Travel diary terza parte: il viaggio secondo Trenitalia

Immagine

Io non sopporto le cabine di Trenitalia, quelle che segmentano gli Intercity in sequele di cubicoli e isolano i passeggeri in occasionali gruppi di sei persone. Non le sopporto proprio per niente, le trovo estremamente sfacciate con questa loro pretesa di favorire forzare la comunicazione comprimendo i passeggeri in spazi angusti e obbligandoli a sordidi piedini e imbarazzanti sfioramenti perpetui. Perché non usare la sana disposizione dei sedili posti in fila indiana, quella stile autobus? Lì viene rispettata l’autonomia e la privacy del viaggiatore, un diritto sacrosanto previsto nel costo del biglietto.
Non c’è niente di peggio, invece, che mettere le persone nella scomoda situazione di dover assolvere all’obbligo sociale di comunicare e conoscersi per forza. Certe cose non si fanno, Trenitalia cara! Certo puoi anche non parlare, non che ti obbligano puntandoti una pistola in bocca, ma tanto sei costretta a sorbirti le chiacchiere e le occhiatacce, lo stesso! Una volta ho conosciuto un uno studente di chirurgia di Modena così, e ancora non me lo sono del tutto scrollato di dosso, ogni tanto mi rompe i cabasisi. Vedete come sono pericolose le cabine dei treni?

Una settimana fa, a quest’ora, me ne stavo spremuta nel mio posto, numero 85 dell’Intecity Burundi-Roma, semicongestionata dall’aria condizionata rotta, mentre cannalate d’acqua sferazavano il finestrino alla mia destra con la furia di un Titano senza l’Olimpo e i suoi abitanti da massacrare.
Oltre allo splendido esemplare che qui scrive, la mia cabina comprendeva:
a) lo splendido esemplare che qui scrive, col culo incastrato tra il bracciolo e la borsa del pc color aragosta;
b) uomo d’affari borioso e incravattato con tanto di computer perennemente acceso, impegnato a spedire mail di lavoro, a rispondere alle chiamate furiose della moglie, a improvvisi intermezzi canori a voce alta;
c) le due ragazze americane new entry a causa delle quali ho dovuto spostare i miei armamenti e gelarmi le chiappe (per approfondimenti: https://webcamaccesa.wordpress.com/2013/06/06/travel-diary-seconda-parte-il-pathos-si-chiama-trenitalia/), poste l’una di fronte all’altra davanti all’entrata;
d) una donna corpulenta, senza sorriso, seduta davanti a me posto finestrino;
e) un marpione trentenne, che divideva equamente la sua attenzione tra le gambe delle americane, le mie tette, il corriere della sera e la testa della donna corpulenta;
f) un bambino indemoniato (napoletano) della cabina accanto che urlava, si gettava per terra e cominciava  ascalciare come una tartaruga sotto anfetamine che chissa perchè, continuava a scegliere la nostra cabina per i suoi eccessi di bile, sotto lo sguardo sconcertato delle americane;
g) padre e madre dell’indemoniato che per qualche oscura ragione sembravano non capire che ficcarsi entrambi dentro una cabina piena di gente, col loro marmocchio bilioso spalmato per terra a occuparne i due quarti, non era fisicamente possibile.

In questa situazione ci abbiamo passato 8 ore, 8 ore di scomodo, congelato, rattrappito, affamato viaggio. Il treno ha fatto più di un’ora di ritardo, siamo arrivati a Roma alle 20, e qui mi fermo perché non c’è altro da aggiungere. Non me la sento neanche di condannare il bambino indemoniato, i suoi genitori, forse, ma non il povero bambino costretto a viaggiare col cappotto per un’eternità.
Non sono riuscita a mangiare niente, dieta a parte, perché morivo dal freddo ogni volta che mi muovevo dal cantuccio che mi ero faticosamente ricavata. Solo alle cinque ho tirato fuori in succo di frutta ai lamponi che proprio non ce la facevo più dalla fame, ma a parte questo e lo smadonnamento continuo, ho solo letto come una dannata. Mi sono sparata un libro dopo l’altro e di generi completamente opposti: leggere così furiosamente in treno è già di per sè piacevole e direi savifico, ma saltare da un genere all’altro gli conferisce quell’aggiunta di sapore in più… come dire mangiare del cioccolato fondente e immediatamente del cioccolato al latte e nocciole per rifarti la bocca, quindi del cioccolato bianco che si trasfonde con quello al latte ancora spalmato tra palato e giugulare e poi ricominciare d’accapo. Ecco, è così! Solo che fa ingrassare di meno.

A un certo punto – e mi si creda o meno, non so neanche io come ci sono arrivata -, invece di riprendere l’unico libro ancora da concludere, ho tirato fuori la Moleskine e la penna con disegnate sopra fragole, fiori e lamponi (eh sì, sono un po’ fissata coi lamponi io), ho chiuso diligentemente la borsa, ho aperto il tavolinetto e ho iniziato a scrivere.
Così. Come quando si subisce violenza carnale e ci si sdoppia, non ero io che compivo i gesti, ma li vedevo compiere a una me fantasma.
Ho scritto. E meno male che ho scritto allora, visto che in questi giorni mi riesce poco.
Non è che sono riuscita a scrivere una storia filata filata con i ritornelli del borioso, gli sguardi del marpione, le gambe della corpulenta, il cicaleccio delle americane, l’indemoniato e i culi dei suoi genitori sulla mia faccia, ma ho scritto.
Ed è qui che le americane entrano in gioco…

Annunci

Travel diary seconda parte: il pathos si chiama “Trenitalia”

Immagine

La parte bella del viaggio è stata quando la mia mano ha tirato fuori la Moleskine dallo zaino color sabbia-del-Kentucky e ha iniziato a riempire pagine e pagine di segni più meno intellegibili, assorbendo tutto quello che succedeva intorno e convertendolo in una stringa di atti e fatti dal remoto sentore di storia.
Sì, dai, è stato un bel momento quello, non bello come incontrare uno sconosciuto e scappare con lui in Birmania, ma ha il suo valore. La Birmania non è, chiaramente, una scelta casuale, ha un suo perchè legata alla vita e alle opere tutte dello sconociuto, ma non è questa la nostra storia. La nostra storia è incentrata su questo momento di ispirata e irrazionale scrittura e direi di salvarlo questo momento, perchè tutto il resto del viaggio è stata un’emerita cagata o giù di lì.

Per fede cronicistica dico che sono partita da casa alle ore 10.00 in auto con mio fratello, e dalla stazione di Cattrbnsalkfndù alle ore 10.45, da dove sarei giunta alla stazione di Lahjfdfhwosmezia, per poi prendere il treno per Roma Termini. Eh sì, questo è il Burundi. Un treno diretto per Roma da Cattrbnsalkfndù è un concetto troppo audace per il Burundi. Quindi ho dovuto trascinare tutte le mie tipologie di bagagliame (vedi https://webcamaccesa.wordpress.com/2013/06/03/travel-diary-prima-parte-valigia-con-stile-per-bagagli-emotivi/) per tre stazioni prima di arrivare a destinazione, giàcche poi da Roma ho preso il regionale per Ciampino.
Vale la pena raccontare questa parte di viaggio solo perchè mi consente di delineare il profilo di una personalità-tipo burundiana, che sì che ce lo siamo lasciato alle spalle per un po’ ‘sto Burundi, ma quando ce l’hai nel sangue non lo abbandoni mai del tutto: il Burundi è per sempre.
Questo ragazzo di 25 anni comincia a parlarmi insistentemente, impedendomi di ignorare lui e il mondo intorno a lui leggendo, dunque mi rassegno, poso il libro e visto che devo, provo a capire con chi sto parlando. Questo “esemplare” mi narra della sua vita, di sua figlia di tre anni, della compagna con cui non vive più e a cui non vuole dare la bambina neanche quando lui è fuori città (lavora come muratore in giro per il mondo), e che se lei prova a prenderla “si ritrova al cimitero“. Codesta donna ha 17 anni, ha avuto la bambina a 14 e ha perso un bambino a 13 e loro si si sono messi insieme quando lei aveva 11 anni e lui 18. Gli ho chiesto, legittimamente credo, se era al corrente dei complicati concetti di “protezione nei rapporti sessuali” e “metodi di contraccezione” e lui ha risposto: “La prima cosa che ho fatto, però, è andare a parlare con i genitori di lei quando ci siamo messi insieme, che non voglio certo che la gente sparli, soprattutto per lei che è una ragazza, e poi pensano che è una poco di buono e io uno che io non sono un signore”. Volevo chiedergli perchè non l’hanno arrestato, pur da signore quale è, per aver fornicato con una tredicenne, ma poi mi sono resa conto che non era affar mio e sono tornata al mio libro. Il tipo mi ha chiesto il contatto facebook che ho inventato di sana pianta e mi voleva offrire il caffè, ma io non bevo caffè espresso e lui sembrava andare in confusione quando nominavo il “caffè americano” e quindi l’ho scampata. Salvo che poi il treno ha fatto 30 minuti di ritardo e me lo sono dovuto sorbire che mi girava intorno (lui e la pioggia) per tutta la degenza nella stazione. Almeno mi ha portato la valigia su per le scale…

La seconda parte del viaggio è stata pure peggio.
Il cammeo d’uomo ha preso un’altra coincidenza grazie al cielo, per l’inferno immagino, ma il mio treno, oltre a essere in ritardo, era un intercity di quelli con le cabine che io odio alla follia e pieno come un pollaio. In più non ho messo la borsa col pc tra i bagagli che avevo paura si rompesse il computer o me lo fregassero e mi sono tenuta la borsa sul sedile, e tra lei e il mio culone stavo schiacciata come una balena nel pollaio di cui sopra.
Ho impiegato mezz’ora a trovare una sistemazione il più comoda possibile, ad alzarmi e risedermi, a spostare la borsa da destra e sinistra, e mettere la borsa sopra e lo Jansport sotto, salvo poi cambiare, e riprendere lo zaino dove c’erano la sciarpa e il chiodo, perchè oltre al diluvio da tregenda fuori, dentro l’aria condizionata era a palla e il congegno che la regolava rotto, quindi ci siamo congelati gli zibidei per tutto il viaggio.
Finalmente trovo pace, il tempo di farmi la bocca con la prima pagina del nuovo libro che l’altro l’avevo finito e arriva il controllore a chiedermi di spostarmi, perchè il numero del mio posto non era quello. Ma il mio numero era già occupato da una signora corpulenta quando sono entrata e siccome uno vale l’altro, non l’ho fatta scomodare, invece il rompicoglioni fa scomodare me, “Ci sono due ragazze straniere che stanno creando problemi e non voglio che me ne creino ancora” mi dice, come se questo dovrebbe chiudere la questione.
Sacramento contro le straniere, mi alzo, prendo armi e bagagli e ricomincio tutta la trafila d’accapo, questa volta vicino al finestrino quindi con meno spazio per culo e borsa, ma in compenso con molta più aria condizionata che mi si riversa dritta dritta sullle cosce, ho dovuto prendere una felpa dalla valigia e mettere il chiodo sulle gambe per trovare un po’ di tepore che stavo sbattendo i denti, ma letteralmente proprio!
Dopo circa 5 secondi mi è venuta la pipì. Mi rialzo, di nuovo, “Scusi” “Permesso” “Sorry” “E togli quel pc dalle palle”, e mi tocca percorrere la bellezza di 6 vagoni gelati e stipati di gente e bagagli e scatole e cani (ma che ha in testa la gente che si porta i cani in treno?), prima di trovare un bagno funzionante.

