitaminico, per un totale di non più di 500 calorie al giorno. Ovviamente sempre sotto osservazione medica.

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E poteva la tentazione di perdere tanti chili in così poco tempo, passare sotto la mia attenzione e fuggir via senza lasciar traccia? Giammai.
Ora, non sono stupida, so benissimo che non si può sottoporre il corpo a una privazione tale per troppo tempo. La mia intenzione è infatti quella di associare le due mele al giorno a vitamine e una tazzona di latte o una banana. Vorrei provarci solo per una ragione: non riesco a riprendere la dieta e ho ripreso un botto di chili dopo natale. Se riesco a sgonfiarmi un po’ in questo periodo di piogge e tempeste che mi impediscono di muovere il culo, magari posso poi riprendere una dieta più salutare e costante.

Ho quindi intenzione di iniziare questa sfida che comunque non intendo protrarre tanto quanto l’holliwoodiana, ma se riuscissi a mangiar due mele e una tazza di latte da qui a dicamo 5, massimo 7 giorni, già sarebbe grasso che cola. Mi aiuterei con il blog, contando i giorni e le mele (:p) qui, perchè finora questo blog non mi ha fatto altro che bene.
Non mi sento di consiglairla a nessuno e non è assolutamente detto che riesca a seguirla, finora non c’è stato giorno nelle ultime 3 settimane che non sia partito con un  buon proposito alimentare, e che a fine giornata non sia stato puntualmente sfatato.
Ci provo, sperando che dia qualche risultato e possa così, riprendere in mano la situazione. Anche perchè non so più che inventarmi.
Dunque che altro dire?
Stay tuned e GIORNO 1!

In un’altra stanza, in un’altra vita

La volete sentire una storia patetica? Ma non di un patetico-accettabile come quella che ho scritto stamattina, rielaboraazione favolistica di un sogno, quindi accettabile perchè inconscio, ma un patetico proprio patetico, un patetico al quadarato, perchè narra di scelte consce, molto consce, conscissime direi. No? Non volete? Eh … fate bene, ma questo è il mio blog e si dia il caso che io possa imperversare facendo il bello e il cattivo tempo.

Dunque, siccome ogni qualvolta mi metta a studiare vengo colta da terribili stati d’ansia e non riesco a respirare visto tutto quello che ho accumulato negli anni e che mi opprime la mente e il cuore, ho deciso di creare un’ambientazione che mi scolleghi il più possibile dalla realtà, che non mi faccia riecheggiare in mente le voci di tutti quelli che hanno sostenuto che io sia inadeguata e non ce la farò mai, perchè come disse lo psicologo, i pensieri negativi tendono a prendere il sopravento della nostra testa e qualsiasi attività che richieda concentrazione, viene scalzata da questa e risulta impraticabile.

Quindi cos’ho fatto per non lasciare campo libero a questi pensieri? Ho acceso 5 lampade in camere, attorno allo scrittoio, affinchè la luce anomala mi faccia percepire diversamente queste quattro mura, ho messo in sottofondo un episodio dlela quarta stagione di una mamma per amica e mi sono fatta un’enorme bicchierone di frullato di frutta e latte. E ora sono qui con i libri aperti e senti senti, riesco a studiare. Magari poco, magari a stento, ma estraniarmi dalla mia realtà e tenere la mente aperta verso altre immagini, altri contesti ed altre storie più accattivanti come studiare all’università di Yale, mi consente di non cedere al senso di fallimento e soffocamente legato al’università e preparare questo maledetto esame.

Sentito mai nulla di più patetico?! Ora sto studiando letteratura contemporanea a Yale, vedete qui sotto? Precisamente nella sezione del college in cui ci sono le camere studenti definito Branford, di cui parlò Robert Frost (che sto studiando per giunta) e disse che questo ha il cortile più bello dei college d’america. Figo no?
😉

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Un cuore slavato

C’era una ragazza che vestiva di notte in un mondo in cui erano richiesti vestiti di giorno e atteggiamenti solari. Questa ragazza stentava a capire perchè fosse nata per indossare vestiti notturni, e soprattutto perchè non fossero degni di quelli solari, dopotutto il mondo non ha bisogno sia del giorno che della notte? Spesso passava ore a guardare dentro se stessa per capire da dove potesse venire tutta quella notte e se fosse giustificabile o meno, perchè a lei non sembrava così brutta: “Nella notte puoi vedere le stelle, tutta quella luce accecante del sole le assorbe le stelle, le cancella, impedisce loro di brillare e sono tanto, tanto belle quando brillano le stelle, più del sole!”, si ripeteva e lo diceva anche agli altri. Ma queste parole lasciavano allibiti gli altri, come fossero un sacrilegio fatto al mondo e un insulto a loro stessi. Così la ragazza iniziò a guardare la sua notte con inquietudine crescente, ora vedeva l’errore nel palpitare delle stelle, nella bellezza della luna. Siccome una pelle di luna, non può vestire di sole senza scottarsi, la ragazza passava il tempo a nascondersi dai giorni e usciva solo quando questi erano ammantati dall’argento dell’inverno o dal bronzo dell’autunno, così familiare ai suoi occhi, abituati a notti ambrate e lunari.