Sì, lo so che il pathos è alle stelle a questo punto del fantasmagorico viaggio su Trenitalia, ma sono in ritardo e mi devo ancora vestire, quindi ciao. Non so se riuscirete a sopravvivere alla curiosità di sapere l’esito del grande viaggio o se Trenitalia verrà trucidata con molto molto dolore, prima della fine di questo.
Non credo.

Una ciliegia prima di iniziare a scrivere

Roma.
Anzi Ciampino.
La casa è vuota e la sala rustica dove scrivo è nel seminterrato, dove il freddo dell’inverno non si è dileguato e si somma a quello anomalo di questa primavera.
Zii e cugini sono ancora a scuola o a lavoro, e io mi godo questa settimana d’attesa prima dell’inizio dello stage, rimandato a lunedì prossimo. Alla fine mi hanno fatto scapicollare fin qui solo per portare un certificato – non hanno idea di cosa sia un fax, pare, laddove lavorerò. Hanno invece idea di come si sfrutta qualcuno – questo non pare, è certo -, visto che per un pugno di euro mi toccherà lavorare 8 ore al giorno, 6 giorni a settimana.
Tutto questo non riesce a svalutare però l’entusiasmo che ho al momento, correlato alla strizza e ai dubbi sulla mia capacità o meno di far le cose che dovrò fare, ma comunque resto entusiasta per avere avuto l’opportunità di cominciare a fare qualcosa che in un modo o nell’altro avrà un valore.
L’entusiasmo è smorzato solo da momenti di pianto irrequieto e apparentemente senza senso, salvo poi trovarlo il senso nella mia Odissea con Odisseo: non so perchè, ci sentiamo e siamo tranquilli e sereni, anzi è lui che mi cerca sempre, ma ho come un sentore di perdita imminente, di nostalgia per qualcosa che si è perso che non riesco a scrollarmi di dosso e ogni tanto piango così, di punto in bianco. Forse il mio corpo sta cominciando a spurgare un po’ di lacrime piuttosto che lasciarle tutte per quando sarà, un nuovo metodo di autodifesa, centellinare il dolore piuttosto che dover affrontare l’onda d’urto quando arriverà per travolgermi.

Tutto quello che voglio fare in questa settimana cuscinetto è scrivere, scrivere, scrivere, scrivere, scrivere, scrivere, scrivere, e scrivere. Poi, finire di scrivere e scrivere ancora.
Quindi ora mi metto qui, con la mia tazza di caffè americano, inframezzato dalle ciligie grasse rosse&succose del Burundi (gli si può dire tutto al Burundi, ma non che la roba da mangiare non sia buonissima, mentre qui a Roma pare che tutto abbia lo stesso sapore, che sia pollo o ciliegie, non hanno gusto!), col mio nuovo latte rigorosamente senza lattosio (buonissimo e leggerissimo non gonfia per niente, ma perchè cavolo non l’ho bevuto finora?!), con un aforisma di Oscar Wilde da leggere per ogni ciliegia mangiata, e scrivo. Scrivo del mio viaggio, scrivo quello che ho iniziato a scrivere durante il viaggio, scrivo della mia vita, scrivo delle mie storie, scrivo sul blog, scrivo sul pc, scrivo sul quaderno, scrivo sull’agenda, scrivo sulla Moleskine, non ne frega un cazzo del cosa del dove del come e del quanto, di mia zia che sogghigna e non capisce perchè qualcuno debba scrivere.
Scrivo e basta.

Travel diary prima parte: valigia con stile per bagagli emotivi

Immagine

Antefatto

C’era una volta questa stupida ragazza che partì in un piovoso ventoso grigio perla mattino di primo giugno. La stupida ragazza doveva spostare la sua vita da un fetido posto chiamato “Burundi” a uno un po’ meno fetido chiamato “Roma”, allora prese la sua vita, la mise in uno zaino color sabbia-del-Kentucky e si apprestò a partire. Credeva di poterla stipare in uno zaino la sua vita, credeva, che tanto non era così voluminosa e piena da richiedere una borsa più capiente per contenerla e spostarla.
Non aveva considerato, la stupida ragazza, che la sua vita poteva anche essere leggera e disadorna, ma che il “bagaglio emotivo” che questa aveva generato, era di ben più sostanziosa portata. Trovò quindi a quest’ultimo una bella valigia lilla-pastello-chiaro-tendente-al-rosa – che anche i “bagagli emotivi” hanno diritto a un po’ di stile -, nuova di zecca e abbastanza capiente da contenere con agio anche qualche demone fellone restìo ad abbandonarla, che i demoni si sa, si affezionano alla gente cui devono deturpare l’anima.

La stupida ragazza era convinta di essere così forte da trasportare la sua sciapa vita nello zaino color sabbia-del-Kentucky, i demoni felloni e il corpulento bagaglio emotivo nella valigia lilla-pastello-chiaro-tendente-al-rosa, e il computer nella borsa porta pc rosso-aragosta. Quindi, così bardata, si mise in viaggio.
Poi il manico per trascinare sulle ruote la valigia bella, capiente e nuova di zecca si ruppe, e la stupida ragazza capì che era una stupida ragazza.
Ma siccome era una stupida ragazza, non recepì l’antifona, e in virtù della sua stupidità sobbarcò il considerevole peso della valigia su sè stessa e riprese il viaggio…

Fine antefatto

Alla mia vita stipata in uno zaino, a quel treno tra poche ore

A quel treno tra poche ore; alle pile traballanti di vestiti; alle valigie vuote; alle valigie piene; ai libri da portare; ai libri da lasciare; alla stanza vuota; alla precarietà dei prossimi mesi; alle difficoltà da scartavetrare; al lavoro che non so fare; ai miei pensieri selvaggi; alle mie paure accanite; alla Moleskine vuota; alla Moleskine piena; alla testa che si svuota e riempie la Moleskine; alle colonna sonora di un viaggio; al libro giusto per il viaggio; alla mia inadeguatezza; al paese che lascio; alle storie che devo scrivere; alle storie che posso vivere; agli amici ancora estranei; ai problemi che non risolvo; a mia madre; a chi non c’è; a chi c’è stato; AL VUOTO DA COLMARE; al pieno da svuotare; all’amore che mi sfugge; alla felicità se esiste; alla vita che baratto; alle mie cose stipate in uno zaino; al profumo di fiori del prato dietro casa; al Burundi che si allontana; a quegli occhi; a quel cielo; a quel viaggio breve; a quella lunga distanza; a quel nuovo mondo; alle opportunità; al vento del sud; allo smog cittadino; A UN NUOVO INIZIO; alle stazioni dei treni; ai treni; al mio non essere mai pronta; alla nostalgia che morde; ai dubbi; alle questioni aperte; alle speranze; alla tazza di caffè americano; ai sentimenti troppo forti; a chi li prova; al cellulare sempre scarico; alle chiamate perse; al braccialetto rosa; al biglietto per Napoli che ancora conservo; al biglietto che non esiste perchè ho un codice sul cellulare; al pezzo di plumcake allo yogurt ai lamponi; a lui che non lo sa; a me che so troppo; alle cose che dimentico; alle cose che devo dimenticare; AL DESTINO; all’Università che si fotta; all’estate che si prospetta; ai chili da perdere; alle mie incertezze; alle mie certezze; alla seconda tazza di caffè americano; alle storie da vivere; alla nuova stanza che mi aspetta; al cheesecake per mio cugino; alle storie da creare; ai pochi soldi in canna; alle storie che sfuggono; alle storie da rincorrere; alle stroie da riacciuffare; alla trousse con con i ricci; alla trousse a forma di tazza; alla trousse a forma di cuore; ALLA MIA STORIA; al profumo di cannella nella mia borsa; al cerchietto di raso color panna; allo yogurt-e-solo-yogurt da mangiare in treno; agli orecchini in una tasca; all’mp3 nell’altra; a quella vaschetta di gelato al cioccolato e pistacchio da mangiare in due; alle prospettive; ai sogni irrealizzati; ai sogni che si possono realizzare; AI SOGNI DA REALIZZARE; alle persone da amare; alle persone da odiare; alla pioggia che non smette; alle persone che mi aspettano; alle persone che mi lasciano; al sonno che non ho; alla malinconia che insegna a scrivere; alle percosse della vita che insegnano a scrivere; AL VUOTO CHE INSEGNA A SCRIVERE; al bisogno di scrivere; a chi ha deciso che dovevo scrivere; alla grazia che mi concede di scrivere; al passato alle spalle; al passato non ancora alle spalle; al mio computer scassatoche mi devo portare dietro e che pesa un accidenti; alla paura di fallire di nuovo; a te; a me; alle mie cose in un solo zaino; a quel treno tra poche ore…

Calipso, l’idiota

Calipso guardava le onde che ancora libere dalle stronzate estive degli uomini, si alzavano impudiche le sottane cobalto ed esponevano il verde giada del loro intimo che per amore e passione imprestarono agli occhi di Odisseo e solo ai suoi nei tempi che furono.Immagine
Calipso salutava il suo mare in vista della partenza per Roma da lì a tre giorni e si godeva il saluto che questo le riservava – a lei, solo a lei,  a nessun altro che lei -, ricamando bianchi orli di spuma, che come delfini lattiginosi sbocciavano su tutta la superficie blu del mare per salutarla.
Immagine

Satura di salsedine e orgogliosa che i flutti decantassero solo in suo onore, Calipso non fece caso all’incedere della marea e alla forza che le onde acquistavano man mano che il sole calava.
Immagine

E siccome le onde volevano tenerla con loro, la travolsero.