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Ma un giorno i solari la videro e la portarono al riparo perchè un tale scempio non poteva più essere tollerato nella loro retta comunità e cercarono di convincere la ragazza ad abbandonare i sogni di notti e di stelle e ad accettare l’unica vera fede tollerabile, quella dei giorni in sole.
Ma la ragazza sapeva che non era possibile perchè ci aveva provato e disse loro che non poteva essere quel che non era nata per essere. Ma loro erano solari e i solari tutto possono, così dissero alla ragazza che un modo c’era, era l’unico e indispensabile per abolire tale scempio: dovevano epurare il suo cuore di ogni ombra e stella che serbava dentro.

La ragazza si spaventò e cercò di scappare, ma loro erano tanti e cosa può una piccola ombra notturna, sola, contro tanti raggi di sole? Allora la catturarono e tra un’omelia di grazia e una predica di perdono, le serrarono i polsi, le squarciarono il petto e lavarono a fondo il suo cuore, per purificarlo completamente da tutto quell’errore che era stata, da tutta quella notte con cui viaggiava, da tutte quelle stelle che conteneva.

Fine

“Ho sognato che mi lavavano il cuore”Calipso la Liberidea

Come faccio a vivere?

Ieri ho ceduto e ho mangiato parecchio. Non riesco proprio a ignorare  la eco del mio stomaco. Non mi sono abbuffata e questa è già una grande conquista perchè in questi giorni il desiderio di farlo è pressante e perenne. Ma ho mangiato di continuo crackers, formaggio light, bastoncini alle verdure al forno, fette biscottate… Quindi di ieri non posso salvare nulla, il fatto che non mi sono abbuffata mangiando comunque? E’ poco per essere salvato anche per un ottimista indefesso.
Non va bene. Avevo ripromesso a me stessa di non buttare più giorni della mia vita al vento, di salvare sempre qualcosa. Invece, come al solito, ho infranto la promessa già nei primi 15 giorni del 2013.

Quindi? Quindi devo cominciare d’accapo, oggi, il 17 Gennaio. Il 17 è un bel numero mi è sempre piaciuto, prendiamolo come un buon segno, che di buoni segni non se ne hanno mai troppi. Come ricomincio? Impegnandomi.
Le cose da fare non mi mancano e vista la rapsodia della Calipso Nera di questi gionri, sono rimasta fin troppo tempo in stand by. Devo scrivere due recensioni, devo provvedere a due diversi tipi di burocrazia, rimediare a un paio di guai che ho fatto, studiare per un concorso statale e riprendere la tesi. Tanti auguri a me.
Il mio problema è che quando sono in queste fasi negative, qualsiasi di queste attività mi fa venire l’ansia, nei casi peggiori incorro in veri e propri attacchi di panico: mi manca il respiro, le labbra diventano viola, le pareti mi comprimono, le voci dei miei mille demoni mi squarciano i timpani e la pelle senza che io possa far nulla se non smettere immediatamente di scrivere o studiare e distrarre la mia mente. E così fallisco. Di continuo.

Come faccio a riprendere e agire? Non lo so. Non ne ho idea. Sono qui, chiusa nelle solite, 4 autunnali mura della mia camera, con una candela dall’afrore di limone e zenzero accesa a illuminare la scrivania e renderla più simile a uno scrittoio rinascimentale, oh… una fa di tutto per trovare l’ispirazione! Ma non la trovo, sono qui sola e cerco di contenere l’affanno e l’ansia per tutto quello che non sarò mai e non so che fare per riuscire a studiare e a scrivere. Continuo a scrivere qui sul blog, nella speranza che una soluzione mi si presenti lampante d’innanzi, o mi venga suggerita. Un’appoggio, una pacca, un sorriso. E continuo a non sapere come fare ad agire e a vivere.

Non lo so, non lo so, non lo so, non lo so. Voglio abbuffarmi per poter rimandare tutto. Voglio abbuffarmi e non pensare. Come fare il resto, non lo so.

Non lo so, non lo so, non lo so.