Immagine

Allora Calipso tornò a casa con le scarpe completamente fradice e i pantaloni bagnati che le congelavano le gambe ogni qual volta il vento la sferzava da ogni dove come un giunco umidiccio. E mentre arrancava sulla spiaggia, rapida per arrivare a casa prima che il sole colasse a picco definitivamente dietro i monti, e il coro delle onde sciabordava fiero il suo arrivederci, distinto le giunse il rimbrotto del mare: “L’idiota non era il principe Myskin, infine, eri tu Calipso. A presto Calipso, ciao.”
Immagine

Io partirei col descrivere il cielo

Io partirei col descrivere il cielo.
Perchè il cielo è fondamentale ora che ci penso, in ogni storia bella brutta mediocre o favolosa, il cielo c’è. Si potrebbe anche dire che ce l’abbiamo sopra la testa, a rompere perenne i cosiddetti, per cui, volenti o meno, c’è. Ma proprio perchè c’è, non dovrebbe esserci, no? Voglio dire, dovrebbe essere qualcosa di scontato, ricorsivo, forzato, autocitato nel contest stesso della storia. E invece pare assurga a ruolo di coprotagonista e resti lì piantato fino alla fine. Nelle grandi storie, almeno.

Il cielo sotto il quale mi sono incamminata verso l’Università, ieri (la necessaria prefazione: https://webcamaccesa.wordpress.com/2013/05/22/scendere-in-guerra-armata-di-moleskine-capossela-e-un-libro/),  era un bel cielo, dove per “bello” si intende “vellutato come la cenere”, “ambiguo come Satana” e “spaventoso come Dio”. Accertato ciò, torni a farti abbastanza i cazzi tuoi, ma devi guardare in alto di nuovo quando ti accorgi che quello che ti inquieta è la mancanza del sole. Quindi o dai per accertato che è tipo arrivata l’Apocalisse, o devi considerare che quella cosa densa là sopra, liscia e senza sbuffi, non è mica cielo, ma una coltre di nuvole così compatta da sembrare cielo.
Saranno nuvole levigate dal vento assurdo che strapazza il tuo Burundi da settimane, ma di certo è una cosa che non hai mai visto e se di prasagio si tratta, è certamente presagio di sventure. Ecco quindi il cielo perfetto.
Perfetto per l’Università, per il tuo stato d’animo mentre ci vai e per la storia della tua vita tutta. E siccome i cieli perfetti sono quelli delle grandi storie, pensi che non hai dubbi ormai e che la tua è una grande storia. E ti ci monti pure la testa. O aspetti a montartela, almeno fino a domani, che oggi stai andando all’Università, e a pagare tasse per di più, che cazzo di grande storia di merda sarebbe? Quindi aspetti, ma sul fatto che è una grande storia non ci piove ormai, sennò non ci sarebbe stato quel popò di cielo lassù.
Infatti non piove fin quando non torno la sera a casa, dopo esserci finalmente riuscita, ad arrancare fino alla segreteria universitaria e affrontare questo benedetto problema di tasse. Resta aperta la questione “tesi”, ma è secondaria al momento.

L’Università era semi-vuota e questo è abbastanza strano, visto che siamo a fine maggio e alla mia epoca – dove per “mia epoca” si intende “il periodo in cui frequentavo e non mi ero ancora data alla latitanza” -, “fine maggio” significava: “corsa verso gli esami e gli ultimi giorni di corsi”, che tradotto in termini paesaggistici sarebbe: “brulicamento di formiche affannate in ogni settore del campus“.
Invece ieri c’era una calma sonnolenta, solo quache formichina stagnava qui e là senza soluzione di causa, neanche si nascondessero tutti dall’ Enorme Formicaio Famelico che fa fuori gli studenti ligi al dovere. Ma poi ho guardato il cielo di nuovo e il tutto si è andato ad accomodare nel posto che gli spetta: un cielo cinereo e ambiguo in una storia cinerea e ambigua, prevede una desolazione nebbiosa, cinerea e ambigua. Quindi eccola, cos’è che ti sorprende?
Niente.
Grazie al cielo ambiguo, dunque tutto è filato liscio e rapido più del previsto: non ho dovuto fare file, non ho dovuto pensare molto, non ho dovuto cercare modi per mettere in stand by i miei pensieri omicidi/suicidi, è bastata Janis Joplin nelle orecchie e qualche frase secca e pronta per pagare la prima rata, evitare la prima mora, compilare il doveroso, soffocare una botta nel petto quando mi hanno dato l’esosa seconda rata (molto esosa visto la mora qui inevitabile), e scappar via da lì affinchè l’Università potesse tornare a rivestire il ruolo di brulicante formicaio che la natura gli ha assegnato. Mi resta la convinzione, per carità, di aver sbagliato qualcosa, ma sono impossibilitata a porvi rimedio per il momento, a causa della mancata reperibilità di documenti. E comunque questo dubbio è di gran lunga tollerabile, considerato il resto del casino che ho sbrogliato. Quindi per ora mi ritrovo a dover pagare un bel po’, ma comunque ad aver risolto i guai peggiori. Per ora.
Perciò, cielo inquietante o no sopra di me, è con una leggerezza che da troppo avevo scordato che mi sono ritrovata nell’autobus deserto del martedì, a tornare a casa, con Odisseo a ripetermi che era fiero per quello (stupido) piccolo passo che ero riuscita a fare. Questo gesto potrebbe sembrare una cazzata a chi è abituato ai grandi e portentosi gesti da parte di chi ama, ma il fatto che lui sia  “Mr. 30 e lode perenne”, e che sia in grado di capire quanto e perchè possa essere atroce un passo del genere per me, “Miss che terrore l’Università“, lo rende un gesto enorme per me e mi fa ricordare perchè mi sono innamorata di lui.

Non ho nessuna voglia di rivivere la burrasca che invece ho trovato ad accogliermi da parte di mia madre una volta a casa, tanto c’era quel cielo terribile a proteggerm, insieme alla certezza di averlo fatto comunque un piccolo passo e tutto mi è sciovolato placidamente addosso.
Mi sono quindi tuffata a letto, a spurgare tensioni e disagi e ad aspettare che il cielo li cumulasse e li traducesse in una  rapsodia di vento e tuoni, perfetti per la storia perfetta.
E poi me li sono goduti.

Come far parlare Odisseo?

Il punto è che Odisseo non mi dice niente. L’ho appena sentito e non mi ha detto niente. Ieri abbiamo parlato come due ossessi della conversazione telefonica e non mi ha detto niente.
Oh lui parla, questo sì, e sa farlo anche bene. Attinge a un ricettacolo di parole più fornito della Torre di Babele: le prende, le morde, le strappa ‘ste parole, le dilania, le impasta di senso&saliva, le rimodella con la lingua, le emette in diabolici canti ed erre francesi, ripieni di una tale fascinosa potenza da attanagliare il cervello e comprimere l’utero.
E’ bravissimo in questo. Chissà se fa quest’effetto solo a me o anche agli altri, chissà se comprime l’utero di tutti. Forse è per questo che è stato richiesto come ghostwriter da una lista di candidati della sua città per le Comunali di questi giorni! Non parla lui, ma gli scrive i discorsi, le parole sono le sue, l’effetto dovrebbe essere lo stesso…

E’ che una volta, in tutte quelle parole che mi decantava, c’era sempre un retrogusto di meravigliosa intimità, di sentimenti così teneri da non far credere alla deflagrazione di sensazioni che accompagnavano e che in tutto ciò, facevano solo da scolo alle sue parole d’amore, quelle vere, pulite, senza ombre o dubbi, in grado di trasmutare una frase in un gesto, con buona e fottuta pace di tutte le limitazioni che la distanza comporta.
Sette mesi di meraviglia, sono stati.
Ora invece non posso neanche “accontentarmi delle briciole“, e non solo perchè io odio i luoghi comuni e i detti stradetti, li trovo tremendamente poco denotativi delle varie circonstanze che sono chiamati continuamente a rappresentare. No, è che qui non ci sono neanche briciole di cui potersi accontentare!
Tante parole, tanti discorsi, tante battute, tanti gesti d’affetto sincero, ma niente di intimo, niente che faccia pensare a noi anche solo lontanamente come a due innamorati che ci provano, almeno, a diventare una coppia. Cosa che in teoria stiamo facendo, a detta di Odisseo stesso. Ma il suo modo di farlo, dopo i tormenti di fine aprile è questo: un muro di marmo.
E io? Come rispondo a un muro di marmo?

Non lo so come si risponde a un muro di marmo.
Ho iniziato a rispondere alle sue parole rigide con discorsi leggeri, ma non sono io quella, non sono la Calipso che sono con Odisseo e non ho più intenzione di sottostare a questo gergo da Marina degli Stati Uniti d’America. Ho quindi ripreso a comportarmi come un mesetto fa, dicendo esattamente tutto quello che penso, esattamente tutto quello che provo, flirtando quando mi va, “accarezzandolo” quando ho voglia, infiocchettando i nostri discorsi di tenerezze e coccole, come posso, dove posso, quando posso. Quest’avarizia improvvisa di gesti e modi e parole e sentimenti è una sua scelta, e non ho più voglia di assecondarlo contro la mia naturale propensione.
Ma questo non vuol dire che debba (possa?) aspettarmi un riscontro di qualche tipo da parte sua, giusto? Perchè finora non ce n’è stato alcuno, anche se ho ripreso da poco questa libertà, ma comunque non riesco a tirargli fuori niente di sostanziale.
Mi chiedo se non stia sbagliando a farlo; mi chiedo se non sia tutto inutile e non debba invece considerare questa ritrosia come una fine di fatto della nostra storia e quindi non credere a quello che mi ha detto, che non è finito niente; mi chiedo cosa posso fare, se c’è qualcosa da fare per capire se Odisseo riesce a tornare ad aprirsi un po’. Non pretendo certo che sia tutto come un mese fa, se non se la sente, o che debba sentirsi obbligato a farlo, per carità. Voglio solo capire come riuscire a capire e se posso aprire una breccia nel muro di marmo che vuole erigere, prima di incontrarlo.
Perchè io un altro mese a dare 100 e ricevere 1, non so se sono in grado di sostenerlo. Avevo deciso di lasciar correre e aspettare il nostro prossimo incontro per prendere decisioni eventuali e drastiche, ma ora non sono sicura di riuscirci, non se continua così, senza una breccia alcuna a farmi rivedere il mio Odisseo dall’altra parte.

Quindi che cavolo faccio? Continuo così? Sbaglio? Non sbaglio? Quale cavolo è l’atteggiamento giusto?
Posso portarlo a rilassarsi, stabilire sempre conversazioni lisce e creare una situazione di serenità e a questo punto attaccarlo con una tenerezza.
Oppure rompere la routine e chiamarlo quando più mi aggrada, inserendo una dose di inattesa e sorpresa nei nostrio incontro telefonici.
Possi scrivergli dei messaggini carini con più regolarità, magari prima di andare a letto o la mattina preso come ho fatto stamattina.

Io non voglio arrendermi, cazzo, ma non so proprio come si fa a scavalcare un muro di marmo.