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Il valore di ogni singolo giorno

Oggi è il 16 Gennaio 2013, si riparte, dovrei ripartire. Stento e latito come sempre, ma non è più il caso di perdere tempo, è questo uno degli obiettivi del blog, quello di rimediare all’infinita trafela di giorni inutili, giorni senza un senso, acromatici. Il desiderio di vedere un po’ di colore, tenero timido e pastello magari, o anche un blando grigio come queste giornate di tempeste e d’inverno ma che importa? E’ comunque colore, no? E’ comunque un giorno sensato, un giorno non buttato, un giorno vissuto.

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Uno degli obiettivi di questo blog è quindi, come dicevo quello di scoprire il valore di ogni singolo giorno, cercarlo, assuefarmi al bisogno di vivere in termini di senso, di pratica, di essere vero e proprio e siccome comincio l’anno con un po’ di ritardo, sfrutto l’occasione per allenarmi un po’ e ricerco quanto di buono ogni giorno può avermi regalato. Se me lo ha regalato. Proviamo:

  1. GENNAIO: io e il capodanno non andiamo generalmente d’accordo perchè è momento di bilancio e il mio bilancio è sempre gramo anzi, completamente privo di voci. Ma quest’anno ho deciso di viverlo in maniera diversa, già impostata nell’ottica di dare una svolta, di camminare seriamente. Avevo intenzione di costruire questo blog la notte di capodanno per imprimergli la carica quasi magica della rinascita e del nuovo inizio, ma ho passato la serata a dedicarmi al mio “Capodanno anomalo”. Il Capodanno anomalo non è niente di particolare, consisete semplicemente nel decidere da te come vivere questo giorno speciale senza lasciarsi trascinare dal vortice del dover fare sempre e solo nel modo dettato dagli altri. Che in realtà, nel bene o nel male è la mia impostazione di vita. Ma se gli altri anni vivevo  la sera di capodanno come il sunto di una vita scevra di fatti ed emozioni – complici anche le persone tutte che continuiavanoa  lanciarmi occhiate oblique per non uscire la notte di capodanno -, quest’anno ho vissuto tutto con uan serenità e una dolcezza decisamente anomali. Trattasi per questo di una notte di Capodanno doppiamente anomala: ho passato la sera a mangiare serena senza sensi di colpa (mai successo prima d’ora), essendo senza parenti aggiunti come le altre feste abbiamo cucinato e mangiato cose che a me piacciono; ho guardato i Griffin; ho provocatoriame sbefeggiato e ignorato i fuochi d’artifico che fiorivano a bizzeffe attorno casa mia allo scoccare della mezzanotte, pacchiani e anonimi, desiderosi di attenzioni, mentre la mia di attenzione era dedicata tutta al libro della Rowling The casual vacancy che tenevo in serbo da mesi per poterlo leggere in un’atmosfera speciale e che avevo iniziato qualche ora prima cucinando per il cenone, quindi leggevo la mia Rowling e sorseggiavo spumante, fermandomi solo 30 secondi per brindare con i miei e per addentare il panettone alla crema e amarena col croccantino di cioccolata e biscotto sopra che ho scelto per l’evenzienza e poi riallacciarmi al piacere vezzoso e completo, palpitante e MIO della lettura; e ho continuato a leggere mentre i miei biscotti allo zenzero e cannella cuocevano e improfumavano la notte del mio capodanno anonimo; poi mi sono connessa e ho aspettato un paio d’ore una mia amica su internt, lei era sola a Milano, avevamo chiacchierato la sera, tra una portata e l’altra (appunto: anomalo!) e volevamo scrivere un racconto  due mani, e ho scribacchiato un po’ sulla mia moleskine, preparando l’eggnog; infine l’ultima parte della mia notte anomala, ho aspettato l’alba del primo giorno dell’anno con le lucine ghiaccio e bianche del mio albero di natale a illuminare la notte mai silente dell’1, ignorando ancora gli orridi botti che riverberavano sui vetri, leggendo il secondo libro che avevo messo da parte 1Q84 di Murakami (quanto contano per me i libri e la lettura e la scrittura, immagino sia chiaro da queste righe) spiluccando omini di pan di zenzero ancora caldi e lasciandmi coccolare dalla fragranza tutta natalizia dell’eggnog che caldo scendeva nella gola e ammorbidiva me la mia tensione e lo stesso pail in cui ero avvolta. Cosa salvo dell’1 Gennaio? Tutto questo, tutta la forza che ho messo nel dimenticare d’esser qui e sola, nel dimenticare che non ho molto, che il 2012 mi ha lasciato poco, ritagliandomi il mio sereno e profumato Capodanno anomalo.
  2. –  5. GENNAIO: c’è molto da salvare in questi 5 giorni, capeggiati dal 2 gennaio quando sono andata a spedire il pacco che avevo preparato per Odisseo (parlerò di lui i prossimi giorni), con cuore che perdeva un rintoco ogni passo che facevo verso la posta, e tornando cosa trovoa  casa se non un pacchetto che lui aveva spedito a me per natale, senza neanche parlarne, così, lo stesso giorno lo stesso pensiero? L’emozione travolgente e per me anomala del sentirmi amata, e desiderata anche se da lontano visto che non ci siamo mai ancora visti, il raccontarglielo e aspettare fremente che mi chiamasse il 3 gennaio sapendo che aveva trovato il pacco a aspettarlo com’era successo a me. Salvo Odisseo, le emozioni in cui mi sono cullata quei giorni, così forti, così belle, così niente in confronto a chi ama ed è amato e sa di piacere davvero a qualcuno e non los ente solo per telefono, ma che mi danno un briciolo di speranza, precaria, tremula speranza;
  3. vedi 2 gennaio
  4. è il giorno della mia ultima abbuffata, il giorno in cui ho lasciato prevalere la Calipso Nera, il giorno di cui parlo qui https://webcamaccesa.wordpress.com/2013/01/15/epifania-lultima-abbuffata-si-porta-via/ . Potrei salvare quel senso estatico fi piccola gioia e batticuire, di sicurezza e quell’ombra di felicità che lì descrivo, ma sono abbastanza consapevole della falsità, della metificità di questa ombra di sta bene da non considerarla un bene. Perchè quel senso di sazietà è negletto e mortifero, riempie per svuotare ulteriormente, come fa la droga che ti fa pagare a caro prezzo un memento di estasi. Be’ il cibo è la mia droga. Quindi non salvo niente di quel girono, consapevole di averlo gettato alle ortiche, irrecuperabile perso come i giornia  avenire fino al 15 Gennaio, giorni il cui ho mangiato ancora, tanta è l’assuefazione alla droga, giorni che non ho vissuto, pensato, fatto perchè io, Calipso la Liberidea non esisteva, la Calipso Nera suggeva da me tutta la vita che avrei dovuto avere e mi lasciava solo e sola, la depressione più nera e profonda.
  5. vedi 6 Gennaio.
  6. GENNAIO è il giorno in cui ho aperto gli occhi e mi sono fatta coraggio. Calipso la Liberidea ha visto lo snodo insito in se stessa e ha dato un pugno alla Calipso Nera, per stordirla e riprendersi lo spazio ch’ella le aveva tolto. Ho passato la giornata a capire come combatterla e avere una speranza di vincere. Ho pasato il 15 gennaio 2013 a costruire questo blog, a progettarlo, a capire cosa e come impostarlo, a capire che avevo bisogno di mettermi completamente a nudo per non mentire a me stessa, di scrivermi per potermi riscrivere e rinascere. Salvo questo blog e il ruolo che avrà nella mia vita in questo 2013, le persone che sto già cominciando a consocere e che leggeranno quel che sono, da cui imparerò e di cui mi soprenderò condivuidendo le loro giornate, i loro successi, la loro vita. Salvo Calipso la Liberidea e lo snodo vitale in cui ha iniziato a vivere.