Ho visto due moscerini della frutta fornicare

Ho visto due moscerini della frutta fornicare e tutto quello che sono riuscita a pensare è: qui fornicano tutti tranne me.
Che poi non è questo grand’evento il fornicamento, pare, questa cosa rara e speciale e difficile da attuare, dal momento che riesce a farlo anche un moscerino della frutta!
Intendo proprio tutta la trafila: trovare un compagno giusto, inseguirlo come un cagnetto scodinzolante e darci sotto una volta raggiunto, e in tutto questo, continuare immancabilmente a essere un moscerino della frutta che rompe i maroni alla frutta e alla gente che la compra. Per esempio a me li hanno rotti i maroni, tantissimo li hanno rotti, dal momento che hanno sciamato dentro fuori e intorno alla cesta della frutta, al punto da costringermi a spostare le mele nel balcone, dove sono maturate troppo presto e tanti saluti al risotto alle mele che volevo cucinare oggi! E che è anche il mio risotto preferito… così, tanto per dire.
E in tutto questo hanno avuto “il tempo” di fornicare allegramente, “il tempo”! Loro hanno trovarto “il tempo”, voglio dire quanto vive un moscerino della frutta? 30 secondi? Eppure lui fornicava e io no e sì che io ho avuto trant’anni per farlo, che sono giusto quel tantinello in più di 30 secondi, ma no, no, no, troppo complicato. La cosa più naturale del mondo è per me la più complicata.

Ecco quindi che un’ epifania mi si è disvelata: non appartengo all’ordine naturale delle cose, vi sono fuori, la mia fatica a inserirmi nella vita come si deve deriva da questa empasse.
Quando prende corpo un pensiero con una qualche sostanza e con una certa pretesa di validità, la nostra mente si mette in moto automaticamente e va a scovare immagini o eventi passati che si legano in quel processo deduttivo atto ad avvalorare e confermare l’epifanica ipotesi. Il tutto mentre i due svergognati moscerini della frutta fornicano davanti ai vostri occhi.
Ora non sto qui  a elencare tutti i momenti della mia esistenza che hanno avvolarato questa la tesi. Basterebbe pensare alla mia difficoltà a incastrarmi in un sistema rigido come quello universitario; al mio sentirmi fuori luogo fin da bambina in ogni ambiente socialmente corretto in cui mi sono ritrovata nei vari momenti della mia crescita; ai pochi amici che sono riuscita ad avere dalle mie parti e quelli lontani che comunque alla fine sono scappati via come avessero una fiocina nel culo; alla mia incapacità di innamorarmi di qualcuno che sia di queste parti; a tutte le situazioni complicate che mi sono creata e che mi hanno incasinato sempre più mente, idee e vita eccetera, eccetera, eccetera.
Neanche ripercorrere la mia vita in tutta la sua ampiezza è necessario, giacchè basta riportare un paio di situazioni risalenti a non più tardi di ventiquatt’ore fa, per averne conferma.

Ho passato la giornata fuori alla ricerca di cose da comprare e di cose da risovere prima della mia partenza per Roma, giacchè ormai mancano giusto giusto sette giorni e sto in alto mare, come da copione.
Nella fattispecie ero in un negozio di abbigliameto, sapete quelli trendy di scarpe, borse e gingilli vari, in attesa che mia madre ucisse dal camerino dopo esserci stata io stessa, e c’era un tale cicaleccio intorno a me ed ero così annoiata che ho tirato fuori un libro. Anche se tiro ovunque fuori libri non mi era mai capitato di doverlo fare in un negozio, ma non me ne sono neanche accorta in verità, è stato una specie di gesto meccanico e già questo basterebbe a fare di me una outsider delle cose del mondo, che tirar fuori così un libro, in un negozio pieno zeppo di gente, mentre sosto davanti al camerino di mia madre, con una canotta  merlettata e un paio di pantaloni a stampa mimetica sotto braccio, non è normale neanche per finta. Soprattutto perchè il libro tirato fuori era “Niente di nuovo sul fronte occidentale” di Remarque, uno dei libri più meravigliosi che siano mai stati scritti, uno dei classici moderni più importanti della storia dell’uomo, una delle cronache più strazianti della guerra, tutto quello che volete, ma di certo non  ti aspetti che ti venga meccanicamente voglia di tirarlo fuori nel negoziuccio pieno di scene da “arrivano i saldi”.
Io non c’ho pensato, mi sono messa a leggere e basta. Neanche ho colto l’inquieto silenzio che mi si è assiepato attorno, nella mia arroganza me ne sono semplicemente beata come fosse cosa dovuta.
Dopo qualche paragrafo alzo lo sguardo e vedo una mezza luna di donne dalle età più disparate, intenta a fissami con bovina sorpresa, una cercava addirittura di spiare il titolo del libro che stavo leggendo, forse gelosa del portento di letteratura che mi teneva avvinghiata così alle pagine, per poter così leggerlo anche lei. Forse.
Il punto comunque, non è questo. Il punto è quello che stavo leggendo in quel momento e che alla visione del fornicamento dei moscerini mi è tornato alla mente.

Il protagonista, ovvero lo scrittore stesso, racconta in forma diaristica gli orrori della vita di trincea durante la prima guerra mondiale che egli stesso ha provato sulla sua pelle. A un certo punto il protagonista viene mandato in licenza per qualche giorno, ma piuttosto che esserne felice si sente fuori luogo, legato più a quell’ambiente di morte e sciagura, di dolore fisico a e annichilimento totale dell’esistenza, piuttosto che alla vita normale: pur desiderando ardentemente la vita, sa di non poterne più fare parte:
“Quando li vedo nelle loro stanze, nei loro uffici, nelle loro prefessioni, mi sento irresistibilmente attratto, vorrei essere anch’io uno di loro, dimenticare la guerra: ma nel contempo qualcosa mi respinge indietro, il loro mondo mi sembra così agusto, mi pare impossibile che possa riempire una vita; mi sembra che si dovrebbe buttar sossopra ogni cosa. Come mai tutto ciò può esistere, mentre laggiù le schegge sibilano sui camminamenti e i razzi solcano il cielo, e i feriti sono portati via sui teli da tenda e i compagni si rannicchiano nelle trincee! Gli uomini qui sono diversi, io non li posso capire, li invidio e insieme li disprezzo”.

Escludendo l’inescludibile dato di fatto – ovvero che nel suo caso non solo è un pensiero legittimo, ma sacrosanto, e vero oggi più di allora, perchè continuiamo a farci i cazzi nostri mentre a un tiro di scoppio da noi vengono fatti saltare in aria teste di bambini e che il nostro non è il miglior mondo possibile, ma solo l’unico mondo possibile e qui la chiudo-, ecco quello che sono io e che penso io, esattamente, parola per parola a parte le parole sulla guerra che poi sono quelle che rendono quello stato, quell’uomo, quella vita, quel pensiero terribile, tanto vero e giusto nel suo caso, quanto terribile e sbagliato, invece, nel mio caso.

Morale della favola: non spiate i moscerini della frutta mentre fornicano, il mondo può rivoltarvisi addosso e inghiottirvi per punizione.

Benvenuti nell’istante inesistente

La ventola del mio pc gracchia affannata, la pioggia cigola lì fuori, il caffè americano spande aromi vischiosi e io avrei dovuto essere su un autobus direzione “Fottuta Università“, quindi questo istante non doveva esistere. Invece esiste, perchè non ci sono andata all’Università.
Lo so che visti i miei precedenti a questo punto della lettura, una buona percentuale di persone potrebbe pensare “lurida codarda blasfema” e col giusto credito anche, ma stavolta alzo una mano a mia discolpa e non è che io mi discolpi spesso, quindi è un gesto che ha un suo perchè.
In pratica mi serve un un numero – il reddito del 2011 perchè mi calcolino la mora e la seconda rata – e non posso averlo, quindi devo aspettare che mia madre se lo procuri e spero vi riesca presto, sennò so’ cazzi cavoli amari. Nonostante ciò mi ero svegliata vestita lavata pettinata e inghiottito il nodo di ferro che mi si pianta in gola ogni volta che devo salire all’Università, ed ero pronta ad andarci lo stesso, ma siccome diluvia che dio la manda e siccome mia madre dormiva e non potevo giungere alla fermata senza passaggio e poi comunque sarei dovuta risalire per tutto il resto una volta avuto quel numero e sarebbero stati altri dieci euro di biglietto dell’autobus… insomma sì, sono una codarda.
Non ce la farò mai.
Ma questo non vuol dire che non ci proverò. Quindi nell’attesa/speranza che mia madre mi procuri quel numeretto in fretta, come scocca ora umana mi attacco al telefono e alla segreteria dell’Università e cerco di capire quali sono i “cento passi” che dovrò fare una volta arrivata là per risolvere questo casino, vedi mai che sapere esattamente le mosse da fare e dove andare, non mi faccia brancolare una volta lì, come una sperdura sparuta ragazza spaurita.

Un altro istante che non sarebbe dovuto esistere, è quello di ieri sera con Odisseo.
Non che sia successo chissacchè, in realtà si è fatta una tempesta in un bicchiere d’acqua e proprio per questo mi brucia e duole ancora di più. Intendiamoci, le cose tra di noi non vanno malaccio in questi giorni, abbiamo ripreso a sentirci con continuità e lui mi cerca e lui mi chiama e lui mi racconta tutto e di più della sua vita. Inoltre nei momenti di maggior serenità, quando siamo presi dalla conversazione e si dimentica che ha deciso che deve controllarsi e rallentare le cose tra noi, si lascia andare anche a piccoli flirt e tenerezze, niente rispetto al fiume in piena che era prima, ma è molto bello lo stesso e mi rende felice.
Ieri pomeriggio avevamo addirittura parlato per un’ora e mezzo senza accorgercene come i vecchi tempi, per questo ieri sera non volevo lasciarlo fino all’indomani con una stupida, piccola discussione appesa, e l’ho richiamato solo per dargli la buonanotte come si deve. Ma lui non ha sentito ragioni.
Non abbiamo litigato o che, ci sentiremo oggi come niente fosse, ma il fatto che abbia voluto imperterrito mantenere questa posizione, puntare i piedi, egoisticamente non accettare neanche il mio proposito di lasciarci serenamente, mi ha fatto un male cane, soprattutto dal momento che sapeva quanto oggi sarebbe stato un giorno duro per me (ho deciso solo stamane di non andare all’Università) e per una volta poteva quantomeno avere l’accortezza non dico di desistere dalla sua posizione, ma di non puntare i piedi e consentire che il mio intento di non lasciarci con recriminazioni aperte, andasse a buon fine.
Ora sto morendo dalla voglia di aggiornarlo e dirgli che non ci sono andata all’Università e sentirlo prima che vada a lavorare, ma non lo chiamo, aspetto che sia lui a fare il primo passo.

Alla faccia dell’istante che non doveva esistere, è dalle 5.30 circa di questa mattina che ho aperto il post (il primo istante al mondo di tre ore e mezza) e nel frattempo mi sono sparata una tazzona di caffè americano e un’altra di caffelatte, ho scritto mezza pagina di un racconto, ho risposto a una mail e scritta un’altra a una mia amica e considerato che sono quasi le 9.00 mi pare il caso di chiuderlo questo istante inesistente. E attaccarmi al telefono con Madama Università a fare le cose che vanno fatte per poi fare le cose che non vanno fatte, come scrivere finchè ogni senso, idea e impulso non venga cancellato del tutto dal mio cervello e trasferito su una pagina bianca.

Scendere in guerra armata di Moleskine, Capossela e un libro

Stavo pensando a cose serie, quindi ora scrivo di cose facete. E cosa c’è di più faceto dell’Università? Niente. Quindi parliamo di Università.

Domani devo recarmi in Università a cercare di risolvere il casino in cui mi trovo con le tasse arretrate. Non ho la minima idea di quello che dovrò fare, di quanto dovrò pagare, degli uffici dove andare, dell’umiliazione a cui dovrò sottopormi. Se non avessi solo la tesi ormai da scrivere e dovessi dare ancora esami, giuro che mollerei tutto.
Il punto è che tutto questo presuppone un qualcerto movimento, di testa, di gesti, e soprattutto di anche. Quindi la prima cosa su cui mi devo concentrare, è come riuscire a muovere le anche, che dovrebbe essere un impulso abbastanza istintivo, ma stranamente, quando arrivo davanti all’università, retrocedo a una fase embrianale e primitiva, così cogliona da non riuscire neanche a ricordare come si muovono le gambe nella semplice deambulazione.
Dunque, come faccio a risolverla questa cosa? E risolvere tutto il resto delle cose senza piantarmi nel bel mezzo di quell’orrido ponte, accasciarmi al suolo e restare lì, concentrando tutti i miei sforzi nel disperato tentativo di fare entrare ossigeno nei polmoni?
Non posso neanche stare attaccata al telefono con Odisseo che lui lavora domani, mica è un idioata, lui!
Qualcosa per distrarmi, che mi faccia respirare, e riprendere la marcia, piano piano, anche se so che non riuscirò a portarla a termine domani la marcia, ma almeno iniziarla… i libri!
Sì, i libri sono sempre la risposta, ma non posso camminare leggendo stile Belle de La Bella e la Bestia, cioè l’ho fatto un sacco di volte, ma domani non mi sembra il caso, voglio dire, sarò all’Università, se vedono qualcuno che legge cadono tutti come tordi stecchiti per l’anomalia della scena. Ci manca solo che mi accusino di aver causato una moria di studenti, i cervelli a cui è affidato l’avvenire della nostra patria, no no, non mi prendo anche questa responsabilità.

Ok, mi attacco all’mp3 e ciuccio musica come i sali da una flebo, come se ne andasse della mia stessa vita, ma non sono certa che la musica sia bastevole e combattere contro l’Università, forse De Andrè e Capossela i soli che possano provarci, ma se poi non funziona? Che cavolo faccio?
Mi segrego in biblioteca e non ne esco più, vivrò lì come il Barone rampante viveva sugli alberi e tutti dovranno farsene una ragione.

E se scrivessi? Anche scrivere è una cosa che funziona abbastanza, ho la Moleskine io, a che cavolo serve una Moleskine se non a pararti il culo all’Università?
Certo non posso scrivere di continuo, ma mentre sono ferma e faccio le chilometriche file, tradizionali e tipiche quanto un prodotto certificato D.O.C., posso scrivere, e posso scrivere anche sull’autobus o posso pensare a cosa scrivere e quindi…

E quindi tutto questo è molto patetico, quindi la pianto qui e vado a cercare un modo per non pensare a come non pensare domani.
La mia vita è uno spasso, dovrebbero farci su un telefilm, sfonderebbe lo share e avrebbe più stagioni del Doctor Who. Alti livelli, altissimi livelli, qui…

Se il fantasma di tuo padre ti dice che.

Ma a voi appaiono in sogno i vostri cari defunti?
Che è una domanda così, senza pretesa di risposta, non una domanda rivolta a qualcuno in particolare, piuttosto a tutto il resto del mondo oltre me. Eccettuata forse quella parte di mondo che non ha una persona cara violentemente passata a miglior vita. Una precaria parte di mondo, concedetemelo, e non perchè io auguri a questa di “fare il grande salto” e passare da questa nostra parte di compunzione, anzi, ci restassero lì più a lungo che possono. Ma credo che sia inevitabile e che prima o poi capiti a tutti di perdere qualcuno che si ama, anche se si è così fortunati da vederselo portar via il più tardi possibile sulla tabella di marcia.
Ieri discutevamo con una mia amica, giust’appunto, su quante ripercussioni possa avere la perdita di un genitore sulla vita di un bambino, quanto forgi la sua stessa personalità questo evento e quanto, se non fosse accaduto, il bambino avrebbe potuto avere una vita altra, al punto da divenire egli stesso una persona completamente diversa. Quindi, io forse sarei una persona completamente diversa se vent’anni fa mio padre non fosse morto e io non avessi elaborato la più esacerbata tra le mancate elaborazioni del lutto, e non starei scrivendo su questo blog al momento.
Forse lavorerei come fotomodella. O meglio, avrei studiato a Yale, mi sarei laureata e non starei qui, all’Unical (altro che Yale!), a brancolare nelle nebbie della laurea-ancora-non-presa. Sarei diventata la più brillante delle giornaliste di matrice americana impiantata in Italia, avrei risollevato le sorti dell’editoria con la mia rubrica “Come ti vede Calipso“, avrei fatto perdere la testa al figlio di Murdoch, ma accortami dell’aridità del suo cuore, non avrei accettato la sua proposta di matrimonio, per convolare a giuste nozze invece, con Gerald Butler, non prima di aver fatto sesso spinto con David Beckam, che non mi piace particolarmente, ma tutti hanno fatto sesso con Beckam, non vedo perchè non avrei dovuto farlo io.

No, non penso sul serio che quel tragico evento abbia a tal punto plasmato quel che sono, è solo la punta di un iceberg, ma non posso neanche negarne le influenze, giacchè me le porto appresso come una lettera scarlatta marchiata a fuoco sulla fronte. Non starò qui a illustrare il perchè e il per come di queste influenze, non frega una mazza a nessuno e non frega una mazza neanche a me. Mi ritaglio però, qualche riga di tempo e di spazio per riflettere sulle mie notti  tormentate e su come gli incubi che le accompagnono sono quasi sempre legati alla figura e alla presenza o meno di mio padre.

Oltre alla necessità impellenti di mangiare e vomitare, so di essere ripiombata nelle mie “fasi nere“, quando vivo totalmente estraniata dalla vita, dalla realtà, dalla quotidianeità. Per prima cosa il mio ciclo sonno-veglia si sballa e il giorno diventa notte e la notte diventa lotta contro demoni e tormenti e comincio a latitare in una nebbia che mi allontana dalle cose della vita.
Questo è uno di quei momenti, da cui devo trovare un fottuto modo per uscire e presto: considerato che l’uno giugno devo partire per Roma e che ho tipo settecentomila cose da risolvere nel tempo che intercorre, non ho l’agio di lasciare che l’autoflagellazione si prenda tutto il tempo che gli aggrada, come è stato in altre circostanze. Quindi ho preso di petto la questione, in sogno ovviamente, che nella vita reale non so prendere di petto alcunchè.
E’ per questo che ho chiesto al fantasma di mio padre di non venire più a tormentare i miei sogni.

Non mi dispiaccia sognarlo, anzi.
Fin da ragazzina ero ben lieta di sognarlo, che anche se nel bel mezzo di un terrificante incubo, avevo comunque l’opportunità di stare un po’ con lui, di parlargi e conoscerlo, che non mi è stato possibile farlo dal vivo e che è la cosa che mi manca di più. Sì, è un pensiero un tantino sciocco lo so. Molto sciocco in effetti, dal momento che a trent’anni le cose non sono cambiate di molto.
Ho comunque, sempre centellinato la sua presenza nei miei sogni, mentre in queste ultime notti, non mi ha dato tregua alcuna, e in quei venti, unici minuti di sonno che sono riuscita a racimolare, state pur certi che lui era presente e che il sogno non era propriamente un idilliaco spasso.
Quindi stanotte ho sognato (ho sognato, vero?) me e lui, uno di fronte all’altra, mentre gli chiedevo gentilemente tregua, di entrare in un bel sogno quantomento o di darmi i numero vincenti del superenalotto se proprio doveva venire, oppure di tornare a infestare le mie notti tra un mesetto circa, giusto il tempo di risolvere i miei casini e rifiatare un po’.
E lui per tutta risposta mi ha detto che dovevo vedermi un film.
Mmh.
Il film in questione tratta di un treno che nessuno riesce a fermare (mio padre era ferroviere, c’entra qualcosa?), che è un film che effettivamente esiste, con Denzel Washington, Unstoppable qualcosa.

Quindi o sono magica o il fantasma di mio padre sta cercando di dirmi che morirò in un disastro ferroviario.
Nel dubbio io il film me lo vedo.

Come per esempio, scrivere

Sono troppo codarda per chiedere a mia madre i soldi per pagare le dannate tasse universitarie, quindi desisto e tergiverso, con buona pace delle mie notti e dei miei nervi. Questo, più tutto il resto e i miei demoni banchettano e gozzovigliano che è un piacere, di questi tempi.
Ecco quindi che non faccio altro che scrivere.
Scrivo scrivo e scrivo, ho scritto tutto ieri mattina e metà pomeriggio e stanotte, scrivo su ogni supporto mi giunga a tiro, scrivo come se avessi serpi in seno da spurgare sotto forma di inchiostro attraverso le dita.

Sapete come ci si sente in quelle rare, preziose occasioni in cui si riesce a scrivere, lo stato in cui ci si trova?
E’ come se fossi sotto anfetamine o ti avessero iniettato una dose di adrenalina pura, senti le cellule cerebrali che si aprono una a una, le senti fare click e la testa diventa leggera e incredibilmente ricettiva, tanto quanto è chiusa e pesante quando non si riesce invece a scrivere una mazzafionda di niente.