Il Capodanno di Calipso

Oggi parte il mio percorso, a metà gennaio del 2013. Oggi è il Capodanno di Calipso.

Non so dove mi porterà, questo blog, magari è una gran scemata e non leggerà nessuno le mie farneticazioni. Ma serve a me, stare qui, a un tiro di schioppo dal mondo e lasciare che il mondo mi veda, permettergli di farlo quantomeno, di vedermi a 360°. Sono una stupida se la cosa mi elettrizza? Se la possibilità di definirmi finalmente, del tutto e senza remore o coperte mi fa sentire speranzosa e viva? Forse.
Ripeto, è molto probabile che non servirà a niente, ma sono qui, sto mettendomi in gioco, sto componendo, camminando, lasciando una traccia di me e lasciar tracce non è segno di vita, alterare le cose non significa esserci?
Anche se chi leggerà penserà che sono una cretina infinita, comunque lo penserà. Comunque sboccerà questo pensiero nella sua mente, un pensiero destinato a me, un pensiero che non sarebbe nato senza queste righe, senza questo blog, senza di ME.

Sentirsi così è il primo passo per essere o è niente? Non lo so. Fatemi questa domande il 31 dicembre 2013 e saprò rispondervi.

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Epifania, l’ultima abbuffata si porta via

L’ultimo giorno che ho ceduto e mi sono abbuffata, è stato il 6 gennaio. Certo che non doveva succedere, risparmiamoci le frasi fatte e i moniti da quattro soldi, che in queste situazioni lasciano il tempo che trovano. Il mio non doveva succedere, non ha il valore di un monito da “cosa buona e giusta”, ma quello che si fa una ragazza (posso ancora definirmi ragazza se tra tre mesi da oggi avrò 30’anni?) che ha promesso a se stessa, al mondo e agli astri di cominciare a vivere un po’.

Non doveva succedere perchè come ognuno di voi, anche per me ogni inizio dell’anno è foriero di buoni propositi e cambi di vita, ma in realtà io ambisco all’inizio di una vita, a un parto nuovo di zecca quindi cedere ha un doppio sapore di sconfitta.

Non doveva succedere perchè i giorni dal 2 al 5 gennaio non erano stati poi male, anzi mi avevano riservato cotanti palpiti ed emozioni da farmi sentire viva, un po’…diciamo viva sulla carta, cosa che comunque non mi è familiare.

Non doveva succedere perchè per nascere serve tanto impegno e se io mi abbuffo non solo viene meno l’impegno, ma io smetto di esistere, non agisco, a mala pena respiro, non faccio niente nè mi importa di niente, attontisco la Calipso reale, effettiva, il dottor Jekill e lascio imperversare quella menefreghista e scellerata che si autopunisce, godendo.

Perchè le abbuffate sono l’espletazione più manifesta del mio snodo: servono per autoflagellarmi e per salvarmi. Io ne ho bisogno. E’ vero che le ho limitate, è vero che non metto in atto sistemi di recupero quali vomitare, è vero che capitano raramente se non cado nei periodi depressivi, ma comunque sono una aprte della mia vita, sono cucita nella trama stessa di questa e purtroppo, la governa,o. Anche se riesco a metterle a tacere per un po’ non scompaiono mai, io le volio, io le cerco, io le prospetto e anche quando riesco a gestirle. Sapete che penso? Aspiro al momento in cui potrò farlo, lo progetto proprio nel dettaglio, il momento il cui lascerò libera la  Calipso di merda e mi coccolerò nell’unico modo concessomi, riempendo la voragine di niente che mi dà precaria forma.Ma tutte queste cose le ho ampiamente capite da anni. Il pensiero nuovo, inambito quanto irrecusabile, che mi ha folgorato il giorno dell’epifania 2013, è che alcuni tratti del comportamento che attuo – abbastanza codificato e cristallizzato ormai- ha lo stesso valore salvifico/autolesionistico dell’abbuffamento stesso. Mentre tornavo dal supermercato con la borsa oiena di schifezze, io ero felice. Mentre camminavo per il boschetto buio e pericoloso che mi consente di arrivaree a casa senza essere vista, io gioivo. Io resisto quando so che posso abbuffarmi. Quando non ho questo conforto, io mi richiudo, mi affloscio, vengo punta sul carne viva, sanguino e muio sempre un po’. Ma quella torta profumosa è dura come un’armatura di bronzo sulla mia pelle; quel cartoccio del panino del McDonalds, quell’involucro di anelli di cipolla del Burger king, sono la mia spada, e il mio scudo. Io posso farcela ad affrontare le cose perchè loro mi danno un po’ d’amore in un mondo in cui nessuno me lo ha mai dato.
Per questo McDonald e Burger king sono immancabili nelle abbuffate, non perchè mi piacciono! Ma per il ruolo che svolgonoi e io questo non lo avevo mai capito. Non avevo ma capito quanto mi paice, quanto è dolce, quanto è bello vedere quelle decorazioni brillanti dei, quei simboli conosciuti in tutto il mondo, quell’odore di america e di vita. Credevo che fosse solo l’aspetto conviviale cui innescano che mi paicesse: vedere una busta del Mac abbandonata sugli scalini della villa sul lago, mi fa sempre un certo effetto, al punto che vado a vedere cosa le persone che l’hanno abbandonato hanno scelto di mangiare: “Un panino al bacon? Un gelato ai wafer? Che persona può essere? Un gruppo di amici che si divertivano e li gustaano spensierati e senza sensi di colpa senza dubbio…”. Ho semrpe pensato fosse la dimensione sbarazzina ed amicale cui rimandano a farmeliamare così tanto. Invece devo rivcedere il tutto: li amo perchè posso amarmi senza sentirmi orrida e putrida, per un po, quando li compro, quando li guardo, quando li mangio.

E quanto è patetico farsi amare da un cartoccio bisunto di patatine?Immagine

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