La mia teoria sulla scrittura è basata sulla ben poca esperienza che ho, ma è precisa: se stai scrivendo qualcosa di giusto, di buono, di tuo, lo sai, lo senti dalle viscere in su e qualche volta anche dalle viscere in giù. Prima di tutto perchè stai bene, il mondo non sparisce, ma resta solo quella parte di mondo che ti piace, l’altra sembra giustamente svilita dagli eventi che crei, come se finalmente le cose acquistassero il senso che la realtà tende a opporgli per far andare tutto al mondo desolantemente male.
E poi senti che sei giusta.
Io non so le persone normali, se conoscono questa sensazione bene al punto da non farci caso, ma per me è aria fresca. Quello è il mio ambiente, sto facendo la cosa che devo, non ho sensi di colpa o di scomodità, non mi sento fuori posto o annoiata o confusa, no, anzi. E’ più una condizione di euforia mista a una di serenità. Una volta Odisseo, dopo aver letto l’ennesimo mio racconto, mi disse “tu sei nata per questo, ce l’hai nel sangue“. Io non se sono nata per scrivere, immagino di no altrimenti avrei scritto qualcosa degno di nota a trent’anni, ma è stata una delle tre cose più belle che mi siano mai state dette.
Ma la cosa più eccitante, la cosa più incredibile, è lo stato di apertura mentale in cui ti trovi.
Vieni letteralmente bombardata da idee e frasi, senti le voci dei personaggi, ognuna di esse chiara e distinta nella tua testa, andare verso l’autodefinizione e imporsi e a questo punto devi fermarti, appuntare qualcosa qui e qualcosa lì sennò ti sfugge tutto perchè tutto ha preso vita, quelle parole sono vita, non è vero che sono solo lettere e frasi, sono sangue sono il do che attiva e fa progredire l’universo, e siccome la vita è difficile da tenere ferma e ammansire una volta che prende il via, ti sfugge da tutte le parti come una nidiata di piccoli leprotti, ti bombarda l’anima e gli dà nuova carica, come avessi bevuto un elisir di lunga vita.
Vai a fare le tue cose, ma la tua mente è sempre lì, sai che ci tornerai presto, che devi riprendere a scrivere, perchè devi sapere come finirà la tua storia o decidere se non finirà mai. E’ a tua completa discrezione, non ci sono regole, non ci sono limiti a quello che puoi fare. Controlli il mondo, plasmi belle vite e belle persone o anche brutte persone, sei come Dio.

Ovviamente tutto questo finirà non appena dovrò tornare coi piedi per terra e occuparmi dell’università e delle stronzate varie. Quindi ora esco, mi siedo sulla riva del mio mare (mio ancora per un po’ che è già pieno di tedeschi qui e tra un po’ arriva tutto il codazzo altro di turisti a insudiciarmi le coste), mi godo la primavera dalle nuovole di piombo lì in alto a opporsi ai colori elettrici dei boccioli che spruzzano ovunque qui in basso, che è la mia primavera preferita, e lascio che il vento faccia sfrigolare le onde sul mio viso.
Non c’è niente di meglio per organizzare le idee e ricominciare a scrivere.

E’ questione di contegno. E di dosa-charme sfasciato.

Io credevo che gli atteggiamenti giusti da avere nelle varie circostanze normali, che sono solite presentarsi nella normale esistenza quotidiana di una persona nella norma, mi fossero sommariamente chiari. Intendiamoci, non parliamo di situazioni straordinarie, come scendere gli scalini dell’Ariston, sfilare sul red carpet, riportare la pace in Medio Oriente, pronunciare un discorso per il Nobel, salvare un bambino caduto in un tombino. Perchè no, in quei casi decisamente non saprei cosa fare e finirei col girare in tondo come una gattara schizofrenica, interrogando i miei gatti su quale sia la mossa giusta. E una volta ottenuta risposta, non saprei ancora cosa fare.
In realtà, tendo a non saper gestire molte situazioni, quando sono sotto stress combino guai e quando sono circondata da gente che non mi piace e non mi trovo a mio agio, sono sileziosa come una tomba, poi tiro fuori un libro dalla borsa, generalmente, e tutti mi guardano male, ecco quindi che torno a  sentirmi perfettamente a mio agio.
Se vogliamo cavillare, poi, non affronto ciò che richiede una qualcerta dose di charme, col dovuto charme, il quale viene invece investito in altre attività che di charme non ne richiederebbero punto. Ho il dosa-charme sfaciato, va bene? Ma a parte questo, il resto degli altri naturali comportamenti socio-umani, li ho ben chiari, ognuno al proprio posto, ognuno nella graticola del comportamento più consono alla data situazione.
Così credevo, almeno.
Invece pare che no, no, non è così.

Oggi per esempio, mi sono ritrovata con questa ragazza con cui eravamo solite scambiarci una fitta corrispondenza epistolare (mail, ma “epistolare” fa più scena), scomparsa da qualche mese, che non è in realtà scomparsa e basta, ma pare si sia resa protagonista di quel mezzuccio in voga negli ultimi anni, ovvero quello di bloccare una persona, da facebook, o sul cellulare o che so io, e togliersi ogni pensiero relativo, che i pensieri fanno male alla mente e all’anima. Un po’ come Ponzio Pilato: un modo tutto new age di lavarsi le mani.
Pare, dicevo, che questa ragazza mi abbia bloccata e impedito così ogni possibilità di contatto. Il punto, in questo caso, è che non c’era nessuna ragione per farlo! Nel senso che non eravamo amiche fraterne, ci sentivamo da anni, ma ci sono stati momenti in cui questa corrispondenza era venuta meno per un po’,  per poi riprendersi, non eravamo proprio pappa e ciccia, ecco.
C’era un certo tipo di amicizia e anche un certo affetto e io aspettavo che mi contattasse, addirittura sono arrivata a preoccuparmi che le fosse successo qualcosa, una stupida con tutti i crismi sono, proprio! Io non avevo neanche pensato alla possibilità che potesse aver fatto una cosa del genere, perchè non la ritenevo tipo da usare questi mezzucci e perchè francamente la situazione non lo richiedeve minimamente. Poi una mia amica che mi ha detto: “Ma guarda che se risulta così il suo account è perchè t’ha bloccata“. E’ andata a controllare lei ed effettivamente è così.
E io mi chiedo che cosa può spingere una persona adulta e non una dodicenne/sedicenne, a comportarsi così. Sono andata a pensare che potessi in qualche modo averla offesa, osteggiata, annoiata, ma davvero non so come avrei potuto farlo. Anzi il suo ultimo messaggio era stato “Va’, torno a casa, ceno e poi ti rispondo alla lettera tua di ieri, che è meglio“, perchè mi aveva raccontato di una pessima giornata. Figurati se andavo a pensare che mi avesse bloccata! Un’unica ragione plausibile a spingerla a fare una cosa del genere ci sarebbe, ma è talmente stupida, talmente patetica, talmente ridicola, che mi rifiuto anche solo di considerarla e scriverla qui.
Cosa ho fatto, quindi?
Le ho mandato una mail tramite l’account di questa amica, ma non per ricontattarla, solo per salutarla e dirle che mi spiace se l’ho offesa in qualche modo, che non era certo mia intenzione, che non ho comunque niente contro di lei e le auguro ogni bene e che anche se mi dispiace, va bene, non proverò a contattarla più e ciao bella ciao.
Ma non ho la pretesa che questo fosse il comportamento corretto, per carità! Quel che serve qui è contegno, signori. E il contegno giusto in questo caso sapete qual è?
Fotternese.
Hai avuto la fortuna di stabilire una relazione un tantinino più profonda di quelle che hai con la Compagnia del muretto? Alzati domani mattina e interrompila, così, senza ragione, da un momento all’altro, relazioni profonde, pfffffff che ti servono? Mangiati un pacco di patatine e sei apposto.
Hai un amico con cui giochi a freccette da anni e gli vuoi tanto bene perchè nessuno sa rendere il gioco delle freccette bello quanto ti capita quando sei con lui? Decidi che non ti piacciono le freccette e molla anche l’amico già che ci sei, che tanto puoi giocare all’allegro hippo hippo, vuoi che non trovi un amico nuovo di zecca che giochi all’allegro hippo hippo con te? Non conta con chi giochi, conta che giochi.
Sei innamorata davvero di qualcuno, ma le cose sono complicate come è di regola in amore? Non cercare di lottare per lui, no, mica vuoi essere una che lotta, no?! Chi te lo fa fare, quando puoi mollare tutto e scegliere quell’altro che ti capita a tiro? Che poi magari quello che lasci andare potrebbe essere il grande amore della tua vita, ma non lo vivrai mai perchè lottare no, no, non è il contegno giusto.

Forse un giorno capirò cosa le persone si aspettano da me, forse. Fino ad allora persevererò nel contegno sbagliato e continuerò a farmi male.
Soprattutto di Venerdì 17, perchè oggi è venerdì 17, che mi pare una notizia fondamentale, quindi in qualche modo dovevo ficcarla in questo post. Ed ecco che l’ho ficcata.

Nera come la più bianca delle notti

La terminologia “notte bianca” non è mai stata meno circonfusa di pathos e di fascinose ripercussioni come nel mio caso.
Niente a che vedere con amori russi e dostoevsckijani, perduti nei ranghi del tempo e della letteratura, niente con le cantate capolessiane di rose donate non bianche come le amari notti, ma rosse come il fulgore dell’alba, niente incipit da grande storia che cominci con la notte insonne, niente di romantico, niente di produttivo, niente di magico, niente.
Solo io e i miei demoni, e una caterva di soluzioni più o meno attempate, più o meno lungimiranti per provare a combattere i demoni e riempire la notte bianca di un qualche accenno di colore, tutto purchè quell’orrido tripudio acromatico di opposti notturni “nera come la più bianca delle notti“, possa aver fine presto.

Un’anima dannata e un’anima in pena sono la stessa cosa?
No, sì, be’ non importa, tanto le ho rivestite entrambe stanotte, e mi calzavano a pennello neanche le avessi trovate ai saldi, cucite su misura per me,”due al prezzo di una signorina, non vorrà farsi scappare un’anima così bell’e pronta?! Che le anime scarseggiano oggigiorno, ne approfitti!
L’anima in pena era dedicata tutta a Odisseo, in tutto il suo tripudio di indecisioni: mi ama non mi ama, è giusto mollare come una capra, è più giusto continuare e lottare per chi si ama, perchè non può amarmi? perchè anche lui non può amarmi? perchè nessuno può amarmi? perchè io lo amo? perchè amo sempre? perchè non posso smettere di amare?
E io che ne so? E siccome non sapevo niente, meglio eliminare qualsiasi arrovellamento mentale e mettersia  leggere Emma, di Jane Austen, niente è meglio del chiacchiericcio di spiumate dame ottocentesche, inutile quanto splendidamente scritto, nelle notti bianche. Ma non bastevole ahimè, a distogliere l’attenzione da Odisseo, che Odisseo è rognoso, quindi meglio accompagnarlo a un bell’horror, l’ultima versione cinematografica de “La casa” bell’e pronta sul pc. Siccome Jane Austen e i film horror s’accoppiano divinamente, tanto quanto i cavoli imbionditi più bionda birra a merenda, ho iniziato a guardare il film e leggere contemporaneamente Emma, che i film horror non sono in grado di coinvolgermi mai del tutto e servono le pagine di un libro da inframezzare qua e là, per impedire alla mia testa di macinar continuamente pensieri infausti.
Voi ce l’avete la testa che macina pensieri continuamente, e non si ferma neanche la notte, neanche se gli dai una botta in testa col più enorme, preziso e orrido dei vasi Ming esistenti? Io sì, è una seccatura, tanto quanto quella di amare sempre così tanto da non poter spegnere il sentimento come ci fosse un interruttore da premere, zac, tanti saluti e che si faccia avanti il prossimo.

Ma neanche il connubio horror/Jane Austen pareva bastevole, stanotte, allora l’ho accompagnato a una camomilla alla fragola e a un più vezzeggiato e meno intellettuale archetipo femminile, ovvero quello di ammirare e organizzare i monili, gli ultimi orecchini che ho acquistato al prezzo di un euro l’uno, perchè sono un genio nel trovare orecchini a poco prezzo.
Jane Austen – film horror- orecchini nuovi – camomilla alla fragola – rotta le palle del film horror – ultime due puntate della stagione di Revenge. E queste hanno vinto, mi hanno assorbita del tutto, viva sempre i telefilm intelligenti e ora che Revenge è finito, Breaking bad è finito, Once upon a time è finito, The big bang theory è all’ultimo episodio e Sherlock non accenna a ricominciare, io vorrei tanto sapere cosa mi dovrei guardare nelle notti nere passate in bianco, se qualcuno fosse così carino da dirmelo, grazie (ps. rivedere Casablanca per la settecentesima volta, non vale).

Effetto camomilla alla fragola + Revenge finito, ecco che ha tutto agio di subentrare a quella in pena, l’anima dannata, dà il cinque alla collega e mi tormenta con l’università che non riesco ad affrontare, i miei fallimenti che non riesco ad affrontare, il casino da pagare che devo affrontare e che non riesco ad affrontare, tutto il mondo che mi sputa e mi odia per non essere alla sua altezza, mio zio che mi schifa, mio padre che se fosse vivo mi odierebbe, mia madre che mi odia in sua vece e vecchi e cari amici che mi odiano al punto da fuggir via senza neache un decente “ciao“.
Jane Austen non è all’altezza qui, vado allora a cercarmi uno di quei libri trash – tremendamente idioti per persone tremendamente idiote – che tengo in libreria buoni buoni, da tirar fuori alla bisogna, quando necessita una risata di cuore, il desiderio di sentirmi tremendamente autocompiaciuta e di soddisfare il mio bisogno di trash, appunto.
Inizio quindi I diari del vampiro, ma c’è un limite anche al trash e quel libro lo supera, quindi scelgo un libro decente come suo sostituto, ma me l’ha regalato Odisseo e non devo pensare a lui, poso il libro e vado a farmi una tisana alle erbe e metto su gli episodi di Gilmore girls che so a memoria, ma che assolvono sempre straordinariamente al compito di non farmi pensare quando tutto il resto fallisce. E mi addormento.

Dormo tipo mezz’ora, il tempo di sognare mio padre da giovane che lavora in aeroporto (mai successa ‘sta cosa) e io che mi affanno a raggiungerlo per dirgli che deve farsi le analisi subito, in modo che il cancro venga diagnosticato per tempo, di correre, correre, correre senza indugio a farlo, e lui mi guarda con occhi uguali ai miei e mi dice “Se vado ora tu non nasci” e io dico “E chissenefraga?!” e lui dice “Va bene, vado“, e io tiro un sospiro di sollievo, che dura un attimo perchè lui si gira e vedo la mezzaluna dell’operazione e so che sono arrivata troppo tardi e mi sveglio.
Sono le cinque punto zero-cinque della mattina, fuori c’è quel delizioso cielo bigio e il profumo di fiori e pioggia primaverile caduta sui boccioli che adoro, quindi spalanco il balcone, sposto la poltrona davanti al balcone spalancato e alla pioggia, mi avvolgo nel pail, con un ennesimo libro, una tazzona di latte alla cannella e miele e una bustona di Gocciole pavesi.
E vaffanculo alle notti bianche, bianconere, nere perchè bianche, bianche in quanto nere, amare come il nero, vuote come il bianco… Vaffanculo e basta.

Odisseo e l’Odissea ancora all’inizio

Io di decisioni non ho intenzione di prenderne“, ecco quello che ho detto a Odisseo ieri sera, “Soprattutto su una cosa così drastica come continuare o meno a sentirci e rompere di punto in bianco una cosa che è stata così bella e così grande. Quindi se vuoi rompere questa cosa tira fuori le palle e fallo tu“.
Sarò debole, sarò insicura, starò facendo un errore madornale, ma una cosa così io non la butto nel cesso senza averlo rivisto almeno un’altra volta. Cosa è giusto fare non lo so, perchè non sono in grado di pensare lucidamente, per questo ho chiesto un pensiero, un consiglio, un punto di vista, a chi non è coinvolto anima e corpo come me, sia su questo blog che ai miei amici e il responso è stato: al 60% vince il “mollalo che è un coglione“; il resto è stato più accomodante, mi ha detto che in una situazione come la nostra non è anormale uno stato di confusione o fasi di stallo varie, che finchè lui continua a cercarmi e a volermi sentire e a rincorrermi se sente che sono triste o che me la sono presa per un suo gesto, allora è tutto ancora in ballo, che anzi avevamo corso nei mesi scorsi, che l’atteggiamento giusto è questo più cauto e di conoscenza, a meno che non siamo tipi che crediamo nel colpo di fulmine, ma il colpo di fulmine è solo una copertura da sedicenni, l’amore nasce da testa e cuore, e testa e cuore necessitano di tempo e di cose vissute insieme.
E io mi trovo allo snodo esatto di questi due punti di vista: da un lato non posso accetare certe cose, dall’altro mi trovo d’accordo sull’andarci cauti. Ma io e Odisseo ci eravamo sistemati in una nicchia comoda e sicura che non prevedeva il resto del mondo, e ora che ci siamo incontrati dobbiamo prevederlo, e rivedere il tutto in due settimane non è facile. Siccome per me le cose non sono cambiate più di tanto, ecco che ho detto che doveva esser lui a prendere una decisione.

E lui non ha nessuna intenzione di non sentirmi, anzi temeva la mia decisione. Non era un ultimatum il suo, era una scelta nelle mie mani perchè lui al momento non si sbilancerà oltre prima di rivederci, ma questo non significa che abbia fatto passi indietro, ha paura delle ripercussioni che la cosa potrebbe avere su me e su lui stesso se non dovesse andare. Posso accettare questo stato di cose?
No, non posso perchè per me è un passo indietro questo suo atteggiamento remissivo e non ho intenzione di fare passi indietro, ma solo passi avanti, così avevamo deciso prima di salutarci ad Aprile, così continuerò a vivere la nostra storia, nè più nè meno, quindi se lui si sta tirando indietro, me lo dica che io mollo tutto.
Ma quello che mi ha detto è che lui non si sta tirando indietro:
Non mi rimangio niente di quello che ti ho detto, di quello che provo per te e sono d’accordo, non voglio fare passi indietro neanche io, se continuiamo a sentirci è per vedere se il sentimento che c’è può essere applicato alla quotidianeità, ma per capirlo dobbiamo viverci e vederlo. Per questo mi sto trattenedo, perchè eravamo andati troppo oltre e prima di continuare ed essere certi, dobbiami consocerci e rallentare un po’. Io voglio conoscerti bene se devo costruire qualcosa con te, fermo restando i sentimenti. E le basi ci sono tutte, Caly, perciò ti chiedo di avere pazienza. Se per esempio io fossi uno stupido mondano e volessi andare qui e lì a festine e cenette snob e tu fossi un piccolo topino da biblioteca non adatta a quegli ambienti, come potremmo stare insieme? Passi un anno in cui tu cerchi di diventare mondana o io un topino, ne passino pure due stentati, al terzo ci lasceremmo o ci accomoderemmo su un placido affetto che non è cosa nè per te nè per me, non siamo da placidi affetti noi. Questo non è il nostro caso, grazie al cielo siamo simili in questo senso, ma è per dire che io devo capire queste cose e che se ho capito molto di te, non ho ancora capito tutto e per questo non posso darti tutto. Ciò non toglie che voglia darti tutto, ma non siamo ancora a quel punto, puoi accettarlo per ora? Questa era la mia richiesta, non un ultimatum”.

Posso accettarlo, ma se lui è pronto a combattere per me e per questa cosa, e posso accettarlo solo fino al prossimo incontro: se dopo quello lui continuerà ad voler tirare il freno, io mollo lui, mollo i freni, mollo i miei sentimenti al vento, che ne faccia di questi quel che piùgli aggrada:
Vuoi combattere per me Odisseo, o accetti passivamente la mia scelta anche se è negativa e ti ci adegui?
Sì che voglio combattere! Ma ti prego di non aspettarti che risponda “mi manchi” alle tue domande, perchè per me mandarti un messaggio con scritto “Il fatto che vieni a stare a Roma vuol dire tutto per me, perchè posso stare con te spesso e non sai quanto lo voglia”, vale per me più di mille “mi manchi”“.

Odissea. Mai nome fu più adeguato a definire una storia d’amore.

Ultimatum da Odisseo

Odisseo vuole sapere entro stasera cosa voglio fare, se voglio continuare a sentirlo così o se non voglio sentirlo più, dove per “così” si intende con lui che non si sbilancia, che ha fatto dei passi indietro rispetto a fine aprile e a tutto quello che è successo, che non mi dice niente che non direbbe a una casta amica, completamente diverso rispetto a prima, col costante dubbio da parte mia che lui per me, non provi più niente di niente, dubbio che deve rimanere tale almeno finchè non ci rivedremo di nuovo. Se ci rivedremo.
Mi ha detto chiaro chiaro, “O così o niente“.
E stasera vuole una risposta.
Ma io la risposta non ce l’ho.
Ho la testa piena di lacrime che stanno straripando fiori senza criterio, lacrimo tanto che sembro la madonna di coso lì, quella statua che piangeva sangue, e non so cosa fare. Quindi se qualcuno passasse di qui e mi potesse dare un consiglio di qualsiasi tipo, anche su come tagliare le cipolle alla julienne, gliene sarei grata.

Intanto continuo a lacrimare fino a prosciugarmi.

La tizia sbagliata nella storia giusta (con moto e centauro)

E’ stata un po’ come la scena di un film, uno di quei bei film, d’amore senza barriere, di ribellione e magia.
E’ stato come se fossi stata catapultata in Sons of anarchy e il Burundi si fosse trasformato in Charming town (anche se serve moooolta immaginazione per trasformare il Burundi in Charmin town).
E’ stato come se fossi in una bella storia, che non è la mia storia, in cui mi sono trovata per sbaglio, usurpando il trono della tizia giusta.
E’ stato come la tizia sbagliata nella storia giusta. Che è sempre un bene.
E’ stato come un gran niente capitato in una giornata orrenda e quindi trasformato in un gran tanto per compensare.

E’ stato che me ne andavo per Burundi town fin dall 9.00 della mattina, ieri, per sbrigare faccende non mie, come fare delle ricette dal dottore per mia sorella la quale è stata disarcinata dalla bici da una macchina e ora ha caviglia ingessata, andare a fare servizi per mia madre da una sua amica e fare la spesa, cose così, che mi hanno portato a fare il giro intero del Burundi. Ullallà, il grio intero del Burundi, pensa! Tredici minuti e mezzo a passo svelto e ti ritrovi al punto di partenza.
Stavo a un tiro di schippo da casa con due bustone della spesa e un tipp mi suona a un incrocio. Stava a cavallo di una moto gigante, di grossa cilindrata (si dice così?), bella, nera e metallo, fiammante, di quelle che bruciano l’aria quando passano e lasciano una scia di tuoni e rombi che anche se ne hai viste mille, anche se te ne frega delle moto quanto delle esperienze sessuali di uno scarabeo stercorario, ti giri comunque a guardarla sfrecciare. Pensavo stesse rivolgendosi a qualcun’altro, ma c’ero solo io, insomma a Burundi town non c’è molta gente in giro, e allora mi sono girata. Ho cercato di capire se lo conoscessi o cosa, ma ho già difficoltà a riconoscere la maggior parte della gente che mi saluta nel Burundi, figurarsi questo col casco integrale, il chiodo e la moto gigante.
No, non stava cagando me, quindi io proseguo convinta delle mie ragioni e quello suona di nuovo il clacson (si dice così?). Stavolta non ho dubbi visto che fissa me, ce l’ha con me, forse è un tipo che mi consoce, quindi faccio un rapido cenno di saluto e proseguo con i Pearl Jam nelle orecchie, mentre il signor centauro sparisce all’orizzonte con un rombo di tuono.
Il tempo di girare l’angolo chi ti ritrovo parcheggiato alla fine del marciapiede che stavo percorrendo? Sì,il centauro di prima, deve aver fatto il giro del paese per tornare indietro, ovvero 80 secondi con la moto. Ha un piede sul marciapiede, il motore acceso sputa un rumore sordo, la visierina del casco (si dice così?) alzata, gli occhi ramati, le sopracciglia folte e nere come la moto, un “Ciao” possente, di chi ha le corde vocali abituate a superare il frastuono del motore, possibilità che lo conosca 0,1%, possibilità che sia di Burundi town 0%.
A questo punto è necessaria la colonna sonora giusta: http://www.youtube.com/watch?v=PZ4mo3LCkvQ

E mo’ questo che vuole“, il tempo di pensarlo che mi risponde “Monta che ti do uno strappo“. Vuole darmi uno strappo, dunque.
La prima cosa che penso è che io lo strappo dal centauro, io lo voglio.
La seconda cosa che penso è che l’ultima volta che ho accettato un passaggio da uno sconosciuto, stavano per violentarmi (per approfondimenti macabri: https://webcamaccesa.wordpress.com/2013/03/31/il-mal-dovaie-a-pasqua-ti-mette-nei-guai/).
La terza cosa che penso è “Fico, è come stare in Sons of Anarchy“.
Quello che dico invece è: “Sulla tua moto c’è un porta-buste-della-spesa?
Il centauro sorride con gli occhi, che la bocca non la vedo ma credo sorrida anche con quella, credo, e dice che “Ah già… be’ buttale via!
La domanda che a questo punto il mondo si pone è: ma perchè cazzo non l’ho fatto?! Perchè non ho buttato via le dannate buste e non sono dietro al tipo col chiodo nero alla Sons of Anarchy e me ne non sono scomparsa all’orizzonte con tanti saluti a università del terrore, a Odisseo che fa il prezioso e alla vita di merda correlata? Perchè?! Per le buste della spesa?! No, probailmente perchè sono una cazzona, ecco perchè.
Gli ho detto di non tentarmi, che giusto ora stavo ascoltando una tristissima canzone dei Pearl Jam in cui un ragazzo e una ragazza hanno un incidente e lei muore e lui la perde per sempre. E lui ha risposto “Ahi, va bene allora non insisto, ma passo di qui spesso, ci becchiamo“. Mi fa l’occhiolino, taglia la strada, fa un cenno di saluto, imbocca la corsia e  ingranana e se ne va, scompare all’orizzonte senza di me, con House of the Rising Sun (versione The White Buffalo, precisiamo) come sottofondo.

E io sono tornata alla mia triste giornata tremenda, con le buste idiote della spesa. Giuro che se lo ribecco, me ne vado con lui per sempre, chiunque egli sia, c’è gente che si è innamorata per molto meno, no?
Lo giuro.

Calipso di nuovo nella stanza

Sono tornata nella mia stanza.
Stessa melanconica luce autunnale, stesso profumo di vaniglia e cannella, stesse pile sblilenche di libri, stessi polsini e orecchini raffazzonati ovunque alla bene e meglio, stessi poster di gruppi punk e rock appartenenti a una generazione che no, non è la mia, stesso ammasso di cartoline dal mondo sparse  per tutta la stanza, sempre presenti, per non smettere mai di sognare di essere altrove a ogni movimento della testa. In più ci sono solo il mio Jansport e qualche valigia in attesa di essere riempita.
E stavolta andrò altrove. Non così lontano come nelle mie cartoline, ma abbastanza lontano da lasciarmi il Burundi abbondantemente alle spalle.
Non ho mai vissuto così lontano da casa, anche all’Università, era un Burundi più cittadino, ma sempre di Burundi si trattava. E non è che sto andando nel Klondike per vendere la mia miniera d’oro, sto andando a stare da mio zio per fare uno stupido stage. Un piccolo passo per l’uomo, un grande passo per me.

Un passaggio lampo dalla stanza, quindi, neanche il tempo di levarmi lo zaino dalle spalle che dovrò riempirlo di nuovo e riprendere l’ennesimo treno di questo mese, sono come Jack Keruac e Bruce Chatwin, sempre in viaggio con la Moleskine in saccoccia. Non fosse che neanche nella più tormentata delle loro pagine, probabilmente possono aver immaginato cosa sia viaggiare con Trenitalia da Roma in giù.
Dico solo questo: sono uscita da casa di zio alle 9.00, sono arrivata a casa alle 20.00. Se fossi andata in America forse ci avrei messo di meno.
E ora mi butto a letto che non ho neanche la forza per pigiare i tasti.

Un pinguino senza Madagascar, un Gratta e Vinci senza vinci.

Non ho chiamato Odisseo tutto il giorno, l’ho detto, l’ho fatto. Non gli ho neanche risposto ai messaggi che mi ha inviato. Mi ha chiamata lui, ma mi sono intrattenuta pochissimo e non sono stata per niente carina e propositiva. L’ho fatto, non posso ancora crederci di esserci riuscita. L’ho fatto e ora chiaramente sto in panico totale.
Credevi fosse il grande amore, cara Calipso, invece è un grande ammasso di corbellerie“, per questo non l’ho chiamato, per questa frase, che continuava a tamburellarmi in ogni dove, come la più arcigna delle ossessioni, e non parlargli mi sembrava la soluzione più naturale, perchè sono abbattuta e perchè non avevo molta voglia di sentirlo per portare davanti da sola questa pantomima.
Non potevo non farlo.
Nell’ultima settimana mi ha completamente spompata. Avrò buttato lì mille momenti carini, mille situazioni tenere e lui non ne ha colto una e ha stroncato il resto. Sono come un fagiolo messicano senza Messico, come un Gratta e Vinci senza “vinci” e col solo “gratta”, come i pinguini di Madagascar senza “Madagascar”, che i fagioli senza Messico sono solo anonimi fagioli e del solo gratta non sa che farsene nessuno, e che poi i pinguini di Madagascar sono effettivamente senza Madagascar perchè non sono in Madagascar e non lo raggiungeranno in nessuno dei quattro film il Madagascar e ho anche spoilrerato il finale di tutta la saga, ma il punto è e resta sempre Odisseo e io che sono nel panico perchè non chiama e io ora non so cosa fare, che domani e dopodomani non saprò cosa fare, che non ci capisco più niente.
Ora ho in mano un cellare derubato dei suoi accenti francesi, ricco solo di sterili codici numerici, quelli del biglietto di Trenitalia che domani mi ricondurrà nel Burundi (cosa c’è di più sterile di un codice di biglietto di treno che ti riporta nel Burundi?) per questa seconda metà di maggio, dove dovrò affrontare fallimeni, Università, tasse, parenti serpenti, burundiani in astinenza di succulente news.
E il panico dilaga….

Voci precedenti più vecchie

Enter your email address to follow this blog and receive notifications of new posts by email.

Segui assieme ad altri 107 follower

Lupetta above all

...i miei pensieri...

Biobioncino's Blog

Andare avanti nella propria quieta disperazione

Musa Di Vetro

Quel luogo è sempre da un'altra parte

Bisogna prendere le distanze...

4 dentisti su 5 raccomandano questo sito WordPress.com

Francesco Nigri

Passionate Life and Love

i discutibili

perpetual beta

VAstreetFrames

Street photography and portraits

Gianvito Scaringi

Idee, opinioni, reblog e pensieri spontanei

silvianerixausa.wordpress.com/

Silvia Neri Contemporary Art's Blog

Cosa vuoi fare da grande?

Il futurometro non nuoce alla salute dei vostri bambini

Personaggio in cerca d'Autore

Un semplice spazio creativo.

LES HAUTS DE HURLE VALENCE

IL N'Y A PAS PLUS SOURD QUE CELUI QUI NE VEUT PAS ENTENDRE

Kolima - Laboratorio di tatuaggio siberiano

Un corpo tatuato è un libro misterioso che pochi sanno leggere

Menomalechenonsonounamucca

Trent'anni e una vita che non vedo. Allora la metto a nudo, completamente, me stessa e la mia vita, in ogni suo piccolo, vergognoso, imperativo dettaglio, come se avessi una web cam sempre accesa puntata addosso. Svendermi per punirmi e per rivelarmi completamente al mondo, svelare le mie inadempienze come la laurea che non riesco a prendere e i kili da perdere, nella speranza che sia il mondo a vedere quel che io non vedo in me. Un esperimento che sarà accompagnato da foto e cronache dettagliate e che durerà un anno, il 2013 dei miei 30'anni. Se il mondo non vedrà niente neanche così, chiuderò tutto....

ial.

Just another WordPress.com site

The Well-Travelled Postcard

A travel blog for anyone with a passion for travelling, living, studying or working abroad.

viaggioperviandantipazienti

My life in books. The books of my life